Filippo Sacchi, “uomo e cittadino”

MEMORIA/Tabloid n. 5/2005

 Corrispondente, scrittore, critico cinematografico

Filippo Sacchi, “uomo e cittadino”

 Un esempio di impegno civile e onestà intellettuale.

Una brillante carriera al «Corriere della Sera» spezzata per
l’avversione al fascismo - Il ripiego sul cinema con la scoperta di un
nuovo talento - Commentatore politico alla «Stampa» nel dopoguerra e
ancora «maestro» della critica cinematografica

 

di Renata Broggini

 «Uomo e cittadino», titolo della rivista di storia e civica
curata da Filippo Sacchi negli anni dell’esilio svizzero nel 1943-45, è
in sintesi il programma di una vita di impegno civile nel difendere la
libertà di pensiero e di azione: una costante nel lungo operare del
giornalista. Anche il suo esilio è la conseguenza di scelte politiche
nette in un periodo, quello del regime fascista, di compromessi sempre
più diffusi e di «consensi» interessati. Sacchi appartiene infatti, ha
scritto Tullio Kezich, alla generazione che ha subìto «il purgatorio
del ventennio»: nel suo caso, però, la robusta base culturale e gli
ideali lo orientano e sostengono nelle prese di posizione, sempre
indipendenti.

Nato a Vicenza il 6 aprile 1887 da una famiglia
lombardo-piemontese - il padre è commerciante, fornitore di foraggio
all’esercito -, compiuti gli studi ginnasiali dai padri Somaschi a Novi
Ligure, frequenta il liceo classico di Vicenza, in un periodo felice
dell’«Atene del Veneto», dove vive Antonio Fogazzaro, autore del
romanzo di atmosfere risorgimentali Piccolo mondo antico, che diventa punto di riferimento per giovani come Sacchi:

 Sono entrato per la prima volta in casa Fogazzaro, presentato da
Giovanni Malvezzi, nell’anno che precedette all’uscita del Santo,
dunque fra il 1904 e il 1905. Il mio primo ricordo è perciò quello di
un Fogazzaro ancor cinquantenne, attivo e felice. Fogazzaro era un
ospite incomparabile: la vita, il calore della casa, quella apertura
ospitale, quel decoro dell’educazione e dell’intelligenza, sciolto in
un’aria di familiare ospitalità e di dialettale umorismo, erano suoi.
Era un conversatore incantevole, brillante nell’argomentazione,
inesauribile nell’Aneddoto. Era soprattutto, lui, presentato dai suoi
detrattori come un bigotto, un uomo di una libertà, di una tolleranza,
di una larghezza di spirito quasi inconcepibile nel mondo delle lettere.

Qui conosce il duca Tommaso Gallarati Scotti, letterato milanese del
movimento «modernista» di riforma della società, del quale resterà
amico negli anni e a cui dedicherà il saggio Una vita tra Nievo e Fogazzaro. Inizia a Padova gli studi in giurisprudenza, segue corsi di musica, passa alla facoltà di lettere, si laurea con la tesi Teoria aristotelica nella tragedia greca.
In quegli anni di «enorme eclettismo e dissipazione intellettuale»,
sono parole sue, ma di solida formazione, fonda l’associazione di
artisti «Il Manipolo» e pubblica Colori in un prisma, sulla IX Esposizione d’arte di Venezia, Uomini e idee nelle mostre d’arte, Apologia del decoratore. La raffinata cultura storico-filosofica si rifletterà nei libri sulle città del suo Veneto e nei pezzi giornalistici:

 Passai attraverso le discipline e le esperienze più disparate…
studiando gli etruschi, poi la storia dell’Inquisizione, poi buttandomi
sulla storia e sulla critica d’arte e scrivendone; per cui i miei primi
volumi stampati furono un libretto sulla biennale di Venezia del 1911 e
sulle mostre d’arte del 1912.

 Mentre insegna al liceo «Pigafetta» di Vicenza fa le prime
esperienze sul settimanale politico vicentino «L’Intesa liberale»,
diretta da Luigi Morello: dall’aprile al luglio 1914 pubblica scritti
in difesa dell’idea liberale e dei princìpi costituzionali, in polemica
col moderatismo del foglio cattolico «Il Berico» e col «radicalismo»
socialista. Notato da Piero Giacosa - padre nobile del giornalismo
italiano - è incitato a seguire questa professione. Si trasferisce
allora a Milano alla scuola tecnica «Piatti» e, su segnalazione di
Giacosa, si presenta al «Corriere della Sera» diretto da Luigi
Albertini, fratello di Alberto, genero di Giacosa. Ma all’inizio senza
molto successo:

 Ora, trovandomi a Milano, un giorno mi venne che dopo
tutto potevo anche andare a visitare Albertini e, con una felice
incoscienza che misurai più tardi quando conobbi l’uomo da vicino, mi
presentai in via Solferino e mi feci annunciare dal direttore.
Naturalmente non venne lui, ma forse per deferenza verso Giacosa di cui
avevo fatto il nome, arrivò suo fratello Alberto, il quale,
squadrandomi con aia sorridente e incuriosita, fu molto gentile ma mi
ripeté che non c’era nessuna possibilità per il momento di darmi un
lavoro… Ormai il giorno dopo non ci pensavo più quando, rincasando la
sera in via Vitruvio, trovo in portineria una lettera con
l’intestazione «Corriere della Sera». L’apro meravigliato. È
dell’Alberto. Egli mi prega di lasciargli con comodo un appunto al
giornale per dirgli se parlo lingue straniere e quali; è loro
consuetudine tener presente questo dato per tutti coloro che offrono i
propri servigi, e poiché il giorno avanti s’era scordato di
domandarmelo lo faceva ora, tanto per regolarità. Io masticavo
abbastanza il francese, ma leggevo soltanto un poco il tedesco. Che
dire? Il francese solo? Mi pareva poco. Penso, ripenso, e alla fine
fattomi forza decido di bluffare e scrivo sfrontatamente: «francese e
tedesco». La sera dopo, ecco un’altra busta del«Corriere della Sera» in
portineria. È ancora dell’Alberto che mi dice: «Passi da me al giornale
quando può». Corro sino a Buenos Aires, salto su una carrozza e arrivo
in via Solferino. «Vedo che lei parla il tedesco», mi dice l’Alberto.
«Ora, corre in questi giorni a Roma voce che, nel caso d‘intervento
dell’Italia contro gli Imperi Centrali, la Svizzera mobiliterebbe
immediatamente contro di noi. Vuol andare per conto nostro nella
Svizzera tedesca, che è quella che ci è più ostile, e fare una piccola
inchiesta per vedere cosa c’è di vero? Naturalmente questo è da
considerare un incarico straordinario che non impegna assolutamente il
giornale verso di lei». Rimasi come se un fulmine divino cadesse a
incenerirmi per la mia bugia. Era un bel pasticcio ma a quel punto non
potevo tirarmi indietro».

Inizia così da Zurigo dove non raccoglie nessuna notizia, va allora
a Berna dove 0chiede addirittura un colloquio a Berna col presidente
della Confederazione. Lo ottiene, e Arthur Hoffmann - che parla
l’italiano - gli concede una lunga intervista che il «Corriere»
pubblica in prima pagina il 30 novembre 1914: La neutralità Svizzera e i rapporti con l’Italia. Con il privilegio, per un esordiente, di firmare con le iniziali «F.S.». Il clamore dello scoop gli vale l’assunzione immediata al giornale. Ancora da Berna invia un pezzo sull’organizzazione della Grenzbesetzung - difesa di frontiera; mentre da Ginevra titola La coscienza patriottica: tema, quello della coscienza civica, che lo accompagnerà per tutta la vita.

Sono i mesi difficili seguiti allo scoppio della Grande guerra,
quando l’Italia è ancora neutrale ma movimenti italiani guardano alle
«terre irredente», Trento e Trieste, quali obiettivi per portare il
paese nel conflitto: una larga parte della stampa anche moderata
rigurgita di slogan nazionalistici. Le corrispondenze di
Sacchi, inviato proprio a Trieste, colpiscono per la «solida
preparazione politica, un sereno distacco critico e una totale assenza
di retorica nazionalistica», nel giudizio che ne darà Alessandro
Galante Garrone. Ormai in forza al «Corriere», si trova in un ambiente
eccezionale in quanto al maggior quotidiano italiano collaborano fra
gli altri Luigi Einaudi, Luigi Barzini, Ugo Ojetti, e sono firme del
«Corriere» Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Gabriele D’Annunzio,
Grazia Deledda, per fare qualche nome.

Sacchi diventa presto uno dei più validi corrispondenti per gli
«Imperi centrali» - coperto dalla qualifica di rappresentante estero
della cartiera «Pirola» -, manda articoli da Budapest, Vienna, Monaco,
Dresda, con sigle di fantasia, firmati solo dopo il 24 maggio 1915 con
l’entrata in guerra dell’Italia, quando è di nuovo inviato a Berna.
Arruolato nel settembre 1916, ufficiale degli Alpini, mantiene contatti
col giornale con incarichi di corrispondenze dal fronte. A fine guerra,
nel gennaio 1919 torna in Germania, a Weimar e a Berlino, dove assiste
alla rivolta degli spartachisti; dal settembre è corrispondente
stabile da Vienna; dal 1921 è redattore itinerante in Polonia,
Jugoslavia, Grecia, Marocco, Olanda, Spagna, Egitto da dove invia
memorabili pezzi ripresi nel volume Città (1923). Ancora corrispondente per il conflitto fra Russia sovietica e Polonia, è ormai una firma di punta al «Corriere».

 

Il confronto con il fascismo

«Coerentemente e decisamente antifascista» dopo la marcia su Roma e
la presa fascista del potere nel 1922, Sacchi non si piega agli
allettamenti di Mussolini verso i giornalisti, tanto da averne la
carriera spezzata. Corrispondente in Spagna, invia difatti da Madrid un
articolo Esegesi di una dittatura (12 ottobre 1923) che
presenta con tono ironico il generale Miguel Primo de Rivera, l’«uomo
forte» del governo, con analogie evidenti all’Italia:

 Primo de Rivera viene a liberare il popolo spagnolo da
questo servaggio. Nelle dichiarazioni dei colleghi e nei panegirici
della stampa amica egli porta ormai il titolo aureo di «Salvatore della
Spagna. «Noi possediamo l’autorità più alta». È interessante seguire lo
sviluppo di questa dottrina. Perché una volta messi sulla strada
dell’autolegittimismo, e costituiti se stessi come fonte di diritto, è
chiaro che tutto quello che essi fanno trascende il dominio delle
contingenze politiche per passare in quello delle verità provvidenziali
e della storia rivelata… Sicuri di questa base, è perfettamente logico
che il direttorio abbia preso fin dal principio misure energiche per
tappare la bocca, ai «delinquenti e ai perturbatori», a tutti quelli
che non la pensano come lui.

 L’articolo provoca una violenta reazione di Mussolini contro il
«Corriere» e contro di lui, additato agli squadristi sul «Popolo
d’Italia» per nome e cognome nel corsivo Il «Corriere della Sera» gesuita e canaglia: 

Povero signor Filippo Sacchi, che crede di farla franca, di essere
un grand’uomo, di apparire un genio, anzi un eroe che parte in campo a
difendere la libertà, il Parlamento, la legalità, tutti gli aggeggi per
cui spasimano i sedicenti liberali del «Corriere della Sera!»…
Povero Filippo Sacchi non sarai tu a spiantare il Fascismo! E nemmeno
il «Corriere della Sera» che va ancora una volta bollato come gesuita,
come canaglia… I fascisti di tutti i paesi d’Italia lo sappiano e lo
ricordino.

 

La minaccia è esplicita. Per molto meno, quanti italiani sono stati
aggrediti, bastonati o uccisi? In quel clima di violenza, spesso alla
denuncia giornalistica seguono i fatti. Il collega Alberto Tarchiani
gli consiglia di lasciare di sua volontà prima di essere espulso. Altra
soluzione sarebbe adeguarsi ai «tempi nuovi» imposti dal regime che va
consolidandosi. Ma Sacchi non si adegua e nel 1924, dopo il delitto
Matteotti, è autore - con Ferruccio Parri, Giovani Mira e Riccardo
Bauer - dell’editoriale del foglio antifascista «Il Caffè». «Fu uno dei
non molti cittadini, che furono antifascisti d’istinto, per ragioni
morali e, direi, di umana decenza», scriverà Galante Garrone:

 

Pochi però sanno che Sacchi, nel novembre 1924, fu dei pochissimi
che ebbero il coraggio di firmare e pubblicare sul «Mondo» di Amendola
una lettera di solidarietà alla vedova Bissolati, che si era rifiutata
di partecipare all’inaugurazione di una lapide in onore del marito,
perché annunciata la presenza di Mussolini. Firmarono con lui Bauer,
Calamandrei, Donati, Facchinetti, Gobetti, Gui (Vittorio), Jahier,
Provenzale, Salvemini, Sforza, Zuccarini: il fiore dell’antifascismo
italiano di quegli anni.

 

Dopo la stretta autoritaria imposta dal regime, nel 1925 Sacchi è
inviato speciale in Australia e Nuova Zelanda lontano dalla prevedibile
vendetta del fascismo. Nelle sue corrispondenze vi sono precisi
attacchi all’incipiente retorica fascista, e l’opposizione di manifesta
anche nello stile dei suoi articoli: sobrio, antiretorico, pieno di
garbo e umiltà, eleganza e misura, venato di humor e arguzia. Ispirato alla vita dei piantatori e tagliatori di canna da zucchero italiani emigrati nel Queensland è il suo romanzo La casa in Oceania
(1932). Ristampato da Mondadori nel 1955 nella collana «Grandi
narratori italiani», verrà recensito sul «Corriere» da Eugenio Montale:

 

Il Sacchi, in un’arguta dedica che ci è capitata sott’occhio,
preferisce definirsi narratore medio. Non si tratta solo di modestia
(che in lui sarebbe sincera), ma di chiara coscienza di quel carattere
di umanissima e serena «medietà» che forma il persistente interesse del
libro… Il suo libro ha la veridicità del documento e la nervatura,
benché dissimulata, dell’opera costruita… Nella Casa in Oceania s’incontrano
figure ben delineate e un’indagine psicologica assai sottile, anche se
la mano dell’autore resta sempre leggera. Tre o quattro di questi
personaggi ci rimarranno nella memoria. Giudichi il lettore se esistano
molti «grandi narratori» italiani capaci di tanto.

 

Rientrato, nel marzo 1926 viene «richiamato» su Parigi dove
Alberto de Stefani, ministro della finanze, amico degli anni giovanili
a Vicenza, lo fa convocare per «ammorbidirlo». Sacchi non si presenta: «Non
mi sentivo di rivederlo, e glielo scrissi. L’on. De Stefani prese
questa lettera, di carattere strettamente personale e privato, e la
inoltrò ufficialmente a Roma perché si provvedesse contro di me».
La reazione del «Corriere», «allineato», è immediata: «Ella si è
volontariamente messo nella condizione di non poter continuare a
collaborare nel nostro giornale», gli si scrive, sicché il contratto
viene «risolto per Sua colpa». E questo è soltanto il primo
provvedimento.

Nel maggio 1927 difatti Sacchi viene escluso dall’albo dei
giornalisti, assieme a Giuseppe Antonio Borgese per disposizione di
Lando Ferretti, segretario del sindacato dei giornalisti e capo ufficio
stampa del duce. Una brillante carriera interrotta. Il «non più
giornalista» è comunque aiutato da colleghi amici: Eligio Possenti lo
fa collaborare «in incognito» alla «Domenica del Corriere» e Guido
Treves gli inventa una rubrica cinematografica saltuaria sulla
«Illustrazione Italiana», siglata da Sacchi con lo pseudonimo «John La
Loupe». Lo stesso direttore amministrativo del «Corriere» gli affida
una rubrichetta di «cronache del cinema». L’11 maggio 1929 compare la
sua prima «Rassegna cinematografica» settimanale, poi quasi
giornaliera, alla quale si aggiunge, dal marzo 1932, «Corriere di
Cinelandia».

 

Fu Balzan che dopo due anni vedendomi - come devo dire?- in
pasticci, si mise in testa di ripescarmi… Naturalmente bisognava avere
il permesso da Roma. Fu Gino Rocca che si mise di mezzo. Cosa curiosa
il permesso fu dato con facilità, alla sola condizione che non
comparissero né la mia firma né le mie iniziali. Sino allora, lo
confesso, ero andato poco al cinema. Ma quando ho cominciato ad
occuparmene, mi ci sono attaccato.

 

Dino Buzzati, firma storica del «Corriere», ricorderà:

 

Mi ricordo benissimo nel lontano 1929 lo choc provocato a
Milano e anche tra noi redattori del giornale dalle prime critiche
cinematografiche pubblicate dal «Corriere della Sera». Sembrerà assurdo
ai giovani di oggi ma negli anni Venti il cinematografo presso i
benpensanti era ritenuto per lo più uno svago per ragazzi discoli che
bigiavano la scuola, per cameriere e reclute in libera uscita. Come mai
l’austero «Corriere» prendeva sul serio una simile roba? Ma lo stupore
e il quasi scandalo furono dissipati in poche settimane. E così Sacchi,
suo malgrado, divenne celebre in Italia come felice pioniere della
critica cinematografica. Fama che finì per eclissare i suoi altri
meriti di giornalista e di scrittore.

 

Ma ancora interviene la politica. Regolarmente assunto il 1° ottobre
1929, arriva immediata da Roma la rampogna di Ferretti, se già il 7
ottobre Eugenio Balzan deve giustificarne l’assunzione:

 

Ora, credo bene ricordarLe che il Sacchi lavorava per gli
illustrati, col Suo consenso, fino da quando lei era Segretario del
Sindacato dei Giornalisti di Milano, e che se più tardi il Dr. Maffii
lo ha incaricato di fare qualche cosa anche per il «Corriere», è stato
perché, senza bisogno di alcuna mia richiesta, egli era stato
autorizzato ad adoperarlo, purché non avesse, almeno per il momento, a
figurare con la firma.

 

È la conferma di una «congiura» diretta ad allontanare dal
«Corriere» anche il direttore amministrativo e i suoi protetti, perché
Balzan copre per davvero gli antifascisti che riesce a non far
licenziare. Sacchi ricorderà quella «tacita intesa» in La stampa e il cinema nel ventennio:

 

Unico conforto era quello di non essere soli. Ho parlato di
pecore nere. In ogni redazione più o meno c’era sempre un drappello,
diciamo così con una frase un po’ scurrile ma tanto pittoresca, di
incastrati, quelli che si erano lasciati beccare nella pania. Al
«Corriere» era un gruppo ragguardevole, tutta la vecchia guardia
albertiniana; c’era Caprin, c’era Zanicotti, c’era Alonzi, e Simonazzi
e De Vita e Lasagna e Possenti e Wronowski e Cabibbe e Sartori; e poi
c’era quel bravo amabilissimo cassiere Maggi e il buon proto della
«Lettura», Porati: tutta gente con cui si poteva parlare liberamente,
avere il conforto di uno scambio di idee. Anche del resto lo stesso
Balzan... Non ci si diceva nulla, ma nel modo come si salutavano, e
parlavano, si sentiva il caldo, la corrente di una tacita intesa.

 

In pochi anni gli interventi dall’alto si fanno pressanti: bisogna
scrivere la parola «DUCE» in tutte lettere maiuscole (1933); viene
istituita la Direzione generale della cinematografia (1934); tutti i
giornalisti all’albo devono iscriversi al Partito nazionale fascista.
Sacchi nel frattempo ha sposato Josepha, figlia del banchiere Mino
Gianzana, che a causa di questa unione tronca i rapporti con la figlia;
entra in disaccordo con lei anche la sorella, Giannalisa, moglie
dell’industriale Carlo Feltrinelli. Questa situazione famigliare lo
mette di fronte a una scelta difficile quando il direttore Aldo Borelli
gli comunica «o iscriversi o lasciare». Per Sacchi è «una mazzata sulla
testa»:

 

Io cercai di difendermi, di fargli presente a mia situazione non
facile. Non era possibile, considerasse i miei precedenti, avevo goduta
la personale fiducia di Luigi Albertini, ero stato nella pattuglia di
punta dei suoi redattori con Parri con Bauer con Mira con Gallarati
Scotti, avevo collaborato al «Caffè»: come facevo a tirare un frego sul
passato. Sottomettermi equivaleva alla mia morte civile…

 

Infine, per poter continuare a lavorare, è costretto a prendere la
tessera: «Il fascismo non ha voluto la mia morte; si è accontentato
della mia mortificazione morale e della mia squalifica politica», dirà.
Per dieci anni continua come critico cinematografico al «Corriere»,
sempre però fra limitazioni e pressioni perché si «metta in riga» con
le direttive:

 

Io ero pagato male. Benché la rubrica fosse in quegli anni, per
la immensa fortuna del cinema, e anche perché era un po’ uno
scacciapensieri, una delle parti più lette del giornale io sapevo… che
gli altri miei colleghi, anche più giovani, riuscivano praticamente a
toccare stipendi e compensi quasi doppi del mio. Un giorno me ne lagnai
a ragione. Non mi si diede torto. Mi si fece soltanto cortesemente
osservare che anch’io potevo metterci un po’ di buona volontà. Per
esempio si poteva combinare un mio viaggio a Hollywood. Era
semplicissimo. Appena arrivato a New York io mandavo un articolo, uno
soltanto, per descrivere quanto il duce fosse ammirato e idolatrato in
America. Tutto lì. Poi me ne andassi pure a Hollywood, e non mi
occupassi più che di dive e di cowboys. Naturalmente io lasciai cadere
il discorso e rimasi com‘ero.

 

Sacchi rifiuta difatti di adeguarsi, compie anzi un’opera di
erosione del costume e della mentalità dominanti che diventa anche
battaglia contro il regime fatta di giudizi fulminei, ironici,
sarcastici, in un linguaggio che i lettori imparano presto a conoscere.
Un famoso slogan di Mussolini «Il cinema è l’arma più forte» viene
applicato, si può dire, da Sacchi con un fine ben diverso da quello
sottinteso dal duce. «Il compito affidato all’antifascista Sacchi»,
scrive Glauco Licata nella sua Storia del Corriere della Sera,
«era stato sottovalutato perché inizialmente non si pensava che la
politica potesse entrare anche nel cinema, né si immaginava che si
sarebbe specializzato in questo lavoro considerato allora di secondaria
importanza da tutti». Un impegno totale su scelte non conformiste,
malgrado le interferenze della gerarchia, che gli è possibile perché ha
seguito nel pubblico e autorevolezza fra gli addetti ai lavori.

Domenico Meccoli in un’intervista sui «poteri» di Sacchi quale
critico osserva: «All’indomani di una “prima” gli esercenti correvano
con gran batticuore a comprare il giornale per leggere il suo responso,
che voleva dire buoni incassi o irrimediabili “forni”». Riesce così a
educare le nuove generazioni a capire cosa possa diventare un film alla
scuola dei maestri europei e statunitensi. Il letterato vicentino Neri
Pozza ha commentato:

 

C’era in quei suoi giudizi fulminei non soltanto il gusto libertino,
sottile, gustoso del narratore, ma anche il magistero del
professionista che insegnava a distinguere e a capire che cosa era
l’invenzione visiva nelle dinamica della sequenza, come in un racconto
tutto per figure; e che cosa fosse, invece, il film commedia, il film
teatro, chiuso nello spazio de palcoscenico, puntato sull’attore o
sull’attrice e tradotto in pellicola; che potrà essere opera d’arte, ma
non è cinema.

Ottanta di queste recensioni Sacchi le raccoglierà nel volume Al cinema col lapis, (1958). Ora una scelta di duecento su oltre duemila stanno nel libro Al cinema negli anni Trenta. Recensioni dal «Corriere della Sera» 1929-1941
(2000), curato da Elena Marcarini, studiosa di cinema italiano a
Londra, e sono considerate una scuola di critica cinematografica.
«Sembrano contributi scritti appena ieri», scrive Tullio Kezich nella
prefazione al libro, perché «stimolano considerazioni e interessi
d’ogni tipo»; inoltre la «ricchezza dell’espressione», la «felicità
dello stile» e l’«esteso ventaglio dei riferimenti culturali»,
sottolinea pure, sono «tirati in ballo senza la minima pedanteria».

Ma all’inizio degli anni ‘40, con la guerra, gli spazi di manovra si
restringono, e sulla stampa non si può discutere di iniziative che non
siano state in precedenza «istruite» dal Ministero della cultura
popolare, cioè della propaganda. La critica viene sospesa per un certo
periodo su iniziativa di Vittorio Mussolini, «cineasta, figlio del
duce, amareggiato in seguito ad alcune recensioni negative a pellicole
da lui ispirate». Entrano poi considerazioni «autarchiche» sul cinema,
lo stato «spende milioni» che non possono essere compromessi da
«critica preconcetta». Così, nel 1941, sempre per decisione dall’alto
Sacchi perde la sua rubrica - è sostituito da Guido Piovene - e viene
di nuovo allontanato del «Corriere». I veri motivi della sospensione
vanno rintracciati, commenta Kezich, in un quadro «squisitamente
ideologico»: il punto è «la libertà di pensiero» del giornalista,
«intollerabile sotto il tallone di un regime autoritario».

A Sacchi resta qualche collaborazione con romanzi a puntate agli
illustrati - «La Lettura», diretta da Renato Simoni; all’edizione
pomeridiana del «Corriere» con L’amore viene dal mare; al «Romanzo mensile» con La Primadonna, ambientato nel mondo della Scala dell’ottocento, e con Il mare è buono.
Nel frattempo vive appartato con la famiglia - ha ormai tre figli
Giorgio, Valeria e Cecilia - fra Milano e Cadenabbia sul lago di Como,
e continua l’intenso lavoro di scrittore. Le vicende gli preparano però
un ritorno alla ribalta della stampa politica quando, il 25 luglio
1943, cade il regime fascista e Mussolini è arrestato. La notizia
l’apprende nella villa sul lago, si precipita in via Solferino, scopre
che la maggior parte dei giornalisti non sono «reperibili» e che i
tipografi lo hanno già acclamato «direttore» in sostituzione di Aldo
Borelli, estromesso d’autorità.

Dal «Corriere» alla Svizzera

Il 26 luglio il «Corriere della Sera» esce firmato «Filippo Sacchi
responsabile» poi subentra Ettore Janni e gli viene attribuita
l’edizione del «Pomeriggio». Nel suo editoriale Per l’Italia,
uscito il 27 luglio, si avverte il sentimento di riconquistata libertà
dopo vent’anni di «arbitrio», ma anche l’avvertimento a stare in
guardia contro le troppo «facili illusioni»:

L’Italia ieri ha sorriso. Chi è sceso nelle piazze cittadine, chi
ha percorso i sobborghi, chi ha attraversato in treno campagne e
province, ha visto questo miracolo: l’Italia sorridere. Questo popolo
al quale sono state tolte per vent’anni le libertà retaggio dei suoi
padri, questo popolo avvilito nel suo senso di giustizia da un regime
di arbitrio, offeso nel suo bisogno di onestà da un esercizio di
pubblica concussione, questo popolo che sanguina per le mutilazioni di
una guerra impari, appena ha potuto sprigionare l’animo, ridiventare se
stesso, ha trovato la forza di mostrare un volto ridente. In questa ora
gravissima, alla vigilia di soluzioni che imporranno al paese nuove
ferite e nuovi sacrifici, ci appaia questo sorriso delle folle italiche
come l’auspicio invocato, come la certezza della comune riscossa e dei
comuni destini. Dice, questo sorriso, che l’Italia non muore, che le
stupende virtù sono state ottenebrate, non spente dalla sospensione dei
suoi diritti; dice che chi assume oggi la responsabilità di guidarlo
può contare ancora sopra la mirabile riserva di calma, di laboriosità,
di coraggio. Non illudiamoci: come gli individui, nell’ora della
sventura, anche i nostri popoli debbono contare soltanto su se stessi.
L’ora della sventura si è abbattuta sulla nostra patria, per superarla
col minor danno, per noi e per i nostri figli, e soprattutto per
superarla con onore, come debbono gli uomini forti e i popoli forti,
noi non abbiamo che un mezzo: chiamare a raccolta le nostre energie,
stringere i denti, far tacere i sacri e non sacri egoismi, riunire
tutto il meglio di noi per darlo all’Italia.

I suoi editoriali - Tornare al lavoro, Chiarificazione, La legalità restaurata - danno la linea, come i nuovi collaboratori. Piero Calamandrei, commissario straordinario degli avvocati, manda Gli avvocati e la libertà e Indipendenza della magistratura: «Le dirò che fin dal 26 luglio i lettori hanno ritrovato nel “Corriere”
il “tono” giusto: la fermezza, la dignità, la sincerità senza enfasi…
Pur con tutte le limitazioni poste alla stampa, gli articoli del “Corriere”
danno oggi l‘impressione di un consapevole e graduale ritorno alla
libertà e alla... pulizia»; ma si dice «avvilito e disgustato» di
trovare nel giornale ancora i nomi di certi scrittori che «sebbene
ammirati per la loro arte», non dovrebbero almeno «scherzare così sulla
smemoratezza e la dabbenaggine del pubblico, e, quel che più offende,
sui dolori atroci del nostro Paese».

Si scaglia insomma Calamandrei contro «chi per vent’anni è stato
fascista, che dal fascismo ha avuto guadagni e “posti di comando” e
onori, che certo non avrebbe avuto dalla sua arte», e a distanza di un
mese dal crollo si trova «a fare dei giuochi di parole sul regime che
l’ha portato su, e a sputare allegramente sul piatto che l’ha nutrito,
come un pagliaccio che si presenta agli spettatori con un nuovo
programma di lazzi e di capriole». Chiamata da Sacchi è anche Camilla
Cederna che proprio il 7 settembre esce con un articolo rimasto famoso,
La moda nera, che, ricorda Giulia Borgese, le costerà poco dopo
l’arresto al ritorno dei fascisti. All’annuncio dell’armistizio, l’8
settembre, Sacchi scrive sul «Pomeriggio» il suo ultimo commento di
quelle settimane, Coscienza:

 

L’Italia depone le armi. La guerra non è finita. Lo sappiamo:
questa fu la guerra del fascismo. La massa del popolo, la folla degli
umili non voleva la guerra; vi fu trascinata riluttante. E in quest’ora
di espiazione, si può, si deve deprecare ancora una volta la follia di
una classe politica, che giocò, come fossero gettoni sul tappeto verde,
la vita e la prosperità della Nazione.…L‘armistizio ci separa dagli
alleati tedeschi. Diciamolo perché è un dovere dirlo. Comunque siano le
decisioni ch’essi prenderanno, comunque la via che scelgono, noi
dobbiamo congedarci da essi da soldati. Pur perseguendo propri scopi di
guerra, essi hanno tuttavia combattuto al nostro fianco… Diciamo loro
la certezza di ritrovarsi domani, riuniti in quel nuovo patto sociale e
politico dei popoli, che dovrà uscire da questa funesta guerra, come è
vero Iddio, come è vero che l’Italia è eterna.

 

Quando i tedeschi occupano Milano e prendono il controllo del
«Corriere», con altri 34 redattori sottoscrive la dichiarazione di
«cessazione» con cui si dimette per non collaborare. Esposto a
rappresaglie, si allontana, torna a Cadenabbia e - ricercato - si
convince a espatriare. Dalle montagne della val d’Intelvi raggiunge la
Svizzera la notte del 16 settembre 1943, con altri fuggiaschi, e dopo
serrata trattativa è accolto nel Canton Ticino:

 

Quando passai il confine del Generoso quella notte io ero
moralmente un apolide. Ero un cittadino senza Costituzione. Lo stato
italiano, lo stato del mio paese era sciolto. Tutte le garanzie della
legge mi erano state tolte perché la legge non aveva più il potere
legale che la garantiva. Io non avevo più diritti politici. Non potevo
più votare. Non ero libero di esercitare la mia professione. La sola
legge valida, la sola funzionante era l’imperio dell’occupante
straniero, cioè una legge non italiana, non mia, non quella sotto la
quale ero nato, e sotto la quale, secondo garanzia sovrana, avrei
potuto vivere libero assieme ai miei figli.

 

«Tristissimo giorno di quel fatale settembre», dirà nel rievocare il
momento di lasciare l’Italia, più che altro per «l’offesa che ferisce
l’uomo libero nel vedersi costretto dalla violenza ad abbandonare il
proprio paese». Un misto di nostalgia e inquietudine, inconsolabilità e
rabbia repressa: «l’affacciarsi di quella sindrome dell’esiliato che
risparmia pochi fuggiaschi e di Sacchi rimase poi il maggior tormento»,
ricorderà Bruno Caizzi, un altro amico. Sistemato in privato, trova
sicurezza e ospitalità da Luigi Rusca «Lüisin», nella casa ora
Pinacoteca comunale di Locarno. Aiutato a superare il distacco dalla
patria, dal lavoro, dagli affetti ha modo di entrare in contatto con
famiglie locarnesi, fare amicizie durature e incontrare altri esuli o
fuorusciti, riavere insomma una vita civile. Scrive all’amico Eugenio
Balzan, da anni residente a Zurigo:

 

Ebbi fortuna, e non solo rimasi, ma fui così ben aiutato dai miei
amici ticinesi che il Comando di Bellinzona mi mise subito in libertà,
assegnandomi di residenza a Locarno, dove ho trovato ospitalità in casa
del signor Luigi Rusca, un’eccellente persona che mi colma di ogni
attenzione e cortesia. Caro Balzan, che romanzo!

 

Inizia a prendere appunti giornalieri, per sé, pubblicati a cento anni dalla nascita - Un fuoruscito a Locarno. Diario 1943-1944
(1987), curato da chi scrive, e vi riversa le emozioni di incontri,
letture, speranze; diario singolare «tutto intessuto non tanto di
riflessioni astratte quanto di freschissime impressioni dal vivo»,
noterà Galante Garrone nella prefazione. Ignazio Silone è tra i
fuorusciti della vecchia emigrazione politica con cui si trova:

 

11 Maggio [1944], giovedì. Mi telefona [Piero] della
Giusta che vuole vedermi nel pomeriggio. Poi [Vincenzo] Formica per
dirmi che Silone è a Locarno, e vuol conoscermi. Combino due
appuntamenti separati, col risultato naturalmente che tutti tardano e
arrivano contemporaneamente. («Talian!» brontola il Lüisin). Simpatia
per Silone: viso lungo e pesante, espressione di sofferenza e fatica, e
quel madore della pelle degli ammalati di petto. È uno di quegli
uomini, come Formica, Pacciardi,… da vent’anni peregrinano tra le
prigioni e i campi di concentramento d’Europa. Fu a un certo momento il
capo del partito comunista in Italia. Dopo il ‘21 andò in Russia, dove
divenne anticomunista, e per questo perseguitato ed espulso. Mi dice
come, dopo dieci anni di isolamento assoluto, e di lontananza da ogni
partito, si sia risolto di rientrare nel socialismo. È’ in fondo il suo
naturale terreno di azione, nel quale può ancora farsi ascoltare. «È la
mia parrocchia» dice. (Il che ha un suono bizzarro, perché in gioventù
Silone aveva incominciato a studiare da prete). Frutto di tutte le
esperienze e i disinganni passati, è la convinzione che compito
principale e urgente sia di formare le masse italiane a una coscienza
di civile dignità e libera consapevolezza. E in questo senso ha
l’impressione che può forse lavorare utilmente. Dei suoi libri ha
un’opinione modesta, ma con serietà. Gli fa paura di affrontare il
giudizio diretto del pubblico italiano; vorrebbe che non avvenisse
prima di poter portare a una più matura stesura il suo stile.

 

Anche piccoli episodi di vita quotidiana hanno, nelle sue pagine,
rimandi a fatti, considerazioni, paragoni con le vicende drammatiche
dell’Italia di quei mesi o con quelle personali degli anni precedenti:

 

24 Maggio [1944], mercoledì. Arriva un sesto leprotto. Questo ha
forse venti giorni: già un ragazzino. Troppo avvezzo al prato e al
bosco, e inselvatichito, non si fa alla casa, e lasciato per la stanza,
tenta con disperati balzi sulla parete di cercarsi un’uscita, al punto
quasi di aggrapparsi. Lo mettiamo nella stessa casa di Gioci, con
l’idea che si affiati, ma questi non fa nulla per confortarlo.
Sdraiato, con le due zampe, come a farsi cuscino. Le due posteriori
beatamente stirate, la pancia all’aria, contempla indifferente
quell’agitazione, come il prigioniero già assuefatto e contento della
tirannia, guarda senza capirla l’angoscia dell’uomo libero che stende
la mano ai ceppi. Dieci anni fa Borelli mi guardava allo stesso modo,
sdraiato dietro alla scrivania, il sigaro in bocca, il giorno in cui mi
comunicò che dovevo scegliere fra l’iscrizione o il licenziamento.

 

Il tempo passa nella malinconia, appena attenuata dalle letture dei
classici che gli rimandano gli echi di una civiltà - quella greca -
tanto ammirata, e dalle amicizie scoperte nella nuova «patria»
locarnese.

 

17 Settembre [1944], domenica. Unico acquisto, in tanta
disperazione, è stato lo studio. Le letture greche, che mi hanno ridato
finalmente familiarità con una lingua e una civiltà che sempre più
incarnano per me la suprema espressione umana, la conoscenza di
Burckhardt, di Bachofen, ecc. furono guadagni reali, dei beni che sarei
incosciente se non apprezzassi. E un bene fu senza dubbio l’acquisto di
un’amicizia come questa del Lüisin, rara amicizia di quelle che
accompagnano per un pezzo; e anche la dimestichezza con questa cara
città, che così intimamente mi ha accolto, anzi quasi adottato,
diventando proprio per me quasi una minore e provvisoria patria. Beni
certi, ma forse beni relativi e sostituibili. E perciò non potranno mai
compensare il danno assoluto e irreparabile di aver perduto un anno di
vita assieme al mio amore, a mia madre, ai miei figli.

 Con il tempo viene però coinvolto dall’esule repubblicano Egidio
Reale, allora a Ginevra, in un progetto «pedagogico» a favore e inizia
a collaborare alla Young men christian association (YMCA), curando
pubblicazioni di carattere storico-politico e educativo per gli
italiani internati in Svizzera e prigionieri nei campi di mezzo mondo,
assieme ad altri «rifugiati politici»: Luigi Einaudi, Ernesto Rossi,
Ernesto Carletti, Gustavo Sacerdoti; raccoglie inoltre e cura gli
scritti del volume Uomo e cittadino, pubblicato a Locano nel
1945 (con 30.000 copie distribuite nei vari campi d’internamento). Alla
notizia dell’insurrezione di Milano, il 25 aprile 1945, richiede alla
delegazione del Comitato di liberazione nazionale alta Italia a Lugano
la tessera per rimpatriare subito, nonostante la chiusura della
frontiera svizzera decretata dagli anglo-americani.

Il 28 aprile, Sacchi rientra in Italia via Chiasso e raggiunge la
famiglia a Griante di Cadenabbia, senza sapere che la causa delle sue
disavventure e della rovina del paese, Mussolini, è fucilato lì vicino,
a Giulino di Mezzegra, dai partigiani. Solo ora ha modo di confrontare
l’esperienza svizzera, piena di limitazioni, con quella di chi ha
subito l’occupazione, e sapere a cosa era scampato: «Noi non avevamo
l’idea lassù, di quanto deprimente e brutto sia stato questo periodo di
occupazione, per chi è rimasto qui. Mia moglie molestata non fu, però
vennero a cercarmi in casa cinque volte. E solo qui ho saputo d’essere
stato processato in contumacia, e condannato a trent’anni».

 

Il commentatore politico

Già nei primi giorni compila per il Centro italiano di cultura sociale (CICS) la relazione Ritorno alla vita civile
(1945), pubblicata a Como in collaborazione con la YMCA. Il testo
riflette la sua recente esperienza di vita, ed è un breve trattato di
educazione civica che analizza i cardini degli ordinamenti democratici:
voto, elezione, diritto alla libertà di pensiero, parola, stampa,
riunione, associazione. Tornato poi a Milano, riprende con entusiasmo
il lavoro e quando il «Corriere» riavvia i supplementi gli viene
affidata la direzione della «Lettura», dove chiama molti tra i maggiori
scrittori, poeti, politici e critici italiani: esperienza terminata
nell’agosto 1947 «per il rifiuto a seguire l’andazzo
monarchico-qualunquista che fece la fortuna di tutti gli altri
periodici».

Collabora anche a «Corriere d’Informazione» diretto dall’amico Borsa, durante la campagna del referendum
istituzionale scrive a favore della repubblica sul «Nuovo Corriere
della Sera» e alla sconfitta della monarchia il 2 giugno 1946, in una
serie di editoriali, sottolinea la necessità di adeguare i simboli
dello stato alla forma repubblicano con la proposta tra l’altro di
adottare per «nazionale» l’inno di Mameli. Inviato a Parigi,
nell’agosto-settembre 1946 segue la Conferenza che impone le condizioni
di pace fra l’Italia e le nazioni vincitrici della guerra e invia
precise cronache, culminate in cinque articoli di fondo a commento del
discorso del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, e delle
repliche successive. A Parigi viene a conoscenza dell’ostilità della
proprietà del «Corriere» - i fratelli Crespi - alla linea repubblicana
del direttore Mario Borsa, che Sacchi stima in modo particolare per
affinità di princìpi.

Alla notizia che Borsa è stato sostituito con il monarchico
Guglielmo Emanuel, Sacchi lascia per il «radicale mutamento
nell’orientamento politico del giornale» cui «in coscienza non mi sento
di aderire», scrive all’amministratore. Dà seguito così ai temi avviati
in Svizzera e pubblica il mensile «Uomo e cittadino», rivista di
studi politico-sociali del Centro italiano di cultura sociale (CICS),
voluta col fine di «combattere l’analfabetismo politico» e «risvegliare
l’interesse popolare per la cosa pubblica». Lasciato definitivamente il
«Corriere della Sera» in un periodo vivace per l’editoria - a Milano
escono 18 quotidiani del mattino - Sacchi diventa nell’agosto 1947
responsabile del pomeridiano «Corriere Lombardo», poi anche in edizione
del mattino con la testata «Corriere di Milano». È finanziato da un
gruppo di industriali interessati a sostenere il ruolo di una forza di
centro laica - la cosiddetta «terza forza» - garante di una maggiore
giustizia sociale. Ma dopo il successo elettorale della Democrazia
cristiana il 18 aprile 1948, con la fine della «minaccia comunista»
l’interesse dei finanziatori viene meno e il giornale cessa le
pubblicazioni il 30 giugno, dopo l’ultimo editoriale il 12 maggio per
la nomina di Luigi Einaudi alla presidenza. Ennio Flaiano, alla notizia
della chiusura del «Corriere di Milano», scrive a Sacchi:

 

Ne provo un dolore sincero, perché è stato un bel giornale, sereno,
obiettivo, sempre misurato e tollerante: non poteva aver fortuna in
questo paese. Tu sai che io ti sono amico e che se non te l’ho
dimostrato collaborando con molta frequenza al giornale, ciò è dipeso
dal troppo lavoro che ho sempre dovuto svolgere per tenermi a galla.
Vorrei che in questo momento tu sentissi la mia simpatia per i tuoi
nobili sforzi e il mio dolore per la fine del giornale che hai così ben
diretto.

 

L’ex direttore riprende i suoi temi e pubblica l’ABC del cittadino (1950); pubblica Toscanini
(1951), ritratto ripreso in gran parte dalla viva voce del protagonista
integrato da confidenze di testimoni e da documenti disponibili, prima
biografia del maestro, ristampato come Un secolo di musica
(1960). Nel novembre 1948, su invito di Giulio De Benedetti, passa alla
«Stampa» e per dieci anni è editorialista della domenica e inviato
speciale, mentre il giornale conquista il secondo posto per tiratura
fra i quotidiani italiani. Temi ricorrenti nei suoi pezzi sono:
necessità di un serio, profondo impegno morale e di una partecipazione
individuale allo sviluppo della democrazia; denuncia di atteggiamenti
nostalgici verso il passato e di pressioni ideologiche; promozione di
un radicale cambiamento di istituzioni burocratiche; pacifismo e
avversione alle gerarchie militari. Sacchi viene seguito con interesse
da un pubblico attento e critico. Nel 1955 gli scrive ad esempio Sandro
Pertini, deputato socialista:

 

Caro Sacchi, non la conosco personalmente, ma ho il piacere di
leggerla spesso e di constatare quanto spiritualmente siamo vicini,
anche se ella non condivide la mia ideologia. Già prima d’ora avrei
voluto scriverle per manifestarle tutta la mia solidarietà per le sue
idee da lei espresse sempre con coraggio e sincerità (doti queste un
po’ rare oggi). Ma l’ultimo suo articolo non può lasciarmi silenzioso.
Permetta che le dica: Bravo, cento volte bravo, caro Sacchi. Non
disdegni questo mio plauso. Le viene da un uomo che nella lotta
antifascista crede di aver pagato un prezzo non lieve. E leggendo il
suo forte ed onesto articolo, mi sono persuaso che, al di sopra d’ogni
contrasto politico ed ideologico, sia possibile un’intesa fra quanti
amano le libertà democratiche ed hanno sinceramente a cuore la sorte
della Repubblica e della classe lavoratrice. Mi consenta di dirle che
anche per merito suo «La Stampa» è oggi il quotidiano più ben fatto
d’Italia.

 Nel 1954, per l’atteggiamento di eccessiva prudenza del direttore
De Benedetti dopo il cambiamento di proprietà del giornale, da Alfredo
Frassati - industriale liberale piemontese legato a Sacchi da rapporti
di amicizia e stima - agli Agnelli, tronca la sua collaborazione.
Lasciato il giornalismo politico, torna al suo antico amore e cura per
«Epoca», diretta da Mondadori, una rubrica settimanale di critica
cinematografica durata ben diciassette anni. Un’antologia di questi
scritti è ora presentata nel volume L’epoca di Filippo Sacchi. Recensioni 1958-1971, curato da Nuccio Lodato (2003).

 «Un critico per tutte le stagioni»

Ora sono i più noti registi e uomini di cinema ad attendere con
trepidazione il suo giudizio. Così ad esempio De Sica nel 1956: «ti
ringrazio per il tuo articolo e tua difesa per lo scempio eseguito
dalla censura»; Fellini a proposito di Giulietta degli spiriti:
«Caso Sacchi, che gioia, che soddisfazione, che conforto. Grazie con
tutto il mio cuore e un abbraccio commosso anche da parte di
Giulietta». Per La dolce vita lo complimenta Ennio Flaiano:

 

Caro Sacchi, non ridere… Ho aspettato a scriverti un po’ di tempo
per vedere se, assieme a te, qualche altro critico cinematografico si
era accorto della mia presenza nel film La dolce vita. Vana
attesa. Soltanto tu hai notato la mia collaborazione. Abbiti quindi
tutti i miei ringraziamenti. In un mondo indifferente e forse ostile fa
piacere la certezza di un amico che ricorda. Ti sono tanto più grato
della tua citazione, perché in essa trapela l’antica stima e simpatia
che mi hai sempre dimostrato e che io contraccambio con affetto.
Dunque… non ridere.

 

Ottiene dei riconoscimenti: nel 1961 presiede a Venezia la giuria
della Mostra internazionale del cinema, nel 1962 riceve il premio
«Città di Cattolica» per la critica cinematografica, nel 1964 il premio
«Marotta», nel 1968 il «Saint Vincent» quale «giornalista che, con la
propria attività, si è particolarmente distinto nell’esercizio della
sua professione, sia per la validità della sua pubblicistica sia per la
dirittura morale». Partecipa al ciclo di Lezioni e testimonianze milanesi su Fascismo e antifascismo (1918-1948); pubbica l’antologia della sua produzione giornalistica che intitola Viaggi al paese del Mai Mai (1961), riferimento al viaggio mitizzato in Oceania del 1925.

Negli ultimi anni torna alla vocazione per l’insegnamento con un manuale di storia in tre volumi per le scuole medie superiori La nostra storia
(1969-1971): «È il mio contributo per cercare di capire il passato»,
spiegava, «in un Paese come il nostro dove si dimentica tutto e quel
poco che resta si smussa in breve tempo». Sacchi muore il 7 settembre
1971 durante la villeggiatura nella casa dei Ronchi, in Versilia, pochi
giorni dopo essere andato alla stazione di Massa a consegnare al
capotreno (tramite fuori sacco, servizio speciale per i giornalisti,
come usava) la recensione per «Epoca» di Scusi lei è favorevole o contrario,
rivalutazione del film di Alberto Sordi del 1967. Lorenzo Pellizzari,
storico del cinema, osserva: «quale migliore morte sul campo?». Vivo e
attuale resta però il suo immenso lavoro di educatore e giornalista.