Professioni, la riforma guadagna il primo sì

Fissati i principi fondamentali  Stato/Regioni dopo la sentenza n. 353/2003 della Corte costituzionale

Professioni, la riforma guadagna il primo sì 

Le Regioni devono rispettare le competenze legislative esclusive
statali che vengono individuate nelle seguenti riserve: regole sugli
esami di Stato, titoli e requisiti compreso la formazione professionale
universitaria e il tirocinio per l’accesso alle professioni; la
disciplina per l’individuazione delle figure professionali
intellettuali; le norme sul riconoscimento e l’equipollenza dei titoli
per l’accesso alle professioni conseguiti negli Stati membri dell’UE o
negli altri Stati; la disciplina della concorrenza compreso quella
relativa alle deroghe derivanti dal diritto comunitario per tutelare
interessi pubblici costituzionalmente garantiti; la disciplina delle
attività professionali attinenti l’ordine pubblico e la sicurezza e
l’amministrazione della giustizia; le norme sui dati personali trattati
nell’esercizio dell’attività professionale. 

Roma, 12 maggio 2004. Primo sì al decreto legislativo che
disciplina l’attività legislativa concorrente e fissa i principi
fondamentali per le Regioni in materia di professioni. Il Consiglio dei
Ministri di venerdì 8 maggio 2004 ha approvato un decreto legislativo
in attuazione della legge “La Loggia” n. 131/2003 volto a definire i
confini delle competenze sulle professioni. Viene così fatta una
ricognizione dei principi fondamentali alla luce della legislazione
vigente e della giurisprudenza: libertà professionale, divieto di
discriminazione, tutela della concorrenza, rispetto degli standard di
preparazione professionale, rispetto dei requisiti di accesso alle
professioni, equiparazione dell’attività professionale all’attività
d’impresa ai fini dell’applicazione delle norme sulla concorrenza,
rispetto dell’affidamento della clientela, degli interessi pubblici e
dell’ampliamento dell’offerta dei servizi. Inoltre le Regioni devono
rispettare le competenze legislative esclusive statali che vengono
individuate nelle seguenti riserve: regole sugli esami di Stato, titoli
e requisiti compreso la formazione professionale universitaria e il
tirocinio per l’accesso alle professioni; la disciplina per
l’individuazione delle figure professionali intellettuali; le norme sul
riconoscimento e l’equipollenza dei titoli per l’accesso alle
professioni conseguiti negli Stati membri dell’UE o negli altri Stati;
la disciplina della concorrenza compreso quella relativa alle deroghe
derivanti dal diritto comunitario per tutelare interessi pubblici
costituzionalmente garantiti; la disciplina delle attività
professionali attinenti l’ordine pubblico e la sicurezza e
l’amministrazione della giustizia; le norme sui dati personali trattati
nell’esercizio dell’attività professionale. Il provvedimento è
assoggettato ad una particolare procedura che prevede una doppia
sottoposizione al parere della Conferenza Stato-Regioni e delle
Commissioni parlamentari.   

SCHEMA DI DECRETO LEGISLATIVO RECANTE ATTUAZIONE DELL’ARTICOLO 1 DELLA LEGGE 5 GIUGNO 2003, N.131 IN MATERIA DI PROFESSIONI

Il Presidente della Repubblica,

visti gli articoli 76, 87, 117 della Costituzione;
vista la legge
5 gennaio 2003, n. 131, recante disposizioni per l’ordinamento della
Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3;
vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del ;
acquisito
il parere preliminare della Conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano;
acquisito
il parere preliminare delle competenti Commissioni parlamentari, ed, in
particolare, anche quello della Commissione parlamentare per le
questioni regionali;
acquisito il parere definitivo della Conferenza
permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province
autonome di Trento e di Bolzano;
acquisito il parere definitivo della Commissione parlamentare per le questioni regionali;
vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del ;
sulla
proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro per
gli affari regionali di concerto con i Ministri della giustizia, delle
politiche comunitarie, dell’istruzione, dell’università e della
ricerca, delle attività produttive, della salute, per i beni e le
attività culturali,

emana il seguente decreto legislativo:

Capo I. Disposizioni generali

Art. 1 Ambito d’applicazione
Il presente decreto
legislativo individua i principi fondamentali che si desumono dalle
leggi vigenti in materia di professioni regolamentate, di cui
all’articolo 117, terzo comma, della Costituzione, secondo i principi
ed i criteri direttivi di cui all’art. 1, commi 4 e 6 della legge 5
giugno 2003, n. 131.
Nell’esercizio della competenza legislativa in
materia di professioni, le Regioni sono tenute al rispetto della
Costituzione, dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e
dagli obblighi internazionali, nonché dei principi fondamentali di cui
al capo secondo.
Il presente decreto legislativo riguarda le professioni già individuate dalle leggi statali vigenti.

  Capo II. Principi fondamentali

Art. 2. Libertà professionale
L’esercizio
della professione è tutelato in tutte le sue forme e applicazioni,
purché non contrarie a norme imperative, all’ordine pubblico ed al buon
costume. Le Regioni non possono adottare provvedimenti che ostacolino
l’esercizio della professione.
E’ vietata qualsiasi discriminazione
di professioni o di esercenti le stesse, che sia motivata da ragioni
sessuali, razziali, religiose, politiche o da ogni altra condizione
personale o sociale.
Non costituiscono comunque discriminazione
quelle differenze di trattamento che siano giustificate oggettivamente
da finalità legittime perseguite attraverso mezzi appropriati e
necessari.

  Art. 3. Tutela della concorrenza e del mercato
L’attività
professionale è equiparata all’attività d’impresa ai fini della
concorrenza di cui agli articoli 81, 82 e 86 (ex artt. 85, 86 e 90) del
Trattato CE, salvo quanto previsto dalla normativa in materia di
professioni intellettuali.

Art. 4. Formazione professionale
Il rilascio di titoli
relativi all’esercizio di attività professionali anche fuori dei limiti
territoriali regionali deve avvenire nel rispetto dei livelli standard
di preparazione professionale stabiliti dalle leggi statali.

Art. 5. Accesso alle professioni
Le attività che
richiedono una specifica preparazione a garanzia di finalità la cui
tutela compete allo Stato devono rispettare i requisiti
tecnico-professionali ed i titoli professionali definiti dalla legge
statale.

Art. 6. Regolazione delle attività professionali
La
regolazione delle attività professionali s’ispira ai principi della
tutela della buona fede, dell’affidamento del pubblico e della
clientela, degli interessi pubblici e dell’ampliamento e della
specializzazione dell’offerta dei servizi, nel rispetto dei principi
deontologici.

  Capo III. Individuazione delle disposizioni di competenza legislativa esclusiva statale

Art. 7. Discipline di competenza legislativa esclusiva statale
Ai sensi dell’art.1, comma 5, della legge 5 giugno 2003, n.131, restano di competenza legislativa esclusiva dello Stato:

a. la disciplina dell’esame di Stato per l’abilitazione
all’esercizio delle professioni intellettuali ai sensi dell’articolo 33
della Costituzione, nonché dei titoli e dei requisiti, compresi la
formazione professionale universitaria ed il tirocinio, richiesti per
accedervi;
b. la disciplina concernente l’individuazione delle figure professionali intellettuali e relativi ordinamenti didattici;
c.
la disciplina del riconoscimento e dell’equipollenza dei titoli
necessari ai fini dell’accesso alle professioni conseguiti negli Stati
membri dell’Unione europea o negli altri Stati;
d. la
disciplina della tutela della concorrenza ivi compresa quella delle
deroghe consentite dal diritto comunitario a tutela di interessi
pubblici costituzionalmente garantiti e comunque per ragioni imperative
di interesse generale; della riserva di attività professionale non
intellettuale, delle tariffe e dei corrispettivi professionali, della
pubblicità professionale, nonché del concorso per notai;
e. la disciplina dell’ordinamento e dell’organizzazione amministrativa degli ordini e dei collegi nazionali;
f.
la disciplina delle attività professionali attinenti l’ordine pubblico
e la sicurezza e l’amministrazione della giustizia, ad esclusione della
polizia locale;
g. la disciplina di protezione dei dati personali trattati nell’esercizio dell’attività professionale;
h.
la disciplina dei rapporti regolati dal codice civile e dalle altre
leggi speciali integranti l’ordinamento civile della Repubblica; sono
riservate allo Stato, in particolare, la disciplina del contratto,
dell’impresa e del rapporto di lavoro, delle società e delle
associazioni professionali, della responsabilità dei professionisti;
i. la disciplina sanzionatoria concernente l’esercizio delle professioni intellettuali;
la
determinazione dei livelli essenziali, minimi ed uniformi, delle
prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale;
j.
la disciplina dell’iscrizione obbligatoria ad albi, collegi, registri,
ruoli o elenchi con validità su tutto il territorio dello Stato a
tutela dell’affidamento del pubblico e degli utenti;
l. la disciplina sull’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali;
m.
la disciplina dell’organizzazione amministrativa e delle competenze
degli ordini e collegi delle professioni intellettuali che sono
regolati, ai sensi dell’articolo 2229 del codice civile, dalla
normativa vigente.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito
nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica
italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e farlo
osservare.

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Tabloid n. 1/2004 - La sentenza (n. 353, depositata il 12
dicembre 2003) della Corte costituzionale chiarisce i confini del nuovo
Titolo V della Costituzione

“Professioni, decide solo lo Stato”.
(Giornalisti vicini alla laurea)

di Franco Abruzzo
Le Regioni non possono istituire nuove
professioni. Questo è l’assunto centrale della sentenza n. 353
(depositata il 12 dicembre 2003) della Corte costituzionale, che ha
abrogato (in quanto “illegittima”) una legge piemontese
istitutiva di figure sanitarie. La sentenza chiarisce l’ambito delle
competenze concorrenti tra Stato e Regioni e afferma che la materia
delle professioni, con i relativi profili ed ordinamenti didattici, appartiene soltanto allo Stato.  La Consulta scrive: “…non
pare quindi dubbio che, anche oggi, la potestà legislativa regionale in
materia di professioni sanitarie debba rispettare il principio, già
vigente nella legislazione statale, secondo cui l’individuazione delle
figure professionali, con i relativi profili ed ordinamenti didattici,
debba essere riservata allo Stato….la legge della Regione Piemonte n.
25 del 2002 …. viene soprattutto ad incidere su aspetti essenziali
della disciplina degli operatori sanitari senza appunto rispettare, in
violazione dell’art. 117, terzo comma della Costituzione, il principio
fondamentale che riserva allo Stato la individuazione e definizione
delle varie figure professionali  sanitarie”.

Il principio affermato dalla Consulta non è nuovo. Nella sentenza n. 38/1997, la Corte aveva, infatti, affermato che “rientra
nella discrezionalità del legislatore ordinario determinare le
professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna
l'istituzione di ordini o collegi e la necessaria iscrizione in
appositi albi o elenchi ( art. 2229 cod. civ.)”. L’importanza  della nuova pronuncia è tutta nelle date: la sentenza del 12 dicembre 2003 è  la prima dopo la riforma (legge costituzionale. 18 ottobre 2001 n. 3) del Titolo V, che al terzo comma dell’articolo 117 afferma: “Nelle
materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà
legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali,
riservata alla legislazione dello Stato”. Una sentenza della Corte costituzionale (la n. 271 del 22 luglio 1996), in tema di principi fondamentali, afferma che “nella
materia di competenza concorrente, i principi fondamentali risultanti
dalla legislazione statale esistente, assolvono alla funzione  loro
propria, che è quella di unificare  il sistema delle autonomie ai
livelli più alti, solo quando hanno il carattere di stabilità e
univocità”. La sentenza n. 353/2003 ribadisce sul punto che “i
relativi principi fondamentali, non essendone stati, fino ad ora,
formulati dei nuovi, sono pertanto da considerare quelli, secondo la
giurisprudenza di questa Corte (cfr. sentenze n. 201 del 2003 e n. 282
del 2002), risultanti dalla legislazione statale già in vigore”.

L’assetto attuale delle professioni. Il Dlgs n. 300/1999
affida al Ministero della Giustizia la vigilanza sugli Ordini
professionali e al Ministero dell’Istruzione/Università la “missione”
di formare i nuovi professionisti. Il comma 18 dell’articolo 1 della
legge n. 4/1999  conferisce al ministero dell’Istruzione/Università, di
concerto con quello della Giustizia, il compito di “integrare e
modificare” con regolamento gli attuali ordinamenti sull’accesso alla
professioni e di raccordarli con le lauree triennali e con le lauree
specialistiche biennali. Il regolamento (Dpr n. 328/2001)  disciplina
la maggioranza delle professioni intellettuali (dottore agronomo e
dottore forestale, agrotecnico, architetto, assistente sociale,
attuario, biologo, chimico, geologo, geometra, ingegnere, perito
agrario, perito industriale, psicologo) e trascura quelle dei
giornalisti, degli statistici e dei consulenti del lavoro. Con parere 7
maggio 2002 n. 2228 il  Consiglio di Stato ha scritto che  "non
sussistono motivi ostativi alla riforma dell'ordinamento professionale
dei giornalisti, come previsto dall'articolo 1 (comma 18) della legge
n. 4/1999".

L’Ordine di Milano pronto a disapplicare la normativa italiana
sull’accesso a favore di quella comunitaria che prevede il possesso di
una laurea minima triennale. Dopo la riforma del Titolo V
della Costituzione, si è ritenuto (erroneamente) che lo Stato avesse
perso i suoi poteri regolamentari e che non potesse, quindi, riscrivere
il Dpr n. 328/2001, allargandolo ai giornalisti, agli statistici e ai
consulenti del lavoro. Si può affermare, con Vincenzo  Caianiello, che “tutto
ciò che attiene allo status del professionista e delle libere
professioni è riconducibile all’articolo 33 della Costituzione, il
quale parla di esame di Stato” (Vincenzo  Caianiello,
”L’inserimento delle professioni nel titolo V della Costituzione” in
Atti del Convegno nazionale “Quale federalismo per le professioni” del
18 marzo 2002 in Codroipo-Ud).

Il Ministero dell’Istruzione-Università nell’ottobre scorso ha
rimeditato la questione del collegamento tra laurea universitaria,
praticantato giornalistico ed esame di Stato. Il Ministro Letizia
Moratti ha dato disco verde alle modifiche del Dpr n. 328/2001,
istituendo una commissione ad hoc guidata dal sottosegretario
di Stato Maria Grazia Siliquini. Conseguentemente il Consiglio
dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha bloccato una delibera
con la quale lo stesso Consiglio, quale autorità amministrativa,
avrebbe disapplicato (in forza delle sentenze  n. causa 103/1988
della Corte di Giustizia Ce 22 luglio 1989 e n. 389/1989 della Corte
costituzionale) l’articolo 33 (commi 4, 5, 6  e 7) della legge n. 69/1963, affermando la prevalenza (in base alla sentenza n. 389/1989 della Corte costituzionale) sulla norma interna della Direttiva n. 89/48/CEE. Questa direttiva, in base alla sentenza della quarta sezione della Corte di Giustizia europea nella causa C- 285/00, si applica “alle
professioni regolamentate, cioè a quelle per le  quali l’accesso o
l’esercizio sono subordinati, direttamente o indirettamente, mediante
disposizioni legislative, regolamentari o amministrative,  al possesso
di un diploma universitario della durata minima di tre anni”.

Sono mutati i requisiti culturali per l’esercizio di una professione nell’ambito dei Paesi Ue e,
quindi, i giornalisti professionisti italiani non possono essere
discriminati rispetto agli altri professionisti italiani e a quelli
europei sotto il profilo della preparazione universitaria minima di tre
anni, principio al quale devono attenersi anche alcune professioni un
tempo  collegate a un diploma di scuola media superiore (geometri,
ragionieri, periti agrari e periti industriali).

Con l’iniziativa del ministro Moratti e del sottosegretario
Siliquini, è prevedibile che nel giro di 4-6 mesi l’accesso al
praticantato giornalistico e all’esame di Stato sia vincolato
esclusivamente al possesso di una laurea (qualsiasi) conseguita al
termine di un percorso minimo di tre anni. La pratica (di durata
biennale) potrà essere svolta  nelle redazioni (di quotidiani,
periodici, agenzie di stampa, telegiornali, radiogiornali, testate
web); nelle scuole di giornalismo, nei master universitari e nei corsi
di laurea in giornalismo (riconosciuti dall’Ordine). La modifica del
Dpr n. 328/2001 presuppone una prima approvazione del testo da parte
del Consiglio dei Ministro, l’acquisizione successiva di tre pareri
(tra i quali quello del Consiglio di Stato) e, quindi, una seconda
approvazione da parte del Consiglio dei Ministri. Segue la
pubblicazione del Dpr nella Gazzetta Ufficiale. Un Dpr, che, comunque,
fotografa una situazione esistente:  già oggi 8 praticanti su 10 sono
laureati.

 *-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*  SENTENZA N. 353 - ANNO 2003

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:
- Riccardo CHIEPPA Presidente
- Valerio ONIDA Giudice
- Carlo MEZZANOTTE "
- Fernanda CONTRI "
- Guido NEPPI MODONA "
- Piero Alberto CAPOTOSTI "
- Annibale MARINI "
- Franco BILE "
- Giovanni Maria FLICK "
- Francesco AMIRANTE "
- Ugo DE SIERVO "
- Romano VACCARELLA "
- Paolo MADDALENA "
- Alfio FINOCCHIARO "

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale della legge della Regione
Piemonte 24 ottobre 2002, n. 25 (Regolamentazione delle pratiche
terapeutiche e delle discipline non convenzionali), promosso con
ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, notificato il 30
dicembre 2002, depositato in Cancelleria il 9 gennaio 2003 ed iscritto
al n. 2 del registro ricorsi 2003.

Visto l’atto di costituzione della Regione Piemonte;
udito nell’udienza pubblica del 14 ottobre 2003 il Giudice relatore Piero Alberto Capotosti;
uditi
l’avvocato dello Stato Sergio Laporta per il Presidente del Consiglio
dei ministri e l’avvocato Enrico Romanelli per la Regione Piemonte.

Ritenuto in fatto

1. — Il Presidente del Consiglio dei ministri, con ricorso
notificato il 30 dicembre 2002, depositato il 9 gennaio 2003, ha
sollevato questione di legittimità costituzionale della legge della
Regione Piemonte 24 ottobre 2002, n. 25 (Regolamentazione delle
pratiche terapeutiche e delle discipline non convenzionali), in
riferimento all’art. 117, primo e terzo comma, della Costituzione.

2. — Il ricorrente premette che la legge regionale impugnata reca la
regolamentazione delle pratiche terapeutiche e delle discipline non
convenzionali -quali la "agopuntura", la "fitoterapia", la "omeopatia",
la "omotossicologia" e le altre pratiche omologhe indicate nell'art. 2,
comma 1- che espressamente riconosce, al dichiarato scopo di favorire
la libertà di scelta del paziente, nell'ottica del pluralismo
scientifico.
La difesa erariale, anche nella memoria depositata in
prossimità dell’udienza pubblica, sostiene che le norme impugnate,
poiché attengono all’esercizio di professioni sanitarie secondo metodi
e mezzi non convenzionali, sarebbero riconducibili alla competenza
legislativa di tipo concorrente, nel cui esercizio la Regione, ex art.
117 Cost., deve osservare sia i vincoli derivanti dall'ordinamento
comunitario (primo comma), sia i principi fondamentali stabiliti dalle
leggi dello Stato (terzo comma) che, nella specie, risulterebbero
entrambi violati.
Secondo il ricorrente, sarebbe anzitutto
illegittimo il riconoscimento "regionale" di professioni aventi ad
oggetto l'esercizio di pratiche terapeutiche "non convenzionali" non
ancora istituite dalle norme statali, alle quali è riservata la
formulazione dei principi generali nella materia. Infatti, la regione
non potrebbe emanare norme aventi ad oggetto la disciplina, attraverso
l'istituzione d'un registro, o albo, e la regolamentazione dei
requisiti per la relativa iscrizione, di figure di operatori
professionali non ancora individuate dal legislatore statale. L'art. 6,
comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 e l'art. 1,
comma 2, della legge 26 febbraio 1999, n. 42, hanno infatti riservato
allo Stato l’individuazione delle figure professionali in oggetto
–quindi, degli operatori di pratiche terapeutiche "non convenzionali"-
e hanno enunciato nella materia della "sanità" un principio
fondamentale, da ritenersi vigente anche successivamente alla
novellazione del Titolo V della Costituzione realizzata dalla legge
costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3.
La legge impugnata si porrebbe
altresì in contrasto con i "vincoli derivanti dall'ordinamento
comunitario" in materia di diritto di stabilimento e di libera
prestazione di servizi. Le direttive comunitarie aventi ad oggetto la
libera circolazione dei professionisti riguardano infatti anche il
riconoscimento dei titoli di abilitazione conseguiti in uno Stato
membro ai fini dell'esercizio della attività professionale in un altro
Stato, tenuto a garantirne l’osservanza su tutto il proprio territorio.
Senonché, la legge impugnata, da un canto, determina l’operatività del
principio derivante dalle norme comunitarie in riferimento alle nuove
figure professionali, dall’altro, inevitabilmente limita ad una parte
del territorio nazionale l’esercizio del diritto alla libera
circolazione, realizzando in tal modo una discriminazione "tra
cittadini residenti e cittadini provenienti da un altro Stato membro".

  3. — Nel giudizio si è costituita la Regione Piemonte, chiedendo che la questione sia dichiarata infondata.
Secondo
la resistente, sarebbe notorio che sono ampiamente diffuse le cc.dd.
"terapie non convenzionali", praticate in Europa da un numero sempre
più ampio di pazienti, al punto che il Parlamento europeo, nel 1997 ha
approvato una risoluzione con la quale affermava la necessità di
tutelare la libertà degli utenti nella scelta delle terapie, garantendo
allo stesso tempo la sicurezza e la correttezza dell’informazione in
ordine alla loro innocuità. Anche in Italia, benché la materia non sia
stata disciplinata, è stata prevista una aliquota IVA ridotta per i
medicinali omeopatici ed il d.P.C.m. 29 novembre 2001, recante
direttive in ordine ai livelli essenziali di assistenza, fa riferimento
alle medicine non convenzionali; la Federazione nazionale dell’Ordine
dei medici, in un documento del 18 maggio 2002, ha inoltre identificato
nove discipline che riconduce alla pratica professionale medica
(agopuntura; fitoterapia; medicina tradizionale cinese; ayurveda;
osteopatia e chiropratica), mentre alcune Regioni hanno anche inserito
nei piani sanitari regionali la realizzazione di programmi di
sperimentazione estesi alle medicine non convenzionali, ricondotte nel
novero delle prestazioni erogabili dal servizio sanitario nazionale.
La
legge impugnata mirerebbe a garantire chiarezza e trasparenza di queste
attività, tutte concretamente e legalmente già esercitate, anche allo
scopo di assicurare una corretta informazione. La realizzazione di
questa finalità sarebbe garantita dall’istituzione di una Commissione
alla quale sono stati attribuiti compiti di informazione, studio e
verifica del possesso dei requisiti da parte di coloro che chiedono di
essere iscritti nel registro regionale degli operatori di pratiche
terapeutiche e di discipline non convenzionali.
Secondo la Regione,
le norme impugnate non istituirebbero affatto un albo professionale, ma
disciplinerebbero "uno strumento assolutamente non vincolante per gli
esercenti le professioni considerate", che non sostituisce, né elimina
e neppure limita i titoli di abilitazione professionale e lo
svolgimento dell’attività, secondo le norme vigenti.

4. — All’udienza pubblica le parti hanno insistito per l’accoglimento delle conclusioni rassegnate nelle difese scritte.

Considerato in diritto

1. — Il giudizio in via principale, promosso dal Presidente del
Consiglio dei ministri con il ricorso in epigrafe nei confronti della
Regione Piemonte, ha ad oggetto la legge regionale 24 ottobre 2002, n.
25 (Regolamentazione delle pratiche terapeutiche e delle discipline non
convenzionali) in riferimento all’art. 117, primo e terzo comma, della
Costituzione.

Secondo la ricorrente Avvocatura erariale, il riconoscimento
"regionale" di professioni aventi ad oggetto l’esercizio di pratiche
terapeutiche "non convenzionali", non ancora previste ed istituite
dalle norme statali, eccederebbe la competenza della Regione, così
come violerebbe i limiti della competenza regionale previsti dall’art.
117, terzo comma, della Costituzione, dal momento che sarebbe riservata
alla legislazione dello Stato la formulazione dei principi fondamentali
attinenti all’individuazione, nell’ambito della materia "sanità", delle
figure professionali di operatori di pratiche terapeutiche "non
convenzionali". Sarebbero inoltre, secondo l’Avvocatura
generale dello Stato, violati anche i "vincoli derivanti
dall’ordinamento comunitario" in tema di libera circolazione dei
professionisti e di riconoscimento dei titoli di abilitazione
conseguiti in uno Stato membro, poiché le direttive comunitarie in
materia non consentirebbero che l’istituzione di nuove figure
professionali non sia garantita in tutto il territorio statale,
realizzandosi altrimenti "trattamenti discriminatori tra cittadini
residenti e cittadini provenienti da un altro Stato membro".

  2. — La questione è fondata.

La legge impugnata 24 ottobre 2002, n. 25, della Regione Piemonte
regolamenta le "pratiche terapeutiche e le discipline non
convenzionali", prevedendo, tra l’altro, l’istituzione "nell’ottica del
pluralismo scientifico e della libertà di scelta da parte del paziente"
di un registro per le pratiche terapeutiche e per le discipline non
convenzionali (art. 1), nonché la costituzione di una Commissione
permanente presso l’Assessorato regionale alla sanità (art. 3), con
compiti, in particolare, di definizione dei requisiti minimi per il
riconoscimento degli istituti deputati alla formazione degli operatori,
di verifica del possesso, a seguito del superamento di apposita prova
teorico-pratica, dei requisiti occorrenti alla iscrizione in un
apposito registro regionale (art. 4), ed altresì di verifica, nel
periodo transitorio, di idoneità degli operatori, già esercenti sul
territorio regionale tali pratiche non convenzionali, ai fini
dell’iscrizione in tale registro (art. 7).

I contenuti precipui della legge, che si focalizzano sui requisiti
dei nuovi operatori, in correlazione con le argomentazioni prospettate
nel ricorso inducono a ritenere che l’oggetto della questione di
legittimità costituzionale in esame vada ricondotto essenzialmente alla
materia delle professioni sanitarie. A questo proposito, segnalando che
già il r.d. 27 luglio 1934, n. 1265, assoggettava a vigilanza statale,
tra l’altro, l’esercizio delle professioni sanitarie e delle "arti
ausiliarie delle professioni sanitarie", stabilendo l’obbligo del
conseguimento del rispettivo titolo di abilitazione professionale, va
ricordato che dopo l’entrata in vigore della Costituzione la disciplina
delle funzioni relative all’esercizio delle professioni sanitarie e
delle relative professioni ed arti ausiliarie è stata riservata, ai
sensi dell’art. 117, nell’ambito della materia "assistenza sanitaria",
alla competenza statale, anziché a quella regionale (cfr. sentenza
n. 82 del 1997), da una serie di atti legislativi, tra cui: il d. P.R.
14 gennaio 1972, n. 4, il d. P.R. 24 luglio 1977, n. 616, la legge 23
dicembre 1978, n. 833, il d. lgs. 31 marzo 1998, n. 112.

In particolare, il d. lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, all’art. 6,
comma 3, riservando alla competenza statale il relativo potere, ha
disposto che le figure professionali da formare ed i connessi profili,
nonché i rispettivi ordinamenti didattici fossero definiti da apposite
disposizioni, secondo un principio che è stato poi confermato dall’art.
124, comma 1, lettera b), del citato d. lgs. n. 112 del 1998, nonché
dall’art. 1, comma 2, della legge 26 febbraio 1999, n. 42, il quale ha
stabilito che "il campo proprio di attività e di responsabilità delle
professioni sanitarie" è determinabile in base alle specifiche norme
istitutive dei relativi profili professionali e degli ordinamenti
didattici dei rispettivi corsi di diploma universitario. Infine, la
legge 10 agosto 2000, n. 251, ha incluso le diverse figure
professionali sanitarie, di cui al citato art. 6, comma 3, del d. lgs.
n. 502 del 1992, e successive modificazioni, in distinte fattispecie
qualificatorie.

A seguito dell’entrata in vigore del nuovo Titolo V della
Costituzione, la disciplina de qua è da ricondurre, come già detto,
nell’ambito della competenza concorrente in materia di "professioni",
di cui all’art. 117, terzo comma, della Costituzione. I relativi
principi fondamentali, non essendone stati, fino ad ora, formulati dei
nuovi, sono pertanto da considerare quelli, secondo la giurisprudenza
di questa Corte (cfr. sentenze n. 201 del 2003 e n. 282 del 2002),
risultanti dalla legislazione statale già in vigore.

Non pare quindi dubbio che, anche oggi, la potestà legislativa
regionale in materia di professioni sanitarie debba rispettare il
principio, già vigente nella legislazione statale, secondo cui
l’individuazione delle figure professionali, con i relativi profili ed ordinamenti didattici,
debba essere riservata allo Stato. Né si può dire che trattandosi di
nuove pratiche terapeutiche e di discipline non convenzionali quel
principio non trovi applicazione, ed infatti la legge della Regione
Piemonte n. 25 del 2002 – istituendo, tra l’altro, un registro dedicato
sia agli operatori medici sia a quelli non medici, prevedendo percorsi
formativi di durata pluriennale, nonché il rilascio di titoli
professionali- viene soprattutto ad incidere su aspetti essenziali
della disciplina degli operatori sanitari senza appunto rispettare, in
violazione dell’art. 117, terzo comma della Costituzione, il principio
fondamentale che riserva allo Stato la individuazione e definizione
delle varie figure professionali sanitarie.

Sotto questo profilo è pertanto costituzionalmente illegittima
l’impugnata legge della Regione Piemonte 24 ottobre 2002, n. 25,
restando assorbiti gli ulteriori profili di censura.

 PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione
Piemonte 24 ottobre 2002, n. 25 (Regolamentazione delle pratiche
terapeutiche e delle discipline non convenzionali).

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 27 novembre 2003.

  Riccardo CHIEPPA, Presidente
Piero Alberto CAPOTOSTI, Redattore

Depositata in Cancelleria il 12 dicembre 2003.