Arnaldo Fraccaroli ("Fraka"). Un giornalista sulle strade del mondo (di Patrizia Pedrazzini)

Tabloid n. 1/2005


Memoria

"Io non c’ero. Ma mi hanno detto che i funerali di Arnaldo
Fraccaroli sono stati un’apoteosi. A grappoli vennero per scortarne la
bara, spontaneamente, fino al Cimitero, uomini e donne di tutti i ceti
e condizioni. Dalle portinerie, dalle botteghe di barbiere, dai tassì,
dai conventi, dalle scuole, dagli ospedali, dagli ospizi, dai negozi,
dagli uffici uscì e si compose in corteo quel ‘pubblico’ che noialtri
giornalisti non conosciamo, ma per il quale scriviamo: quello che ci
legge in tram o dietro il banco, quello che si appassiona
all’avvenimento e aspetta l’articolo e lo discute. Se l’occasione si
prestasse al motto di spirito, diremmo che Fraccaroli è stato, anche da
morto, lo scrittore più ‘seguito’ di questi ultimi tempi. Certo, per
queste cose ci vuole Milano, unica fra tutte le città d’Italia in cui
un uomo possa guadagnarsi la popolarità senza sentirla condita di
livore, gelosia e invidia".

Così scriveva, nell’ormai lontano 1956, Indro Montanelli, in un
appassionato ricordo del grande giornalista – e collega al "Corriere
della Sera", cui aveva dato mezzo secolo di lavoro – morto pochi giorni
prima, il 16 giugno, a Milano, al termine di una lunga malattia.

Grande giornalista, Fraccaroli. Ma non solo. Anche, come scriveva il
poeta dialettale veronese Fragiocondo, "combattente, corrispondente di
guerra, inviato speciale, viaggiatore, romanziere, commediografo,
umorista, filosofo, conferenziere, artista, poeta: bisognerebbe
studiarlo ‘a rate’ per impossessarsene compiutamente".

Era nato il 26 aprile 1882 a Villa Bartolomea, paese della Bassa
Veronese adagiato sotto l’argine dell’Adige, vicino a Legnago. Terra di
nebbie, e di facili malinconie. Ma anche terra nella quale discende,
giù dal Monte Baldo, oltre Verona, lungo le anse verdi del fiume,
quell’aria fresca e frizzante che dicono trasmetta quella nota di
allegria, quel pizzico di dolce follia che pervade le genti di qui. Che
dipinge un enigmatico sorriso, compiaciuto e canzonatorio, persino sul
volto di Cangrande della Scala, unica statua equestre (è in
Castelvecchio, a Verona) a rappresentare un condottiero sorridente. E
che qui fa sempre, prima o poi, tornare chi da questa terra si sia,
nell’avventura della vita, allontanato. Arnaldo Fraccaroli, "Fraka" per
i lettori, "caro uomo elegante, di finezza aristocratica – sono sempre
parole di Fragiocondo – , che quando ritorna alla sua città, si leva il
cappello, e fa un profondo inchino alla grazia di Madonna Verona",
l’aria del Monte Baldo deve averla respirata profondamente.

Giornalista schietto, arguto e colorito, scrisse uno sterminato
numero di articoli, che furono da lui stesso ripubblicati in decine e
decine di volumi (vedi riquadro), tutti intrisi di quel
personalissimo umorismo, di quella sorta di inconfondibile "leggerezza"
per cui, scriveva il giornalista veronese Giuseppe Silvestri,
"bastavano, e bastano, poche righe perché si dica senza paura di
sbagliare: ecco Fraccaroli; questa è roba di Fraccaroli¸ questo è il
‘fare’ di Fraccaroli".

Al giornalismo si era avvicinato che aveva solo 12 anni. Dopo la
grande rotta dell’Adige, seguita, nel 1886, da un’epidemia di colera
che aveva reso ancora più sottili le già misere risorse di casa (il
padre, Antonio, faceva l’oste, e viveva vendendo pane, dolci, vino e
grappini agli uomini che si svegliavano presto per andare all’alzaia, a
trascinare contro corrente sul fiume chiatte e barconi), la famiglia si
era trasferita a Lonigo, nel Vicentino. E fu da qui che il giovanissimo
Arnaldo si nominò, e improvvisò, corrispondente per "L’Arena".
"Articolini", come ricorderà lui stesso, che il giornale regolarmente
gli pubblicava. Finché, dalla redazione, gli venne l’invito a farsi
conoscere di persona. "Così, un giorno di vacanza, intrapresi
arditamente in bicicletta l’avventuroso viaggio da Lonigo a Verona:
chilometri trenta. Cominciavo in tal modo la mia carriera di
viaggiatore per gli itinerari del mondo". Lo accolse "un bel
giovinottone alto, florido, gagliardo", che lo squadrò con occhi
sorpresi e disse: "Avevo capito che si trattava di un giovinotto, ma mi
trovo addirittura dinanzi a un ragazzetto!". Fu l’inizio della grande,
solida, profonda amicizia che per tutta la vita legherà Arnaldo
Fraccaroli a Renato Simoni, allora redattore e critico teatrale a
"L’Arena" (quindi critico drammatico del "Corriere"). Sarà lui, nel
1909, a segnalarlo al direttore del quotidiano milanese Luigi
Albertini. Nel maggiore giornale italiano Fraccaroli entrò il 16
maggio, per non allontanarsene più. La sua prosa semplice, pungente e
spiritosa, non tardò ad aprirsi un varco nelle austere stanze di via
Solferino: piacque al direttore, piacque soprattutto ai lettori.

Da semplice cronista a inviato speciale, corrispondente di guerra,
testimone e narratore. Da Milano all’Italia, all’Europa, all’Africa,
all’Asia (i soli luoghi che non toccò furono l’Australia e i Poli). Dal
deserto cirenaico al fronte austro-serbo, dalla Galizia alla Macedonia,
dal Carso all’Altipiano dei Sette Comuni, dall’Isonzo al Piave. Dalla
Muraglia cinese alla pampa argentina, alle miniere d’oro del Transwaal.
Ed è solo una breve, ridottissima carrellata. Fu il primo giornalista a
sbarcare a Trieste libera, il 3 novembre 1918, dal cacciatorpediniere
"Audace". Fu uno dei primi giornalisti europei a visitare, nel ’27,
Hollywood. Scriveva il critico teatrale del "Corriere" Eligio Possenti:
"Usi, costumi, persone e personaggi si affollano nelle pagine di
viaggiatore instancabile, di giornalista intento a uno scopo solo:
quello di dare al lettore l’illusione di essere partecipe del suo
gironzolare, di viaggiare con lui, di apprendere con lui, di godere con
lui gli spettacoli della vita nelle più remote regioni della Terra".

"Aveva lettori fedeli – ricorda un altro giornalista originario di
Villa Bartolomea, Arnaldo Bellini – . Una volta, intrattenendosi con un
umile lavoratore dei campi, apprese che questi custodiva con cura, in
un cassetto, i ritagli dei suoi articoli di viaggi. Si commosse fin
quasi alle lacrime. Sapeva che un giornalista esiste soltanto se ha
dietro di sé un pubblico che lo segua e lo ammiri". E ancora Indro
Montanelli: "Ma quando si fu in tassì, il conducente lo riconobbe e,
volgendoglisi con un largo sorriso, lo interpellò chiamandolo
affettuosamente per nome in milanese: ‘Sciùr Fraccaroli!". Avreste
dovuto vedere il povero Arnaldo, via via che il buon uomo gli poneva
domande e gli chiedeva spiegazioni su questo o quell’episodio della sua
lunga carriera di cronista. Tutta la cordialità di cui con me era stato
tanto avaro gli traboccò nelle risposte a quel ‘lettore’ in cui egli
ravvisava il proprio padrone. Ancora un po’ e lo portava in casa per
tenerselo a pranzo".

Non a caso i giornalisti lombardi lo designarono presidente del loro
Circolo della Stampa, quando nel 1952 la carica rimase vacante per la
morte di Renato Simoni.

"Giornalista nato, giornalista d’elezione – ricordava Giuseppe
Silvestri – aborriva dalla musoneria, ma sentiva la serietà e la
responsabilità della sua missione, di fronte al pubblico innanzi tutto,
che andava sempre informato con scrupolosa esattezza e precisione, con
assoluto rispetto della verità, a costo di qualsiasi sacrificio".
Guerra di Libia, 1911. "Il comando militare – racconta il figlio Aldo
Fraccaroli – aveva ordinato che i giornalisti non potessero ‘andare al
seguito della truppa’ per una certa operazione. ‘Bene! – osservò Fraka
– non andremo al seguito ma la precederemo’, e con tre animosi colleghi
si avviò sul cammello nel deserto, arrivando all’oasi prima dei
soldati. Per poco i quattro evitarono la corte marziale".

Instancabile lavoratore (il giornalista del "Corriere", poi
direttore de "L’Arena" Giovanni Cenzato lo riteneva ottimo interprete
della massima di Don Bosco "Lavorare come se non si dovesse mai morire,
e vivere come se si dovesse morire l’indomani"), Arnaldo Fraccaroli fu,
nel privato, anche uomo di profonda religiosità e grande generosità.
Molto legato alla madre Angela (vedi riquadro nel ricordo del figlio Aldo),
che volle con sé a Milano quando vi si trasferì, e partito dalla più
autentica ristrettezza economica, raggiunse la "ricchezza – ricordava
Cenzato – attraverso il suo solo lavoro, ricchezza che egli espresse in
una casa ben ornata di cose belle, di preziosi oggetti, di amicizie
intelligenti" E ancora: "Lasciò morendo notevoli legati: 30 milioni
all’arcivescovo di Verona per i poveri, 10 milioni ai mutilatini di Don
Gnocchi, 5 milioni agli operai del Corriere, 5 milioni all’allora
arcivescovo di Milano monsignor Montini, che gli confortò di persona il
grande trapasso".

Aveva, oltre alla casa milanese di via Legnano, una villa a Baveno,
sul Lago Maggiore. Ma il suo rifugio preferito, il luogo nel quale
amava tornare, era la villa alle "Toresèle" sulle alture che circondano
Verona. "Quella casa – scriveva Gino Beltramini, professore e direttore
del periodico "Vita veronese" – divenne quasi un eremo e la vita vi
trascorse semplice ed operosa, più che mai protesa a quei
‘ripensamenti’ che la tumultuosa e febbrile attività degli anni decorsi
aveva attutiti e dispersi". Di lassù, alto, distinto, i capelli
bianchi, questo "commesso viaggiatore della curiosità altrui", com’egli
stesso amava definirsi, poteva verso sera, al primo calar delle ombre,
perdersi con lo sguardo nel lento scorrere dell’Adige, sui rossi tetti
della città, lontano, fino al campanile di San Zeno e alle torri di
Castelvecchio. Tornare con la mente ai ricordi. E respirare l’aria,
fresca e frizzante, del Monte Baldo.

Così scrisse, di lui, il critico teatrale de "L’Arena" Bruno De
Cesco: "Nel suo studio, fra i libri dalle coste preziose, fra i rari
pezzi d’arte esotici, vegliavano il bronzeo capo incoronato del Cristo
e il dolce volto di mamma Angela; nella saletta accanto stava la
maschera di Cangrande dedicatagli dai volontari di guerra veronesi. E
chi lo conosceva da vicino, chi lo conosceva nell’intimo, sapeva che in
quei tre simboli di bronzo viveva tutta la sua anima".


Le date fondamentali della sua vita

1882 26 aprile: nasce a Villa Bartolomea (Verona) da Antonio e Angela Zancopè


1887 La famiglia si trasferisce a Lonigo


1895 Fonda e redige il giornaletto umoristico "La Freccia"


1899 Viene pubblicata a Lonigo la sua prima commedia, "Folletto"


1900 A Vicenza fonda e dirige il giornale "Bobò"


1901-02 Lavora nella redazione del giornale "La Provincia di Vicenza"


1904 A Lonigo viene rappresentata la sua commedia "El sistema più belo", in dialetto


1905 A Padova è redattore a "La Provincia di Padova", dove incomincia a firmarsi "Fraka"


1906 E’ redattore capo a "La Provincia di Padova"


1907 A Padova viene rappresentata "Ostrega, che sbrego!", in veneto


1908 A Venezia è segretario del teatro "La Fenice"


1909 16 maggio: entra al "Corriere della Sera" e si trasferisce con la madre a Milano


1911 Muore la madre


1911-12 Inviato dal "Corriere" alla guerra di Libia


1913 Sul "Corriere" tiene la rubrica "Sottovoce zio Matteo"


1914 Corrispondente di guerra in Galizia, sul fronte austro-russo e in Turchia


1915-18 Corrispondente dai fronti della Grande Guerra


1918 Viene decorato con medaglia di bronzo nella
riconquista di Sacile (si era volontariamente prestato da bersaglio a
una mitragliatrice austriaca, affinché una nostra bombarda la potesse
individuare e distruggere)


1920 In Ungheria segue la rivoluzione di Bela Kun


1923 Partecipa alla gara automobilistica "Coppa delle Alpi"


1924 Da Bruxelles all’Italia segue il funerale di Giacomo Puccini, di cui fu il biografo


1925-26 Dirige la rivista "Fantasie d’Italia"


1926-27 Lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti


1928-29 Lungo viaggio in India


1930-31 Lungo viaggio in Sudamerica


1931-32 Lungo viaggio nell’Africa centrale e meridionale


1933-34 Lungo viaggio in Cina


1934 Va in scena Milano "L’osteria della gloria", commedia con il giovane Gino Cervi


1935-36 Viaggio nel Siam e in Indonesia


1936-37 Lungo viaggio in Giappone


1937 Esce il libro "Venti novelle matte ma non tanto", il primo di una serie fortunata


1938 Acquista a Verona la villa palladiana che chiama "Le Toresèle"


1939 Viaggio nell’Africa settentrionale e occidentale


1940-45 Si dedica a biografie romanzate dei "Patriarchi
della musica italiana" – Rossini, Bellini, Donizetti – e a quella di
Maria Malibran


1950-56 Tiene sulla "Domenica del Corriere" la rubrica "Confidenze" con i lettori


1952 La Compagnia Besozzi mette in scena a Milano "Siamo tutti milanesi"


1956 16 giugno: muore a Milano


1957 Viene pubblicata postuma la biografia "Giacomo Puccini si confida e racconta"

(La cronologia è tratta dal volume "Omaggio ad Arnaldo Fraccaroli",
a cura di Arnaldo Bellini, Comune di Villa Bartolomea, novembre 2004)

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Dalle trincee al palcoscenico
tutte le opere di un eclettico ingegno

Sedici libri di viaggi, ventitré fra romanzi e raccolte di novelle,
dodici biografie, nove volumi di corrispondenze dai fronti di guerra,
ventotto lavori teatrali. Ecco l’elenco delle opere di Arnaldo
Fraccaroli.

Viaggi


Ungheria bolscevica (Sonzogno, Milano, ca 1920), La coppa delle Alpi (Sonzogno, Milano, 1924), New York ciclone di genti (F.lli Treves, Milano, 1928), Hollywood paese d’avventura (F.lli Treves, Milano, 1929), India (F.lli Treves, Milano, 1930), Ceylon, la perla dei Tropici (F.lli Treves, Milano, 1930), Spagna encantadora (F.lli Treves, Milano, 1930), Ecco Parigi (F.lli Treves, Milano, 1930), Buenos Aires (F.lli Treves, Milano, 1931), Pampa d’Argentina (F.lli Treves, Milano, 1931), Splendori e ombre del Paraguay (Treves-Treccani-Tuminelli, Milano-Roma, 1932), La porta dell’Estremo Oriente (A. Mondadori, Milano, 1934), L’isola delle donne belle (A. Mondadori, Milano, 1934), Il Budda di smeraldo (Viaggio al Siam) (A. Mondadori, Milano, 1935), La Cina che se ne va (Ulrico Hoepli, Milano, 1938), Sumatra e Giava (A. Mondadori, Milano, 1942).

Romanzi e novelle


Tomaso Largaspugna (Libreria Editrice Internazionale, Milano, 1902), Biglietto di viaggio (Vitagliano, Milano, 1920), Allegretto (Sonzogno, Milano, ca 1920), Ragazze innamorate (Vitagliano, Milano, ca 1920), Largaspugna (A. Mondadori, Roma, 1921), Sottovoce zio Matteo (A. Mondadori, Milano-Roma, 1922), Il paradiso delle fanciulle ovvero american girls (F.lli Treves, Milano, 1929), Donne d’America (Libreria Editrice degli Omenoni, Milano, 1930), Nostra vita quotidiana (F.lli Treves, Milano, 1931), Coriolano vuol essere felice (A. Mondadori, Verona, 1932), L’avventura dell’altro mondo (Servizio Propaganda e Stampa del Gruppo Italia, Cosulich, Lloyd Triestino, Adria, 1934), 20 novelle matte ma non tanto (A. Mondadori, Milano, 1937), Sette donne intorno al mondo (A. Mondadori, Milano, 1938), Se tu giochi con l’amore (A. Mondadori, Milano, 1939), Matte anche queste ma però (A. Mondadori, Milano, 1940), Vivere a modo mio (A. Mondadori, Verona, 1941), Sempre più matte con pepe e sale (A. Mondadori, Verona, 1942), Le nuove matte con unghie rosa (A. Mondadori, Verona, 1943), I racconti dei mari del Sud (Mondadori, Verona, 1944), Avventure lontane (Corriere della Sera, Milano, 1944), La bella delle Galapagos (Corriere della Sera, Milano, ca 1944), Aorai alle isole felici (A. Mondadori, Milano, 1949), Vivere a modo mio (A. Mondadori - Biblioteca Economica, Milano, 1956).

Biografie


Giacomo Puccini in casa e nel teatro (Selga, Società Editrice La Grande Attualità, Milano, ca 1910), Celebrità e quasi (Sonzogno, Milano, 1923), La vita di Giacomo Puccini (G. Ricordi & C., Milano, 1925), Passione di Maria Malibran (Corriere della Sera, 1939), Rossini (A. Mondadori, Milano, 1941), La donna di Napoleone (A. Mondadori, Verona, 1942), Bellini (A. Mondadori, Milano, 1942), Napoleone si sposa (A. Mondadori, Verona, 1944), Per i tuoi occhi azzurri (Il Romanzo Mensile, Milano, 1944), Per i tuoi occhi azzurri (Mondadori, s.l., 1944), Donizetti (A. Mondadori, Milano, 1945), Giacomo Puccini si confida e racconta (G. Ricordi & C., Milano, 1957).

Guerra


In Cirenaica con i soldati (F.lli Treves, Milano, 1913), La presa di Leopoli e la guerra austro-russa in Galizia (F.lli Treves, Milano, 1914), La Serbia nella sua terza guerra (F.lli Treves, Milano, 1915), L’invasione respinta (F.lli Treves, Milano, 1916), Dalla Serbia invasa alle trincee di Salonicco (F.lli Treves, Milano, 1916), Alla guerra sui mari (F.lli Treves, Milano, 1917), Il poema delle siluranti (Alfieri & Lacroix, Milano, 1917), La vittoria del Piave (Alfieri & Lacroix, Milano, 1918), L’Italia ha vinto (Alfieri & Lacroix, Milano, 1919).


Teatro (fra parentesi la prima rappresentazione)


El sistema più belo (Lonigo, 1904), Caffè concerto (Padova, 1905), Ostrega, che sbrego! (Padova, 1907), La piccola diva (Venezia, 1908), La dolce vita (Milano, 1912), La foglia di fico (Napoli, 1913), Bezzi e basi (Torino, 1913), Chiomadoro (Milano, 1914), Peccato biondo (Milano, 1928), Non amarmi così (Milano, 1916), Mimì (Torino, 1917), Ma non lo nominare (Torino, 1920), Quello che non t’aspetti (Roma, 1921), La Morosina (Milano, 1921), Il cavallo di battaglia (Verona, 1923), Biraghin (Torino, 1924), Largaspugna (Milano, 1924), Straccinaria (Milano, 1924), Baldoria (Milano, 1925), La gaia scienza (Torino, 1926), Il problema centrale (Milano, 1926), Corallina fanciulla d’ogni tempo (Milano, 1926), L’intervista (Milano, 1932), Milioni (Milano, 1933), L’osteria della gloria (Milano, 1934), Quando lei non c’è (Venezia, 1939), Siamo tutti milanesi (Milano, 1952), Questa gabbia di matti (Milano, 1953).

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Il figlio Aldo: Fraccaroli, mio padre

Aldo Fraccaroli, il figlio di Arnaldo, ha oggi 85 anni. Giornalista
lui stesso (è stato, tra l’altro, per dieci anni a capo dell’Ufficio
stampa del Touring Club Italiano), capitano di fregata e appassionato
storico di marina militare (è uno dei maggiori esperti a livello
mondiale), ha nella sua abitazione, a Lugano, un archivio di 80.000
fotografie di navi da guerra, 25.000 delle quali scattate da lui. In
più occasioni ha avuto modo di ricordare la figura del padre,
attraverso articoli ricchi di aneddoti. Ne proponiamo alcuni stralci.


Anche in casa, mio padre era sempre in perfetto ordine, ben
rasato e vestito di tutto punto, anzi con quell’eleganza cui teneva.
Detestava infatti la sciatteria. Tranne che nei suoi ultimissimi
giorni, non lo vidi mai con la barba lunga né con le pantofole, se non
tra la sua camera e la stanza da bagno. Da mezz’ora dopo essersi levato
sino al momento di spogliarsi per andare a letto, era un esempio di
decoro e di dignità, in grado di accogliere un re – o un presidente di
repubblica – entro le mura domestiche. In special modo, a tavola era un
modello di compitezza, sì che, a osservarlo, si sarebbe divenuti
maestri di belle maniere. Ma a sua volta esigeva correttezza negli
altri. Non tollerava invitati che lasciassero in fondo al piatto anche
soltanto un piccolo avanzo: "Sta poco bene? Si sente male?", domandava
con interesse che appena celava il tono ironico. "Oppure non le
piace?". Di fronte a quest’incalzare di domande, l’ospite doveva
sottostare alle rigide regole di casa Fraccaroli.

Se nella conversazione era un amabile compagno, nelle discussioni
non tollerava di venir contraddetto, né gli passava per la mente che
l’avversario potesse avere anche un briciolo di ragione; e voleva
stravincere. Allorché l’altro, schiacciato e intimidito dalla foga di
Fraccaroli, ammetteva di aver torto, pur di chiudere quella
discussione, a Fraccaroli non andava a genio di troncare in quel modo e
proseguiva inesorabile: "Allora perché ha insistito tanto?".

Il ricordo della madre


Era molto religioso e accomunava nella fede in Dio il ricordo
della sua mamma. Quando veniva pubblicato un suo libro – fatto che era
frequente – ne dedicava la prima copia alla mamma, mancata nel 1911, e
poneva il volume, con la pagina aperta sulla dedica, rivolto nel senso
che, dal ritratto incorniciato sul mobile, la mamma potesse leggerla.
Nell’uscire da casa, percorreva qualche passo verso il cortile per
ripetere il saluto che scambiava con la sua mamma, alla finestra,
quando ella era ancora in vita. In ciò, oltre che devoto, era
abitudinario al massimo. (…)

La sua mamma era stata seppellita nel cimitero di Musocco, molto
fuori mano, specialmente allora, ma egli non ne volle traslata la salma
– sebbene poco dopo ne avesse la possibilità finanziaria – al cimitero
Monumentale, vicino a casa, finché non fu trascorso il prescritto
periodo di dieci anni. Gli sarebbe sembrata una forma di pigrizia, ed
egli quand’era a Milano andava quasi ogni giorno al camposanto e si
confidava con lei. Era però superstizioso e non metteva il cappello sul
letto, non infilava la manica sinistra prima della destra (un giorno mi
rimproverò perché m’aveva veduto fare l’opposto) e, nel coricarsi,
badava che le pantofole fossero rivolte verso fuori e non già per
comodità, bensì per scaramanzia.

Possedeva una straordinaria resistenza fisica e una tenace
capacità di lavorare. Svolgeva per primo il compito più difficile –
articolo o altro che fosse – per esserne fuori al più presto. Stava ore
e ore alla scrivania e stendeva i suoi articoli valendosi di
abbreviazioni per seguire più rapidamente il corso del pensiero (della
stenografia, che pur conosceva, si valeva soltanto per intestare, in
alto a sinistra di ogni articolo o della prima cartella di un libro,
l’invocazione "Evviva sempre la mamma benedetta!", seguita dalla data)
e la scrittura era piccola e nitidissima, "tipografica" la definiva
egli stesso, tanto che bastava una cartella per contenere un intero
articolo. (…)

"Commendatore sarà lei!"


Non apparteneva a gruppi letterari, cenacoli o camarille, e
anzi guardava con diffidenza e scarsa stima coloro che ne facevano
parte. Considerava quei gruppi come associazioni di mutuo soccorso,
distanti da lui, che era emerso per i suoi soli meriti. (…) Con l’andar
degli anni aveva smesso di usar parolacce contro i guidatori
indisciplinati. Quasi si giustificò, spiegandomi che la persona educata
deve adoperare parole pulite oppur tacere del tutto. (da "Omaggio ad Arnaldo Fraccaroli", a cura di Arnaldo Bellini, Comune di Villa Bartolomea, novembre 2004)

Ma se voleva essere scostante ci riusciva benissimo. Rammento
che, verso il 1937, ricevette la visita di un giovane giornalista
venuto per intervistarlo. Il giovanotto s’era fatto precedere da una
lettera e da una telefonata e si presentò educatamente a mio padre
dicendo: "Sono onorato di fare la sua conoscenza, commendatore". A quel
giovane, o che non gli fosse riuscito simpatico o che mio padre avesse
la luna per traverso, replicò seccamente: "Commendatore sarà lei!".
Costernazione del giornalista, che tentò con "dottor Fraccaroli", ma si
ebbe un’altra replica: "Non sono dottore". "Allora come devo
chiamarla?". "Mi chiami signor Fraccaroli".

Il giovane giornalista tentò di avviare il discorso: "Che cosa
pensa, signor Fraccaroli, dell’umorismo di oggi?" (devo precisare che
mio padre, collaboratore fisso del settimanale umoristico ‘Guerin
Meschino’, era lettore assiduo del ‘Bertoldo’, che però guardava di
nascosto). Al che mio padre si rivolse verso di me: "Aldo, c’è un
umorismo oggi? Quale umorismo?". (…) Quel giovane giornalista se ne
andò alcuni minuti più tardi. (Gazzetta di Parma, 6.9.1984)

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E Villa Bartolomea gli dedica la Biblioteca civica

Una lapide e la nuova Biblioteca civica. Così Villa Bartolomea, il
comune di quasi 5.500 abitanti della Bassa Veronese nel quale Arnaldo
Fraccaroli nacque, ha voluto, il 13 novembre scorso, onorare la memoria
del celebre concittadino. La lapide è stata posta dove un tempo sorgeva
la sua casa natale, in frazione Fondovilla, oggi inglobata nel paese.
La Biblioteca, fiore all’occhiello della piccola comunità, porta il suo
nome. E’ stata inaugurata nell’edificio in stile neoclassico costruito
alla fine del XIX secolo che si affaccia su corso A. Fraccaroli.

La celebrazione, patrocinata dal "Corriere della Sera" e dalla
"Fondazione Corriere della Sera", ha visto in prima fila le massime
autorità politiche della zona. Dall’intera Giunta di Villa Bartolomea,
capitanata dal sindaco Loris Romano, ai primi cittadini dei vicini
Comuni di Belfiore, Terrazzo, Angiari, Castagnaro, al presidente della
Provincia Elio Mosela. Ad assessori e consiglieri comunali, provinciali
e regionali. Ma l’intera cittadinanza ha partecipato, in un clima
piacevole e sereno, alla commemorazione dell’illustre inviato speciale,
che di qui, come si legge sulla lapide, "iniziò il lungo viaggio nel
mondo".

Nel Teatro Sociale del comune, dopo l’inaugurazione di una mostra di
fotografie, libri e documenti sulla vita e sulla carriera di Arnaldo
Fraccaroli, la giornata si è conclusa con una tavola rotonda.
All’incontro, condotto dal giornalista Arnaldo Bellini, hanno
partecipato l’inviato del "Corriere della Sera" Marzio Breda, il
bibliotecario della Biblioteca civica di Verona Claudio Gallo, il
giornalista, e docente di Storia delle terze pagine italiane
all’Università di Verona, Giuseppe Sandrini e Aldo Fraccaroli, il
figlio di Arnaldo, giunto per l’occasione da Lugano, dove vive.

Se Breda si è soffermato su Fraccaroli giornalista, sull’impatto del
suo carattere gioviale e del suo stile fresco con il clima austero che
dominava al "Corriere" nei primi anni del Novecento, su quello che
significava, in termini di tempo e di disagi, fare l’inviato allora,
Gallo ha affrontato la figura di Fraccaroli commediografo. "Fu uno dei
più popolari – ha detto – ma incontrò soltanto in parte il favore della
critica, che gli rimproverava la mancanza di drammaticità". Sandrini ne
ha quindi riproposto l’immagine di "macchiaiolo vagabondo", in giro per
il pianeta sempre con la macchina fotografica, in tempi nei quali la
gente niente o quasi conosceva dell’Estremo Oriente o di New York e il
"viaggio" di un inviato durava anche otto-nove mesi.

Infine, intervistato da Bellini, il figlio Aldo ha ricordato
Fraccaroli padre. Nelle sue virtù e nei suoi difetti. Autoritario in
casa, di poche parole per quanto riguardava il lavoro, esigente con
tutti, generoso con gli umili. "Vero che non dava del tu a nessuno?".
"Lo faceva solo con i colleghi della sua età, come Simoni. Per il
resto, non dava del tu a nessuno, e non voleva che gli altri lo
facessero con lui. Preferiva tenere le distanze. Diceva: Se dico sei un cretino, finisce lì. Se dico lei è un cretino, finisce con un duello". Nel suo rapporto con la fede: "Un giorno i miei amici Gesuiti mi dissero: Suo padre è un bigotto. Cercheremo di farne un buon cristiano". Nel suo rapporto con i lettori: "Diceva: Scrivere difficile è molto facile. E’ scrivere facile che è molto difficile".

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Il precoce amore per il teatro

Giornalismo e teatro. Le due grandi passioni di Arnaldo Fraccaroli
nacquero insieme, e insieme crebbero nel corso degli anni. Con la
recensione di uno spettacolo al Teatro Comunale di Lonigo il futuro
inviato del "Corriere" esordì, a soli 12 anni, sulle colonne de
"L’Arena". Con l’allora critico teatrale del quotidiano veronese,
Renato Simoni, il ragazzino della Bassa strinse (sono parole sue)
"un’amicizia profonda, una di quelle amicizie salde e piene che danno
gioia alla vita".

D’altra parte, non era ancora adolescente che, nei lunghi pomeriggi
d’inverno, amava improvvisare, in casa, spettacoli di burattini per i
compagni di scuola (ma di lì a poco, ricorda Gustavo Adolfo Carlotto,
si sarebbe "allargato" predisponendo, nel ripostiglio a fianco della
cucina, "un palcoscenico elevato" e "un certo numero di sedie: primi
posti; ed i secondi posti in piedi; i primi a 15 centesimi, i secondi a
10").

La sua prima commedia si chiamava "Folletto" e gli venne pubblicata,
a Lonigo, nel 1899. Cinque anni più tardi, la prima rappresentazione di
"El sistema più belo", in dialetto. In tutto ne scrisse 28 (vedi riquadro),
fra le quali "Ostrega, che sbrego!", in veneto; "La dolce vita", la
prima ad andare in scena, il 4 dicembre 1912, a Milano, al Teatro
Manzoni, con la Compagnia Talli-Melato-Giovannini; la rivista
"Straccinaria" (1924), scritta con Renato Simoni; "Peccato biondo", che
esordì, sempre nel capoluogo lombardo, il16 novembre 1928 al Teatro
Filodrammatici con la Compagnia Falconi-Merlini. Fino alle ultime: la
nota "Siamo tutti milanesi" che, portata sulla scena del Teatro Olimpia
(era in Largo Cairoli) il 20 settembre del ’52 dalla Compagnia Besozzi,
tenne cartellone per 282 repliche (ma in tutt’Italia venne
rappresentata quasi 600 volte in tre anni); e, ancora in milanese,
"Questa gabbia di matti", del 1953.

Una passione che si estese anche alla lirica, in virtù soprattutto
dell’amicizia con Giacomo Puccini, del quale Fraccaroli scrisse tre
biografie (l’ultima pubblicata postuma): il creatore di Turandot voleva
essere intervistato solo da lui.