I rischi e i pericoli legati al referendum abrogativo

Bisogna
cogliere i suggerimenti offerti dalla sentenza della Corte
costituzionale di ammissibilità del referendum abrogativo della legge
n. 69/1963 per dare alla professione giornalistica una legge ponte a
«contenuto costituzionalmente vincolato» al fine:

1) di evitare il referendum;
2) di dare regole innovative sul piano etico-disciplinare e della formazione all'attività giornalistica professionale;
3)
di offrire garanzie ai cittadini lesi, nei loro diritti fondamentali,
dagli articoli pubblicati su quotidiani e periodici nonché dalle
notizie radioteletrasmesse oppure trasmesse da reti telematiche.

Bisogna. confidare nella volontà riformatrice del Parlamento.
Deputati e senatori devono, prima del voto referendario, sciogliere un
nodo e in sintesi dire se quella dei giornalisti sia una professione intellettuale da organizzare come le altre.
La Corte di Cassazione sottolinea da decenni che quella dei giornalisti
è una professione intellettuale. La Corte costituzionale, con la
sentenza n. 38 del 30 gennaio–10 febbraio 1997 sull'ammissibilità del
referendum, ha scritto : «Deve in proposito riaffermarsi il
principio che la richiesta di abrogazione referendaria può investire
norme di contenuto disponibile da parte del legislatore ordinario,
mentre è inammissibile quando essa tende ad abrogare norme a "contenuto
costituzionalmente vincolato" (sentenza n.16 del 1978). Una tale natura
non è ravvisabile nella specie per il solo fatto che la legge in esame
istituisce detto ordine professionale, giacché rientra nella
discrezionalità del legislatore ordinario determinare le professioni
intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna l'istituzione di
ordini o collegi e la necessaria iscrizione in appositi albi o elenchi
(art. 2229 cod. civ.).... In questa sede, tuttavia, occorre
precisare che l'aver escluso che l'esistenza dell'ordine dei
giornalisti si ponga in contrasto con principi di rilevanza
costituzionale, non significa che tale esistenza debba ritenersi
obbligatoria». Nelle conclusioni la Corte afferma: «(Rimane)
comunque affidato alla discrezionalità del legislatore ed
all'interpretazione sistematica della giurisprudenza, in caso di esito
positivo del referendum, il compito di ricondurre la disciplina ad
unità ed armonia». La Corte in sostanza lascia il Parlamento
arbitro di decidere se quella giornalistica sia da annoverare tra le
professioni intellettuali organizzate con l'Ordine e l'Albo così come
prescrive l'articolo 2229 del Codice civile, coordinando
una nuova normativa con la legislazione residuale che fa riferimento
alla professione giornalistica. La Corte non ha mancato di sottolineare
che, con le sentenze n. 71 del 1991 e n. 11 del 1968, «ha affermato
che non osta al principio della libera manifestazione del pensiero il
fatto che i giornalisti siano così organizzati, anche perché tale
Ordine ha il "compito di salvaguardare, erga omnes e
nell'interesse della collettività, la dignità professionale e la
libertà di informazione e di critica dei propri iscritti"».

Prima dell'appuntamento referendario, il Parlamento può, comunque,
varare una nuova normativa sulla professione giornalistica. Se il
Parlamento, come crediamo, non dovesse ritenere quello dei giornalisti
un mestiere ma qualcosa di più elevato e utile alla società e alla
democrazia, ha una sola strada da percorrere: varare una nuova legge
che rispecchi i vincoli della Costituzione e del Codice Civile (Ordine,
Albo, esame di abilitazione all'esercizio professionale, accesso aperto
ai cittadini in possesso di una laurea in giornalismo, regole etiche
rigorose). Siamo sicuri che alla fine vincerà l'Italia civile della ragione. L'Italia, infatti, non può fare a meno di una professione intellettuale specifica,
quale quella giornalistica, regolamentata per legge. Una legge che oggi
incorpora, ha scritto la Consulta nella sentenza n. 38/1997, una norma
sulla deontologia dei giornalisti, che favorisce indirettamente l'esercizio del "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
I cosiddetti «riformatori», invece, vogliono annientare 12mila
giornalisti professionisti, che ogni giorno garantiscono l'informazione
ancorati a una deontologia scritta nella legge. Adesso è maturato il
momento di aggiornare radicalmente la normativa del 1963 almeno con una
legge-ponte in attesa delle leggi di sistema sul mondo della
comunicazione multimediale.

Marco Pannella ripete (erroneamente) che il referendum è
«sull'Ordine dei Giornalisti». Il referendum, invece, è sulla
professione giornalistica regolata dalla legge n. 69/1963. Quella legge
prevede il funzionamento di tre organismi: l'Ordine come ente
organizzativo della professione; i Consigli regionali e il Consiglio
nazionale, concepiti come giudici disciplinari in caso di violazione
delle norme deontologiche. Il ruolo dei Consigli è stato ampliato dal
Codice di procedura penale che li vuole giudici delle violazioni
commesse in danno dei minori e dalla legge 31 dicembre 1996 n. 675 che
li vuole giudici delle violazioni commesse quando si divulgano i dati
personali di un cittadino.

I progetti di riforma presentati al Parlamento (Bedin-Duva al Senato e Giovine alla Camera)
chiedono che la professione giornalistica nasca in Università (e nelle
scuole riconosciute dall'Ordine) come le altre professioni
intellettuali. Anche la Fnsi è di quest'avviso. L'Università
italiana, istituendo la laurea in giornalismo con il decreto 11 aprile
1996, ha deciso di farsi carico della formazione dei futuri
giornalisti. Questo sforzo dell'Università va sostenuto, perché
rafforza una professione di «rilevanza pubblica e di interesse
sociale», che corre il rischio, con il referendum, di essere ridotta a
puro mestiere.

L'eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull'ordinamento della professione giornalistica comporterà questi rischi:

1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge. Scompariranno le figure giuridiche dei "giornalisti professionisti", dei "giornalisti praticanti" e dei "pubblicisti".
Chiunque in futuro si potrà definire e dichiarare "giornalista". Non
avranno avvenire le sei scuole di giornalismo riconosciute attualmente
dall'Ordine, dove si poteva svolgere il praticantato alternativo a
quello tradizionale espletato nelle redazioni. La Corte costituzionale
con la citata sentenza n. 38/1997 ha scritto: «.. Né può sorgere il
dubbio che, con l'eventuale esito abrogativo del referendum, possano
venir meno l'attività giornalistica professionale, la disciplina
contrattuale del rapporto di lavoro, o i canoni deontologici inerenti a
tale attività. Questi ultimi derivano, oltre che dal costume, da altre
leggi (cui del resto fa rinvio lo stesso art. 2), dalle funzioni del
Garante, dalla giurisprudenza in materia e da norme di
autoregolamentazione». La Corte ha operato una distinzione tra
titolo di giornalista riconosciuto per legge e «attività giornalistica»
non regolamentata per legge, che, per quanto riguarda l'etica, deve
affidarsi all'autoregolamentazione e anche alle funzioni di giudice del
«sistema della comunicazione multimediale» svolte dal Garante per
l'editoria e la radiodiffusione. Spetta al Parlamento decidere tra le
due vie: quella della professione regolamentata e quella della
professione affidata alle fluttuazioni del mercato.

2) Risulterà abolita l'etica professionale fissata oggi nell'articolo 2 della legge professionale ("E'
diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di
critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela
della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto
della verità sostanziale di fatti, osservati sempre i doveri imposti
dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie
che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e
editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte
delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di
esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la
cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i
lettori"). Senza etica, regnerà, nel mondo dell'informazione, la legge della giungla!!!

3) senza la legge n. 69/1963, i giornalisti (e gli editori) non saranno
«tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle
notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse». I giornalisti non potrebbero invocare il segreto professionale previsto nell'articolo 200 del Codice di procedura penale.
La libertà di cronaca verrà colpita a morte. Nessuno in futuro darà una
notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.

4) Conseguentemente verrà, inoltre, ferito e azzoppato il Contratto nazionale di lavoro giornalistico
(Cnlg) che fonda l'autonomia della professione sull'articolo 2 della
legge professionale. Dice il II comma dell'articolo 1 del Cnlg: «La
legge su «Ordinamento della professione giornalistica» del 3 febbraio
1963, n. 69 garantisce l'autonomia professionale dei giornalisti e
fissa i contenuti della loro deontologia professionale specificando che
«è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e
di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a
tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il
rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri
imposti dalla lealtà e dalla buona fede». Crollerà verticalmente anche l'autonomia dei direttori responsabili delle testate rispetto ai vertici amministrativi e societari. Dice oggi l'articolo 6 del Cnlg: «...
è competenza specifica ed esclusiva del direttore fissare ed impartire
le direttive politiche e tecnico-professionali del lavoro redazionale,
stabilire le mansioni di ogni giornalista, adottare le decisioni
necessarie per garantire l'autonomia della
testata, nei contenuti del giornale e di quanto può essere diffuso con
il medesimo, dare le disposizioni necessarie al regolare andamento del
servizio e stabilire gli orari secondo quanto disposto dal successivo
art. 7». L'autonomia oggi è l'etica fissata dalla legge professionale. Che accadrà domani? Senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da due articoli (2104 e 2105) del Codice civile che riguardano gli obblighi di diligenza e fedeltà. Dice l'articolo 2104 Cc: «(Il
prestatore di lavoro) deve inoltre osservare le disposizioni per
l'esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite dall'imprenditore
e dai collaboratori di questo dai quali gerarchicamente dipende».
Gli accordi tra editore e direttore responsabile (su linea politica,
organizzazione e sviluppo della testata) non devono, dice oggi
l'articolo 6 del Cnlg, «risultare in contrasto con le norme sull'ordinamento della professione giornalistica».
In sostanza l'editore oggi sa che ha di fronte giornalisti
professionisti vincolati per legge al rispetto di determinate regole
etiche e, quindi, non può impartire disposizioni al direttore in rotta
di collisione con quelle regole. In futuro, quando le norme sull'ordinamento della professione giornalistica non ci saranno, l'imprenditore (o chi per lui) potrà scavalcare l'impiegato-direttore e impartire direttamente disposizioni agli impiegati-redattori
sui contenuti del giornale. Avverrà quello che oggi è prefigurato dal
contratto Frt per le emittenti radiotelevisive. L'articolo 2104 Cc,
senza la barriera della legge professionale, conferisce all'editore un
potere totale che prima non aveva. Il direttore responsabile,
non più giornalista professionista, diventerà, comunque, un dirigente
dell'azienda editoriale alle dipendenze operative dell'amministratore
delegato e del suo braccio destro (il direttore editoriale).

In conclusione il Contratto dovrà essere completamente riscritto!

5) L'articolo 5 del Cnlg afferma che nei giornali quotidiani,
nei periodici e nelle agenzie di informazioni quotidiane per la stampa
è obbligatoria l'assunzione di giornalisti qualificati
professionisti a termini degli ordinamenti sulla professione
giornalistica e l'articolo 35 dice che presso le stesse testate possono
essere assunti come praticanti coloro che abbiano i requisiti richiesti
dagli ordinamenti della professione giornalistica. Le stesse regole
sono operanti nei Tg e nei radiogiornali pubblici e privati. Domani gli editori potranno assumere chiunque come direttore, caporedattore, inviato e redattore!!!...

6) Liste dei disoccupati e benefici previsti dalla legge n.
402/1996: i giornalisti, non più professionisti, se privi di lavoro, si
iscriveranno alle liste degli Uffici di collocamento. Gli elenchi non
potranno essere tenuti, come accade oggi, dalla Commissione paritetica
Fnsi-Fieg (articolo 4 del Cnlg). I benefici della legge n. 402/1996
saranno inevitabilmente estesi a tutti coloro che si dichiarano
«giornalisti» e che sono senza lavoro.

7) La Gazzetta Ufficiale del 6 ottobre 1995 ha riportato la
notizia che, con decreto interministeriale in data 24 luglio 1995, sono
stati approvati lo Statuto e il Regolamento dell'Inpgi (Istituto nazionale di previdenza ed assistenza per i giornalisti italiani «G. Amendola»), già ente pubblico trasformatosi in ente privato - Fondazione - ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 1994 n. 509.

L'articolo 2 dello Statuto dell'Inpgi afferma che «l'Istituto attua la previdenza e l'assistenza a favore degli iscritti nell'Albo dei giornalisti (elenco professionisti, ndr) e nel Registro dei praticanti tenuto dall'Ordine dei giornalisti».

Il Decreto legislativo n. 503/1992 (che detta norme sul riordino
previdenziale), all'articolo 17 punto 3, afferma testualmente: «I
dipendenti giornalisti professionisti iscritti nell'apposito Albo di
categoria e i dipendenti praticanti giornalisti iscritti nell'apposito
Registro di categoria, i cui rapporti di lavoro siano regolati dal
Contratto nazionale giornalistico, sono obbligatoriamente iscritti
presso l'Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani
"Giovanni Amendola"».

L'articolo 26 della legge n. 67/1987, che integra l'articolo 38
della legge n. 416/1981 (legge per l'editoria), afferma che l'Inpgi
gestisce in regime sostitutivo le forme di previdenza obbligatoria sia
per i giornalisti professionisti sia per i giornalisti praticanti e per
i giornalisti telecineoperatori. Che accadrà domani quando non ci saranno più i giornalisti professionisti e i giornalisti praticanti?

La legge 3.2.1963 n. 69, che organizza la professione giornalistica
con l'Ordine e l'Albo al pari di tutte le altre professioni, è il perno
anche del sistema previdenziale gestito dall'Inpgi: se cade quella
legge, cade di per sé anche l'Inpgi che oggi è una cassa privata per i
giornalisti professionisti. Senza l'Ordine e l'Albo, l'Inpgi non
avrebbe più alcuna ragione giuridica per esistere. E' concepibile
che domani degli impiegati di redazione possano mantenere il privilegio
di un ente previdenziale esclusivo? Il Decreto legislativo n. 509/1994
non disciplina soltanto l'esistenza di Casse previdenziali per
professionisti? Ha diritto di vita un ente, quando vengono meno
l'identità e la qualità professionale degli iscritti?

Prima del 1963, l'Inpgi faceva riferimento alla legge n.
384/1928, che dettava «norme per la istituzione dell'Albo professionale
dei giornalisti». La legge n. 384/1928 era il regolamento della
legge n. 2307/1925 che, all'articolo 7, prevedeva l'istituzione di un
«Ordine dei Giornalisti». In sostanza la tenuta degli Albi era stata
negata all'Ordine (che così non si era materializzato) e trasferita al
Sindacato dei giornalisti in linea con l'indirizzo previsto dalla legge
n. 563/1926 (sul riconoscimento giuridico dei sindacati di datori di
lavoro e di lavoratori intellettuali e manuali). L'Inpgi pubblico
funzionava in base alla «legge Rubinacci» (legge 20 dicembre 1951 n.
1564) e alla «legge Vigorelli» (legge 9 novembre 1955 n. 1122).

Il Decreto legislativo 10 febbraio 1996 n. 103 estende dal primo
gennaio 1996 la tutela previdenziale obbligatoria ai soggetti che
svolgono attività autonoma di libera professione senza vincolo di
subordinazione il cui esercizio è condizionato all'iscrizione in
appositi albi o elenchi. L'articolo 3 del Decreto demanda ai Consigli
nazionali degli Ordini il compito di chiedere alla Cassa della
categoria la creazione di una gestione separata previdenziale per gli
iscritti all'Albo (professionisti e pubblicisti) e al Registro
(praticanti). Il Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti ha
provveduto in tal senso il 26 marzo 1996 e il 7 maggio il Consiglio
generale dell'Inpgi ha approvato lo Statuto riguardante la gestione
separata per tutte le forme di attività giornalistica autonoma. Una
volta abrogata la legge professionale, la gestione separata dell'Inpgi
sarà a sua volta obbligatoriamente ... abrogata. I free lance
verseranno il 10 per cento all'Inps! In sostanza perché l'Inpgi
continui a vivere c'è sempre bisogno di un «qualcuno» che dica chi è
giornalista professionista e chi è praticante.

8) cadrebbe l'articolo 7 della legge n. 801/1977 che vieta ai
Servizi segreti italiani di avvalersi di giornalisti professionisti
nelle attività di istituto.

9) una volta abrogata per referendum la legge n. 69/1963, non
tornerebbero in vigore le leggi n. 384/1928 e n. 302/1944 sull'Albo
professionale dei giornalisti.