Arturo Lanocita: il giornalismo come un romanzo giallo (di Renata Broggini)

Tabloid n. 4/2004

MEMORIA

A cent’anni dalla nascita


«Lan», la passione per il cinema e per la politica -
Quarant’anni al «Corriere della Sera» da cronista a capo redattore –
Fra i primi autori italiani di gialli
Infine, ecco la rete.
Nell’ombra, vidi come una parete, alta un paio di metri. Scavato nella
parete era un sottopassaggio, in cui non si poteva entrare che uno per
volta, e a testa bassa: fummo spinti là dentro, sentii che si guazzava
nell’acqua, non vidi più nulla. Qualcuno davanti a me imprecava: «Non
c’è il buco, il buco non c’è» diceva; era l’uomo grasso che s’era
appena unito a noi. E la donna che lo accompagnava: «È cieco, perché
hanno fatto passare lui per primo? Non ci vede, è cieco!» Cercai
allora, di spingermi innanzi, urtai e pestai gambe e piedi, spinsi lo
schermo metallico che era davanti a me e all’uomo grasso: era la rete,
occorreva premere e la si spostava tanto quanto bastava perché, uno
alla volta, si passasse dall’altra parte. Mi districai dal viluppo di
braccia e di gambe, premetti la rete metallica, uscii dalla parte
opposta, porsi la mano al cieco, aiutai anche lui a venirne fuori; e fu
un affaraccio, grasso com’era. In quel momento, il raggio di una
lampadina si piantò contro di noi: mi volsi, vidi la canna di un
fucile. Una voce secca, gutturale, ordinò. – Alt!

 

Amava i romanzi gialli, Arturo Lanocita. Ne ha anche scritti. Ma
questa non è la pagina di un giallo. È quella di un suo libro di
memorie, Croce a sinistra. Scrive di quando nell’autunno 1943
fugge in Svizzera inseguito dai mandati di cattura dei fascisti e dei
tedeschi: «Antifascista. Monarchico», l’ha risposto chiaro a chi gli ha
chiesto di aderire alla repubblica di Salò. Scrive di quando, in salvo,
è finito con altri profughi al «castello di Unterwalden» e nella «tetra
foresta di Plenterplaz». Sembra davvero un «noir», invece è vita
vissuta. Un intermezzo di avventura in una biografia senza grandi colpi
di scena.

Calabrese, nato cent’anni fa il 4 giugno 1904 a Limbadi, Arturo
Lanocita emigra a Milano e a diciott’anni, ancora studente, entra
all’«Ambrosiano», il quotidiano del pomeriggio di Umberto Notari e
Gastone Gorrieri, appena fondato con un orientamento «filofascista»,
dove si formano diverse firme della carta stampata. Dopo il
praticantato, dal 1923 al 1930 per alcuni mesi è reporter, poi
redattore di cronaca bianca e di terza pagina: si occupa anche di
critica teatrale, formandosi il gusto per la critica, il cinema e il
mondo dello spettacolo. Articolista di varietà, critico letterario,
tiene anche la rubrica «Libri del giorno». Sono di quel periodo i libri
Attrici e attori in pigiama (1926) e Scrittori del nostro tempo (1928), Quaranta milioni (1930), interviste con attori e scrittori.

Dopo sette anni all’«Ambrosiano», quando la testata passa sotto la
gestione di Arnaldo Mussolini – fratello minore del «duce» -, Lanocita
si trasferisce per un breve periodo alla «Stampa», diretta da Curzio
Malaparte. Ma, subito dopo, su segnalazione di Renato Simoni entra al
«Corriere della Sera»: dal 1930 al 1969, al «Corriere» resta per quasi
quarant’anni. Redattore, dal 1933 capocronista, è il più giovane dei
venticinque cronisti che organizza e dirige per un decennio, anche se –
si è scritto - «tutti, reporter compreso, hanno più esperienza
di lui». La cronaca del «Corriere» conosce innovazioni
«rivoluzionarie», e vi appaiono fra l’altro le prime foto. È allora che
Lanocita, come «vice» di Filippo Sacchi, inizia a occuparsi di critica
cinematografica e politica. Sono gli anni della notorietà, come
«giallista»: con Alessandro Varaldo e Alessandro De Stefani è fra i
primi autori dei polizieschi della collana «Gialli Mondadori», con Quella maledettissima sera (1939) e Salvateli dalla ghigliottina (1943).

Una carriera, sino a questo momento, priva di scossoni: l’avventura
comincia il 25 luglio 1943. Caduto il regime, sparito Mussolini dalla
scena, Lanocita – vicino al Partito d’azione – si impegna nel
giornalismo antifascista militante. È presente con altri protagonisti
di quelle giornate all’estromissione del direttore in carica, Aldo
Borelli, e alla sostituzione con Filippo Sacchi e poi con Ettore Janni.
Metterà a verbale, espatriato in Svizzera: «Esplicavo da vari mesi
un’attività nettamente antifascista collaborando a giornali clandestini
("L’Italia Libera"). Dal 27.7.43, feci pubblicare dai miei cronisti nel
"Corriere della Sera" articoli contro gli abusi delle Organizzazioni
del Regime Fascista». Fin dal 1942 del resto aveva disertato le
riunioni al gruppo rionale fascista «Oberdan» e le adunate «spontanee»,
non s’era messo l’uniforme nera di prammatica (l’«orbace») né ostentato
all’occhiello il distintivo del Partito fascista (la «cimice»). Poi,
arriva l’8 settembre. I tedeschi occupano Milano, i fascisti tornano.
Fare il «Corriere», perlomeno quello libero, diventa impresa
impossibile. Scrive:

Fu il «Corriere» di quel settembre, un giornale distratto,
svogliato, messo assieme con dispettosa malavoglia. Obbedendo
all’ingiunzione ed eludendo le raccomandazioni, sì da mostrar chiaro
che ci si acconciava solo all’imperio, quando altrimenti non si poteva,
il giornale procedeva con l’entusiasmo del condannato sospinto dalla
canna d’una rivoltella puntata alla schiena, ma doveva venire il tempo
in cui si sarebbe chiesta al «Corriere» una partecipazione a quella
danza dei fantasmi che, sotto il segno della svàstica tedesca, i
mussoliniani incancreniti stavano preparando… Il sistema più ovvio,
diciamo più legale, era per me quello di provocare, da parte del Corriere della Sera,
di cui ero il Capo cronista, un licenziamento che implicasse anche la
liquidazione. Quando, nei primi mesi di ottobre, fu nominato un
direttore fascista, Ermanno Amicucci, e un vice direttore squadrista,
Ugo Manunta, e si vide che il giornale, irreparabilmente, stava per
gonfiare le gote ed intonare gli inni marziali tedesco-fascisti,
abbandonando la glaciale obiettività dei giorni precedenti, io mi
presentai ai due turiferari ufficiali, poche ore dopo il loro arrivo in
redazione, chiedendo di essere licenziato. – Perché – Perché non sono
dei vostri. – Antifascista? Monarchico? – Appunto. Antifascista.
Monarchico… - «Vedrete – mi si disse, naturalmente nel rigido ossequio
del voi di prescrizione – vedrete che nonostante tutto, ci si intenderà, e lavoreremo assieme da buoni camerati».

Invece, inseguito da due mandati di cattura, l’uno italiano e
l’altro tedesco, da Milano raggiunge Luino sul lago Maggiore e si
nasconde a casa della madre, Teresa Bisogni. «Sulla scorta di
informazioni ricevute da contrabbandieri» si dirige poi a Valdomino e
da lì a Cremenaga» e il 29 novembre passa il confine in località
Fornasette e si rifugia in Svizzera, dove viene accolto come «rifugiato
politico» dopo che la Polizia elvetica ha messo a verbale: «Il
Segretario del neo-costituito Partito Fascista Repubblicano, Pavolini,
ordinava telegraficamente al Prefetto di Milano la mia cattura».

La vicenda svizzera

Certo, l’entrata non era stata priva di suspence – come avrebbe poi raccontato in Croce a sinistra. Torniamo allora a quel momento, e a quella «voce secca, gutturale» che gli ordina: «Alt!»:

«Ci Siamo, Arturo», pensai. La pronuncia era dura, nessun dubbio,
una pronuncia tedesca. «Siamo caduti, certo, nelle mani dei tedeschi».
Passò qualche secondo; tutti fermi e in silenzio. Infine la vice si udì
ancora: - Guardia svizzera – disse. Ribattei, tornato calmo, qualcosa
che certo l’altro non si aspettava. E neanch’io m’aspettavo che mi
venisse fatto di replicare a quel modo: chissà, poi, da qual gioco del
subcosciente le due parole mi furono suggerite. Stupide parole, in quel
momento e niente affatto eroiche. - Abbasso Mussolini – risposi. E mi
feci incontro a quel raggio di luce, che era la Svizzera, la libertà.

Accompagnato al posto guardie svizzere, trasferito come di norma
alla centrale di raccolta di Bellinzona, smistato lì presso, al campo
«Francesco Soave», passa la «quarantena» al «castello di Unterwalden» -
un vecchio maniero che domina la città -, campo per soli uomini dove si
trova a convivere con altri rifugiati, tra i quali molti ebrei:
«l’isolamento più vero e desolato», scrive, «è quello di chi vive nella
moltitudine». Poi inizia la trafila del «rifugiato Lanocita», nella
norma dei profughi senza mezzi e senza conoscenze, destinati in campi
di internamento con gente di tutta Europa.

Il suo si chiama Plenterplatz, un insieme di baracche nella foresta
nei dintorni di Zurigo, dove arriva nel gennaio 1944. Mesi difficili:
lo «sgomento» dell’arrivo al campo, la puntigliosa «disciplina
militare», la marcia quindicinale alla città a fare la doccia
inquadrati «tre per tre agli ordini dei militari in armi», le
disposizioni ossessive - piegare la coperta militare con rigorosa
uniformità, «croce a sinistra» - il titolo del libro, pubblicato nel
1946 dall’editore milanese Enrico dall’Oglio che condivide con lui
quell’inverno di convivenze forzate. E che, previdente, poi si assicura
vari resoconti d’internamento di italiani (il Diario di un deputato di Luigi Gasparotto, ad esempio).

L’isolamento è totale salvo i contatti con i suoi direttori del
periodo badogliano, Sacchi e Janni esuli a Locarno: «le loro prime
lettere, solidali e fraterne, m’hanno dato profonda gioia: dunque, non
sono solo, in esilio, non sono solo. Qualcuno, dal Ticino, mi dice
"soffriamo con te, facciamoci coraggio e avanti"; e si tratta di
qualcuno che appartiene alla mia stessa casa di via Solferino, la casa
del "Corriere" in cui ho vissuto tanta parte della mia vita». Con
l’appoggio di Janni, l’internamento ha fine:

Da stamane la lettera di Ettore Janni, m’ha offerto uno spiraglio di
luce. Dopo aver tentato, senza fortuna – e senza ch’io glielo avessi
chiesto, qui è il suo maggior merito – questa e quella via, per
ottenere la mia liberazione, ora ha trovato, come mi scrive, la «via
regia». Un professionista di Locarno, l’avvocato Camillo Beretta – uomo
politico noto nel Ticino, consigliere cantonale e presidente
dell’Associazione per il costruendo canale Locarno-Venezia; si tratta
di un provato amico della vera Italia e dei migliori Italiani, che ha
già aiutato in cento modi i rifugiati – ha accettato di ospitarmi
presso di sé. Dunque, il prodigio è avvenuto. Andrò a vivere in una
casa dove si respira aria italiana: la casa di un uomo, mi si dice,
dove i profughi del mio Paese hanno accoglienza affettuosa e proprio
perché sono profughi; e ansiosi di libertà.

Aprile 1944, Lanocita è a Locarno e ci resta tutta l’estate con
grande sollievo. Ma in autunno, dopo i fatti dell’Ossola, il Locarnese
si riempie di centinaia di nuovi profughi e l’ospitalità in privato si
fa precaria. Il giornalista dovrebbe rientrare in campo. Gli amici si
interessano e, colpo di scena, compare un «fantasma» del «Corriere»:
Eugenio Balzan, vecchio amministratore dei tempi di Albertini, che dal
1933 vive isolato in un albergo di Zurigo.

«Sono Lanocita», si appella, «che Lei assunse al "Corriere" contro
il parere di Borelli, nel 1930, per suggerimento di Simoni… ho sempre
tenuto buona e grata memoria di quel Suo gesto di fiducia… Può Lei, che
ha aiutato tanto i rifugiati, e specie quelli del "Corriere",
prestarmi, dal 1° ottobre, la somma di 200 franchi al mese, per un
massimo di cinque mesi…?». Il periodo più duro dell’inverno: «Nella
stagione fredda, con le membra aggranchite dall’artrite,
significherebbe compromettere gravemente, per l’avvenire, la mia
salute». Puntuale, da Zurigo gli arriva l’assegno mensile. «Con questo
prestito lei mi restituisce la fierezza d’essere un uomo, padrone di sé
e del suo destino. Saprò ricordare… Appena potrò, pagherò il mio debito
in denaro. Il debito morale non lo pagherò mai, se non con la
devozione».

Per arrotondare il soccorso, alla prima occasione riesce a
riprendere l’attività di giornalista: a Locarno prepara una «guida
sentimentale della città» e sotto lo pseudonimo «Arturo Marlengo» avvia
una serie sul settimanale «Illustrazione Ticinese», diretto
dell’artista Aldo Patocchi. Pieni di humor e di trovate, I racconti del sorriso e I racconti dell’incubo
sono seguiti e «Marlengo»-Lanocita si conquista un pubblico. Con lo
steso pseudonimo pubblica in appendice al «Corriere del Ticino» un
romanzo sulla Rivoluzione francese, Voglio vivere ancora, 105 puntate dall’agosto 1944 al gennaio 1945.

Dal settembre 1944 collabora a «Libertà!», il foglio dei
democristiani milanesi in esilio, non quale «cattolico», qualifica che
Lanocita non accetta del tutto, perché liberale, ma – mi aveva detto in
un colloquio negli anni ’70, quando preparavo il libro I rifugiati italiani in Svizzera e il foglio «Libertà!». Antologia di scritti 1944-1945
- come amico del redattore Ferruccio Lanfranchi, collega di «Corriere»,
anche lui rifugiato in Svizzera. È l’occasione per riprendere contatto
con la politica italiana attraverso gli avvenimenti e i drammi della
difficile transizione dal fascismo alla democrazia, ancora là da venire.

L’esordio è un commento su un fatto di cronaca che turba l’inizio
del processo al questore repubblichino di Roma, Mario Caruso: il
linciaggio del direttore del carcere «Regina Cœli», Donato Carretta,
strumentalizzato a nord dalla stampa neofascista. Interviene poi nel
dibattito sulla scuola in Italia e sulle difficoltà di riforma
dell’istruzione nel dopoguerra, questione sentita in modo particolare
in quanto figlio di un insegnante. Attira così l’attenzione delle
autorità ticinesi che sollecitano informazioni sull’occupazione tedesca
e sull’antifascismo a Milano, raccolte nel suo dossier a Bellinzona:

Questione giornali clandestini

Il giornale clandestino più diffuso è l’«Avanti» che ha raggiunto la
tiratura di 50.000 copie. Uno degli uomini che curava la stampa
dell’«Avanti» è Aldo Rapetti. Con lo stesso il Lanocita ha parlato due
giorni prima di partire da Milano, 10 o 11 novembre, il quale ebbe a
riferirgli che la diffusione dell’«Avanti» aveva finito per costituire
un pericolo perché andava a finire nelle mani di elementi infidi che
mostravano tali copie alla questura. Moltissimi redattori e stampatori
dell’«Avanti» vennero arrestati. Altro giornale clandestino è l’«Italia
libera», organo del partito dello stesso nome al quale il Lanocita ha
collaborato. Redattori che il Lanocita conosce sono: Indro Montanelli,
Giulio Alonzi, Deluca, e un certo tempo ha collaborato Damiano Andrea.
Ha collaborato colla «Italia libera» col periodo postbadogliano, dopo
l’otto settembre. Capo morale del movimento «Italia libera» era Borsa
Mario. Il giornale l’«Italia libera» si componeva nella tipografia del
«Corriere della Sera» per l’opera di un limitatissimo numero di
tipografi antifascisti che facevano capo al proto Ghisalberti il quale
riceveva i manoscritti dalla redazione per tramite del Lanocita.

Il dopoguerra

Rimane a Locarno sino alla Liberazione, poi – giunta notizia
dell’insurrezione di Milano (25 aprile 1945) – fa domanda di rimpatrio
immediato:

Il sottoscritto, Lanocita Arturo, 1904, rifugiato politico italiano,
in Svizzera dal novembre 1943 e liberato dal febbraio 1944 presso
l’avv. Camillo Beretta in Locarno, chiede il permesso di rientrare in
Italia, nella zona ora libera, attraverso il posto di confine di Dirinella, per ricongiungersi alla famiglia, che si trova a Luino. Se il passaggio per tale posto non è possibile, chiede di transitare per la via di Brissago.
L’urgenza del suo ritorno in Patria, sollecitato dall’Italia, è in
rapporto con le funzioni del sottoscritto, giornalista professionista,
chiamato a riprendere al più presto il suo posto di lavoro al «Corriere
della Sera». Grato alla Svizzera per l’asilo generoso accordatogli, che
non dimenticherà, ossequia.

Rientra dalla frontiera di Brissago e torna a Milano, al «Corriere»,
vice redattore capo fino al 1950. Gli è affidato il «Corriere
d’Informazione», che porta a una tiratura mai più raggiunta: «Un uomo
meticoloso, capace d’irritarsi di fronte allo scarso impegno di alcuni
colleghi», sottolinea Giulio Nascimbeni. Risale a questo periodo il
romanzo Il ragazzo che doveva mentire (1949). Cessato il
«Corriere d’Informazione» nel 1950, torna al «Corriere» dove riprende
il suo «mestiere» congeniale di critico cinematografico.

Si tratta, va ricordato, dell’epoca pre-televisiva, in cui il cinema
è uno dei pochi luoghi di intrattenimento di massa. Quando pubblica Cinema, fabbrica dei sogni
(1950) centra lo spirito del periodo dei «telefoni bianchi»; il
Neorealismo invece non lo tocca, se definisce «deprimente, rissoso e
falso» La terra trema di Luchino Visconti (1948). «Per rendere
il giusto omaggio all’itinerario critico di Lanocita», ha scritto in
proposito Tullio Kezich, bisogna appunto ritrovarsi «dalle parti di una
serena comprensione della realtà»:

Quando avevo vent’anni odiavo Arturo Lanocita. Prima di tutto perché
era il critico del «Corriere della Sera», un giornale che consideravo
la quintessenza del «quotidianismo di papà»; tanto che non avrei mai
pensato di diventare quello che sono, cioè il Lanocita degli anni ’90…
Certo le sue recensioni «americane» non rispecchiano il palpito del
nostro americanismo immaginario di allora; e certo i pezzi sui film
italiani li scrive dalle retrovie, ben lontano dalle nostre postazioni
di trincea.

«Se le sue cronache venissero raccolte… si misurerebbe l’incidenza
che la critica militante esercitata da scrittori vivaci e garbati sul
maggiore quotidiano italiano ha avuto sulla formazione del gusto del
pubblico, come l’ha indirizzato verso il piacere dell’immaginario
salvando le ragioni del buon gusto e dell’impertinenza sfavillante», ha
scritto Giovanni Grazzini, che aveva valorizzato questa abilità:
«L’arguzia sua crea l’arguzia degli altri», aveva notato già nel 1926
Vera Vergani per Attori e attrici in pigiama.

Lanocita difatti nel 1962 diventa redattore capo del «Corriere» e
inizia a seguire i maggiori festival – è presidente della giuria della
Mostra di Venezia nel 1963 -; e Grazzini, che dirige la collana «Chi
è?-Gente famosa» di Longanesi, gli affida il lancio con Sofia Loren
(1966), recensito da Montanelli sul «Corriere». Profilo che per
Grazzini «sposava le notizie alla valutazione critica con grande
equilibrio, e nel quale si potevano cogliere le virtù di uno stile che,
per immediatezza e per brio, ha avuto soltanto imitatori».

Nel 1966 Lanocita riceve il premio giornalistico «Lancillotto
d’oro», è eletto nel 1968 presidente dell’Associazione lombarda dei
giornalisti e rieletto nel 1970. In pensione dal 1969, tiene la critica
televisiva sul «Giornale nuovo» e collabora alla «Grande storia
illustrata - Il Cinema» della De Agostini. Arturo Lanocita muore a
Milano il 23 aprile 1983. Con lui, scrive Giulio Nascimbeni, se ne va
una figura «caratteristica» di via Solferino:

Chi lavora da molti anni al «Corriere» ed ha ben presente l’esile
figura di Lanocita che attraversa i corridoi tenendo in mano fasci di
bozze, riascolta adesso nella memoria appunto il suo «caro urlare».
Come tutte le persone miti ma rigorose, dedite agli impegni della
professione con una passione quasi maniacale, Lanocita aveva ogni tanto
queste accensioni che mettevano, specialmente nei redattori da poco
assunti, un senso d’imbarazzo e di timore. Non era un iroso, un
collerico, nel senso che si è soliti dare a queste parole. Il «caro
urlare» aveva sempre delle precise motivazioni: una bozza mal corretta,
una data inesatta, un termine straniero scritto in modo sbagliato,
tutto ciò, insomma, che lasciava trasparire faciloneria e scarso
impegno. Le rabbie erano brevi. Dietro gli occhiali cerchiati d’oro,
rispuntava il solito sguardo attento e comprensivo.


Cinema ’50. Pagine scelte di un critico militante,
l’antologia attesa da Grazzini, esce a cura di Andrea Napoli nel 1991,
omaggio postumo - titola la recensione di Kezich - a un «critico
burbero e coscienzioso».


Didascalie foto inviate da Archivio Centro documentazione «Corsera»

  1. Arturo Lanocita con Jean Renoir (inverno 1951-1952)
  2. Con Ferruccio Lanfranchi (a sinistra)
  3. Assieme a Gina Lollobrigida
  4. Al tavolo di lavoro al «Corriere della Sera» (1963)
  5. Con Gina Lollobrigida nel 1954
  6. Presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti, riceve l’Ambrogino d’oro dal sindaco di Milano, Aldo Aniasi (1970)