L’oblio di un centenario
I Comuni di Milano e di Missaglia,
la Provincia di Lecco
e la Regione Lombardia
hanno dimenticato
Ernesto Teodoro Moneta,
Premio Nobel per la Pace nel 1907
e grande giornalista (direttore
del Secolo dal 1867 al 1896).
L’Ordine
dei Giornalisti della Lombardia dedicherà, con un saggio di Enzo Magrì,
il numero di aprile-maggio di “Tabloid” al grande giornalista,
direttore per 30 anni del “Secolo” (1867/1896).
di Fabrizio De Marinis comparso (n. 7/8 del 2003) sul mensile
“Tabloid”, organo dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.
Carta delle Nazioni Unite: è giusta la guerra combattuta dai popoli
oppressi o dalle Nazioni occupate dall’esercito di un altro Stato.
fondarono l’Italia moderna. A loro la Patria deve tutto. Ne furono
protagonisti e animatori e per quegli ideali risorgimentali spesero
gran parte della loro vita. Le loro polemiche erano guerresche, i loro
dispacci dai diversi fronti delle guerre d’indipendenza puntuali
resoconti della morte di un Secolo. E quando non bastava la penna, come
per Felice Cavallotti, c’era la spada da brandire alla prima occasione.
E’ stato così per Ernesto Teodoro Moneta, garibaldino arruolato nei
Cacciatori delle Alpi, esperto militare, ufficiale di Stato Maggiore
del generale Giuseppe Sirtori, al cui fianco seguì tutte le guerre
d’indipendenza, dal 1848 al 1866, direttore del più prestigioso
giornale italiano dell’Ottocento e dei primi del Novecento, il milanese
Il Secolo dell’editore Edoardo Sonzogno, punto di riferimento di
tutto quel vasto movimento di pensiero democratico e socialista
fortemente coinvolto nei processi unitari e le grandi riforme sociali,
che diresse per trent’anni dal 1867 al 1896. Liberale, massone, amico
di Garibaldi, dei grandi socialisti italiani come Filippo Turati e Anna
Kuliscioff, di Tolstoj, Vilfredo Pareto, De Marchi, De Amicis, Scipione
Borghese, con i qual intratteneva intese corrispondenze, fondò il
quotidiano italiano moderno, schierandosi fermamente contro ogni guerra
e trasformandosi in un profeta di pace nel mondo tanto da meritare nel 1907, il Premio Nobel per la Pace. Ha
anticipato, con la sua opera pacifista, la Carta delle Nazioni Unite: è
giusta la guerra combattuta dai popoli oppressi o dalle Nazioni
occupate dall’esercito di un altro Stato.
internazionale, caustico e feroce difensore delle grandi libertà di
pensiero, combattente oltre ogni misura, un Montanelli all’ennesima
potenza dalla personalità complessa e composta che dalle colonne del
suo battagliero giornale condusse la sua sempre più convinta battaglia
pacifista, impegnandosi per il prevalere della ragione sulla violenza,
per la composizione pacifica delle vertenze internazionali, per la
causa dell’arbitrato e schierandosi fermamente contro ogni avventura
bellica di aggressione, come la campagna coloniale in Eritrea,
culminata con la tragedia di Adua nel 1886. Fu insomma tra i fondatori
dei principi che generarono la Società delle Nazioni e la dichiarazione
internazionale dei diritti dell’Uomo e il prestigioso premio che
ricevette insieme al francese Renault ne fu il riconoscimento. Una
somma cospicua per quel tempo, 96 mila lire, equivalenti a circa mezzo
milione di euro di oggi che egli destinò interamente all’Unione Lombarda per la pace e l’arbitrato, poi trasformatasi in Società per la pace, rappresentanza in Italia della Società internazionale per la pace, da
lui fondata nel 1887, insieme con Francesco Viganò, un mazziniano di
antica data che aveva preso parte nel 1833 alla spedizione di Savoia, e
di Angelo Mazzoleni, un altro garibaldino che aveva combattuto con lui
a Milazzo, San Fermo ed al Volturno. L’Unione Lombarda, nella
quale Teodoro Moneta aveva fatto confluire anche la gratificazione che
Edoardo Sonzogno gli aveva assegnata, al compiersi del ventennio di
direzione del Secolo, promosse anche il primo Congresso italiano per la Pace di fondazione del movimento che ricevette il battesimo nella sede dell’Associazione della Stampa di
Roma sotto la presidenza di Ruggero Bonghi e con la presenza anche di
un rappresentante del Governo, l’allora ministro Seismit-Doda, acceso
liberale-repubblicano. Vi parteciparono oltre novanta delegazioni e
ventuno comitati e società per la pace e altrettanti comitati operai.
intellettuale dello spessore di Dumas padre, Moneta aveva una sua
visione della vita, del giornalismo e della guerra e non mancò di
grandi contraddizioni, come quella che lo vide interventista, tra
dolorose e feroci polemiche con gli ambienti pacifisti anche
internazionali, nel grande conflitto del 1914 dove sostenne la
necessità dell’ingresso in guerra dell’Italia, fedele alla sua rigorosa
coerenza patriottica e nella convinzione che esso avrebbe contribuito
ad un nuovo ordine in Europa. Ma il direttore del Secolo fu
singolare anche nelle risposte da dare a chi lo insultava
pubblicamente. Nel corso della sua battaglia in favore della pace e del
rispetto della vita umana, si schierò a favore dell’abolizione del
duello e per tale motivo fu accusato di pusillanimità da Cleto Arrighi,
pseudonimo dello scrittore Carlo Righetti. La sua replica non si fece
attendere: mandò i padrini a chi lo aveva offeso, si battè a duello,
risolvendo il tutto, da garibaldino combattente, con un fendente di
sciabola al primo sangue.
- spiega Morris Lorenzo Ghezzi, docente di Sociologia del Diritto
all’Università Statale di Milano, presidente del centro di ricerca Cirm
e per molti anni vicepresidente della Fondazione Moneta – una
missione di educazione morale e sociale e per le generazioni del suo
tempo, egli fu veramente un educatore, condannando apertamente il
malcostume e le storture della società, incoraggiando il bene,
l’onestà, lo spirito di solidarietà, esaltando le affermazioni dello
spirito e dell’ingegno. Fu un apostolo dell’universalismo e umanesimo
liberomuratorio che gettò le fondamenta della modernità e che come
nella Rivoluzione francese e in quella americana anche in Italia
diresse le fila delle guerre e dei movimenti che portarono all’Unità
d’Italia ed alla nascita della democrazia nel nostro paese. Moneta fu
una figura di grandissimo rilievo mondiale, purtroppo quasi censurata
nella memoria del nostro paese, e un convintissimo assertore dei
principi della Massoneria Universale alla quale si rifacevano anche
Garibaldi e Cavour, che gettò le basi per una nuova visione del diritto
internazionale autonomo dalle nazioni. Appartenne a quella composita
schiera di intellettuali che con la penna e la sciabola fondarono
l’Italia moderna, democratica, socialista, attraverso una rivoluzione
compiuta che fu l’Unità del paese. Una figura dalla religiosità laica e
teosofica vincente, che da guerriero si convertì ai principi kantiani
sulla pace universale e ne divenne un apostolo fino al Premio Nobel”.
Cinque Giornate a Milano, chiuse a tretatrè anni la sua carriera
militare al seguito di Garibaldi e di Giuseppe Sirtori, dopo aver
combattuto tutte le guerre d’indipendenza. Esperienze, queste, che lo
segnarono profondamente nell’animo portandolo per sempre a schierarsi
contro la barbarie bellica verso la quale rivolgeva fermamente le sue
polemiche. In un articolo apparso su Vita Internazionale del 20 giugno 1904, da lui fondato dopo aver lasciato la direzione del Secolo ed essersi dedicato alla causa pacifista egli spiega le motivazioni delle sue posizioni contro l’irredentismo: “ Poiché tra gli irredentisti – scriveva - vi
sono quelli che la guerra videro e combatterono valorosamente quando
l’Italia politica non esisteva e bisognava crearla, non ricordano più
lo spettacolo orribile di un campo di battaglia, i petti squarciati, i
crani aperti, le membra rotte, i contorcimenti, gli spasimi, i gemiti,
le lunghe strazianti agonie dei feriti? Quelle vite spezzate anzi
tempo, quei gemiti e quegli strazii significavano per ogni soldato
rimasto illeso, la protesta del diritto di ogni uomo alla vita contro
la inumanità della guerra”
“ La guerra non risolve quasi mai interamente i problemi per i quali
viene intrapresa e ne suscita altri che fomentano nuove contese. Non ci
sono problemi, che non si possano risolvere per via di accordi regolati
e garantiti da leggi e da istituzioni internazionali. Si deve tutti
lavorare allo scopo di bandire per sempre la guerra dal mondo civile e
stabilire, quale principio riconosciuto da tutte le Nazioni, che le
controversie ed i conflitti debbono essere sempre risolti con forme
giuridiche”.
combattivo come lo era stato al fianco di Garibaldi e gettò le basi del
quotidiano moderno italiano innovando tecniche e modi di scrittura. “Il Secolo esce il mattino del 5 maggio – scrive Paolo Murialdi nel suo libro Storia del Giornalismo italiano – Costa
5 centesimi a Milano e ha quattro pagine suddivise in cinque colonne.
Graficamente non si discosta dagli altri quotidiani. Nella
presentazione promette ai lettori di essere più ricco e più tempestivo
degli altri nell’informazione: “de mezzi che saranno in poter
nostro nessuno, a qualunque costo, sarà omesso perché la nuova
pubblicazione misuri l’altezza del momento, combini con lo spirito del
pubblico e valga a tenerlo al corrente degli avvenimenti che sono per
svolgersi tra così grande aspettazione”. Gli “avvenimenti che sono per svolgersi”
è uno solo, ma grosso. E’ la Terza guerra d’indipendenza, verso il
quale, il quotidiano di Sonzogno esprime un caloroso incitamento, col
pensiero rivolto a Venezia, “ la poveretta che ha tanto aspettato e tanto patito”.
Il Secolo segue gli avvenimenti della guerra con una cura e una
precisione maggiori di quella usata dagli altri quotidiani nei quali
sovente i resoconti sono raffazzonati con dispacci d’agenzia e notizie
riprese da altri giornali”.
molti suoi amici ed egli stesso ne è partecipe e riesce quindi ad
ottenere informazioni di prima mano ed a coprire ogni azione con la
massima accuratezza e profondità. Questo attira lettori. “Inventa” la
cronaca cittadina fino ad allora quasi inesistente e l’affida ad un
avvocato, Carlo Romussi (succederà nel 1896 a Moneta nella direzione
del giornale), “il quale non solo corre dietro ai fatti e ai fatterelli – continua Murialdi - ma
da anche voce ai protagonisti e alla povera gente. C’è poi il notevole
spazio dato agli articoli e alle rubriche di varietà e al romanzo a
puntate, due al giorno, copiando la ricetta che i più diffusi
quotidiani parigini avevano dato durante il dominio di Napoleone III.
L’invenzione della cronaca cittadina attive e concorrenziale funziona.
Il metodo voluto da Moneta e adottato da Romussi e poi praticato più
largamnte da Francesco Giarelli nel giornale di Felice Cavallotti La
Ragione, è elementare. Andare tutti i giorni di persona, o mandare dei
collaboratori-reporter, in municipio, negli uffici di polizia, in
tribunale, all’ospedale; e frequentare con le orecchie aperte i teatri
e altri luoghi pubblici”.
Sonzogno crea la figura dell’amministratore in capo nella persona di
Enrico Reggiani)sinonimo della tempestività del giornale su tutti i
fronti, promuove rubriche come Echi del Mondo, Cronaca dalle città italiane, Agricoltura, Meteorologia, chiama
a scrivere competenti, soprattutto agronomi, economisti e storici dei
trasporti e dei porti per tenere il pubblico degli affari ben informato
sui flussi di merci. Non manca la Nota satirica del giorno,
mentre il combattivo direttore sprona i capi del governo, entra in
furibonde polemiche e battaglie di principio in difesa dei grandi
valori di libertà ed eguaglianza, potenzia le cronache internazionali
con corrispondenti da tutte le capitali non solo europee. Le firme del
giornale aumentano: Virginio Gauda scrive da Mosca, da Parigi Luigi
Campolonghi e Enrica Grasso, seguono Raffaele Garinei tra i primi
inviati, Eugenio Rignano, Aldo Sorani, Giuseppe Macaggi, Enrico Lelli,
Adolfo Smita, Arnaldo Agnelli e come inviati di guerra dal fronte Rino
Alessi ed Enrica Grasso. Per colpire i milanesi vengono messi in
vetrina i primi telegrammi diretti al Secolo, con i dispacci di
guerra e i servizi particolari dalle capitali europee, la formula di
politica popolare, cronaca e verità messa a punto da Sonzogno e Moneta
funziona, dalle 6.000 copie iniziali il Secolo raggiunge con
una certa rapidità le 10.000 e poi sale costantemente. Nel 1876, quando
se ne riparlerà perché in quell’anno nasce il Corriere della Sera, la
tiratura del giornale di Moneta supera le 30.000 copie. Inizierà da
allora una storica lotta tra le due testate che ai primi del Novecento
arriveranno a tirare oltre centomila copie. Sarà solo nel 1904, però,
che la storica contesa ha termine, quando il direttore del Corriere della Sera Albertini, dati alla mano, intimerà a Romussi, direttore del Secolo, di togliere dai manifesti e dalle locandine la dicitura “ il più diffuso quotidiano italiano”. Dopo
un inseguimento durato quasi trent’anni, il sorpasso era avvenuto, il
giornalismo italiano avrebbe avuto un nuovo capofila ancora oggi
testimone epocale. Moneta morirà nel febbraio del 1918, garibaldino
combattente figura tra l’Utopia di Tommaso Moro, o la Città del Sole
del nostro Campanella. A lui la Patria deve molto ed è ignominioso che
la sua memoria, le sue carte e la sua biblioteca vengano disperse, come
denunciava tempo fa anche il Corriere della Sera e non abbiamo ancora un loro Pantheon.
un dossier sulle Cinque Giornate. Le carte del Nobel sono in un caveau
di una banca e in parte sono state vendute all’asta da Christie’s,
recuperate in extremis dal Museo del Risorgimento di Milano.
L’Associazione Società per la Pace, un tempo Fondazione Teodoro Moneta,
ne cura ancora la memoria.
finché lo scempio e la vergogna dura, non veder non sentir m’è gran
ventura. Tu che passi di qui non mi destar de’ parla basso”.
Avrebbe voluto questo epitaffio michelangiolesco sulla sua tomba il
garibaldino Ernesto Teodoro Moneta, grande innovatore del giornalismo
mondiale, non che premio Nobel per la Pace. E il motivo è nello scempio
che è stato fatto del suo archivio e della sua memoria. Solo a
ricordare la figura di questo grande italiano al quale la Patria deve
molto, c’è un busto nascosto in un angolo dei Giardini Pubblici di
Milano in Piazza Cavour, dove un piccolo Pantheon invaso dalle ortiche,
ricorda altri letterati ed eroi garibaldini. Il busto fu posto lì nel
1924 da alcuni suoi amici e discepoli, poi rimosso dal Fascismo e lì
ricomposto dopo la guerra.
suo antico concorrente, al quale nel 1904 soffiò lo scettro della
moderna informazione italiana e il posto di primo giornale del Paese.
Si denunciava così lo scandalo dell’archivio Moneta, finito tra polvere
e nidi di piccioni in una soffitta di una villa di Missaglia in
Brianza, nessuno sa perché. Una dettagliatissima cronaca delle Cinque
Giornate di Milano, nonché una corrispondenza quasi del tutto inedita
con Garibaldi, Mazzini, Felice Cavallotti, Filippo Turati, Vilfredo
Pareto, Tolstoj, De Marchi, Lombroso, De Amicis, Scipione Borghese, il
carteggio tra Nino Bixio e Garibaldi, la documentazione dettagliata
sulla spedizione in Sicilia. Più vari articoli comparsi su La Vita Internazionale, la rivista fondata da Moneta dopo la direzione de Il Secolo,
sulla quale scriveva anche Tolstoj. Il prezioso tesoro di carta fu
salvato da un fotografo di Missaglia, Pietro Redaelli, da un professore
di lettere del liceo Ballerini di Seregno, Domenico Flavio Ronzoni e
dall’editore Bellavite sempre di Missaglia, che fondarono anche
un’associazione amici di Moneta, oggi dissolta. Non senza polemiche
l’archivio è finito in un caveau di una banca milanese, lì custodito
dall’ultimo erede dell’eroe, Vittorio Moneta Caglio. Una parte cospicua
di lettere, tra cui alcune di Tolstoj, non si sa come, era stata
battuta in asta da Christie’s qualche anno fa, ed intervenne allora, il
Comune di Milano, acquistando il tutto per il Museo del Risorgimento. “Attualmente la situazione è particolarmente ingarbugliata - spiega
Roberto Guerri, direttore delle raccolte storiche del Comune di Milano
e quindi anche direttore del Museo del Risorgimento - è un peccato
che tutto questo materiale sulla storia del nostro paese non sia
consultabile. In extremis siamo riusciti a salvare le lettere e i
documenti in asta da Christie’s, che altrimenti sarebbero andate
disperse. Abbiamo anche chiesto l’intervento della Soprintendenza dei
Beni Archivistici della Lombardia, perché notifichi l’inalienabilità di
un tale patrimonio agli eredi e alle parti in causa. E’ deplorevole che
una tale mole documentale sulla storia d’Italia non si sa che fine
faccia”.
la Provincia di Lecco, il Comune di Milano con il Museo del
Risorgimento e la Regione Lombardia. “ Il busto di Moneta andrebbe messo di fronte a Palazzo Marino, è un Nobel per la Pace non dimentichiamolo - dice Walter Galbusera, segretario regionale della Uil Lombardia, attuale presidente dell’Associazione Società per la Pace, che ha raccolto l’archivio di ciò che restadell’Unione Lombarda per la pace e l’arbitrato, poi trasformatasi in Società per la pace, rappresentanza in Italia della Società internazionale per la pace, fondata da Moneta nel 1887 – Custodiamo
un’altra piccola parte di archivio che andrebbe ricongiunta a quanto è
stato trovato a Missaglia, probabilmente nel Museo del Risorgimento.
Noi da parte nostra abbiamo recentemente promosso un convegno
internazionale con l’Università di Pavia sulla figura di Moneta, ma è
increscioso quanto poco si faccia per un uomo di tale valore storico”. ( fdm).
Moneta, giornalista, patriota risorgimentale, dalla direzione de “Il
Secolo di Milano” al Premio Nobel per la pace (1867-1907) - Relatore
prof. Francesco Abruzzo; correlatore prof Giorgio Grossi – Università
degli Studi di Milano Bicocca (Facoltà di Sociologia) - A.a. 2004/2005.
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