Leo Longanesi - Un Borghese grande grande (di Enzo Magrì)

Tabloid n. 9-10/2004

Fascista e frondista, coniava esaltanti slogan per il dittatore (Il duce ha sempre ragione), che poi bollava con brucianti motti (Di Mussolini non mi fanno paura le idee ma le ghette).
Inventò parecchi giornali tra cui "Omnibus", un modello di rotocalco
degli anni '30 e, nel 1950, 'Il Borghese'. Scoprì numerosi talenti
letterari quali Buzzati, Berto, Brancati. La casa editrice da lui
fondata giunse a competere con le grandi del settore: Mondadori e
Rizzoli. Le sue contraddizioni continuarono anche in tempi di
democrazia; mentre attaccava lo statalismo, redigeva "Il Garofano
Rosso", un giornale aziendale dell'Eni di Enrico Mattei di cui era
amico e consulente. I suoi aforismi e i suoi giudizi erano temuti tanto
dai nemici quanto dagli amici che alla sua morte, pur rimpiangendolo,
si confortarono al pensiero che da quel momento ciascuno di loro,
scrivendo un articolo oppure un libro, non si sarebbe più chiesto
"chissà che cosa dirà Leo quando lo leggerà". Morì a 52 anni mentre
stava per fondare un'altra Longanesi.

Di statura non superava il metro e sessanta. Mino Maccari, amico di sempre, sosteneva che "era nato nel secolo decimonano".
Vincenzo Cardarelli, suo sodale degli anni romani, ripeteva,
ironizzando, che di notte, quando s'arrabbiava, "andava su e giù sotto
il letto". Tuttavia, nonostante l'altezza, o forse proprio per questo,
Leo Longanesi non esitava, ancora ventiquattrenne, ad accapigliarsi con
i grandi di statura e di fama. Nel 1929 sfidò a duello Guido Da Verona
che aveva "offeso" Alessandro Manzoni scrivendo una parodia dei Promessi sposi
in cui Lucia faceva la donna di vita in una casa chiusa di via Tadino,
a Milano. Due anni più tardi, davanti al Comunale di Bologna, benché
sommerso da una turba d'uomini vocianti, riuscì a mollare uno schiaffo
ad Arturo Toscanini (che definiva un Gondrand della musica) il quale si rifiutava di aprire con Giovinezza
il concerto in onore del maestro Giuseppe Martucci. Solitario e
malinconico, instancabile inventore di scritte, battute, calembour,
sigle, emblemi, trovate, barzellette, aforismi e disegni satirici,
Longanesi è stato un genio della grafica, del giornalismo e
dell'editoria tanto da potere essere paragonato ad Aldo Manuzio, il
Gutemberg italiano, colui che nel 1550 creò il carattere italico,
ispirandosi anche alla scrittura di Francesco Petrarca.

Irrimediabilmente borghese, Leo era allo stesso tempo un anarchico e
un conformista dissacratore con la vocazione a schierarsi
controcorrente, forte della sua preparazione culturale e del suo
innegabile gusto grafico. Le definizioni di conformista e di anarchico
potrebbero apparire contraddittorie. Non lo sono se riferiti ad una
persona la cui vita si è dipanata sotto il segno dell'incoerenza.
Fascista, ma contemporaneamente frondista, coniò esaltanti motti che
osannavano il dittatore ("Mussolini ha sempre ragione"). Nel medesimo
tempo inventò irridenti battute contro lo stesso tiranno ("Di Mussolini
non mi fanno paura le idee ma le ghette").Tuttavia, dopo aver
ironizzato sul duce, si recava a Palazzo Venezia per sottoporre al
tiranno la prima copia dell'"Italiano" oppure, più tardi, i numeri zero
di "Omnibus". Anche per questa ragione Giovanni Comisso lo definì
"piccolo nano di corte".

Le sue incongruenze non sono confinate al solo periodo fascista. Si
estendono anche a quello della democrazia. Bramoso d'essere liberato
prima possibile dagli americani, nella primavera del 1944 attraversò le
linee (colto dal fuoco dei due eserciti si riparò sotto un muro
pericolante nel quale campeggiava la sua frase Il duce ha sempre ragione)
e si presentò agli alleati a Napoli che lo impiegarono con Steno e
Mario Soldati nel Centro italiano di propaganda dove si distinse per la
satira antifascista. Tentò anche d'iscriversi al partito comunista, ma
ne fu rifiutato dalla dirigenza. A democrazia instaurata, cominciò a
dolersi del nuovo regime, tanto da indulgere nella nostalgia e d'essere
preso per un passatista, addirittura per un neofascista. Un dialogo
riportato in un suo volume, e che risale al 1944, dà la misura della
sua insofferenza verso l'Italia del dopo ventennio.
"Lei è democratico?".
"Lo ero".
"Lo sarà ancora?"
"Spero di no".
"Perché?". "
"Perché dovrebbe tornare il fascismo: soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia".

La sua travagliata, affascinante, avventura nel mondo della carta
stampata comincia quand'egli ha ancora i pantaloni corti. Romagnolo
(era nato il 30 agosto 1905, in una famiglia borghese di Lugo) aveva
avuto un'infanzia solitaria "dominata dal contrasto tra il
cattolicesimo casalingo della nonna e il socialismo irruente del nonno;
due volti inconciliati della Romagna". Questo conflitto accende
probabilmente nel ragazzo la passione per il fascismo nel quale
s'imbranca nel 1920 partecipando ad un'azione squadrista all'università
di Bologna brandendo addirittura una pistola.

L'audacia che impronta il quindicenne, indurrebbe a inquadrarne lo
spirito in un contesto di grossolanità irriflessiva e volgare.

Sarebbe un errore. Patito del pittore-disegnatore-litografo Honeré
Daumeir, Leo acquista pacchi di ottocentesche riviste francesi con le
incisioni del suo modello ma anche collezioni dell'"Asino" con le
vignette di Podrecca e Galantara. Trasferitosi stabilmente a Bologna,
inventa i mensili "E' permesso…?", "Il Toro"" e "Dominio".
Contemporaneamente inizia a collaborare con il periodico di Anton
Giulio Bragaglia, "L'Index rerum virorunque proibitorum", in cui si
prendono in giro i vip del momento. Nel 1924 scrive per "L'Assalto" e
"Il Selvaggio". Ma è con la creazione de "L'Italiano" (14 gennaio 1926)
che il suo nome si diffonde tra l'Italia colta. Longanesi e
"l'Italiano" combaciano con il movimento culturale "Strapaese" che
difende la tradizione nazionale contro la tendenza della cultura aperta
a influssi stranieri. Il giovane di Lugo entra in polemica con
"Stracittà", la corrente opposta che propugna l'impegno del sapere
verso il modernismo, e a favore degli influssi della civiltà
industriale, della Scienza e della Tecnica, indirizzo che si richiama
alla rivista "9OO". "L'Italiano" si propone soprattutto "d'impedire
l'imborghesimento del fascismo, di sostenerne le finalità
rivoluzionarie, di colpire a fondo gli avversari di Mussolini,
d'inventare un'arte e una letteratura fasciste". Approvata dal duce
("purché si polemizzi soltanto con gli antifascisti"), la rivista
ospita scritti di Ungaretti, Rosai, Carrà, Bartoli, Agnoletti. E' in
quegli anni che Longanesi, posseduto dal mito mussoliniano, scrive "Il
Vademecum del perfetto fascista seguito da dieci assiomi per il milite
ovvero avvisi ideali" (1926). Nonostante avesse avuto il merito d'aver
diffuso lo slogan "Mussolini ha sempre ragione", il settimanale
(divenuto quindicinale) è chiuso il 31 ottobre dello stesso anno, poco
dopo l'attentato di Anteo Zamboni al dittatore.

Privo del suo foglio, ed estromesso anche dall'"Assalto" (per avere
criticato il senatore Tanari, finanziatore dello squadrismo bolognese),
Leo si trasferisce a Roma dove, con Maccari, Cardarelli, Bartoli,
Barili, Talarico ed altri, elegge il caffè Aragno a cenacolo. Qui,
nonostante le trepidazioni del poeta, il quale, intabarrato estate e
inverno nel suo cappotto, è convinto che uno dei camerieri sia una spia
dell'Ovra, nascono molti celebri calembour: "Sbagliando s'impera",
"Lardo ai giovani", "Mi piacciono i giovani perché sbagliano subito".
Frondista di sera, continua ad essere fascista di giorno. Ma valendosi
dell 'autoironia, si sottrae a servili prestazioni al regime come
quando, nel 1932, chiede d'essere dispensato dal fare la guardia
d'onore con il moschetto alla Mostra del decennale del fascismo (dove
egli aveva allestito una rassegna fotografica su Mussolini) con una
battuta che strappò una risata al duce. Rilevò, beffardo: "La gente
vedrebbe solo il moschetto e penserebbe che la guardia è scappata.
Bella figura per la rivoluzione".

La cortigianeria che usa verso il fascismo, è riscattata solo in
parte della genialità con la quale realizza alcune iniziative
giornalistiche di notevole spessore culturale e professionale. Nel 1933
chiede a Mussolini il permesso di pubblicare un settimanale.
L'autorizzazione gli viene accordata nel '35, alla vigilia della guerra
contro l'Etiopia. "Omnibus", primo settimanale italiano a lenzuolo,
nasce il 28 marzo 1938 per i tipi di Angelo Rizzoli che, con Arnoldo
Mondadori, utilizza il rotocalco, un sistema di stampa nato in America
e che ha fatto la fortuna di ""Life".

Il servizio d'apertura del primo numero su Leon Blum, corredato da
una grande foto, scritto da Carlo Scarfoglio, strappò una bestemmia a
Mussolini. Sul settimanale, che resterà un modello di giornalismo
d'avanguardia, scrivono oltre a Scarfoglio, Mario Missiroli, Arrigo
Benedetti, Mario Pannunzio, Alberto Moravia, Giovanni Drogo (Dino
Buzzati), Mario Soldati, Tommasi di Lampedusa. E poi ancora Enrico
Emanuelli, Curzio Malaparte, Eugenio Montale, Vitaliano Brancati, Elio
Vittorini, Riccardo Bacchelli oltre naturalmente a Indro Montanelli che
con Giovanni Ansaldo saranno impegnati anche nella "cucina". Per alcuni
(e tra questi c'è Giuseppe Trevisani), "il settimanale rappresentò il
tentativo di rifare un giornalismo per pochi, un periodico per una
minoranza qualificata mentre l'indirizzo politico del tempo e lo
sviluppo dei nuovi mezzi tecnici designavano sempre di più il
giornalismo come prodotto destinato alle masse". Ma Arrigo Benedetti
scriverà che ne venne fuori "un giornale letterario solo perché
compilato in gran parte da scrittori e che improvvisamente innestò sul
tronco del giornalismo italiano nuovo, motivi provenienti da quello
anglosassone". Il giornalista di Lucca rilevò che si trattò
"d'un'esperienza morale e d'un'esperienza tecnica". Riferendosi al suo
maestro Longanesi, l'inventore dell'"Europeo" e dell'"Espresso"
sottolineò che "la sua intransigenza artigiana rappresentò per molti il
migliore insegnamento che possa avere avuto un giornalista nei tempi
precedenti all'ultima guerra mondiale".

"Omnibus" riportava articoli di fondo fascisti e "foto di ebrei per
far rilevare che erano brutti e antifascisti". Tuttavia, primo in
Italia, pubblicò scrittori proibiti come Ernest Hemingway, tradotto da
Elio Vittorini. Attraverso quel giornale gli italiani colti conobbero
D. H. Lawrence, Dashiell Hammett, James Cain, Joseph Roth, John
Steinbeck, Erskine Caldwell. Direttore e unico redattore, Longanesi
(qualche volta aiutato da Indro Montanelli e da altri fedelissimi),
mescola insieme caratteri tipografici diversi e ordina immagini
indicando al fotografo oggetto e posa. Naturalmente interviene sui
pezzi, tagliando, aggiungendo, togliendo qua e là un aggettivo,
rimaneggiando ove sia necessario.

"Omnibus" campò complessivamente un anno e mezzo avendo vissuto una
vita agitata e precaria. Dopo l'uscita d'ogni numero, Mussolini
chiamava il ministro per la cultura Popolare, per dolersi delle
critiche che il giornale rivolgeva al regime. Dino Alfieri riusciva a
rabbonire il dittatore che concludeva immancabilmente con una minaccia:
"dal prossimo numero il giornale va sospeso". La chiusura di "Omnibus"
giunse con la copia del 29 gennaio 1939. Le versioni sulla sua fine
sono due. Secondo la prima, il giornale venne chiuso perché Alberto
Savinio raccontò la morte di Leopardi a Napoli per via d'un attacco di
"cacarella" causato dai troppi gelati ingollati. Secondo altri perché,
sempre il fratello di De Chirico, attribuì la chiusura del caffè
Gambrinus alla decisione d'un alto commissario per il chiasso che
proveniva dal locale e che disturbava la moglie mentre giocava a bridge
con le amiche nell'appartamento sovrastante. Savinio aveva scritto "che
l'aria di Napoli era fatale ai caffè come le rose sono fatali agli
asini". "Duce, questo gazzettiere mi dà del somaro" si lamentò il
funzionario con il dittatore che decretò la cessazione della rivista.
Rimasto "disoccupato", Longanesi resuscita "l'Italiano" e, allo scoppio
della guerra, dopo una breve esperienza in Libia con Italo Baldo, per
ragioni di salute, si dedica a "Fronte", una rivista per i soldati
preparata dal ministero per la Cultura Popolare. Nel frattempo dirige
per Rizzoli la collana "Il sofà delle Muse".

La sua insofferenza di frondista verso il fascismo esplode il 25
luglio 1943. La caduta del regime lo coglie esultante per le strade di
Roma al pari d'un inveterato antifascista. Paolo Monelli ricorda che
quel giorno i cittadini, "presi da bellicoso furore mossero all'assalto
dei circoli rionali e s'impadroniscono delle armi". Annota: "Si vede
Longanesi che va fieramente per via con un fucile a bracciarm". In
serata Leo si ritrova con Pannunzio, Flaiano e Benedetti al
"Messaggero" dove insieme scrivono un fondo inneggiante alla libertà.

L'esultanza del giornalista per la fine della dittatura dura poco. A
Napoli, dove si è recato agli inizi del 1944, oltre che con il Centro
italiano di propaganda radiofonica, Stella Bianca, collabora
con i giornali "L'Astolfo" e il "Partigiano", un foglio quest'ultimo
che le fortezze volanti lanciano sull'Italia non ancora liberata. Ben
presto affiora la sua scontentezza verso il nuovo clima. Ad innescarla
è la presenza nel capoluogo campano di molti fuorusciti che vi sono
confluiti dai diversi esili e che "turbano il senso estetico" del
romagnolo. Cosicché tra se stesso e i gli antifascisti reduci da
ventanni di lontananza dall'Italia, mette i cento e più chilometri che
separano Napoli da Roma.

Ed è nella capitale, che il 25 aprile 1945 apprende da un giornale
della fucilazione e dello scempio del corpo di Mussolini e degli altri
gerarchi a piazzale Loreto. Mentre legge il titolo, ricorda le parole
che il duce gli aveva rivolto sulla spiaggia di Cesenatico: "Voi siete
anarchico. Siatelo per molti anni finché lo potete. E' una ricetta per
restar giovani".

Non c'è bisogno dell'esortazione del defunto duce per stimolare
Longanesi a continuare pervicacemente, per la restante parte della sua
vita, nello stile libertario che ne ha caratterizzato fino a quel punto
la condotta. Alla fine dell'anno 1945, egli lascia Roma per Milano.
Qui, agli inizi del 1946 fonda la casa editrice che porta il suo nome
insieme con l'industriale Giovanni Monti. A competere con i grandi
dell'editoria, Rizzoli e Mondadori, lo coadiuvano un redattore, Mario
Monti, figlio di Giovanni, comproprietario dell'azienda e un
collaboratore, Bruno Licitra. Danno una mano anche Indro Montanelli,
che all'occorrenza riscrive i libri e Giovanni Ansaldo che si occupa
della saggistica. Collaborano intellettuali di diverse tendenze
politiche: Henry Furst, Emilio Cecchi e Alberto Moravia. Come per il
giornalismo anche per l'editoria, Longanesi rivela un acume
sbalorditivo nello scoprire talenti e genialità; dote che ha
sperimentato al tempo di "Omnibus". Un giorno, in quella fine di anni
30, Montanelli e Pannunzio si stavano sganasciando dalla risate in
redazione mentre leggevano un libretto intitolato Piave,
scritto da uno sconosciuto autore. Si trattava d'un'opera retorica "che
traboccava fesserie". Leo chiese ai due quale fosse il motivo di quel
divertimento. Montanelli gli mostrò il volume. Il direttore vi gettò
una rapida occhiata e replicò: "Siete due cretini. Non capite un
accidente. Qui sotto c'è un talento". Fu lo stesso Montanelli a
scovargli l'autore, Vitaliano Brancati che lavorava al "Tevere". Quando
ebbe davanti il giovane siciliano, Leo lo strapazzò: "Lei è un idiota.
Crede di essere un poeta epico. E' invece sa cos'è? E' un Gogol, un
gogolino di Catania. Mi scriva un racconto sulla sua città. Deve
raccontare storie di corna e il dongiovannismo della Sicilia. Si dia da
fare".

Tra i primi libri pubblicati dalla Longanesi c'è Il cielo è rosso
di Giuseppe Berto. L'autore rievocherà più tardi il retroscena di quel
successo dovuto ovviamente all'intuizione di Longanesi. Il volume,
scritto durante la prigionia, era stato respinto da parecchi editori,
uno dei quali non l'aveva neppure letto. Leo, dopo avere percorso
velocemente con lo sguardo il manoscritto davanti a Berto, ebbe un
gesto di disgusto ma invitò il giovane scrittore a farsi vedere due
giorni più tardi. La diagnosi fu inesorabile: era necessario eliminare
il primo capitolo e bisognava eseguire sapienti tagli perché "l'opera
era noiosa". "Bisogna mettere le mani dappertutto" concluse l'editore.
Berto accondiscese a malincuore ad affidargli il romanzo. Riteneva
tuttavia che Longanesi lo avrebbe consultato per concordare tagli e
rifacimenti.

Per tre mesi non seppe nulla. Un giorno, occhieggiando nella vetrina
d'un libraio di Venezia, lo scrittore notò il suo nome e cognome sopra
un libro che s'intitolava "Il cielo é rosso", intestazione che trovò
tuttavia gradevole. Amareggiato per essere stato escluso dall'editing
(ma anche scarsamente disposto a protestare), l'autore trovò conforto
nel risvolto finanziario che ebbe la sua vicenda. Non essendo
riuscito ad opporsi al disegno di Longanesi di "aggiustare" il volume,
Berto quasi involontariamente si era assicurato un piccolo vantaggio.

Il romagnolo gli aveva proposto royalties molto basse. Tuttavia
aveva aderito alla richiesta dello scrittore d'avere una percentuale
del venti per cento qualora l'opera avesse superato le novemila copie.
Una provvigione che l'editore aveva concesso convinto che il libro non
avrebbe toccato quella punta di vendita. Longanesi dovette pentirsi di
quella scarsa estimazione. In poco tempo Il cielo è rosso superò le novemila copie di tiratura.

La "scoperta" di Berto si aggiungeva a quell'altra felice intuizione
che lo aveva illuminato su Dino Buzzati (suo collaboratore in
"Omnibus") al quale aveva suggerito "Il deserto dei tartari".

Nell'immediato dopoguerra, per i tipi della Longanesi (che si batte senza soggezione contro Mondadori e Rizzoli) escono anche Tempo d'uccidere di Ennio Flaiano, premio Strega del 1947, La vera signora di Elena Canino, Il vero signore di Giovanni Ansaldo (oltre a Latinorum e al Ministro della buona vita dello stesso autore), I pensieri di un libertino di Arrigo Cajumi, Fuga in Italia
di Mario Soldati e decine di altri libri. Come ricorderà Spadolini, il
periodo che va dal 1945 al 1950, rappresenta un momento felice per l'ex
direttore di "Omnibus", unito in sodalizio con Montanelli, che riscrive
parecchi volumi. Molte opere della casa editrice degli spadini hanno
carattere provocatorio come quelle di Bertrand Russel (Storia della filosofia occidentale), Saverio Merlino (Utopia collettivista), Panfilo Gentile (Cinquantanni di Socialismo), Francesco Saverio Nitti (Eroi e briganti), John Reed (Dieci giorni che sconvolsero il mondo), Quinto Navarra (Le memorie del cameriere di Mussolini).
Questo volume fu in effetti scritto da Montanelli e da Longanesi sotto
la dettatura del domestico del dittatore. Sempre legato al giornalismo
attivo, nel 1946 Leo inventa "Il Libraio", primo tabloid italiano; un
mensile distribuito nelle librerie e venduto in abbonamento. Benché
avesse carattere eminentemente promozionale, la rivista rappresentò un
esempio di pubblicazione periodica tanto da essere definita "un
"Omnibus" in piccolo".

L'impegno che obbliga il romagnolo a leggere i libri degli altri,
non gli toglie la voglia di scriverne di propri. Nel 1948 manda alle
stampe "In piedi e seduti", un exursus di avvenimenti e personaggi dal
1919 al 1943. Nel 1950, inventa "Il Borghese", un settimanale politico
in cui eccelle sin dalla copertina la sua produzione grafica, carica di
sarcasmo e di ironia. Sulla nuova pubblicazione scrivono Montanelli
(anche con gli pseudonimi di Adolfo Contano e Antonio Siberia) che in
America "stimola" Giuseppe Prezzolini, Giovanni Spadolini, Alberto
Savinio, Ennio Flaiano, Colette Rosselli, Henry Furst, Giovanni
Ansaldo, Irene Brin, Goffredo Parise, Giuseppe Compagnoni, Elena
Canino, Orsola Nemi, Piero Buscaroli. Il giornale è in polemica con i
governi centristi della repubblica: un contrasto carico di elementi e
di inflessioni tipici della destra protestataria. Le critiche, che da
quella posizione politica Leo rivolge ad alcuni intellettuali,
accendono una disputa tra il romagnolo ed un suo vecchio discepolo che,
professionalmente, aveva fatto onore al maestro inventando prima "Oggi"
e successivamente "Il Mondo". Mi riferisco a Mario Pannunzio. "Ma come"
(scrisse questi rivolgendosi al suo ex direttore) "io quando arrivai a
Roma ero un buon fascista per il semplice motivo che conoscevo solo il
fascismo. Ero vissuto in provincia, a Lucca, e avevo poco più di
vent'anni. Venni a "Omnibus". E fu lì, accanto a lei, e per sua
suggestione, che ho cominciato ad avere dei dubbi e poi a passare
addirittura all'altra parte. Fu lei a spingerci tutti sulla strada
dell'antifascismo e ora ci rimprovera d'averla battuta fino in fondo".

E' assolutamente inutile richiamare Leo alla coerenza dei suoi gesti
e dei suoi pensieri. Il carattere contraddittorio del suo spirito si
manifesta anche nel dopoguerra. Mentre pubblica "Il Borghese", un
giornale di destra che demonizza lo statalismo il quale trova sempre
più spazio nella società italiana, Longanesi insieme con Giovanni
Ansaldo, redige e stampa "Il Garofano Rosso", un giornale aziendale di
propaganda anticomunista che però sostiene l'impresa di stato perché
appartiene all'Eni di Enrico Mattei di cui è diventato amico e
confidente, una sorta di consigliere politico. Poiché questi è in
difficoltà con la componente di destra della Democrazia Cristiana, il
direttore del "Borghese" gli consiglia di buttarsi a sinistra. "Vedrà"
gli assicura "come cambierà il vento".Più tardi gli suggerirà pure
l'idea di stampare "Il Giorno", il quotidiano che verrà realizzato dal
suo amico Gaetano Baldacci.

A partire dall'inizio degli anni Cinquanta si apre per Longanesi una
fase (1950-1957) difficile durante la quale manifesta rabbia e livore
contro tutti. E' il periodo in cui litiga persino con Indro. Ma la sua
collera è rivolta soprattutto contro la borghesia "populista che
scimmiotta gli operai". Un atteggiamento che uno dei suoi critici,
Alberto Moravia bolla come "un crepuscolarismo che gli impedisce di
prevedere la ripresa consumistica e neocapitalista di quella borghesia
nella quale non gli era mai riuscito di credere anche per via dei suoi
insuperabili limiti di geniale artigiano che non gli consentirono di
passare dall'artigianato all'industria culturale come fecero gli altri".

Il pessimismo di Leo trasuda dalle battute che sono trafiggenti
anche in tempi di democrazia. "La nostra bandiera dovrebbe recare una
grande scritta: ho famiglia"; "L'ingiustizia ha ancora un avvenire";
"Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi"; "Uno stupido è
uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una
forza storica"; "Veterani si nasce"; "Non sono le idee che mi
spaventano ma le facce che rappresentano queste idee"; "E' meglio
assumere un sottosegretario che una responsabilità"; "I presenti non
sono mai stati fascisti"; "Non c'è posto per la fantasia che è figlia
della libertà"; "La libertà è morta perché si è troppo estesa"; "Sono
fanatici ma non senza conservare una qualche amicizia nel campo
avversario"; "Cercava la rivoluzione trovò l'agiatezza"; "Una
personalità complessa: si scrive lettere anonime per guidare la propria
coscienza".

Longanesi dissemina di battute acide e ciniche i suoi libri. All'esordio degli anni Cinquanta stampa Una vita (1950), Il destino à cambiato cavallo (1951), Un morto fra noi (1952), Ci salveranno le vecchie zie (1953). Dopo una pausa di quattro anni, riprende a scrivere opere nella seconda metà dei Cinquanta: Lettera alla figlia del tipografo di L.L. (1957), Me ne vado (1957), La sua signora, taccuino di L.L. (1957). Ai libri aggiunge la mai interrotta produzione pittorica e grafica carica di scherno e derisione.

Un po' perché la linea politica del "Borghese" collide con gli
interessi della casa editrice un po' perché la sua azione disturba
l'intero arco costituzionale, sta di fatto che la disinvolta
indipendenza di Leo entra in conflitto con il suo socio. I due decidono
di separarsi. Un primo accordo che consente a Longanesi di acquistare
per cinque milioni la testata del settimanale, comprese le riserve di
carta, non va in porto. Poi, un nuovo assetto societario della
Longanesi e C e l'aumento di capitale lo escludono dall'azienda. Mentre
tenta d'impegnarsi sul piano politico con la costituzione della Lega Fratelli d'Italia,
una formazione di destra (da alcuni considerata "impossibile") insieme
con Mario Tedeschi e Gianna Preda, il romagnolo studia di dar vita ad
una nuova casa editrice. Inizia a lavorare alla Rizzoli per preparare
una collana di volumi che s'intitola I libri di Leo Longanesi.
Era il primo nucleo d'un'altra azienda editoriale per la quale ha
preparato anche il simbolo. Mentre per la prima Longanesi aveva
inventato l'emblema dei due spadini, in omaggio alla moglie, Maria
Spadini, figlia del celebre pittore, Armando, per questa nuova ha
ideato una figurazione rappresentata due cannoni incrociati.

Nel pomeriggio di venerdì 17 settembre del 1957 il giornalista si
sentì male nel suo studio di via Bigli. "Meglio cosi tra i miei arnesi"
sibilò prima di entrare in coma e di morire. Per trasportarlo in
clinica, fu necessario fare un lungo periplo cittadino perché il centro
di Milano era bloccato dai funerali del conte Dino Branca di Romanico.

Cardarelli scrisse: "Caro Leo, il tuo trapasso era l'estremo
dispetto che hai voluto farci. Siamo qui a pentirci d'essere ancora in
vita. Vorremmo scrutarci e siamo certi che sei in un luogo adatto per
intenderci". Il devoto commiato si chiudeva teneramente: "Sii beato,
sii felice, felice, caro Leo, nel regno che certo ti ha destinato la
tua guerriera innocenza".
Con la sua morte, Longanesi liberò amici e
nemici dalla impietosa e crudele tirannia culturale per la quale era
temuto tanto dagli uni quanto dagli altri.

Di ritorno da Lugo di Romagna, dove lo avevano accompagnato
all'ultima dimora, Giorgio Cabella, Indro Montanelli e Giovanni
Ansaldo, durante il lungo viaggio in macchina verso Milano, evocarono
la figura dell'amico. Abbandonati quasi subito le frasi di circostanza,
i ricordi dei tre sprigionarono un fuoco d'artificio di battute,
aneddoti, definizioni. Venne fuori pure il carattere sopraffattore del
defunto. Ansaldo, pur riconoscendo la irreparabilità della dolorosa
perdita, non poté non annotare che da quel momento tutti loro avrebbero
potuto scrivere articoli "anche nei momenti di fiacca e lardellarli di
sbadigli senza la solita maledetta paura che cadessero sotto l'occhio
di Longanesi".
"Potremmo pronunciare frasi inutili e stupide senza il solito maledetto terrore che arrivino all'orecchio di Longanesi".
Pur nel rispetto del morto, con un sospiro di sollievo l'autore del Ministro della buonavita, libero da infingimenti, confessò: "L'incubo è finito".