Eugenio Balzan: una leggenda in via Solferino. L'ultimatum di Farinacci; "O ti iscrivi al Fascio o te ne vai!"


Eugenio Balzan: una leggenda in via Solferino. L'ultimatum di
Farinacci; "O ti iscrivi al Fascio o te ne vai!". E Balzan abbandonò
via Solferino (di Ettore Botti e Vito Soavi)

Tabloid n. 10/2001

 

E' sempre stato difficile, anche in tempi d'invadenza mediatica
inferiore alla nostra, essere personaggi pubblici e mantenere un alone
di mistero, raggiungere posizioni di spicco conservando una patina
d'indecifrabilità, tramandare azioni degne di nota (nella politica,
nelle professioni, nell'arte), lasciando una scia di ammirazione e,
contemporaneamente, una dose di enigma. Eugenio Balzan rappresenta uno
di questi casi. Direttore amministrativo del "Corriere della Sera" per
trent'anni e artefice del suo definitivo successo, non si discute che
sia stato un padre fondatore del più importante quotidiano italiano e
un primattore sulla scena editoriale del Novecento, ma la sua storia,
fatta di tenacia e di lavoro, d'ingegno e capacità non comuni,
d'impennate, colpi di scena e passaggi dietro le quinte, lascia più
d'un capitolo avvolto nel dubbio.

Acquista così interesse la biografia opera di Renata Broggini ora
pubblicata da Rizzoli ("Eugenio Balzan 1874-1953", pagine 475, lire
36.000 euro 18,59). Il lavoro, svolto su incarico della Fondazione
internazionale che del personaggio porta il nome (cui sono legati i
prestigiosi premi finanziati con la sua eredità), non può, per la
stessa origine, assecondare intenti scandalistici. Tuttavia, la serietà
della studiosa svizzera, già autrice di ricerche su fuorusciti ed ebrei
oltralpe durante l'ultima guerra, garantisce la necessaria distanza da
una ricostruzione agiografica. L'ex dominus imprenditoriale di via
Solferino, il finanziere abilissimo dell'ultimo periodo, l'amico di
Arnaldo Mussolini e di Toscanini, l'antifascista che pure collaborò con
i fascisti viene, dunque, descritto sotto tutte le luci che merita, ma
anche con le ombre. Ombre originate da comportamenti che effettivamente
furono ambigui. Oppure dal suo carattere forte, che sembrava fatto
apposta per attirarsi opposizioni e alimentare la rappresaglia di
detrattori spesso in malafede. O ancora, più semplicemente, dalla
leggenda che finisce sempre per avvolgere e, in qualche caso, per
deformare le gesta di capitani d'industria, alfieri culturali,
antesignani del costume.

Il seme della contraddizione pare affiorare fin dall'inizio nella
sua biografia. Figlio d'un proprietario terriero della provincia di
Rovigo (Badia Polesine), Balzan si trova quasi subito in miseria per il
tracollo della famiglia causato da una piena dell'Adige. La sua
giovinezza trascorre all'insegna di espedienti e sregolatezza, per cui,
una volta trasferito a Milano, batte in maniera quasi ossessiva sul
tasto dell'onore e della rispettabilità. Assunto al "Corriere" (1897),
correttore, poi cronista e quindi inviato speciale (autore di
apprezzati réportage sugli emigranti italiani in America), passa in
meno di sei anni dall'attività giornalistica a quella che i giornalisti
hanno sempre un po' considerato come l'altra parte, la sponda dove si
deve far di conto e, magari, lesinare sugli stipendi.

Come manager, anche se allora non s'usava dire così, Eugenio Balzan
si rivelerà eccezionale, contribuendo, accanto a Luigi Albertini, alla
vertiginosa crescita del giornale, in termini di diffusione e di
prestigio. Un amministratore instancabile e a tutto campo, che disegna
le strategie fondamentali e controlla minuzie all'apparenza
insignificanti, dà il via ai più onerosi investimenti e s'adopera per
realizzare risparmi anche infinitesimali. Dal disadorno ufficio al
pianterreno, vicino alla cassa, Balzan esercita la sua amplissima
giurisdizione, che abbraccia contabilità, tipografia, materie prime,
abbonamenti, rivendite, pubblicità, relazioni con l'esterno, rapporti
con la mano d'opera e con gli impiegati nonché, per quanto riguarda
l'aspetto economico, con i suoi ex colleghi di redazione, coprendo
così, in pratica da solo, un insieme di funzioni direttive che nelle
imprese editrici di oggi impegnano uno stuolo di responsabili ed
esperti (o presunti tali).

Uno dei primi obiettivi è rendere più redditizia la raccolta di
inserzioni e annunci, fino ad allora affidata a un'agenzia esterna, la
"Haasenstein & Vogler". Con non poche difficoltà Balzan riesce a
rompere il contratto e ad organizzare il servizio in proprio. Nuovi
sportelli e una rete di solerti venditori. L'iniziativa dà ottimi
risultati, trainata com'è dal veicolo-"Corriere" e dall'offerta, che
adesso si definirebbe diversificata, dei periodici collegati: "La
Domenica del Corriere", nata nel 1899, "La lettura" (1901), il "Romanzo
mensile" (1903), cui s'aggiungerà nel 1908 il "Corriere dei Piccoli".
Il direttore amministrativo cavalca il boom alzando i prezzi e a un
cliente che se ne lamenta risponde con un pizzico di supponenza:
"Quando le pubblicazioni sono accreditate come le nostre, la réclame è
tanto più apprezzata quanto più è cara".

Per reinvestire gli introiti crescenti Balzan pensa negli anni
successivi all'ammodernamento dell'impianto tipografico, che sarà una
preoccupazione di tutta la sua gestione. S'informa, domanda, scrive:
"Ci è stato comunicato da New York che si sta provando una macchina che
mette i giornali sotto fascia dopo averli piegati e li mette in sacchi
classificandoli secondo il treno che devono prendere. Ora desidereremmo
sapere...". Invia emissari alla ricerca di notizie più precise. Alla
fine trova la rotativa che fa al caso del "Corriere", una "Hoe",
americana, appunto, tecnologicamente avanzatissima e completa d'una
serie di funzioni mai prima automatizzate.

L'impacchettamento è un problema strettamente legato alla diffusione
e anche in questo campo Balzan si lancia a corpo morto moltiplicando le
rivendite e perfezionando i trasporti, senza esitare, quando è
necessario, a litigare con "La Stampa", sospettata di brigare per il
cambio di alcune coincidenze ferroviarie in Piemonte in modo da
rallentare l'arrivo delle copie da Milano. E neppure esita ad aprire un
contenzioso con le cartiere che accusa d'aver formato un cartello allo
scopo d'abbassare la qualità del prodotto. Dà maggior forza alla sua
azione perché protesta a nome di tutti gli editori, essendo egli stato
uno dei promotori (poi portavoce e, quindi, presidente)
dell'associazione di categoria.

S'occupa, Balzan, di "relazioni sindacali" e il suo rapporto con le
maestranze, che gli riconosceranno comunque costante attenzione ai casi
umani, è inevitabilmente difficile, con punte molto critiche. Annoterà
compiaciuto il pur liberale Albertini: "Nei tempi della scioperomania
Balzan si mise in mente di creare un gruppo di crumiri pronti a
lavorare in caso di sciopero. Pareva impossibile arrivarci e
soprattutto far convivere in pace un tal gruppo con gli altri. Lui si
lavorò i suoi uomini caso per caso, ci impiegò mesi, ma ci riuscì". E
se il numero uno dell'amministrazione mostrava durezza verso gli
operai, si comportava rigidamente anche con i giornalisti, controllando
di continuo orari di lavoro e condotta extralavorativa, e perfino con i
collaboratori di prestigio.

E' famoso un aneddoto, rievocato da Montanelli, che prende spunto
dalla pignoleria di Balzan nello spulciare le note-spese degli inviati
e volge rapidamente in faceto trattandosi dei rendiconti, di solito
fantasiosi, del "redattore viaggiante" Guelfo Civinini. Da tempo il
giornalista chiedeva che gli fossero rimborsati, almeno durante le
trasferte lunghe, i costi delle compagnie femminili, rubricabili, a suo
avviso, sotto la voce "l'uomo non è di legno". Pur con molta ritrosia,
l'amministratore aveva finito per acconsentire a patto che non
divenisse un'abitudine e che l'aggravio per la cassa rispettasse
"ragionevoli scadenze temporali". Senonché Civinini, alla prima
occasione, piazzò la spesa di due gentildonne nello stesso giorno e
Balzan, assicurava Montanelli, bocciò la richiesta annotando di suo
pugno sull'apposito modulo: "L'uomo non è di legno... ma neanche di
ferro". Per quando riguarda, invece, il rigore nei confronti dei
collaboratori è nota la vertenza con l'economista e ministro Alberto De
Stefani, beneficiario d'un megacontratto che, secondo Balzan, oltre ad
essere troppo oneroso, non era pienamente meritato. Non potendo mandare
al diavolo l'illustre "firma", l'amministratore s'impegnò allo spasimo
per tagliare, sulle 220 mila lire di compenso annuo, almeno una
minuscola fettina: duemila lire al mese._

Una conduzione aziendale tanto puntigliosa e, nello stesso tempo,
energica, versatile, lungimirante offrì il migliore sostegno possibile
all'eccezionale direzione Albertini. il "Corriere", che nel 1900,
tirava 75 mila copie, nel 1906 salì a 150 mila, nell'11 a 275 mila, nel
'18, anche grazie all'interesse per la guerra, a quasi 400 mila e nel
'20 addirittura a 600 mila. Un crescendo inarrestabile. Il principale
concorrente, "Il Secolo", portato in auge da Romussi, viene raggiunto,
superato, surclassato e, infine, condannato all'estinzione.

Il fruttuoso sodalizio con il mitico direttore comproprietario e con
suo fratello Alberto s'interrompe però dopo poco oltre due decenni,
quando gli Albertini (1925) sono costretti dal fascismo sempre più
arrogante a cedere le quote e ad andarsene. A sorpresa Eugenio Balzan
-ecco una profonda zona grigia nella sua storia-, anziché lasciare
assieme a loro, raddoppia. Si offre di fare da intermediario nella
trattativa per la cessione ai fratelli Crespi, Aldo, Mario e Vittorio,
imprenditori tessili, agricoli, elettrici, immobiliari, già titolari
della maggioranza azionaria del "Corriere" e in rapporti, ultimamente,
molto tesi con la famiglia Albertini. C'era stato un lungo tira e molla
durante il quale i Crespi, accompagnati dallo sguardo benevolo del
regime, si fingevano indifferentemente disponibili a vendere la loro
parte o a comprare quella degli altri. "Finché‚ un pomeriggio
-racconterà Alberto Albertini- Balzan piomba a casa nostra, annunziando
il colpo di scena. I nostri soci, valendosi d'un appiglio legale
inoppugnabile, domandavano la liquidazione della società". Non resta
scampo. La cessione viene in breve tempo ratificata. E Balzan, che pure
l'anno prima era stato insultato e aggredito da un gruppetto di
squadristi in Galleria, accetta di restare sulla sua importante
poltrona come se nulla fosse cambiato.

I defenestrati lo considerano un ingrato e un traditore. Scrive
Alberto Albertini, beffardo: "Ricordo che negli ultimi giorni si teneva
appartato, dichiarava che al "Corriere", partiti noi, non sarebbe
rimasto e ci chiedeva di far valere i suoi diritti". L'accusa è
esplicita: voltafaccia di un opportunista che agisce unicamente "per
convenienza". Lui, Balzan, ha sempre sostenuto, invece, di essere
rimasto nell'interesse del giornale e di chi ci lavorava per ridurre i
danni che avrebbero provocato i fascisti, il cui fine recondito era
abbattere quella cittadella liberale a vantaggio dei quotidiani già
asserviti.

Resta la testimonianza di un suo amico, Vincenzo Fagiuoli:
"Albertini, appena uscito, avrebbe voluto che il giornale andasse male
e sapendo che chi faceva ogni cosa e lo faceva camminare era Balzan, lo
invitò a ritirarsi. Eugenio gli rispose: 'Non posso perché so cosa
significhi la mia presenza al Corriere e intendo che l'impresa vada
avanti bene, poi vedrò il da farsi'. E così si condusse". E c'è anche
uno scritto lasciato dallo stesso protagonista. "Se non temessi
-affermava Balzan- di arrecare un danno all'azienda cui ho dato per
quasi trent'anni il meglio delle mie forze, e alle tante famiglie che
da essa traggono il necessario sostentamento, e se non temessi di
essere giudicato male dai colleghi e amici che si fidano di me,
specialmente nel periodo critico che stiamo attraversando non esiterei
un momento a lasciare il mio posto".

E' sicuramente vero, perché l'attaccamento di Balzan al "Corriere"
aveva reputazione leggendaria, come la sua dedizione notte e giorno, ma
non poteva non esserci dell'altro. Innanzitutto, i soldi, una passione
costante, con connotati a tratti maniacali, nell'arco della sua
esistenza. Egli ottenne una cospicua percentuale per la mediazione e i
Crespi, ansiosi di non perdere un simile collaboratore, gli offrirono
una piccola caratura nonché gratifiche da calcolare sull'incremento
degli utili e da versare in Svizzera, usando come schermo gli incassi
del "Corriere" e della "Domenica" (molto venduta) in Canton Ticino. E
poi l'ambizione, il desiderio di allargare, da ex giornalista, il suo
potere alla sfera redazionale. Ciò che non era stato possibile con
Albertini, lo sarebbe diventato con i successori (Pietro Croci, Ugo
Ojetti, Maffio Maffii), graditi a Mussolini ma molto meno autorevoli:
intervenire sulla linea, fare e disfare l'organico, aver voce in
capitolo dentro i settori, arruolare collaboratori di propria
iniziativa, peraltro scelti con gusto e oculatezza perché Balzan aveva
frequentazioni negli ambienti culturali e dello spettacolo (in
particolare, musicali).

Nella sua documentata biografia Renata Broggini li definisce "gli
anni del compromesso", apogeo della carriera, però segnati da problemi,
tensioni, amarezze, tra le quali il raffreddamento dell'amicizia con il
maestro Arturo Toscanini. Gli antifascisti ormai diffidano di Balzan.
Ma lui è ancor meno amato dal regime e molti gerarchi ne parlano in
termini spregiativi. Farinacci lo giudica un frondista complice della
passata gestione. Gli viene artificiosamente attribuita una battuta che
potrebbe costare il posto e addirittura il confino: la proposta di un
monumento alla donnaccia che avrebbe attaccato la sifilide al Duce
quale "futura liberatrice d'Italia".

Il manager di via Solferino si difende da navigatore consumato,
arrivando a vantarsi, in una lettera al direttorio del Sindacato della
stampa, di non aver fatto o detto niente, "neppure il più lontano
accenno o atto di solidarietà", durante la serata di congedo degli
Albertini. E con altrettanta abilità si destreggia tra il rifiuto di
assumere giornalisti fascisti ma incapaci e quello di licenziare
redattori bravi quanto antifascisti. Gli attacchi, però, diventano più
virulenti e rileggerne qualche passo oggi, in tempi di sfrontata
concentrazione e montante conformismo dell'informazione, può forse
servire a riflettere. Una pubblicazione romana di stretta osservanza
punta l'indice senza alcun ritegno: "Noi sospettiamo Balzan. Il braccio
destro di Albertini, il diffamatore di Mussolini, il ridicolo
tirannello antifascista non può tenere un posto di comando in un grande
giornale che si dice fascista". E ancora: "Il più diffuso quotidiano
d'Italia deve essere d'ora in poi integralmente, superiormente
fascista".

In più di un'occasione Eugenio Balzan si vale dell'aiuto del
fratello del Duce, Arnaldo, suo amico e buon giornalista, che,
tuttavia, muore all'improvviso nel '31. Le accuse, le delazioni, i
trabocchetti si moltiplicano e il grande manager, fiaccato, decide di
mollare. L'addio al "Corriere", datato 1933, nasconde il maggiore dei
punti interrogativi. Un'uscita improvvisa, presentata come provvisoria
e per ragioni di salute e, un po' per volta, trasformata in
irreversibile. Perché? E' possibile che sia stato minacciato o che si
sia trovato sotto ricatto. La biografia richiama un piano semiufficiale
"per disfarsi di Balzan e mettere in riga il giornale anche nella
gestione organizzativa" (direttore era, nel frattempo, Aldo Borelli).
La chiave sarebbe potuta essere la denuncia di "uno scandalo
clamoroso". Fu agitato davvero questo spettro infamante? E se lo
scandalo non fosse stato altro che l'esportazione dei capitali
all'estero?

Sta di fatto che Balzan partì seguendo la direzione dei suoi soldi.
Si stabilì in Svizzera, spostandosi in continuazione tra Lugano, Zurigo
e altre località, come se si sentisse braccato, in pericolo. La polizia
elvetica, che lo tenne spesso sotto sorveglianza, sospettava che fosse
un infiltrato. Ma non era una spia. Era un pensionato molto solo, che
s'occupava adesso d'amministrare in proprio, tra banche e Borsa, il
vecchio patrimonio, ingrossato dall'ingente liquidazione. Sapeva essere
generosissimo, come dimostrano gli infiniti aiuti, sovvenzioni e regali
a parenti, amici, conoscenti, rifugiati politici ed ex dipendenti del
giornale, ma anche avarissimo. Durante gli spostamenti in treno
viaggiava sempre in seconda classe, come risulta dalle annotazioni un
po' stupite di uno degli agenti incaricati di pedinarlo. S'accontentava
di pasti frugali, utilizzava un guardaroba ristretto, non concedeva
mance.

A un occhio disattento sarebbe potuto apparire un anziano signore in
ristrettezze. Eppure quando morì vent'anni più tardi, dopo essersi
ostinatamente rifiutato di tornare a risiedere in Italia, lasciò
denaro, azioni, proprietà e una collezione d'arte che, secondo alcune
stime, valevano 36 miliardi di lire (del 1953!). Una sostanza colossale
che passa, senza testamento, all'unica figlia, Angela Lina, nata da un
breve matrimonio giovanile, e da lei, quasi subito, alla Fondazione
internazionale e a una miriade di opere filantropiche e assistenziali.
Come avesse fatto Eugenio Balzan ad accumulare una simile fortuna
(superinvestimento nella Nestlè? speculazioni valutarie durante la
guerra?) resta un altro mistero, l'ultimo della sua lunga e memorabile
vita.

(Renata Broggini, "Eugenio Balzan 1874-1953", Rizzoli 2001, pagine 475, lire 36.000 euro 18,59).

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Si snoda tra Largo Treves e via Montebello lungo un lato dell'isolato della storica sede del primo quotidiano italiano
Una via ricorda Eugenio Balzan
Con Luigi Alberini ha fatto
grande il "Corriere della Sera"

Milano, 12 settembre 2003. Nel cinquantesimo anniversario
della morte, Milano ha dedicato una via a Eugenio Balzan, giornalista e
amministratore del «Corriere della Sera» per 30 anni (fino al 1933).
Alla cerimonia di intitolazione, sono intervenuti il sindaco, Gabriele
Albertini, Edo Boldrin, sindaco di Badia Polesine (paese natale di
Balzan) il direttore del «Corriere», Stefano Folli, e l'ambasciatore
Bruno Bottai, presidente della Fondazione Balzan. Erano presenti il
prefetto, Bruno Ferrante, l'assessore alla Cultura, Salvatore Carruba,
il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Franco Abruzzo, e il console
di Svizzera, Marco Cameroni. La via si trova tra Largo Treves e via
Montebello, lungo un lato dell'isolato del «Corriere».
Per ricordare
il legame di Balzan con il «Corriere», il sindaco Albertini ha voluto
usare un descrizione fatta da Indro Montanelli: «Balzan era
talmente attaccato al suo giornale da farne non solo la sede di tutte
le sue attività, ma anche la sua casa e la sua famiglia. Lì si faceva
cucinare e lì dormiva in una stanza del piano interrato, contigua alla
sala macchine il cui notturno ronzio gli faceva da sonnifero». Curioso (aneddoto raccontato dal direttore del «Corriere», Stefano Folli. «Balzan
fu anche un cronista di vaglia. Riuscì a trasmettere i resoconti di un
congresso a porte chiuse del Partito socialista rimanendo nascosto
sotto il tavolo dei relatori, dei quali riconosceva le voci. Fu un
manager a tutto tondo, in anticipo sui tempi, abilissimo nel costruire
un moderno sistema amministrativo». (fonte: "Corriere della Sera" del 13 settembre 2003).

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Emerge un retroscena isulla presenza del ras di Cremona nella vita del primo quotidiano italiano

Roberto Farinacci : "O ti iscrivi
al Fascio o te ne vai!".
E Balzan abbandonò via Solferino

di Vito Soavi

Con la delibera della Giunta del Comune di Milano di dedicare una
strada cittadina ad Eugenio Balzan si riempie una inspiegabile lacuna
di oblio nei riguardi di un personaggio che, con Luigi Albertini,
contribuì a fare del Corriere della Sera il più prestigioso e diffuso quotidiano italiano. Se Balzan ha percorso nel suo Corriere
una lunga , straordinaria carriera, se è riuscito poi a formare un
cospicuo patrimonio che alla sua scomparsa, nel 1953, ha consentito a
sua figlia Lina di istituire la Fondazione Internazionale intitolata a
suo nome, attorno a questo personaggio si avverte però una sensazione
di riserbo, forse a causa di alcuni dubbi sui motivi che lo indussero,
nel 1933, a troncare la sua straordinaria attività ed a trasferirsi in
Svizzera. Anche Renata Broggini, attenta ed appassionata autrice del
libro sulla vita di Balzan, non ha approfondito questo argomento
perché, mi diceva, non aveva rinvenuto, nella sua ricerca, documenti
sicuri, ma solo fonti poco attendibili e, purtroppo, qualche maligno
pettegolezzo. Ma la verità è ben altra.

La partita fu allora giocata dal gerarca di Cremona Roberto Farinacci, patron del quotidiano Regime Fascista e come tale tenace "concorrente" del Corriere.
Già nel 1925 Farinacci aveva scoperto che il contratto che legava gli
Albertini ai fratelli Crespi, editori di maggioranza, non era mai stato
registrato; segnalò la cosa a Mussolini che ne chiese ed ottenne la
recessione; ma per fascistizzare completamente il Corriere vi
era ancora un ostacolo: Eugenio Balzan. Balzan, antifasista, sopportò a
lungo l'aperta ed ostile oppressione del regime al solo scopo di
conservare l'indipendenza del suo giornale. Dovette però arrendersi,
nel 1933, quando gli fu posto un aut aut, ancora da Farinacci: "O ti
iscrivi al Fascio o te ne vai!". Scelse la seconda alternativa,
abbandonò l'incarico ed espatriò in Svizzera. Ho vissuto, personalmente
in famiglia, questa drammatica vicenda, perché mio padre, Claudio
Soavi, per incarico dei fratelli Crespi, fu suo diretto collaboratore
al Corriere dal 1928 al 1933, quando appunto, su designazione
di Balzan stesso, ne divenne successore. Per inciso, mio padre assolse
questo incarico fino al 1938 quando, per le leggi razziali, ricevette
il benservito dalla proprietà su suggerimento ancora una volta di
Roberto Farinacci, proprio il giorno dopo una visita ufficiale dello
stesso in via Solferino dove ...lo abbracciò davanti alle maestranze.
I1 ruolo di Roberto Farinacci nella vita del Corriere della Sera: ecco un pezzetto di cronaca che non era mai venuto a galla e che, dopo tanti anni è giusto che emerga.