Oltre alle bombe del 1969 altre due volte (1921 e 1928) la città ha pianto decine di vittime.


Oltre alle bombe del 1969 altre due volte (1921 e 1928) la città ha pianto decine di vittime.
Le stragi degli anni Venti. Quando il terrorismo colpiva Milano

Tabloid n. 3/2005

Oltre alle bombe del 1969 altre due volte la città ha pianto decine di vittime.

Le stragi degli anni Venti. Quando il terrorismo colpiva Milano

                                                     

Prima
del 12 dicembre 1969, la cieca violenza del terrorismo aveva ferito
Milano altre due volte. Accadde negli anni Venti. La prima nel 1921; la
seconda nel 1928. Quella del 1921 è passata alla storia come la strage del Teatro Diana; l’altra, del 1928, è nota come l’attentato alla Fiera.
I due atti criminosi provocarono quarantuno morti e centoventi feriti
Soltanto nel primo caso si riuscì ad acciuffare i responsabili. Quanto
al misfatto della Fiera (com’è accaduto per piazza Fontana), gli autori
non furono mai individuati. In quest’ultimo caso, la rozzezza impiegata
dagli inquirenti nella conduzione delle indagini provocò la morte di
due innocenti. Il primo morì nei giorni che seguirono l’atto criminale
per le botte subite durante gli interrogatori: era Romolo Tranquilli,
fratello di Ignazio Silone. La seconda vittima fu un chimico milanese,
Umberto Ceva. La polizia fascista lo aveva fermato per un attentato
dimostrativo che esponenti di G.L. avrebbero dovuto compiere nei primi
mesi del 1930 e che l’avvocato Carlo Del Re, la “spia del regime” aveva
denunciato all’Ovra. Forzando labili connessioni, il fascismo aveva
tentato di accollargli la strage della Fiera. Profondamente turbato da
quel sospetto, il professionista si tolse la vita dopo aver lasciato
una nobile lettera alla moglie.  23 marzo 1921. Attentato al Teatro Diana (21 morti). Responsabili in galera

L’obiettivo era il questore Giovanni Gasti,  ritenuto uno dei
responsabili  della lunga e immotivata detenzione di tre anarchici
(Errico Malatesta, Armando Borghi e Corrado Quaglino).

 

di Enzo Magrì

Il programma al teatro Diana era intenso la sera del 23 marzo 1921. La compagnia Daclee dava l’ultima rappresentazione di Mazurca blu
di Franz Lehar. A metà recita, fra il secondo e il terzo atto
dell’operetta, il maestro Giuseppe Berrettoni, in onore del quale era
dedicata la serata, avrebbe diretto una sinfonia. Alle 22,25 calò il
sipario di velluto verde e i venti orchestrali si dispersero nella sala
per salutare amici e colleghi. Quando, dieci minuti più tardi si sente
il trillo che richiamava tutti  al proprio posto, la ripresa subisce un
ritardo inaspettato. I professori minacciano uno sciopero per
licenziamento d’un loro collega. Il maestro Berrettoni deve usare tutta
la sua influenza per convincere gli orchestrali a riprendere i loro
posti. Manca qualche minuto alle 23. Il sipario sta per alzarsi quando
il teatro è investito da uno scoppio avvertito da gran parte della
città.

Una potente bomba collocata in via Mascagni, provoca, lungo il lato
destro della sala, una vasta breccia fra la buca dell’orchestra e le
prime file delle poltrone. La deflagrazione uccide all’istante
diciassette persone fra orchestrali e spettatori. Saliranno a ventuno
nei giorni successivi. I feriti sfiorano il centinaio. Lo scoppio
provoca il crollo del grande lampadario centrale ma lascia accese le
luce laterali che offrono l’immediata, tragica, immagine della sala:
poltrone rovesciate, scheggiate o strappate dai loro posti, leggii
dell’orchestra contorti e sepolti fra i calcinacci caduti dal soffitto,
corpi sfregiati e straziati. Dalla via Mascagni, attraverso i telai
senza vetri delle finestre, è possibile scorgere le quinte del
palcoscenico e gli scenari lacerati e tagliuzzati dalle schegge della
bomba. Tra i feriti leggeri c’è l’attrice  Dina Galli che era seduta su
una poltrona di quarta fila accanto alla figlia rimasta incolume. Quasi
alla stessa ora scoppia un altro ordigno sotto il muro  di cinta della
centrale elettrica di via Gadio che provoca solo danni materiali.

La strage è presa come pretesto da alcuni squadristi per eseguire
una spedizione  punitiva contro  la sede del giornale anarchico
“Umanità Nova” in via Goldoni e contro la nuova redazione dell’”Avanti”
in via San Damiano. Una pattuglia di poliziotti posta a presidio del
giornale socialista blocca in corso Manforte una carrozza con tre
persone a bordo. Gli sconosciuti,   scesi dal mezzo, scappano inseguiti
da un drappello di agenti mentre il resto della pattuglia perquisisce
la vettura  dove trova due rivoltelle ed alcune bombe a mano.
L’inseguimento dei fuggitivi dà esiti inaspettati: uno di loro, che si
è gettato nel naviglio asciutto, è bloccato dalle guardie. Si chiama
Antonio Pietropaolo ed è uno studente della Bocconi. Non è un fascista
bensì un anarchico che insieme con altri  due compagni di fede 
avrebbero dovuto incendiare  la redazione dell’”Avanti”. Si scoprirà
più tardi che l’attentato al giornale socialista faceva parte d’un
piano terroristico  anarchico la cui prima parte era stata già attuata
con la collocazione della bomba al teatro  Diana e dell’altra alla
centrale elettrica di via Gadio. Nel volgere d’una settimana la
polizia  risolve il caso e arresta gli autori della strage. Sono
Giuseppe Mariani, 23 anni di Mantova, un frenatore delle Ferrovie,
denunciato quale disertore della guerra 1915-1918, Giuseppe Boldrini,
23 anni, anche lui di Mantova (che si proclamerà sempre innocente) ed
Ettore Aguggini, 25 anni di Brescia. Mariani e Aguggini, l’anno
precedente avevano realizzato altri due attentati senza vittime: uno al
bar  Cova e l’altro in piazza Cavour. In carcere finiscono altre
quattordici persone accusate di  complicità con gli autori dei delitti
del 23 marzo e di altre scelleratezze attuate nei mesi precedenti. Le
indagini accertano inequivocabilmente che la bomba collocata in via
Mascagni dietro le mura del teatro non era diretta a provocare la
strage degli spettatori che il Diana ospitava quella sera bensì ad
uccidere il questore Giovanni Gasti,  ritenuto uno dei responsabili 
della lunga e immotivata detenzione di tre anarchici: Errico Malatesta,
Armando Borghi e Corrado Quaglino. Quando Malatesta viene a conoscenza
del massacro  esprime “il suo sdegno per il delitto esecrando che giova
solo a chi opprime i lavoratori e a chi perseguita il nostro
movimento”. L’attentato contribuirà effettivamente a imprimere un forte
impulso al movimento fascista che l’anno successivo conquisterà il
potere con la marcia su Roma.

Tra i fondatori di “Umanità nova”, esponente di punta
dell’anarchismo italiano, Errico Malatesta, era rientrato
dall’Inghilterra il 24 dicembre 1919. Casertano, amico di Bakunin, era
stato uno dei  dirigenti della I Internazionale. Aveva fatto parte
della banda del Matese. Più volte arrestato, si era sovente allontanato
dall’Italia per non finire in galera a causa della sua attività
politica. Nel caotico  dopoguerra,  egli aveva assolto un ruolo 
determinante alla guida del movimento anarchico tanto da  sollevare
preoccupazioni nell’establishment italiano. Per questa ragione, il 17
ottobre 1920 era  stato arrestato  a Milano insieme con i due compagni
di fede Borghi e Quaglino, redattori di “Umanità Nova”

Nonostante la mancanza d’un’imputazione determinata, i tre sono
tenuti nel carcere di San Vittore. Per protesta contro l’illegale
misura che si protrae per cinque mesi, il 13 marzo i tre iniziano uno
sciopero della fame. In loro favore comincia in diverse parti d’Italia
una vasta agitazione con  scioperi a Carrara, Piombino, Valdarno e
Liguria. Gli anarchici milanesi, decidono di esprimere la loro
solidarietà con i detenuti mettendo a segno una terna d’attentati che
hanno per obiettivo la centrale elettrica di via Gladio,  il giornale
socialista l’”Avanti” e  l’albergo Diana, in via Mascagni, nei pressi
del teatro. Il più impegnativo  di questi gesti avrebbe dovuto essere 
quest’ultimo che aveva come obiettivo un questore.  Questi era Giovanni
Gasti,  un alessandrino considerato un funzionario inflessibile.
Studioso di criminologia era ritenuto  dagli anarchici amico di
Mussolini. In realtà  Gasti era una sorta di Javert, “l’uomo del
dovere” dei Miserabili.  Egli infatti era stato implacabile 
anche nei confronti del futuro duce. Per la Direzione Centrale della
Polizia aveva redatto un rapporto informativo sulla vita del futuro
duce alquanto  sfavorevole: non aveva trascurato  di annotare nulla dei
suoi burrascosi trascorsi.

Il questore abita in un appartamento sopra l’entrata dell’hotel
Diana.  La bomba per uccidere il poliziotto è preparata da  Mariani e
Aguggini. Nel gruppo c’è anche una donna Elena Melli che ha funzioni di
collegamento. L’ordigno esplosivo consiste in 160 candelotti di
gelatina  (una ventina di chili di materiale) sistemati in un cestone
coperto di paglia sopra la quale sarebbero  state deposte alcune
bottiglie vuote.

Ancora il 21 marzo, gli attentatori sono indecisi sulle modalità con
cui operare: dapprima pensano  di noleggiare un carretto a mano,
caricarvi il cesto, posteggiare il veicolo nella stradina  in cui
s’affaccia l’Hotel sotto l’appartamento di Gasti, accendere la miccia e
scappare. L’altra soluzione è quella di portare la valigia con la bomba
dentro la Questura, il più possibile vicino all’ufficio del funzionario
e farla brillare. Passa la prima soluzione. Ma anziché in un cesto,
l’esplosivo è sistemato in una valigia.

L’hotel Diana faceva corpo con il teatro dal quale era separato da
una semplice parete. La sera del 23 marzo, Mariani e Aguggini, che
hanno preparato la bomba a Mantova e l’hanno portata a Milano
affidandola a  Boldrini, prelavano da quest’ultimo la valigia e la
portano in via Mascagni. Secondo il piano l’ordigno avrebbe dovuto
essere collocato dietro la prima saracinesca dell’hotel, quella più
vicina al teatro, per far saltare l’ala dell’albergo dove i tre credono
vi sia l’appartamento in cui  alloggia Gasti. Poiché sopraggiungono
alcune persone, Mariani, per liberarsi  subito dell’esplosivo,  lascia
il bagaglio dietro una porta che immette nella platea del teatro. Poco
prima delle 23, il ferroviere innesca la miccia, scappa insieme con
l’Aguggini, raggiunge Boldrini che se ne sta poco discosto (ma questi
negherà sempre d’essere stato presente alla collocazione della bomba) e
tutti e tre si perdono nel buio.

La strage farà inorridire anche i suoi autori. Boldrini, ripeto, si
proclamerà sempre innocente. Dirà che egli, pur non negando la sua fede
anarchica, non aveva preso parte all’attentato, e che almeno quattro
persone sapevano dove egli si trovasse al momento dello scoppio
dell’ordigno. Faceva riferimento a testimoni  che non nominava ma
attendeva che sentissero il dovere di presentarsi alla Giustizia. Gesto
questo  che gli sconosciuti, ammesso che fossero mai esistiti davvero,
non fecero mai.

Il processo contro Mariani, Boldrini, Aguggini e altri quattordici, 
cui fu imputata la strage del teatro Diana, la collocazione della bomba
alla centrale elettrica di via Gadio, il mancato attentato all’”Avanti”
e le  esplosioni di alcuni ordigni avvenute l’anno precedente (tranne
quelle al Cova per le quali era stato condannato a 24 anni di carcere
il ferroviere), fu celebrato a Milano dal 9 al 31 maggio 1922. Mariani
fu condannato all’ergastolo, Boldrini e Aguggini a trent’anni. A tutti
gli altri furono comminate pene dai sedici ai due anni di carcere.
Sinceramente pentito, il ferroviere dopo la sentenza dichiarerà che al
processo avrebbe preferito avere come giurati i parenti delle vittime,
“perché se lo avessero ritenuto giusto avrebbero potuto fare giustizia
sommaria”.

Sconterà venticinque anni di carcere. Entrato ventitreenne
all’ergastolo di Santo Stefano di Ventotene, ne uscì  quarantottenne
nel  luglio del 1946 graziato dal presidente provvisorio della
Repubblica, Enrico De Nicola. Appena lasciato il carcere, dichiarò di
“abiurare all’idea che il terrorismo possa essere una necessità
rivoluzionaria”. Si dichiarò  persuaso “del suo valore negativo tra i
fattori di lotta contro la società borghese e che esso sta alla
rivoluzione come il furto all’espropriazione”.

Poco dopo aver  conquistata la libertà, scrisse un libro, “Memorie di un ex terrorista”,
in cui puntualizza alcuni  aspetti dalla sua vicenda. La strage del
Diana fu uno di quegli eventi che favorirono sicuramente l’ascesa del
fascismo. Furono in molti tra gli antifascisti ad azzardare l’ipotesi
che i terroristi fossero stati  addirittura “orientati” dalla polizia.
Questa per esempio è la convinzione del prefatore del libro  di
Mariani; Gigi Damiani. Scrisse: “Fu la polizia a condurre per mano gli
esacerbati terroristi fino davanti alle griglie del teatro Diana”.
Onestamente Mariani però confessò:”Non ho mai pensato, come sempre
hanno fatto alcuni miei compagni, in base ad elementi che mi hanno
detto positivi, fino a credere possibile una revisione del processo,
d’incolpare  qualcuno che vicino a noi sapesse manovraci tanto bene da
farci credere che avremmo colpito il questore e altre personalità e che
invece ci facevano colpire delle povere persone innocenti intente solo
a divertirsi”.

Un fatto tuttavia è incontestabile. Elena Melli, la donna che
frequentava il gruppo anarchico e che prese parte attiva alla
preparazione degli attentati, non comparve fra gli imputati del
processo. Non fu neppure denunciata. Fuggita in Sudamerica, di lei non
si seppe mai più nulla.

 

12 aprile 1928.  Attentato alla Fiera (20 morti). Impunito

(Vittorio Emanuele III  sfugge alla bomba, perché è in ritardo)

 

di Enzo Magrì

La mattina del 12 aprile 1928 Milano è pavesata di bandiere e di
orifiamma. Vittorio Emanuele III deve recarsi ad inaugurare la IX
Fiera. Secondo il programma, il sovrano dovrebbe giungere alla
Campionaria alle 9,50 entrando da piazzale Giulio Cesare. Per le
consuete precauzioni che la polizia adotta in queste circostanze,
l'orario d'arrivo del corteo è ritardato di cinque minuti. Quando
scocca l'ora ufficiale della visita, nel piazzale esplode una bomba che
semina morte tra le decine di persone in attesa di vedere il re: si
conteranno venti cittadini deceduti e oltre quaranta feriti.

Una bimba è mutilata; di una famiglia di cinque persone resta un
solo superstite; tutt’intorno c’ e’ morte e distruzione.  Il regime si
mobilita per la caccia ai colpevoli. Il capo della polizia Arturo
Bocchini spedisce a Milano due suoi abili ispettori: Giuseppe Valenti e
Francesco Nudi. Per le leggi straordinarie del 25 novembre 1926, la
strage è di competenza del Tribunale speciale per la difesa dello
stato. Il nuovo organismo rivendica a sé “l'onore“ dell'istruttoria e
si trasferisce a Milano. Nel capoluogo lombardo giunge pure il
sottosegretario agli Interni Michele Bianchi.

Mussolini invia un telegramma con il quale attribuisce la
responsabilità agli antifascisti. Contemporaneamente affida le indagini
alla Milizia Ferroviaria e spedisce nel capoluogo lombardo il capo di
stato maggiore, console Valerio Lucchini. L'incarico conferito alla
massima carica del corpo speciale impegnato con Esercito e Polizia al
mantenimento dell'ordine interno, è giustificato con il ritrovamento,
avvenuto qualche giorno prima sotto i binari della Milano-Piacenza,
d’una bomba ad orologeria. Agli inizi di aprile un ordigno era stato
scoperto nella cantina dell'Arcivescovado mentre in marzo un altro era
esploso ai piedi del monumento a Napoleone III, collocato nel cortile
del Senato dove era stato lasciato anche uno scritto inneggiante alla
libertà. Frammenti di quest'ultima bomba e parti di quelle inesplose,
erano stati affidati a un perito, il generale d'artiglieria Alfredo
Torretta che aveva trovato delle analogie nella loro fabbricazione.

Sotto la guida della milizia, polizia e carabinieri orientano le
ricerche dei colpevoli verso comunisti, anarchici e repubblicani. La
magistratura dal canto suo incarica della perizia sulla bomba di
piazzale Giulio Cesare il tenente colonnello Mario Grosso, perito
balistico della sezione staccata d'artiglieria di via Calatafimi.
L'esperto stabilisce che si tratta d'una bomba “detonante“, formata da
una certa quantità di gelatina racchiusa in un sottile involucro di
tela cerata. Il pacco era stato collocato nello spazio vuoto fra un
palo della luce e il suo basamento in ghisa: vi era stato introdotto
attraverso lo sportello di facile apertura e di altrettanta facile
chiusura e appoggiato verso il lato del piazzale dove sorge l'edificio
con il civico numero 18.

L'esplosivo era collegato, attraverso un filo elettrico, a un
congegno ad orologeria. Secondo l'esperto, la carica del movimento a
tempo non poteva essere superiore alle dodici ore: il convincimento fu
comunque che quell'ordigno dovesse essere stato infilato nel basamento
del palo attorno alle cinque del mattino.

Durante lo svolgimento delle indagini sono fermate e rilasciate più
di cinquecento persone. Lo zelo degli inquirenti nel volere trovare a
tutti i costi i colpevoli è così eccessivo da stravolgere le esistenze
di parecchi innocenti. Uno di questi è Romolo Tranquilli, il
ventiseienne fratello di Secondino Tranquilli, Ignazio Silone. Romolo
“è un giovane di sentimenti cattolici, vagamente antifascista, più
amante dello sport che della politica“. Il fratello Secondo lo aveva
sistemato presso il don Orione, a Venezia, in una casa per giovani
artisti. Temendo che il suo antifascismo avrebbe potuto nuocere al
giovane congiunto, lo scrittore aveva deciso di mandarlo in Svizzera. A
portarlo fuori dall'Italia era stato incaricato un amico di Silone, un
comunista che avrebbe dovuto incontrarlo sul lungolago di Como; il
luogo dell'appuntamento era stato segnato in una cartina.

Fermato dalla polizia, Romolo fu trasferito a Milano. La piazza di
Como antistante il lago, luogo del rendez vous, fu scambiata dagli
inquirenti per piazzale Giulio Cesare ed il giovane fu sottoposto a
brutali interrogatori. I suoi onesti, insistiti, dinieghi furono presi
per omertosi segni di complicità con gli assassini. Picchiato con
sacchetti di sabbia “che non lasciavano tracce estreme ma scardinavano
l'interno“, riportò la frattura d'una costola. Morì in carcere.

Delle cinquecentosessanta persone arrestate, trecento sono subito
rilasciate e soltanto due, gli anarchici Gino Nibbi, originario di
Massa e Libero Molinari (il cui padre, anche lui anarchico, era un
chimico di valore, amico di Errico Malatesta) sono considerati
implicati nell'attentato. Più che la scoperta dei colpevoli, l'indagine
mette in luce le frizioni tra gli inquirenti che si dividono tra duri e
moderati. Guido Leto, alto funzionario addetto ai servizi politici
della direzione di Polizia e dal 1938 capo dell’Ovra, scrisse che “la
polizia non si lasciò mai abbacinare da inchieste fatte da altri organi
dilettantistici più o meno politici“. Il poliziotto allude alla
milizia, a Lucchini e al procuratore generale del Tribunale speciale
Balzamo i quali ritenevano che esistessero le prove per mandare subito
davanti ai giudici dello speciale organismo Nibbi e Molinari.

Contro questa tesi militava il capo della Polizia Arturo Bocchini.
Attraverso i suoi collaboratori faceva presente la necessità che si
procedesse almeno con il rito formale. Alla fine la spuntò lui. Più
tardi i due imputati furono assolti in istruttoria.

Gli autori della strage di piazzale Giulio Cesare non sono mai stati
scoperti. “Il più grave cruccio di Bocchini“ ricorda Leto nelle sue
memorie“ fu di non essere riuscito a vedere chiaro in questo tragico
episodio ed egli non si stancò mai di stimolare i suoi collaboratori
affinché non trascurassero nulla per far luce sull'attentato“.

Le stragi i cui autori restano sconosciuti scatenano (la storia del
dopoguerra annovera parecchi esempi) ridde di ipotesi nelle quali
l'uomo della strada ha difficoltà ad orientarsi. La stessa cosa avvenne
per l'attentato alla Fiera. Una delle più accreditate fu quella che
formulò Cesare Rossi, prima addetto stampa di Mussolini quindi
perseguitato e arrestato dal fascismo. Raccontò che il vice questore di
Milano Salvatore Haro, parlando dopo la Liberazione, della strage con
Luigi Gasparotto, deputato alla Costituente, più volte ministro prima e
dopo il fascismo, se ne uscì con questa frase:“ Cosa vuole onorevole.
Ad un certo punto ci siamo dovuti fermare. Andando avanti ci saremmo
imbattuti nei fascisti, gente di Giampaoli“. Mario Giampaoli,
squadrista, era a quel tempo il segretario federale di Milano.

A suffragare l'ipotesi che l'attentato potrebbe essere stato
eseguito dagli stessi fascisti (ma, ripeto è una delle tante ipotesi)
qualcuno ricorda un episodio alquanto misterioso avvenuto il giorno
dopo la strage di piazzale Giulio Cesare. In una caserma della Milizia
di via Mario Pagano si verificò un episodio oscuro: due militi furono
uccisi e due rimasero feriti dalla pallottola accidentalmente sparata
dal moschetto d'un loro commilitone. Poiché risultava difficile credere
che una sola fucilata avesse potuto colpire quattro persone, nacque la
supposizione che quell'evento fosse in relazione con la strage.

Nel 1930 si tentò di attribuire la responsabilità dei morti della
Fiera ad un gruppo di antifascisti denunciato all’Ovra dalla “spia del
regime” Carlo Del Re. Questi, fingendosi contrario alla dittatura,
aveva indotto una  schiera di persone legata a G.L., a preparare alcuni
attentati dimostrativi. Facevano parte della squadra Ernesto Rossi,
Riccardo Bauer, Ferruccio Parri e altre ventuno persone tra le quali
Umberto Ceva, un chimico che, come scrisse Rossi, “mise a disposizione
della cospirazione la sua cultura tecnica preparando tra l’altro  nuove
formule d’inchiostro simpatico e di reagenti.

La scoperta nel dicembre del 1930 della cellula milanese di
Giustizia e Libertà (nel comunicato della Polizia compare per la prima
volta l’acronimo Ovra) che aveva congegnato un paio di bombe per gli
attentati dimostrativi sollecitati da  Carlo del Re, non poteva non
richiamare alla mente degli inquirenti la carneficina di piazzale
Giulio Cesare. Tanto più  che tra gli uomini che avevano avviato le
prime indagini nel 1928 c'era Francesco Nudi divenuto nel frattempo
capo della polizia politica milanese. Il poliziotto era naturalmente a
conoscenza delle ipotesi formulate due anni prima.

L'occasione è troppo ghiotta perché Nudi se la lasci sfuggire. Lui e
il capo della Polizia  sono sempre alla ricerca dei veri colpevoli
della strage e ancora impegnati a fare vedere a quei dilettanti della
milizia ferroviaria che avevano avuto torto. La dimostrazione  di
un’eventuale compatibilità tra gli ordigni del 1928 e quelli preparati
da Umberto Ceva avrebbe permesso all’uomo dell’Ovra di fare un colpo
grosso. Nudi  affida al generale Alfredo Torretta la perizia sul
materiale infiammabile sequestrato nell'abitazione del chimico e di
quell’altro che era stato recuperato nelle acque d’una roggia. Qualche
mese più tardi, l'esito della perizia  lo fa sobbalzare. In un capitolo
dal titolo “Altri rilievi“,  l’alto ufficiale ricorda che negli
attentati di Milano, e “in particolare in quello di piazzale Giulio
Cesare, si erano trovati congegni somiglianti“. Quindi rileva: “Mette
però anche in evidenza un insieme di circostanze e di analogie talmente
sorprendenti, anzi di identità tali, da far dubitare che quei tristi
ordigni, che miravano a colpire cosi in alto e che causarono la morte
di tante innocenti persone, avessero un'origine comune con questi, ora
repertati“.

Quel dubbio, esternato in una brutta frase dal perito, offre al
poliziotto l'occasione per puntare i riflettori su Umberto Ceva
lasciando per il momento nell'ombra  tutti gli altri accusati. Secondo
l'ispettore egli è il personaggio ideale per compiere l'azzardoso
esperimento di stabilire la connessione tra la terribile strage del 12
aprile 1928 e gli esponenti di G.L.

Ceva è un trentenne bruno, dal viso serio di pensatore e dagli occhi
cerchiati da un paio d'occhiali a stanghetta. Al momento del suo
arresto è sereno, tranquillo. Se una pena lo strugge è il pensiero
della moglie Elena e dei due figli, Edoardo di 4 anni e Michele di 8
mesi.

Tradotto a Roma come tutti gli altri, è confinato in una cella del
raggio dei detenuti politici. Poi il presentimento d'un’ineluttabile
sorte s'impadronisce di lui. Per logorarne la volontà e spegnerne la
determinazione, il detenuto è lasciato in isolamento. Il 4 dicembre, lo
stesso giorno in cui appare sulla stampa italiana il comunicato
dell'Ovra, il chimico subisce un duro interrogatorio. “Non ho compiuto
altro atto all'infuori di quelli che io stesso ho confessato, come ho
già esposto“ dichiara.

Il 5 dicembre la moglie è convocata a Roma per il primo colloquio. I
due s'incontrano la mattina del 7. Appena Elena Ceva vede entrare lo
sposo nella stanza è colpita “da uno strano turbamento come di chi si
trovi all'improvviso dinanzi a qualcuno che è ormai staccato dalla
terra, che sfiora appena con passo lieve“.

Il colloquio duro’ una quindicina di minuti. Il detenuto era
presente e padrone di sé tanto da non lasciarsi sopraffare dalla
commozione. Nell'abbracciarlo, alla fine dell'incontro, la sposa gli
sussurrò all'orecchio che stesse tranquillo “perché si sarebbe fatto il
possibile per aiutarlo“. Egli la guardò “come se quelle parole non
avessero alcun significato per lui“. Lei afferrò le mani del congiunto,
lo guardò negli occhi, mormorò: “Sempre cosi“. Lui rispose: “Va, va“.

Umberto Ceva si avvelenò la notte di Natale del 1930. In una lettera
all’ispettore Nudi scrisse:”Non ho fatto nulla, non ho visto nulla, non
ho saputo che altri abbia fatto del male a una creatura umana”.