Paolo Mieli, un "metodo" che ha dato svolta al giornalismo italiano (sintesi della tesi di Sonia Miletta)

Tabloid n. 12/2004


Università degli Studi di Milano Bicocca, Facoltà di Sociologia.

Tesi di Sonia Miletta - Paolo Mieli, dal gruppo Espresso alla
Stampa e, negli anni di Tangentopoli, al Corriere della Sera, un
"metodo" che ha segnato una svolta nel giornalismo italiano.

Relatore prof. Francesco Abruzzo

 

1. Nota biografica e formazione

Paolo Mieli, uno dei più rilevanti personaggi giornalistici dei
nostri tempi, ha impresso nel giornalismo una particolare impronta e ha
dato il via ad un nuovo metodo rivoluzionario e vincente per la carta
stampata.

Per poter capire meglio le sue caratteristiche stilistiche e
giornalistiche, e per poter ricostruire gli antecedenti che sono
sfociati poi nell’ideazione del nuovo metodo giornalistico, che prese
il nome di metodo Mieli o mielismo, direttamente dal cognome di chi
l’ha proposto, è necessario iniziare con l’analisi della sua formazione
scolastica e professionale attraverso una breve biografia.

Mieli, nato il 29 febbraio 1949 (oggi 55enne), milita a 18 anni nel
movimento politico sessantottino, Potere Operaio, della sinistra
extraparlamentare. Queste posizioni politiche estremiste influenzano
anche i suoi primi anni nel mondo del giornalismo. Lavora, in quegli
anni, per Eugenio Scalfari all’Espresso ereditando ed attuando le
caratteristiche del giornalismo di denuncia. Questo peculiare tipo di
giornalismo, nato nei anni ’60 negli Usa, voleva contrapporsi, come
alternativa, alla stampa liberal-borghese.

È solo con i preziosi insegnamenti universitari di due grandi
storici, come Rosario Romeo (studioso del Risorgimento) e Renzo De
Felice (uno dei più grandi revisionisti della storia del Fascismo), che
Mieli sceglie posizioni più moderate e liberali sia in campo politico,
sia giornalistico. Si laurea alla Facoltà di Storia Moderna con De
Felice e, in seguito, gli fa da assistente.


2. Il metodo storiografico

Rosario Romeo e Renzo De Felice introducono Mieli al mondo storico e
storiografico, insegnandogli un metodo che analizzi i fatti nei minimi
particolari e che permetta di scorgere degli aspetti che altrimenti non
sarebbero emersi. Per questo motivo la storia deve essere letta e
scritta più volte, una volta sola non basta: significherebbe limitarsi
alla superficie dei fatti. Gli eventi, invece, devono essere
sviscerati, perché solo in questo modo ci si può avvicinare sempre di
più ad un’ipotesi obiettiva e veritiera.

Per Mieli questo è un metodo "molto semplice: si tratta di prendere
la versione ufficiale dei fatti (questo criterio mi è servito molto
anche per il giornalismo) e di andare a vederne quanto meno i risvolti,
i conti che non tornano, e poi porsi delle domande. Se le cose non
fossero andate davvero così? Se quelli che vengono considerati i
"buoni", fossero un po’ meno buoni di quanto ci appaiono? E i cattivi
fossero stati meno cattivi di quanto ci è stato fatto credere? Queste
domande fondamentali sul capovolgimento hanno ispirato sempre i miei
interessi e hanno portato a risultati molto curiosi nel rifare la
storia".

Questo metodo è stato anche definito con l’accezione critica di
revisionismo. Ma Mieli, in merito a ciò si esprime dicendo che non teme
questa parola: lo storico non può accettare passivamente i risultati a
cui è pervenuta la storiografia precedente. Egli ha il compito di
vagliare accuratamente le ricostruzioni dei fatti e di reinterpretare
continuamente questi ultimi alla luce della scoperta di una nuova
documentazione.

Mieli ritiene che, il mondo dei personaggi storici sia diviso in
vincitori e vinti e che, la storia sia scritta, almeno in un primo
momento, dai vincitori. Ma per essere esaminata nella sua interezza, è
necessario avere anche la versione dei fatti dei vinti, i quali
esporranno i loro punti di vista in un secondo momento. Toccherà, poi
allo storico interrogarsi sugli aspetti oscuri e contraddittori,
cercare documenti che mettano in dubbio le versioni precedenti,
liberarsi, quando necessario, della vulgata tradizionale.

Mieli ritiene opportuno applicare il metodo storiografico anche al
mondo del giornalismo. In primo luogo, il giornalismo, altro non è che
la critica e l’analisi di ciò che in un prossimo futuro diverrà storia.
I giornalisti, quindi, devono proporsi come storici del momento
attuale, e, per citare una frase di Umberto Eco, diventano gli storici
dell’istante, del presente, intervenendo sui fatti in maniera
analitica, scavando nelle profondità, sino a portare alla luce ogni
piccolo frammento recondito. La visione su un determinato evento deve
essere il più dettagliata possibile, in modo da poter essere
interpretato più correttamente avvicinandosi maggiormente alla verità.

Il raggiungimento totale della verità, non può esistere, in quanto
le interpretazioni anche se oggettive, provengono dalle ricerche di un
soggetto, che, in qualche misura, prenderà coscienza dei particolari in
modo personale, individuale e unico, quindi in un certo senso
soggettivo. Inoltre, è difficile riuscire a fluttuare nei meandri di
una situazione senza lasciare nulla di nascosto o di considerato con la
giusta unità di misura.

In secondo luogo, il giornalista deve applicare il metodo
storiografico nella redazione dei propri articoli, in quanto,
soprattutto se il giornalista si occupa di politica, storia e politica
sono vissute sempre di pari passo: non c’è storia senza politica e non
c’è politica senza storia. Vicende storiche e politiche sono sempre
strettamente intrecciate tra di loro, per questo è utile prenderle in
considerazione congiuntamente. È impossibile considerarle separatamente.

In terzo luogo, la storia, secondo Mieli, è necessaria per intendere
anche il presente. Rileggere la storia serve per riuscire ad
individuare un metodo scientifico per analizzare la storia del presente.

In quarto luogo, sempre per quanto riguarda il metodo storiografico
applicato praticamente nel giornalismo, Mieli ritiene che i giornalisti
sportivi siano unità di confronto: bisogna ispirarsi allo stile che i
giornalisti sportivi propongono, in quanto vagliano i fatti secondo la
prassi dei vinti e dei vincitori. Questo atteggiamento giornalistico
consente di avvicinarsi meglio al metodo storiografico nella
trattazione delle notizie e di essere maggiormente esaustivi. Ecco
l’opinione di Mieli a riguardo di tale discorso: "Pur non
interessandomi di sport, ho preso molti giornalisti sportivi e li ho
spostati nel settore politico. Ho fatto quest’operazione perché i
giornalisti sportivi hanno un’abitudine al racconto, al guardare le
sfaccettature, a capire che c’è un’epopea del vincente, del perdente,
lo sforzo, il dramma. Questa scelta ha infatti dato degli ottimi
risultati. […] L’operazione era di usare generi dalla cronaca e dallo
sport trasferendoli nel giornalismo politico, perché intuii che la
gente più che interessata a quel che aveva detto l’onorevole tal dei
tali si interessava alle battaglie della vita, alla vittoria, alla
sconfitta, alla rimonta. Il metodo consisteva nel raccontare delle
storie con un linguaggio diverso da quello che si usava nella politica
e mischiare i generi".


3. Gli anni all’Espresso, Repubblica e alla Stampa

Mieli inizia a 18 anni la sua carriera giornalistica all’Espresso.
Vi rimane per i successivi 18 e suo maestro è stato Livio Zanetti
(allora direttore), il quale gli insegna i trucchi del mestiere e come
comportarsi, come relazionarsi nei confronti del potere politico,
seguendo una linea imparziale ed equilibrata. Questo atteggiamento
superpartes, però, non è stato capito e apprezzato da tutti, come si
capirà negli anni successivi dalla disputa
cerchiobottismo-doppiopesismo che vede schierati Paolo Mieli versus
Eugenio Scalfari.

Nel 1985, Mieli viene chiamato da Scalfari a Repubblica e dopo un
anno e mezzo da Agnelli alla Stampa. Finalmente il 21 maggio 1990
diventa direttore di quest’ultimo quotidiano, e proprio in questo
contesto il mielismo comincia a prendere forma, ad assumere le sue
caratteristiche particolari, interessanti e innovative che tutti, in
ambito giornalistico, attualmente conoscono. Il suo metodo ha modo di
perfezionarsi e definirsi con la direzione al Corriere della Sera dal
10 settembre 1992 (giorno in cui assume la direzione) fino al 7 maggio
1997, giorno in cui viene sostituito da Ferruccio De Bortoli.

4. Cerchiobottismo – Doppiopesismo

È in questo contesto che nascono i termini doppiopesismo e
cerchiobottismo: probabilmente questo confronto o affronto tra Scalfari
e Mieli altro non è che uno sfogo che scaturisce da motivi riguardanti
invidie e lotte per il primato delle vendite delle testate (si tratta
dei due quotidiani più importanti nazionali: la Repubblica e il
Corriere della Sera di cui erano direttori rispettivamente Scalfari e
Mieli). Ma questo motivo non è mai stato esplicato: secondo i due la
controversia riguarda esclusivamente caratteristiche di stile e di
scelte politiche dei giornali. Scalfari imputa a Mieli di essere
cerchiobottista; viceversa, Mieli apostrofa Scalfari come
doppiopesista. In sostanza Eugenio Scalfari, biasima a Mieli la
mancanza di chiare direttrici politiche (di campo) nella linea
editoriale, tirando ugualmente un colpo al cerchio ed un colpo alla
botte.

Il cerchiobottismo, da quel momento in avanti, sarà caratteristica
del modo di porsi di Mieli nei confronti della politica. Mieli cerca di
non schierarsi troppo apertamente, di mantenere un atteggiamento
sostanzialmente neutrale nei confronti delle parti politiche, di non
lesinare critiche agli uni ed agli altri (a maggioranza ed opposizione).

Mieli stesso dichiara: "se sei un guardiano devi continuare ad
esserlo anche quando sono i tuoi a governare: non è possibile usare un
doppio peso, una doppia misura. Ed è impensabile concentrare le
critiche sull’opposizione, lasciando la maggioranza libera dalle
attenzioni giornalistiche più fastidiose". Questa imparzialità viene
introdotta nella linea politica del Corsera definendone l’autonomia e
l’equidistanza dai poteri e dalle parti politiche.

Guardiano dei poteri, secondo Mieli, è la funzione che deve avere un
giornale nazionale. Il Corriere, infatti, era la guardia che
sorvegliava il potere politico. Soprattutto in un periodo storico
particolarmente delicato, come quando scoppiò lo scaldalo delle
tangenti nel 1992: i giornali dovevano assumere un ruolo di informatori
e critici imparziali per non distorcere oltremodo le notizie
riguardanti indagini, arresti ed avvisi di garanzia. In quel momento
gli italiani avevano bisogno, dopo tante menzogne e truffe, di verità,
di una verità totalmente incondizionata, di obiettività e trasparenza:
i quotidiani dovevano rappresentare un’ancora di salvezza contro i
sotterfugi politici che avevano dominato per troppo tempo. Così si
esprime Mieli a riguardo: "Nel 1992, quando esplode Mani Pulite, nei
giornali italiani avviene un cambiamento. Buona parte dei quotidiani
decide di mutare abitudini. E’ come se in molti avessero detto: «da
oggi in poi nei confronti dei poteri costituiti cambiamo registro, da
oggi in poi noi facciamo i guardiani, i cani da guardia»".

In seguito all’accusa mossa da Scalfari di cerchiobottismo, Mieli si
difende accusando, a sua volta Scalfari di doppiopesismo: adottare due
pesi e due misure nel giudicare, criticare e commentare a seconda che
si stia parlando della parte avversaria o di quella simpatizzante.

Mieli obietta a Scalfari e al giornale da lui fondato di essere poco
obiettivo e completamente parziale: quando si parla della parte
politica alla quale si appartiene o per la quale si simpatizza bisogna
cercare di essere critici e pungenti come lo si è quando ci si
riferisce agli avversari.

Nell’ottica di Mieli, un giornale deve rimanere non schierato e al
di sopra delle parti, in quanto risulta essere il guardiano dei poteri;
schierarsi significherebbe, infatti, essere parziali svuotando di
significato l’espressione "guardiano dei poteri". Il guardiano è colui
che sorveglia, che tiene a bada, ma se lui stesso partecipa alla
"disputa", sicuramente la parte supportata avrà la meglio, magari
ingiustamente.


5. Contesto storico-politico-sociale

Mieli, riprendendo il discorso del mielismo, applica ai suoi
quotidiani un metodo innovativo, (a mio avviso, adattato
impeccabilmente alle esigenze del delicato periodo di cambiamento), le
cui caratteristiche nascono da particolari cause e motivazioni
storico-politico-sociali.

5.1. Tangentopoli: il quotidiano di Mieli come guardiano dei poteri

All’inizio degli anni ’90, scoppia lo scandalo di Tangentopoli dopo
l’arresto di Mario Chiesa il 17 febbraio 1992, colto in flagrante
mentre intascava una tangente (per l’appalto dell’impresa di pulizie al
Pio Albergo Trivulzio). Questo scandalo ha molto peso sull’opinione
pubblica: le vicende del Pool milanese di Mani Pulite erano seguite
attentamente dai media, Tv e giornali. È in questo contesto che si
viene a delineare la funzione della carta stampata come quarto potere e
soprattutto come guardiano dei poteri.

Paolo Mieli segue con estrema attenzione lo sviluppo delle inchieste
partite dalle indagini del c.d. "Pool Mani Pulite" del Tribunale di
Milano ed ha il coraggio di pubblicare sul giornale di cui era
direttore, il Corriere della Sera, (il Corriere, viene, infatti,
battezzato come "il bollettino delle Procure"), una gran messe di
notizie (avvisi di garanzia, interrogatori, arresti ecc.) provenienti
dalle Procure riguardanti i politici.

Infatti, Piero Sansonetti, su un articolo dell’Unità dell’8 marzo 2003, così scrive: "Nel
biennio 1992-1993 il potere di Mieli era enorme. La società politica
era allo sbando, i partiti di governo quasi non esistevano più, anche
il Pci era sotto botta. Chi contava? I giornali. E nacque un’alleanza
di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, la Stampa, l’Unità
e Repubblica. Il direttore de l’Unità era Veltroni, alla Stampa c’era
Mauro, il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito. Tra i quattro
giornali si stabilì un vero e proprio patto di consultazione che li
rendeva fortissimi: ci si sentiva due o tre volte al giorno, si
concordavano le campagne, le notizie, i titoli. Il punto di riferimento
di tutti era Mieli, perché era il Corriere della Sera quello che
contava di più. […] C’erano quattro giornali che menavano le danze e
che concordavano le campagne, le notizie, i titoli".

Per i giornali, quello era il momento di rendersi autonomi,
indipendenti, liberi da qualsiasi tipo di potere e di posizionarsi ad
un livello superiore, per fornire una informazione critica, imparziale,
neutra e non asservita. Molti, senza alcun dubbio, hanno apprezzato
tale tentativo di obiettività e trasparenza; ma non per tutti il lavoro
di Mieli è stato giudicato altrettanto positivamente. Gigi Moncalvo,
direttore della Padania, ha un’opinione del Corriere e di Mieli
sostanzialmente negativa. Secondo Moncalvo, quella di Mieli era
un’ostentata e falsa imparzialità. Apostrofa Mieli e il quotidiano di
via Solferino con tali parole: "LA GAZZETTA DEL POOL - Ecco svelato
finalmente ciò che tra gli addetti ai lavori si sapeva: quei quattro
giornali avevano il compito di menare le danze, di concordare "le
campagne, le notizie, i titoli" sull’inchiesta Mani Pulite. E la
condotta di quei quattro giornali e dei loro direttori – tutt’altro che
giornalistica, lontana dalla deontologia e dall’etica professionale,
irrispettosa della religione della verità, dell’obiettività, della
completezza dell’informazione - aveva un effetto deleterio. Si
consultavano per scegliere chi colpire, quali campagne fare, contro chi
infierire, contro quali partiti affondare la lama. E questa scelta
avveniva non in base a criteri giornalistici, ma politici e giudiziari.
In sostanza si enfatizzavano le notizie contro determinati partiti o
determinati bersagli politici e si tacevano le notizie contro altri. Si
conducevano campagne a seconda, è chiaro, delle indicazioni, dei
suggerimenti (e dei verbali e degli atti passati sottobanco) che
facevano comodo ai magistrati per avere come supporto del loro lavoro
non le prove, le testimonianze, i risultati investigativi ma la
"montatura" e l’enfasi che i giornali davano solo a certe, determinate
inchieste. Ecco, finalmente sappiamo chi era a stabilire quali "mostri"
dare in pasto all’opinione pubblica: Paolo Mieli". Mieli è stato
definito da Moncalvo come l’impersonificazione della "regia occulta"
che manovrava tutto il mondo dell’informazione nel periodo di Mani
Pulite. Mieli per Moncalvo figura come "il "grande vecchio" che ha
guidato la mano avvelenata della stampa". "Pensate come le radio, le Tv
e i giornali che non facevano parte del "pool di via Solferino" hanno
uniformato le loro cronache all’impostazione, parziale e volutamente
omissiva, di quei quattro guidati da Mieli che si consultavano più
volte al giorno. Pensate quanti direttori di Tg e di giornali hanno
rimproverato i loro cronisti al palazzo di Giustizia: "Perché il
Corriere e la Stampa hanno quelle determinate notizie e noi no?".
Pensate quanti pavidi reporter e quanti giornalisti tv, ora passati al
varietà, hanno "copiato" le cronache su Tangentopoli pubblicate sotto
la regia di Mieli, allargando, amplificando e dilatando ciò che i
quattro avevano deciso nel corso delle loro consultazioni".

Effettivamente a Mieli pare che piaccia giostrare la politica, come
se si trattasse di un teatrino, muovendo le marionette nella direzione
che desidera, spargendo "polpettine di zizzania", coinvolgendo nei
litigi i vari politici.


5.2. La situazione della stampa vs. il predominio televisivo

Nel frattempo, in questo sconcertante contesto di delegittimazione
del, finora, onnipotente potere politico, le documentazioni sui consumi
mediatici denotavano la sempre maggiore fruizione di ciò che
l’apparecchio televisivo proponeva.

L’industria culturale punta molto sul mezzo televisivo per entrare
nelle case di tutti gli italiani con facilità. Tg e programmi
televisivi sono sempre preferiti ad un buon libro, oppure ad una
rivista specializzata, alla radio e ai quotidiani.

I gusti mediali sono anche fortemente influenzati da variabili
sociologiche, quali l’età, il sesso e il grado di istruzione. A
variabili diverse corrispondono fruizioni diverse di media diversi. Per
quanto riguarda i quotidiani, la scelta del quotidiano da leggere è
determinata in gran parte dal capofamiglia: è il capofamiglia che
compra i giornali, gli altri membri decidono di leggerli nel momento in
cui li trovano già in casa. Quindi, la difficoltà principale per i
quotidiani è quella di riuscire ad "entrare nelle case".

Il calo delle vendite della carta stampata è documentato dagli inizi
degli anni ’90 fino ai giorni nostri: esistono periodi di alti e bassi,
ma il primato, soprattutto nel settore dell’informazione, appartiene
sempre alla Tv.

Le ricerche forniscono l’immagine di un’Italia che cambia e dei
quotidiani che rimangono gli stessi: la fase proliferante è quella dal
1980 al 1989 in cui le vendite quasi raddoppiano. Nel periodo
1990-1997, il numero di copie vendute, invece decresce, per continuare
sullo stesso trend negli ultimi anni.

La perdita di copie vendute da parte dei giornali è stata una
patologia strutturale. In primo luogo, i lettori italiani sono sempre
meno: l’analfabetismo di ritorno non interessa solo le zone depresse,
ma anche aree economicamente consolidate. L’Italia non ha mai davvero
amato la lettura. Siamo abituati al culto delle immagini. Infine, è
d’obbligo menzionare la situazione anomala della pubblicità: gli
inserzionisti preferiscono rivolgersi al mezzo televisivo per
"piazzare" meglio i propri spazi pubblicitari. Ormai più del 50% delle
inserzioni pubblicitarie sono concentrate tra una pausa e l’altra di
una trasmissione televisiva. Alla stampa rimane meno della metà della
fetta di torta.

Esiste comunque un legame tra tv e giornali: diventa necessario, a
questo punto, capire il legame che unisce televisione e carta stampata.
La stampa diventa teledipendente a causa di alcune caratteristiche che
il mezzo televisivo possiede, ma che non possiede la stampa.

In primo luogo, la Tv contribuisce alla pervasività della cultura di
massa: l’insistenza con la quale la cultura di massa entra nella vita
quotidiana, obbliga l’informazione a interessarsi a queste tematiche.
La cultura di massa diventa modello di stili di vita e valoriali, per
cui non può essere considerata come secondaria sovrastruttura. In
secondo luogo, il mezzo televisivo ha maggiore immediatezza nel
raggiungere i destinatari dei messaggi, perché agisce in tempo reale.
Tale caratteristica manca, invece, alla stampa. Flaminia Cardini,
giornalista, definisce la stampa come "sorella cieca" della Tv
asserendo che il rapporto tra i due mezzi è sempre più simbiotico: la
stampa vive di luce riflessa, e viene oscurata dal video. Sempre più
teledipendente, sembra perdere la sua funzione insostituibile di luogo
di opinioni. La Tv, quindi, diventa fonte primaria delle notizie, la
stampa si limita a riprenderne i contenuti.

Dipendenze, intrecci e interazioni tra i media conducono ad un
risultato in cui i media parlano e si riferiscono di continuo a loro
stessi. L’autoreferenzialità o, sociologicamente menzionata anche come
mediatizzazione estesa, è l’azione svolta da alcuni mezzi di
comunicazione, i quali, trasmettono messaggi ripresi da altri mass
media. Questi messaggi, generalmente, oltre ad essere recuperati,
vengono incorporati in nuovi messaggi mediali trasmissibili nuovamente
al pubblico.

I giornali parlano sempre più spesso di se stessi, riprendendo in
considerazione notizie date da altri giornali e soprattutto dalla
televisione. I media, insomma, tendono sempre più a "parlarsi addosso",
e a ribadire gli stessi argomenti, servendosi di stili comunicativi
sempre più simili tra loro.

5.3. La Tv come agenzia di stampa per Mieli

Anche Paolo Mieli concorda con il fatto che la Tv sia praticamente
irraggiungibile a livello di diffusione: era necessario considerare la
televisione non solo come concorrente, ma anche come fonte con la quale
dialogare. Infatti, in modo scaltro, utilizza la Tv come un’agenzia di
stampa dalla quale i quotidiani traggono le informazioni su cui
focalizzare la propria attenzione per l’approfondimento. I giornalisti
della carta stampata sono influenzati dalle notizie comunicate nei
telegiornali: non possono permettersi di non prendere in considerazione
e di non trattare importanti argomenti e notizie che sono state
trasmesse (si tratterebbe di buco giornalistico).

Al mezzo televisivo, spetta, in questo modo, il ruolo di informatore
primario, di mezzo che determina per gli altri media gli argomenti da
trattare: la Tv ricopre il ruolo di agenda setting. L’agenda setting è
il processo mediante il quale i mass media dicono ai membri della
società quali sono gli argomenti sui quali riflettere, quali devono
essere discussi. Il giornalismo cambia, conseguentemente alla sua
teledipendenza, per la logica del mercato, cambia nella sua struttura e
il suo stile si avvicina maggiormente alla massa, al popolo indistinto,
abbandonando il vecchio pubblico d’élite. Questo cambiamento non è
soltanto conseguente al rapporto di dipendenza dalla Tv, ma è originato
anche dalla necessità di farle concorrenza. A questo punto, non è più
comprensibile se sia la Tv a fare spettacolo e la stampa agenda o
viceversa. Sembra, quindi, che l’agenda sia dettata dalla Tv, mentre
alla stampa rimane lo spazio dell’approfondimento condizionato
dall’agenda televisiva: il repertorio televisivo rappresenta la base di
partenza. La Tv, invece, denota maggior superficialità informativa,
poiché non ha la possibilità e gli spazi per l’argomentazione
dettagliata e l’approfondimento.

5.4. Come sopravvivere alla concorrenza televisiva: alcune strategie
giornalistiche. I giornali ibridi, spettacolarizzazione delle notizie e
sensazionalismo

La stampa tenta di resistere e sopravvivere alla concorrenza
televisiva, ideando nuove tecniche e nuovi stili che possano essere
competitivi nel settore dell’informazione e della comunicazione. Essere
competitivi sul mercato dei mezzi di comunicazione implica, per la
stampa, un avvicinamento alle tecniche, agli stili e ai contenuti
televisivi, diventando sempre più simile alla Tv. L’industria culturale
si orienta verso un prodotto ibrido, che comprenda in sé diverse
caratteristiche adatte alla maggior parte dei consumatori, di modo che
si possa ampliare il target. La televisione opera in questo modo,
creando prodotti, programmi e informazione generali, senza scendere
nello specifico in modo da poter accontentare ogni gusto dei diversi
telespettatori.

Per quanto riguarda il mondo della carta stampata, alcune risposte
alla mediatizzazione di massa sono riassumibili nella creazione di
giornali ibridi (popolarizzando i contenuti e avvicinandoli alla
massa), nella spettacolarizzazione delle notizie e nel sensazionalismo.
I giornali ibridi derivano dai giornali omnibus. Il termine omnibus in
latino significa "per tutti", ciò vuol dire che il giornale omnibus è
un giornale per tutti e che comprende tutti i principali generi di
notizie in modo da poter accontentare in modo esaustivo i diversi gusti
e interessi dei lettori.

Ibrido significa non puro, contaminato. Questo porta alla produzione
di quotidiani parzialmente popolari che raccontano le notizie di
contenuto complesso con stile semplice, tralasciando lo stile altero
del quotidiano diretto alle élite.

L’invenzione della formula ibrida per il quotidiano, fu un’idea
innovativa di Eugenio Scalfari, il quale applicò questa formula
rivelatasi vincente, nel 1976, al suo nuovo giornale, la Repubblica. Il
quotidiano ibrido è caratterizzato dal fatto di essere per metà di
qualità per un pubblico colto e per metà popolare e popolaresco, per un
pubblico più semplice; giornalismo di qualità e popolare coesistono, ed
il linguaggio viene semplificato. La popolarizzazione della formula
ibrida dà un’impronta televisiva ai giornali, rendendoli quindi più
simili all’informazione televisiva e al metodo stesso di fare
televisione. L’area di notiziabilità, cioè la potenzialità di un evento
di diventare una notizia comunicabile, si estende enormemente,
includendo argomenti dell’intrattenimento televisivo e popolare, del
pettegolezzo; inoltre, mentre prima era il rilievo dell’evento stesso
che obbligava a parlarne, ora è secondo i criteri di notiziabilità che
viene determinata la rilevanza giornalistica di un evento.

I personaggi televisivi diventano opinion leaders, non solo in
dibattiti televisivi, ma anche su quotidiani. Ma al tempo stesso non si
smette di praticare giornalismo di qualità grazie all’intervento di
collaboratori di prestigio.

La critica era la tipica espressione della società elitaria; con
l’avvento della cultura di massa, la critica è stata contaminata dalla
mescolanza con la cronaca. La cronaca politica viene maggiormente
declinata al popolare, risultando più accessibile e interessante. La
cronaca sia nazionale sia locale riceve maggiore spazio, in quanto
corrisponde ai gusti ed è seguita quasi dall’intera popolazione di
lettori.

Infine, le identità dei quotidiani vengono ridefinite: l’ibridazione
tra elitario e popolare, innovando i contenuti e gli stili, apre i
quotidiani ai temi riguardanti attualità, costume e società. Questo
cambiamento è dovuto alle esigenze della logica del mercato: la
realizzazione di prodotti market-oriented, sposta, strategicamente, la
centralità del prodotto a quella del cliente. Questo comporta una
difficoltà nel comprendere cosa il quotidiano vende: informazioni,
educazione, costruzioni di senso, divertimento. Forse la risposta
migliore è: un po’ tutto questo.

Spettacolarizzazione e sensazionalismo delle notizie derivano
anch’esse, come la popolarizzazione dei quotidiani, dalle tecniche
televisive. Spettacolarizzazione e sensazionalismo sono strettamente
correlati tra loro in quanto, generalmente, dipendono l’uno dall’altro
e spesso possono essere utilizzati come sinonimi. Le notizie sono
strillate, i titoli sono esagerati per dare maggiore risalto a notizie
di poco conto. I giornali si televisizzano, diventano "giornali
televisivi". La gerarchia delle notizie scompare e in tutte le pagine i
titoli occupano nove colonne: non esiste più la differenza tra notizie
più importanti e notizie secondarie. Le notizie vengono
spettacolarizzate, cioè spiegate con toni e termini simili a quelli
degli spettacoli televisivi e si tratta il gossip come fosse una
notizia di primaria importanza. In questo modo i giornali ottengono
ulteriore risonanza, ponendosi sullo stesso piano stilistico della
televisione, sia per farle concorrenza, sia per rendere il linguaggio e
le espressioni più semplici, in modo che qualsiasi lettore sia in grado
di capire ed apprezzare.

Si procede alla ricerca dello "scoop", utilizzando toni esagerati,
per avere il primato e l’esclusiva sulle notizie e conquistare la
maggioranza del pubblico dei lettori. Il sensazionalismo può essere
inteso come una tecnica, ma, in realtà è una concezione della notizia.
La regola è che ogni notizia debba impressionare. Quindi, ne consegue
l’ossessione dello scoop. Ma lo scoop è raro. Spesso vengono spacciati
per scoop notizie non vere o gonfiate.

Il giornalismo sensazionalista è esattamente l’opposto del vecchio
giornalismo britannico, il quale forniva un modello di informazione
neutrale e distaccata, costruita sull’accertamento scrupoloso delle
notizie.

In conclusione, la stampa, tentando di diminuire il divario
esistente con la Tv, corre un rischio: fare concorrenza al mondo ed al
mezzo televisivo (in particolare all’informazione), comporta, per la
stampa, il rischio di diventare troppo simile alla Tv. (Anche se
probabilmente la stampa a differenza della televisione manterrà sempre
quella classe e quello stile più raffinato ed intellettuale, che non
sarà mai caratteristica televisiva!). Sicuramente, avvicinarsi al
metodo televisivo permette alla carta stampata di conquistare un numero
superiore di lettori.

5.5. La prima pagina del quotidiano di Mieli come le anticipazioni dei tg

Oltre a considerare la televisione come agenzia di stampa, Mieli,
costruisce la prima pagina del quotidiano prendendo spunto dalla
struttura delle anticipazioni dei telegiornali. La prima pagina con i
suoi titoli-vetrina e articoli, deve calamitare l’attenzione del
lettore. Per tale motivo, in prima pagina devono comparire articoli che
trattino argomenti (secondo la regola delle 5 "S") riguardanti sangue,
sesso, soldi, spettacolo e sport, spodestando così la regola delle
cinque "w" (una notizia per essere tale, secondo la tradizione del
giornalismo anglosassone deve rispondere a queste domande: who?, what?,
where?, when?, why?, corrispondenti a chi?, che cosa?, dove?, quando?,
perché?). La prima pagina ospita le notizie più rilevanti del giornale
che verranno riprese nelle pagine seguenti del quotidiano: esse
dovranno essere intriganti per il lettore che viene spinto a continuare
nella lettura.

Così come le anticipazioni hanno la funzione di riassumere
brevemente le notizie maggiori poco prima che il Tg abbia inizio, e di
dare un’idea al telespettatore di ciò che vedrà nel corso del
telegiornale, anche la prima pagina di un quotidiano deve risultare
come riassunto di ciò che verrà trattato all’interno del giornale. Le
c.d. anticipazioni dei Tg esistono da pochi anni, e vanno in onda poco
prima della conclusione del programma precedente il Tg.

Il dominio televisivo, quindi, è la prima motivazione e la prima
causa di infermità per la stampa, la quale necessitava di una cura
immediata e radicale (il metodo Mieli).

6. Lotta tra il Corriere della Sera e Repubblica per il primato delle vendite

Il secondo motivo concerne sicuramente la lotta intestina per il
primato delle vendite tra il Corriere della Sera e la Repubblica di
Scalfari.

Il Corriere nacque il 5 marzo 1876 fondato da Eugenio Torelli
Viollier e dal 1904 ebbe il primato delle vendite in seguito allo
storico sorpasso del Secolo. Cento anno dopo, nel gennaio 1976,
Scalfari fondò Repubblica. Quest’ultima testata riuscì a superare le
vendite del Corriere nel novembre 1986. Da quel momento iniziò una
lotta all’ultima trovata che riguardava giochi a premi (Portfolio nel
1987 e Replay nel 1989 rispettivamente per Repubblica e per il
Corriere), per continuare con supplementi magazine come 7 per il
Corriere nel settembre 1987 e il Venerdì per Repubblica nell’ottobre
1987 e rispettivamente nel marzo 1996 e maggio 1996 il magazine
femminile IO donna per Il Corriere e D - la Repubblica delle donne.

La guerra intrapresa dai due quotidiani riguardava i supplementi, ma
anche gadgets, videocassette, raccolta di inserti per le enciclopedie,
ecc.

Mieli sbarca alla redazione del Corsera proprio in medias res della
battaglia giornalistica riferendosi alla concorrenza con la frase
"bisogna ammazzarli da piccoli". Così fa, riuscendo a ripristinare
definitivamente il primato. Probabilmente lo scontro
cerchiobottismo-doppiopesismo, già citato precedentemente, ha inizio a
causa della questione delle vendite per sfociare in critiche più
personali e stilistiche.

Ed è stato proprio Mieli, con la sua intraprendenza non solo di
ottimo direttore, ma anche di perspicace manager, a riportare il
Corriere agli antichi livelli di primato insuperabile. Infatti, Mieli
si propone come direttore attento al dibattito politico e istituzionale
del Paese e all’informazione resa più semplice e comprensibile per
tutti, senza, però, perdere di vista le strategie di marketing e
l’andamento delle vendite. A questo punto, ci si può chiedere come
Mieli sia riuscito nel suo intento di riportare il Corriere in testa
alle vendite superando definitivamente Repubblica. Probabilmente, la
sua formazione professionale maturata nelle redazioni dei due periodici
scalfariani, ha influenzato il resto della sua carriera giornalistica e
lo ha aiutato a conoscere il "nemico": si può azzardare che Mieli abbia
ristrutturato la testata di via Solferino sulla falsa riga dello stile
giornalistico che lo aveva accompagnato fino all’entrata nella
redazione della Stampa. Mieli, infatti, ha introdotto nel Corriere uno
stile più adatto alla massa, inserendo elementi stilistici e
contenutistici più frivoli e semplici alleggerendo la foliazione e
velocizzandola; ha eliminato la gerarchia delle notizie preferendo
grandi titoli, optando per l’enfatizzazione delle notizie, per
l’informazione gridata, strillata a gran voce (si ricorda quanto
spiegato a riguardo del giornalismo di denuncia di Repubblica che ha
trovato continuità anche nelle forme del giornalismo odierno). In
seguito al rilancio del Corriere presentato con un nuovo e moderno
stile giornalistico, Eugenio Scalfari pensa di rinnegare quello stile
da lui stesso ideato: non era più il tempo dell’informazione gridata,
ormai era qualcosa di sorpassato, qualcosa da non tenere più in
considerazione. La sua intenzione era quella di un rinnovamento che
ridimensionasse l’enfasi portata all’estremo. Inoltre Scalfari,
probabilmente rivolgendosi a Mieli, inorridiva nel vedere il suo stile
"tanto male" imitato.

6. La minigonna a due vecchie signore

Terza causa del metodo Mieli era la necessità di svecchiare,
innovare e velocizzare la foliazione di due antiche testate quali La
Stampa e Il Corriere. La Stampa e il Corriere della Sera, prima
dell’intervento di Mieli erano due quotidiani molto legati alla propria
tradizione. Il voler continuare l’antica tradizione di giorno in giorno
comportava l’errore di non tener conto dei tempi che cambiavano molto
celermente e che questa tradizione aveva avuto origine alla fine
dell’Ottocento. La risultanza era di due testate vecchie, pesanti e
quasi noiose: il peso della tradizione non permetteva di riuscire a
modernizzarsi.

Il compito di Mieli è stato quello di alleggerire i toni di Stampa e
Corriere, cercando, però, di mantenere viva la continuità con la
tradizione e l’anima antica del giornale. Il mielismo era perfetto per
questa "operazione". Ha dato, infatti, i suoi buoni frutti: le due
testate sono state rimodernizzate e alleggerite, lasciando loro una
certa aura di prestigio e solennità.

Per questo motivo, l’avvocato Agnelli spiegò che, grazie al metodo Mieli, era stata messa "la minigonna a due vecchie signore".

L’importanza della tradizione, ha maggiore risalto nella redazione
di via Solferino rispetto alla Stampa. Con la direzione Mieli, infatti,
si è posto il problema contraddittorio di svecchiare la testata
mantenendo l’anima antica, conciliando la convivenza tra vecchio e
nuovo.

Nell’editoriale del 10 settembre 1992, Mieli si rende conto
immediatamente della responsabilità di dirigere "un’eredità preziosa in
termini editoriali": "Il Corriere della Sera, di cui oggi assumo la
direzione, è un giornale economicamente saldo e forte, che ha una
tradizione unica in Italia per autorevolezza e larghezza di consenso
tra i lettori. È un grande strumento attraverso il quale l’opinione
pubblica viene quotidianamente informata di quel che accade e può
leggere le valutazioni in proposito della nostra ricca e composita
famiglia di giornalisti e collaboratori. Ma è uno strumento attraverso
il quale quella stessa opinione pubblica trasmette i propri messaggi,
comunica il proprio modo di veder le cose a tutti i centri nervosi del
Paese. […] L’autorevolezza di un grande quotidiano di informazione e il
suo peso nella vita nazionale dipendono dalla capacità di far pervenire
al Palazzo della voce del Paese, di essere l’espressione fedele
dell’opinione pubblica che in una società democratica rappresenta la
difesa naturale contro ogni pericolo di arroganza dei centri di potere.
È una linea di assoluta continuità con quel che il Corriere è stato
finora".


7. Il "Metodo Mieli"

Detto ciò vorrei spiegare finalmente il mielismo, cominciando con
una citazione del giornalista Filippo Ceccarelli che ha definito il
metodo come "inconfondibile miscela di spirito alto e materia bassa…
attenzione a tutto quanto è televisivamente popolare e popolarmente
televisivo… apparente leggerezza e disponibilità al gossip". Procedendo
per ordine, il mielismo ha cambiato la grafica e lo stile del giornale,
il linguaggio e il tipo di notizie trattate. Per quanto riguarda la
grafica è sparita la gerarchia delle notizie, secondo la quale a
notizie più rilevanti erano associati titoli a più colonne. Con Mieli
tutte le notizie vengono trattate allo stesso modo con titoli
importanti e strillati. Questo stile graffiante, negli anni successivi
alla nascita di questo tipo di giornalismo, è stato ripreso anche in
giornali come Repubblica (dove Mieli aveva lavorato). Questa formula ha
condotto alla spettacolarizzazione e al sensazionalismo che, anche se
in qualche modo arginata da Mieli, è rimasta legata alla creazione
delle notizie per esigenze concorrenziali contro l’imperante predominio
della Tv. Graficamente, Mieli introduce anche l’utilizzo di fotografie
estrapolate da films in mancanza di immagini reali, in quanto le
immagini spesso sono più esplicative e attirano maggiormente
l’attenzione rispetto a una descrizione scritta.

Mieli, con il fine di avvicinarsi alla massa indifferenziata di
pubblico lettore, semplifica molto anche il linguaggio, abbandonando il
politichese, ricco di termini specifici e espressioni tecniche talvolta
difficili da decifrare.

Mieli ha cercato di dare al giornale la caratteristica dei giornali
ibridi: semplificando il linguaggio e caratterizzando il giornale come
metà elitario e metà popolaresco, riesce ad ampliare il target e a
conquistare un maggior numero di lettori. Infatti tratta tutte le
notizie in modo pari: come si deduce dall’uso dei titoli a nove colonne
per qualsiasi tipo di notizia, per Mieli tutti gli argomenti hanno la
stessa importanza e devono essere trattati come tali. Accosta, quindi,
notizie frivole, il c.d. gossip, con notizie serie riguardanti
politica, economia ecc.

Mieli, aveva deciso di creare un giornale televisivo, per fare
diretta concorrenza alla televisione. Per raggiungere tale obiettivo,
ha dovuto occuparsi di tutto ciò che è "televisivamente popolare e
popolarmente televisivo", per dirlo alla Ceccarelli.

Il metodo Mieli è stato rivoluzionario nella storia del giornalismo,
in quanto ha rivisitato la maniera di trattare le notizie, prendendo in
considerazione aspetti che, precedentemente, non sarebbero mai stati
all’altezza della pagina di un giornale. Il principio della rivoluzione
era: "anche il presidente fa la cacca".

Il giornalista, infatti, deve essere come un ascensore che va dai
cieli più alti della politica ai sottofondi della cronaca più bassa. Il
giornalista deve inoltre trattare gli argomenti più leggeri con la
serietà di quelli più seri e argomenti seri con maggior leggerezza.

Questa metafora sta ad indicare che nel metodo Mieli il giornalista
deve estendere il suo sguardo a 360 gradi sui fatti della vita: deve
occuparsi di qualsiasi evento, dalla politica (considerata materia
alta, e mantenendo la metafora dell’ascensore la politica abita ai
piani più alti del condominio), alla cultura e agli spettacoli
(considerati inquilini del piano inferiore).

Questa rivoluzione si occupa di mescolare nella stessa pagina
aspetti seri e argomenti di poca importanza o addirittura mescola
questi due contenuti all’interno di uno stesso argomento: per esempio,
una notizia che ha come tema un dibattito politico, colpisce
maggiormente l’attenzione del lettore e risulta più divertente se
comprende anche elementi di poca importanza, che analizzano i
retroscena o che mostrano le debolezze dei personaggi. Insomma,
riportando una citazione del noto articolo di Ceccarelli, chi
interloquiva con Mieli, "all’inizio non capiva bene se a Mieli
interessasse di più l’acconciatura della Barale o la Riforma
Istituzionale. Con il tempo, ma solo con il tempo s’intuì che gli
stavano a cuore entrambi gli argomenti".

Il gossip, infatti, ossia "l’arte" di scavare nei retroscena, nella
vita privata di personaggi pubblici, viene trattato come qualcosa di
serio, istituzionalizzato nel giornale come evento notiziabile: viene
pubblicata la notizia frizzante, ma con uno stile che non la sminuisca,
mentre, spesso, allo stesso tempo la notizia seria, di politica, viene
stemperata dei suoi toni grevi.

Il gossip deriva dalle riviste popolari femminili forse mescolato
con la ricerca accurata del dettaglio appresa con il metodo
storiografico.

Il quotidiano di Mieli fa confluire in un solo giornale due diverse
anime: una autorevole e una frivola e frizzante, dando dignità di
notizia a tutti quegli argomenti che poco tempo prima erano confinati
nelle pagine dei periodici popolari.

Il gossip, caratteristica sufficientemente invadente, scava nei
retroscena della vita privata, fornisce particolari insoliti e piccanti
e ricerca lo scoop, per screditare o pubblicizzare l’immagine di un
personaggio, ma sempre trattato con serietà.

Il metodo Mieli riesce, quindi, a dare un certo tono anche al gossip
rendendolo parte integrante del giornale e senza il quale mancherebbe
qualcosa che renda completo, interessante e, senza esagerare, quasi
perfetto il giornale stesso.

Insomma, Mieli fa del suo giornale un mix di informazione e
intrattenimento. Questa insolita unione è detta infotainment, e come
dice Francesco Sidoti "le notizie stanno diventando sempre più
intrattenimento e l’intrattenimento è infarcito di notizie". Un esempio
di infotainment può essere il modo in cui Mieli tratta la politica.

Mieli, per stemperare i toni della politica, ricorre spesso ai
pareri, non di persone competenti del settore, ma di soubrettes, attori
o presentatori, su qualche evento politico.

Inoltre, la politica diventa quasi uno spettacolo divertente in un
teatrino politico, all’interno del quale si inscenano scontri e
dibattiti. I protagonisti sono i politici che vengono intrappolati in
questo palcoscenico senza nemmeno accorgersene, cadendo nella trappola
del giornalismo di Mieli e del suo oculato "spargimento di polpettine
di zizzania".

Mieli riesce a suscitare reazioni nei politici, i quali cadono nella
sua trappola, perché questo è esattamente il suo obiettivo. In altre
parole tiene vivo e sempre più acre il dibattito politico. Sembra che
riesca a muovere i politici come le marionette in un teatro e di
conseguenza la politica diviene il teatro entro cui i politici si
muovono e danno spettacolo con inutili litigi e provocazioni. Mieli,
spesso, ottiene questo putiferio di dichiarazioni, offese, scontri nel
teatro per loro allestito attraverso l’uso delle interviste ai
dissidenti (la paternità è televisiva delle interviste o dei
talk-show): Mieli fa intervistare chi, all’interno del proprio
schieramento, è la voce contraria; ovvero, nell’intervista, il
giornalista stimola i battibecchi, anche andando a riferire al tal
politico ciò che un altro ha detto su di lui. In questo modo si
scatenano gli uni contro gli altri, finché tutti sono contro tutti. Ma
è questo che il lettore vuole, è il litigio che rende più interessante
le noiose vicende politiche, è il ridicolizzare l’avversario che
interessa politici e lettori!

Questo è il mielismo.

C’è chi lo accetta, chi no, c’è a chi piace, a chi no, c’è chi lo critica e chi lo elogia e chi lo reputa indifferente…

Io ho cercato di prendere in considerazione tutte le voci e di analizzare il mielismo in modo obiettivo.

Secondo me è una formula perfetta di giornalismo, che ha saputo
arginare l’inondazione televisiva, che ha rinnovato uno stile ormai
troppo stantio.

Mieli ha saputo rinnovare l’anima antica del Corriere della Sera,
rendendolo, però, più allegro. Si è occupato di ogni argomento,
interessante e non, intellettuale e stupido, dando un’aria sbarazzina
al giornale.

Che dire ancora sul mielismo… o che dire ancora su Mieli?
Personaggio magnetico, eclettico, interessante, intellettuale. Non si
scompone mai e soprattutto non si comprende mai il suo vero pensiero e
atteggiamento nei confronti di fatti e persone… sarà veramente così?

Gran personaggio!

In ultimo, lasciamo parlare Mieli a proposito del mielismo: "Ora
basta, però col mielismo. E’ una definizione che non ho mai amato. E’
un termine che è stato usato per mettere alla berlina il mio stile,
esagerandone i tratti, a partire dalla sdolcinatura del cognome che
porto".

8. Il Vocabolario di Paolo Mieli.

In conclusione è utile riepilogare il Mieli-pensiero creando un
vocabolario in grado di riassumere il suo modo di fare giornalismo e di
chiarire il significato di vocaboli dei quali a lui viene attribuita la
paternità, ovvero collegati al suo innovativo metodo giornalistico.


Agenzia di stampa/Tv: Mieli riconosce nella televisione
la principale agenzia di stampa, quale mezzo di comunicazione di massa
che negli ultimi decenni ha accresciuto esponenzialmente la propria
rilevanza ed invadenza nella vita di ogni individuo e della società in
generale. Mieli sostituisce le fonti informative con la Tv, la quale
gli consente di unire, amalgamare ciò che è intellettualmente elevato
con ciò che è leggero, dal "televisivamente popolare" al "popolarmente
televisivo".


Anticipazioni tg/prima pagina del quotidiano: secondo
Mieli, esistono le anticipazioni dei quotidiani oltre a quelle dei
telegiornali. Le anticipazioni nella carta stampata sarebbero fornite
dalla prima pagina. Essa, infatti, concentra tutte le notizie
principali che, poi, saranno riprese nelle pagine seguenti. Nel
giornalismo le notizie principali della prima pagina sono considerate
tali se rispondono alla regola delle cinque "S", cioè se sono presenti
notizie aventi per argomento sangue, sesso, soldi, spettacolo e sport.


Ascensore: "il giornalista è un ascensore che va dai
cieli dei grandi problemi ai sottofondi della cronaca più bassa".
Questa metafora sta ad indicare che i giornalisti non si devono
occupare esclusivamente di problematiche di una certa rilevanza, ma
devono interessarsi ed occuparsi anche di notizie con un peso
decisamente minore, trattando con serietà argomenti frivoli (il gossip)
e con più leggerezza argomenti seri (per esempio la politica).


Attenzione al dettaglio: è una prerogativa giornalistica
che caratterizza la stampa femminile (che si occupa di curare tutti i
particolari al fine di rendere più intrigante il gossip). Mieli ha
cercato di cogliere ogni sfumatura della notizia, andando a scavare al
di là del fatto stesso e cercando le spiegazioni anche nei retroscena
degli avvenimenti.


Cerchiobottismo: secondo la definizione del dizionario
Zanichelli vuol dire: "nel linguaggio giornalistico, atteggiamento di
chi rivolge contemporaneamente apprezzamenti e critiche sia a una parte
che a un’altra in contrasto con la prima". Questo termine indica
l’accusa rivolta a Paolo Mieli da Eugenio Scalfari di dare un colpo al
cerchio e un colpo alla botte, senza mai schierarsi apertamente.


Doppiopesismo: la definizione data dal dizionario
Zanichelli di doppiopesismo è la seguente: "nel linguaggio
giornalistico, atteggiamento di chi dà su vicende simili giudizi
differenti, a seconda che tali vicende si riferiscano alla sua parte o
a quella avversa". Doppiopesismo è l’accusa che Paolo Mieli muove a
Eugenio Scalfari replicando all’accusa di cerchiobottismo.
Doppiopesismo significa utilizzare due pesi e due misure, a seconda
della situazione.


Gerarchizzazione delle notizie:
gerarchizzare le notizie è quello stile giornalistico nel quale i
titoli, a seconda dell’importanza dell’argomento trattato, occupano un
numero maggiore o minore di colonne.

Nel Corriere di Mieli questa concezione viene sfalsata. Infatti,
tutte le pagine hanno i titoli a nove colonne, anche se la tematica non
lo giustifica.


Giornale ibrido: deriva dalla formula omnibus, cioè un
giornale per tutti. Il giornale ibrido, (tali caratteristiche le ha il
quotidiano mielista) è contraddistinto dalla caratteristica di essere
per metà elitario e per metà popolaresco, due elementi diversi
mescolati inscindibilmente, quindi, adatto ad un target ampliato di
lettori.


Giornale in minigonna: l’appellativo dato dall’avvocato
Agnelli alle testate (Stampa e Corriere) rimodernizzate, pur mantenendo
la tradizione: presente e passato convivono senza contraddizioni.


Giornale sportivo: la storia è basata sul resoconto dei
vincitori e dei vinti, ma raramente la cronaca quotidiana riesce ad
adottare questo metodo nel riferire i fatti. I giornalisti sportivi,
invece, secondo Mieli, sanno raccontare in modo diverso i fatti,
seguendo lo schema del mondo dei vinti e dei vincitori (si ricordano le
narrazioni di Omero delle antiche gesta nell’Iliade e nell’Odissea: le
storie erano imperniate sul racconto di battaglie in cui l’esito finale
avrebbe determinato inevitabilmente l’individuazione dei vincitori e
dei perdenti).


Gossip: è un vocabolo di derivazione inglese, ma
correntemente usato anche in Italia per sostituire il termine
pettegolezzo. Il gossip è estremamente attento al dettaglio, scava nei
retroscena e si insinua nella vita privata dei personaggi in qualche
modo famosi, creando così le notizie. Però, a differenza dei giornali
femminili (spesso sono associati ai giornali scandalistici, quindi di
bassa qualità), il metodo Mieli tratta anche gli argomenti frivoli e il
pettegolezzo con un tono serioso.


Guardiano dei poteri: Paolo Mieli è sempre molto attento
a non sbilanciare mai i commenti in favore di uno schieramento
piuttosto di un altro. Bisogna fare attenzione: commenti positivi,
potrebbero mettere in buona luce atteggiamenti che obiettivamente non
lo sarebbero e di conseguenza influenzerebbero erroneamente la pubblica
opinione che potrebbe fidarsi ciecamente di quanto legge. Guardiano dei
poteri, secondo Mieli, è la funzione che deve avere un giornale. Il
Corriere, infatti, era la guardia che sorvegliava il potere politico.
Soprattutto in un periodo storico particolarmente delicato, come quando
scoppiò lo scaldalo delle tangenti nel 1992: i giornali dovevano
assumere un ruolo di informatori e critici imparziali per non
distorcere oltremodo le notizie riguardanti indagini, arresti ed avvisi
di garanzia.


Linguaggio televisivo: il mielismo, per risultare tale,
oltre al tipo di argomenti trattati e allo stile in cui essi sono
trattati, deve anche operare sul linguaggio. Il politichese, cioè il
gergo tecnico della politica viene "ammorbidito" per lasciare spazio al
lessico televisivo: un linguaggio più semplice e privo di tecnicismi
che dia la possibilità a chi non si intende di questa complessa materia
di comprendere meglio quanto spiegato.


Metodo Mieli o mielismo: della formula del mielismo,
esiste un’ampia, completa e chiara definizione elaborata dal
giornalista Filippo Ceccarelli in un articolo comparso su La Stampa a
pagina 21 il giorno giovedì 24 aprile 1997: "Inconfondibile miscela di
spirito alto e materia bassa; attenzione a tutto quanto è
televisivamente popolare e popolarmente televisivo; suggestioni
perlopiù anti-retoriche, non di rado articolate attraverso
disseminazioni di dubbi su mitologie consolidate; apparente leggerezza;
allegra e spavalda disponibilità al gossip (vulgo: pettegolezzo);
visione conflittuale della realtà, con conseguente sottolineatura di
«casi», «polemiche», «duelli» e, quando possibile, spargimento di
polpettine di zizzania destinate soprattutto a uomini politici e
intellettuali che si prendono troppo sul serio".


Metodo storiografico: non si deve dimenticare che Paolo
Mieli ebbe, durante la sua attività universitaria come maestri due
grandi storici, Renzo De Felice e Rosario Romeo. Il giornalismo di
Mieli, segue un metodo storiografico preciso, che gli consente di porsi
sempre in modo critico nei confronti dei fatti e di maneggiare le
notizie con attenzione, prestando molta cura al dettaglio: bisogna
porsi sempre l’interrogativo "e se le cose non fossero andate come ce
le hanno raccontate?".


Mielig: ricorda foneticamente il programma comico
televisivo Zelig. Con Mielig ci si riferisce positivamente alla
personalità attiva e operativa di Mieli. Negativamente si intende:
"Mieli diventa Mielig, campione del giornalismo trasformista, pissi
pissi bao bao, quello che si costruisce trasversalmente nei salotti,
nelle omissioni e nei weekend in barca col Potere".


Parere della Sera: Così venne ribattezzato il Corriere
quando Mieli ne era direttore, "ironizzando sulla mania della nuova
politica informativa del Corriere di raccattare anche l’opinione
dell’attricetta o del cantante di mezza tacca su tutto".


Spettacolarizzazione: affermare che Mieli fa del
giornalismo una spettacolarizzazione, cioè informazione gridata, è
l’ennesima critica al suo metodo, questa volta attribuibile ad Eugenio
Scalfari, di cui Mieli fu allievo per diversi anni all’Espresso prima e
a Repubblica poi. Scalfari sentenzia: "Ha fatto il suo tempo il
teatrino dell’informazione strillata, emotiva, gridata... c’è fastidio
nel vederci così male imitati".


Teatrino politico: Mieli riesce, con uno "spargimento di
polpettine di zizzania" a suscitare reazioni nei politici, i quali
cadono nella sua trappola, perché questo è esattamente il suo
obiettivo. In altre parole tiene vivo e sempre più acre il dibattito
politico. Sembra che riesca a muovere i politici come le marionette in
un teatro e di conseguenza la politica diviene il teatro in cui i
politici si muovono e danno spettacolo con inutili litigi e
provocazioni.


Terzismo: sinonimo di cerchiobottismo, discende dall’arte di non sbilanciarsi mai. Il terzismo di Mieli, per gli amici risulta essere: "autonomia, libero esercizio di critica, smarcamento dai pregiudizi di appartenenza". Per i nemici terzismo "significa
neutralismo, attendismo a oltranza, sostanziale diserzione, ambeduismo,
convenienza dell’acquattarsi in clima temperati che al momento buono ci
permetteranno di scegliere". Per gli indifferenti terzismo significa che "di fronte alle succitate visioni del terzismo si esprima il seguente parere: hanno ragione entrambi, dipende".

Sonia Miletta