Ha lottato come un leone per difendere la libertà, l'autonomia, l'autorevolezza e il prestigio dell'Istituzione-Corriere


Alberto Cavallari - "Ha lottato come un leone per difendere la libertà,
l'autonomia, l'autorevolezza e il prestigio dell'Istituzione-Corriere
(di Roberto Martinelli)

Tabloid n. 6/2003

Anniversari e Memoria



Raccontava di sé: "Sono un G.L. Cioè Giustizia e
libertà. Più la lezione di Piero Gobetti. Più il Gramsci che piacque a
Gobetti".

Il pomeriggio del 16 ottobre 1978 eravamo seduti, con Lietta
Tornabuoni e Fabrizio De Santis, davanti al televisore dell'ufficio
romano di corrispondenza del Corriere della Sera. Era in corso il
conclave del dopo Papa Luciani, e Alberto Cavallari era a Roma per
seguirne i lavori. Intorno alle 18 la diretta da piazza San Pietro
cominciò ad inquadrare una fumata dal colore incerto, ora chiaro, ora
scuro, poco denso. Ebbi la sensazione netta che di lì a poco sarebbe
stato dato l'annuncio dell'elezione del Papa e forzai le ritrosie di
Lietta e Fabrizio, convincendoli a correre in Piazza San Pietro per
essere in grado di assicurare al giornale una cronaca in diretta.
Alberto mi guardò con qualche sussiego e mi chiese, visto che mi
occupavo di giustizia e non di cose di Chiesa, come mai fossi così
sicuro che quella che a tutti appariva nera, per me fosse invece la
tanto attesa fumata bianca. Risposi che le volute dense e forti della
fumata del mattino avevano voluto dire che le schede delle votazioni
precedenti erano state bruciate perché un accordo di massima era stato
raggiunto. Alberto manifestò con un mugugno la sua perplessità, ma
quando lo speaker annunciò che la fumata era davvero bianca e che il
cardinale polacco Karol Wojtyla era diventato papa, mi strinse la mano.
Poi cominciò a brontolare a bassa voce: "Lo sai che è il primo papa
straniero dopo 455 anni? E poi perché hanno scelto lui, un polacco? Ed
io ora cosa scrivo nel mio editoriale?". Cosi dicendo si chiuse nello studio di rappresentanza e l'indomani il Corriere della Sera
pubblicò il migliore articolo di fondo sull'elezione del primo papa
polacco nella storia della chiesa. Non poteva essere diversamente visto
che l'autore era quel mostro sacro del giornalismo italiano che era
riuscito ad intervistare un pontefice.

Passarono tre anni e la mattina in cui si insediò sulla poltrona di
Albertini, in via Solferino, mi telefonò per dirmi che aveva appena
stracciato la lettera delle mie dimissioni da capo dell'ufficio di
corrispondenza del Corriere che la segreteria gli aveva consegnato.
Aggiunse, con una punta di ironia, che tutti gli altri quadri del
giornale si erano ben guardati dal compiere un gesto che dovrebbe
rientrare nella norma ad ogni mutamento di vertice in un giornale.
Cominciò così quella splendida, irripetibile avventura vissuta al
fianco di un uomo che ha lottato come un leone per difendere la libertà
l'autonomia, l'autorevolezza e il prestigio dell'Istituzione-Corriere.
Fu una lotta durata tre anni esatti, da quando il presidente della
Repubblica Sandro Pertini gli impose di accettare la nomina minacciando
di dargli del vigliacco se non l'avesse fatto. Alberto era dubbioso,
perché sapeva che sarebbe stata un'impresa disperata. Alla fine si
convinse con un unico obiettivo in mente: che il Corriere potesse
restare patrimonio della collettività nazionale e che gli fosse
risparmiata l'umiliazione di venir disperso e lottizzato come si stava
tentando di fare in quegli anni dai potentati politico-economici
impegnati nella ristrutturazione degli assetti editoriali del nostro
paese. Era passato solo un mese dalla famosa notte del 20 maggio 1981
quando, dopo tanti tentennamenti, il governo decise di rendere note le
"Liste della P2". L'annuncio fu dato di sera, ma dopo qualche minuto le
fotocopiatrici della sala stampa di Palazzo Chigi andarono in tilt e si
corse il pericolo di rinviare ancora di un giorno la pubblicazione di
quegli elenchi. L'ufficio romano del Corriere della Sera era in
via del Parlamento nel palazzo adiacente a quello della Presidenza del
Consiglio. Chiamai la sala stampa e dissi che le nostre fotocopiatrici
erano a disposizione dei colleghi degli altri giornali. Fu così che,
grazie al Corriere, il cui vertice aziendale compariva per intero in
quella lista, l'Italia conobbe finalmente i nomi dei 962 affiliati alla
loggia segreta di Licio Gelli. Alberto era ancora a Parigi e la sua
nomina a Direttore era ancora nella mente di Dio. Ma il suo destino si
compì proprio quella sera senza che lui lo sapesse.

L’indomani Franco Di Bella mise a disposizione il suo mandato e si
aprì la breve ma intensa guerra di successione. E' in questo scenario,
con il peso di una lacerante questione morale aggravato da una
incombente catastrofe economica, che Alberto Cavallari assume la
direzione del "suo" Corriere. E già nel primo editoriale indica con
estrema chiarezza la linea alla quale ispirerà il suo lavoro: difendere
tutte le libertà e tutti i diritti, tutelare le minoranze, non
discriminare nessuno. Insomma: tenere la bussola sulla Costituzione,
così che il Corriere sia una . La redazione gli
vota la fiducia, ma i giornali concorrenti ironizzano sulle garanzie
date al direttore. Comincia un triennio di poco nobile cannibalismo. In
via Solferino parecchi giornalisti non reagiscono, tacciono, forse
aspettano qualche segnale. La non belligeranza dura poco, cominciano le
prese di distanze, le polemiche, le liti e persino il rifiuto di
aiutare il nuovo direttore a tirare fuori dal guado il giornale.
Saltano le regole, anche quelle del più elementare fair play. Alberto
mi dice di salire a Milano e mi chiede di fargli da vice. La mia nomina
suscita qualche malumore ma la redazione finisce per accettarla. La
tregua, se così si può chiamare la parentesi di quei pochi giorni,
finisce presto. Qualcuno mette in giro le voci, false, che Cavallari fa
il gioco del PCI. Mentre, invece, comunista non è mai stato. Raccontava
di sé: .
Era tutto vero e spesso si lasciava andare agli antichi ricordi di
quando giovane era una staffetta degli uomini di Giustizia e Libertà.
Alcune firme prestigiose, come quelle di Franco Reviglio e Lucio
Colletti, lasciano. Ma arrivano altri collaboratori di rango, amici di
Alberto, ad esempio Fernand Braudel, Leonardo Sciascia, Franco Fortini.
Mentre Cesare Merzagora e Leo Valiani danno la linea politica. Ma la
stagione dei veleni sembra non finir mai: Roberto Calvi viene trovato
impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Angelo Rizzoli e
Bruno Tassan Din, privati del passaporto e poi arrestati. Insomma: lo
scandalo travolge azionisti e management del Gruppo editoriale, mentre
ormai precipita la crisi finanziaria. Arriva l'amministrazione
controllata, si parla di fallimento dell'azienda, poi la situazione
migliora, ma l'assedio delle forze politiche che vogliono impossessarsi
del Corriere continua, e si fa anzi più duro. C'è chi vorrebbe . Altri ipotizzano una soluzione , cioè lottizzatoria. Intorno al si
muovono forze palesi e occulte. Qualcuno osa addirittura di accusare
Cavallari di essere stato cooptato al vertice di via Solferino da Gelli
e Ortolani. Il direttore replica con due articoli di fondo in cui
scrive che preferisce i carabinieri ai ladri. Seguono due querele e una
condanna che gli avvenimenti che poi hanno scandito la storia del
nostro paese cancellerà e ridicolizzerà in maniera esemplare. E,
ancora, molti mesi prima della scadenza del suo mandato, la "proprietà"
di fatto tenta di delegittimarlo indicando i nomi dei possibili
successori di Alberto.

Fu così che arrivammo alla sera del 18 giugno 1984. Era passata da
poco la mezzanotte quando Alberto lasciò via Solferino per l'ultima
volta. Scese nel cortile, salutò il suo autista e mi chiese un
passaggio sulla mia auto che quella sera per la prima volta avevo
posteggiato accanto ai garage. Lui non era più direttore ed io, a sua
insaputa, avevo lasciato in segreteria, la mia lettera di dimissioni da
vice. Sapevo che mi aspettava una serata nerissima. Alberto era di
umore pessimo, peggiore di quello di tutte le altre sere passate
insieme alla "Libera", il ristorante dove, spizzicando qualcosa,
bruciava il quarto pacchetto di sigarette della giornata. Alla rabbia
di sapere che già l'indomani il Corriere rischiava di diventare
terra di conquista da parte delle lobbies che da anni se ne
contendevano il controllo, si aggiungeva il dolore di lasciarsi alle
spalle quella che per trent'anni era stata la sua seconda
casa.Tangentopoli e Mani Pulite erano ancora di là da venire, ma
Alberto aveva già previsto che prima a dopo il bubbone sarebbe
scoppiato.

Quella notte al ristorante trovammo ad aspettarci i colleghi che
durante l'assedio di via Solferino ci avevano aiutato a mandare ogni
mattina in edicola un giornale pulito, libero, rispettoso della verità,
non condizionato dal clima di ricatti, di intimidazioni, di vere e
proprie minacce che aveva regnato durante i tre anni della sua
direzione. Fu la cena dell'addio e dei rimpianti,della commozione e
degli abbracci. E, soprattutto dei ricordi e della soddisfazione di
aver spesso, senza averne i mezzi, bruciato gli altri giornali in
occasione di avvenimenti che hanno segnato la storia di quegli anni. A
cominciare dalla morte di Enrico Berlinguer, quando un picchetto del
consiglio di fabbrica presidiò il bancone della prima pagina per
verificare spazio, titolo e sommario che la direzione decideva di dare
all'evento via via che nella notte giungevano notizie sulle condizioni
del segretario del PCI. E poi, ancora l'eruzione dell'Etna, l'attentato
al generale Dalla Chiesa, la morte di Grace di Monaco, e i tanti
avvenimenti sui quali il Corriere difese con le unghie il suo primato
che la concorrenza non riuscì mai ad intaccare .A notte fonda ci
salutammo e, abbracciando uno ad uno i suoi più stretti collaboratori,
Alberto piangeva come un bambino. Questo era l'uomo, il burbero,il
lunatico, l'umorale, il ribelle, l'iroso come lo hanno raffigurato i
suoi nemici. I quali, tutti però, gli hanno riconosciuto di essere
stato uno dei più grandi giornalisti italiani, un uomo di eccezionale
cultura, l'osservatore forse più acuto e disincantato dei nostri tempi.

Dopo quella sera ho rivisto Alberto altre volte. Non tante quanto,
forse, entrambi avremmo voluto per dirci cosa pensavamo di come fosse
cambiato il panorama dell'informazione nel nostro paese e di come è
difficile fare giornalismo dopo che la politica aveva decretato la
morte di quella che un tempo veniva definitiva l'editoria pura. Era
questo un tema che gli stava particolarmente a cuore e sul quale aveva
tenuto splendide lezioni all'Universitè Paris 2 raccolte nel volume "La fabbrica del presente".
Un libro che ogni giornalista dovrebbe avere sulla sua scrivania e
meditare sulle conclusioni alle quali Alberto giunge quando dice che la
libertà di stampa come la giustizia sarà pure un’utopia, ma questo non
è un buon motivo per non pensarla, cercarla, desiderarla.

A Parigi ci siamo rivisti per l'ultima volta nella sua casa di
fronte alla Tour Eiffel. E anche lì abbiamo fatto i discorsi di sempre,
su quegli anni difficili, sull'inchiostro che scarseggiava, sulla carta
che mancava, sulle"rose" dei nuovi direttori designati sei mesi prima
della scadenza del suo mandato. E poi sui ricordi ancora nitidi di
quando lo accompagnai al Quirinale per ricevere da Sandro Pertini l'
di dirigere il Corriere. Era il 13dicembre del 1997, cenammo a casa con
Marisa, sua moglie. La sera dopo ci ritrovammo ancora in un ristorante
di Montmartre. Mi domandò se fosse giuridicamente possibile chiedere ed
ottenere, alla luce di Tangentopoli, la revisione di quel processo e di
quella condanna , ingiusta ed umiliante, che la storia aveva cancellato
e che gli era stata inflitta solo per aver scritto che il "suo"
Corriere preferiva i carabinieri ai ladri. Gli risposi di sì sapendo di
mentire.