Ferruccio Lanfranchi: il giornalismo, le inchieste, la tutela della professione (di Renato Broggini)

Tabloid n. 12/2003


MEMORIA. Trent’anni dalla morte


Alla caduta di Mussolini denuncia i retroscena del fascismo e
dopo la guerra rivela i misteri di Dongo. Nel secondo dopoguerra,
capocronista del «Corriere della Sera», promuove il Circolo della
Stampa, il Poliambulatorio Balzan, la Cooperativa case e la previdenza
dei giornalisti.

«Giornalismo e verità»: si può dire che la vita di Ferruccio
Lanfranchi sia tutta rivolta a praticare questo motto, che vuole a tema
per un convegno di giornalisti nel 1960. Un impegno che lo guida nella
professione, e nel 1961 gli vale il «Pro Civitate Christiana» istituito
ad Assisi. La motivazione mette in luce la sua etica del lavoro:

«Al giornalista iscritto all’Albo che nel complesso della sua
attività professionale con resoconti di cronaca o con articoli che
prendono spunto dalla cronaca, abbia dato il miglior contributo alla
moralizzazione della professione giornalistica, non solo evitando
qualsiasi deformazione della verità, speculazione scandalistica,
incoraggiamento al divismo, ma favorendo la illustrazione e la
divulgazione di episodi di onestà, di bontà, di generosità da
costituire esempio a bene operare».

Scomparso a Milano trent’anni fa, l’8 dicembre 1973, Lanfranchi è
una personalità non comune del giornalismo: oltre a svolgere il
mestiere in piena adesione al principio di informare senza cedimenti
alla stampa-spettacolo, è il professionista della carta stampata più
attivo nel «dare dignità» alla categoria che lo ha partecipe per mezzo
secolo dopo l’ingresso al «Corriere della Sera».

Al grande quotidiano di via Solferino arriva infatti nel 1924. Non è
la sua prima esperienza. Nato a Milano il 29 giugno 1903, terminati gli
studi ma senza diploma, ha seguito assieme a Silvio Negro futuro
vaticanista e Giambattista Migliori, poi presidente della Federazione
universitari cattolici (FUCI) e altri, la «scuola di propaganda» della
gioventù cattolica milanese di monsignor Francesco Olgiati.

L’inizio è al foglio cattolico l’«Italia». Non passa inosservato e
viene assunto da Luigi Albertini. Al «Corriere» il giovane cronista
dalla faccia «mesta e un po’ patita» rischia nel 1928 il licenziamento
perché non iscritto al sindacato fascista e - scrive Glauco Licata
nella Storia del «Corriere della Sera» - durante il regime «vivacchia». Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, si fa conoscere come autore eccezionale.

Con una serie di articoli risultato di inchieste meticolose rivela
per la prima volta sul «Corriere» i retroscena del fascismo e della
vita privata del duce, il cosiddetto «petaccismo», e del sottobosco
clientelare che gravitava attorno a Mussolini e ai gerarchi. «Fu come
passare in lavanderia la biancheria sporca sino allora accuratamente
nascosta. Per la prima volta, l’Italia aveva modo di guardarsi allo
specchio, per constatare quanto fosse ammalata», scriverà il collega
Arturo Lanocita.

A seguito della campagna giornalistica le sorelle Claretta e Myriam
Petacci verranno arrestate e incarcerate a Novara. Dopo l’8 settembre
1943 tedeschi e neofascisti e gli danno la caccia, deve lasciare il
giornale e la città. Raggiunge la moglie Ada Sommaruga e la figlia
Maria Giovanna, sfollate a Malnate nel Varesotto. A fine ottobre i
giornali si occupano del suo caso: il «Fascio», in particolare.
Avvertito da amici di essere ricercato, Lanfranchi decide infine di
sparire dalla circolazione.

Inseguito da mandato di cattura del tribunale speciale, si nasconde
a Pombia nel Novarese, presso un amico. Riconosciuto deve lasciare
l’Italia occupata e cerca rifugio in Svizzera. Il 7 marzo 1944, di
notte, clandestino, espatria nella Confederazione dai monti della val
di Muggio con un «habillement d’hiver un un peu usé, avec paletôt de laine gris», come si legge nel verbale della Polizia di frontiera svizzera.


La vicenda svizzera. Dopo i normali controlli a Chiasso e
al campo di raccolta di Bellinzona, è inviato all’ex Casa d’Italia di
Lugano trasformata in campo profughi dove si mette in luce per le doti
di organizzatore ed è nominato capo-campo dal direttore, Antonio
Antognini. Il passaggio continuo di rifugiati con notizie fresche
dall’Italia permette a Lanfranchi di pubblicare sul cattolico «Popolo e
Libertà» la rubrica «Cronache dalla frontiera», riprese da Radio Londra
e da Radio New York. Scriverà:

«La rubrica era nata, si può dire, per germinazione spontanea. Al
campo rifugiati dell’ex Casa d’Italia, a Lugano, che era un campo di
"smistamento", affluivano molti fuorusciti provenienti dai campi di
raccolta e vi sostavano inattesa di una destinazione definitiva. Era
una rotazione continua, per taluni rapida, per altri più lenta. Ogni
nuovo arrivato aveva notizie relativamente fresche da raccontare,
comunque inedite. Si parlava volentieri, nell’ozio delle interminabili
giornate e la sera, al buio. Coricati semisvestiti sui pagliericci
stesi sul nudo pavimento. Affioravano, nei racconti fatti alla buona, e
per ciò scrupolosamente genuini, vicende di grande interesse umano e
politico, di grande valore propagandistico».

Sempre informato, Lanfranchi diventa personaggio interessante specie
per gli esuli. Gli è concesso il permesso di fare ricerche alla
biblioteca di Lugano, sotto la protezione delle autorità. Occasione che
usa per diventare redattore della pagina «L’Italia e il Secondo Risorgimento»,
aperta nel maggio 1944 su «Gazzetta Ticinese» e diretta da Ettore
Janni, altro esule del «Corriere», cui collabora Luigi Einaudi.

Trasferito al «campo cattolico» di Loverciano, aperto nella casa
vescovile, si interessa tramite il coordinatore monsignor Felice
Camponovo per scambi di notizie tra rifugiati, specie i colleghi del
«Corriere» Filippo Sacchi e Luigi Simonazzi, e famiglie in Italia; e
per ricevere informazioni dalla Resistenza. «Tramite i ferrovieri –
ricorda la figlia Maria Giovanna Baldi - arrivavano strisce di carta
velina che consegnavo nel retro di una libreria d’arte sacra e Como… e
ogni lunedì a Malnate ritiravo informazioni di partigiani che poi i
ferrovieri portavano in Svizzera».

Quando, nell’agosto 1944 personalità del mondo cattolico milanese in
esilio – Stefano Jacini, Piero Malvestiti, Giambattista Migliori –
pubblicano nel quotidiano cattolico «Popolo e Libertà» il loro foglio, «Libertà!»,
organo dei democristiani lombardi, diretto da Edoardo Clerici, trovano
in Lanfranchi uno dei più attivi collaboratori. Per «ragioni di salute»
è posto in «libertà» a Lugano-Viganello e lì inizia «un’attività
giornalistica intelligente e discreta a favore della Resistenza».

«Alloggiavo all’Ospedale italiano di Viganello e di là spedivo il
materiale alla tipografia "Grafica S.A." di Bellinzona per la
composizione. Non era facile conciliare gli ardori politici dei
collaboratori della pagine del giovedì, con la necessità di non creare
imbarazzi alla direzione del "Popolo e Libertà" e soprattutto ai capi
del Partito conservatore democratico, di cui il giornale era ed è la
luminosa bandiera, autorevolmente rappresentati nel Governo cantonale.
Dietro le quinte, paternamente severo e trepido, il consigliere agli
stati Antonio Antognini, vigilava affinché non avvenissero deviazioni
che, compromettendo gli ospiti, rendessero difficile la posizione degli
stessi compilatori del foglio; mentre quel dotto giurista ed acutissimo
uomo politico quale è l’on. Giuseppe Lepori stendeva su di noi, senza
nulla lasciar intravedere la sua invisibile mano protettrice…».

Come redattore tiene la rubrica «Documentario partigiano», ventun
articoli di commento a episodi noti o meno della resistenza partigiana
in alta Italia. Le sue inchieste, documentate, sono esposte con
tempestività e pacatezza e soprattutto quelle sui criminali di guerra e
sulla «banda Koch» hanno una grande risonanza anche in Italia e
obbligano persino i neofascisti a liquidare i personaggi più
compromessi. Presto il suo pseudonimo, Il Furiere, diventa popolare fra internati e ticinesi.

Sotto un’altra sigla, Effe Elle, nel settembre 1944 diventa
la voce dell’Ossola partigiana in Svizzera e dopo la caduta della
Giunta provvisoria di governo deplora il mancato intervento degli
Alleati nella zona. Altro pseudonimo è Il pedone che usa nella
nuova rubrica «Corriere Romano» quando da Roma liberata cominciano a
giungere notizie sulla vita della città. Alla vigilia della
liberazione, il 15 aprile 1945, riceve l’autorizzazione di viaggio per
recarsi a Berna alla regia legazione d’Italia: certo per raccogliere
informazioni per le future iniziative come «storico».

Ferruccio Lanfranchi rientra in Italia nel maggio 1945 e riprende il
posto al giornale, dove dal 4 al 14 luglio 1945 pubblica anonimo Le ultime giornate di Mussolini.
Il tema e il personaggio saranno al centro di altre sue inchieste sul
campo, tuttora modello di documentazione scrupolosa. Inizia così sul
«Nuovo Corriere della Sera» la famosa serie sull’«oro di Dongo».
Ricorda ancora la figlia: «Ha rifatto con me il percorso della colonna
di Dongo in incognito, non rivelandosi giornalista… ci spostavamo come
una famigliola in gita, con i nostri panini… Aveva una memoria
spettacolare, ricordava tutto senza prendere appunti».

Dalle inchieste precedenti e da continue indagini ricava due libri di successo, L’inquisizione nera, sulle polizie «speciali» della repubblica di Salò, e La resa degli ottocentomila,
uscito da Rizzoli nel 1948: una ricostruzione dettagliata e affidabile
sui retroscena delle trattative svolte in Svizzera tra autunno 1944 e
primavera 1945 fra diplomatici e militari tedeschi e rappresentanti
degli Alleati per la resa dell’armata hitleriana in nord Italia e per
la salvaguardia degli impianti industriali. Un libro, sottolinea
Gaetano Salvemini, destinato a far testo «ora e per sempre».

«Chi scrive è un giornalista», si legge nella recensione di Indro
Montanelli, «e gli si permetta quindi anzitutto di congratularsi col
collega per l’abilità con cui seppe fiutare la pista dell’avvenimento e
restare sulla sua traccia dal principio alla fine; per la sagacia con
cui seppe guardarvi di dentro e di sotto; per la fiducia che seppe
guadagnarsi presso i protagonisti, i quali finirono per credere al suo
senso di responsabilità e discrezione; per la diligenza con cui seppe
annotare i particolari e ricollegarli fra loro». Montanelli, del resto,
pescherà a piene mani nel lavoro del «collega», attribuendosi i
risultati delle inchieste svolte da Lanfranchi in Svizzera.


Al servizio della professione. Nel 1946 diventa capo dei
servizi della cronaca del «Corriere della Sera», con la qualifica di
redattore capo. Mentre continua nel filone delle indagini sulle vicende
del fascismo e di altre di attualità nazionale, inizia l’attività a
tutela dei giornalisti e della professione di cui è protagonista per il
resto della vita. Direttore dell’organo dei giornalisti lombardi «Il
Giornalismo», sarà inoltre Consigliere delegato dell’Associazione
Lombarda dei Giornalisti, dal 1949 e per vent’anni presidente; membro
del consiglio nazionale della Federazione della Stampa Italiana e della
Commissione unica ministeriale per la tenuta dell’Albo dei giornalisti,
nonché vicepresidente dell’Istituto di Previdenza dei Giornalisti
italiani.

In quegli realizza forse il suo disegno più ambizioso quando nel
1951 fonda a Milano il Circolo della Stampa, che porterà al successo
quale presidente dal 1959 al 1968, dopo Renato Simoni e Arnaldo
Fraccaroli. Si è scritto: «Quasi tutte le maggiori manifestazioni che
in pochissimi anni hanno reso celebre il circolo e lo fa primeggiare
anche tra quelli della Stampa estera, si devono alla genialità di
Ferruccio che vede lontano un miglio e che sa cosa si dovrà fare… nulla
gli sfugge… Il Museo della Scienza e della Tecnica si è fatto perché al
"Corriere" Ferruccio non mollava… La Fiera di Milano… bisogna pensare
al Centro direzionale… Si occupa di troppe cose? Ma dal momento che se
ne occupa e come se ne occupa… il titolo che più gli piace è quello di
maestro del Lavoro. Ferruccio, secondo Orio Vergani, non è visto che da pochi ed è dappertutto: l’uomo invisibile».

All’impresa concorre in maniera decisiva il finanziamento assicurato
da un altro famoso «corrierista», Eugenio Balzan, amministratore della
testata dal 1903 al 1934. La vita di Lanfranchi si è intrecciata a
quella di Balzan dai tempi di Albertini e negli anni difficili del
regime; e ora il vecchio amministratore che vive ritirato in Svizzera
con questo gesto si identifica in Lanfranchi, che certo apprezza per
organizzatore e presidente di enti della carta stampata come lui stesso
è stato anni prima.

Alla sua scomparsa Lanfranchi sollecita l’erede della fortuna
Balzan, la figlia Angela Lina, ad avviare anche un’altra iniziativa a
favore della categoria: il gabinetto medico polispecialistico
dell’Associazione lombarda dei giornalisti intitolato a «Eugenio
Balzan», inaugurato nel 1957 in via Monte Santo a Milano, tuttora
attivissimo. Presidente dal 1964 dell’Associazione Lombarda dei
giornalisti e dell’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani,
Lanfranchi promuove infine la Cooperativa case per i giornalisti in
viale Ferdinando di Savoia 3/5, sempre a Milano.

Questo suo impegno continuo e discreto trova un riconoscimento
pubblico nel 1958 nell’attribuzione della medaglia d’oro con l’effige
di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, per i 35 anni di
attività al «Corriere»; e del premio «Rezzara Pubblicità» per il
«contributo significativo ed esemplare allo sviluppo delle relazioni
pubbliche in tutti i settori e fra tutti i ceti della metropoli
milanese, valorizzando e spesso promuovendo iniziative intese ad
elevare il livello di socialità, di cultura, di educazione civica e ad
intensificare le attività produttive, in vista di una migliore
distribuzione dei beni e di un più diffuso benessere».

Lanfranchi devolve comunque il premio di un milione, già assegnato
anche a Luigi Einaudi e a Orio Vergani, al gabinetto medico
polispecialistico di via Monte Santo. Fra gli altri riconoscimenti, il
diploma di prima classe con medaglia dei benemeriti della cultura, da
maestro del lavoro, grand’ufficiale e cavaliere della gran croce della
Repubblica italiana nel 1959; la commenda dell’ordine di San Gregorio
Magno e altre onorificenze italiane e straniere; il premio per
l’«Intervista alla città», sotto forma di inchiesta, nel 1960. Morto
dopo anni di malattia che l’aveva costretto a ritirarsi, Lanfranchi è
oggi quasi dimenticato. E’ doveroso invece ricordarlo, non solo quale
giornalista ma per aver dato dignità alla professione.


Renata Broggini