Tabloid - n. 5/2004 Gaetano Baldacci, l'uomo del Giorno di Enzo Magrì

E’ colui che nel secondo dopoguerra introdusse in Italia il giornalismo moderno

Nel 1945 abbandonò la professione di medico per diventare
giornalista. Missiroli ne apprezzava l’intelligenza ma ne temeva gli
articoli impegnati e caustici.“Il Corriere non è per te. Devi farti un
giornale tuo“ gli ripeteva. Nel 1956 fondò il “Giorno“, un foglio
rinnovatore dei testi e della grafica che minacciò il primato di via
Solferino. Apparteneva alla categoria dei giornalisti protagonisti,
ancora oggi presente nel nostro mestiere: uomini dotati di talento e di
forza polemica in cui mescolano inclinazione manageriale e
spregiudicatezza. Temerario e risoluto, attaccò il presidente della
Fiat Vittorio Valletta e il capo del Governo Antonio Segni che chiese e
ottenne da Enrico Mattei, editore del foglio, il suo licenziamento.
Arrestato per lo scandalo del Banco di Sicilia, fu assolto dopo un
processo durato tre anni quando la sua salute era ormai compromessa da
un male crudele. Morì nel 1971, a sessantanni.


di Enzo Magrì

Il 3 marzo 1944, giorno in cui i sindacati clandestini stavano
realizzando il primo sciopero generale a Milano, due Gaetani si
incontrarono ai Gardini Pubblici di via Palestro. Uno era Gaetano
Afeltra, ventinovenne, amalfitano, redattorecapo del “Corriere della
Sera“; l’altro Gaetano Baldacci, un trentatreenne medico di origine
messinese. Il regime di Salò stava per entrare in agonia. Afeltra e
Mario Borsa (un autorevole giornalista antifascista, uscito dal
“Corriere“ nel ‘25 insieme con Luigi Albertini, poi corrispondente
dall’Italia del “Times“ di Londra), si stavano adoperando
clandestinamente per preparare il giornale che sarebbe uscito subito
dopo la liberazione. Come aveva fatto nei precedenti incontri, anche in
quell’appuntamento il Gaetano più vecchio non aveva mancato di
caldeggiare la sua candidatura a redattore del nuovo “Corriere della
Sera“. Diversamente dalle altre volte, quando la sollecitazione di
Baldacci aveva riscosso in Afeltra solo vaghi e indecifrabili sorrisi,
questa volta il giovane amalfitano raccolse la provocazione. Chiese:
“ma tu, cosa verresti a fare di preciso al “Corriere“: il collaboratore
oppure il redattore vero e proprio?“ Risoluto, l’altro replicò: “vorrei
fare qualcosa che sta a cavallo tra don Luigi Sturzo e Giuseppe A.
Borghese“. “Hai detto niente“ pensò tra sé e sé il campano. Tuttavia
questi, apprezzando le qualità giornalistiche del medico, qualche
giorno più tardi riferì a Mario Borsa i desiderata dell’amico. “Sai che
Baldacci aspira a venire al “Corriere?“. “Oh Dio, ma se l’è un duttur!“
rispose l’altro, incredulo.

Assistente del professor Cesa Bianchi, all’istituto di Fisiologia e
d'Igiene della regia università di Milano, il giovane medico nutriva
un’indomabile passione per la carta stampata. Il suo interesse per
l’editoria era cosi forte che in quell’anno 1944 aveva addirittura
fondato una casa editrice, la Gentile (dal cognome della madre)
che insieme a diverse pubblicazione stampava la rivista politica
clandestina “Lo Stato Moderno“. Sull’opuscolo, vicino alle posizioni
del partito d’Azione, scrivevano e dibattevano sul futuro dell’Italia
il suo direttore Mario Paggi, Mario Borsa, Vittorio Arbasini Scrosati,
Enrico Bonomi, Giuliano Pischel, Sergio Solmi, Cesare Spellanzon ed
altri intellettuali appartenenti a diverse formazioni politiche. Il
sanitario, che più volte aveva rischiato di essere arrestato dai
nazifascisti, si firmava, senza troppa fantasia, con lo psudonimo di Sicanus.

Anche se era un'apprezzata pubblicazione politico-letteraria, “Lo
Stato Moderno“ non soddisfaceva sicuramente le ambizioni del siciliano
il cui desiderio era quello di buttare il camice bianco e di entrare
stabilmente in una redazione. Con il giornalismo attivo aveva
convissuto sin dalla nascita. Era figlio di Giulio Baldacci, un
bolognese, redattore del “Giornale d’Italia“, che, inviato a Messina
nel 1908 per stendere una serie di articoli sul terremoto, in mezzo ai
lutti e alla storica devastazione aveva trovato l’anima gemella nella
signorina Franca Gentile che nel 1911 gli aveva dato un figlio: proprio
lui, Gaetano.

Sottraendosi all’idolatria che i suoi familiari, come molte famiglie
borghesi siciliane professavano per la carriera d’avvocato, il
giovanotto, appena diciassettenne, fonda “I Siciliani“, una rivista
letteraria uscita alla fine degli anni Venti. Il giornale incappa più
volte nella censura fascista tanto che è soppresso dalla prefettura
messinese. Gaetano s’iscrive alla facoltà di Scienze Politiche, alla
Sapienza. Ma anche a Roma i suoi rapporti con il fascio sono
conflittuali. Dapprima fischia un discorso del segretario del PNF
Augusto Turati. Quindi è fermato quale responsabile dell’organizzazione
d’una manifestazione studentesca antifascista all’interno dell’ateneo.
Un po’ per la repulsa verso il metodo con cui venivano insegnate le
dottrine politiche e un po’ per via del fermo che lo aveva bollato
quale eversore, il giovanotto abbandona Scienze Politiche e s’iscrive a
Medicina, a Messina. Confida a un amico: “Mi piacerebbe fare il
giornalista, ma se il regime diventa ancora più stupido, voglio avere
la possibilità di campare con un altro mestiere“. A dimostrazione della
serietà che contraddistinque il suo impegno scolastico, il giovanotto
si laurea nel 1935 con 110 e la lode.

Per eccellere durante il fascismo, i giovani, anche molti di coloro
che contestavano il regime, avevano poche opportunità: una di queste
era l’utilizzo delle occasioni che la dittatura metteva a loro
disposizione organizzando competizioni culturali, artistiche e sportive
a livello universitario e nazionale. Queste destre congiunture erano
rappresentate dai Littoriali, certami aperti ai giovani iscritti ai
Guf, gruppi universitari fascisti, che avevano lo scopo di formare
all’ideologia i frequentatori degli atenei italiani. Nell’anno della
laurea, il giovane Gaetano risulta vincitore dei Prelittoriali con
Giuliano Vassalli, Luigi Preti, Paolo Emilio Taviani, Alberto Lattuada
e Michelangelo Antonioni. L’anno successivo, forse per spirito
d’avventura (almeno così credo), non certo per sentimenti guerreschi o
colonialisti (che mal si concilierebbero con le posizione politiche del
nostro prima e dopo quell’evento), presenta domanda d’arruolamento
volontario per partecipare alla campagna d’Abissinia. Probabilmente a
causa dei trascorsi antifascisti, la sua richiesta non è accolta.

A quel punto non gli resta che impegnarsi nella professione medica
se vuole fare carriera. Nel 1940 si trasferisce a Milano dove trova sia
un posto di medico, come assistente all’università, sotto la direzione
del professor Cesa Bianchi, sia l’amore. Incontrata sul tram numero 33
una giovane e bella ragazza, Luisa Angeloni, figlia d’un piccolo
industriale meneghino, la “tampina“ con tale amabile e originale
insistenza che la ragazza è costretta a cedere. Alla giovane sposa,
durante la luna di miele che la coppia trascorre a Taormina
nell’ottobre del 1941, non può fare a meno di confidare davanti al
verde Ionio che egli non ha alcuna intenzione di occuparsi di Medicina
per tutta la vita. “Voglio fare il giornalista“ confida.
Dettaglia:“Voglio fare un giornale tutto mio“.

La liberazione di Milano, gli consente di realizzare la prima delle
due aspirazioni. Memore del desiderio dell’amico medico, il 25 aprile
del 1945, Afeltra, appena mette piede in redazione telefona, al
duttur.“ “Gaetano, vieni subito. Questa notte si fa il primo “Corriere“
della Liberazione“. Dieci minuti più tardi, Baldacci giunge in via
Solferino inforcando una bicicletta. La prima cosa che esterna ad
Afeltra è il suo radicato proposito: “Da questo momento sono solo un
giornalista“. A dimostrazione che fa sul serio, s’iscrive subito
nell’albo dei direttori redigendo un pezzo che ha il taglio di un
articolo di fondo. Il titolo è: Il calvario; e cioè, la Resistenza.

Alto, fisico snello, baffi neri, inflessione sicula e trascinante
irruenza, l’ex medico è il propugnatore d’un giornalismo militante in
contrapposizione a quello burocratico e passivo che la società italiana
del dopoguerra ha ereditato dalla censura fascista. La sua scrittura è
asciutta. L’ essenzialità del suo stile non è condivisa dall’amico e
contraddittore Leo Longanesi secondo il quale da un pezzo di Baldacci,
zeppo di notizie e di informazione, se ne possono ricavare almeno tre.

“Sei troppo sintetico“ gli rimprovera il direttore del “Borghese“.

L’irruenza dialettica del siculo è sostenuta da impegnate letture ma
è resa vulnerabile da indeterminatezze esistenziali e politiche. Non
per niente, sempre Longanesi, che lo frequenta al Covino, una
piccola birreria di via Verdi, ritrovo di letterati e giornalisti negli
anni Cinquanta (dove a volte irrompe anche il ventiseienne Giovanni
Spadolini in missione a Milano da Firenze con cappello e bastone,
“vestito da vecchio“), gli dedica un epitaffio: “Qui non giace Gaetano
Baldacci, uscito da questa marmorea dimora alla ricerca di se stesso“.

Il giovane messinese attraversa la direzione di Mario Borsa e quella
di Enrico Emanuel cavalcando una pervicace vocazione alla polemica che
non risparmia neanche gli stessi collaboratori del giornale. Il 4
aprile 1948, se la prende con lo scrittore Corrado Alvaro il quale,
aderendo al Fronte Popolare e all’Alleanza della Cultura, ha rilasciato
dichiarazioni che secondo il siculo “suonavano offesa ai quotidiani
indipendenti italiani come il Corriere“. Per protesta, l’autore di Gente in Aspromonte
si dimette e lascia la testata. Ma le pene peggiori, l’ex medico le fa
partire a Mario Missiroli. Inviato speciale in un’Italia e in un’Europa
che soffrono ancora per le ferite della guerra, Baldacci non manca di
esprimere giudizi critici verso governi e governanti. Le sue continue
provocazioni scuotono la voglia di placidità dell’autore de La monarchia socialista, la
cui maggiore aspirazione è quella di dare ragione a tutti nello stesso
articolo: governanti e oppositori; datori di lavoro e lavoratori,
politici di destra e uomini di sinistra. Impresa che pare gli sia
riuscita una volta, tanto che se n’era vantato lasciando lo studio del
giornale.

Baldacci gli piaceva ma i suoi articoli coraggiosi e irriguardosi
verso gli establishment lo allarmavano tanto che spesso li temperava
cassando giudizi perentori e affermazioni categoriche. Una sera,
afflitto per l’ennesima presa di posizione di quel baffuto Rodomonte,
ne invitò a cena la giovane sposa. Sperando di trovare in Luisa
Angeloni una complice nella difficile opera di mitigazione
dell’impetuosità che il suo inviato manifestava nei pezzi, si dolse:
“Ma perché quando Gaetano è via mi fa soltanto articoli di politica
polemici?“ Baldacci, quella volta, si trovava in Germania. Il direttore
del “Corriere“, sperando in un intervento in suo favore della
indulgente ospite presso il marito, le chiese ancora. “Adesso per
esempio Gaetano si trova a Weimar. Perché, mi chiedo, non mi scrive un
articolo dalla casa di Goethe?“

Il siciliano si mostrava sordo ai consigli di ponderatezza che gli
rivolgeva costantemente il suo direttore. Sostenuto da uno spirito
competitivo, odiava il giornalismo didascalico da Baedeker anche se vi
ricorse una sola volta durante un soggiorno in Grecia. Tuttavia per non
tradire se stesso, scrisse un pezzo critico contro il Partenone. Per
un’estremista dell’equilibro qual era Missiroli, quella dovette
rappresentare un’impertinenza che colmava la misura della sua pazienza.
Un giorno convocò il suo inviato e gli parlò senza infingimenti: “Caro
amico, il “Corriere“ non fa per te. Hai bisogno d’un giornale tuo“. Per
spingerlo a seguire la vocazione che riteneva di avere individuato nel
suo incoercibile inviato e per sollecitarne il congedo, gli vaticinò:“
“Sono scuro che come direttore d’un giornale tuo faresti grandi cose“.

L’esortazione di Mario Missiroli corrispondeva alla vecchia
aspirazione dell’ex medico d’inventare un foglio suo. A Milano, dal
1930, anno in cui aveva chiuso i battenti “Il Secolo“ (dapprima leader
della carta stampata in Lombardia, poi damigella d’onore del “Corriere“
di Luigi Albertini), parecchi editori pubblici e privati avevano
tentato di misurarsi con la testata di via Solferino senza successo.
Anche alla fine della guerra, a dispetto dall’apparente incompatibilità
che si sarebbe potuta scorgere tra il “Corsera“, che aveva sostenuto il
regime, e l’impegno politico progressista dell’elettorato milanese, il
vecchio logo (con e senza l’aggettivo nuovo) aveva riacquistato
i suoi antichi lettori e pure parte dei loro discendenti attestandosi
ancora al primo posto nelle vendite. L’ultimo tentativo di contrastarne
il primato in edicola era stato realizzato dal “Corriere di Milano“
dell’editore Aldo Palazzi, direttore Filippo Sacchi, due trasfughi del
“Corriere“. Nonostante gli adeguati finanziamenti, l’iniziativa s’era
rivelata deludente.

Nel 1953, mentre è ancora inviato del “Corriere“, Baldacci in cerca
di un editore incontra Enrico Mattei. Anche il neopresidente dell’Eni
ambisce ad avere un giornale suo. I due si piacciono; l’ex partigiano
s’entusiasma al progetto del messinese ma a questi non garba di fare
“il giornale di Mattei“. L’incontro si conclude senza esito. La
situazione si sblocca dopo una serie di contatti del giornalista con
l’editore francese di origine italiana, Cino Del Duca. Dagli incontri
che seguono viene fuori una combinazione a tre: Baldacci mette la
testata (e la testa), metà delle spese sono assunte da Del Duca,
l’altra da Enrico Mattei, sotto forma di elargizioni pubblicitarie.

Concordi nel voler fare un giornale nuovo, i tre sono divisi dalle
motivazioni che spingono ciascuno di loro verso la realizzazione del
progetto. Il presidente dell’Eni intende utilizzare il foglio come uno
strumento per rompere un certo ordine economico che si è instaurato in
Italia dopo la Liberazione. L’editore italo-francese, aspira a
promuovere una testata a carattere popolare che attraverso le vendite
raggiunga al più presto l’autonomia finanziaria. L’idea di Baldacci è
temeraria, al limite dell’utopia: pensa di fare un giornale “che non
s’inchini davanti al potere politico ma che con le sue inchieste e le
sue denunce sia un continuo stimolo per il miglioramento della società
italiana“. Del foglio che vuole stampare ha registrato da qualche anno
il logo, “Il Giorno“. E’ la stessa testata usata da Matilde Serao nel
1904 a Napoli dopo che, separatasi dal marito Edoardo Scarfoglio, aveva
lasciato “Il Mattino“. Chiuso dal fascismo nel 1927, il quotidiano era
rinato nel 1944, sempre nel capoluogo campano, con una linea politica
monarchico qualunquista ma era sparito dal panorama giornalistico
italiano nel 1946.

Trovato l’accordo agli inizi del 1956, “Il Giorno“ è preparato in
tre mesi. Se la ricerca dei finanziatori s’era rivelata abbastanza
faticosa la individuazione della formula giornalistica era apparsa
agevole perché questa era chiara nella mente del siculo che pensava a
quel giornale da anni. Anche l'impaginazione del nuovo foglio era ben
distinta nella sua testa tanto che ad un certo punto licenzia il
grafico Giuseppe Trevisani il quale non applica alla lettera i suoi
suggerimenti. Per la redazione, il messinese raccoglie transfughi dei
giornali cittadini gran parte dei quali sono giovani. Con evidente
sufficienza e mal dissimulata derisione, un giornale scrive: “Vi sono
riuniti un certo numero di disoccuparti; altri redattori sono stati
presi dai quotidiani del pomeriggio e altri ancora dai rotocalchi. Non
vi sono firme di spicco“. Non per necessità ma per disegno, quella era
la redazione ideale di Baldacci che evidentemente non voleva maestri
del vecchio giornalismo.

Quando il 21 aprile 1956 escono le edizioni del “Giorno“ del mattino
e quella della sera sono in parecchi coloro che nel mondo della carta
stampata profetizzano: “Gli dò tre mesi di tempo. Poi chiuderà.“ Ma a
dispetto delle molte, biliose, Cassandre, la testata di via Settala
ottiene un successo formidabile anche se non riuscirà mai a superare
per vendite il “Corriere della Sera“. Al lettore italiano della seconda
metà degli anni Cinquanta il nuovo quotidiano si presenta con
connotazini giornalistiche nuove, moderne, originali per il mercato
della Penisola. Per la prima volta un giornale è settimanalizzato
attraverso inserti che investono il mondo della cultura e quelli dei
motori e dei ragazzi. Le notizie economiche sono raggruppate in
un’unica pagina, soluzione che s’era però vista nell’“Ambrosiano“, un
giornale fascista degli anni Venti, diretto da Umberto Notari. Scompare
la terza pìagina che Alberto Bergamini aveva inventato sul “Giornale
d’Italia“ nel 1901 all’indomani della presentazione della Francesca da
Rimini di D’Annunzio, a Roma.

Umorale e imprevedibile, Baldacci è scrupoloso nel realizzare il
giornale che ha in testa. Ama la scrittura asciutta e odia il
dannunzianesimo negli articoli. In redazione recita il ruolo del
giornalista padrone. Se un pezzo scritto da un collaboratore oppure da
un redattore non gli piace si mette alla macchina per scrivere e lo
rifà. Gli ripugnano (sul giornale) la parola mamma e le similitudini
che hanno un vago sapore letterario. Una sera il critico Roberto De
Monticelli, che peraltro era suo amico, scrisse che le parole d’una
commedia sembravano pesci vivi. La urla del siculo arrabbiato si
sentirono fino in tipografia. Incline alla collera per un pezzo che non
funzionava, era pronto ad entusiasmarsi quando scopriva dei talenti fra
i suoi giovani redattori. Amante delle macchine di grossa cilindrata,
spesso, “chiuso“ il giornale alle 4 del mattino, ingaggiava per le
strade deserte di Milano una competizione con qualcuno dei suoi
redattori che, per non dargli un dispiacere (le cui conseguenze
avrebbero potuto interferire con la carriera), prudentemente si
rassegnava a perdere. Altre volte (insieme con Giancarlo Fusco,
Carletto Colombo, direttore dell’“Avanti“ e con Roberto De Monticelli),
tirava mattina tra la fumosa atmosfera di uno dei numerosi nitght club
cittadini.

All’avanguardia nel campo delle formule e del modo di fare un
giornale, si rivelava però un passatista come uomo di mondo. Durante la
Mostra cinematografica di Venezia, una sua redattrice era stata
schiaffeggiata da un’attrice che non aveva accettato un’annotazione
critica su una sua interpretazione. Baldacci, presente alla scena, non
potendosi rivalere sull’artista, si vendicò con il suo accompagnatore.
“Lei è con la signorina?“ chiese all’uomo che stava accanto alla diva.
Alla risposta affermativa, gli mollò uno schiaffo.

Sì, il direttore del “Giorno“ apparteneva alla schiera dei
giornalisti protagonisti. Uomini dotati di talento professionale e di
particolare forza polemica nella quale mescolano inclinazione
manageriale e forti dosi di spregiudicatezza. Un tipo di professionista
ben radicato nel nostro giornalismo (ve ne sono parecchi anche oggi)
che ha avuto quale modello nazionale Edoardo Scarfoglio. Come ricordava
un giorno Arturo Tofanelli, apprezzato direttore ed editore, Baldacci
era afflitto da un grave neo: “la difettosa padronanza del pedale del
freno, insignificante per uno che è abituato ad andare piano, qualità
essenziale per chi invece corre“. Questa mancanza di senso
dell’opportunità (e della misura) segna il suo destino. Alcune
battaglie politiche e di costume che egli promuove sul suo giornale
sono coraggiose; altre alquanto temerarie per un foglio che appartiene
ad un'industria di Stato. Attorno al terzo anno di vita, “Il Giorno“
attacca Vittorio Valletta, il presidente della Fiat. L’articolo provoca
notevole sconcerto nel mondo politico e in quello imprenditoriale, ma
non ha conseguenze. Fatale per la carriera del direttore messinese
risultano invece alcune note che appaiono sul giornale contro il
presidente del consiglio, il democristiano Antonio Segni.

Nell’agosto del 1944, durante la Resistenza, affrontando su “Lo
Stato Moderno“ il tema del ruolo dei giornali nell’Italia liberata,
Baldacci aveva sostenuto la necessità che il Comitato di Liberazione
Nazionale espropriasse le testate giornalistiche e le assegnasse ai
partiti. Cosi, a suo parere, si sarebbe evitato il pericolo che queste
ricadessero “nelle mani di gruppi apparentemente indifferenti, ma in
realtà loscamente interessati al gioco politico“. Affidando, almeno nei
primi tempi, i quotidiani alle organizzazioni politiche si sarebbe
evitato che “quei gruppi potessero monopolizzare le varie correnti
della democrazia popolare in una fase schiettamente rivoluzionaria, a
fini prettamente conservatori o reazionari“. Al giovane medico aveva
risposto Mario Borsa il quale aveva bollato di illiberalismo la formula
“a ogni partito il suo giornale“. Il giornalista auspicava una sana
epurazione dei redattori compromessi, ma considerava opportuno che il
grande foglio d’informazione “dovesse essere lasciato in vita con la
sua testata e nell’integrità della sua organizzazione“.

Paradossalmente, Baldacci sperimenterà personalmente cosa sarebbe
accaduto ai liberi giornalisti direttori se le testate fossero finite i
mano alle fazioni. Il suo “Giorno“ non apparteneva ad una formazione
politica bensì al ministero delle Partecipazioni Statali che era, come
dire, a tutti i partiti che formavano il governo. Chiusa dopo tre mesi
dalla nascita del quotidiano l’edizione del pomeriggio per motivi
economici (anche se vendeva oltre centoventimila copie), Del Duca non
si sa bene se per via d’un disegno prestabilito oppure se a causa
d’intervenute complicazioni economiche, si disfa della sua quota
proprietaria che finisce nelle mani di Mattei. Questi ambiva da sempre
a possedere tutto il quotidiano e da tempo faceva pressioni su Baldacci
perché gli vendesse il logo considerando un paradosso che uno come lui
“investisse tanti soldi in un giornale senza essere il proprietario
della testata“. Il messinese resisteva illudendosi che il foglio, pur
appartenendo ad un'azienda a Partecipazione Statale, potesse
assecondare l’indirizzo politico che egli gli voleva imprimere.

Le operazioni per estrometterlo cominciano 1957. Andandosene in vacanza, il messinese aveva sospeso la Situazione,
l’editoriale non firmato nel quale sinteticamente, in una sessantina di
righe, dava conto ai suoi lettori delle coordinate politiche, sociali e
di costume del momento. Il presidente della Segisa, allo scopo evidente
di “spersonalizzare“ la testata, ripristina la rubrica con il pezzo
d’un prestigioso redattore. Baldacci, trascinandosi dietro Fusco, è
costretto a lasciare la Versilia e a fare un'incursione notturna nel
giornale per evitare il colpo di mano. I contrasti che affliggono i
vertici della testata sono anche d’ordine politico: mentre il direttore
condivide la posizione di Amintore Fanfani, Mattei, temendo lo
strapotere del “cavallo di razza“, se n’è allontanato da tempo. I
conflitti della dirigenza si riverberano sulla redazione. Un tensione
interna spacca il foglio dove si formano due partiti.

L’attacco di Baldacci a Segni, offre a Mattei l’occasione che
aspettava. Il presidente del Consiglio (che proprio quell’anno 1959 ha
vinto il congresso democristiano sconfiggendo la linea di Fanfani,
sostenuta dal “Giorno“) è un uomo mite. Ma la critica rivoltagli dal
giornale milanese gli sveglia dentro alcune asprezze del carattere
sardo. Egli esige il licenziamento del giornalista. Il presidente
dell’Eni temporeggia. L’ultimatum del capo del Governo subìsce brevi
rinvii. Alla fine Mattei è costretto a sbarazzarsi del geniale
direttore.

L’esonero è preceduto da un incontro tra l’uomo politico e il
siculo. Convocato a palazzo Chigi, Baldacci, ammesso alla presidenza di
Segni, intravede “nei suoi occhi grigiastri e spenti una sorta di cupo
rancore“. Il premier gli rimprovera l’atteggiamento critico del foglio
verso il Governo. Il direttore non nega. Replica: “Sì, è vero. Ma il
giornale appartiene allo Stato non al governo“. Segni ribatte: “Il
Governo rappresenta lo Stato. Criticando il Governo si critica lo
Stato“. Ancora il giornalista“ Ma ammetterà che vi sono oggi due
governi nello stesso governo: un governo e l’antigoverno“. Antonio
Segni offre al direttore del “Giorno“ un trattamento di liquidazione
eccezionalmente largo in cambio delle dimissioni volontarie. In caso
affermativo, l’ordine della liquidazione sarebbe stato passato alla
direzione della Segisa per l'immediata attuazione. Ma Baldacci rifiuta
la buonuscista: almeno questo è quanto racconterà negli anni Ottanta la
vedova, signora Luisa, al giornalista Luciano Simonelli. Sempre per
ottenere un disimpegno non traumatico del direttore dal giornale,
Mattei offre al siciliano (qualora presenti le dimissioni) addirittura
una cattedra alla facoltà di Medicina. Caparbio, Baldacci ci tiene ad
accreditarsi come vittima sacrificale d’un mondo politico che professa
democrazia e pluralismo solo nelle carte dei congressi. Esige il
licenziamento che gli arriva il 31 dicembre 1959 insieme con una
liquidazione di centocinque milioni di lire.

Nell'articolo di commiato che il 1° gennaio compare sul “Giorno“
egli scrive: “I motivi per i quali sono costretto a lasciare la
direzione del “Giorno“ non li dirò. Non li dirò ora. Tra qualche mese i
miei lettori li sapranno e li sapranno da me. Qualcuno a un certo
momento doveva pagare. E io pago. La storia d'Italia si sta
trasformando. Bisogna che qualcuno tenga duro (per poi riprendere in
altro modo) nella lotta che riguarda più che noi stessi i nostri figli,
il loro avvenire“.

Inseguendo un'immediata, rabbiosa, rivalsa, il siculo impiega subito
la grossa somma nella creazione d’un nuovo giornale al quale nel 1961
associa l’editore Enzo Sabato. Fonda “ABC“, un settimanale che, come il
quotidiano, mette in mostra una grafica nuova per l’Italia, sul modello
dei giornali popolari inglesi. Vendicativo qual è, Baldacci non manca
di raccontare nei primi numeri del sua rivista la vicenda (Parliamo del Giorno di Mattei ) che ha patito infoltendo la schiera dei suoi nemici.

“La storia del nostro Paese si sta trasformando“ aveva scritto nel
l'addio ai lettori del “Giorno“. La frase era stata però censurata. Il
periodo completo suonava cosi: “La storia del nostro paese si sta
trasformando da politica in giudiziaria“. L'annotazione si
rivelerà profetica. Tanto più che sarà proprio lui, uno dei primi
interpreti della sconcertante svolta che effettivamente si registra da
quel momento negli annali italici. Il 26 marzo 1967, domenica di
Pasqua, l’ex direttore del “Giorno“ è arrestato all’Hotel Saint George
di Beirut e rinchiuso nell’inferno dei Sablons, le terribili
carceri libanesi. Dalle cronache dei giornali, gli italiani apprendono
che il giornalista è coinvolto nello scandalo del Banco di Sicilia,
accusato di peculato.

“Questa disgrazia viene da molto lontano“ dice a sé se il
giornalista mentre è ancora in manette davanti all’inconsapevole
commissario di polizia libanese che lo interroga. Secondo l’accusa, tra
il 1960 e il 1963 Baldacci ha costretto il presidente del banco
palermitano Carlo Balzan a concedergli cinquantadue milioni di lire per
interrompere una campagna di stampa di “Abc“ contro l’istituto di
credito. Formalmente la banca gli avrebbe assegnato ventotto milioni
quale finanziamento della pubblicità d’una rivista mai realizzata e
altri ventiquattro milioni come compenso pattuito con la fondazione
Mormino di Palermo, sovvenzionata dall’istituto, perché egli preparasse
e organizzasse “una pubblicazione a carattere culturale“ che avrebbe
dovuto anche dirigere ma che non aveva mai visto la luce. Tradotto
l’anno successivo in Italia, il direttore di “Abc“ è condannato a tre
anni e sei mesi di reclusione. Il 28 dicembre del 1970 è però assolto
con formula piena da tutte le accuse. L’inventore del moderno “Giorno“
non assapora per molto tempo l’esultazione per la sua riabilitazione.
La terribile esperienza vissuta nelle carceri libanesi e tre anni di
processi hanno compromesso irreversibilmente la sua salute.

Colpito da un male insorabile, si spegne a Milano il 5 aprile del 1971, a sessantanni.