Dario Papa, un giornalista all’avanguardia

Tabloid - n. 11/2004

Tesi di laurea "Dario Papa: un giornalista all'avanguardia"
di Massimiliano Lanzafame
Relatore: prof.ssa Ada Gigli Marchetti. Correlatore: prof. Nino Recupero.
Discussa
il 12 luglio 2001 all'Università degli Studi di Milano - Facoltà di
Scienze Politiche con votazione 110/110. E' stata segnalata nella
quarta edizione del Premio tesi di laurea dell'Ordine dei giornalisti
della Lombardia, sezione Storia del giornalismo (testate e personaggi) 

Massimiliano Lanzafame si è laureto in Scienze Politiche,
indirizzo politico - internazionale. Si è specializzato nel 2002 con un
Master in Storia, didattica e comunicazione. Collabora con la cattedra
di Storia del Giornalismo (Scienze Politiche - Statale) e ha
collaborato con il quotidiano on-line "ilNuovo.it"


MEMORIA

di Massimiliano Lanzafame

UNA INFANZIA DIFFICILE: ORFANO A SOLI NOVE ANNI. La storia di
Dario Papa inizia a Rovereto, dove nacque il 24 gennaio 1846. Il padre
era originario di Desenzano mentre la madre era roveretana. Visse i
primi anni a Milano quando, a soli nove anni, la vita si rivelò in
tutta la sua durezza, lui e la sorella Nina rimasero orfani di entrambi
i genitori. Questo destino triste che segnò la sua infanzia contribuì,
però, a forgiare il carattere forte e indipendente dell’uomo Dario Papa.
Dopo
la tragica scomparsa dei genitori andò ad abitare a Vienna da uno zio
materno, che era sposato con una donna austriaca. Questa accolse il
piccolo Dario con queste parole: "Bravo, starai con noi: ti
manderemo a scuola, imparerai, diventerai un buon tedesco; non penserai
nemmeno più a quei buoni a nulla dei tuoi italiani".
Papa, che
aveva origini trentine, sapeva dell’odio che gli italiani oppressi
avevano per l’Austria e non riuscì mai a legare con la zia. Infatti,
nel 1855, un anno dopo il suo arrivo a Vienna, decise di fuggire da
casa e grazie a un viaggio avventuroso, con pochi soldi, un po’ a
piedi, un po’ in ferrovia e un po’ in vettura, raggiunse un altro zio a
Venezia. Quest'ultimo si assunse l’onere di provvedere all’istruzione
del nipote mandandolo in collegio, prima a Rovereto e poi a Verona. Tre
anni più tardi Dario Papa si trasferì a Desenzano presso la zia
Isabella che lo accolse con grande affetto e con cui legò tantissimo.
Quarant’anni più tardi la ricordava così: "L’educatrice della mia
giovinezza di orfano, cara dolce immagine, che è sempre presente nel
mio spirito, e non sarà dimenticata mai".
Era il 1859 quando un
giovanissimo Dario Papa si recò sui campi di battaglia di Solferino e
Magenta, dove vide piemontesi e francesi combattere contro gli
austriaci. La visione di quegli avvenimenti fece nascere in Papa quel
sentimento di gratitudine verso i francesi, che lo porterà più tardi
nel corso della sua vita a difendere la Francia repubblicana contro la
politica francofoba di Crispi.
Successivamente, per evitare di
vestire la divisa austriaca, Dario Papa decise di trasferirsi a Torino
dove lavorò come impiegato presso le ferrovie e studiò alla Facoltà di
Matematica, ma con pessimi risultati non essendo troppo portato per i
calcoli.

L'"INCONTRO" CON GARIBALDI E L'IMPEGNO CON LE CAMICIE ROSSE.
Aveva vent'anni Dario Papa quando, tornato a Desenzano, s’imbatté in
Garibaldi. Ne rimase così favorevolmente impressionato da decidere di
arruolarsi come volontario tra le camicie rosse, prendendo parte alla
campagna del Trentino e alla battaglia di Bezzecca (20-21 luglio 1866).
Qualche anno più tardi ricordò la figura di Garibaldi, citando il
discorso che l’Eroe dei due mondi tenne in quell’occasione ai contadini
locali: "Oh quanto sarebbe meglio che poteste lavorare in pace,
senza le guerre, che vi recano tanto danno! Quanto sarebbe meglio che
gli uomini s’andassero un po’ più d’accordo tra di loro". Papa aggiunse compiaciuto che Garibaldi, in quell'occasione, non usò mai "una parola amara: non contro i preti, non contro il governo, contro nessuno".
Con
l’onestà e la modestia che gli erano tipiche, Dario Papa non si vantò
mai del suo impegno verso la patria, ma anzi cercò di minimizzarlo
rendendo pubblici gli aspetti più comici e le deficienze organizzative
degli ambienti militari. "La campagna del Trentino - narrava il giornalista
- se per una parte del corpo di spedizione fu di guerra, per la maggior
parte, e specialmente per il primo reggimento, che era il nostro, fu
di... fame, privazioni, stenti, fatiche inutili, tanto che, a campagna
finita, tutti i reggimenti erano designati con un nomignolo indicante
la specialità dei malanni che li avevano colpiti; il nostro reggimento
si chiamava appunto l’affamato, un altro lo svestito, un terzo il
malato, un quarto il perduto, un quinto l’ammazzato e via via".

LE PRIME ESPERIENZE GIORNALISTICHE E I DUELLI IN PUNTA DI PENNA.
Finito l’impegno nella campagna garibaldina Dario Papa si trasferì a
Milano dove prese la via del giornalismo. Giunto in città entrò in
contatto con l’aristocratica e intellettualmente raffinata
scapigliatura letteraria ed artistica. Frequentò il circolo degli
"Innovatori dell’Arte" e spesso si ritrovò all’osteria "Polpetta" e al
ristorante "L’Orologio", dove si riunivano gli esponenti delle nuove
tendenze in fatto di pittura, scultura, poesia e di giornalismo. Fu
legato da profonda amicizia con Emilio Praga, Giuseppe Grandi e
Tranquillo Cremona. Quest'ultimo, tra l'altro, gli fece un bellissimo
ritratto.
Il primo giornale col quale Dario Papa collaborò nel 1866
fu "L’Italia Agricola". Dopo qualche mese passò a "Il Sole", chiamato
da un amico a cui s’era rivolto per un’inserzione alla ricerca
d’impiego. Gli fu affidata la compilazione del diario estero, a cui
s’aggiunsero poco dopo la rubrica agricola e quella teatrale. Nelle
appendici del "Sole" pubblicò il romanzo Memorie d’un orfano, in cui, oltre a rari accenni alla dolorosa infanzia, c’erano dei sentiti richiami patriottici.
Sia
"L’Italia agricola" sia "Il Sole" però erano giornali commerciali e non
erano quindi il campo più adatto per un Dario Papa che sentiva sempre
più crescere in lui la passione politica.
Tra il 1872 e il 1873
scrisse qualche pezzo per "La Perseveranza" e divenne redattore de "Il
Pungolo". In questi anni Papa ancora inesperto giornalisticamente, ma
con il vigore delle passioni giovanili, usò spesso toni accesi e
polemici nei suoi articoli. Ciò lo portò perfino a dover duellare per
difendere il suo onore. Il "Corriere di Milano" del 3 febbraio 1873
riportava: "Si dà notizia di una partita d’onore a sciabola
avvenuta fra Dario Papa, redattore de "Il Pungolo", Achille Bizzoni.
Padrini del primo E. Praga e G. Buongiorno, del secondo F. Cavallotti".

LA DIREZIONE DELL'"ARENA" DI VERONA E LE BATTAGLIE PER LA LIBERTA' DI STAMPA.
Nel 1874, a soli ventotto anni, Dario Papa era già direttore di un
giornale, "L’Arena" di Verona che condusse fino al 1880. In un’epoca in
cui i moderati combattevano contro la propaganda irredentista e i
democratici, giunti al potere, si affrettavano a mettere in sordina
tale questione, Dario Papa decise d’intitolare "L’Arena" "giornale
Veneto - Trentino", aprendo una rubrica per difendere gli interessi
degl’irredentisti.
Dario Papa era in quegli anni d’idee moderate, ma
lo fu sempre a modo suo, vale a dire senza appartenere o farsi
influenzare da nessun partito. Nell’editoriale pubblicato nell’"Arena",
del 17-18 giugno 1874, scriveva: "La più bella creatura di Dio è un
uomo onesto e quando un uomo onesto ci venga innanzi e ci dica o ci
additi il vero, noi non gli domanderemo d’onde venga e dove vada, se
ami il Re o speri nella Repubblica, se ascolti Messa o legga Voltaire,
se sia nobile o popolano; - nulla di tutto questo: noi l’accoglieremo e
gli presteremo orecchio col rispetto che si deve alla più nobile delle
creature".
In quel periodo si distinse anche per la lotta a
difesa della libertà di stampa. Con un articolo su "L’Arena" del 8-9
ottobre 1874 lui, che era moderato, si schierò contro il sequestro del
programma del giornale "Il Contatore" di Verona, con il quale si
chiedeva l'abolizione della tassa sul macinato. "Essendo noi cittadini e pubblicisti di Verona - affermava Dario Papa
- crediamo lesi i nostri diritti, offeso il nostro ufficio, ogni
qualvolta con abusi e soprusi vengono in generale lesi i diritti ed
offeso il libero ufficio della stampa".
Nella sua visione ideale il giornalismo doveva essere libero da ogni vincolo: "Se
per un giorno solo potesse essere mia facoltà, di legiferare nel paese,
formulerei la legge sulla stampa con queste poche parole: "Articolo
unico. La stampa è libera. Ogni scrittore di giornale può dire tutto
ciò che gli pare e piace. Coloro che dalla stampa si trovassero
comunque danneggiati ricorrano alla giustizia. Il Codice prevede e
provvede. Sequestri e revisioni non c’è ne saranno mai più… La libertà
di stampa è bandita solo dove si ha paura della verità".
L’esperienza all’"Arena" di Verona fu positiva per Dario Papa che riuscì anche a risollevare le sorti finanziarie del giornale.

REDATTORE CAPO DEL "CORRIERE" NELLA CAPITALE DELL'EDITORIA.
Nel 1880 entrò a far parte del "Corriere della sera" in qualità di
redattore capo, il primo nella storia del quotidiano di Via Solferino.
Il direttore Eugenio Torelli Viollier voleva rinnovare il suo giornale
e aveva pensato a Dario Papa, perché favorevolmente colpito da alcuni
esperimenti tipografici apportati all’"Arena", che riguardavano
titolazioni e impaginazioni.
Milano in quel periodo, ormai liberata
dal grigiore austriaco, era la capitale incontrastata dell'editoria,
una città vitale e ricca d’iniziative per la carta stampata. Dario Papa
pubblicò il libro Giornali e giornalisti, in cui raccontava come ogni settimana nelle diverse parti della città nascevano o morivano dei giornali:
"Io penso che se si facesse una carta topografica di Milano dove
venissero tracciate le strade nelle quali ci sono uffici di giornali,
ancora Milano resterebbe una città abbastanza grande, perché ve n’ha
qualcheduno dappertutto, al centro come in periferia. Io sto in questo
momento scrivendo negli uffici del "Corriere della sera". A due passi
c’è "Il Pungolo", ci sono diversi giornali scientifici di casa
Rechiedei, c’è il "Figaro", c’è il "Mondo antico". Quando scenderò di
qui saranno circa le quattro pomeridiane e troverò tutta la via per
dove svolterò ingombra di venditori. Hanno tutti qui vicino il luogo
principale di distribuzione per lo spaccio, sicché tutti i giorni, alla
stessa ora, avviene una scena di dalli, piglia, molla, pigia, grida,
schiamazza, urta, scappa, con rappresentanza di tutti i sessi e di
tutte le età. Che se non volterò l’angolo e percorrendo tutta Via S.
Pietro all’Orto, infilerò il Corso, incontrerò probabilmente il
‘furgone’ che uscendo da Via Pasquirolo, porta all’ufficio postale
della Stazione Centrale "Il Secolo" e i diversi giornali di casa
Sonzogno e fa pari tempo il servizio per altri giornali politici, i cui
uffici sono pure nel centro. Gli editori Treves, coi loro giornali
illustrati, stanno in Via Solferino, il Garbini, editore di giornale di
mode, è nientemeno che in Via Castelfidardo a due passi dalla Stazione.
Attraverso tutte le arterie di Milano, scorre il sangue dei giornali.
Dappertutto scrittori e tipografi; dappertutto uffici e officine,
taluna delle quali non teme il confronto con quelle delle maggiori
città europee".

IL VIAGGIO IN AMERICA. Dario Papa lavorò al "Corriere della
sera" un paio d’anni, con l’intermezzo di un viaggio in America,
insieme all’amico e collega Ferdinando Fontana. Infatti, nel corso del
1881, Torelli Viollier pensò di mandare i due suoi giovani e innovativi
redattori negli Stati Uniti per studiare il modo di fare i giornali,
alla ricerca di una terza via tra lo stile francese del "Secolo" e
quello inglese del "Corriere della sera".
Fu una tappa fondamentale
nella vita di Dario Papa sia per quanto riguarda le sue idee politiche,
che per il modo di fare giornalismo. Non fu solo un viaggio di piacere
quello, ma anche di fatiche e privazioni, compiuto col denaro che man
mano ricavava dal proprio lavoro, dal quale doveva detrarre il
necessario per provvedere in Europa "alla cara ed adorata famigliola, che occupava pressoché tutti gli affetti suoi".
Ferdinando Fontana, in un volume dedicato al viaggio intitolato New York, raccontava: "Si
riuscì a trovare un editore, il quale ci offerse tremila lire, con
l’obbligo da parte nostra di fornirgli un volume su New York, spese di
viaggio tutte a nostro carico. Un grosso editore, è vero ci offerse il
doppio; ma Dario Papa s’oppose: "Noi andiamo là per vedere una
Repubblica; se questo satrapo, che ha tante convenienze a fare il
monarchico, pretendesse poi di castrarci il pensiero, ne accadrebbero
seccature infinite. Rifiutiamo!".
Dario Papa trascorse qualche
mese a New York, ma era una città cosmopolita, una realtà particolare
per capire fino in fondo l’America. Decise allora di spostarsi
nell’interno, attraversando il vasto continente dalla costa atlantica a
quella pacifica. Nonostante le poche risorse economiche e le cattive
condizioni di salute, soffriva di asma cronico, riuscì a portare a
termine quel faticoso e avventuroso viaggio, durante il quale, a
Chicago, conobbe la sua futura moglie, Fidelia Dinsmore. Una donna
coltissima, distinta musicista e valida corrispondente di giornali
americani.

LE REDAZIONI AMERICANE RISPETTO ALLA REALTA' ITALIANA. Se gli
Stati Uniti erano il paese dove il giornalismo moderno aveva in quel
periodo il suo massimo sviluppo, New York era il motore di questa
trasformazione. Per circa otto mesi Dario Papa si fermò nella Grande
Mela dove collaborò con il "Progresso Italo - Americano" e con il "New
York Herald" di Bennet, il maggior quotidiano americano dell'epoca. Si
accorse ben presto del diverso modo d'intendere la professione del
giornalista degli americani. Era un giornalismo d’informazione con
notizie di cronaca riportate in stile chiaro e semplice, per andare
incontro alle esigenze del grosso pubblico.
"Gli uffici dei giornali americani - annotava Papa nel suo saggio Il giornalismo
- non sono, come i nostri, infestati da una quantità di uomini di
lettere, che non si sentono nati per fare i piccoli servizi del
pubblico, che hanno sempre delle grandi idee da espettorare, ma
rifuggono dalla fatica di fare del giornale un veicolo di notizie,
anziché un’accademia. E così avviene che i giornali là hanno tutti fra
loro un tipo diverso, e se ne possono leggere parecchi in un giorno,
sicuri di trovarvi sempre del nuovo. Da noi invece si rassomigliano
tutti, eccetto che per le opinioni propugnate. Ci rassomigliamo nelle
parlate lunghe e retoriche e magari irte di erudizione presa
dall’Enciclopedia".
Nel libro New York Dario Papa
descrisse l’organizzazione redazionale del "New York Herald".
Solitamente per funzionare un giornale newyorkese aveva bisogno di una
decina di redattori "che si occupavano degli articoli di fondo e di discussione". C’erano poi i reporter
solitamente divisi in due categorie: quelli regolarmente impiegati e
pagati settimanalmente sempre pronti a fare gli inviati, e quelli
retribuiti in base al lavoro fatto. In totale i reporter erano circa una cinquantina. Poi vi erano i corrispondenti, anche questi divisi in due categorie. Chi coordinava tutti era il city-editor, una sorta di redattore capo, "che metteva insieme, controllava e impostava il giornale".
Un
quotidiano italiano, al di là delle eccezioni "Secolo" e "Corriere
della sera", era strutturato in modo diverso. Entrando in una redazione
italiana dell’epoca ci si poteva imbattere nel proto o nel redattore.
Il primo aveva il compito di sistemare gli errori dei giornalisti e
inserire le parole nelle dieci o quindici colonne a disposizione per
poi passarle nella macchina stampatrice. Il secondo, detto "Dottor
Forbice", spogliava i giornali mattutini, ritagliava e combinava
articoli da dare poi al tipografo da stampare. Un altro collaboratore
tipico dei fogli italiani era il redattore della pagina estera che
sfogliava tutti i giornali stranieri e gli articoli di fondo sulla
politica europea. C’erano poi, il cronista e l’"appendicista", ovvero
il romanziere. Chi coordinava tutto il lavoro era il direttore
estensore, che scriveva l’articolo di fondo e passava al vaglio tutti
gli altri. Naturalmente il numero dei componenti di una redazione era
maggiore nei giornali più importanti.

L'IMPAGINAZIONE SPETTACOLOSA DEI QUOTIDIANI AMERICANI. Nel
confronto a distanza fra stampa italiana e statunitense quello che più
colpì Dario Papa fu l'aspetto esteriore dei giornali americani. "Quanto alla forma del giornale - scriveva nel volume New York
- essa è assai diversa dalla nostra: non c’è vincolo di rubriche: le
notizie vengono buttate dentro dove meglio capita, salvo far risaltare
con titoli grandi e spettacolosi, in testa di colonna, quelle à
sensation. Ciò specialmente e troppo nell’"Herald" e nei grandi
giornali dell’Ovest. Hanno posto fisso soltanto gli articoli, che là
chiamano editorials e che in via generale sono in maggior numero, cioè
riflettenti un maggior numero di oggetti, dei nostri: ma sono anche
brevi e scritti meno, per di più nello stile più piano ed alla buona
del mondo. Questi articoli, detti anche "paragrafi", nei giornali
composti di sole quattro pagine stanno nella seconda meno e in ogni
caso sono sempre uniti. Il servizio dei dispacci, oltreché dai
corrispondenti speciali, è fatto da un’associazione (Associated Press)
per partecipare alla quale si versa una quota annua. Essa riceve
notizie da tutti gli Stati Uniti e dall’Europa: non soltanto notizie
politiche, come fa la nostra pesante Agenzia Stefani, bensì notizie
d’ogni sorta: quella che concerne il Presidente della Repubblica non
meno di quella relativa all’ultimo trionfo di Nina, celebre ballerina".
La
maggior parte dei quotidiani italiani, invece, si presentava a quattro
facciate ognuna di due, al massimo tre colonne. La prima pagina di
regola era occupata per intero dall’articolo di fondo, solitamente
senza titolo, e in basso il romanzo d’appendice, in genere straniero.
La seconda e la terza pagina ospitavano la "cronaca del circondario",
soprattutto nei fogli "piccoli" a 5 centesimi, e le notizie dall’estero
distribuite dall’Agenzia Stefani. Le fonti d’informazione erano
sostanzialmente tre: la già citata agenzia, gli altri giornali e le
lettere dei corrispondenti. Nella quarta pagina c’erano ancora dei
dispacci e qualche inserzione.
Quasi tutti i giornali si
presentavano con un’impaginazione assai modesta. Ciò era in parte
dovuto alla scarsità di mezzi, ma soprattutto era il prodotto di
un’aristocratica concezione, per cui una pubblicazione doveva valere
solo per il suo contenuto e per lo stile dei suoi scrittori. Alla
tecnica si chiedeva soltanto una stampa chiara, con caratteri grandi e
di facile lettura.
Papa era molto critico sull’uso che i fogli
italiani facevano del romanzo d’appendice, che solitamente era di firma
francese. Pensava che, se ben usato, potesse essere un ottimo mezzo di
educazione del popolo: "Che brutte cosacce si fanno leggere, mentre
tanto vi sarebbe da narrare e mettere in romanzo qui da noi. Una
miniera inesplorata, si può dire, è la storia della nostra rivoluzione,
delle nostre società segrete, delle lotte di quest’ultimo secolo contro
gli oppressori della patria. Quanta poesia è là dentro, quanti romanzi,
quanti stupendi intrecci belli e fatti. E i costumi? Dove un paese che
ne abbia un complesso più strano e svariato del nostro. E le questioni
sociali? Dove una materia più attuale di queste infelici plebi
analfabete, di questi nostri poveri contadini. E l’amore? Ah! Quanto
all’amore se è vero, come dicono, che esso è un canovaccio dato alla
natura e ricamato dall’immaginazione, si può asserire che la fabbrica
italiana non teme la concorrenza di nessun paese al mondo."

LE RICCHE QUARTE PAGINE DEI GIORNALI NEWYORKESI. I giornali
americani prosperavano nei piccoli centri anche grazie alle notizie
commerciali locali che inserivano nei giornali inviati dalle grandi
città. Facendo un raffronto tra quarte pagine Dario Papa constatò che
in Italia si facevano "meno affari per il fatto che molti non avevano l’idea o il coraggio di fare un annuncio economico su un quotidiano". Per
molto tempo nelle pagine dei quotidiani italiani non comparvero che
avvisi di miracolose medicine e di nuovi libri. C'era qualche
eccezione, come nel caso di Attilio Manzoni, un innovativo appaltatore
pubblicitario, che inventò la rubrica dei necrologi.
"Affatto separato dall’ufficio del giornale - raccontava Dario Papa
- sta l’appaltatore della quarta pagina (quello che dà un tanto l’anno
per far suo l’introito degli avvisi a pagamento). L’appaltatore è
ancora l’unico nel giornalismo italiano che di solito se la passi bene.
In Italia, a parte i direttori proprietari, che son ben pochi, non ci
sono che due o tre direttori che notoriamente guadagnino più di seimila
lire. Invece, una quarta pagina fu recentemente appaltata per 50 mila
lire: si vede ce n’è molto, se si espongono capitali così forti".
Uno dei motivi di successo del "New York Herald" era proprio le inserzioni pubblicitarie. A tal proposito Papa osservò: "L’"Herald"
trovò la fonte massima delle sue risorse negli "annunzi a pagamento"
circa l’inserzione dei quali introdusse una completa riforma. Prima si
usava, in America, e il costume era stato preso dall’Inghilterra,
d’illustrare l’annuncio con incisioni di carri, carrozze, cavalli,
cani, scimmie, battelli, ecc., con l’infinita moltitudine di oggetti
che può formare il soggetto di un annuncio. Bennet soppresse questi
disegni e guadagnò spazio. Di più ordinò quotidianamente rubriche
regolari e ben distinte tutte quelle pagine d’inserzioni, così da
renderle lettura interessante; stabilì che governo e amministrazioni
pubbliche, non trovando buon gusto ch’essi pagassero meno dei cuochi e
delle cameriere di New York, non dovessero avere vantaggi o ribassi di
sorta; avviò il sistema che una stessa inserzione non si potesse fare
che una sola volta. Ogni inserzionista si può calcolare un
collaboratore del giornale, che paga per essere pagato".
Ogni
domenica il "New York Herald" usciva con un'edizione speciale che in
alcuni casi presentava fino centotrenta colonne di sole inserzioni a
pagamento.

L'IDEALE DEMOCRATICO DI DARIO PAPA. Per Dario Papa, all'epoca
politicamente moderato, il soggiorno negli Stati Uniti fu l’occasione
per conoscere da vicino la repubblica, per cui da tempo polemizzava con
Alberto Mario, il quale ne decantava sempre i pregi. Una volta tornato
in Italia Dario Papa era giunto a compimento di un profondo viaggio
interiore, che lo portò a sposare da quel momento fino alla fine dei
suoi giorni l’ideale repubblicano.
Quando qualche anno più tardi il collega Gustavo Paroletti criticava gli Stati Uniti definendoli "una repubblica democratica solo in apparenza", Dario Papa ribatté che erano "una repubblica democratica nel più sostanziale modo possibile". "Là - continuava poi il giornalista
- non si tappa mai la bocca a nessuno. Legioni di espulsi di Europa si
rifugiano là, e vi fanno tutta quella propaganda in cui credono. Il
diritto di associazione non ha limiti, come non ha controlli. I
socialisti o Partito operaio sono associati in quasi due milioni. Non
c’è una sola tassa diretta sui generi di prima necessità. Manca la
tirannia della burocrazia, manca questo numero spaventoso di uomini
che, per aver da vivere essi, devono di necessità opprimere,
affliggere, vessare il pubblico. La burocrazia americana sta alla
nostra come uno a mille. Non ci sono distinzioni ufficiali che mettano
un uomo, col titolo, al di sopra di un altro. Non esistono passaporti,
non libretti per gli operai, non ammonizioni. Chi ha pagato il debito
suo con la giustizia, va per i fatti suoi e non ha più conti da rendere
a chicchessia. Il voto è diritto di ogni cittadino a ventun’anni,
sappia o non sappia leggere e scrivere. Vero è che gli illetterati non
esistono, tranne fra gli immigrati. La polizia che vedi qui
affaccendata a cercare anarchici, là alla mattina è in gran faccende
per "mandar su" i fanciulli a scuola. Quello che è grande,
straordinario, è la scuola elementare, la popolare. Si tratta di un
piccolo paradiso. I ragazzi ci si istruiscono con rapidità
meravigliosa, per la razionalità dei sistemi, la valentia dei maestri,
la copia degli utensili. C’è tutto un avvenire là dentro che farà
progredire il mondo.. è l’alba, appena l’alba, caro Paroletti, d’un
gran popolo che andrà alla testa di tutti i popoli" .

LA CULTURA DELLA NOTIZIA E LE DISPUTE CON EUGENIO TORELLI VIOLLIER.
Dario Papa apprese molto bene i moduli organizzativi dei giornali di
notizie, come i segreti di un’impaginazione vivace e spigliata, un
certo taglio agile e d’istintiva attrazione dei servizi d’informazione
e le tecniche operative che consentivano il lancio di una notizia o di
una particolare corrispondenza.
Tornò al "Corriere della sera"
convinto di poter dare una spinta decisiva allo sviluppo della stampa
italiana riproponendo la formula, i contenuti e il tipo di scrittura
del "New York Herald". Torelli Viollier, però, non era della stessa
idea, voleva un cambiamento graduale per il suo giornale. Dario Papa
iniziò a scrivere articoli di tre, quattro colonne che venivano
inesorabilmente tagliati, perché a detta del suo direttore troppo
lunghi per i gusti di allora. "Due colonne - affermava Torelli Viollier - possono bastare per lo sviluppo di un’idea…non bisogna far salire i lettori al terzo piano". Il giornalista roveretano naturalmente non concordava e ribatteva così: "Ho
sentito una volta il nostro borghese di fronte ad un numero del "Times"
o del "New York Herald" domandarsi: - Come fa uno a raccapezzarsi in
mezzo a tutta questa roba? Gli è che della voglia di leggere egli n’ha
poca: e per portare avanti quella poca ci vogliono dei mucchietti di
fieno in forma di asterischi, figurine, disegni d’ogni sorta. Se di
leggere avesse voglia forse non parlerebbe così.
Ogni paese
ha i suoi gusti e noi abbiamo quelli di Francia, riveduti e peggiorati.
La differenza fra il giornalismo alla latina e quello all’americana
potrebbe esprimersi così: che noi siamo una truppa di professori e
quelli là sono una truppa di... soldati".
Anche i contenuti
degli scritti per Dario Papa furono motivo d’attrito con il suo
direttore. Eugenio Torelli Viollier era garibaldino ma, nei pezzi di
Papa, vedeva un radicalismo eccessivo e nei polemici attacchi a "Il
Secolo" scorgeva il pericolo di una rissa col gigante giornalistico di
allora. Pare ci fosse anche una punta di gelosia da parte del direttore
napoletano, perché gli articoli di Dario Papa grazie a uno stile
pittoresco, erano molto più seguiti e commentati dei suoi. Il collega
Arnaldo Marconi così ne descrisse le virtù: "Egli ebbe sovente
tocchi di grande scrittore. Quella terribile dote di rendere o rivelare
con una parola un uomo, o il comico o il grottesco o il triste di una
situazione, egli la possedette come pochi. Toccare e far balzare
un’immagine era la sua arte: egli l’applicò a far balzare e ballare le
figurette della politica italiana".

DARIO PAPA "RIVOLUZIONA" IL GIORNALE. Nel corso degli anni
Ottanta i giornali si stavano lentamente trasformando da prettamente
politici a veicoli di notizie. Il crescente numero dei lettori
accompagnato da alcune innovazioni, come il servizio telegrafico
quotidiano da Roma e l’ampliamento della ferrovia, contribuirono a
rendere il giornalismo più moderno.
L’abbondanza d’informazioni
sempre più tempestive e l’aumento della diffusione sul territorio dei
quotidiani imposero la razionalizzazione del lavoro giornalistico. Si
stava imponendo il giornale collettivo, nel quale un numeroso drappello
di redattori si alternava, trattando ciascuno le questioni che meglio
conosceva, con divisioni di compiti e orari. Fondamentali, per
l’evoluzione verso il giornalismo d’informazione, furono gli apporti
umani di personaggi come Carlo Romussi, Francesco Giarelli e appunto
Dario Papa, che crearono un nuovo modo d'intendere e di fare
giornalismo.
Conclusa l'esperienza al "Corriere della Sera", dopo un
breve ritorno all’"Arena" di Verona, Dario Papa divenne, nel 1884,
direttore del quotidiano milanese "L'Italia", dove attuò in pieno la
sua "rivoluzione tecnica".
La veste grafica dei giornali italiani
non era molto cambiata tra il 1860 e il 1880. La maggior parte si
presentava come un mare grigio di testo nel quale i pochi titoli,
sempre a una colonna, non trovavano rilievo tipografico, essendo
piccoli, poco marcati e molto generici. C'era la presunzione che il
lettore acquistasse il giornale per leggerlo da capo a fondo e non si
sottolineavano gli avvenimenti più importanti.
Dario Papa, grazie
anche all'esperienza redazionale newyorkese, capì l’importanza della
veste grafica del giornale per attirare l'attenzione del lettore e
nella sua "L'Italia" introdusse i primi leggeri titoli su tre, quattro,
perfino cinque colonne della prima pagina. Inoltre fece uso di grossi
neretti per richiamare l’attenzione sulle notizie pubblicate nelle
pagine interne. Ebbe cura di mettere notizie brevi alla fine delle
colonne per poter cominciare la colonna successiva con un titolo di
testa. Creò rubriche, aprì inchieste e gli articoli lunghi di un tempo
li sostituì con pezzi brevi, spezzati, che miravano al cuore di ogni
singola questione. Parve rivoluzionaria la sua audacia di portare tutte
le notizie d’attualità, sia di cronaca politica sia di cronaca nera sia
di varietà, in prima pagina, dando un profilo più nervoso e scattante a
tutto il giornale.
Una volta per suscitare la curiosità dei lettori
intorno a un romanzo d’appendice che "L’Italia" si accingeva a
pubblicare fece ricoprire Milano di manifesti raffiguranti un cappello
da prete. La trovata fu felice, il romanzo di Emilio De Marchi Cappello da prete ebbe successo, dimostrando che non solo gli scrittori francesi ma anche quelli italiani riuscivano nel genere.
La
"rivoluzione" di Dario Papa diede espressione grafica al nuovo giornale
che stava imponendosi: quello di notizie. Non venne subito compreso
però, e spesso si trovò di fronte alle resistenze e alle critiche dei
suoi colleghi. Alfredo Comandini disse: "Furonvi anche nell’opera
sua delle esagerazioni: la spettacolosità dei titoli, per esempio,
anche nei fatti ordinari, minimi, di cronaca; una certa indiscrezione
nelle informazioni su cose e persone non strettamente appartenenti alla
vita pubblica; l’impronta complessivamente sensazionale, allarmistica
del giornale, in ogni suo aspetto".
Dario Papa si duoleva perché
il suo operato veniva giudicato principalmente per l’esteriorità e non
per le finalità e i contenuti: "E perché non giudicare l’indirizzo
morale del giornale, il suo spirito d’indipendenza, il suo saper vivere
senza attaccarsi a nessun partito, il voler banditi i complimenti, il
suo dire la verità, per quanto cruda, il suo spirito pratico, la sua
forma popolare e non plebea e infantile! - Questo è l’americanismo sul
quale avrei invocato giudizio, poiché è il solo a cui tengo. L’altro,
quello di forma, lo prenda ognuno come gli pare".

IL REPUBBLICANO DARIO PAPA AL TIMONE DE "L'ITALIA".
"L’Italia" era un quotidiano di "centro-sinistra" fondato nel 1883 da
un ricco giovane intellettuale milanese, Carlo Borghi, insieme a un
gruppo di benestanti, tanto che il giornale venne chiamato dei
"milionari". Pochi mesi dopo la nascita de "L’Italia" Borghi morì e il
giornale s'impoverì. Per risollevarne le sorti i due principali
azionisti, l’avvocato Pietro Volpi e il conte Emilio Turati, pensarono
a Dario Papa. La qualità del quotidiano migliorò tantissimo grazie alle
innovazioni e allo stile del giornalista di Rovereto.
Nel 1889
"L’Italia" fu acquistata da Attilio Manzoni, che già ne aveva l’appalto
pubblicitario. La nuova proprietà non gradiva però le idee, ormai
spiccatamente repubblicane, di Dario Papa e dato che questi nella
direzione del giornale pretendeva la più assoluta libertà, iniziarono i
contrasti. La condizione finanziaria del quotidiano, intanto, era in
netto miglioramento, vicino all’attivo, e Manzoni si trovava in una
situazione imbarazzante: se da un lato era in disaccordo con
l'indirizzo politico del direttore, dall’altro doveva apprezzarne la
gestione, che stava portando "L’Italia" a prosperare.
La svolta
decisiva avvenne durante il Meeting per la fratellanza dei popoli,
indetto dalla Società repubblicana la "Nuova Italia", che si tenne al
teatro Dal Verme di Milano nel gennaio del 1889. Brindando con delle
personalità francesi presenti Dario Papa affermò:"Parlo a nome di un
paese vicino a Solferino dal quale io provengo: vidi, o francesi, da
giovinetto feriti i vostri morti del 1859; li vidi morire per l’Italia.
Erano buoni ragazzi. Dicevano: Vive l’Italie! Con un fare da prepotente
ma con un cuore da eroi. Una donna che fu come mia madre li assisteva
sul letto di morte. Non dimenticherò mai se vivessi mille anni e se
Crispi facesse mille guerre".
A seguito di questa dichiarazione
Attilio Manzoni scrisse una lettera di protesta a Dario Papa.
L’incompatibilità tra i due era ormai manifesta e i rapporti
inevitabilmente deteriorati, così Dario Papa decise di lasciare la direzione de "L’Italia".

DARIO PAPA FONDA "L'ITALIA DEL POPOLO". Subito dopo le
dimissioni, Dario Papa si gettò in una nuova avventura quella di
fondare un nuovo giornale destinato a dar voce ai repubblicani. Dopo un
lavoro di preparazione durato diversi mesi nacque, il 7 giugno 1890,
"L’Italia del popolo", grazie anche all’aiuto del deputato e uomo
d’affari, Filippo Cavallini, che v'investì a fondo perduto 250.000 lire.
Arnaldo Marconi, che collaborò alla creazione del giornale, così ricordò l'emozione della prima uscita: "Le
ansie e i batticuori, gli scoramenti profondi e le rinate speranze, i
terrori folli d’un completo insuccesso e i fremiti vibranti d’una fede
che doveva vincere, questo cozzo di sentimenti ci aveva esaurito,
snervato in quei sei mesi che durò la gestazione del giornale. Avevamo
finalmente esploso sulle colonne e fra le righe di quello straccetto di
foglio che fresco, gaio, ardimentoso, che si offriva ai passanti, in
quella luminosa mattina di giugno. Quanto durarono le poche ore dalla
uscita del giornale alle tre o quattro del pomeriggio, allorquando gli
strilloni, uno a uno, tornarono a mani vuote in stamperia a cercare
altre copie giacché erano state tutte vendute? - certo un’eternità. E
noi della redazione che mordicchiandoci nervosamente i baffi, avevamo
passato al giornale quelle ore, rifacendo cento volte un certo tratto
di porticato come belve in gabbia, neppure riuscivamo a parlare dinanzi
a quei bravi ragazzi che, rossi, accaldati, sudati, volevano a
centinaia le altre copie: ma solo ci guardammo negli occhi, e dentro di
noi si rimosse, si agitò qualcosa che era gioia, spasimo insieme,
proprio nelle viscere, come devono sentirsi le madri".
Il
giornale uscì la prima volta senza la quarta pagina e con un formato
piccolo, era lungo 48 centimetri e largo 32. Dopo qualche settimana
cambiò e divenne 40 centimetri per 55. La quarta pagina, ceduta ad un
appaltatore, si riempì di avvisi pubblicitari. Per qualche mese perché
costasse meno, data la carenza di fondi, "L’Italia del popolo" venne
stampato di giorno, a differenza degli altri fogli milanesi stampati di
notte. Così Dario Papa e Arnaldo Marconi dovevano fare un attento
lavoro di spoglio dei giornali mattutini milanesi e di quelli che
giungevano con i primi treni da Genova e Torino.
Dario Papa non
tralasciò d’immettervi alcune delle novità che aveva già apportato a
"L’Italia". Qualsiasi notizia, da quella politica a quella di cronaca
locale, doveva trovare posto nel giornale, anche solo nello stile
telegrafico dell’omnibus di notizie da lui ideato. Nonostante il
suo giornale fosse la voce dei repubblicani, Dario Papa pensava che
dovesse rivolgersi a tutto il popolo, informando e interessando tutti.
"L’Italia
del popolo" piacque subito molto e man mano che gli abbonati
aumentavano la redazione iniziò ad allargarsi. Entrarono nuovi
collaboratori tra cui, due tra i maggiori esponenti della corrente
repubblicana, Arcangelo Ghisleri e Gustavo Chiesi. Il secondo era un
talentuso pubblicista che nel 1897, anno in cui morì Dario Papa,
assunse la direzione de "L’Italia del popolo" che condusse fino al
1905, quando il quotidiano cessò di essere pubblicato.

DEDITO AL SUO GIORNALE FINO ALLA FINE. Col trascorrere degli
anni i problemi respiratori di Dario Papa si aggravarono sempre di più.
Nonostante le precarie condizioni di salute però, egli continuò fino
all’ultimo a dedicarsi animo e corpo al suo giornale. Francesco
Giarelli che collaborava con "L’Italia del popolo" ricordò: "Papa
era allora infermiccio, gli si era inacerbito un suo antico mal di
petto. Erano i tempi in cui, accanto al suo tavolo, nell’ultima stanza
di via San Pietro all’Orto al numero 16, dov’era il suo ufficio, egli
aveva un macchinoso ordigno a manubrio: s’accostava alla bocca una
specie di capezzolo in porcellana e guttaperca: aspirava ossigeno:
emetteva tre o quattro colpi di tosse, e tornava a scrivere, per
ricominciare poco dopo questa manovra, all’infinito".
Ma la
passione per il giornalismo era così grande da non arrendersi di fronte
alla sofferenza. Qualche mese prima di morire Dario Papa scrisse una
lettera all’amico Cipriani in cui diceva: "Tranne una donna,
nessuno mi scrive lettere che mi dieno piacere. Mia sorella stessa, che
mi vuole tanto bene, non sa di domandarmi una cosa tanto atroce quando
mi dice: lascia il giornale. Il giornale è il mio essere, la mia vita.
Certo, io potrei guadagnare molti denari e vivere materialmente assai
più felice se mi facessi corrispondente dei giornali esteri, la qual
cosa dipenderebbe soltanto da me. Ma il giornale è per me una malattia
necessaria. Mentre grido che lo vò lasciare, sento che non lo lascerò.
Ma che vita! Si è sempre inclini a trovare che le proprie sfortune sono
le maggiori di tutte quante. Così io penso che tutti gli apostoli
d’idee nuove provarono le amarezze, le traversie, i dispiaceri, le
ingiustizie che io provo: ma almeno, dico tra me, quelli che li
circondavano erano entusiasti di loro, delle loro idee, dei loro
progetti quali che si fossero".
Era il 23 gennaio 1897 quando,
nel corso di un rigido inverno, Dario Papa si spense. Si trovava in una
stanza d’albergo a Sanremo, dove si era trasferito in cerca di un clima
più mite, accudito dalla sorella Nina e dalla moglie Fidelia.

PROFILO CONCLUSIVO DEL PERSONAGGIO. Dario Papa è stato un
giornalista all’avanguardia, con la sua "rivoluzione tecnica" ha
svecchiato l'aspetto grafico del giornale e con le sue idee ha proposto
un concetto nuovo di giornalismo. Certe sue affermazioni sono valide
ancora oggi: "La prima caratteristica del giovane giornalista deve
essere l’amore al moto, alla vita, alla curiosità, resistere alla
fatica, nonché un po’ di onesta faccia tosta per presentarsi facilmente
in pubblico. L’amore, la passione al mestiere, scrivere correttamente,
avere il coraggio d’essere spavaldo e attaccabrighe, avere chiarezza di
stile e di carattere, raccogliere non bere notizie. Ecco cosa ci vuole
per affrontare la carriera giornalistica. Il resto verrà da sé".
Politicamente
moderato, di spirito garibaldino, divenne con una meditata evoluzione
repubblicano, tanto che il suo nome può essere affiancato a quello di
personaggi come Mazzini, Saffi, Cattaneo e Alberto Mario. Sposare
l’ideale repubblicano non volle però dire, nel caso di Dario Papa,
mancanza di coerenza dell’uomo, che mantenne sempre fede ai suoi
principi morali. Egli continuò a sentirsi libero, indipendente, amante
della giustizia e della libertà. Ogni qualvolta gli pareva che qualcuno
fosse oggetto di un’ingiustizia subito ne diventava l'avvocato
difensore. Dalle righe del suo giornale, tramite la sua penna, si
levava la voce dei più deboli. Una volta negli Stati Uniti si trovò ad
assistere all’esecuzione di un condannato a morte e ne rimase così
sbigottito da scriverne la sua avversione, nonostante egli esaltasse
sempre i pregi della democrazia americana.
Dario Papa aveva una
passione innata per il giornalismo, era un fine conoscitore della
stampa americana ed europea, che leggeva regolarmente e prese più volte
ad esempio per cercare di dare impulso al giornalismo italiano. Non si
è arricchito con la sua professione, ma ci ha lasciato comunque una
grandissima eredità: l’amore per il giornalismo a cui ha dedicato
un’intera vita.
"Anche quando dorme un giornalista deve pensare
al suo giornale. Io passerò; ma il giornale (dobbiamo sperarlo)
resterà, sventolando questa bandiera di uomini liberi".

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Fonti

  • Dario Papa, Il giornalismo. Rivista estera ed italiana, G. Franchini, Verona, 1880.
  • Dario Papa, Giornali e giornalisti, in Mediolanum, vol. I, Vallardi, Milano, 1881.
  • Dario Papa, Ferdinando Fontana, New York, G.Galli, Milano, 1884
  • Dario Papa, La donna in America, Tip. Degl’Ooerai, Milano, 1888.
  • Dario Papa, Domenico Oliva, Enrico Valdata, La diffamazione nel codice penale e nella stampa. Relazione della commissione composta dai soci: Dario Papa, Avv. Domenico Oliva, Avv. Enrico Valdata, Tip. Nazionale, Milano, 1891.
  • Dario Papa, Una gita in Spagna, A. Rota, Lecco, 1893.
  • Dario Papa, In tedescheria, A. Rota, Lecco, 1893.
  • Dario Papa, Ferdinando Fontana, Viaggi... , F. Fontana editore, Milano, 1893.
  • Dario Papa, La donna in America e la donna in Italia, C. Aliprandi, Milano, 1894.
  • Dario Papa, Dai paesi dello stato d’assedio. Un’udienza al tribunale di guerra; lettera di D. Papa pubblicata in "Italia del Popolo", 28 febbraio 1894, p. 16, Milano.
  • Dario Papa, Giuseppe Mazzini, Idee e denari: scritti di D. Papa, il vecchio e G. Mazzini, Editori dell’educazione politica, Milano, 1900.
  • Dario Papa, Confessioni e battaglie, scelte e pubblicate da Arcangelo Ghisleri, Società Editrice Milanese, Milano, 1903.
  • Dario Papa, Il Patibolo; prefazione di Lucia Annunziata, Zevio Stampa, Verona, 1994.

Giornali

  • "Il Sole", Milano, 1872.
  • "Il Pungolo", Milano, 1873.
  • "L’Arena", Verona, 1873-1880.
  • "Corriere della Sera", Milano, 1880-1884.
  • "L’Italia", 1884-1890.
  • "L’Italia del popolo", 1890-1897.

Bibliografia

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  • Antonio Bandini Buti, Dario Papa, in Figure e aspetti della pubblicistica repubblicana, Atti del convegno organizzato dall’Associazione mazziniana italiana (Torino, 13-14 ottobre 1961), Ami, Milano, 1962.
  • Laura Barile, Il Secolo 1865-1923. Storia di due generazioni della democrazia lombarda, Guanda , Milano, 1980.
  • Alessandra Briganti, Camilla Cattarulla, Franco D’Intino, I periodici letterari dell’Ottocento: indice ragionato (collaboratori e testate), F. Angeli, Milano, 1990.
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  • Valerio Castronovo, La Stampa italiana dall’unità al fascismo, in Storia della stampa italiana, a cura di Valerio Castronovo e Nicola Tranfaglia, vol. IV, Laterza, Bari, 1973.
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  • Giuseppe Farinelli, La pubblicistica nel periodo dalla
    scapigliatura. Regesto per soggetti dei giornali e delle riviste
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