Alfio Russo, il conservatore rivoluzionario (di Enzo Magrì)

Tabloid n. 2/2004

L’ascesa, i successi e il declino del grande giornalista che diresse il "Corriere della Sera" dal 1961 al 1968

 

Chiamato in via Solferino per sostituire Missiroli riuscì a
neutralizzare l’invadenza del Giorno. Rinnovò il giornale che sotto la
sua direzione annoverò un corpo redazionale solido ed efficiente. La
lotta al centro-sinistra che ne aveva assecondato le fortune finì per
farlo cadere in disgrazia. L’intenzionale distacco dal potere politico,
che una volta costituiva titolo di merito per un giornalista, ma
soprattutto per un direttore, ne segnò la fine. Inseguìto dalla nomea
di reazionario borbonico fu chiamato a colloraborare solo dalla
"Sicilia", il primo giornale da lui diretto

 


 

Mario Missiroli seppe che sarebbe stato sostituito alla direzione
del "Corriere della Sera" da una gaffe del senatore Mario Crespi, uno
dei proprietari del giornale. Per una tormentosa forma
d’arteriosclerosi, il vecchio gentiluomo lombardo subiva frequenti
vuoti di memoria e, circostanza davvero imbarazzante, spesso
straparlava. Non era raro il caso che, terminato il pranzo in casa sua,
sussurrasse all’orecchio del maggiordomo: "Prenda l’indirizzo di questo
ristorante: voglio tornarci". Oppure che, immaginandosi in crociera
sulla sua barca, ordinasse allo stesso servitore di riferire al
comandante di fare rotta verso l’isola di Montecristo e di ancorarvisi
prima di notte.

Una sera d’autunno del 1961, durante un ricevimento dato nel palazzo
di via Sant’Andrea per festeggiare la nomina a commendatore della
signora Elvira Bouyere Leonardi, la famosa sarta Biki, il senatore fece
una breve, temuta, apparizione nel salone dove s’imbatté casualmente
nel direttore del suo giornale. "Lei, qui, Missiroli? Che cosa fa di
bello a Milano?" chiese. Indulgente, l’altro rispose: "Faccio il
"Corriere della Sera". Replicò Mario Crespi: "Le do una primizia: al
"Corriere della Sera" sta arrivando un direttore con due c… così. Ha
capito?" Insistette: "Con due c… così". Rispose senza scomporsi il
giornalista: "E’ tutta questione di averli…".

Mario Missiroli credette d’avere individuato nel direttore con i
"due c…", di cui il senatore mostrava la circonferenza mettendo insieme
a semicerchio pollice e indice delle mani, Giovanni Spadolini, il suo
pupillo, l’uomo che egli stesso aveva designato a succedergli. Ma si
sbagliava. Colui che era stato chiamato a prendere il suo posto, era
Alfio Russo. Sessant’anni, siciliano, direttore della "Nazione" di
Firenze, neanche lui era a conoscenza d’essere stato scelto per sedere
sulla poltrona che era stata di Luigi Albertini. Sapeva di fare parte
d’una rosa di candidati dalla quale sarebbe uscito il direttore del più
importante giornale italiano. Ma i concorrenti erano cosi ben
accreditati che egli non aveva creduto di poterli sopravanzare. Un fine
settimana degli inizi d’ottobre, mentre era ospite nella casa di
campagna di Arrigo Benedetti (il direttore dell’"Espresso che nel mese
di agosto aveva anticipato la notizia dell’imminente cambio al vertice
del "Corriere"), ricevette la telefonata dell’investitura.

A sollecitare il pensionamento di Missiroli avevano contribuito
motivi d’ordine politico, editoriale e giornalistico. Insigne
personalità del giornalismo italiano, l’autore de La monarchia socialista
aveva assunto la direzione del quotidiano di via Solferino nel 1953. Il
suo arrivo aveva sollevato calda euforia fra i redattori che ambivano a
fare uscire il giornale dal burocratico grigiore in cui l’aveva
ancorato la direzione di Guglielmo Emanuel, forse per fare dimenticare
i trascorsi fascisti della testata. Divenuto direttore, Missiroli
proseguì lungo la strada che aveva tracciato il suo predecessore e che
si poteva riassumere nella seguente formula: un occhio al governo e
l’altro alla Confindustria e ai notabili della città. Questa "gestione
sonnacchiosa" ebbe come conseguenza la sottovalutazione (se non
l’avversione) verso le trasformazioni che si stavano registrando nella
società italiana e nel resto del mondo; l’irreversibile fine dei
governi di centro destra e il sempre più probabile storico incontro tra
democrazia cristiana e socialisti. Al soglio pontificio era stato
eletto Giovanni XXIII; ai vertici dell’Unione sovietica era giunto nel
1958 Nikita Kruscev, e alla presidenza degli Stati Uniti d’America
s’era insediato da poco il giovane John Fitzgerald Kennedy, primo
cattolico della storia Usa cui era stato affidato il compito di guidare
il paese.

Il giornale appariva abbastanza piatto. Secondo Montanelli, Mario
Missiroli, che peraltro era un articolista e un saggista finissimo, a
lasciarlo fare avrebbe ripubblicato ogni giorno il "Corriere" del
giorno prima. Per non turbare il risveglio di donna Giuseppina Crespi,
i titoli del foglio erano, secondo Gaetano Baldacci, sempre ottimisti e
rosei: gli scandali non dovevano esistere; di scioperi neanche a
parlarne "perché turbavano e danneggiavano l’Italia all’estero".
Tuttavia all’alba degli anni Sessanta, a causa delle modificazioni
degli equilibri che intervengono all’interno delle famiglie dei tre
Crespi (Mario, Aldo e Vittorio), rappresentanti altrettanti clan e
punti di riferimento per politici, intellettuali e giornalisti, anche
la proprietà del giornale subisce gli influssi che promanano dalla
società. A farsene portavoce sono Giulia Maria Crespi, figlia di Aldo e
vedova del conte Marco Paravicini (che, primo rappresentante della
proprietà, aveva vissuto l’atmosfera aziendale e vi aveva portato un
soffio di giovanile vitalità prima di morire prematuramente) e il
cugino Mario Crespi, figlio di Vittorio. Insofferente verso la
conduzione "addormentata" di Mario Missiroli, la signora brigava per la
sua sostituazione anche perché (ed ecco la terza ragione) per la prima
volta dopo cinquant’anni s’era affacciato sulla piazza di Milano un
temibile concorrente. Il 21 aprile del 1956 era uscito "Il Giorno"
diretto da Gaetano Baldacci, un ex inviato del quotidiano di via
Solferino. Oltre ad allarmare dal punto di vista editoriale le giovani
generazioni dei proprietari del "Corriere", il nuovo foglio aveva
creato sconcerto e preoccupazione nel mondo industriale e in quello
politico. Dietro la testata che si stampava in via Settala, si
disegnava chiaramente la figura di Enrico Mattei, presidente dell’Eni,
esponente dell’industria pubblica che stava per entrare in rotta di
collisione con quella privata anche a causa d’un progetto di
nazionalizzazione dell’energia elettrica. Mattei era anche il
sostenitore d’un governo di centro sinistra che si proponeva di
realizzare ardite riforme sociali di cui si facevano interpreti alcuni
autorevoli democristiani, tra i quali Amintore Fanfani.

Rilanciando in Italia il modello dell’inglese "Daily Express", il
giornale di via Settala porta profondi svecchiamenti nel giornalismo
italiano. Il rinnovamento investe non soltanto la grafica ma anche lo
stile. Diversamente dal modo di scrivere in uso fino ad allora, dove
non era raro che nei pezzi la notizia vera si trovasse nelle ultime
righe, il nuovo modello, anch’esso derivato dal giornalismo
anglosassone, porgeva al lettore, in testa al pezzo, l’informazione
istantaneamente mentre per il resto abbandonava cincischiamenti,
ampollosità e retorica e offriva una narrazione del fatto con un
linguaggio essenziale e sostantivato.

Quest’intreccio di novità grafiche e stilistiche, insieme con le
aperture politiche di cui si fa portatrice, consentono alla nuova
testata di ottenere una rapida affermazione. Anche se a Milano non
riuscirà mai a superare per vendite il "Corriere", "Il Giorno"
s’inserisce nel novero delle preoccupazioni che crucciano la quarta
generazione dei Crespi i quali spingono per un cambio di direzione.

Sin dai tempi in cui aveva cominciato a firmare quale direttore il
giornale, Missiroli aveva designato il suo successore in Giovanni
Spadolini, docente di Storia contemporanea all’università di Firenze e
dal 1955 direttore del "Resto del Carlino". Il personaggio era piaciuto
non soltanto ai vecchi Crespi, ma anche alle loro progenie. Tuttavia,
non si sa bene se per via d’una qualche autonoma pressione presso la
proprietà (al fine di farsi accettare) o per altra ragione, il delfino
era caduto dal cuore del suo patrono che ne aveva arrestato la corsa
verso l’ambita poltrona. A bloccarne definitivamente l’arrivo in via
Solferino, aveva contribuito infine anche un' improvvisata coalizione
di prime donne del giornale che nella venuta del giovane professore
avevano scorto il crollo delle speranze d’una loro "elevazione al
soglio" in un non lontano futuro. Abbandonata la candidatura del
docente fiorentino, la rosa dei candidati direttori comprese i nomi di
Luigi Barzini junior, Domenico Bartoli, Alfio Russo. Ai quali, in un
secondo tempo, si aggiunsero quelli meno probabili di Alfredo
Signoretti, Giovanni Ansaldo, Augusto Guerriero.

Del lotto dei candidati, Alfio Russo sembrava quello che avesse meno
probabilità. Uomo di macchina, vale a dire di redazione, ma anche di
scrittura, il siciliano non aveva primeggiato in nessuno dei due campi.
Forse perché vi aveva diviso equamente il suo impegno assecondando più
le circostanze determinate dal caso che seguendo la propria vocazione.
D’altra parte, per un giovane di provincia privo degli appoggi giusti,
come ve ne sono tanti ancora oggi, non era (e non è) facile prefigurare
la propria strada.

Il suo compendio biografico non annoverava picchi di professionale
eccellenza. Abbandonata ancora giovane la provincia di Catania (era
nato nel 1902, a Macchia di Giarre), dove aveva studiato e
scribacchiato per un paio di giornali del capoluogo, subito dopo la
prima Guerra Mondiale s’era trasferito a Roma. Nel 1921, era entrato
quale redattore all’"Epoca", un giornale liberale creato da Tullio
Giordana e poi accaparrato dal fascismo. Tra il 1926 e il 1927, era
stato redattore al "Lavoro d’Italia" e nel 1928, su raccomandazione di
Galeazzo Ciano, s’era trasferito a Torino, alla "Stampa", diretta da
Curzio Malaparte. Per un quinquennio fa vita redazionale fino a quando,
nel 1933, diventa inviato speciale. I suoi servizi da Malta, dalla
Iugoslavia e dall’Etiopia (1936), si fanno leggere senza assurgere a
modelli d’inchieste giornalistiche. Il 1938 lo vede inviato in
Iugoslavia dove resta quale corrispondente fino al 1941 anno in cui è
spedito sul fronte russo meridionale. Agli inizi del 1943 si dimette
dal giornale torinese ( non si sa bene per quale motivo) e si ritira a
Napoli dove riordina la serie di corrispondenze scritte nei Balcani (e
che il giornale gli aveva censurato) che esce sotto il titolo di Rivoluzione in Iugoslavia, l’unico libro che porti la sua firma.

Nel periodo che va dall’occupazione tedesca di Roma alla Liberazione
della città, è vicino al gruppo liberale che sta ricostruendo il
partito. Collabora ai primi numeri di "Quaderni del Risorgimento
Liberale" curati da Mario Pannunzio insieme con Manlio Brosio, Nicola
Carandini, Leone Cattani, Manlio Lupinacci e Francesco Libonati, gli
uomini che faranno parte della dirigenza della compagine liberale.
Quando, nel giugno del 1944, il periodico "Risorgimento Liberale"
diventa quotidiano, Russo è chiamato a fare parte della redazione che
ha come redattore capo Michele Mottola. Nella sala macchine del piccolo
giornale, vi resta però pochi mesi. Nel caos sociale e politico che
segue in Sicilia la ritrovata libertà, l’imprenditoria della parte
orientale dell’isola avverte la necessità di fare sentire la sua voce
di moderazione attraverso un giornale d’ispirazione liberale. Nel 1944
esce a Catania "La Sicilia", la cui direzione è affidata proprio a
Russo. Questa sua prima conduzione d’un giornale, intristita da beghe e
vertenze a proposito delle quali egli non riesce a non prendere
partito, dura meno di due anni. Giurando a se stesso di non cedere mai
più alla debolezza di dirigere un foglio, se ne torna a Roma per
assumere il ruolo di redattore capo di "Risorgimento Liberale",
lasciato libero da Vittorio Gorresio. Nell’autunno del 1947 è però
assunto dal "Corriere della Sera" come inviato speciale e
successivamente quale corrispondente da Parigi; posto che lascia per
andare a dirigere (contravvenendo al suo giuramento) la "Nazione" di
Firenze. Il 15 ottobre 1961, con il beneplacito di Michele Mottola,
Indro Montanelli e Gaetano Afeltra, comincia a firmare il "Corriere
della Sera".

Secondo Montanelli, Russo doveva il successo delle molte promozioni
al senso di fiducia e di calma che egli ispirava con la sua alta figura
e la compostezza siciliana. Chi gli affidava un mandato si sentiva
sicuro che nulla sarebbe cambiato. Viceversa si sbagliava. Perché il
giornalista "cambiava quasi sempre tutto e sempre in meglio".

Come certi papi che, insignificanti quali cardinali, manifestano la
propria marcata personalità appena assurgono alla sedia gestatoria,
cosi il siciliano, entrato nella redazione di via Solferino (allora il
direttore del "Corriere della Sera" era una sorta di papa dei
giornalismo italiano), impronta del suo timbro il nuovo corso del
giornale. Una vera e propria rivoluzione investe contemporaneamente la
Cronaca e lo Sport: il primo settore, addormentato da anni (dove le
notizie vengono sovente imboscate anziché pubblicate) è affidato a
Franco Di Bella, eccellente cronista che si rivelerà uno straordinario
capocronista e poi un ottimo direttore. Quanto alla seconda sezione, lo
Sport, Russo chiama da Napoli Gino Palumbo per neutralizzare lo
strapotere che con "Il Giorno" Gianni Brera esercita sul mondo milanese
della pedata. Il napoletano riesce a conseguire tanto bene il risultato
ambito dal direttore da fare perdere l’aplomb al pavese il quale, una
domenica, al culmine d’una polemica giornalistica, va per le spicce e
tenta di trasformare la tribuna stampa di San Siro in un ring per lui e
per il suo indomito contraddittore.

Alto, elegante, ormai calvo, forte fumatore, il catanese, sempre in
doppiopetto blu (che sostituisce con doppiopetti grigi), dei siculi non
ha né i tratti del viso né le asprezze o le renitenze. Secondo un
prestigioso collaboratore, Roberto Ridolfi, egli comanda "con fermo
languore". La sua giornata al "Corriere" comincia a mezzogiorno e dura
fino alle prime ore del pomeriggio. Riprende alle dieci di sera e
continua oltre le due del mattino quando il suo impegno assume un ritmo
accelerato fino all’alba. Odia gli articoli prolissi e le penne a
sfera. "Suda" i suoi editoriali che scrive con la stilografica sulla
carta che il giornale fornisce ai suoi redattori.

Incline al comando, che esercita con grande signorilità, egli compie
in via Solferino una serie di operazioni prima d’allora inimmaginabili.
Certi artisti passano alla storia per l’eccellenza d’una sola delle
loro opere. Russo affida la sua fama al rinnovamento del più importante
giornale italiano. Modernizza la grafica della testata, dove a partire
dal 1962 gli argomenti trovano un’organica suddivisione; istituisce
pagine speciali per l’Agricoltura, la Donna, la Scienza, la
Letteratura; stana gli inviati dal loro dorato, casalingo, isolamento
(dove rientrano dopo ogni servizio) coinvolgendoli nella fattura del
giornale e sveglia dal loro torpore i corrispondenti che costringe a
fare sentire più spesso la parola dei paesi e dei governi presso i
quali sono accreditati. Assume nuovi giornalisti e collaboratori tra i
quali Alberto Moravia, Carlo Cassola, Carlo Bo, Elémire Zolla, Enrico
Emanuelli, Cesare Prandi, Geno Pampaloni, Rosario Romeo. Sotto la sua
direzione il "Corriere" raggiunge un considerevole corpo redazionale:
centocinquanta giornalisti, più di cento collaboratori esterni, quasi
cinquecento corrispondenti dall’Italia e dall’Estero. Disponendo di
inviati di qualità, promuove una serie di inchieste alcune delle quali
investono l’Eni, l’industria Farmaceutica, il Mezzogiorno. La prima
intervista che un papa concede a un giornalista è quella che Paolo VI
affida ad Alberto Cavallari. Il termine boom, che in quegli anni il
vocabolario italiano mutua da quello inglese per indicare il repentino
affermarsi d’una moda nell’ambito della civiltà dei consumi, si adatta
come l’abito confezionato da un grande sarto al "Corriere" dell’isolano
per il successo che ottiene non soltanto nel campo della diffusione (la
sola edizione del lunedì fa segnare un aumento di oltre centomila
copie) ma anche in quello della pubblicità.

Non sempre però la sua posizione politica, le soluzioni proposte dal
giornale per i problemi sociali, i giudizi o le prese di posizione su
problematici eventi nazionali e internazionali, corrispondono alla
linea del moderatismo liberale italiano di cui egli pretende d’essere
un incisivo rappresentante. Discutibili, per esempio, si rivelano le
posizioni del quotidiano sul caso Sifar, una vicenda innescata da una
serie di aberrazioni dei servizi segreti d’informazione e di sicurezza
militare che impiega i suoi uomini per spiare la classe dirigente
italiana (politici, imprenditori, esponenti cattolici); su Costantino
di Grecia, da lui definito un esempio di re liberale e audace, o
sull’antica questione del banditismo sardo, per la cui soluzione si
propone che l’isola venga messa in stato d’assedio; una misura che
richiama alla mente gli interventi repressivi dei governi d’inizio del
Novecento.

Impegnato a rivoluzionare il giornale (anzi a cambiarlo, perché il
termine rivoluzione non fa parte del suo vocabolario), Russo non si
accorge dei mutamenti che stanno avvenendo non soltanto nella società
ma anche all’interno del gruppo che gestisce il potere dal quale
dipende la sua stessa testata e anche dentro la Confindustria. Oppure
se se ne accorge non ne sa, o piuttosto, non ne vuole assecondare i
disegni, in concordanza con il suo fermo carattere di conservatore a
dispetto del soprannome di gattopardo che gli viene affibbiato.

Meno ligio al potere di quanto non lo fosse stato Missiroli, il
catanese, si distingue per l’avversione che manifesta verso il primo
governo di centrosinistra andato al potere nel 1964, presidente del
consiglio Aldo Moro e vicepresidente il socialista Pietro Nenni.
L’incontro tra socialisti e democristiani si era rivelato meno
"pericoloso" di quanto avesse temuto l’establishment economico:
l’approvazione della cedolare d’acconto, che rendeva effettiva la
nominatività dei titoli azionari, non aveva comportato la massiccia
fuga all’estero dei capitali paventata dai guru della finanza; la
nazionalizzazione dell’energia elettrica s’era dimostrata un
graditissimo affare più per l’industria privata (alla quale furono
versati ben millecinquecento miliardi impiegati in iniziative più
proficue), che per il cittadino italiano. Il centrosinistra era apparso
non un pericolo ma una sorta di baluardo contro la minacciosa invadenza
dei comunisti che alle elezioni del 1963 avevano ottenuto ben otto
milioni di voti.

A rendere difficile la vita di Russo al "Corriere" intervengono a
partire dal 1966 alcune significative circostanze. Innanzitutto
l’avversione che il presidente della repubblica Giuseppe Saragat,
succeduto ad Antonio Segni, nutre incoercibile verso la testata di via
Solferino. Quindi l’insofferenza verso il direttore che s’impadronisce
d’un gruppo dei notabili del giornale: il redattore capo Michele
Mottola, gli editorialisti Panfilo Gentile e Augusto Guerriero avevano
scoperto che Russo era meno malleabile di quanto avessero creduto al
momento in cui ne avevano favorito l’elevazione alla carica.
Montanelli, che ne era stato uno degli sponsor, non condivideva più la
sua linea essendosi da qualche tempo avvicinato alle posizioni di La
Malfa e di Saragat. A questo gruppo di scontenti si aggiungevano alcune
grandi firme le quali, avendo mancato all’esordio dei Sessanta
l’appuntamento con la direzione del "Corriere della Sera", speravano in
una nuova chance che il destino avrebbe potuto offrire loro dopo la
liquidazione di Russo.

La vera nemica del direttore s’era rivelata Giulia Maria Crespi. La
zarina, (come verrà più tardi soprannominata), trascurati i salotti che
tra le chiacchiere intrecciavano nostalgia e conservatorismo, aveva
abbracciato gli ideali socialdemocratici e repubblicani. Alla sua
avversione verso Russo contribuiva l’ascendente che esercitava su di
lei Giovanni Spadolini, il candidato che nel 1961 era stato bruciato in
favore del siculo e che da qualche anno era uno degli ascoltati amici
del presidente della repubblica. Ecco, la signora Giulia Maria ambiva
ad un "Corriere della Sera" che avesse un filo diretto con il Quirinale
come l’aveva avuto al tempo delle presidenze Einaudi e Segni.

Un rapporto che non era certo possibile instaurare per la mancanza
di duttilità del direttore siciliano anche se negli ultimi tempi questi
si era spinto a scrivere che il centro sinistra fosse "il solo governo
possibile e utile per l’Italia". Altra componente della proprietà che
avversava Russo, veniva a quel tempo indicata nella coppia Tonino e
Biki Leonardi, figliastri di Mario Crespi, i quali lamentavano la
politicizzazione del giornale che impediva la trasformazione
dell’azienda da accomandita semplice in società per azione per
sbarazzarsi della loro quota proprietaria.

Al pari della designazione del catanese a direttore del "Corriere",
anche il suo licenziamento fu anticipato dalle indiscrezioni trapelate
durante una cerimonia. Nel gennaio del 1969, mentre si trovavano a
Napoli, al matrimonio del figlio del direttore generale del giornale
Stagno, alcuni maggiorenti del giornale ricevettero una telefonata da
Milano. All’altro capo del filo c’era Giulia Maria Crespi la quale,
dopo avere rampognato un paio di capi redattori lontani dalla redazione
mentre il giornale era impegnato con le notizie del rovinoso terremoto
che aveva colpito il Belice ("In Sicilia c’è il terremoto e voi ve ne
state li a divertivi, vergognatevi"), si era fatto passare il
direttore. Secondo la testimonianza di Franco Di Bella, Russo discusse
con la signora per dieci minuti "e uscì dalla cabina terreo in volto".
La chiacchierata deve avere offerto al direttore del "Corsera", che
aveva avvertito le voci d’una suo prossimo licenziamento, l’occasione
per verificarne la consistenza. Sta di fatto che (convinto di ottenere
la conferma della direzione, anche perché riteneva di potere contare
sull’appoggio di Mario Crespi e dei Leonardi), rientrato a Milano forzò
i tempi e sollecitò il rinnovo del contratto che sarebbe scaduto il 12
ottobre 1968. Vinse invece la fermezza di Giulia Maria. L’accordo non
venne prorogato ed egli fu costretto a lasciare la poltrona di via
Solferino a Spadolini che proprio in quei giorni si trovava in crociera
con il presidente della repubblica Giuseppe Saragat. L’irritazione di
Russo nell’abbandonare la direzione si coglie nel breve congedo che
appare sul giornale il 4 febbraio 1968. Fa sapere che lascia di sua
spontanea volontà il "Corriere" "non per ragioni di salute nè per
motivi politici o dissensi sulla linea editoriale" e rimarca come sotto
la sua direzione "il giornale ha fatto qualche progresso sulla linea di
un giornalismo moderno pronto a registrare con un linguaggio fresco e
spregiudicato le opinioni del mondo contemporaneo aperto alle voci
della cultura, sensibile a tutti i fermenti della società nazionale e
internazionale". La proprietà gli rese la pariglia ringraziandolo, con
voluta, aspra, concisione, "per l’opera svolta con nobiltà d’impegno e
alto prestigio.".

Alla tristezza per l’abbandono del "Corriere", qualche mese più
tardi si aggiunge in Russo il dolore per la morte della moglie, Ada,
una donna che, come capita a molte signore senza figli, aveva assolto
il ruolo di mamma del proprio amato marito. Rimasto per qualche tempo a
Milano, agli inizi degli anni Settanta si trasferi a Roma. Inseguìto
dalla nomea di reazionario borbonico, nessuno, in quegli anni di
ubriacatura progressista, diciamo cosi, impegnò la sua penna neppure le
testate che condividevano la sua posizione politica. A riproporne la
firma ai lettori, quasi a ricordare ad amici e a nemici la sua
esistenza in vita, fu nel 1973 il giornale nel quale aveva fatto la sua
prima esperienza di direttore: "La Sicilia" di Catania.

Quale vecchio gentiluomo non concesse né interviste né scrisse libri
di memorie per raccontare il suo soggiorno in via Solferino: forse
perché, consapevole dei propri meriti giornalistici, non si curava se
la storia accreditasse o meno la versione dei suoi nemici politici e
professionali.

A dimostrazione che sovente la fantasia dei giornalisti struscia
negli anditi in cui ammuffisce il luogo comune, quando, dopo la sua
uscita dal "Corriere", i giornali si riferivano a lui, siciliano,
assurto a fama all’epoca del successo dei capolavori di Puzo e di
Tomasi di Lampedusa, era quasi un obbligo indicarlo come il padrino, o il padrino d’alto bordo, oppure quale il Gattopardo o anche il Gattopardo Borbonico.
Due definizioni che erano lontane dalla vera essenza del personaggio.
Perché a differenza di parecchi giornalisti famosi e di professionisti
diventati direttori, non aveva costituito una "famiglia" e non ne
rappresentava alcuna. Quanto al soprannome di Gattopardo, egli era
tutto il contrario del personaggio di Tomasi di Lampedusa; tanto che
pur di non cambiare né lui opinione né il giornale politica (e per
ubbidire ad una sua intima coerenza), ci aveva rimesso la poltrona di
direttore.

Al principe di Salina lo univa semmai un desiderio: quello di morire
davanti al mare di Sicilia dai tenui colori cangianti. Russo non fu
fortunato come don Fabrizio. Chiuse gli occhi per sempre, a
settantaquattro anni, un giorno d’ottobre del 1976 fra le nivee pareti
d’una stanza del terzo piano d’una clinica romana.

Enzo Magrì