La Notte di Nino Nutrizio e i suoi ragazzi (di Michelangelo Bellinetti)

L’edificio
di via Antonio da Recanate 1 (angolo via Vitruvio), già Piazza Duca
d‘Aosta 8/B, dal dicembre 2004 è la sede dell’Ordine dei Giornalisti
della Lombardia. Al primo piano, dove funzionava la tipografia, per
anni, sono stati composti L’Italia, quotidiano della Curia, e poi via via Il Tempo, La Patria, La Notte, L’Avvenire... Gente e Guerrin Sportivo. Il
trasloco avrebbe incuriosito Dino Buzzati che amava la casualità delle
coincidenze dentro le quali credeva forse di poter intravvedere il
disegno d’un destino già scritto.


Gli uffici dell’Ordine della Lombardia
nel palazzo che ospitò famosi giornali

Nel ’53, incominciò una storia destinata a segnare profondamente il giornalismo milanese e non soltanto quello milanese: "La Notte" ebbe vita lunga, spenta soltanto dall’avvento della grande informazione televisiva. Ma, soprattutto, "La Notte" impose un nuovo modo di fare informazione: moderno, veloce, di servizio.


 

Questo trasloco avrebbe incuriosito Dino Buzzati che amava la
casualità delle coincidenze dentro le quali credeva forse di poter
intravvedere il disegno d’un destino già scritto.

Oggi, dove per decenni si sono susseguiti i fervori di tanti
giornali e alzate le speranze di tanti giornalisti, si sono insediati
gli uffici, le segreterie, gli archivi, la biblioteca dell’Ordine di
Milano.

L’Ordine è la regola del nostro mestiere e ne è anche la storia.
Nell’Ordine, per certa parte, vive pure il divenire del nostro
mestiere. Insomma, ora in piazza Duca d’Aosta-angolo via Vitruvio, dove
non tamburellano più le linotype nè girano più le rotative, è arrivato
- come dire? - il precipitato istituzionale del giornalismo milanese.

Il palazzo è il classico palazzo degli anni Quaranta-Cinquanta:
cemento, vetro, alluminio. Probabilmente è stato progettato, nei giorni
della ricostruzione, da un architetto in vena di modernismo. Qualcuno
diceva che il palazzo era un dono dell’ingegner Carlo Pesenti alla
Curia arcivescovile. Un atto di riconoscenza per quanto il cardinale
Schuster s’era prodigato durante la guerra per salvare le aziende del
potente imprenditore bergamasco.

Al primo piano, dove funzionava la tipografia, per anni, notte dopo notte, sono stati composti L’Italia, quotidiano della Curia, e poi via via Il Tempo, La Patria, L’Avvenire
ed altri giornali. Era una tipografia moderna. Contava decine di
linotype che operavano al di là del lungo bancone su cui poggiavano i
telai delle pagine: da un lato del bancone il giornalista, dall’altro i
tipografi impaginatori Rovelli, Cerutti, Lazzaroni. Alle spalle dei
tipografi, il parco delle linotype. In testa a tutto, il proto signor
Pezzotta. Al secondo piano c’era "L’Italia", redazione e
amministrazione.

Nel 1953 al terzo piano del palazzo arrivò "La Notte", nuovo quotidiano del pomeriggio che veniva a misurarsi con il "Corriere d’Informazione" e con il "Corriere Lombardo".
"La Notte", nelle intenzioni dei finanziatori, non doveva avere vita
lunga. La sua esistenza era stata calibrata sull’onda delle strategie
elettorali: una volta chiuse le urne, il giornale avrebbe potuto
chiudere tranquillamente.

Ma le cose non andarono così. Là, in quei giorni del ’53, incominciò
invece una storia destinata a segnare profondamente il giornalismo
milanese e non soltanto quello milanese.

"La Notte" ebbe infatti vita lunga, spenta soltanto dall’avvento
della grande informazione televisiva. Ma, soprattutto, "La Notte"
impose un nuovo modo di fare informazione: moderno, veloce, di
servizio. Un nuovo modo che nasceva dallo spirito con cui Nino Nutrizio, il direttore, caratterizzò fin dall’esordio il rapporto con i lettori, con l’opinione pubblica.

"La Notte" partiva politicamente dichiarata: la sua collocazione era
liberale-conservatrice. Tale linea avrebbe negato a qualunque giornale
il successo diffusionale. Nutrizio ne era consapevole. Perciò, senza
abdicare alle proprie idee, Nutrizio puntò su di una cronaca spinta,
completa, ricca di particolari, di immagini fotografiche, di inchieste.
Puntò poi sullo sport. Milano, capitale del calcio, doveva potersi
ritrovare nell’amore per le sue grandi squadre, il Milan e l’Inter, ma
anche nel tifo per i suoi campioni ciclistici, della box, della
pallacanestro, della scherma, dell’ippica, del nuoto.

Ed ecco, dunque, in quei giorni del 1953 prender vita, nella stanze
del terzo piano del palazzo, le redazioni. Gli arruolamenti venivano
decisi da Nutrizio. Era lui che «intervistava» i giovani volontari. Era
lui che stabiliva la loro sorte. Era lui che indicava la prima
collocazione operativa.

In quel tempo Nutrizio aveva poco più di quarant’anni. Era nato a
Traù, in Dalmazia, nel 1911. Professionalmente era cresciuto come
giornalista sportivo a "Il Popolo d’Italia", diretto da Vito Mussolini.
Scoppiato il secondo conflitto, era diventato inviato di guerra a bordo
del «Pola». Un imbarco sfortunato perché a Capo Matapan l’incrociatore
fu colpito e affondato. Lui venne raccolto da un’unità inglese e finì
prigioniero in India da dove rientrò nel 1946. Nei primi tempi si
guadagnò da vivere facendo il dirigente dell’Inter. Poi ritornò al
giornalismo, divenendo caposervizio sportivo al "Corriere Lombardo".
Era stato là che Pesenti e monsignor Ernesto Pisoni lo avevano
incontrato e gli avevano offerto la direzione di quella nuova avventura
chiamata "La Notte".

Il giornale partì contando su alcuni professionisti di lungo corso
come Marco Moncalvi, Eugenio Ferdinando Palmieri, Marcello Morabito,
Aldo Zerbi e qualche altro. Poi partì contando su di un gruppo di
giovani, galvanizzati dall’idea di giocare una partita che per molti
appariva disperata. Chi erano? Non erano pochi. Alcuni cambiarono
giornale, altri cambiarono addirittura mestiere. Ma molti restarono e
divennero l’ossatura del giornale. I nomi. Mah, è difficile oggi
ricordare con precisione, senza omissioni, il ruolino d’ingaggio.
Certo, si può tentare un appello affidandoci alla memoria.

Dunque, nei primi anni passarono nelle sale della cronaca (seconda
porta a sinistra del corridoio), della provincia (terza porta a
destra),dello sport (quarta porta a destra), degli interni-esteri
(terza porta a sinistra), degli spettacoli (penultima porta a sinistra)
uomini come Camillo Brambilla, Wladimiro Lisiani, Mario Bertoli, Enrico
Crespi, Giulio Bergamo: quadri di un progetto la cui logica
professionale poggiava essenzialmente su di una formula semplice: più
idee e più fatti per un giornale destinato a crescere in un Paese in
crescita.

Ognuno di costoro aveva alle spalle una propria storia ma tutti
avevano una meta comune: vincere la partita che si presentava dura e
difficile. Per questi uomini ai quali non importavano né gli orari né i
riposi, e che incominciavano a lavorare ogni giorno alle 6 del mattino
per chiudere in tre ore e mezza la prima edizione, che poi si
rimettevano al lavoro alle 10 per realizzare l’edizione Borsa delle 14
e che quindi preparavano l’ultima edizione delle 17 e che infine si
rendevano a volte pure disponibili, magari fino alle 20, per le
possibili «ribattute», ebbene per questi giornalisti era sufficiente
l’apprezzamento del direttore, la battuta affettuosa dei colleghi, la
soddisfazione di vedere il giornale sempre più diffuso.

Accanto a loro, alla partenza, c’era pure Enzo Biagi, arrivato là
forse seguendo uno dei suoi maestri al "Carlino" cioè E. Ferdinando
Palmieri. Biagi approdò alla "Notte" come critico cinematografico ma
presto se ne andò. C’era anche Romolo Siena, il quale ad un certo punto
preferì andare a fare la televisione anziché il giornale. E poi Arnaldo
Giuliani, figlio di Sandro, e poi via via entrarono nelle sale di quel
terzo piano Lino Rizzi, Pier Boselli, Natalìa Aspesi, Umberto Panin,
Gigi Speroni, Guido Gerosa, Ugo Pettenghi, Gualtiero Tramballi, Morando
Morandini, Onorato Orsini, Idor Gatti, Carlo Baronj, Franco Damerini,
Enrico Morati, Roberto Renzi, Vittorio Reali, Paolo Carlini, Raffaele
Medetti.

Milano, intanto cresceva, in quegli anni Cinquanta. Era diventata la
capitale morale. Il "boom" economico l’aveva promossa al rango di meta
agognata per tutti coloro che intendevano farsi, come si diceva, una
posizione. Si espandeva, Milano. La città e la sua cintura periferica
erano un cantiere aperto senza soluzione. Il fervore imprenditoriale
dei lombardi garantiva a tutti coloro che avevano buona volontà e
voglia di lavorare un avvenire meno incerto. Milano era tornata ad
essere una delle città europee più attive, maggiormente proiettate
verso il futuro.

"La Notte" era già il giornale di tutti poiché tutti trovavano nelle
sue pagine i fatti e le idee che cercavano. Anche la Sinistra comperava
e leggeva "La Notte" nonostante l’ articolo di fondo dove Nino Nutrizio
quotidianamente ribadiva le sue posizioni che di Sinistra certamente
non erano. Ma il giornale si era arricchito di grandi servizi: dalla
pagina dei cinema con l’innovazione delle palline di gradimento e delle
stelline della critica alla pagina delle grane (un successo personale
di Umberto Panin) alla pagina della Borsa, alla pagina della
televisione, alla pagina della spesa.

La redazione degli spettacoli col tempo finì per costituire il terzo
punto di forza del giornale contando sulle firme di Palmieri per la
critica teatrale con il vice Antonio Pitta, di Alceo Toni per la
critica musicale con il vice Luigino Rossi, di Onorato Orsini per la
critica cinematografica con il vice Valentino De Carlo, di Giuseppe
Barigazzi per le cronache, di Ernesto Baldo per la musica leggera, di
Osvaldo Peretti per il varietà. Per non parlare della redazione
sportiva dove, sotto la guida di Enrico Crespi, scrivevano Decio Silla,
Toni Bellocchio, Romolo Mombelli e poi gli insostituibili collaboratori
Brunello Tanzi, Enrico Marni e Achille Moja. Agli interni-esteri
c’erano tra gli altri Arrigo Galli, Bruno Borlandi, Leone Dogo, Luciano
Ferrari, Giancarlo Meloni, Santi Petringa, Marcello Morabito, Massimo
Infante, Gianluigi Gonano. La redazione romana era tenuta da Ignazio
Contu. Mario Bertoli, chiamato «il maestro», coordinava l’ufficio
provincia con Sandro Ottolenghi, Beppe Botteri, Marzio Bellacci, Guido
Pfeiffer, Gualtiero Conti, Giorgio Cajati e Lucio Simonetta.

Tra il finire degli anni Cinquanta e i primi del Sessanta, la
cronaca raggiunse livelli di presenza e di capacità che nessun
quotidiano milanese aveva fino ad allora mai toccato. Il capocronista
era Camillo Brambilla, vice Ugo Pettenghi, in questura c’era Carlo
Baronj e poi ognuno dei cronisti aveva un proprio compito preciso.

Era una cronaca singolare per la forza d’impegno, per i risultati
che otteneva ed anche per un certo stile comportamentale. Cioè, era una
cronaca un po’ snob, elegantemente snob. Fuori dalla portineria sotto
il portico stazionavano le Mg, le Triumph d’annata dei cronisti più
giovani come Fabio Ravasio, Massimo Cianetti, Florido Borzicchi o di
redattori come Gigi Speroni: giornalisti tutti segnati dal piacere di
vivere in un certo modo il mestiere e la vita portando magari scarpe
inglesi, indossando camicie di Truzzi e frequentando il bar da Mario in
via Montenapoleone.

Ma fuori, sul fatto, i cronisti vestivano i panni del combattente. Bisognava battere la concorrenza, cioè i colleghi dell’<Informazione>, del <Lombardo> e poi anche quelli di <Stasera>.
Batterli significava avere più notizie, fotografie in esclusiva,
interviste uniche. E per batterli si ricorreva ad ogni mezzo, nessuno
escluso. Una volta Ravasio e Cianetti arrivarono perfino a
«sequestrare» per una mattinata intera il vincitore della lotteria di
Capodanno purché non parlasse con nessun cronista dei giornali
concorrenti

Chi c’era in quegli anni Sessanta nel salone della cronaca, seconda
porta a sinistra del corridoio? C’era Gualtiero Tramballi, braccio
destro di Pettenghi, Gianni Randon l’estensore per antonomasia, Mario
Zoppelli, primo della giudiziaria, Nuccio Barbieri per la «borsa della
spesa», Sergio Mariotti per la ferrovia, Vittorio Reali e Erasmo
Buzzacchi per il Comune, Franco Rota per rubriche e lettere, Roberto
Renzi per i carabinieri, Marco Marcello per viabilità e metropolitana,
Cisco Conforti per gli aeroporti, Beppe Stellacci per la nera, Sandro
Sandri per la bianca e, poi, per il pronto impiego e per i «giri»
c’erano Romano Bracalini, Vittorio Zucconi, Paolo Carlini. C’erano poi
Neri Fallani e Botter: il primo grande grafico, il secondo formidabile
vignettista.

Dagli ascensori si entrava e si usciva sempre di corsa in faccia
alle assordanti telescriventi e al grande pannello disegnato da Tinin
Mantegazza dove tutti i «fondatori» erano stati giocosamente
raffigurati.

Sopra, ai piani superiori, erano intanto arrivate le redazioni di <Gente> e del <Guerrin Sportivo>.
Il palazzo di piazza Duca d’Aosta-angolo via Vitruvio diventava il
palazzo dei giornali. Ma per "La Notte", un tempo stava per scadere. La
fusione con il avrebbe portato il giornale in piazza
Cavour. Per Nino Nutrizio sarebbe stato un ritorno nella casa dei suoi
esordi. Per tutti gli altri era invece l’inizio di una nuova fase,
quella segnata dai giovani come Salvatore Scarpino, Vittorio Feltri,
Ettore Botti, Carlo Rossella, Costantino Muscau, Fernando Mezzetti,
Giorgio Carbone e Giangavino Sulas.

Mutavano i nomi ma la cronaca non cambiava.

Antonio da Recanate
Chi era costuì?

Antonio da Recanate era un cronista non nel senso moderno del
termine di redattore dei fatti di cronaca d’un giornale, bensì nel
significato classico d’autore di cronache nell’accezione storico
letteraria della locuzione, un genere corrispondente alle tipiche
narrazioni ed esposizioni dei fatti come usava nel Medioevo. Ed è
proprio a quell’epoca che appartiene il personaggio che dà il nome alla
via dove si è trasferito l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Di
questo cronista si conosce molto poco. Di sicuro egli è vissuto nel
1200. Si sa che scrisse un’opera sulla vita a Milano di quel tempo.
Purtroppo, questa preziosa testimonianza sulla realtà milanese
risalente all’anno milleduecento è andata perduta.

La  sala del Consiglio
dedicata a Nino Nutrizio

Milano, 25 gennaio 2005. Il Consiglio dell’OgL, nella seduta di
ieri, ha deliberato all’unanimità di dedicare la sala, dove si
riunisce, a Nino Nutrizio, il grande giornalista di origine dalmata,
che ha fondato e diretto “La Notte”  per 27 anni (dal 1952 al 1979).
Nutrizio è stato uno dei più prestigiosi inquilini  del Palazzo dei
Giornali di via Antonio da Recanate 1, dove oggi l’Ordine della
Lombardia ha i suoi uffici.

*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*-*

Memoria –  Uno dei più prestigiosi inquilini  del
Palazzo dei Giornali di via Antonio da Recanate fu senza alcun dubbio 
il “mitico” direttore della ” Notte”. 

"Nino Nutrizio, un uomo a caldo in un mondo di  pesci Findus”

Così lo definì Indro Montanelli che di lui apprezzava la
chiarezza. Assunto da Pesenti per fare un giornale che sarebbe dovuto
durare lo spazio d’una campagna elettorale, Nino lo diresse per
ventisette anni, battendo per record di durata la direzione di Luigi
Albertini. Alla guida d’una redazione giovane e motivata, qualificò il
quotidiano con invenzioni che l’hanno connotato significativamente
nella storia della nostra professione. Nonostante la Tv avesse messo in
crisi i fogli  del pomeriggio, quello diretto dal giornalista fu
l’ultimo ad arrendersi. 

di Massimo Emanuelli

Uno dei più prestigiosi inquilini ospitati nel palazzo dei Giornali
di via Antonio da Recanate, fu senza alcun dubbio Nino Nutrizio, il
“mitico” direttore della” Notte”, l’inventore d’una formula
giornalistica che occupa certamente un posto non secondario nella
storia della nostra professione  e non solo a Milano ma nel Paese.

Nutrizio era di Traù (Dalmazia) dov’era nato il 10 febbraio 1911.
Studente di Giurisprudenza  aveva sostenuto  tutti gli esami richiesti
dal corso ma non aveva mai discusso la tesi di laurea. Aveva cominciato
a lavorare a “Secolo XIX”. Successivamente era passato al “Popolo
d’Italia” con la qualifica d’inviato sportivo. Scoppiata la seconda
guerra mondiale, era stato imbarcato come corrispondente
sull’incrociatore Pola, silurato il 27 marzo 1941 nella
battaglia di Capo Matapan. Naufrago come centinaia d'altri marinai,  fu
salvato  dall'equipaggio d'un cacciatorpediniere inglese ed internato
in India dove trascorse ben cinque anni  dal 1941 e il 1946.

Rientrato in Italia nel 1947, divenne direttore tecnico dell’Inter
(a cinquantamila lire mensili), un posto che gli aveva procurato il
giornalista Emilio Colombo. Come  quasi tutti i giovani vissuti nel
ventennio, anche Nutrizio è stato fascista. Ma nel periodo della
tumultuosa confusione che caratterizza il dopoguerra, questa passata
militanza non costituisce in generale una pregiudiziale. A rimetterlo
in carreggiata e a restituirlo alla professione è un antifascista,
Filippo Sacchi, direttore del “Corriere di Milano”, un quotidiano  del
pomeriggio uscito nel 1945 e chiuso 1950. E’ in quel foglio che l’ex
inviato del”Popolo d’Italia” sperimenta la formula del giornale  della
sera, una ricetta che applicherà e aggiornerà quando sarà al timone
della “Notte”.

Intanto, conclusasi l’avventura del “Corriere di Milano”, il
giovanotto rientra nel giornalismo sportivo. Diviene caposervizio al
“Corriere Lombardo” diretto da Benso Fini. L’incarico dura però lo
spazio d’un mattino perché il giornale  entra in crisi. Senza perdersi
d’animo, egli s’industria scrivendo di sport per parecchie testate,
considerandosi un free-lance  ante litteram e usando  proprio il
termine  inglese oggi in voga, ma  che in quel periodo era quasi
sconosciuto.

La svolta nella sua vita professionale giunge agli esordi degli anni
Cinquanta. Nel 1952 l’industriale cementiero Carlo Pesenti decide di
pubblicare un quotidiano del pomeriggio. L’anno successivo sono in
programma le elezioni politiche ed egli è favorevole alla legge
maggioritaria proposta dalla Dc e che le sinistre bollano con il
termine  spregiativo di “legge truffa”. Per trovare il direttore del
nuovo quotidiano, che si prevede debba durare lo spazio del periodo
elettorale, Pesenti mobilita anche don Ernesto Pisoni, direttore del
giornale cattolico “L’Italia”. L’industriale e il sacerdote hanno ben
chiaro in testa l’identikit di colui che deve guidare il foglio: un
giornalista sportivo che non s’interessi di politica, ma si occupi di
Milan, Inter e Juventus. Quanto al resto del contenuto della
pubblicazione (compresa la politica), il quotidiano sarà gestito da
qualcun altro. Quando viene fuori il nome di  Nino Nutrizio quale guida
della “La Notte”, pochissimi sono i colleghi che lo ritengono capace di
guidare un foglio del pomeriggio in una Milano che conta altri giornali
del settore. Ed il  deludente risultato dell’ esordio sembra confermare
quei giudizi caustici: il primo numero, comparso nelle edicole il 7
dicembre 1952, vende mille copie, quasi tutte acquistate da parenti ed
amici del direttore e dei redattori. Nel volgere di pochi mesi la
tendenza muta radicalmente in positivo in capo ad alcuni anni il
giornale tocca il vertice di 250.000 copie quotidiane, delle quali
oltre 80.000 sono vendute soltanto in città.

La bravura di Nutrizio, il lusinghiero risultato delle vendite ma
soprattutto la convergenza dei lettori,  parecchi dei quali abbandonano
gli altri due quotidiani del pomeriggio, “Il Corriere Lombardo” e Il
“Corriere d’Informazione” (edizione del pomeriggio del “Corriere della
Sera”), per acquistare il nuovo foglio, convincono Pesenti a lasciare
in vita il giornale anche dopo le elezioni del 1953.

Il successo che la  ”Notte” riscuote nella difficile piazza di
Milano è dovuto ad alcune novità introdotte da Nutrizio e dai suoi
collaboratori: molte pagine sportive, una cronaca (fatta da giovani)
caratterizzata da una forte grinta, e una novità assoluta per l’Italia:
un’intera pagina dedicata ai programmi dei cinematografi  cittadini
(come allora erano chiamati i cinema), con l’introduzione dei
“pallini”, cioè del gradimento delle pellicole espresso dal pubblico e
della critica. La novità  piace immediatamente alla gente ma irrita non
poco i gestori dei cinema. In passato i critici esprimevano sulle
pellicole i loro giudizi al momento dell’uscita dell’opera.
Successivamente, l’informazione sulla bontà o sulla mediocrità d’un
film era affidata al passaparola di amici e conoscenti. Nella pagina
della “Notte,  la valutazione (buona o cattiva che sia; ma la
mediocrità è di moda anche allora) accompagna come un marchio il
percorso del filmato dalla prima visione fino alla programmazione nei
cinema di periferia.

Nel pubblicare quotidianamente i propri giudizi critici, la “Notte”
diviene una bussola per i lettori. Altre invenzioni vincenti di
Nutrizio sono l’inserimento  nelle pagine del foglio del listino di
borsa e delle ultimissime notizie, in un periodo durante il quale c’è
solo un’edizione al giorno del telegiornale e su un unico canale. Altro
merito del giornalista di Traù  è quello di fare uso d’una titolazione
gridata e di proporre in continuazione servizi per i lettori.

Una delle più radicali innovazioni egli la effettuò su se stesso
trasformandosi da giornalista sportivo in direttore politico e 
scrivendo fondi quotidiani di popolare efficacia, senza strizzatine
d’occhio, accomodamenti o sfumature da  liberale conservatore qual era.
Ottimo artigiano, impaginava spesso il giornale assistito dal redattore
capo. I tempi di lavorazione lo costringevano sovente ad inventare
direttamente sul bancone la titolazione dei pezzi che la redazione
mandava in tipografia  pochi istanti prima della chiusura della prima
pagina.

Questo suo quotidiano impegno, unito al fervore di una redazione
giovane e motivata, fecero della “Notte” il più diffuso quotidiano
milanese del pomeriggio. In pochi anni superò tutti i concorrenti.
L’indubbio successo non lo insuperbì. Anzi. Per rimarcare la casualità 
della sua fortunata carriera, Nutrizio ricordava con orgoglio di essere
stato l’unico direttore assunto con un contratto per un periodo di
prova di tre mesi. Però non dimenticava di aggiungere, con fierezza,
che era rimasto per ventisette anni alla guida della “Notte”. La quale,
il 1° aprile 1966  assorbì il concorrente “Corriere Lombardo”.
Cosicché  Nino si  trovò a coordinare il lavoro di 75 giornalisti.
Alcuni anziani redattori, ormai in pensione, mi hanno ricordato che il
direttore scriveva i suoi editoriali a mano. Quindi li copiava con la
macchina per scrivere al fine d’evitare ai compositori la fatica
“d’interpretare” la sua grafia. La chiarezza dei suoi concetti,
prescindendo dal suo referente politico, era una  qualità non comune
negli editorialisti anche allora. Egli aveva il dono di farsi capire 
dal lettore medio, a qualsiasi schieramento politico questi
appartenesse.

Ed una delle sue maggiori soddisfazioni era quella di sapere che
alla stazione di Lambrate, dove era fitto il movimento dei lavoratori
pendolari, molti dei quali non erano simpatizzanti del partito
Liberale, la “Notte” era in testa alle vendite, e che lui era il
giornalista politico più letto.

Per sminuire il valore di questo primato, alcuni avversari
marchiavano le sue note  come “fondi politici per interisti o
milanisti”. Una definizione che egli giudicava un complimento perché
nel criticare partiti e situazioni aveva trasferito il senso critico,
il linguaggio e la verve del giornalista sportivo che si propone
d’essere capito da tutti.. Confessava: “Se potessi, il mio fondo lo
riscriverei. So che è certamente pieno di  verbi ausiliari: dire, fare,
potere… Ma conosco gente che in sessanta minuti farebbe appena un
capoverso, non tre colonne”.  Aggiungeva: ”E poi la chiave del mio fondo è l’attualità, la tempestività”.

La “”Notte”, giornale moderato, vendeva parecchio anche a Sesto San
Giovanni, la “Stalingrado d’Italia”. Era popolare  pure tra gli operai
dei grandi complessi industriali che sorgevano nell’area nonostante la
posizione di destra del suo direttore. Forse perché giudicavano il suo
direttore un professionista che sosteneva onestamente le sue idee, con
carattere, senza piaggeria verso il potere, e  anche senza paure. Egli
proseguì nella sua linea anche quando le Brigate Rosse cominciarono a
gambizzare e ad uccidere giornalisti e personaggi appartenenti alla
società civile.

Quello praticato da Nutrizio e dai suoi redattori  era un tipo di
giornalismo ricco di  venature romantiche. Quando  attorno a
mezzogiorno uscivano dalla  tipografia le prime copie della “Notte”, 
in via Antonio da Recanate era un rombare di motori: partivano i
portatori in motoretta, e i furgoni diretti ai treni o alle edicole di
periferia. Non erano pochi i lettori   che davanti al chiosco
all’angolo tra la piazza della Stazione e la via Vitruvio, attendevano 
per acquistare il giornale fresco di stampa e per leggere quello che
aveva scritto “el Nutrisio”.

Io stesso, ancora ragazzino, ricordo che nella popolare zona di San
Siro, dove sono nato e cresciuto, ogni pomeriggio verso le 17 i
pensionati e i commercianti aspettavano davanti all’edicola l’arrivo
del furgone con il giornale. Molti di coloro che uscivano dall’ufficio 
ne compravano subito una copia per leggerlo nel tram che li riportava a
casa. Ricordo, ero un bambino, che il 12 dicembre 1969, giorno della
strage di Piazza Fontana, l’edizione straordinaria della “Notte” andò
esaurita in pochi minuti.

Nel suo periodo d’oro, il foglio usciva in tre edizioni, nonostante
uno staff  redazionale piuttosto striminzito. Anche di questo elemento
il direttore andava orgoglioso. Soleva dire: “Coi redattori della
“Notte” si possono fare cinque grandi settimanali, mentre coi redattori
di cinque grandi settimanali non si potrebbe fare la Notte”. Spiegava:“Perché
i redattori dei grandi settimanali si sentono tutti professionisti.
Nessuno di loro accetterebbe di fare il giro telefonico degli ospedali,
di andare ai commissariati, di faticare, di faticare”. Non va
dimenticato che egli fu un talent-scout. Nel suo giornale si formarono
professionisti che poi si affermarono in altre testate.

L’avvento della televisione (soprattutto dei telegiornali)  ed anche
le difficoltà che con il diffondersi della motorizzazione incontravano
i furgoni per raggiungere le edicole della periferia delle grandi
città,  misero in crisi tutti i quotidiani del pomeriggio, e non solo 
quelli italiani. Ad uno ad uno cominciarono a chiudere i battenti. Il
prestigio di Nino Nutrizio, e la credibilità che si era conquistato il 
suo foglio,  ritardarono di molto il sopraggiungere delle difficoltà
per la “Notte”. Ma l’inizio del 1970 fa segnare un’ inarrestabile
emorragia di copie:dalle 250 mila degli anni Sessanta, il giornale  si
riduce a 50.000. Nel gennaio del 1979, dopo ventisette anni
d’ininterrotta direzione (riuscì a battere il record di Luigi Albertini
al “Corriere della Sera”), anche  per Nino Nutrizio suona l’ora della
resa.

Dopo di lui, alla guida della testata  si alterarono Pietro
Giorgianni, Cesare Lanza e Massimo Donelli. Chiuse  i battenti a metà
degli anni ’90. Fu “resuscitato”  nel 1997 ma solo per  pochi mesi.

Quanto al fondatore, egli  lasciò Milano per trasferirsi nella sua
casa fiorentina di Bagno di Ripoli mantenendo rapporti di
collaborazione con alcune testate. Solo negli ultimi tempi, quando si
fece inesorabile il male che lo porterà alla morte, egli rinunciò a
scrivere. Morì a Firenze il 20 aprile 1988. Incisivo il giudizio che
diede di lui Indro Montanelli: “Un uomo a caldo in questo mondo di pesci Findus”.

(da L’opinione della domenica online - Domenica 06/Lunedì 07
luglio 2003 - Anno VIII, numero 153  e domenica 13/lunedì 14 luglio
2003 - Anno VIII, numero 159)