Agcom: sanzioni a Mediaset e Rai. Il duopolio soffoca il mercato e rende difficile il pluralismo

Roma, 8 marzo 2005. L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha comminato a Rai, Rti e Pubblitalia 80 una
sanzione pari al 2% del fatturato nel settore pubblicitario realizzato
nell'esercizio 2003. L'Autorità ha infatti accertato che le società
interessate al richiamo a loro indirizzato a fine giugno 2003, dopo
averne accertato lo sforamento dei tetti previsti dalla legge Maccanico
nella raccolta pubblicitaria nel triennio 1998-2000, è stato
completamente ignorato. La stessa legge Maccanico prevedeva appunto una
multa compresa tra il 2% e il 5% del fatturato. La multa a carico della
Rai si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di euro (nella decisione è
stato scorporato il canone) mentre quella a Mediaset (di cui Rti è una
controllata) sarebbe intorno a 45 milioni di euro (40 per Rti e 5 per
Pubblitalia). La Rai ricorrerà contro quelle che definisce «sanzioni
infondate e ingiuste». Anche Mediaset ritiene «inaudita e priva di
alcun fondamento giuridico la decisione dell'Autority» e annuncia
«immediato ricorso al Tar, sicura che nessuna multa dovrà mai essere
pagata».
L’Agcom il 3 marzo aveva reso note le conclusioni delle sue indagini.
Una quota del 73.8% del ricavi del settore tv e una concentrazione
dello share intorno al 90%: così Rai e Rti (Mediaset) hanno 'ingessato'
il mercato nel 2003. Sul fronte della raccolta pubblicitaria, sempre
nel 2003 Publitalia, la concessionaria del gruppo del Biscione, ha
rastrellato il 62.7%. E' da questo quadro che è partita l'Autorità per
le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) per varare - con la delibera
con cui ha chiuso l'accertamento sulle eventuali posizioni dominanti
nel mercato tv del 2004 alla luce della legge Gasparri - una serie di
misure destinate ad evitare che le posizioni di vantaggio dei due
colossi tv si trasferiscano anche nel nuovo mercato del digitale
terrestre. Come emittenti, la Rai nel 2003 ha occupato il 39,5% del
mercato (in calo dal 41.8% del 2002), Rti (Mediaset) il 34,3% (a fronte
del 34% dell'anno precedente). Sul fronte degli ascolti, Rai ha
rastrellato il 44.9%, Rti il 43.9%: una "concentrazione", secondo
l'Autorità, che fornisce, con particolare riferimento al mercato della
raccolta pubblicitaria, un vantaggio competitivo durevole che può
essere replicato nelle offerte su reti digitali terrestri, con rischi
di restrizione della concorrenza in orizzonte di medio periodo", nonché
di "una riduzione del pluralismo effettivo nel panorama del sistema
televisivo".
La distribuzione delle risorse pubblicitarie premia in
particolare Mediaset, con il 62.7% di Publitalia, dato rispetto al
quale non "appare in grado di effettuare una adeguata pressione
competitiva" il 27.7% di Sipra (la concessionaria Rai). Per di più,
rileva l'Autorità, l'analisi del trend evidenzia che Publitalia ha
mantenuto stabile la sua quota nel biennio 2001-2002 (passando dal
61.6% al 61.2%) ed è cresciuta nel 2003 (appunto al 62.7%), mentre
Sipra è calata nel 2003 di 2 punti rispetto all'anno precedente
(29.7%). La stabilità della quota di mercato, ricorda l'organismo di
garanzia, "é considerata come un ulteriore indice di dominanza".
Inoltre
la Rai, in quanto concessionaria del servizio pubblico, ha limiti di
affollamento pubblicitario più stringenti: e così "un investitore
intenzionato ad acquistare spazi pubblicitari durante programmi con un
elevato livello di share, una volta che Rai avrà saturato i suoi spazi,
potrà rivolgersi esclusivamente a Publitalia". La società, dunque,
sottolinea ancora l'Authority, "si trova nella condizione di un
significativo potere di mercato, così come definito dal nuovo quadro
comunitario, avendo la possibilità di attuare comportamenti
indipendenti dai concorrenti e dai clienti". "Posizioni di così forte
concentrazione di risorse sia in termini di infrastrutture, che di
risorse economiche e di audience" quali quelle che possono vantare Rai
e Rti, individuano dunque per l'Authority "un duopolio simmetrico nel
mercato televisivo da ritenersi mantenimento di posizione lesiva del
pluralismo". (ANSA).