Don Davide Albertario, il prete/giornalista della Milano fine Ottocento che impugnava la penna come una spada.


Don Davide Albertario, il prete/giornalista della Milano fine Ottocento
che impugnava la penna come una spada. (di Giacomo de Antonellis) 

Tabloid n. 1/2003

Ricordando don Davide Albertario (Filighera 1846 - Carenno 1902)

Campione del giornalismo cattolico. Ecco una definizione ricorrente
per don Davide Albertario, prete e scrittore di eccezionale forza
polemica che ha caratterizzato la Milano di fine Ottocento. Alto,
grosso, collo taurino, voce rombante, piglio deciso: era un tipo che
lasciava il segno ovunque si trovasse, sollevando ammirazione e nello
stesso tempo attirandosi mille critiche e tanta invidia. Aveva un
nemico preciso da combattere: il liberalismo anticlericale e il
conformismo dei docenti che avevano preso piede con l’avanzare della
"sabaudizzazione" in tutta la penisola. Ritenendosi investito dalla
missione di salvaguardare il carattere religioso del popolo, non ci
pensava due volte a lanciare messaggi all’interno e all’esterno del
mondo cattolico. Ecco un suo celebre passo: "Noi giornalisti siamo come
cani che abbaiano nel cortile, anche se il padrone, levandosi in mal
umore, ci ricompensa col bastone e non riconosce il nostro servizio".
L’allusione era diretta proprio all’arcivescovo milanese, Luigi Nazari
di Calabiana, che guardava con simpatia al nuovo Regno (di cui era
senatore e dal quale era stato gratificato con il Collare
dell’Annunziata).

Sempre in battaglia, dunque, sul campo della stampa utilizzando il
quotidiano portavoce degli "intransigenti" di Milano che si intitolava L’Osservatore Cattolico.
Incitava a più riprese: coraggio, o cattolici! E diffondeva con vigore
l’appello per la difesa del pontefice dai nemici della religione e per
la "lotta fra la verità e l’errore". Una posizione alla Oriana Fallaci,
preoccupato dagli eventi, forte nelle espressioni, accorato nella
visione dei tempi ("La Chiesa non può perire; l navicella di Pietro
galleggerà sempre..."), aperto e appassionato nelle conclusioni
("Coraggio, dunque, o cattolici nel nome del Signore colle armi della
giustizia a destra ed a sinistra").

Il suo modo di proclamare la fede rispecchiava non soltanto gli
aspri contrasti esistenti nello stesso schieramento cattolico per la
interpretazione dell’assetto politico-religioso nell’Italia
postunitaria: da una parte gli intransigenti per la tutela del papato,
dall’altra i conciliatoristi alla ricerca di rapporti normali tra Stato
e Chiesa. La disputa infiammava soprattutto le nuove generazioni e in
particolare il giovane clero. Nelle università e nei seminari il
dibattito coinvolgeva tutti, docenti e allievi. Nessuna meraviglia,
quindi, se uno studente in teologia dalla parola brillante e dalla
penna scorrevole si andava forgiando ad una perentoria intransigenza.
Davide Albertario era un giovanotto di soli 18 anni che, avendo
concluso gli studi nei seminari di San Pietro martire e di Monza, per
la sua ottima preparazione veniva avviato all’Università Gregoriana di
Roma ove si addottorava in teologia nel 1868. L’anno successivo a
Milano faceva il passo decisivo prendendo i voti sacerdotali. Grande
era la soddisfazione dei superiori e immensa la gioia dei genitori
Paolo e Marianna Bianchi e di tredici tra fratelli e sorelle: una
famiglia di agricoltori che abitava in una cascina di Filighera presso
Pavia dove egli era nato il 16 febbraio 1846.

Diventava sacerdote ma la autentica vocazione era quella del
giornalista, e lo poteva dimostrare in pieno entrando nella redazione
de L’Osservatore Cattolico. Polemista arguto - per riprendere
una locuzione del nipote don Giuseppe Pecora, suo biografo - egli
adoperava "la penna come una spada... rovesciando sul nitore della
carta una valanga di periodi scaturiti dalla mente come lava
vulcanica". Moderno don Chisciotte, quando decideva di attaccare,
menava fendenti ad occhi chiusi ritenendosi davvero portatore esclusivo
di verità. E credendo fermamente a questa sua missione sarebbe andato
avanti per tutta la vita, come un ciclone. Persino in punta di morte,
nel romitaggio di Carenno sopra Lecco, l’Albertario confessava al
giovane don Ernesto Vercesi, altra validissima firma: "Io amo il
giornalismo cattolico; esso è un inno quotidiano di gloria a Dio, di
omaggio alla verità, di elevazioni nobilissime. Con il giornalismo
cattolico si serve alla religione, alla patria, al Papa, si difendono
la giustizia e l’innocenza che spesso non altrimenti possono
difendersi, si sventano le malignità dei tristi, si pongono in guardia
i buoni, si istruisce, si educa, si illumina, si compie l’apostolato
cristiano in una forma geniale ed efficacissima, si esercitano le
facoltà letterarie nella maniera più utile"

Prima di essere giornalista, tuttavia, don Davide si sentiva prete.
Impegnato in un ambito specifico di apostolato ma sempre con
l’obiettivo di adempiere alle funzioni sacerdotali e di testimoniare la
fede cristiana attraverso una sofferta obbedienza alla Chiesa - "col
Papa e per il Papa" era il suo motto - che più volte lo poneva in
contrasto con la gerarchia, subendo giudizi e sanzioni che forse non
meritava.

Per le sue idee, per la sua ostinatezza, si scontrava in
continuazione con tutti, superiori e avversari, finendo in numerose
occasioni nelle aule giudiziarie. Ecco alcune disavventure clamorose:
nel 1878 rimproverato dall’arcivescovo Calabiana per i suoi commenti
alla morte di Vittorio Emanuele II; nel 1881 sottoposto a processo
presso il Tribunale ecclesiastico di Pavia per una questione di dignità
sacerdotale; nel 1882 chiamato a discolparsi davanti alla Curia di
Milano con l’accusa di non avere osservato il digiuno prima della
messa; nel 1887 per una causa di diffamazione intentatagli dal
conciliatorista dal notissimo geologo, autore de "Il Bel Paese", cioè
l’abate Antonio Stoppani. Da tutte queste circostanze usciva indenne ma
con l’animo affranto perché in ogni vertenza (peraltro risultate sempre
artificiose) affiorava lo stato di malessere che le sue polemiche
giornalistiche diffondevano nell’ambiente gerarchico: in particolare i
superiori - oltre al Calabiana anche vescovi di ampie vedute quali
Geremia Bonomelli di Cremona e Giovanni Battista Scalabrini di
Piacenza, tutti favorevoli al superamento del dissidio tra Stato e
Chiesa - non potevano tollerare critiche e intromissioni al loro
operato. Esaminiamo da vicino i singoli episodi.

Al decesso del Re "padre della Patria", il 9 gennaio 1878, don
Davide firmava un articolo di fuoco: "Proclamò in un pubblico discorso:
A Roma siamo, a Roma resteremo! Dio ne confermò la parola e Vittorio
Emanuele è là cadavere sotto le volte di una stanza pontificia. Non è
la decantata la bonomia del morto che deve velarci il criterio nel
giudicare rettamente di lui quand’era vivo. Dio giudica per la vita
futura, noi giudichiamo la terrena..." L’arcivescovo, peraltro
insignito della dignità di senatore dal sovrano sabaudo, non poteva
tollerare tali parole. Convocati i responsabili del giornale, Masseroni
e Albertario, intimava lo scioglimento della redazione e
l’allontanamento del giornalista dalla diocesi. Don Davide rispondeva
alla sua maniera recandosi a Roma e bussando alle porte giuste: di lì a
poco Pio IX emanava un "Breve" con le lodi al quotidiano e al suo
programma di promozione tra i giovani e i lavoratori (la scomparsa del
pontefice e l’elezione di Leone XIII creavano però un clima diverso, e
la Santa Sede disponeva una commissione di controllo sulla stampa
cattolica milanese).

Nel 1881 l’Albertario veniva convocato a Pavia dal Tribunale
ecclesiastico di quella diocesi: lo accusavano di aver avuto rapporti
con una donna, parente del parroco di Viadana, località ove egli aveva
predicato l’anno prima per quattro giorni in occasione dell’Ascensione.
Il sacerdote doveva difendersi con ogni sua energia uscendo dall’aula a
testa alta, con la piena assoluzione, ma con l’animo avvilito dalle
ricorrenti maldicenze.

Un anno più tardi, altre voci calunniose lo portavano a discolparsi
ancora, questa volta a Milano, per un’insinuazione incredibile: aver
ostentatamente frequentato un "caffè" ove avrebbe consumato una
cioccolata calda (secondo altri, un cappuccino con brioche) prima di
celebrare la messa, rompendo il digiuno prima della comunione, e di
conseguenza sospeso a divinis. La diatriba finiva come doveva,
nel nulla ma dopo una lunghissima attesa perché soltanto nel 1885 la
Sacra Congregazione del Concilio lo riconosceva innocente. A margine di
tale incidente, però, aveva preso consistenza l’avversione della Curia
nei confronti de L’Osservatore Cattolico di cui l’Albertario era direttore dal 1° gennaio 1873 assieme ad altre testate fiancheggiatrici come Il Popolo Cattolico settimanale per le famiglie, La Scuola Cattolica rivista di approfondimento, Il Leonardo da Vinci quindicinale illustrato. Come "azienda" il gruppo che aveva sede in Via della Passarella 2 godeva ottima salute.

Nel frattempo le autorità ecclesiastiche si erano nuovamente rivolte
alla Segreteria di Stato vaticana per segnalare l’atteggiamento
irriguardoso del giornale. Monsignore Bonomelli, in particolare,
lamentava: esso "sparge diffidenze pericolose con arte sottile e ispira
nei sacerdoti lettori il disprezzo dei vescovi, li riempie d’orgoglio,
li rende intolleranti, fieri, rissosi". A questo punto, non potendo
ignorare il ricorso ormai di dominio pubblico, la Santa Sede ordinava a
don Davide di "recarsi a Napoli per tenere un corso di prediche": in
esilio il giornalista restava per circa un anno, ospite del giovane
amico marchese Gaetano de Felice che dirigeva a sua volta La Libertà, testata cattolica con programmi simili a quelli dell’Albertario.

L’ultima vicenda giudiziaria sembrava determinante per la vita del
quotidiano intransigente che aveva più volte attaccato l’abate Stoppani
grande sostenitore del "liberale" Antonio Rosmini. La sentenza di
questo processo civile - 11 luglio 1887 - condannava i responsabili de L’Osservatore Cattolico a
pesanti pene pecuniarie, circa 44mila lire, che mettevano a repentaglio
la possibilità di proseguire la stampa del quotidiano: soltanto una
pubblica colletta riusciva a sanare il pegno. Un’autentica vita di
affanni. Non a caso, all’indomani della morte, Il Resegone di
Lecco doveva commentare: "Tutto ei provò. Calunnie mostruose, guerre
fratricide, processi, attentati alla sua vita, esiglio, prigione..."

Le cose, intanto, prendeva una piega più adatta al suo carattere. Il
Vaticano, svanita ogni possibilità di conciliazione con lo Stato
italiano, bloccava le tesi rosminiane e guardare con rinnovata simpatia
verso gli ambienti intransigenti. Così don Davide poteva festeggiare il
suo giubileo sacerdotale e giornalistico, il 18 ottobre 1894, in mezzo
a un tripudio di amici che gli confezionavano un numero speciale del
quotidiano dedicato alle sue battaglie. Con l’avanzare degli anni il
tono degli scritti assumeva qualche attenuazione e soprattutto
l’intransigenza si andava modificando in attenzione nei confronti delle
classi più deboli della società. Intanto, il 15 maggio 1891, Leone XIII
aveva emanata l’enciclica Rerum novarum che apriva
straordinarie prospettive per la dottrina sociale della Chiesa.
Lasciate alle spalle le grane giudiziarie e abbandonate le vecchie
polemiche interne al mondo cattolico, don Davide tornava ad essere
stella di prima grandezza: la sua penna lavorava soprattutto per farsi
paladino delle condizioni popolari. Memorabile appariva un articolo
antiliberale del 25 ottobre 1893 dal titolo: "La democrazia deve essere
cristiana o non essere". Scriveva l’Albertario: "La democrazia non è se
non la sacrosanta ragione che ha il popolo, cioè tutti gli uomini uno
ad uno, di essere governato con ragione di parità umana a norma di
giustizia, di diritto, di equità e di carità... la democrazia non è
livellazione... gli elementi di questa democrazia sono agenti nella
comune originaria sfera della ragione della parità umana... ora, se non
è il principio cristiano dove troveremo noi questa comune originaria
sfera?"

La bufera si ripresentava nel 1898, in quel fatidico maggio che
vedeva Milano in subbuglio, con la gente affamata sulle barricate, con
lo stato di assedio decretato dal governo del narchese Antonio Starabba
di Rudinì (Starabba-Barabba, diceva don Davide giocando sull’assonanza
dei nomi) e con l’intervento militare del generale Fiorenzo Bava
Beccaris. Un momento tristissimo. Il prezzo del pane - elemento
primario per l’alimentazione dell’epoca - saliva da 42 a 48 centesimi.
I salari crollavano e la disoccupazione cresceva. Con amarezza
l’Albertario denunciava la repressione: "Canaglie, il popolo chiede
pane e voi gli date piombo!" E ancora: "La ragione dei tumulti è nella
miseria... non riteniamo che si possa chiamare rivoluzione la protesta
dello stomaco... ai cattolici spetta preparasi per l’avvenire onde
salvare il paese che dal liberalismo è spinto alla rovina". La reazione
non tardava. Una squadra di carabinieri andava a prelevare il sacerdote
nella casa paterna di Filighera, lo ammanettava e lo trasferiva prima a
Belgioioso quindi a Milano. Al processo del Tribunale militare riunito
nel Castello Sforzesco si trovava con una eterogenea compagina: i
giornalisti "laici" Carlo Romussi direttore de Il Secolo, Gustavo Chiesi direttore de L’Italia del popolo
e Paolino Valera scrittore dello stesso giornale; i socialisti
Costantino Lazzari, Achille Ghiglione, Giovanni Battista Suzzani e Anna
Kuliscioff, tutte firme dell’Avanti! E de La Critica sociale;
il repubblicano Bortolo Federici; gli anarchici Alfredo Gabrielli e
Domenico Baldini e altri 680 coimputati. Persino il deputato socialista
Filippo Turati, peraltro estraneo ai fatti trovandosi a Roma, veniva
coinvolto con l’accusa di istigazione. Durante gli scontri ottanta
persone avevano perso la vita, cinquecento erano stati i feriti. Le
condanne - emesse il 23 giugno 1898 - sommavano a 1390 anni di
reclusione, 307 di sorveglianza e multe per circa 34mila lire.
All’Albertario (pena carceraria di 3 anni e mille lire di multa) si
imputava di aver seminato odio di classe fra contadini e padroni
"distogliendo buona parte del clero da quell’opera di pacificazione che
per la sua missione sarebbe destinato a compiere, con articoli
violenti". Non venivano prese in considerazione neppure le
testimonianze del Questore di Milano sull’assoluta estraneità ai
tumulti del "partito clericale"., del vescovo ausiliare monsignore
Angelo Maria Meraviglia Mantegazza e del sociologo Giuseppe Toniolo
accorso espressamente dall’Università di Pisa.

Le porte del reclusorio di Finalborgo, presso Savona, si aprivano ai
condannati: così don Davide diventava il carcerato numero 2557. Nello
squallore del carcere, però, era rispettato da tutti, credenti e non
credenti. "Con i colleghi, quantunque diviso di opinioni, mi trovo
bene. Ci si fa buona compagnia", commentava con la sua consueta ironia.
Nella prigione poteva ricevere poche visite (particolarmente gradita
quella del lecchese Giuseppe Salvatore Scatti, appena nominato vescovo
di Savona e Noli) ma tante lettere e attestati tra cui una medaglia
d’oro da parte del pontefice. Lo affliggeva molto il divieto di
celebrare messa: per fortuna il cappellano della prigione lo avvicinava
almeno tre volte la settimana per portargli la Comunione. Un condono
generalizzato - evento frequente nella vita sociale dell’Italia unita -
riduceva l’effettiva detenzione a un solo anno.

Don Davide Albertario tornava alla libertà ma con le membra ormai
fiaccate. Stanco e sofferente, egli sentiva di non avere sufficienti
forze per continuare le sue battaglie. Durante tanti anni di mestiere
aveva forgiato una lunga schiera di allievi, preparandoli al
giornalismo come fossero a scuola: nomi destinati a diventare notissimi
negli ambienti della stampa cattolica milanese, come Paolo Arcari,
Angelo Mauri, Filippo Meda, Giuseppe Molteni, Lodovico Necchi, Ernesto
Vercesi. Aveva raggiunto i 56 anni ma fisicamente sembrava assai più
vecchio. Lo spirito però non demordeva e si rifugiava nella sfera
intimistica, dedicandosi alle sue memorie e alla preghiera. Negli
ultimi giorni, rifugiatosi a Carenno sulla montagna di Lecco ove
sperava di recuperare salute dalla dolorosa cirrosi epatica che
l’affliggeva, si dedicava soltanto alle incombenze del proprio stato
sacerdotale: adempiva agli uffici religiosi, frequentava la parrocchia
nonostante ben due chilometri da fare a piedi, leggeva il breviario,
parlava con i contadini, riceveva gli amici, distribuiva consigli a
tutti. Il 21 settembre 1902, ricevuto il viatico, sussurrava una breve
invocazione - "Signore, vi ringrazio che mi fate forte anche in questo
estremo momento" - e dopo pochi istanti spirava.

Bibliografia

Filippo Meda (Rerum Scriptor), Davide Albertario, Società editrice Lombarda, Milano 1923
Ernesto Vercesi, Don Davide Albertario, Opera cardinal Ferrari, Milano 1923
Giuseppe Pecora, Don Davide Albertario campione del giornalismo cattolico, Società editrice internazionale, Torino 1934
Angelo Novelli, Intorno ad una "Vita" di don Davide Albertario, La scuola cattolica, Milano 1935
Fausto Fonzi, Don Davide Albertario, realtà e mito, Quaderni di cultura e storia sociale, Roma 1954
Franco Nasi, 100 anni di quotidiani milanesi, Quaderni della "Città di Milano", Milano 1957
Faustino Gianani, Don Davide Albertario, quaderno de "Il Popolo Lombardo", Milano 1967
Angelo Majo, La stampa quotidiana cattolica milanese (1860-1912) mezzo secolo di contrasti, Archivio ambrosiano, Milano 1972
Virginio Rognoni, Angelo Majo, Giorgio Rumi, Davide Albertario giornalista, Nuove edizioni Duomo, Milano 1981
Dizionario storico del Movimento Cattolico, volume II, voce "Albertario Davide" (redatta da Alfredo Canavero), Casa editrice Marietti, Casale Monferrato 1982
Giacomo Scanzi, Milano intransigente, Nuove edizioni Duomo, Milano 1986
Giacomo de Antonellis, Questo prete è un ciclone, Quaderni di Jesus, Milano 1987
Angelo Majo, Storia della stampa cattolica in Italia, Nuove edizioni Duomo, Milano 1987
Alfredo Canavero, Albertario e "L’Osservatore Cattolico", Edizioni Studium, Roma 1988
Angelo Majo, La stampa cattolica in Italia. Storia e documentazione, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 1992
Dizionario della stampa cattolica ambrosiana,
voci "Albertario Davide" (redatta da Angelo Majo) e "L’Osservatore
Cattolico" (Natal Mario Lugaro), Nuove edizioni Duomo, Milano 1998


Cosa significava "intransigentismo"
Quando don Davide
Albertario viene definito in termini politici si parla di
"intransigente". Ma che cosa rappresentava ai suoi tempi questa
posizione? Sui vocabolari si legge che questo aggettivo caratterizza
colui che si mantiene irremovibile nelle proprie idee senza ammettere
che altri possa pensare in modo diverso. Insomma, è una persona che si
dimostra contrario ad ogni compromesso e quindi non transige in nessun
caso. Passando all’aspetto pratico, dopo il 1860, e vieppiù con la
presa di Roma nel 1870, i cattolici italiani adottavano due tendenze:
da una parte i fautori dell’unità nazionale che ritenevano superato il
potere temporale del Papa e chiedevano di "conciliare" le ragioni della
Chiesa con quelle dello Stato, dall’altra coloro che rifiutavano
l’abbattimento del potestà politica della Santa Sede ritenendolo
ingiurioso nei confronti del pontefice e della stessa religione
cattolica: costoro erano appunto "intransigenti" fino all’estremo e lo
sarebbero stati per alcuni decenni fino alla caduta del non expedit e
all’ingresso effettivo dei credenti nella vita politica italiana, prima
nelle amministrazioni locali e successivamente al Parlamento nazionale.


Una mostra-convegno a Filighera per ricordare il prete giornalista
Il
paese natio di don Davide ha ricordato il centenario della morte del
suo illustre figlio con una mostra (17-24 novembre 2002) e un
convegno.(domenica 24 novembre) sulla "Rilevanza storica del pensiero e
dell’opera" del personaggio. Vi hanno partecipato: Giancarlo Ranzini
sindaco di Filighera e Silvio Beretta presidente della Provincia di
Pavia; Edoardo Bressan, Vittorio Poma e Giorgio Rumi docenti
universitari, don Vincenzo Migliavacca direttore del settimanale Il Ticino, Ugolino Giugni del Centro studi Albertario, e Giulio Giuzzi vicedirettore de Il Giorno.
Nella sala del consiglio comunale sono stati esposti documenti
originali, giornali dell’epoca, tanti libri e la recuperata poltrana da
direttore de L’Osservatore Cattolico. Nel corso della mostra è
stato anche proiettato lo sceneggiato televisivo "1898, processo a don
Albertario" realizzato dal regista Leandro Castellani per la Rai-Tv
(che, ovviamente, dopo la messa in onda nel 1967 non l’ha più
riproposto). Alle varie manifestazioni hanno preso parte anche alcuni
parenti di don Davide. Per il futuro il Comune di Filighera si
ripropone di risanare il casolare della famiglia, attualmente
abbandonato, per crearvi un centro studi e di allestire una mostra
permanente sul prete giornalista in uno dei "fortini" che fiancheggiano
la Porta di Belgioioso, coinvolgendo in entrambe le iniziative il
contiguo municipio pavese a complemento delle numerose attività
culturali e promozionali del suo Castello.


Rumi: i cattolici perno della vita ambrosiana
Negli
ultimi secoli la società italiana ha attraversato momenti difficili,
spesso all’ombra del potere straniero. Milano e la Lombardia non si
sono sottratte a questa situazione che ha visto il dominio di spagnoli,
francesi e austriaci. Con il Risorgimento si aprivano finalmente
orizzonti diversi, all’insegna dell’indipendenza e dell’unità
nazionale, ma i tormenti interni non erano finiti poiché intervenivano
nuove preoccupazioni e nuovi contrasti. Don Davide Albertario
(1846-1902) si erge in questo panorama quale giornalista impegnato
nelle battaglie politiche del suo tempo sia nei confronti dello Stato
"liberale" sia nei confronti dei cattolici che propugnavano per un
accordo compromissorio tra credenti e non credenti. Ne abbiamo parlato
con lo storico Giorgio Rumi. Docente di storia
contemporanea alla facoltà di lettere e filosofia dell’Università
statale di Milano, Rumi possiede una formazione cattolica e sviluppa le
sue ricerche con grande attenzione verso il mondo dei valori religiosi,
con particolare riguardo all’ambito ambrosiano e lombardo. E’ autore di
una miriade di scritti, spesso derivati da relazioni e interventi a
convegni di studio a carattere internazionale o locale. Tra i suoi
volumi segnaliamo Milano cattolica nell’Italia unita, Nuove edizioni Duomo, Milano 1983, ove tratta in modo specifico la figura di don Davide.
Cominciamo
con il chiarire la posizione della Chiesa cattolica rispetto alla
società ambrosiana dell’Ottocento. Un ruolo subordinato oppure attivo?
La
Chiesa ambrosiana rappresenta un elemento vero, forse l’unico, di
continuità sociale, la sostanza del particolarismo, la fortezza ultima
di una libertà sapientemente contrattata con l’occupante di turno. Esso
troppo a lungo si esprime soltanto con la mano militare e con il
fiscalismo, imprimendo nella memoria storica un segno di estraneità e
di sopraffazione. Il Risorgimento, o almeno il suo effettivo
concretarsi tra il ‘59 e il ‘70, inevitabilmente lascia al margine un
nucleo consistente di perplessi, di critici e di avversari.

E qui ci imbattiamo nell’Albertariio, spirito forte che non accetta
quel tipo di evoluzione politica che in sostanza riduce gli spazi della
Chiesa e combatte la religione cattolica.
Certo. Quando l’Italia
diventa una realtà irreversibile, si pone la necessità di costruirla -
anche a Milano - in chiave cristiana, libera, popolare. Il riferimento
religioso comporta un giudizio d’identità sull’intera storia d’Italia,
un modo di essere fedeli a Roma costitutivo di una vera cittadinanza.
Il municipalismo si potenzia come gusto delle autonomie, come rifiuto
di centralismo livellatore. L’interclassismo ha forme e illusioni
patriarcali ma assume possibilità di crescita e di servizio reciproco.
Per alcuni lo Stato liberale unitario risulta una grande occasione. Per
altri, come l’Albertario, questa possibilità viene negata in quanto non
si crede alla "cristianizzazione" della società attraverso lo Stato
laico.

Di solito, l’intransigenza di certi settori cattolici in Lombardia
viene individuata sul piano interno. Mi sembra invece che esistano
motivi profondi di insoddisfazione anche per la politica estera della
nuova Italia.
Direi che questo aspetto non è assolutamente
marginale ma costituisce un elemento essenziale per le polemiche del
tempo. La politica delle Cancellerie (Austria, Germania, Russia) come
pure quella della Francia e della Gran Bretagna sembravano schiacciare
la nostra giovane diplomazia. Don Davide scalpitava denunciando
l’arrendevolezza del Regno e la soverchieria dei governi stranieri.
Scriveva: "Essi hanno ridotto la società europea e la politica al
disordine, alla confusione, alla rovina.... hanno separato l’Europa
dall’unica fonte della verità, della giustizia, dell’ordine, della
pace, la Chiesa cattolica e il romano Pontefice". In questa riflessione
c’è una duplicità di prospettiva, tra giudizio morale e realismo
politico, come si rileva da un altro passo: "L’Italia libera una e
indipendente rimane sola, solitaria, smarrita nell’Europa e con tanto
di naso".

Albertario nutriva diffidenza verso le grandi potenze per motivi
religiosi, identificando la Germania con il protestantesimo, la Gran
Bretagna con l’eresia anglicana, la Russia con una ortodossia in gran
dispetto al Vaticano, la Francia con l’anticlericalismo; soltanto
l’impero austriaco, cattolico, si salvava. Inoltre egli coltivava una
visione assoluta, di obbedienza al Vicario di Cristo ("Col Papa e per
il Papa") e di autonomia per la Chiesa, vista quale unico dispositivo
di sicurezza sul piano etico.
Don Davide si dimostra sicuro nel
ritenere che le ragioni dello spirito fronteggiano le suggestioni della
forza. Ma non è solo il metodo a dividere queste autorità. Tutto l’iter
è sostanziosamente diverso. Secondo una sua opinione, mentre le potestà
terrene hanno guastato le popolazioni, resta soltanto il Papa a
risanarle; e mentre i principi sono divorati dalle smanie di conquiste
sanguinose, il Papa si adopera per le pacifiche conquiste della fede e
della civiltà.

Una voce forte e libera, diversa da quella dei cortigiani, questa di don Davide a fine Ottocento. Non poteva reggere a lungo...
Ovviamente.
Non a caso di lì a poco lo stato di assedio e i tribunali speciali
metteranno a tacere per sempre la sua voce. Altri, in forme nuove e in
tempi imprevedibili, continuerà la ricerca per superare la diplomazia
delle grandi potenze e per costruire nuovi rapporti fra i popoli e gli
Stati. Ma questa sarà un’altra pagina di storia.