L'esercizio del diritto di cronaca e la professione giornalistica

Di
tanto in tanto affiorano anche in ambienti avanzati della società
italiana discorsi sull'opportunità di limitare il diritto di cronaca -
un diritto costituzionale - nel nome di un superiore interesse.
L'ultimo tentativo (meno cronaca sulla fase iniziale delle indagini su fatti mafiosi)
porta la firma di un magistrato al quale tutti dobbiamo molto:
Giancarlo Caselli, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di
Palermo. E' da auspicare che, in sede di revisione della nostra
Costituzione, il Parlamento inserisca nell'articolo 21 il primo
emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America il quale
pone il divieto esplicito al Congresso «di fare leggi per limitare la
libertà di parola o di stampa» Deve vincere il principio della
responsabilità: i giornalisti hanno il dovere e l'obbligo di difendere
il ruolo di controllo e di denuncia proprio dei mezzi di informazione
nonché di ritagliare per la stampa il ruolo del guardiano rispetto agli
altri poteri. Quella dei giornalisti è una professione da concepire e
svolgere, infatti, come servizio pubblico nell'interesse dei cittadini.
Queste possono rimanere, in Italia, belle parole, se non sono
accompagnate dai fatti: abbiamo bisogno di una stampa credibile, che
non si schieri e che «soprattutto non conosca la verità sui fatti prima
che i fatti accadano». No, quindi, ai bavagli anche se chiesti per fini
nobili. I giornalisti, quando vengono a conoscenza di notizie, hanno un
solo compito: controllare la serietà della fonte o meglio delle fonti.
Non dobbiamo confondere controinformazione e superinformazione,
consapevoli anche, come ha detto Walter Tobagi, che l'apparente
controinformazione potrebbe essere «un servizio prestato a una superinformazione di cui sfuggono completamente fini e modalità».
Se cade in questo errore, diceva Tobagi, «il giornalista deve chiedersi
se fa un servizio giornalistico o se fa un altro servizio, che nel caso
specifico è assai meno nobile». Il lettore non può essere destinatario
di notizie di «padre ignoto». Al lettore si deve anche dire la fonte
che ha diffuso l'informazione «perché se non si fa questo i giornali
rischiano di diventare degli strumenti che servono per combattere
battaglie per conto terzi».

C'è bisogno, quindi, soltanto di giornalisti che restino tali
nell'ordinamento giuridico dello Stato. L'Italia non ha bisogno, come
accadrebbe se il referendum di Pannella dovesse vincere, di impiegati
di redazione o di impiegati del computer. L'Italia ha bisogno di
giornalisti formati nell'Università e nelle scuole riconosciute
dall'Ordine.

La tutela penale dell'onore, della dignità, dell'immagine e della
riservatezza della persona trova fondamento nella Costituzione.
L'articolo 2 della Costituzione, infatti, dispone che «la Repubblica
riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo nelle formazioni
sociali ove si svolge la sua personalità». Questa norma vuol dire che
tende a preservare all'individuo un ambiente nel quale si svolge la sua
personalità immune da intrusioni di altri. Il successivo articolo 15
della Costituzione, infatti, stabilisce. «La libertà e la segretezza
della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono
inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto
motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla
legge». L'articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei
diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (legge italiana n.
848/1955) testualmente poi tutela il diritto al rispetto della vita
privata e familiare, del domicilio e della corrispondenza. L'articolo
17 del Patto internazionale di New York sui diritti civili e politici
(legge italiana n. 881/1977) recita: «Nessuno può essere sottoposto a
interferenze arbitrarie o illegittime nella sua vita privata, nella sua
famiglia, nella sua casa o nella sua corrispondenza. Ogni individuo ha
diritto a essere tutelato dalla legge contro tali interferenze».

Sul filone costituzionale delle garanzie individuali si muove la
legge 8 aprile 1974 n. 98 che, a tutela del diritto al rispetto della
vita privata, ha introdotto nel Codice penale l'articolo 615-bis:
«Chiunque mediante uso di strumenti di ripresa visiva e sonora si
procuri indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata è
punito con reclusione da 6 mesi a 4 anni. Alla stessa soggiace chi le
diffonde. I delitti sono punibili a querela della persona offesa. Si
procede d'ufficio se il reato è commesso da un pubblico ufficiale».

È punibile, dunque, sia il fotografo che ruba una immagine, che il
giornalista che diffonde. Il fotografo può ritrarre chiunque o
qualsiasi fatto avvenga in luogo pubblico. Non può fotografare
personaggi pubblici e atti che avvengano nella sfera privata e con
mezzi particolari (teleobiettivo). In questo caso non può fotografare e
il giornale non può pubblicare. Il fotografo può fotografare (ma il
giornale non può pubblicare) foto di una persona senza il suo consenso.
Non è punito il "diritto di foto", ma di pubblicazione.

La legge sulla stampa (n. 47/1948) tutela anche l'onore, la dignità
e l'immagine dei cittadini «lesi» dell'attività giornalistica.
L'articolo 11 inquadra la responsabilità civile affermando che «per
i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente responsabili in
solido, con gli autori del reato e tra di loro, il proprietario della
pubblicazione e l'editore». La legge sulla stampa non prevede una
responsabilità civile del direttore. Conseguentemente la responsabilità
civile del direttore è da collegare soltanto all'accertamento di una
sua responsabilità penale.

L'articolo 12 stabilisce che la persona offesa può richiedere, oltre
al risarcimento del danno, anche una somma a titolo di riparazione,
determinata in relazione alla gravità dell'offesa e alla diffusione
dello stampato.

L'articolo 13 fissa le pene per la diffamazione: "Nel caso di
diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente
nell'attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della
reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire
500mila". L'articolo 21 afferma che "al giudizio si procede con il rito
direttissimo": la Corte costituzionale ora ha abrogato questa norma.
L'articolo 13 è stato esteso alla trasmissioni radiotelevisive (legge
103/1975 e "legge Mammì" n. 223/1990)

Gli articoli 14 e 15 prevedono norme particolari in tema di
"pubblicazioni destinate all'infanzia o all'adolescenza", e di
"pubblicazioni a contenuto impressionante o raccapricciante". Sono
puniti con la pena fissata per l'articolo 528 del Codice penale (che va
aumentata) gli autori di pubblicazioni destinate ai fanciulli e agli
adolescenti quando siano idonee ad offendere il loro sentimento morale
e a costituire per essi incitamento alla corruzione, al delitto o al
suicidio; medesime sanzioni per gli autori di giornali e periodici
destinati all'infanzia nei quali la descrizione o l'illustrazione di
vicende poliziesche e di avventura sia fatta, sistematicamente o
ripetutamente, in modo da favorire il disfrenarsi di istinti di
violenza o di indisciplina sociale.

Secondo l'articolo 15, le pene previste dall'articolo 528 (da tre
mesi a tre anni di reclusione e multa non inferiore a lire 200mila) si
applicano anche nel caso di stampati i quali descrivano e/o illustrino,
con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente
verificatisi o anche soltanto immaginati, in modo da poter turbare il
comune sentimento della morale o l'ordine familiare o da poter
provocare il diffondersi di suicidi o delitti.

L'articolo 114 (punto 6) del Codice di procedura penale «vieta la
pubblicazione delle generalità e dell'immagine dei testimoni, persone
offese o danneggiate dal reato che siano minori di età». L'articolo 115
dello stesso Codice di procedura penale stabilisce che «la violazione
del divieto di pubblicazione, di cui agli artt. 114 (punto 6) e 329
(comma 3 lett. b, ipotesi quest'ultima di "segretazione specifica"),
salve le sanzioni penali, costituisce illecito disciplinare quando il
fatto è commesso da impiegati dello Stato, di altri enti pubblici
ovvero da persone esercenti una professione per la quale è richiesta
una speciale abilitazione dello Stato. Di ogni violazione del divieto
di pubblicazione commessa da dette persone, il pubblico ministero deve
notiziare l'organo titolare del potere disciplinare, affinché possa
assumere le iniziative che ad esso competono». L'Ordine professionale,
quindi, è «giudice» del giornalista che pubblica atti istruttori
segretati e che cita in un articolo il nome e pubblica l'immagine di un
minorenne «persona offesa o danneggiata dal reato».

La legge 17 maggio 1991 n.157 (meglio nota come legge sull'insider trading)
contiene "Norme relative all'uso di informazioni riservate nelle
operazioni in valori mobiliari e alla Commissione nazionale per le
società e la Borsa". Non c'è disarmonia tra questa legge e la legge
professionale dal momento che quest'ultima sancisce il diritto
costituzione ed insopprimibile del giornalista alla libertà di
informazione, ma dispone altresì che quel diritto trovi un limite
invalicabile nella "verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i
doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede": nessun contrasto,
dunque, con la norma (della legge 157) che reprime la divulgazione di
notizie false, esagerate o tendenziose dirette a influenzare
l'andamento dei valori mobiliari. L'articolo 2 della legge recita: "E'
vietato acquistare o vendere, ovvero compiere altre operazioni, anche
per interposta persona, su valori mobiliari, ivi compresi i relativi
diritti di opzione, qualora si posseggano informazioni riservate
ottenute in virtù della partecipazione al capitale di una società
ovvero in ragione dell'esercizio di una funzione, anche pubblica,
professione o ufficio". L'articolo 2, quindi, inquadra il concetto di
insider trading e impone a chi esercita una professione (ad esempio i
giornalisti) di non utilizzare a fini personali le notizie raccolte sul
mercato borsistico nell'esercizio del diritto di cronaca. Le notizie
appartengono al giornale (per il quale il redattore lavora) e ai
lettori.

Dall'insieme delle norme citate (articolo 2 della Costituzione,
legge sulla stampa, articolo 114 e 115 del Codice di procedura penale,
legge sull'insider trading) emergono i doveri e le responsabilità
della professione giornalistica. E' possibile abrogare una professione
che può incidere così pesantemente nella vita e nei diritti dei
cittadini? Anzi, sul rovescio delle norme citate nasce il bisogno della
collettività di garantire a questa professione percorsi formativi
sicuri e dignitosi nonché regole etiche (e relative sanzioni)
che devono essere fatte rispettare da «qualcuno», da una struttura, da
un ente che il Codice civile all'articolo 2229 individua nell'Ordine
professionale. Sotto questo profilo è necessario anche tutelare la
libertà e la dignità dei giornalisti; correttamente, quindi, la Corte
costituzionale (sentenza n. 11/1968) ha messo in risalto «l'opportunità
che i giornalisti vengano associati in un organismo che, nei confronti
del contrapposto potere economico dei datori di lavoro, possa
contribuire a garantire il rispetto della loro personalità e, quindi,
della loro libertà: compito, questo, che supera di gran lunga la tutela
sindacale dei diritti della categoria e che perciò può essere assolto
solo da un Ordine a struttura democratica che con i suoi poteri di ente
pubblico vigili, nei confronti di tutti e nell'interesse della
collettività, sulla rigorosa osservanza di quella dignità professionale
che si traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla
libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni
che possano comprometterla».