Europeo - Un Giglio all'occhiello del "commenda" (di Enzo Magrì)

Tabloid n. 11/2004

Ritratto del mitico direttore dell'"Europeo" che fra gli anni '60 e
'70 rinverdì gli allori del settimanale inventato da Benedetti
Era
giunto a Milano al seguito delle truppe di Liberazione per le quali
aveva lavorato come radiocommentatore insieme con Antonio Ghirelli,
Raffaele La Capria e Ugo Stille. Collaboratore del "Politecnico" di
Vittorini, aveva tradotto parecchie opere di poeti americani.
Abbandonato il PCI nel 1956, era stato assunto come redattore capo a
"Epoca" da Enzo Biagi. Chiamato a dirigere la rivista di Rizzoli, la
rinnovò facendole toccare alte tirature con articoli e reportage dei
quali si pubblica ancora oggi, periodicamente, una raccolta antologica.
Licenziato per compiacere un potente, si occupò delle pubblicazioni
della casa editrice all'estero. Morì direttore del "Secolo XIX", a 63
anni, nel 1987.

 


 

Un mercoledì della seconda metà del mese d'agosto del 1976, Tommaso
Giglio, che il giorno prima era rientrato dalle ferie, tenne attorno
alle 11 la riunione settimanale, quella che d'abitudine seguiva
l'uscita del numero dell'"Europeo". Moderatamente ciarliero, come al
solito, abbronzato, aveva cominciato ad ascoltare le diverse proposte
formulate dai giornalisti della redazione per gli articoli da preparare
per numero della settimana successiva, quando squillò il telefono sul
mobiletto collocato a lato della sua poltroncina, accanto la scrivania.
Il direttore del settimanale sollevò il ricevitore e ascoltò
brevemente. Rassicurato qualcuno all'altro capo del filo, mise giù la
cornetta e si alzò."Mi vuole vedere Angelo Rizzoli" comunicò.
L'interruzione fece svaporare le diligenti riflessioni dei presenti
impegnati a scovare suggerimenti. Il cicaleccio che ne seguì fu
interrotto dalla voce di Giglio che, mentre si chiudeva alle spalle la
porta della direzione, azzardò, ironicamente: "Magari hanno deciso di
licenziarmi".

Giudicata stravagante, l'avventata l'ipotesi fu accolta da brevi,
schernevoli, commenti. Dieci minuti più tardi, mentre la redazione
bivaccava ancora nella stanza della direzione, chi a conversare chi a
sfogliare libri, il direttore rientrò. "Che vi avevo detto?" disse ai
presenti. "Mi hanno licenziato". Senza curarsi di replicare a chi gli
chiedeva particolari sul colloquio che aveva avuto al primo piano con
la proprietà, il già ex direttore dell''Europeo", ricompose la mazzetta
dei giornali che stavano sparsamente sul tavolo, se la infilò sotto il
braccio, formulò un arrivederci a tutti e uscì dalla stanza tirandosi
dietro la porta.

La laconicità di quell'annunzio lasciò parecchi dei presenti delusi
e sconcertati per un provvedimento che né l'andamento del giornale, in
trend positivo, né i rapporti con la proprietà, sempre sereni e
cordiali, avevano lasciato lontanamente intravedere.

L'unico a non essere meravigliato di quell'inaspettata decisione,
parve proprio Tommaso. Ma non perché ne avesse avuto in qualche modo
avviso o perché qualcuno gli avesse anticipato il provvedimento nei
giorni precedenti (la frase formulata prima di recarsi all'incontro con
la proprietà era stata solo una facezia, una delle tante alle quali
aveva abituato la redazione) ma per via della sua istintiva sfiducia
verso il genere umano e per la radicata convinzione di non doversi
aspettare nulla di buono dagli altri.

Lo scetticismo che ne improntava la natura, doveva essere legato a
un episodio che lo aveva segnato. Ragazzino estremamente disciplinato
(era nato il 24 settembre del 1923, a Pontecorvo), era stato mandato
dal padre (un cancelliere di tribunale che si era rovinato per
l'ostinatezza nel volere apprendere i trucchi della prestidigitazione),
che ne voleva assecondare la vocazione, a prendere lezioni di violino.
Un giorno, nel bel mezzo d'un'esercitazione, il maestro fu costretto ad
allontanarsi. Tommaso gli chiese:"Ed io che faccio?". "Tu continua a
suonare" fu la risposta dell'uomo. Esaurito il pezzo che costituiva la
lezione di quel giorno, il ragazzo ne attaccò un altro e poi un altro
ancora. L'insegnante, che sicuramente s'era dimenticato dell'allievo,
tornò dopo un'assenza di due ore e mezza. "Bravo, bravo" disse,
complimentandosi, con Tommasino. E, dopo avergli battuto una mano sulla
spalla, aprì la porta e gli diede appuntamento per il giorno
successivo. Uscito da quella casa, il ragazzino si fermò a un cantone,
e, dopo avervi sbattuto più volte il violino, ne abbandonò i resti per
terra. Da quel giorno non volle più prendere in mano uno strumento
musicale.

Ma egli non si allontana del tutto dalla famiglia delle Muse:
piantata quella della Musica, si rifugia presso l'altra della Poesia.
Per coltivare i versi, il figlio del cancelliere di Pontecorvo,
trasferito a Napoli, in quella prima metà degli anni Trenta, non
dispone dei danari per acquistare libri, nutrire l'arte, e misurarsi
con i poeti celebrati. Nelle sue stesse condizioni si trova la banda di
ragazzini del rione che ha già un appuntamento con il successo. Sono
Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio
Ghirelli, Luigi Compagnone, Achille Millo, Giuseppe Barendson e
Pasquale Prunas.

Sospinti tutti dal medesimo desiderio d'apprendere, anche se sedotti
da saperi diversi nei quali eccelleranno da adulti, (Cinema,
Letteratura, Sport, Teatro, Fotografia, Giornalismo), gli adolescenti
praticavano quello che negli anni Settanta si chiamerà esproprio
proletario. Mentre uno di loro distraeva il commesso della libreria,
gli altri facevano sparire un qualche volume sotto la giacca. Oggetti
dello sgraffignamento erano opere dei poeti Montale, Ungaretti, Sandro
Penna e libri di autori della nuova letteratura americana, Melville,
Dos Passos, Steinbeck.

Poco più avanti, l'esercizio fu convertito in un torneo che
assegnava la palma del vincitore a chi riusciva a portar via dal
negozio il volume più grosso. Giuseppe Patroni Griffi ricordò più tardi
che la gara fu vinta da Tommaso Giglio che usci dall'esercizio con un
grosso vocabolario nascosto in una sacca interna del cappotto che s'era
fatta cucire per l'occasione. Dopo il riconoscimento del primato, il
volume fu ricollocato, sempre nascostamente, nello scaffale dal quale
era stato preso, a dimostrazione d'una destrezza impareggiabile.

I ragazzi non manifestavano inclinazione all'azzardo solo in
libreria. Ne facevano uso anche dentro la redazione del giornale del
Guf (Gruppo universitario fascista). Qui, alcuni di loro, promotori
d'una pertinace fronda, erano ormai bollati da alcuni gerarchetti
locali quali "ruote marce del carro fascista". Tuttavia, mentre il
carrozzone littorio, quello sì bacato, sta per rovinare sotto
l'incalzare dell'offensiva alleata, all'inizio degli anni Quaranta
quelle "ruote" sperimentano la loro solida consistenza nell'affrontare
il cammino della vita e le strade del mondo. Andando a zonzo con
Giuseppe Patroni Griffi, negli anni della guerra, quando per tacitare
la fame i due ragazzi sgranocchiavano carrube, nutrimento senza gioia
ma compagno di spensieratezza, Tommaso poetava:"Poi nessuno saprà di
noi, di tutti/ e l'orma nostra sarà un altro vento/ sulla polvere, o un
grido, o questo schianto/del mare che rovina sulle pietre.

La Liberazione della Campania offre ai giovanotti l'occasione di
misurarsi con l'impegno e con l'azione. Giglio e alcuni degli altri
lavorano per radio Napoli, sotto la PWB (Psicological Warfare Branch)
diretto da Elvio H. Sodun e da Ugo Stille, che allora si chiamava
ancora Michail Kamenetzki.

Fu in quelle giornate dalle atmosfere cupe e angosciose, che Tommaso
e La Capria scorsero nella tasca d'un soldato della Quinta Armata un
libro da loro considerato favoloso; "I quattro quartetti" di Eliot, un
poeta per le cui opere il figlio del cancelliere aveva rischiato la
vergogna. Con quel volume, i due misero alla prova la loro familiarità
con l'inglese, eseguendone una traduzione che onora lo stile e le
sottilità analitiche del capolavoro americano. Impegnato poi in una
trasmissione sui "Pionieri", il ciociaro stupì tutti con uno "speciale"
incentrato su un dialogo immaginario tra Charles De Gaulles e Giuseppe
Garibaldi.

Seguendo le truppe Usa, il giovane poeta e l'amico Ghirelli,
lasciano la Campania e sostano con il fronte ad Altopascio dove sono
impiegati come commentatori del giornale radio che una unità mobile
mette in onda per conto del PWB a ridosso della Linea gotica.

Giglio raccontava sovente d'un suo amico napoletano che amava e
paventava Milano "dove" sosteneva "ogni idea degenera in lavoro".
Entrato con le truppe di Liberazione in città qualche settimana dopo il
25 aprile, anche lui è contagiato dalla febbre dell'attivismo
meneghino. Collabora con Elio Vittorini per la rivista "Il
Politecnico". Nel numero 5 del 27 ottobre, compare un suo articolo su
Napoli (Napoli città industriosa). In quello successivo pubblica una poesia (Lettera a un compagno) accanto ad un racconto (Il sasso sui bambini) di Giorgio Caproni. La collaborazione con "il Politecnico" prosegue vigorosa fino alla chiusura della rivista.

Ormai destro traduttore dall'inglese, egli contribuisce ad aprire le
porte dell'Italia alla letteratura americana che il fascismo aveva
sbarrato con la becera autarchia. Traduce Lewis Carroll (Alice nel paese delle meraviglie),
Thomas Stearns Eliot, Robinson Jeffers, Edwin Rolfe, Bartolomeo
Vanzetti, Vachel Lindsey, Stephen Spender. Il suo interesse non è
rivolto soltanto alle Lettere titolate. S'interessa anche di ciò che
allora è considerato un sottoprodotto della narrativa: il fumetto. Con
Giuseppe Trevisani (che assieme a Abe Steiner impagina "il
Politecnico") e Oreste Del Buono, Tommaso presenta al primo congresso
regionale comunista il numero zero d'un giornale a fumetti per operai e
contadini. Il lavoro è accolto malissimo da quello che Del Buono
definisce "un professore di scuola media", e cioè Palmiro Togliatti,
che lo boccia.

Qualche settimana più tardi, poi, Nilde Iotti, la compagna del
"migliore", interviene presso la direzione dell'"Unità" per fare
cessare la pubblicazione d'una serie di fumetti americani di cui Giglio
cura la traduzione.

Il centralismo democratico che regnava nel Pci (il potere dal basso
si proiettava in alto ma, per inspiegabili, allora, ragioni anziché
ridiscendere verso la base restava ai vertici del partito) faceva
sembrare routinari queste ingerenze censorie, indubbie conseguenze
della guerra fredda.

Ma i lauri che il giornalismo gli nega, Giglio li raccoglie con la
poesia. Nel 1948, entra nella rosa finale del premio Saint Vincent
(vinto ex aequo da Alfonso Gatto e da Sergio Solmi) prima di Pier Paolo
Pasolini e di Giacinto Spagnoletti .

Poiché, allora come oggi, né la poesia né la narrativa consentono ai
loro cultori di campare, il giovanotto è arruolato nel giornalismo.
Come inviato speciale dell'"Unità" segue i più importanti processi
italiani che, per il lungo digiuno di cronaca nera cui Mussolini ha
sottoposto l'Italia, acquistano, nel babelico dopoguerra, un'enfasi
superiore al calibro dei fatti e delle persone sottoposte a giudizio.

Il ruolo dell'inviato speciale, che lo costringe a viaggiare, e
l'impegno nello specifico, prosaico, settore della cronaca giudiziaria,
non corrispondono alla natura artistica e sedentaria di Tommaso il
quale non ama spostarsi e sente avversione per gli aerei divenuti un
irrinunciabile mezzo di trasferimento per i giornalisti.

A risolvere il conflitto tra territorialità e peregrinazione,
sopraggiunge provvida la prima crisi dei due blocchi mondiali:
l'invasione dell'Ungheria. I carri armati russi, che entrano a
Budapest, e la gretta difesa che ne fa l'"Unità", diretta da Pietro
Ingrao, travolgono la fede nell'internazionalismo di molti iscritti al
Pci. Giglio fa parte di quel gruppo di intellettuali che con Elio
Vittorini e Italo Calvino abbandonano il comunismo.

Per qualche anno lavora a "Milano Sera", un giornale vicino al Pci.
Successivamente è assunto per un breve periodo all'agenzia "Ansa". Nel
1957, trova lavoro a "Epoca", il settimanale della Mondadori rilanciato
da Enzo Biagi.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, il mondo della carta
stampata è attraversato da forti correnti di rinnovamento. Abbandonata
l'ingessatura che avevano subito durante il fascismo, i quotidiani si
erano svecchiati dietro l'esempio del "Giorno" che aveva introdotto un
nuovo linguaggio, una grafica moderna e aveva manifestato un diverso
approccio con le notizie.

Anche i settimanali si riqualificano. Nel dopoguerra erano stati
reinventati da Arrigo Benedetti e da Edilio Rusconi. Il primo s'era
dedicato alla rivista impegnata; l'altro a quella popolare. Dopo un
periodo di vita facile per via del conformismo che subito dopo la
Liberazione aveva improntato la gran parte dei quotidiani, ancora
condizionati dal sistema delle veline fasciste, l'ebdomadario della
generazione postfascista, è costretto nella seconda metà degli anni
Cinquanta ad affrontare il difficile momento che marca la
trasformazione della realtà italiana. Sull'abbrivio della
ricostruzione, negli anni Cinquanta e Sessanta, gli italiani sono
impegnati in un rilancio produttivo che assume il nome di "miracolo
economico".

Il settimanale cosiddetto "maschile", che per imporsi aveva
approfittato dell'ingessatura dei quotidiani, abbandonati i
riecheggiamenti longanesiani di "Omnibus", assume a modello le riviste
americane "Life" e "Time". Il cambiamento investe solo il look, la
grafica. Quanto ai contenuti, poiché c'è un notevole gap tra la vita
che si svolge in Italia e quella che si vive in America, è necessario
costruire un modello nazionale.

Proprio in quegli anni, la società di massa comincia a manifestare
le sue esigenze. Il lettore della nuova Italia chiede maggiori
approfondimenti circa la realtà. Vuole sapere di più non soltanto di
politica ma anche della vita, dell'economia, della cultura. Il panorama
della lettura si arricchisce d'un nuovo soggetto: la donna che, sia nel
mondo del lavoro, sia tra le mura domestiche, come massaia e casalinga,
perduti i secolari orientamenti inchiodati alle tradizioni, aspira a
nuove consapevolezze, rispetto al tempo, allo spazio, a se stessa. Il
nuovo settimanale tenta di soddisfare quelle richieste offrendo
modelli, spiegando situazioni, illustrando il mondo e interpretando i
fenomeni, attraverso articolati esemplari di riviste specifiche; oppure
con pubblicazioni generaliste, omnibus, che mettono a disposizione,
senza escludere la politica, informazioni con svaghi e service.

Enzo Biagi è uno di quei direttori che colgono il manifestarsi delle
nuove realtà e i mutamenti del panorama sociale. Egli affida a Giglio
la rubrica Italia domanda di "Epoca". I contatti con i lettori
e la militanza in un giornale laboratorio, consentono al ciociaro di
porsi in sintonia con l'evoluzione di quel trascurato strumento
dell'informazione che era stato da sempre il settimanale.

Quando Giorgio Fattori, direttore dell'altra rivista maschile sulla
piazza, "L'Europeo", lo assume quale redattore capo, egli ritiene di
potere sperimentare quanto ha imparato nei due anni trascorsi nel
settimanale mondadoriano. L'intesa tra i due si rivela però difficile.
Giglio è confinato in una stanzetta a leggersi i giornali e ad
aspettare un'altra occasione.

Ex comunista (come gli spretati erano guardati con diffidenza sia
dagli ex amici sia dagli ex nemici), prestigiatore dilettante, hobby
che aveva ereditato dal padre (sovente tirava fuori dal cassetto tre
palline con le quali compiva numeri da giocoliere), infine poeta, per
diventare direttore d'un giornale egli aveva all'epoca le stesse chance
che si accordavano a un nero d'essere eletto alla presidenza della
repubblica nella Rhodesia di Ian Smith. Ma a dieci anni dalla sua
apparizione in edicola, L'"Europeo", ridotto a sessantamila copie di
vendita, sembra avere esaurito la sua presa sul pubblico. Angelo
Rizzoli si stanca di tenere in vita il giornale che se da un lato
considera il suo fiore all'occhiello, dall'altro, unico tra i suoi
settimanali, consuma milioni anziché portarne nelle sue casse. Forse
perché non è ancora del tutto convinto, forse perché spera che, quale
re Mida dell'editoria, un qualcosa possa trasformare il suo piombo al
piede in oro zecchino, forse per altra ragione, sta di fatto che il
"commenda" decide di dare ancora una possibilità alla redazione.

Nonostante la ormai stabile residenza nell'Olimpo dei grandi
industriali, l'ex martinitt non ha mai smesso di frequentare la sua
tipografia. Non conosce alcuno dei giornalisti che firmano sui suoi
giornali. Sa, invece, nome e cognome di parecchi dei tremila tipografi
di via Civitavecchia. Il suggerimento di affidare la direzione
dell'"Europeo" a Tommaso Giglio viene nel 1967 da uno dei suoi
capireparto "Vediamo un po' anche quest'altro" replica con poca
convinzione l'editore.

Fondato da Gianni Mazzocchi e dal giornalista Arrigo Benedetti nel
1945 (il primo numero era uscito il 4 novembre), il giornale si era
imposto per l'impegno civile. Dopo un periodo di difficoltà (nei primi
mesi della sua apparizione nelle edicole vendeva attorno a ventimila
copie), nel 1947 la rivista è acquistata ogni settimana da trecentomila
persone.

Incalzato da settimanali consimili che ne seguono l'impostazione,
all'inizio degli anni Cinquanta il periodico perde però il suo primato.
Nel 1953, Gianni Mazzocchi lo vende a Cesare De Fonseca che lo
trasferisce ad Angelo Rizzoli il quale l'anno successivo sostituisce
Arrigo Benedetti con Michele Serra.

Angelo Rizzoli senior è un editore di giornali popolari. Dal 1945,
stampa "Oggi" (nato nel 1939 e chiuso dal fascismo) sotto la direzione
di Edilio Rusconi. Il "biundin", come lo chiama il "commenda", ha la
perspicace prontezza di scoprire il filone dei Savoia e delle famiglie
dei reali (il referendum istituzionale ha mostrato che in Italia vi
sono ancora più di dieci milioni di monarchici) e porta la tiratura
della rivista a oltre settecentomila copie. Con Michele Serra, il
padrone dell'"Europeo" ritiene di potere effettuare la stessa fortunata
operazione che gli era riuscita con l'altro settimanale.

Quattro anni di versione popolare del giornale fondato da Benedetti, che insegue anche i concorrenti di Lascia o raddoppia
di Mike Bongiorno, non soddisfano la voglia di tiratura dell'editore
che nel 1958 ne affida la direzione a Giorgio Fattori. Il giornale
sussiegoso che ne viene fuori, riduce la vendita in edicola a livelli
cosi bassi da indurre Rizzoli a provare l'outsider Giglio prima di
chiuderlo oppure di farne un inserto di "Oggi".

Il ciociaro lascia intatto l'impegno civile che ha caratterizzato la
rivista sin dalla sua nascita aggiungendovi alcuni altri elementi.
Intanto, tenendo ben presente che lavora per un editore che stampa
anche "Candido", allinea L'"Europeo" su una posizione moderata. La
lezione imparata all'"Unità" gli serve per evitare gli estremismi
laceranti e sconsiderati. Non diserta l'impegno sociale come quando nel
1974, prende posizione a favore del referendum sul divorzio,
schierandosi per il No.

Il poeta non mortifica poi il cronista che dal primo coglie le
ispirazioni e le suggestive creatività. L'attualità diventa un elemento
predominante del giornale. Il lettore nutre uno speciale interesse per
la cronaca (ufficio anagrafe della Storia) che è composta da due
fondamentali componenti: la vicenda e il suo protagonista. Colui che
legge i dettagli d'un evento si misura con il soggetto di quel fatto.
Chiede a se stesso se al posto di quell'altro si sarebbe comportato
alla stessa maniera. Dal confronto scatta il meccanismo psicologico che
accende la solidarietà o promuove l'avversione, il rifiuto,
l'antipatia. Insomma, balza l'interesse a leggere.

Per favorire una completa definizione del personaggio e per fare
cogliere l'essenza della storia, l'"Europeo" di Giglio concede ai suoi
redattori ampi spazi per gli articoli. In un periodo in cui il
settimanale s'indirizza verso lo stile del newsmagazine, restringendo
la storia all'essenziale ed il soggetto a un identikit di questura, il
periodico della Rizzoli rinverdisce la vecchia formula del giornalismo
"letterario", aggiornandolo e offrendo al lettore vicende e
protagonisti narrati in forma quasi monografica.

E al cronista, che secondo il costume dell'epoca (mutuato dal
giornalismo anglosassone), è costretto a mimetizzarsi dietro la
notizia, il direttore dell'"Europeo" concede un piccolo palcoscenico
dal quale può fare sfoggio del suo temperamento, qualora ne possieda
uno.

Altro elemento su cui fa perno la nuova gestione del settimanale, è
l'intervista. Il ricorso frequente al botta e risposta costituisce un
accorgimento, sia pure sperimentale, per rispondere all'offensiva d'un
recente avversario del settimanale. Dal 1954, con l'avvento della
Televisione sul mercato italiano, il mondo della carta stampata ha
perduto il monopolio dell'informazione che era durato alcuni secoli.
Dapprima ne avevano sofferto i quotidiani. Poi, a patire l'invadenza
sempre più arrogante del piccolo schermo, erano stati i periodici nel
cui campo la telecamera aveva scoperto il prodotto fondamentale per
alimentarsi e per crescere.

Per surrogare l'immediatezza del mezzo televisivo, Giglio riduce al
minimo le "articolesse" (i pezzi scritti in terza persona che
ubbidiscono al principio del "ora te la racconto io") e dà più spazio
alle interviste. Il botta e risposta del quale l'"Europeo" fa
ragguardevole uso, ha lo scopo d'annodare, attraverso lo strumento
cartaceo, un filo diretto tra il protagonista della vicenda e il
lettore. Compito del giornalista, che propone domande provocatorie e
raccoglie le risposte nel registratore, è quello d'interpretare le
curiosità di chi legge e d'assumere il ruolo dell'antagonista
rifuggendo da atteggiamenti compiacenti, da compare dell'intervistato,
com'era di moda all'epoca.

Oltre alla cronaca, proposta nei suoi elementi essenziali (fatti e
personaggi) e alle interviste, il direttore dell'Europeo privilegia
l'evasione colta, mentre promuove la realizzazione di incisivi
reportage fotografici in tutto il mondo connotando il settimanale
d'un'allure internazionale. Negli anni '70 lo stile "succinto" del
newsmagazine, si fa sentire anche sulla fotografia. La riduzione
all'essenziale degli articoli, ha come conseguenza un adeguato
ridimensionamento dell'immagine che in alcuni casi è ridotta a
francobollo.

L'"Europeo" della seconda metà dei Sessanta e della prima dei
Settanta, che conta nel suo organico due valenti fotoreporter, mantiene
intatto, come negli anni della sua nascita, il culto longanesiano
dell'immagine. Quando uno dei fotografi rientrava da un qualche
servizio, era il direttore che eseguiva la selezione dei fotocolor. Di
50 o di 100 foto, ne sceglieva tra 10 e 20. Ripeteva spesso a Gian
Maria Dossena, redattore capo del giornale, e suo più valido aiuto: "La
cosa più difficile è quella di scartare. Delle belle fotografie è
facile innamorarsi, ma esagerando nella scelta, anche l'immagine più
bella perde risalto".

Le sue selezioni erano felici, tanto che per le copertine il
settimanale competeva con i più prestigiosi confratelli del mondo. Era
nata da una sua selezione, la cover che nel 1975 "Life" giudicò tra le
cento più belle dell'anno. In quella occasione un gruppo di colleghi
americani si recò in visita all'"Europeo". Quando seppero che il
giornale aveva una redazione composta da diciotto giornalisti, si
rifiutarono di crederci.

Con questi indirizzi, agli inizi degli anni Settanta l'"Europeo"
tocca indici di vendita tra le centottantamila e le duecentomila copie.
A spiegare le ragioni di quel successo può soccorrere l'attualità. Da
qualche anno, "L'Europeo" è tornato nelle edicole (con una cadenza
prima semestrale poi bimensile) riproponendo un'antologia dei pezzi
"storici" della vecchia rivista. La gran parte di quel florilegio è
formata da articoli pubblicati sui numeri firmati da Tommaso Giglio.
Sono pezzi che marcano inequivocabilmente l'arco di tempo che ha
vissuto la società civile italiana nel periodo della sua direzione.

La ragione di quei puntuali riscontri storici va certamente ascritta
all'assillo settimanale che tormentava il direttore impegnato a
scegliere fra tutti gli accadimenti che si verificavano nel mondo,
quello più significativo. O il fatto che tra le sue pieghe recasse
l'impronta del tempo; oppure il personaggio che nella sua storia
contenesse elementi di originalità tali da giustificarne un ritratto o
un'intervista. Anche l'inviato incaricato di stendere l'articolo non
era scelto a caso. Egli aveva cura d'affidare la redazione del pezzo al
redattore la cui indole, il cui interesse e la cui inclinazione, si
accordassero con l'avvenimento o con il suo protagonista.

Essendo ancora Rizzoli un editore puro, che guadagnava abbastanza
con i suoi giornali e se ne stava lontano dalla politica (versando
contributi ai socialisti di Nenni, stampando "Il Mondo" per i
repubblicani e la rivista "Concretezza" per gli andreottiani), il
ciociaro trascorse, nei sette anni della sua direzione, una gerenza
operosa e gratificante. I padroni, per quanto fisicamente presenti, si
tenevano discosti dalla conduzione dei loro giornali. A volte capitava
che chiedessero dei "favori". I risultati erano generalmente esiziali.
Una volta un'amica dei Rizzoli, etnologa e giornalista amatoriale,
s'era recata in Africa dove aveva realizzato un reportage. L'articolo
era accompagnato da fotografie che ritraevano i maggiorenti d'un gruppo
etnico; uomini alti due metri, completamente nudi. Il capotribù, una
sorta di Lotar, il servo di Mandrake, era più possente degli altri:
anche lui come Adamo, teneva con la mano destra una sorta di scettro e
con la sinistra si tramestava gli attributi.
Per evitare che, come
era accaduto un'altra volta, si potessero verificare sviste o
strafalcioni, Giglio aveva affidato la cura redazionale del servizio a
uno dei redattori più attenti e scrupolosi. Al momento di stendere le
didascalie non fu possibile per il giornalista "consultare" le
fotografie. A causa del breve tempo imposto dalla tipografia, si rese
necessario stilarle utilizzando le 'ciano', una stampata di
colore azzurro che mostra l'immagine nel totale ma appanna i
particolari. All'uscita del settimanale, sotto la foto principale,
quella che riproduceva il capotribù che si palpava il fallo, si poteva
leggere quanto segue:"I notabili della tribù dei…. con al centro il
capo che tiene in mano il classico bastone del comando". Sfogliando la
rivista nel giorno della sua uscita in edicola, Giglio fu sentito
bestemmiare per la prima e unica volta.

Non fu, comunque, per una sua gaffe o per un errore della redazione
che quel giorno d'agosto del 1976 il direttore del giornale ricevette
il benservito. Tutto cominciò quando l"'Europeo" scoprì che gli
articoli su un celebre personaggio e le foto di questi in copertina
avevano un buon riscontro in edicola. I pezzi erano stati scritti da un
inviato molto bravo ma parecchio ossequioso, per nulla dissacrante, e
dallo stile esortativo. Le copertine erano rassicuranti e seducenti,
come il notabile. Poiché né gli uni né le altre erano stati richiesti
(il soggetto assistito da un guarnito ufficio di pr dosava a sua
discrezione l'apparizione sui media), le pubblicazioni fecero temere al
gruppo indefiniti fini profanatori. Con la cordialità formale che è
nello stile dell'azienda, il capitalista mandò un invito a colazione al
direttore dell'"Europeo". Giglio, incapace di gestire una conversazione
che superasse i quaranta secondi con i suoi redattori, con i quali
dialogava a battute, fu preso dal panico al pensiero di dovere reggere
un colloquio con un potente.
L'invito fu declinato una prima volta
con la scusa di precedenti impegni e una seconda, con un'altra
giustificazione. I rifiuti confermarono nel personaggio e nel suo
entourage i sospetti circa l'esistenza d'un proposito giornalistico
dissacratorio.

Come poteva immaginare l'autorevole soggetto, blandito dai
giornalisti intriganti (molti dei quali, giovani, pur militando nei
movimenti estremisti, sbavavano per sedersi alla sua e alle mense di
altri "nemici di classe"), che un direttore, un po' per timidezza ma
anche per il rispetto di quel ruolo che gli assegnava la professione,
si ritraesse ai suoi non disinteressati inviti? Temendo chissà quali
finalità nascoste in quel rifiuto, il personaggio, che poteva contare
sulla gratitudine degli editori dell'"Europeo", i quali erano stati da
lui assecondati nella conquista del più importante quotidiano italiano,
non gli negarono il favore. Con il pretesto che il settimanale era
diventato una sorta di "club esclusivo inglese", e che aveva bisogno
d'aprirsi alla realtà, i Rizzoli tolsero la fiducia al direttore.

Abbandonata senza rimpianti la rivista, (anzi, entusiasta per non
dovere più essere attanagliato ogni mercoledì dall'angoscia di non
sapere che cosa mettere nel numero successivo), il ciociaro accettò un
altro incarico dalla proprietà; per quattro anni, dal 1976 al 1980, si
occupò delle pubblicazioni che la casa editrice possedeva in Argentina
e in Spagna.

Quanto all'"Europeo", fu afflitto da una serie di direttori. Dal
1976, epoca del licenziamento di Giglio (al quale la Rizzoli lo offrì
ancora ottenendone un rifiuto), fino alla sua chiusura, avvenuta nel
febbraio del 1995, ne subì ben undici (uno ogni anno e sette mesi). Nel
1981 Tommaso fu chiamato a rimpiazzare Michele Tito alla direzione del
"Secolo XIX". Il ritrovato entusiasmo per il rientro nel giornalismo
attivo e soprattutto per il ritorno al quotidiano, fu purtroppo
spezzato dalla morte dell'amatissima moglie, Carla. Un'insufficienza
renale se lo portò via il 16 gennaio 1987, a 63 anni.

Enzo Magri