Milano un Risorgimento di idee (di Francesca Romanelli

Tabloid n. 10/2001


Le "radici" del giornalismo italiano analizzate in un convegno sulla stampa lombarda del "decennio di preparazione" 1849-1859

 


di Francesca Romanelli


"Io sono giornalista, il che vuol dire uomo che sta lì al giorno al giorno". Se
Carlo Cattaneo, nel 1836, poteva definire in modo così intrinsecamente
vero la professione, davvero significa che l’Ottocento è la radice
ideale del giornalismo italiano. Come ha dimostrato il convegno "Il giornalismo in Lombardia nel decennio di preparazione 1849-1859",
che ha visto interventi di docenti universitari quali Franco della
Peruta, Carlo Giacomo Lacaita, Angelo Moioli, Rita Cambria sulla stampa
preunitaria lombarda dalle sue fondamentali colorazioni cattoliche e
rivoluzionarie alle sue declinazioni specialistiche musicali, femminili
e scientifiche. E come testimonia soprattutto la storia del giornalismo
stessa, che assiste in questi anni al primato culturale di una Milano
capitale giornalistica di un’Italia nascente. Alimentata da pensatori e
patrioti. Se la "Gazzetta di Milano" è il foglio ufficiale,
"privilegiato" dalle sovvenzioni austriache e ad abbonamento obbligato
per tutte le strutture amministrative, è ancora il dibattito letterario
a catalizzare gli intellettuali del tempo, concentrando le firme dei
poeti Vincenzo Monti e Ugo Foscolo sul nuovo mensile filoaustriaco la
"Biblioteca italiana" (1816) con la sua famosa querelle des ancients et de modernes
cui si contrappongono nel 1818 le pagine azzurre del "Conciliatore". E
mentre l’impegno civile comincia a prorompere dal mensile milanese
"Rivista europea" di Carlo Tenca e dal noto "Politecnico" cattaneano
nel 1839, il giornalismo specialistico si è già creato una consistente
nicchia di mercato con i 700 abbonati al settimanale "Corriere delle
Dame", nato a Milano nel 1804 e destinato a sopravvivere fino al 1872.
La svolta è proprio fra 1848 e 1849, quando il fermento sociale fa
deflagrare il numero delle pubblicazioni e si afferma, attraverso
l’Editto sulla stampa di Carlo Alberto, una legislazione di matrice
francese fatta di direttori gerenti penalmente responsabili e doveri di
rettifiche. Una disciplina che rimarrà anche dopo l’unità. Nascono così
a Milano autentiche novità editoriali, come "Il Crepuscolo",
settimanale letterario di qualità curato da Tenca, la testata di sola
cronaca anche nera "Nuovo Emporio" dal 1856 al 1860 più "Il Pungolo" e
"L’Uomo di pietra" di Cletto Arrighi sul versante umoristico.
Quest’ultimo ottiene tanto successo da raggiungere una diffusione di
15.000 copie e da vedere battezzati i venditori di giornali
"pungolisti". Milano, nel 1859, ha ben trentadue giornali e quattro
quotidiani, fra cui spiccano i conservatori "La Lombardia" e "La
Perseveranza" insieme a "Il Pungolo" e "La Gazzetta di Milano". Tirano
in totale circa 20.000 copie. Dopo l’unificazione della penisola,
l’opposizione di sinistra al governo della destra storica si esprime ne
l’ "Unità italiana" mazziniana, in uscita nel 1862 ma soffocata dal
sequestro preventivo della censura e con "Il Gazzettino rosa" di Felice
Cavallotti. Forte è anche l’opposizione cattolica, che tra 1860 e 1874
cresce da sette a diciotto testate. Il quotidiano moderno nascerà a
Milano nel 1866: sarà "Il Secolo" di Sonzogno, con la novità decisiva
dell’ampio spazio alla cronaca. Ma certo il nuovo mondo comincerà nel
1861, quando all’ombra della Madonnina compaiono le prime due edicole
italiane: dietro il Duomo e in piazza della Scala.


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Intervista a Lucia Romaniello, delle Civiche Raccolte storiche

Spine nel fianco del governo asburgico

di Francesca Romanelli

L’ironia milanese va alla guerra. Lo fa con i periodici umoristici
preunitari che furono "spine nel fianco" del regime asburgico. Di nome
e di fatto. Come Il Pungolo. Li racconta Lucia Romaniello delle Civiche Raccolte storiche di Milano.

«I periodici milanesi L’Uomo di Pietra (15 Novembre 1856) e Il Pungolo (7
Marzo 1857), presi in esame fino al 1859, si definiscono giornali
letterari-umoristici per il rilievo predominante degli argomenti
letterari. L’aspetto umoristico è il motivo conduttore di un
giornalismo fortemente debitore alla letteratura, che durante il
decennio di resistenza si rivela come un formidabile strumento di
educazione sociale. E un’arma per fare opposizione al governo
asburgico: per usare le parole di Cletto Arrighi, direttore, redattore,
factotum dell’Uomo di Pietra, serve "per fare con la penna un
po’ di guerra all’Austria". Per sfuggire alla censura austriaca
occorreva al tempo scrivere con una certa strategia.».

Quale struttura presentavano queste pubblicazioni?

«L’intenzione umoristica è manifesta anche nell’aspetto tecnico:
titolo, testata, sottotitolo, motto. Le testate sono molto
significative: quella de L’Uomo di Pietra è rappresentata dalla
statua di Cicerone, ai piedi la folla in subbuglio, sullo sfondo il
Duomo, da una parte forti nubi si addensano, dall’altra s’intravede uno
spiraglio di luce. Il motto adottato è: "io non piangeva, sì dentro
impietrai". Il Pungolo, riprendendo la testata del soppresso
giornale veneto "quel che si vede e quel che non si vede", sceglie un
diabolico pipistrello nel centro, a sinistra Eraclito che ride, a
destra Democrito che piange e il motto: "adelante si puedes…….. con
judicio"; subito trasformata in un diavolo dal nome Asmodeo (direttore
Leone Fortis) che impugna Il Pungolo per "cacciare avanti i
buoi", la folla. E il motto: "flectar non frangar". Entrambi di pratico
formato 36x27 centimetri circa, sono settimanali da quattro a otto
pagine. Le caricature e le vignette umoristiche spesso sono a corredo
del testo, firmate dai migliori artisti del tempo come Sebastiano De
Albertis, Salvatore Mazza e Carlo Gallina. Sono eredità dal giornalismo
francese di qualche decennio prima, quando il giornale parigino Le Charivari adottava nel 1832 la vignetta satirica a supporto del testo.»

Veniamo ai giornalisti di queste due testate.

«Arrivano dall’ambiente letterario e in particolare dalla scapigliatura milanese. La redazione de L’Uomo di Pietra
rappresenta un primo ritrovo di cenacolo scapigliato, una modalità di
essere artisti, di fare letteratura liberi da precisi impegni di gusto
e di poetica, ma sempre ricchi di umori artistici e patriottici. Sono
nomi che ricorrono nella produzione giornalistica del decennio: da
Cletto Arrighi a Giuseppe Rovani (il brillante appendicista de La Gazzetta di Milano) a Giovanni Rajberti, Anastasio Buonsenso, Antonio Piccozzi, Antonio Ghislanzoni, Ottavio Tasca, Ippolito Nievo. E ancora per Il Pungolo
altri personaggi come lo stesso direttore Leone Fortis, drammaturgo e
giornalista combattente, Arnaldo Fusinato, autore di canti severi e
rime giocose. Quasi tutti si firmavano anche con pseudonimi. I più
stravaganti, con vezzo scapigliato, rivelano la propria personalità con
il nome fittizio.»

Nei contenuti?

«Affrontano la cronaca cittadina, di altri nuclei urbani del
Lombardo-veneto e di altri stati, ma sviluppano soprattutto il versante
letterario. Il Pungolo rappresenta l’eccellenza per la levità e
la raffinatezza del linguaggio, per il sottile umorismo che attraversa
quasi tutte le rubriche quali le critiche letterarie, artistiche e
teatrali, le Ciarlie filologiche e linguistiche. L’Uomo di Pietra si
differenzia per l’uso del vernacolo che esalta lo spirito umoristico
secondo la tradizione di Carlo Porta sia nella cronaca cittadina, sia
nella storia delle contrade e dei mestieri, un modo di avvicinarsi ai
milanesi del tempo. L’umorismo è il tramite per instaurare il dialogo
con i lettori, è una provocazione quotidiana, un’abilità a trasformare
un discorso serio in aperto divertimento narrativo, attingendo ad un
linguaggio a effetto, a frasi ambigue, parole a doppio senso,
caricature. I due periodici riportano notizie e curiosità, cronache
teatrali, novità librarie insieme ai fatti del giorno, ma soprattutto
articoli di commenti come quello di fondo, solitamente ad opera dei
direttori. E anche interventi spesso polemici, notazioni di costume. Il
giornale, insomma, non è solo un veicolo di informazioni, ma uno
strumento formativo, diverso da quello odierno che vuole i fatti
separati dai commenti. A liberazione avvenuta, dopo il 1859, il
linguaggio dei due periodici diventa più aperto e sferzante. Si
trasformano in fogli politici, facendo cadere la caratterizzazione
letteraria.»

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Intervista a Franco Della Peruta

Agli albori dell’Italia nascente

 

A pochi passi dal Risorgimento. A pochi anni dall’Unità. A pochi
moti dalla libertà. La Lombardia giornalistica di metà Ottocento
racconta gli albori di un’Italia nascente. Da quel Crepuscolo
che fu l’aurora della stampa del Tenca alle riviste specialistiche che
parlano della modernizzazione sociale che avanza. Milano cuore
giornalistico d’Italia nelle parole di Franco Della Peruta, docente di
Scienze della storia e della documentazione storica all’Università
degli Studi meneghina. Nonché eminente storico di fama mondiale.

«Il quadro della stampa periodica a metà Ottocento, relativo a
quotidiani e settimanali, ha sostanzialmente due volti dall’agosto
1848: se infatti in questo momento l’Austria ha una costituzione e
concede una relativa libertà di stampa, fino al 1851 la successiva
abolizione dei diritti costituzionali conduce all’eliminazione della
libertà di espressione. Nei periodici non sono più possibili interventi
diretti ed espliciti in materia politica, come è testimoniato da
quell’importantissimo giornale che vive dal 1850 al 1859 e che è Il Crepuscolo di Carlo Tenca.»

Professor Della Peruta, qual è la situazione dei quotidiani in questo periodo storico?

«Vengono stampati a quattro pagine, hanno una diffusione limitata
affidata soprattutto agli strilloni e agli abbonamenti. In particolare,
nel territorio lombardo-veneto la diffusione effettiva raggiunge la
scarsa cifra di 600/700 copie. Diversa la situazione in Piemonte, dove
ad esempio Il Risorgimento di Cavour riesce ad arrivare al ragguardevole numero di 2.000 lettori. Ancora di più ne conquista Il Crepuscolo
cui accennavo in precedenza, che distribuisce oltre 3.000 copie. Ma
davvero interessanti sono anche le esperienze di giornalismo su scala
provinciale. Penso a Mantova fra il 1854 e 1856, che vede sorgere
l’originalissima testata La Lucciola. Gazzettino del contado:
in sostanza la prima pubblicazione attentissima ai problemi sociali del
mondo contadino che poi esploreranno dopo l’unità. Di assoluto rilievo
è anche La medicina politica, giornale portato avanti da un gruppo di medici a Bologna per la necessità della prevenzione.»

La libertà di espressione si riflette, in quest’epoca, nella libertà politica: vediamone la condizione.

«Fino al 1851 i quotidiani vengono pagati dall’Austria: seguono e si
accontentano di quella poca libertà accordata dall’impero. E’ possibile
riscontrare una sorta di adeguamento dei temi, dei toni e degli spazi
ad una libertà di stampa condizionata. E in un secondo tempo si
imbavaglia anche quella. Il Crepuscolo aveva infatti una
preziosa rubrica di politica costretta a cessare nel 1857 a causa della
censura che obbliga Tenca a sopprimerla. Per questo il dialogo politico
con i lettori diventa tutto uno scambio di allusioni, sottintesi,
rinvii e riferimenti ad altri argomenti, come si vede nei giornali
umoristici quali L’Uomo di Pietra. Ippolito Nievo sarà un
maestro di questo comunicare cifrato. Lui, che è il grande autore delle
"Memorie di un italiano", che è morto ad appena trent’anni, scrive su
questo giornale. E’ un democratico. E un collaboratore assiduo con i
suoi interventi di ironia e di costume. Se diceva che il capodanno 1859
il tempo migliorava, perché ci si aspettava che sarebbe scoppiata la
guerra per la libertà, i lettori sapevano intendere la metafora e
applicarla al contesto politico.»

Che ruolo riveste il giornalismo cattolico in questa fase?

«Esisteva ed esiste ancora la rivista Civiltà cattolica a
Roma, prodotta dai gesuiti, simbolo di una cultura elitaria e di uno
spirito reazionario contrario ai mutamenti di regime. A Milano vengono
invece pubblicati La Bilancia e L’Amico del popolo,
quest’ultimo in parte come risposta agli scritti più liberali. Si
tratta di opere intrise dell’ideale di monarchia assoluta austriaca,
che definiscono Mazzini "un pazzo" e votate alla difesa del binomio
trono e altare. Gli altri giornali cattolici sono su questa linea,
anche se il clero non è interamente schierato così. Esistono voci
dissonanti, ma che non hanno organi di espressione.»

Quali i titoli memorabili sul fronte della stampa specialistica?

«Importanti gli Annali universali di medicina e la Gazzetta medica milanese di
Bertani. Un personaggio davvero singolare che appoggia Garibaldi e
fonda il partito radicale insieme a Felice Cavallotti. La realtà
lombarda è infine tutta un fiorire ineguagliabile di riviste di
farmacia, chimica e ingegneria.»


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Intervista ad Ada Gigli Marchetti

L’arma intellettuale dell’ironia

 

Decennio di preparazione all’eccellenza. Ada Gigli Marchetti,
docente di Storia del Giornalismo nella facoltà di Scienze Politiche
alla Statale di Milano, descrive così la stampa lombarda fra 1849 e
1859. «Dopo la fase rivoluzionaria del 1848-49, la stampa periodica
lombarda conobbe un periodo di gravi difficoltà e di grande grigiore,
definito "decennio di preparazione". La legislazione duramente
repressiva introdotta dagli Austriaci ritornati in Lombardia, che
prevedeva ad esempio pene detentive quanto mai severe per i reati
commessi per mezzo della stampa, rese infatti praticamente impossibile
l’esistenza di giornali politici che non fossero filogovernativi. Così
come rese molto difficile anche l’esistenza di giornali di cultura
varia e di intrattenimento. Non a caso l’unico quotidiano che ebbe vita
facile e riuscì ad essere pubblicato con regolarità fu la Gazzetta di Milano.
Monotono e bigio foglio ufficiale del governo compilato ed edito da
Giovan Battista Menini, reso talvolta vivace dalla collaborazione di
Giuseppe Rovani, famoso autore del romanzo Cento anni che venne pubblicato a puntate su questo giornale.»

Quale il ruolo della stampa cattolica?

«Non mancano tuttavia altri esempi di periodici dalla vita facile
soprattutto nell’ambito della stampa cattolica. Tra questi si annoverò La Bilancia. Ideologicamente affine fu il mensile L’Amico cattolico
che dopo aver sostenuto la rivoluzione del 1848 si schierò, sotto la
direzione di Paolo Ballerini, su posizioni decisamente intransigenti.»

Parliamo de Il Crepuscolo...

« "La singolare e vitale esperienza de Il Crepuscolo continuò nel decennio la tradizione del grande giornalismo culturale lombardo". Si pensi alle vicende del Caffè, del Conciliatore, del Politecnico... Settimanale fondato e diretto da Carlo Tenca dal 1850 al 1859, Il Crepuscolo
intendeva promuovere la partecipazione del popolo alla vita culturale e
politica della nazione. Convinto che la pagina stampata fosse un
insostituibile strumento di educazione civile e morale, Tenca pubblicò
articoli non solo di letteratura, ma anche di discipline scientifiche
spaziando dai problemi dell’economia e dell’agricoltura a quelli della
politica e della vita sociale. Avvalendosi delle migliori
collaborazioni dell’epoca, da Carlo Catteneo a Giovanni Cantoni, da
Giulio Carcano a Caterina Percoto... Egli seppe dar vita, in una decina
di anni, a quello che Cattaneo definì "il migliore giornale d’Italia".»


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Intervista a Nicola Del Corno

La stampa cattolica icona del secolo

Poco studiata, ma icona del secolo. Di cui non voleva tramandare
solo le rivoluzioni, ma anche le tradizioni e l’idealità. E’ la stampa
cattolica, una delle anime del giornalismo italiano. «Testimoniato da
molte testate come l’Amico Cattolico, giornale nato negli anni
’40 con l’intento di difendere le prerogative di trono e altare, che
poi passa nel ’48 a difendere la rivoluzione e infine torna a sostenere
la politica asburgica. O come la Gazzetta di Milano, in realtà voce di Vienna. Ma soprattutto come La Bilancia»
afferma Nicola Del Corno, ricercatore in Storia delle dottrine
politiche alla facoltà di Lettere e filosofia della Statale di Milano.

Che cos’è La Bilancia ?

«La Bilancia non è un organo ufficiale dell’impero austriaco,
nasce come un giornale libero che infatti tra 1856 e 1857 polemizza con
Vienna per la decisione di aumentare la tassa da bollo. La sua
intenzione è però dimostrare che l’opinione pubblica parteggia per
l’Austria. Vive dal 1850 al 1858, solo con una breve interruzione ed
esce tre volte la settimana: il martedì, il giovedì, il sabato. E’
impostato come un moderno quotidiano dell’epoca, con quattro pagine di
corrispondenze e rubriche. In cui confluivano in pratica i resoconti
della lettura dei giornali di altri paesi e le notizie da questi
riportate. Di rilievo i suoi editoriali, tutti scritti dal curatore
Angelo Somazzi, svizzero del Canton Ticino. Nei suoi pezzi si ravvisano
i tre grandi nemici per il legittimismo clerico-reazionario de La Bilancia.
Il Piemonte, che si riteneva volesse arrivare alla "terza riscossa"
dopo le sconfitte del ‘48 -’49 e veniva descritto come uno stato allo
sbando, sovraccaricato dalle tasse e guidato da un "pazzo" come Cavour.
La politica italiana, pensava questa corrente, era già ben incardinata
nella divisione di stati dinastici. Si contesta il regime parlamentare
adottato dai piemontesi e la loro politica ecclesiastica di ritorsione
contro il Papa. Il secondo nemico è l’Inghilterra, accusata di
fomentare le rivoluzioni e di essere base logistica per i moti europei,
di sobillare gli stati per far ristagnare l’economia del continente e
guadagnare a scapito degli altri. Il terzo nemico è "la setta",
un’entità non chiaramente definita che compare in tutta la polemica
antirivoluzionaria dell’Ottocento. E’ un’estesa corporazione
internazionale dai contorni indefiniti considerata responsabile di
agire nei vari stati e che vede in Italia Mazzini come attore
referente".

Qual è il messaggio proposto da La Bilancia ?

«Contro questi tre supposti pericoli incita alla mobilitazione dei
sovrani, della Chiesa e dei cittadini per costruire un’unione
internazionale legittimista.»

A che pubblico si rivolge questo giornale?

«Al ceto nobile e all’alta borghesia, anche se non esistono ancora
studi sulla sua diffusione. Riceveva inoltre sovvenzioni dai nobili
legittimisti. Come in tutta la stampa di questo genere si nota lo
scontro della lotta tra bene e male, fra tradizione e rivoluzione. Il
modello giornalistico dei giornali reazionari è La voce della verità
di Modena 1831. Vengono poi affrontate altre questioni: l’educazione,
la convenienza del sistema agricolo rispetto a quello industriale. Dopo
il 1848 si auspica la creazione di una confederazione di stati italici,
uniti solo dall’aiuto reciproco per polizia ed economia. Unico e
originale di questa testata è l’attestato di stima per la democrazia
americana, che viene opposta a quella europea.»

L’apporto di questa stampa nella storia del giornalismo?

«Gli effetti immediati sono pochi dal punto di vista delle idee.
L’aspetto clericale ritorna nella polemica contro lo stato laico che
avrebbe aggredito il Papa con la breccia di porta Pia. L’Osservatore Cattolico milanese, nel 1864, riprenderà queste tematiche.»


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Un centro studi per la storia dell’editoria

Culla accademica ne è la Statale di Milano. Madrina universitaria
nonché presidente è la professoressa Ada Gigli Marchetti. I suoi natali
nel 2001. E’ il nuovissimo Centro di studi per la storia dell’editoria
e del giornalismo ad aver organizzato al museo di Storia contemporanea
il convegno "Il giornalismo in Lombardia nel decennio di preparazione 1849 e 1859"
tenutosi lo scorso ottobre e scaturito dalla collaborazione con il
Dipartimento di Storia della società e delle istituzioni di via
Livorno, il Comune di Milano per il settore raccolte storiche e
l’Istituto per la Storia del Giornalismo italiano. Prestigiosa
iniziativa che segue la promozione di ricerche, congressi e
pubblicazioni come la "Collana di studi e ricerche di storia dell’editoria". Nel
suo comitato direttivo, il giornalista del "Sole-24 Ore" Riccardo
Chiaberge, gli editori Franco Angeli e Andrea Dell’Oglio più Gabriele
Turi e Varni della scuola di giornalismo di Bologna. L’attuale centro
raccoglie l’eredità di un precedente e omonimo gruppo di studio, che
aveva centrato la sua attività su giornate di approfondimento
finalizzate ad esplorare l’editoria minore e la stampa periodica
lombarda tra Settecento e Novecento. Nel 2002, con il Comune di Milano,
anche un grande convegno sull’editoria per ragazzi.