Aveva novant'anni, compiuti l'11 marzo scorso E' morto Afeltra, scrittore e giornalista


Aveva novant'anni, compiuti l'11 marzo scorso
E' morto Afeltra, scrittore e giornalista

Già
vicedirettore del Corriere della Sera e attualmente consigliere del
gruppo Rcs Quotidiani, fu a capo del quotidiano Il Giorno

MILANO - E' morto a Milano Gaetano Afeltra,
storica firma del Corriere della Sera. Aveva novant'anni, compiuti l'11
marzo scorso. Attualmente ricopriva l'incarico di consigliere del
gruppo Rcs Quotidiani e scriveva per le pagine di cultura. Era nato ad
Amalfi nel 1915, scrittore, memorialista e giornalista. Arrivò a Milano
negli anni '40 e dopo una breve esperienza a L'Ambrosiano, fu chiamato
al Corriere nel 1942, dove successivamente ricoprì le cariche di
redattore, redattore capo e vicedirettore.
La notte del 25 luglio
1943 Afeltra era di turno: a lui toccò chiudere il Corriere del giorno
in cui Mussolini fu destituito dal Gran Consiglio del Fascismo; come
toccò a lui chiudere il quotidiano dell'8 settembre 1943, listato a
lutto e con una sola parola per titolo: «Armistizio». L'8 settembre
1943 fu il suo ultimo giorno di permanenza al quotidiano di via
Solferino, che lasciò per partecipare alla resistenza.
Tornato a
Milano nel '45, fu al timone del Corriere Lombardo, di Milano sera e,
successivamente, responsabile del Corriere d'Informazione. È stato per
quasi un decennio vicedirettore del Corriere della Sera, affiancando i
direttori Guglielmo Emanuel e Mario Missiroli. Dal 1972 al 1980 è stato
direttore de Il Giorno. Infine è tornato al Corriere, suo primo amore,
con il quale ha collaborato fino agli ultimi giorni.
Afeltra ha
scritto libri come «Corriere primo amore» (Bompiani, 1984), «Missiroli
e i suoi tempi» (Bompiani, 1985), «Famosi a modo loro» (Rizzoli, 1988),
«Desiderare la donna d'altri» (Bompiani, 1986), «Com'era bello nascere
nel lettone» (Rizzoli, 1991). Il suo ultimo libro è «Milano amore mio»,
pubblicato da Rizzoli alla fine del 2000. Tra le sue opere anche
«Positano darà la luce al mondo», scritto a quattro mani con Dino
Buzzati, e «Spaghetti all'acqua di mare. Sapori di un'infanzia
meridionale». Nel 2000 Afeltra aveva ricevuto il Premio internazionale
Ischia alla carriera.
«Gaetano è stato in primo luogo un amico,
poi un maestro, e un grande interprete di giornalismo - con queste
parole lo ricorda Ferruccio De Bortoli, direttore del Sole 24 Ore ed ex
direttore del Corriere -. Ricordo che fu lui, con il Corriere
d'Informazione, a scoprire da grande cronista quale era le potenzialità
del giornalismo popolare. De Bortoli si è soffermato sul «suo grande
orgoglio di sentirsi interprete di Milano, pur non rinnegando mai le
sue radici amalfitane». «Scompare un grande campano, un grande
giornalista, un grande italiano - ha detto il viceministro per i Beni e
le attività culturali Antonio Martusciello -. Seppe inserirsi in una
Milano europea con l'intelligenza e la vivacità di un meridionale che
ha sempre saputo onorare le proprie origini, con rispetto e gratitudine
verso la città che gli ha dato successo e notorietà nel giornalismo».
(www.corriere.it - 09 ottobre 2005)
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Mago della 'cucina' del quotidiano prima che grande firma
salì tutti gli scalini del Corriere, sino a quello di vicedirettore

Morto Afeltra, 'milanese di Amalfi'
una vita da giornalista gentiluomo

MILANO
- Gaetano Afeltra, una delle firme più prestigiose del giornalismo
italiano, è morto oggi all'età di 90 anni. Afeltra, che scriveva per le
pagine della cultura del Corriere della Sera e ricopriva anche la
carica di consigliere del gruppo Rcs Quotidiani, arrivò a Milano negli
anni '40 e dopo una breve esperienza a 'L'Ambrosiano', fu chiamato al
'Corriere' nel 1942, dove ricoprì le cariche di redattore capo e
vicedirettore.
Gaetano Afeltra, 'Gaetanino' per gli amici, era
nato ad Amalfi l'11 marzo 1915, penultimo di nove fratelli. Figlio del
segretario comunale della città marinara, ha vissuto la passione del
giornalismo fin da giovanissimo sulle orme del fratello Cesare, di 13
anni più vecchio.
Gaetano arrivò a Milano la notte del 25
settembre 1934: il fratello andò a prenderlo alla stazione e passando
per via Solferino si fermò davanti al Corriere della Sera, mostrandogli
la finestra della stanza dove aveva lavorato fin quando ne era stato
allontanato come antifascista. Cesare ormai era impiegato all'Ente Risi
(morì poi nel 1940) e lì andò anche Gaetano, a scrivere indirizzi sulle
buste. Ma la passionaccia per i giornali non si affievoliva e il
fratello, che per la propria amara esperienza inutilmente aveva tentato
di dissuaderlo, decise allora di insegnargli il mestiere: comprava due
o tre giornali e gli faceva rifare titoli e articoli, in una sorta di
virtuale routine redazionale. Ma gli faceva anche frequentare i nomi
celebri della letteratura e del giornalismo, come Monelli, Quasimodo,
Zavattini, Carrieri, Bergeret.
Arrivarono le piccole
collaborazioni e la prima grande occasione all'Ambrosiano, un giornale
della sera dove Afeltra firmava con lo pseudonimo di Omicron.
Finalmente, era la fine del 1942, il direttore del Corriere, Aldo
Borelli, lo notò e lo chiamò.
Afeltra ha raccontato il suo
esordio, una domenica, come 'impaginatore': il redattore capo si era
dimenticato di lasciargli i titoli preparati per i testi e così dovette
arrangiarsi, dando fondo alla fantasia che aveva sperimentato
all'Ambrosiano. Poi tutta la notte restò sveglio per l'agitazione ma il
giorno dopo ebbe la soddisfazione di un immediato aumento-premio sullo
stipendio.
La sua carriera giornalistica era davvero iniziata.
Venne il 25 luglio 1943 e fu proprio il giovane redattore l'uomo-chiave
del giornale. Dopo l'8 settembre Afeltra, come Montanelli e altri del
Corriere, dovette nascondersi e tenne i contatti tra i capi della
Resistenza e il mondo del giornalismo. Tornò in via Solferino il 25
aprile 1945 e fu tra quelli che dal balcone festeggiò la liberazione di
Milano e del suo quotidiano.
La fase di transizione lo vide
ragazzo-direttore nell'alba della democrazia italiana. A lui fu anche
affidata la nascita di Milano Sera, una nuova testata del pomeriggio
che durò fino all'affermarsi della repubblica, facendo poi rifluire
tutte le 'firme' in via Solferino. In quegli anni si è formato il mito
di Afeltra gran facitore di giornali, scopritore di talenti, abilissimo
nei titoli, maestro di 'cucina', tormentatore di inviati.
Al
Corriere della Sera ha percorso tutti i gradini, fino al penultimo,
quello di vicedirettore. Direttore è stato ma non del 'suo' quotidiano
di via Solferino. Dal 1972 al 198O, negli anni bui del terrorismo, ha
diretto infatti il Giorno. Poi ha ripreso a collaborare con il Corriere
e di nuovo con Il Giorno.
La sua abitudine di storpiare i nomi e
di indulgere sull' accento da 'milanese di Amalfi' tante volte è stata
oggetto di battute. C'era chi diceva che Afeltra i suoi fondi li
'gesticolava' e qualcun altro li 'traduceva' e li batteva a macchina.
Era vero comunque che scriveva ma soprattutto sapeva far scrivere gli
altri, influenzandoli con forte personalità, grande intuito, enfasi e
suggestioni. Resta mitica la frase 'faciteme nu piezz' cazzuto'
illustrata con meridionale gestualità. Precursore del
giornalismo-spettacolo, mago di redazione prima che grande firma, di
questo suo essere eminenza grigia si è compiaciuto. E ha iniziato a
scrivere in proprio quando ha smesso di far scrivere gli altri. Ne sono
usciti libri importanti per capire la storia del giornalismo (come
'Corriere primo amore' del 1984 e 'Missiroli e i suoi tempi' del 1985)
ma anche racconti 'succulenti' sulla sua terra. Afeltra, che non ha mai
avuto la patente e non ha mai imparato a nuotare e ad andare in
bicicletta, prese la prima volta l'aereo per recarsi al funerale di
Moro che stimava molto.
Come molti giornalisti della sua
generazione, sposati soprattutto con la redazione e abituati a tirar
tardi in tipografia, Afeltra ha vissuto il suo mestiere in modo
totalizzante. Sposato, ha avuto una figlia, Maddalena, ma quel suo
essere legato visceralmente al giornale lo ha portato a vivere fuori
casa, in albergo. Da dove, senza disturbare i familiari, poteva
continuare a pensare alle pagine, chiamando anche in piena notte
corrispondenti e inviati. E' rimasta famosa una sua telefonata negli
anni ruggenti dell'Informazione, quando con aria amabilissima ordinò a
un collega: "Dormi pure due ore, riposati bene e alle cinque dettami un
bel pezzo".
(Ansa, 9 ottobre 2005)
Un articolo di Afeltra sulla notte dell’8 settembre 1943 al Corriere
In via Solferino suonò l’allarme:
«Radio Algeri ha dato l’annuncio»

Prima pagina del Corriere del 9 settembre '43 in formato jpg (2 MB)
La
giornata che doveva culminare con l’annuncio dell’armistizio era stata
agitata, snervante. All’improvviso, verso le dieci, dieci e mezzo,
l’ufficio intercettazioni fece suonare il campanello d’allarme. Era un
segnale convenuto per le notizie importanti. Il Corriere aveva
installato una stazione radioricevente, potentissima, che oltre a
intercettare dispacci era in ascolto ininterrotto delle principali
emittenti. Il «Servizio intercettazioni» aveva captato da radio Algeri
la notizia che fonti qualificate davano per certo l’annuncio in
giornata dell’armistizio. I redattori ebbero un balzo. Mottola avvisò
il direttore. Non potevamo svelare la fonte dell’informazione: dovevamo
solo stare zitti e aspettare gli eventi. Da Roma nessuna notizia.
Quel
giorno Janni aspettava Mario Borsa per offrirgli la direzione de La
Lettura, il mensile che era stato diretto da Giacosa, Borelli, Radius,
Simoni, Sacchi. L’incontro fu cordiale, affettuoso. Borsa era stato il
nostro candidato, Janni fu una scelta dei Crespi. Riaccompagnai Borsa
in corso di Porta Nuova, e mi fermai da lui una mezz’ora. Tornai al
giornale. In redazione c’era un grande silenzio, molti posti vuoti.
Chiesi a Francavilla: «Ci sono novità?». Convinto che ne fossi al
corrente, rispose: «Nessuna, dopo la comunicazione dell’armistizio».
Mi
sentii il cuore in gola. Non sapevo nulla, ma non volevo farmene
accorgere, né dire della mia assenza in un momento così drammatico
della vita del giornale. Tutto era accaduto mentre ero fuori. Volevo
darmi un contegno, ma sudavo. Per fortuna alle 18 e 30 radio Algeri,
sede del quartiere generale alleato, diramò l’annuncio ufficiale. Mi
sentii immediatamente liberato dalle mie paure e finalmente alla pari
con altri colleghi.
Cominciava una brutta sera. Anche tra noi, in
redazione o nei corridoi, non riuscivamo a tradurre in parole
l’emozione. Il direttore mi fece chiamare e diede il via per l’edizione
straordinaria. Feci listare il giornale a lutto, con una striscia nera
molto vistosa, esattamente come quella dei manifesti che si usa ancora
affiggere in alcuni paesi per annunciare il decesso di un congiunto.
Nella mia intenzione voleva significare l’annuncio di morte di una
certa Italia. Come titolo a tutta pagina in caratteri corpo 90, solo la
parola «Armistizio». Seguiva, sulle prime tre colonne, il comunicato di
Badoglio. La tipografia del Corriere si è sempre distinta per la sua
frenetica operosità: quella sera sembrava elettrizzata. Dieci, dodici
intorno alla pagina, come un' équipe chirurgica al tavolo operatorio. A
un certo punto Croce, il proto, mi chiese: «Afeltra, e il commento?».
«Già», pensai, «un commento ci vuole». Non volevo disturbare il vecchio
Janni che doveva preparare il suo articolo. Non c'era altra via che
seguire quell'istinto giornalistico che sorge spontaneo nell'atmosfera
eccitata della tipografia e che spesso aiuta a risolvere i casi più
imprevisti. Presi la matita e scrissi: «Quattro novembre, otto
settembre: due date, due ricordi. Una gloria, una vergogna». Nello
scrivere quelle righe, agì forse in me il ricordo dell'infanzia
amalfitana, quando la celebrazione del giorno della vittoria era
considerata una festa.
In prefettura il giornale fu censurato.
Forse la striscia nera, del resto non insolita, forse il commento
troppo crudo. Me ne tornai avvilito e in un certo senso bocciato.
Attraversando la città, vidi ovunque volti angosciati e commossi.
Arrivato al giornale, andai a riferire al direttore e a scusarmi. Janni
mi disse: «Lei non ha affatto esagerato. Anch'io listerò a lutto il
giornale».
Il giorno dopo il Corriere pubblicava il messaggio di Badoglio incorniciato da due liste nere.
Gaetano Afeltra