I nostri lutti Florido Borzicchi, il cronista di Nino Nutrizio che amava essere sempre primo

di Michelangelo Bellinetti Per sei anni è rimasto inchiodato in una
condizione offensiva per la sua storia e per il suo carattere. Soltanto
l’amore della famiglia gli ha garantito l’esistenza. Poi, la crisi.
Quella definitiva. E così Florido Borzicchi se n’è andato. Aveva 69
anni. Borzicchi era uno dei ragazzi di Nino Nutrizio.
Alla cronaca de <La Notte>, nella grande sala del terzo piano di
piazza Duca d’Aosta 8, aveva imparato il mestiere. La sua assunzione era stato il bottino di una
sfida vinta. Nino Nutrizio aveva raccontato in un articolo che era
diventato giornalista perché al grande Colombo era piaciuta la lettera
con cui s’era proposto come praticante. Borzicchi, presa carta e penna,
inviò a Nino Nutrizio una missiva in cui gli diceva press’a poco così:
Vediamo se si comporterà con me come il grande Colombo si comportò con
lei. Qualche giorno dopo arrivò ad Umbertide la risposta: Vi aspetto. E
così Borzicchi, accompagnato dal padre, approdò a Milano. La città era un cantiere di idee e di promesse.
Si scavava la metropolitana e si alzava il Pirellone. Intorno si
costruiva e si abitava. Dentro si respirava lavoro, cultura, moda,
teatro, Europa. Le ragazze di via Montenapoleone portavano il kilt con
lo spillone, i mocassini di Gucci ed il foulard di Hermes. I
maschietti, giacche blu sfiancate, camicie con il collo alto di Truzzi,
scarpe inglesi e cravatte reggimentali. Il <Rigoli bar>, cantato
da Van Wood, aveva chiuso. Ma era stato aperto, quasi davanti alla casa
di Carlo Porta, il <Mario Bar>, talmente esclusivo che se un
avventore occasionale s’azzardava ad entrare domandava scusa e se ne
andava. Poco più in là, prendeva quota il <Baretto> di via
Sant’Andrea. Laggiù, oltre Matteotti, sotto i portici di San Babila,
dominava il <Gin Rosa>. A San Siro l’Intra’s Club stava
diventando il Derby. Per i cronisti il pane non mancava. I fatti si
susseguivano a ritmo sudamericano. La nera regnava. Dopo quelli di via
Osoppo, la mala s’era industrializzata. Ma in via Fatebenefratelli non
dormivano. Nardone aveva fatto scuola. Su, alla Mobile, c’erano Jovine
e i marescialli Aquila e Oscuri. Lutring spadroneggiava spavaldo.
Rapinava ma non sparava. Sua moglie Elsa faceva le notti in un locale
vicino alla Centrale. In cronaca a <La Notte> non c’era requie.
Quando squillava il diretto, era Carlo Baronj dalla sala stampa di via
Fatebenefratelli che dava l’allarme. E allora, fuori. Sull’Appia terza
serie color cappuccino chiaro con Bruno l’autista, partivano il
fotografo Perucci e il cronista di turno lanciato da Ugo Pettenghi. Borzicchi sgomitava. Gli piaceva andare sul fatto.
Gli piaceva scrivere. Gli piaceva essere il primo. Il confronto non si
giocava soltanto con i giornali concorrenti ma pure con i colleghi
compagni di banco. Imparò presto Borzicchi perché amò presto il
mestiere. Imparò da Cianetti, da Ravasio, da Zoppelli, da Marcello: i
colleghi che erano entrati prima di lui e che a loro volta avevano
imparato da Rizzi, da Damerini, da Panin, da Gerosa, da Boselli. Cosa
si imparava? Capire la notizia, raccogliere i particolari del fatto,
controllarli, ritornare in cronaca con le fotografie dei protagonisti.
Ma Borzicchi imparò presto anche a scrivere. Aveva uno stile
impressionistico, fatto di pennellate rapide, essenziali. I periodi
poggiavano su frasi brevi, senza incidentali. Nelle pause si tuffava
nei libri e nei giornali. Leggeva. In quel tempo amava Guareschi,
Lilli, Montanelli e poi Cavallari, Di Bella. Imparava rubando, come si
sa, da quelli più bravi. E così Borzicchi divenne uno dei cronisti
milanesi più temuti dai colleghi. Ci sapeva fare, ma sapeva anche
conquistare le simpatie con la naturalezza del comportamento, con la
spontaneità della battuta segnata dall’accento umbro un po’ tronco, che
ricordava la cadenza di Alberto Talegalli. Alla guida della Spitfire rossa scorazzava per
Milano con la padronanza di uno che sa, che conosce la città in ogni
piega e in ogni strada. Seguì i grandi fatti che colpirono Milano:
dalla rapina di via Montenapoleone alle sparatorie della banda
Cavallero. Seguì i grandi fatti che segnarono il Paese: il biondino
della spyder, il caso Lavorini, i disastri, gli scandali, i processi.
Nutrizio lo stimava e gli voleva bene. Forse vedeva se stesso giovane
con le medesime speranze, con le stesse passioni. Poi, quando Vincenzo Maddaloni lasciò <Famiglia
Cristiana>, il giornale dei Paolini offrì a Borzicchi il contratto
di inviato. Gli si aprì allora una nuova stagione. Borzicchi incominciò
a seguire i grandi fatti internazionali: il Libano, il VietNam, i
Balcani, le inchieste in giro per l’Europa. Affinò lo stile, acquisì
moduli espositivi più personali, più caratteristici. Poi, un giorno,
per la rubrica dedicata ai personaggi emergenti, la sorte gli
fece incontrare Attilio Monti, il petroliere diventato editore. Quando
uscì l’intervista, Borzicchi ricevette una telefonata da Monti:
<L’attendo qui alla Sarom, in via General Fara>. In breve:
Borzicchi lasciò <Famiglia Cristiana> e passò al gruppo Monti,
che teneva <La Nazione> e <il Resto del Carlino>. E fu
nuova vita. Lavorare per un quotidiano significò quasi ritornare alle
origini ma, questa volta, con i galloni di capitano. Grandi rèportages,
grandi servizi, grandi pericoli in giro per il mondo: le guerre del
Kippur, la Cecoslovacchia, il Golfo. I suoi articoli sempre puntuali,
sempre carichi di notizie, sempre documentati. Lo stile si era fatto
più asciutto, ancora più essenziale. L’armatura, comunque, restava
sempre quella del cronista. E così per molti anni. Poi, nel 2000,
l’uscita dal giornale e di conseguenza il cambio di vita: basta
partenze improvvise, basta viaggi spericolati, basta guerre, basta
rischi. La tranquillità, finalmente. E la dolcezza della casa di
Bologna, i figli ormai grandi, la serenità della moglie. Ma non smise
di scrivere. Scrisse un paio di libri, l’ultimo dedicato a Ferruccio
Lamborghini, <L’uomo che inventò la Miura>. Poi la beffa. Battuto
da un furgoncino, cadde dalla bicicletta e battè il capo sul
marciapiede. Sei anni di immobilità e di smarrimento. Infine, la notte
tra il 7 e l8 maggio il cronista cessava di vivere.