Indro Montanelli 1909-2001. Dal nostro inviato del Novecento


Indro Montanelli 1909-2001. Dal nostro inviato del Novecento (articoli
di Ferruccio de Bortoli, Pilade del Buono, Marcello Staglieno, Giacomo
De Antonellis e tesina di Marta Buffoni)

Corriere della Sera, lunedì 23 luglio 2001
PRIMA PAGINA

Addio a Montanelli, un Grande Italiano

L’ultimo articolo è stato un necrologio: il suo. E l’ultima Stanza è
stata la 610 della clinica Madonnina di Milano. Indro Montanelli ci ha
lasciato ieri pomeriggio, debilitato per i postumi di una delicata
operazione chirurgica. Aveva 92 anni, ormai pesava, lui così alto, 46
chili. E' stato circondato dall’affetto straordinario della nipote
Letizia e della compagna Marisa e da cure premurose e amorevoli. Dopo
aver trascorso una vita lunga quasi un secolo, con il coraggio della
libertà e lo spirito ribelle del testimone indipendente, avrebbe
voluto, coerentemente con le sue idee, scegliere come morire. Non è
stato possibile. Ma il caso (o un’altra mano?, anche il laico
Montanelli qualche volta ci pensava) ha fatto sì che non ci fosse alcun
accanimento terapeutico. Meglio così, direbbe Indro, che al pensiero
dell’eutanasia, sua ultima e civile battaglia, non aveva mai
rinunciato. Ieri mattina il direttore di questo giornale, in quella
stanza non del Corriere , lo ha chiamato, prendendogli una mano ormai
rinsecchita: non rispondeva più.

Anticonformista fino all’ultimo, Montanelli ha lasciato un’epigrafe.
Il suo necrologio, il commiato con i lettori del Corriere , giornale
nel quale cominciò a lavorare nel '37. Scritto, meglio dettato, nella
notte fra martedì e mercoledì. Lo riproduciamo qui a fianco. Breve,
chiaro, perentorio, come era nel suo carattere. E, come vedi, caro
Indro, come ogni tuo pezzo, non «gira», resta tutto in prima pagina.

L’amore per la vita, vissuta anche da anziano con lo slancio e la
generosità d’animo di un giovane e anche con qualche residua ingenuità,
lo portava a parlare spesso della morte. Forse per sfidarla in un
duello dall’esito scontato, forse per conoscerla meglio dopo averla
assaggiata nei momenti di depressione, forse per liberarsi dall’incubo
della claustrofobia. Vorremmo dire, da colleghi, per intervistarla,
guardandola in faccia. Con la solita impertinenza.

Un giorno a colazione nella sua casa milanese, era il 27 aprile, mi
parlò della sua lunga e anche felice vecchiaia. «Vedi, è fatta a
gradini. Magari ti capita per tanto tempo di non farne più e ti
dimentichi di essere condannato a scenderla, quella scala...». Lo
diceva sorridendo, il tempo fuori era bello. Spezzò una sigaretta,
sorseggiò il caffè. Quel giorno aveva addirittura mangiato più della
consueta razione da scricciolo. Sul ponteggio della casa in
ristrutturazione passò all’improvviso un operaio. Guardò dentro, lo
riconobbe e lo salutò. Noi ci mettemmo a ridere. Di gusto. Poi riprese:
«E in questi giorni ho disceso un altro gradino, credo l’ultimo. Sai,
uso il bastone anche in casa e sono caduto due volte. Quello che non
accetterei mai è una vita dimezzata. Sento che la testa è a posto, le
gambe non più. Il corpo si separa da me, lentamente. Io ho paura di
morire ma non ho paura della morte. C’è una differenza, anche se
sottile». Era l’ultimo gradino. Addio Indro, il Novecento, il tuo
secolo, ora è davvero finito (f. de b.) .

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Montanelli: il 'suo' necrologio e la stanza bianca

Milano, 23 luglio 2001. Poche parole, quattro giorni prima di
morire, per il proprio necrologio: un sobrio congedo dai ''suoi
lettori'' con precise disposizioni per il 'dopo', nel linguaggio chiaro
e perentorio di sempre. E' stato questo - che il Corriere della Sera
pubblica in prima pagina, accanto ad un ricordo del direttore Ferruccio
de Bortoli - l'ultimo articolo di Indro Montanelli.

'Mercoledì 18 luglio, ore 1.40 del mattino. Giunto al termine della
sua lunga e tormentata esistenza, Indro Montanelli giornalista
(Fucecchio 1909-Milano 2001) prende congedo dai suoi lettori
ringraziandoli dell'affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito.
Le sue cremate ceneri siano raccolte in un'urna fissata alla base, ma
non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta
cappella di Fucecchio. Non sono gradite né cerimonie religiose, né
commemorazioni civili''.

Parole non scritte con la fedele 'lettera 22', la portatile mai
soppiantata dalle tecnologie, ma dettate nel cuore della notte perché
sentiva in quel momento più che mai che ''la testa è a posto, le gambe
non più. Il corpo si separa da me, lentamente''. Questa e altre frasi
sulla vecchiaia (''è fatta a gradini. Magari ti capita per tanto tempo
di non farne più e ti dimentichi di essere condannato a scenderla,
quella scala...'', ''in questi giorni ho disceso un altro gradino,
credo l'ultimo... Quello che non accetterei mai è una vita
dimezzata...Io ho paura di morire ma non ho paura della morte. C'è una
differenza, anche se sottile'') de Bortoli le aveva ascoltate in un
colloquio con Montanelli, a casa sua, il 27 aprile e le ripropone nel
suo ricordo di oggi.

''L'amore per la vita, vissuta anche da anziano con lo slancio e la
generosità d'animo di un giovane e anche con qualche residua ingenuità
- scrive, fra l'altro, il direttore del Corriere - lo portava a parlare
spesso della morte. Forse per sfidarla in un duello dall'esito
scontato, forse per conoscerla meglio dopo averla assaggiata nei
momenti di depressione, forse per liberarsi dall'incubo della
claustrofobia. Vorremmo dire, da colleghi, per intervistarla,
guardandola in faccia. Con la solita impertinenza''. ''Addio Indro, il
Novecento, il tuo secolo, ora è davvero finito'' conclude de Bortoli. E
il Corriere riserva l'ultima delle sette pagine dedicate alla scomparsa
di Montanelli al ricordo di nomi illustri e di semplici, affezionati
lettori della Stanza, la sua rubrica. Che oggi occupa un semplice
spazio bianco, più incisivo di tante parole. (ANSA).

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Abruzzo: "Perdiamo il nostro decano
e il simbolo di un giornalismo libero"

Milano, 22 luglio 2001. ''Con Indro Montanelli perdiamo il nostro
decano e il simbolo di un giornalismo libero e critico. Era il nostro
punto di riferimento più alto e significativo''. E' il primo commento
di Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei giornalisti della
Lombardia, alla notizia della morte di Indro Montanelli. ''Indro
Montanelli - ha dichiarato Abruzzo - era molto vicino alla nostra
Scuola di giornalismo. La sua visita annuale, con una lezione
magistrale, era ormai una tradizione dell'Istituto. Proporrò al
Consiglio dell'Ordine di intitolare al nome di Indro Montanelli le 15
borse di studio che ogni anno l'Ordine di Milano assegna ai 40
allievi-praticanti della Scuola''. (ANSA)

*********

Nota: Indro Montanelli nel 1939 è stato espulso (non
dall’Ordine, che allora non esisteva, ma) dal "Sindacato fascista dei
giornalisti" (che dal 1928 controllava per legge l’Albo dei
Giornalisti).

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Tabloid n. 8/2001


Indro Montanelli 1909 - 2001
Dal nostro inviato nel Novecento
Le avventure, i reportages, i commenti, i libri: la lunga "cavalcata del secolo" di un maestro del giornalismo internazionale


di Pilade del Buono

"E' un incontro con me stesso. Mi immagino in viaggio verso la mia
casa in Toscana, lì dove c'è il mio passato, quel mondo che sento di
avere in qualche modo tradito. Non è cambiato nulla. Suono, grido il
mio nome, ma nessuno mi apre. Dietro il cancello chiuso c'è l'altro me
stesso, quello fedele a un mondo lontano: non mi lascia entrare. Non ho
mai trovato il coraggio di farla fino in fondo questa confessione. Non
ho mai trovato il tempo di scriverlo questo racconto. Che muoia con
me". Ora Indro è tornato a casa, e i due Montanelli rivelati tanti anni
fa a Bruno Manfellotto, riappacificati, riposano insieme.

La storia di Montanelli, - "un carattere felicemente
insopportabile", chioserà qualcuno -, è un libro già scritto, riversato
in cento titoli e in migliaia di articoli, frutto dell'attaccamento al
lettore, sentimento prioritario a ogni ambizione, e della conseguente
curiosità di chi, di generazione in generazione, con pari sentimento
l'ha ripagato, pretendendo esclusiva attenzione dal proprio campione.
La perfetta simbiosi è consacrata dal suo ultimo atto pubblico, il
necrologio che comparirà sul "Corriere" del 23 luglio (scompare, Indro,
mentre viene celebrata una messa in suffraggio di sua madre), dettato
alla nipote Letizia Moizzi all'1.40 del mattino del 18 luglio, presenti
la compagna Marisa Rivolta e il factotum Enzo Maimone, qualche ora
prima di entrare in camera operatoria: "Giunto al termine della sua
lunga e tormentata esistenza Indro Montanelli - giornalista, Fucecchio
1909, Milano 2001 - prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli
dell'affetto e della fedeltà con cui l'hanno seguito...".

"Sono nato nel 1909, il 22 aprile, a Fucecchio, 20mila abitanti tra
Firenze e Pisa - aveva scritto -. La mia prima avvertenza è stata
scegliermi bene i genitori. Tutti e due hanno superato i novant'anni in
buonissimo stato, lucidissimi fino in fondo. La cosa bella è che non
sono mai morti: si sono estinti". Famiglia fucecchiese del 1200, un
bisnonno che costruiva navicelle per i renaioli, un nonno, Emilio,
vecchio liberale e massone a dominare il nucleo familiare; un padre,
interventista alla stregua dei fratelli, babbo Sestilio, ateo come
Indro e preside di liceo che lo rimandava a ottobre, ufficialmente per
la condotta ma sotto sotto per ragioni di principio; e una madre,
Maddalena, buona e pia che, al momento giusto, avrebbe dimostrato la
veridicità del vecchio detto sull'unicità del genere.

I tempi erano i tempi, e in contemporanea con quella di Roma, il
tredicenne Indro Montanelli escogitò, insieme a un amico, una
personalissima marcia mignon, la marcia su Rieti, dove il padre al
tempo era stato trasferito. Se l'obiettivo era la cattura dei genitori,
narrano le cronache familiari, l'esito non fu particolarmente
brillante. I tempi volevano dire anche divisa da balilla, tamburo e
fucilino, tendopoli al mare e in montagna, e una overdose di
patriottismo, patriottismo che lo avrebbe portato al cospetto del duce
(d maiuscola allora strettamente di rigore) quale baby-redattore o giù
di lì dell' "Universale", un giornaletto fascista che al fascismo si
prendeva talvolta il lusso di fare la fronda. E il Mussolini seduttore
di consensi venne catalogato con una parola, datata, che dice tutto,
"affascinante", mai rinnegata.

Della laurea in Legge e Scienze sociali Montanelli si ricorda solo
per ribadire il suo unico interesse verso la Storia, e questa volta la
maiuscola non è sprecata (al suo attivo, con diversi partner, da
Gervaso a Cervi, sarebbero state catalogate una quarantina di opere,
regolarmente in classifica). Inizia la sua avventura di curioso
giramondo, i corsi di Grenoble e Parigi, il viaggio in Canada,
amministratore di una fattoria, non essendo sufficienti i magri
proventi di "Paris Soir", la prima testata, per soddisfare le
quotidiane necessità. E poi l'Abissinia, 1935, volontario prima che
giornalista, con la vicenda della quasi-moglie, una ragazza di nome
Destà che gli costò decenni dopo una denuncia per pedofilia e stupro
("da parte di un imbecille, laggiù, a 14 anni, una donna non sposata è
una zitella).

Quel che seguì, il trovarsi là dove puntualmente accadeva qualcosa
di molto, molto caldo, Montanelli lo ascrive pudicamente al caso. Come
nell'amatissima Spagna per il "Messaggero", dov'era scoppiata la guerra
civile, una serie di corrispondenze controcorrente che gli costarono la
sospensione dall'albo e dal partito, quest'ultimo congedo per lui
definitivo e al tempo stesso liberatorio. O in Germania, da
collaboratore per il "Corriere" diretto da Aldo Borelli, con il divieto
di trattare argomenti politici. Il suo grande sponsor Ugo Ojetti, che
aveva apprezzato "Ventesimo battaglione eritreo", un libretto
sull'esperienza abissina, gli avrebbe proposto di stendere a quattro
mani una traduzione riveduta dei nostri Codici. Già, ma quel giorno
d'agosto a Berlino venne firmato il patto Ribbentrop-Molotov, nessuno
ne sapeva nulla e i corrispondenti stranieri latitavano per ferie. I
servizi sull'invasione della Polonia non entusiasmarono i tedeschi e il
fucecchiese invitato a trovarsi sedi di corrispondenza più paciose.
Tappa successiva la Lituania, appena in tempo per riferire l'annessione
alla Russia delle tre repubbliche baltiche, con la rituale coda
personale: il non gradimento dei padroni. E sempre il caso, c'è da
giurarlo, lo indirizzò in Finlandia, per godersi la guerra con la
Russia, e a Oslo, meta delle truppe aviotrasportate d'occupazione
tedesche, trasferta scandita dalla classica espulsione finale. Morale:
"In dieci mesi di "ferie" avevo assistito in presa diretta al crollo
della vecchia Europa". Mentre Mussolini, dallo storico balcone, si
apprestava ad annunziare l'intervento.

L'8 settembre del '43, espulso dal partito e radiato dall'albo, se
pure formalmente ufficiale in servizio di inviato di guerra per il
"Corriere della Sera", Montanelli era ricercato dai fascisti,
incavolatissimi per un articolo non firmato sugli amori extra-coniugali
di Mussolini, scritto da altri e a lui attribuito, e quasi non
bastasse, dai tedeschi, non meno pericolosi. Aveva simpatizzato per il
partito d'Azione di La Malfa, Parri e Valiani, e si era fatto crescere
la barba. Inutilmente. I tedeschi lo catturarono in Val d'Ossola e il
tribunale di guerra, riunito a Gallarate, lo condannò a morte. Accusa
principale: aver criticato il fascismo, a Milano, negli incontri con la
principessa Maria Josè di Savoia, secondo i rapporti di zelanti
camerieri-spia.

Con lui era stata arrestata la prima moglie Maggie de Colins de
Tarsienne, sposata un anno prima, celebrante l'arcivescovo di Milano.
Apparteneva a un'antica casata asburgica. Non ebbe tentennamenti, dalla
sua bocca non uscì l'abiura. Trasferito a San Vittore, apprezzò i
comportamenti di un giovane scopino, figlio di un'americana, che faceva
di tutto per essere d'aiuto: Michael Nicolas Bongiorno, l'invitto Mike.
Se la condanna fu, prima rinviata, e poi non eseguita per la materiale
irreperibilità del maggiore protagonista, lo si deve all'intervento di
diverse persone: il cardinale Schuster, al quale era riuscito a far
pervenire un Sos, il maresciallo Mannerheim eroe della guerra
finlandese, la madre, l'ingegner Greco Naccarato; e di un personaggio
misterioso, Luca Osteria, agente del servizio informazioni militari che
lo fece evadere sfruttando un falso ordine di trasferimento.

Rientrato dalla Svizzera dove s'era rifugiato alla fine dell'estate
'44, si trovava in piazza San Babila, a Milano, quando venne travolto
"da uno sciame di persone in bicicletta che, agitando la bandiera
rossa, gridavano: "L'hanno preso! E' a piazza Loreto!"". Lo scempio di
quei corpi, e fra quelli di un compagno d'armi in Abissinia fedele a
Mussolini sino al tragico epilogo, lo avrebbe indotto a sottolineare:
"Quello spettacolo, che mi ha lasciato addosso un vago senso di
vergogna, m'insegnò cos'è la piazza, quando si ubriaca di qualche
passione, e mi ispirò un odio profondo verso tutti coloro che cercano
di ubriacarla". E ancora: "La Resistenza, fenomeno che diventò "di
massa" soltanto gli ultimi giorni, quando i tedeschi se n'erano andati
o se ne stavano andando dall'Italia, ha avuto degli episodi luminosi
che avrebbero potuto diventare materia di una saga popolare se i suoi
esaltatori non avessero posto il veto a qualunque ricostruzione
veramente storica".

Vita di tutti i giorni che riprese, mentre le rotative del
"Corriere", in quei primi mesi del '45, restavano silenziose. Angelo
Rizzoli senior, piazza Carlo Erba, gli prestò 100mila lire sulla
parola, cercando di coinvolgerlo in un grande progetto che si sarebbe
chiamato "Oggi". Ma al richiamo del "Corriere", direzione Emanuel, come
il cummenda ben immaginava, Indro non poteva resistere. Accreditato,
fra i pochissimi giornalisti italiani, al Tribunale di Norimberga,
avrebbe sottolineato che "se Norimberga non raggiunse l'effetto che si
proponeva - quello di suscitare una esecrazione adeguata agli orrori
che rivelava - fu perché venne recepita non come Giustizia ma come
castigo del vincitore sul vinto". Nel '46 voterà monarchia e due anni
dopo per il partito di De Gasperi. "Guardavo il nascere della
repubblica antifascista con scetticismo". Sempre e solo nel lavoro, che
era genuina passione e hobby insieme ("non capisco perché mai mi
pagano..."), si sarebbe sentito realizzato.

Il 23 ottobre del '56, sull'avvisaglia dei primi disordini, eccolo
in viaggio (senza visto) da Vienna a Budapest "per assistere a una
rivolta comunista, contro il comunismo reale", interpretazione della
verità disattesa dai "borghesi benpensanti": "Questa è la storia della
battaglia di Budapest e il lettore ci perdoni se la riferiamo con tanto
ritardo...".

Legge Merlin del '58, chiudevano le "case" "delle quali ho un ottimo
ricordo", "atmosfere di volti, di arredamenti, di discorsi e
sensazioni", e incombeva il Sessantotto, "con una borghesia
radical-chic che, comodamente adagiata su eleganti divani, vezzeggiava
l'eversione". Lo stesso "Corriere" avrebbe respirato quell'atmosfera,
irrimediabilmente tramontati i tempi di Aldo Borelli che, prima di ogni
decisione importante, soleva consultare il suo king maker o
direttore-ombra che dir si voglia. Gli interventi da padrona di Giulia
Maria Crespi, il licenziamento di Spadolini preannunciato alla
redazione e il sentirsi isolato con altri colleghi, lo indussero al
doloroso distacco. Le interviste al "Mondo" e a "Panorama" fornirono il
pretesto al licenziamento. Non era più il suo "Corriere", il "Corriere"
fondato da Eugenio Torelli-Viollier divenuto carismatico con Luigi
Albertini, direttore e comproprietario disarcionato per l'essersi
pronunciato contro il regime dopo il delitto Matteotti.

La nascita del "Giornale", giugno '74, con "l'argenteria del
Corriere", come avrebbe felicemente tratteggiato più tardi un
eccellente direttore di via Solferino, Franco Di Bella, fece clamore e
non solo clamore. Il solo acquistare all'edicola la nuova testata
rappresentava un atto di coraggio e un rischio, perché chi vi lavorava
era da tanti considerato un pericoloso reazionario (il solo sfogliare
la raccolta dei giornali, di numerosi giornali almeno, è sufficiente
per fissare il clima che si respirava). Poco o nulla contava il fatto
che Montanelli, Bettiza e Piovene, nella sua facoltà di presidente
della società dei redattori, fossero andati a pescare (fra le altre)
intelligenze purissime calibro Aron, Fejto, Furet, Ionesco, Revel, e, a
casa nostra, Matteucci, Renato Mieli, De Felice, Romeo e Settembrini.

Montanelli rammenterà il silenzio e il gelo di certi incontri,
colleghi che al suo passare si voltavano, amicizie rinnegate, sino alla
"gambizzazione" del 1977, ai giardini meta di quotidiane, ben note
passeggiate. "Bisogna che resti in piedi, che non gli dia la
soddisfazione di morire per terra", e in quel suo aggrapparsi alla
cancellata c'è la salvezza "perché l'ultimo colpo, mentre mi giravo e
stavo per cadere, mi è arrivato proprio all'altezza dell'inguine". Nei
titoli della "Stampa" e del "Corriere" diretto da Piero Ottone, il nome
di Montanelli non compare. Compare invece, nel registro delle firme in
suo ricordo, il nome di Franco Bonisoli: "Grazie Indro, Grazie di
cuore, di tutto. Con affetto". Bonisoli è il br che lo gambizzò e che
nell'87 Montanelli aveva perdonato: "Il mio conto con loro è chiuso. Li
rispetto perché oggi rifiutano il loro passato>.

Il '74 è un anno importante: a Cortina sposa in seconde nozze la
giornalista Colette Rosselli, la deliziosa Donna Letizia che scomparirà
nel '96. La sua battaglia è ormai vinta, il Controcorrente (di poche
righe e talvolta di poche parole) suggeritogli da Bettiza è la
rubrica-cult più gettonata d'Italia, come lo era stata sull' "Unità"
quella di Fortebraccio- Melloni ex "Popolo", lo slogan "votare Dc
turandosi il naso" passerà ai posteri: buona parte dei media concordano
ormai con le tesi montanelliane e forse per questo le tirature del
"Giornale" in un qualche modo ne risentiranno.

Il "Giornale" è ufficialmente dei giornalisti, ma i giornalisti, si
sa, non navigano nell'oro, con le debite, rarissime eccezioni del caso:
benedetto dunque Silvio Berlusconi che rilancia la nave corsara
garantendo la tranquillità economica e scucendo preziosi milioncini
alla redazione, assai più ai fondatori. "Non posso dimenticare - si può
leggere in una intervista - che fu lui a salvare me e il "Giornale".
Due anni dopo l'inizio della mia avventura non sapevo nemmeno come
pagare gli stipendi, avevo bisogno di soldi. Milano mi aveva chiuso
tutte le porte in faccia". Nel 1991 prendono consistenza le voci di un
Montanelli senatore a vita ma Indro una volta di più gioca d'anticipo,
ringrazia il presidente della Repubblica Cossiga e rinuncia, "perché
allergico alla politica, e non per fare la mammoletta". Nessuno,
nemmeno gli avversari più ostinati, oseranno malignarci sopra (ma ne
aveva ancora?).

Detestava feste e celebrazioni, medaglie e onori, ed era allergico,
per la verità, anche ai premi, pur collezionandone un'infinità: ne
ricorderà con piacere soprattutto due, quello di "Eroe della Libertà di
Stampa" conferitogli prima da World Press e poi da Press International,
e quello delle "Asturie" che, per la prima volta, veniva assegnato a
uno scrittore non di estrazione e lingua ispanica. Un terzo, gradito,
sarà consegnato in Spagna in sua vece al giovane direttore del
"Corriere" Ferruccio de Bortoli quando ormai il declino fisico lo
obbligava a risparmiare quel poco di energia che ancora gli restava.

Cronaca e politica si aggiornano. L'entrata di Berlusconi, "perché
da quando è scomparso Craxi - parole a lui rivolte dall'imprenditore di
Segrate - io non ho più nessuno che mi difenda", lo porrà in rotta di
collisione con l'editore sino all'inevitabile divorzio, dopo l'infelice
tentativo di catturare la simpatia dei giornalisti senza l'avallo del
direttore: un contrasto sempre più acuto, dalle iniziali intenzioni di
riserbo, in vista delle elezioni degli anni ‘90 e del 2001, che lo
spingerà a votare centrosinistra, indurrà Scalfari a cercare di
traghettarlo a "Repubblica" e lo renderà oggetto di convinti applausi
alla festa dell' "Unità". L'ultimo capoverso di un fondo pubblicato dal
"Corriere" il 15 febbraio di quest'anno, è a dir poco al vetriolo:
"Eppoi perché dobbiamo avere la modestia di riconoscere che noi, come
venditori, non leghiamo nemmeno le scarpe a un piazzista che se un
giorno si mettesse a produrre vasi da notte, farebbe scappare la voglia
di urinare a tutta l'Italia..". Un contrasto neppure mitigato dal fatto
che direttore del "Giornale", e dunque sull'altra sponda, sia proprio
quel Mario Cervi suo fedelissimo partner nella costruzione di tanti
libri capaci di raccontare la storia con parole comprensibili, "e non
come fanno troppi storici". L'ultimo giorno di maggio, a larga vittoria
elettorale del centrodestra consumata, comunque noterà: "Mi aspettavo
una esplosione di trionfalismo, con annessi e connessi annunci di
"immancabili destini". E invece ci sono stati, sì, dei compiacimenti
d'altronde legittimi perché la vittoria, piaccia o non piaccia, c'è
stata, ma espressi con una sobrietà di linguaggio che, dato il tipo e
il suo abituale stile, mi ha gradevolmente sorpreso...". Da Berlusconi,
mai, nessuna parola vagamente ostile e il rimpianto per l'amico di un
tempo.

La nascita della "Voce" - omaggio a Prezzolini, costante punto di
riferimento - creerà speranze, ma sarà una voce fievole, dopo
l'iniziale fiammata e la ristampa del primo numero, e priva di mezzi,
che si spengerà dopo una breve stagione lasciando in difficoltà più di
un collega al suo seguito. "Il mio disinganno? Quando fondai "La Voce"
ero convinto di portarmi dietro i tre quarti dei miei lettori. Invece
mi seguì un terzo di loro. Di 150mila che erano i veri acquirenti del
"Giornale" me ne tirai 50mila. Allora capii che la destra italiana è
fatta di una piccola frangia di liberali veri che vanno da Giolitti a
Gobetti. Il grosso è fondato dai Salandra e dai Sonnino che non sono
liberali ma forcaioli. Non per niente furono accanto a Mussolini".

Non è stagione di illusioni: "Il muro di Berlino non è stato una
tragedia soltanto per i comunisti ma anche per noi. Prima avevamo un
nemico. Sapevamo chi era. Ora chi è il nostro avversario? Non
conoscendolo non riusciamo a identificare neanche l'amico". E ancora,
ribattendo sul tasto oggetto di tante riflessioni: "L'italiano è un
animale flessibile. S'adatta a tutto. Diciamolo fra noi. Qual è la
spinta freudiana (non confessata) che spinge a tutti i costi a volere
entrare in Europa? E' la speranza che l'Europa venga a governarci. Che
avremo dei vigili urbani tedeschi i quali, a calci in culo, ci facciano
fare quello che da soli non sappiamo eseguire. Che l'Europa ci
affranchi dal retaggio di secoli di servitù>. Italiani ieri e oggi
nel suo mirino: "Ma tutti ci dimentichiamo che i buffoni, in questo
Paese, sono una larga maggioranza". E chissà se, in cuor suo, sotto
sotto, Indro condivideva al centouno per cento simile catastrofico, più
che pessimistico identikit.

Inevitabile il "ritorno a casa" in via Solferino dopo che Paolo
Mieli gli aveva generosamente offerto (e non già di facciata) lo
scranno direttoriale, e la ripresa del dialogo con la sua gente e con
chi, pur avversandolo, a volte fieramente, non può fare a meno di
leggere quelle righe, nel privatissimo spazio de La Stanza, già suo
feudo per anni e anni nell'amata "Domenica del Corriere", assistito da
Iside Frigerio che l'ha seguito dal "Giornale", e dalla sua mai in
disuso Lettera 22, allergici tutti e due alle lusinghe di pc, Internet
e diavolerie del genere. Per il "Corriere" il rientro della sua più
illustre firma rappresenta il fiore all'occhiello.

C'è il Montanelli privato e il Montanelli, che, pur aborrendo la
politica, è perentoriamente invitato a dire la sua sui maggiori temi
d'attualità e sui grandi personaggi. Se il dialogo con il lettore, nel
"Giornale" talvolta assumeva i connotati di un "mattinale", cose di
bottega che dovevano essere recepite all'esterno, e non
infrequentemente dallo stesso redattore (esempio tipico: le ragioni per
cui un giornalista famoso come Enzo Bettiza, suo secondo di bordo, se
ne era polemicamente andato da via Negri - un gelo che sbollirà
fatalmente dopo due lustri ricomponendo una fraterna amicizia -, o
perché era stata assunta una certa posizione a prima vista
contraddittoria), sul "Corriere" - trecento lettere al giorno - lievita
a navigazione a mare aperto. "Dal nostro inviato speciale nel
Novecento", titola felicemente la "Stampa": Indro è davvero l'autentico
testimone del secolo che viene sollecitato ad esprimersi sui temi
epocali, e dovrà per forza di cose violentare la sfera personale di
riserbo per concedersi a chi lo ha adottato.

La fede: "Io non ce l'ho. Riconosco che lo stoicismo è il rifugio
dei disperati, ma non ammetto interferenze di estranei, anche i meglio
intenzionati, in questa mia disperazione"). La famiglia: "La mia
fortuna di non avere figli, sono convinto che non sarei stato un buon
padre, anzitutto a causa del mio mestiere"). Le vicende sentimentali:
"Non me ne sono mancate ma sono sempre state condizionate da questa mia
vocazione alla vita randagia", oppure: "Rimpiango l'interesse che
portavo verso l'altro sesso. Lo guardo con compiacimento ma non mi
sento felice di dovervi rinunciare..."). Il diritto, in casi precisi e
delimitati - accettando il contraddittorio della Chiesa ma rifiutando
ogni compromesso - all'eutanasia ("ciò che non feci con Donna
Letizia"), che non è la paura della morte ma di un certo modo di morire
("E' possibile che a un certo momento ti debbano accompagnare al
cesso?"). Il poter cambiare opinione a ragion veduta, e la depressione,
un nemico subdolo sempre in agguato.

Ogni giorno uno spunto: l'epitaffio del "mio amico Fortebraccio",
Curzio Malaparte insofferente di non potergli sopravvivere, l'ostinata
difesa della memoria di Ignazio Silone checché dibattano gli storici,
le esperienze cinematografiche, "I sogni muoiono all'alba" e la vera
storia del generale Della Rovere alias Giovanni Bertone, traditore ed
eroe (paternità del film amaramente disconosciuta per talune
omissioni), o le ragioni per cui, nei primi 37 anni di "Corriere", non
firmò un fondo che fosse uno.

Alla curiosità pubblica deve persino aprire il portafoglio d'antan
firmato Cartier, Paris. Contenuto: la tessera dell'Ordine regionale dei
giornalisti datata 1 giugno '41, un biglietto da visita di Henry Kamm
del "New Yok Times", un biglietto scritto in ideogrammi cinesi, un
biglietto da visita del "Giornale", tessere Alitalia e Ferrovie dello
Stato.

Il suo lettore, che nessuno si meraviglierà di veder assurgere a
ruolo di protagonista sul settimanale allegato ogni giovedì, "Sette",
costantemente lo incalza: c'è il fan incavolatissimo, che ha fatto
l'esperimento, inviandogli inutilmente sette lettere in un sol giorno,
nessuna delle quali onorata dalla pubblicazione, c'è chi lo consiglia a
strutturare altrimenti La Stanza ("Grazie, ma continuo così"), e c'è
chi lo contesta (risposta cordiale nella prima parte, postilla
fulminante: "Lei sarà anche un bravissimo ingegnere. Come interlocutore
è solo un gran villano"), o, in alternativa, "che tristezza scrivere
per lettori come lei"; e c'è chi cerca una parola consolatoria di
fronte ai classici vizi italici, automobilisti incivili, treni anticipo
del Purgatorio, burocrazia nefasta, ecc. ecc.

Affiora, non poteva essere altrimenti, la presenza del misterioso
"arredatore" della Stanza, il collega che, quotidianamente, legge in
anteprima la risposta premiata e la stilizza con arguzia, in un
piccolissimo, garbato quadrato di spazio. Chi è mai?, "...ma dopo due
anni che lavoriamo insieme - darà conto nel '97 al curioso di turno -
non solo nello stesso giornale ma nella stessa pagina, e lui come
illustratore di ciò che io scrivo ancora non so, e ormai dispero di
saperlo un giorno, com'è fatto fisicamente, Guarino: se è alto o basso,
se è bruno o biondo, se è giovane o vecchio. Sono due anni che gli
mando, per interposta persona, dei messaggi d'invito almeno a mostrarsi
e darmi così il destro di ringraziarlo per la preziosa collaborazione
che mi fornisce. Nulla...".

Non mancano le civetterie delle "doverose rettifiche", l'ammissione
di "una scena di gelosia" nei confronti di Anthony Burgess che si era
allontanato dal "Giornale" per vil danaro dopo avergli giurato eterna
fedeltà, e la categorica, ammiccante precisazione: "No, caro amico,
proprio no. Lei può dubitare di me come giornalista, come storico, come
scrittore, come contribuente. Ma come balbuziente sono genuino, a 18
carati, anche se di carattere intermittente". Non renderà mai pubblica
la piccola vicenda di quel giovane giornalista del "Giornale" che,
avendo imprudentemente prestato una bella sommetta a un anziano
collega, non vedendosela restituire cominciò a blaterare nei corridoi.
"Quanto recrimini? - gli intimò nel suo ufficio il burbero Indro
staccando un assegno di un paio di milioni -, vuol dire che mi farai lo
sconto almeno delle migliaia di lire eccedenti. E adesso fuori di qui e
non provarti a fare ancora casino...". La galleria dei personaggi, in
parte retaggio dei celebri Incontri sollecitati decenni prima da
Gaetanino Afeltra, è imponente: all'appello mancheranno in definitiva
solo Stalin e Mao, e se talvolta è costretto a precisare che non può
soddisfare la curiosità perché quello statista, quel politicante, quel
grand'uomo o quella larva di individuo non ha fatto in tempo a
conoscerlo o è defunto anzitempo, però, però è pur in grado di riferire
che...

Qualche lettore di primissima fascia resta perplesso, se non
allarmato, dalla lunghezza delle ferie estive 2001 che Montanelli ha
l'arbitrio di prendersi, così privando il popolo degli Indro-dipendenti
della lettura preferita, quella destinata a sovvertire l'ordine
cronologico delle pagine: "Arrivederci al primo settembre, cari
lettori...". E' il 4 luglio, per l'ultima volta in calce a un pezzo
d'attualità compare la sua firma sul Corrierone, anche se, nella
rubrica delle lettere al giornale, de Bortoli continuerà ad alimentare
- non ci sovvengono precedenti - la staffetta della solidarietà di chi
desidera testimoniargli affetto. Nel "Corriere" del 23 luglio compare
il riquadro, bianco, della Stanza.

L'omaggio della grande stampa internazionale è unanime: "La sua
penna fieramente indipendente era coraggiosa e diretta", "Financial
Times"; "Caparbiamente indipendente, polemico, intrepido e
incorruttibile", "The Indipendent"; "Scagliava le sue frecce ironiche
contro molte icone del presente e del passato", "The Guardian"; "Estate
horribilis. Era membro di quella ridotte stirpe di giganti ormai
estinta", "El Mundo". Sul "Corriere" undici colonne di partecipazioni
solo il primo giorno, in appena tre giorni approdano sul sito di via
Solferino 11mila e-mail.

"Ho avuto per anni Indro davanti ai miei occhi. Osservandolo mi
accorgevo che scrivere, per lui, equivaleva a una funzione terapeutica.
Scrivere significa esistere, fuggire le angosce che lo incalzavano,
ritrovare nella veglia operosa la vitalità e la salute che l'inerte
insonnia notturna gli sottraeva. Il successo, il plauso non lo
interessavano in quanto tali: erano, più che altro, terapie di vita, di
radicamento nella realtà, da cui i mostri atoni e melanconici della
ciclotimia minacciavano continuamente di estraniarlo...". Rispondendo a
un lettore della sua rubrica, Montanelli annoterà: "Non immaginavo che,
seduto all'altro capo della stanza direttoriale del "Giornale", Bettiza
[il brano riportato è tratto da "La cavalcata del secolo", Mondadori]
mi tenesse sotto un controllo così assiduo e spietato... Come abbia
fatto lui a scoprire che la mia ansia di lavoro e il furioso impegno
che ci mettevo erano soltanto una fuga dalle mie notti insonni e dai
fantasmi che le turbavano (e le turbano), non lo so. Ma fatto sta che
alla sua diagnosi non ho nulla da eccepire".

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La stanza di Montanelli
(dal "Corriere della Sera" del 29 novembre 1999)

I quotidiani diventeranno come le posate d'argento

Caro Montanelli, ormai siamo sommersi dalle informazioni: i servizi
giornalistici delle Tv trasmettono le notizie in diretta e le pagine
dei maggiori quotidiani sono consultabili via computer senza dovere
uscire dalla propria abitazione. Vorrei sapere cosa pensa lei circa il
futuro del giornale di carta stampata, strozzato com'è tra la
televisione e la sua filiazione informatica in rete. Sopravviverà? Io
mi auguro di sì. E lei?

Marco Maddalo, marco.maddalo@usa.net

_____________

Caro Maddalo, la sua seconda domanda è retorica, nel senso che lei
conosce la risposta (è ovvio ch'io mi auguri la sopravvivenza dei
giornali di carta: sono stati, e sono, la mia vita). Alla prima domanda
- quella sul futuro - i giornalisti devono invece rispondere, e in
fretta: ne va della sopravvivenza professionale. Penso soprattutto ai
giovani. Alla «stanza» arrivano un'infinità di lettere che raccontano
di collaborazioni malpagate, di piccole umiliazioni, di inseguimenti a
posti che non ci sono. Molti di questi ragazzi mostrano un'incoscienza
superiore a quella, naturale, dell'età. E' per loro che tento una
previsione, un genere che di solito non amo frequentare.
Sopravviveranno
i giornali di carta? Penso di sì. Il quotidiano tradizionale è
un'invenzione a suo modo perfetta: si piega, si trasporta, si legge, si
butta. Non credo sarà facile inventare uno schermo con le stesse
caratteristiche, e gli stessi costi. I quotidiani come li conosciamo
diventeranno però l'abitudine di una minoranza, ancora più ristretta di
quella attuale. Il motivo? La concorrenza, sostanzialmente.
Sessant'anni fa, quand'ero inviato speciale, l'Italia aspettava i miei
articoli, per sapere cosa stava accadendo in Finlandia. Oggi qualsiasi
avvenimento è «coperto», come si dice in gergo, da televisione, radio,
quotidiani nazionali e locali, agenzie, settimanali, mensili, internet
e quant'altro.
Questo bombardamento di informazioni equivale,
spesso, a nessuna informazione. Sono sicuro che se chiedessimo a
lettori e telespettatori cosa ricordano del recente vertice di Firenze,
risponderebbero: la signora Blair aspetta un altro figlio, eppure non è
più tanto giovane. Vuole sapere se sono amareggiato? No, rassegnato. I
quotidiani, ho l'impressione, diventeranno un segno di distinzione come
i libri, i congiuntivi e le posate d'argento.
Verranno molto
copiati, molto citati e letti poco. Alcune informazioni specializzate
arriveranno via internet, se ho capito cos'è. La massa guarderà un
televisore, giocherà con un computer, infilerà una cassetta nel
videoregistratore. Non mi stupirei perciò se l'offerta di questi media,
sempre in caccia dei grandi numeri, scendesse ancora di livello. Guardi
quello che sta accadendo in televisione. I programmi di successo sono,
di solito, i più beceri. I prodotti dignitosi piacciono a pochi.
Proprio come i giornali, ammesso (e non concesso) che si facciano bene.
Perché se si fanno male, non avremo nemmeno quel premio di consolazione.

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Tabloid n. 1/2002

Marcello Staglieno

Montanelli Novant’anni controcorrente


Pubblichiamo una parte del capitolo conclusivo del libro di Marcello Staglieno "Montanelli. Novant’anni controcorrente", edito da Mondadori.

Carlo Bo diceva che la più calzante immagine relativa agli scritti
di Montanelli è forse quella contenuta nel titolo di un persuasivo
saggio di Claudio Marabini, La chiave e il cerchio (Rusconi
1973). Ovvero, da una parte, la chiave che lo stesso Montanelli trovava
per penetrare personaggi e vicende; e, dall'altra, la conchiusa
circonferenza che - allacciando tra loro tutti gli elementi strutturali
di un suo articolo o volume - gli consentiva di renderne coerente
l'inizio con la fine. Nel conferire a Marabini il premio Basilicata nel
lontano 1978, Bo rilevava che quella sua immagine, mediata da
Gianfranco Contini, s'adattava assai bene per decifrare la stessa
personalità di Montanelli.

Ne ho tenuto conto anch'io. La "chiave" sono le sue azioni e le sue
pagine, il "cerchio" è quello costituito dalle sue "costanti" intese
come criteri di comportamento, ma nel corso dell'intera esistenza -,
nelle quali inscrivere le stesse fulminee quanto recidive
contraddizioni che, nell'ultimo decennio, caratterizzarono i suoi
rapporti con Silvio Berlusconi.

In quel suo "cerchio" esse confluirono in modo ancor più arroventato
nel 2001: ma assieme a tutti gli elementi che ho qui individuato,
relativi alla sua lunga, davvero tormentata, vicenda professionale e
umana, politica-impolitica.

Qui sta il punto: gli attacchi a Berlusconi furono probabilmente più
"caratteriali" che "politici". I rischi di un nuovo conformismo,
ch'egli vedeva impliciti nel Centrodestra, erano speculari a quelli che
all'Italia avrebbe apportato, a suo giudizio, una vittoria del
Centrosinistra. Il pessimismo radicale cui era pervenuto, ben manifesto
nel già citato Poscritto all'Italia dell'Ulivo, non privilegiava infatti nessuno dei due schieramenti. Li condannava entrambi.

«[...] Oramai sono giunto alla conclusione» risottolineo qui i due
passi del Poscritto dove più chiaramente emerge il suo sentire «che la
corruzione non ci deriva da questo o quel regime o da queste o quelle
"regole", di cui battiamo, inutilmente, ogni primato di produzione. Ci
deriva da qualche virus annidato nel nostro sangue e di cui non abbiamo
mai trovato il vaccino. Tutto in Italia viene regolarmente contaminato.
Se ci danno la democrazia la riduciamo a partitocrazia, cioè a un
sistema di mafie [...]. Ecco il motivo per cui ho deciso di rinunziare
al seguito di questa Storia d'Italia [...]. L'Italia è finita. O forse,
nata su dei plebisciti-burletta come quelli del 1860-'61, non è mai
esistita che nella fantasia di pochi sognatori, ai quali abbiamo avuto
la disgrazia di appartenere. Per me, non è più la Patria. È solo il
rimpianto di una Patria.»

Quando, già nel gennaio 2001, la vittoria di Berlusconi si
configurava nettissima, il suo risentimento diventò totalizzante. Volle
peraltro immetterlo in una "garza politica" che, alla luce della
condanna di tutto il sistema Italia, non risulta troppo convincente.
Suona infatti come una tautologia affermare che l'elettorato,
unicamente proteso al pur legittimo "quieto vivere" o alle ragioni
dell'economia di mercato, proprio in quanto privo di strumenti critici
si orienta verso chi ha il controllo dei media (nella fattispecie le
tre reti Rai e le tre Mediaset).

E può anche parere vero che in tal modo la "colpa" del Centrodestra
consista nel determinare una democrazia mass-mediatica, in balia di
ogni "deriva plebiscitaria". Tuttavia è proprio la congenita natura
degl'italiani, secondo Montanelli, a rendere comunque possibili questi
risultati. Inoltre, dal 1861 in poi, a suo modo di vedere, a dominare
la storia italiana è stata un'ininterrotta serie di "dittature
parlamentari". Prima quella dei Cavour e della Destra storica, seguita
da quella della "dittatura parlamentare" della Sinistra storica con
Depretis e da quella, ancor più autocratica, di Crispi, cui subentrò
(pur con le valenze democratiche del suffragio universale e
dell'alleanza col socialriformismo di Turati) la "dittatura
parlamentare" di Giolitti (con cui anche si passò dai notabili allo
"Stato-massa") sino alla "dittatura fattuale" mussoliniana, con infine,
nel dopoguerra, il cinquantennio dell'egemonia democristiana provocato
dalla presenza di un Pci legato a Mosca.

Procedendo per endiadi (Berlusconi = Centrodestra, un'identità del
resto assai vera per il coagulante potere carismatico di lui),
Montanelli dimenticava altresì - credo volutamente - che la "democrazia
mass-mediologica" è consustanziale non soltanto allo stesso Ulivo
(nessuno potrebbe infatti ragionevolmente sostenere l’imparzialità"
delle tre reti Rai nella campagna elettorale 2001). Ma ha anche finito
per coincidere, piaccia o non piaccia, con le maggiori democrazie
dell'Occidente, ben più consolidate della nostra.

Osservare che possedere sei reti (anche questo è tautologico) crea
un consenso doppio di quando se ne hanno tre, ancora una volta lo
sospinse a adattarsi, come nel passato, al "male minore". Però con
l'evidenza di un pretesto. Proprio la convenzione che «l'Italia è
finita» annichiliva ogni suo «turatevi il naso» a favore dell'Ulivo: in
definitiva impedendogli sempre più di occultare quel "fatto personale".
Con l'aggiunta, nel 2001, di una differenza sostanziale: la certezza
che Berlusconi sarebbe ritornato a Palazzo Chigi. E quindi sottraendo a
lui, Montanelli, con ulteriore "sgarro", il consenso di quel
"moderatismo" del quale con «il Giornale» s'era fatto portavoce.

In tutto questo ebbe anche peso l'alleanza con Bossi il quale, per
nuovamente inserirsi nel Centrodestra, aveva, a suo giudizio, mutato il
proprio "peronismo separatista" in una generica devolution. Eppure,
era stato lo stesso Montanelli a istigare Bossi, nel 1994, a
contrastare il presidente del Consiglio (in un fotomontaggio in prima
pagina della «Voce» l'aveva infatti raffigurato chino su un violoncello
dalle fattezze berlusconiane con la scritta: «Suonalo ancora,
Umberto»), simulando di rimproverarlo al momento del ribaltone. Mentre
l'assistere all'ammansito suo ritorno a Arcore e nella Casa delle
Libertà (proprio per quel ritorno diventata "Casa comune delle
Libertà") gli aveva fatto riaffiorare il timore del separatismo, prima
(quasi) dimenticato.

Su tale timore sembra peraltro prevalere quel suo "personale"
risentimento antiberlusconiano che è difficile, a tratti, non valutare
umorale e violentissimo. E che, al tempo stesso, quasi rende marginali
le suddette motivazioni politiche, per le quali la Destra ricambiò i
suoi aspri attacchi e, all'opposto, la Sinistra intese "adottarlo".

Il "fatto personale" (mi disse un giorno ch'era anche una sorta di
"gatto personale" che lo graffiava da dentro), per quelle vicende, non
fu in effetti irrilevante. Specie perché vi si può altresì rinvenire la
rabbia di Montanelli verso una parte di quella grossa borghesia che,
irridendo lui e « il Giornale», a metà degli anni Settanta era pronta a
accettare come inevitabili sia il "sorpasso" del Pci sia il
"compromesso storico", ma che, con il ritorno di Berlusconi a Palazzo
Chigi nel 2001 («Gl'italiani corrono sempre in soccorso del vincitore»
ammoniva Flaiano), vi si andava prontamente adeguando. In più, con un
contrappasso, per Montanelli: cioè il plauso di quella borghesia
radical-chic - rimasta nell'Ulivo contro la Casa delle Libertà - che da
sempre l'aveva detestato, in un risentimento reciproco.

Benché avesse detto, sorridendo con indulgenza - val la pena
rilevarlo -, a una collega che gli fu assai cara: «L'unica cosa bella
dell'invecchiare è vedere gli antichi nemici che fanno a gara per
diventarti amici» (Tiziana Abate, Il giornalismo, unica passione, «Interpuntonet»,
23 luglio 2001), è comunque difficile capire che cosa abbia davvero
provato, al fondo di se stesso, nel ritrovarsi accanto tutti coloro che
per anni aveva azzannato con morsi e corbellature. Credo però di non
sbagliare affermando che sino all'ultimo permase in lui lo stesso
sentimento di fastidio, e di reciproca incomprensione, provato nei
confronti dei vecchi antifascisti fuorusciti di cui aveva scritto in Qui non riposano, a proposito del suo incontro con Pippo Naldi a Parigi nel lontano 1937.

Nel proprio intimo, nessuno può negarlo, appartenne infatti sempre
alla Destra. Una Destra che, come la voleva lui, probabilmente non è
mai esistita. Deluso dal fascismo e più ancora dall'antifascismo
(«riportato in auge dai revenants,» mi diceva «dai "fantasmi"
di una democrazia che Mussolini non aveva ucciso, limitandosi soltanto
a seppellirne il cadavere», in sintonia con Longanesi che parimenti nel
1945 aveva scritto: «Per indisposizione del dittatore la democrazia si
replica»), s'era spinto nel dopoguerra a inventarsene una.

L'aveva del resto precisato nella biografia che assieme scrivemmo
proprio su Longanesi: «Quei pochi che, quasi sino all'ultimo,
riuscirono a stare accanto a questo cannibale vegetariano in cerca di
amici da consumare ma che in realtà consumò soltanto se stesso, che
cosa avevano difeso? S'erano illusi di difendere un Ottocento che
nemmeno nell'Ottocento era esistito. Fu una battaglia in difesa d'un
bellissimo mondo, come tutti quelli che si sognano soltanto. Vogliamo
dire, per semplificare, che Longanesi fu l'ultimo vero grande difensore
della "Destra"? Diciamolo pure, forse anche perché lui avrebbe
desiderato questa definizione. Ma la verità è che Leo non si sognò mai
di difendere una classe in cui al fondo non credeva, consapevole
com'era che alle spalle non aveva nulla, e che quella "tradizione" in
nome della quale faceva la sua polemica se l'era inventata lui. Fosse
nato in Francia, Leo avrebbe probabilmente trovato interessi reali a
cui partecipare, e persino un partito in cui inserirsi [....] Ma a chi
gli rimprovera di aver inventato una borghesia, un costume, un gusto
ch'erano soltanto suoi, cioè di aver regnato su un reame senza
territorio, senza esercito, senza nulla, e di averlo fatto contare,
invece di diminuirlo, ne esalta il valore» (Leo Longanesi, cit.).

(…)

Alla sua morte gli uomini della Destra, molti per eleganza ma non
pochi con ipocrisia, smisero di sbertucciarlo. E il cordoglio è stato
unanime. Anche nell'ambito giornalistico: inclusi quanti, da sinistra,
l'avevano contestato pur restandogli amici, come Giorgio Bocca. Ma
senz'escludere coloro che - pur spingendosi a coprirlo talora d'insulti
all'atto della fondazione del «Giornale» e nel corso della sua
ventennale direzione - avevano finito per vantarsi d'averlo portato
dalla loro parte. Tutti comunque, lo si vide il 23 aprile 2001, si
erano tolti il cappello.

Di tale "unanimismo nel cordoglio" - unico a rilevarlo, in un
articolo sul «Giornale», è stato Salvatore Scarpino - Montanelli
avrebbe riso come faceva lui, di testa, con gli occhi a palla sbarrati
nello spingere indietro il capo sul collo magro, spalancando le lunghe
braccia. Forse con una screziatura d'amarezza al pensiero che, magari
anche attraverso qualche libro, solo la sinistra volesse contendersi
l'anima sua.

Per valutare tale pretesa, e definire con maggiore precisione i
contorni dell’"ultimo" Montanelli, è forse anche opportuno tentare di
collocarlo in quella sorta di personale Empireo che lui stesso s'era
costruito, giorno dopo giorno, nel corso della sua lunghissima vita. É
un Empireo laico, naturalmente. Non ci sono né Angeli né Arcangeli, né
Santi, Troni o Dominazioni. Al loro posto, in quest'Empireo assai
composito anche per differenti livelli di valore, senti risuonare dal
sommo il riso scrosciante di Rabelais, vedi il sorriso di Erasmo, il
volto generoso di Machiavelli e quello cinico di Guicciardini, la
beffarda espressione di Voltaire, la severità reazionaria di Joseph de
Maistre, la "borghese" genialità interpretativa di Sombart e di Weber.
Più in basso, ecco l'alacrità artigiana di Saint-Simon chino sui Mémoires, la stessa di Sainte-Beuve nel redigere i Lundis. Più in
basso ancora ecco Prezzolini, sottobraccio a Longanesi, tra Maccari e
Cecchi. Accanto a loro, Berto Ricci sotto una bandiera («quella che
disertai, prima che cadesse»). E poi una folla di anarchici: Bakunin,
polemico col fuoruscito Herzen; il generoso Andrea Costa, in visita a
Cafiero nella "Baronata" di Locarno; ma anche il giovane Benito
Mussolini, irsuto e selvatico, colto nel dissacrante gesto (che Indro
appose al termine dell'Italia dei notabili) con cui, in
visita nel 1901 al sacrario di Monza eretto in memoria di Umberto I,
afferrato da terra un sasso scheggiato, lo usò per scrivere sulla
parete a calce: «Monumento a Bresci».

Trovano naturalmente un alto posto, in quest'affollato quanto per
lui trascelto Empireo, i genitori amatissimi, Maddalena e Sestilio.
Ecco Colette, con una posizione preminente, per il futuro, destinata
alla carissima "Masi", Marisa Rivolta, e, ad multos annos, all'affettuosa
nipote "Tizzi", Letizia Moizzi. E per la prima moglie, la coraggiosa
Maggie. Seguono gli amici: l'impeccabile Ojetti e il disordinato
Martini, visti adolescente alle "Vedute"; Piffy Gomez e Augusto
Gotti-Lega, frequentati fin dagli anni Trenta; il curiale Missiroli, il
princeps dei memorialisti Ansaldo (l'unico di cui, con
Longanesi, Indro riconosceva la superiorità), Aldo Borelli e, tra i
colleghi del «Giornale», Granzotto (Gianni), Cesare Zappulli, l'alacre
e silenzioso Poldo Sofisti, il mite Leo Rossi, il vociferante Michele
Topa. Sul medesimo livello d'amicizia, tra le sventolanti insegne del
XX Battaglione eritreo, ecco quindi il generale Alessandro
Pirzio-Biroli, accanto a Carlo Ròddolo: Né possono mancare Mario
Pannunzio, Aldo Garosci, Giovanili Spadolini, Roberto Wis, Dino
Buzzati, Guido e Mimy Piovene, Panfilo Gentile, Mario Praz, Luigi
"Gibò" Barzini jr e Vittorio Gassman, suo amico anche nelle depressioni
(con posti destinati all'avvocato Vittorio D'Ajello e all'instancabile
Gianni Ferrauto). E c'è pure Mario Melloni ("Fortebraccio"), per
potersi vicendevolmente corbellare come mai mancarono di fare in vita.

Hanno infine un venturo angolo, quando (come per noi tutti) il
momento verrà, l'estrosa generosità di don Gaetanino Afeltra, il
perenne buonismo di Enzo Biagi, la preziosa amicizia di Fabrizio
Bellini, suo esecutore testamentario e già a lui vicino quale solerte
consigliere d'amministrazione al «Giornale». E sì, uno spazio non
mancherà anche a Giorgio Bocca, inimicus-hostis di tante
battaglie giornalistiche, né a Roberto Gervaso e Mario Cervi, né a
Alain Elkann, suo protettivo intervistatore alla Tv. E a Paolo Mieli,
che ne determinò il ritorno in via Solferino. Tra i politici, poca
gente: Giolitti col suo palamidone, Dino Grandi, Ugo La Malfa, che pur
gli diede del "miserràbbele", Francesco Cossiga (per il futuro)
nelle sue intemperanze anarchiche, ma anche Ghino di Tacco - Bettino
Craxi per l'animoso opporsi, già a mezzo degli anni Settanta, al
compromesso storico. Altrettanto pochi gl'imprenditori: Agostino Rocca,
Vittorio Cini, Rocco Piaggio (ammirato pur senza conoscerlo), Angelo
Costa, Pietro Barilla e, per il futuro, Achille Boroli. Accanto a loro,
sparente a tratti, l'immagine dello stesso Silvio Berlusconi giovane,
che - solo, tra la senile prudenza di troppi - nel 1977 volle aiutarlo.
Nessun altro.

E tutti i pur valenti colleghi e i politici che ne rivendicano oggi
le spoglie, per collocarle tra i loculi di una sinistra che, da lui
detestata, tanto protervamente lo detestò?

Non ci sono. Se quest'Empireo è pulvis et umbra, essi appaiono soltanto pulvis,
una polvere sollevata dal vento della polemica, comparse occasionali
negli ultimi anni, troppo pochi per intaccare l'assai più dilatato
scenario della sua tormentata esistenza. Sono pulvis anche le
spoglie mortali di Indro Montanelli, dentro l'urna cineraria riposta
nella modesta cappella familiare di Fucecchio. Ma troppo grandi per chi
voglia dimenticarle. Soprattutto per chi intenda, oggi, appropriarsene.


Marcello Staglieno, "Montanelli. Novant’anni controcorrente",Mondadori, pagine 496, lire 36.000, euro 18,59.

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Tiziana Abate

Soltanto giornalista
(Montanelli ci ha regalato anche il bigino del suo pensiero)

 


di Pilade del Buono

Complice l'ex Giornale Tiziana Abate, Indro Montanelli si è
congedato lasciandoci anche il bigino del suo pensiero, aggiornato -
pare lecito dire - all'ultimo fiato di vita. Non altrimenti, infatti,
si possono classificare le 312 pagine nelle quali si articola e si
sviluppa l'essenza di , Rizzoli
editore, 18 euro, arricchite dalla stringata ed emozionata postfazione
dell'Abate, dalle biografie essenziali di alcuni personaggi coinvolti e
delle maggiori opere di Indro, nonché‚ dall'indice dei nomi, scintilla
di una curiosa appendice per addetti: il tutto, frutto di oltre 200 ore
di registrazioni raccolte settimanalmente nell'arco di otto anni, a
partire dall'aprile '92.

In , titolo imposto alla collega
biellese al momento della restituzione del manoscritto, lo smarcamento
da ogni sorta di fraintendimenti e di remore, è totale, categorico. La
restituzione del lavoro all'Abate - approdata nell'82, in piena
gestione berlusconiana, al foglio-bandiera nato otto anni prima dalla
scissione di via Solferino, protagonisti, per dirla coloritamente con
l'ex direttore Franco Di Bella, i migliori pezzi dell'
-, era accompagnata dal desiderio-ordine di cassare qualcosa come
centocinquanta cartelle di confidenze troppo invasive della sfera
personale, e dal contratto, sinonimo di autorevole e al
tempo stesso garanzia di un periodare a prova di contraffazione: estate
di un anno fa, allorché‚ Indro stava per entrare in clinica e chiudere
il suo percorso.

E proprio in quelle centocinquanta cartelle definitivamente sepolte
nell'archivio dell'Abate è racchiuso l'interrogativo sollevato da una
seconda nota di Panorama, (),
dove il fantasma sarebbe stato rappresentato da Mario Cervi, o per
essere più precisi dalla latitanza del medesimo. Possibile, il coautore
più stretto e fedele di tanti anni e di tante opere neppure ricordato?
Interrogativo a prima vista lecito, tenuto conto che Cervi, fra i
fondatori di prima linea del Giornale, esaurita l'infelice esperienza
della Voce era salito sulla tolda di comando dello stesso Giornale in
coabitazione con Belpietro (dopo la motivata rinuncia di Bettiza):
identica testata, anni luce però lontana dal sentire del grande
toscano, se è vero che del Berlusconi politico - una volta
correttamente salutato nell'imprenditore il salvatore della patria
cartacea e degli stipendi -, Montanelli ben poco o nulla salvava, al
punto da assurgere paradossalmente, come si può leggere, quasi a icona
della sinistra.

Tiziana Abate ha precisato a giro di fax: nulla di misterioso, Cervi
compariva nella parte sacrificata e destinata a perenne oblio. D'altro
canto, nell'angolo della Stanza, rispondendo alle intriganti domande
dei lettori-padroni, Mario Cervi era già stato "assolto" almeno in un
paio di circostanze: <...Ma quello che avanza lei di qualche
divergenza tra me e Cervi mi pare che sia smontato dal fatto che
proprio in questi giorni è entrato in libreria l'ultimo libro firmato
congiuntamente da Cervi e da me, "L'Italia dell'Ulivo" relativo
proprio, come dice il titolo, agli avvenimenti in atto nel nostro
Paese> (6 dicembre '97); <...Cervi era Cervi un bel pezzo prima
di legare la sua sorte alla mia uscendo con me dal Corriere per fondare
il Giornale. Anche se nell'attuale conflitto abbiamo assunto
atteggiamenti diversi, lo abbiamo fatto senza bisogno di stendere,
tanto era implicito, un patto di reciproco rispetto, che nulla e
nessuno riuscirà mai a farci rinnegare. Perché‚ anche in Italia,
perfino in Italia, si può dissentire da persone civili, quali noi due
crediamo di essere> (23 marzo 01).

La parentesi su Cervi è doverosa, utile qual è a chiarire le ragioni
dell'assenza di altre firme di grido, a partire da Biagi a Bocca a
Elkann, che per anni l'ha stimolato sul piccolo schermo di
Telemontecarlo. All'appello manca piuttosto Michele Mottola, per
decenni storico e potente uomo-macchina dell'ammiraglia dei nostri
quotidiani (sino alla gestione Spadolini), assenza, questa capace di
generare qualche legittima curiosità…, considerata la maniacale
attenzione dedicata a fatti e misfatti del pianeta Corriere.

, titolò
felicemente la Stampa, rendendo omaggio al terreno congedo del numero
uno della carta stampata italiana (undici colonne di partecipazioni
pubblicate soltanto il giorno successivo, 11mila e.mail rimbalzate
nelle prime 72 ore, la risonanza internazionale e l'affetto dei lettori
straripante per settimane prima della redistribuzione dello spazio
della Stanza, leggere Paolo Mieli, con una presenza fissa a lui
riservata). Quanto poi Montanelli abbia incarnato il ruolo di esemplare
testimone di larga parte del secolo, trasuda da ogni pagina, al punto
da rendere cento volte più agevole il compito di inquadrare la scarna
pattuglia dei grandi personaggi sfuggiti all'appuntamento degli
"Incontri", reclamati dalla fantasia di Gaetanino Afeltra (per dirne
uno, l'imperatore Hirohito), piuttosto che tentare di delineare la
gloriosa legione delle "vittime", tentativo destinato a sicuro
fallimento.

Non ci sono righe morte o sfilacciate, un dono divino, solo la
versione aggiornata, sembra legittimo ribadire, del suo pensiero
(perché‚ Montanelli legittimava il diritto, a ragion veduta, di
modificare opinione nel corso dei mutamenti del tempo). Chi è curioso
di conoscere, o confrontarsi sul teorico immaginato, la sequenza delle
rivisitazioni montanelliane nel tratto conclusivo di esistenza, troverà
appagamento: si legge a pagina 9.

Il ciak inaugurale scandisce le origini, il non facile rapporto con
Fucecchio (nella postfazione Tiziana Abate riporta un'antica
ossessione, il duro confronto nella storica casa di famiglia fra
l'Indro transfuga della e l'Indro restato a presidiare la sua terra e a ,
ossessione che già affiorava in una datata, bella intervista concessa a
Bruno Manfellotto e in una più recente conversazione con Bettiza,
aprile 1999); e ancora, la laurea in legge che neppure minimamente
scalfiva la passione per il giornalismo ().

E se, con la sua non fumosa antiretorica assurge a freddo,
disincantato e polemico interprete delle inquiete, e talvolta torride
stagioni italiane - lui che si è sempre professato, al pari di
Prezzolini, non un antitaliano ma per
-, il trovarsi là dove puntualmente accadeva o stava per verificarsi
qualcosa di significativo e talvolta di sensazionale, non può trarre in
inganno. Questo trovarsi regolarmente nella zona calda della terra
Montanelli pudicamente (o se vogliamo, con un pizzico di civetteria)
l'attribuisce alla fortuna o al caso, sapendo però perfettamente che si
trattava di un "caso" pilotato da un intuito e una capacità d'analisi
retaggio di pochi eletti, troppe le recidive sommate nel corso dei
lustri per rendere plausibile una tesi tanto banale.

C'è tutto in queste pagine, c'è lo spaccato di quanto Indro ha
ritenuto essenziale filtrare per poi testimoniarci, dagli esordi ai
nostri giorni, il Montanelli reduce dall'Italia autoritaria del
fascismo che, redattore dell'United Press, partecipava a New York a un
corso serale di giornalismo per essere valutato non solo dai professori
ma soprattutto da un uditorio di gente comune: . Era la scoperta della democrazia.

(Sponsor Michelangelo e Vasari, Sala dei Cinquecento in Palazzo
Vecchio, con il convegno di maggio, frutto del Gabinetto Viesseux,
della Fondazione Corriere della Sera e della Fondazione Montanelli
Bassi, sono iniziate le giornate del ricordo: Montanelli è scomparso il
22 luglio di un anno fa).

Tiziana Abate, Soltanto giornalista, Rizzoli, Milano 2002, pagg. 312, 18 euro

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Tabloid n. 9-10/2003


Montanelli entra nella storia
con tanti libri (e un convegno)

 

di Giacomo de Antonellis

Indro entra nella storia. Non in quanto personaggio notorio, avendo
già conquistato il posto con il suo esercizio di scrittore e di
giornalista nell’arco di circa settanta intensi anni. Questa volta
Montanelli entra nella storia nel senso semplice e chiaro di "addetto
ai lavori", ovvero di intellettuale impegnato nella divulgazione della
storia, quale cantore di res gestae, sagace narratore di
cronache storiche. E vi entra a testa alta, con unanime quanto sofferto
assenso proprio da parte di quei cattedratici che, in precedenza, non
avevano mai accordato eccessivo riguardo ai suoi libri (del resto,
l’indifferenza era reciproca). La svolta è recente. Il "sì" definitivo,
infatti, proviene da un convegno scientifico realizzato di recente a
Milano1 ove, in due giornate costipate da relazioni e
dibattiti, il mondo accademico ha ritenuto giusto consacrare Montanelli
nell’apogeo degli "storici". In verità non è stata operazione facile.
Il tutto tra buffetti ("Raccontava un’Italia fatta di uomini in carne e
ossa") perplessità ("Non frequentava gli archivi") accuse ("Mancava di
sistematicità") dubbi ("Ma conosceva davvero i personaggi di cui
sembrava possedere la chiave di casa?") certezze (Non apparteneva ai
lodatori dell’Italia antica") sospetti ("Si era infilato in una torre
d’avorio") e titubanze ("La sua fantasia si sovrapponeva alla realtà").
Per non parlare di giudizi contrastanti relativi ai suoi scritti sulla
guerra civile in Spagna, sulla lotta antisovietica dei Finlandesi,
sulla resistenza antinazista in Italia, sulla rivolta di Ungheria, e
persino su tante polemiche di casa nostra. Ma non sono mancati gli
attestati di amicizia ("Ho lavorato a fianco di Indro per quaranta
anni") di riconoscenza ("Ha seguito passo passo la mia tesi") e di
rettitudine ("Uomo del Risorgimento, dava forza alla fede e aveva fede
nella forza"). In questo convegno, secondo me, si è trascurato un
fattore non indifferente. Il Montanelli giornalista ha firmato con la
mitica Lettera 22 migliaia e migliaia di articoli nonché numerosi testi
letterari mentre il Montanelli storico, altrettanto prolifico, soleva
suonare a quattro mani le sue note sul tempo passato facendo ricorso
anche a colleghi più giovani come Marco Nozza, Roberto Gervaso,
Marcello Staglieno, Beniamino Placido, Paolo Granzotto e soprattutto
l’affiatatissimo Mario Cervi. Come mai? Probabilmente, soffocato dagli
impegni, aveva bisogno di affiancarsi a collaboratori intelligenti. Ma
forse (questa è una mia illazione) egli intendeva ripartire le
responsabilità onde prevenire le inevitabili allusioni di scarsa
scientificità dei suoi testi sul fronte delle baronie universitarie da
cui certamente non era seguito o corteggiato. Ed è comprensibile. In
materia di storia, egli non si rivolgeva alla corporazione dei
professori ma puntava - quasi con funzione pedagogica - esclusivamente
al "suo" pubblico, che vedeva crescere in numero e in attenzione..

"Libertà di fare" in senso vichiano

Andiamo avanti. Fare una mera e dettagliata cronaca del convegno in
questa sede non mi sembra possibile per due motivi, sia perché l’hanno
già fatto a suo tempo alcuni quotidiani e ormai è divenuta materia dei
previsti Atti, sia perché adesso condurrebbe ad una "ribollita" di
sciapo sapore ed uso questa toscaneria per onorare la memoria di Indro.
E allora? Consentitemi di imboccare un’altra strada, fingendo di essere
io stesso un relatore di quel convegno. Se fossi stato invitato a
parlare, avrei impostato in modo diverso e assai sintetico la
questione. Il nesso non stava nello stabilire se Montanelli meritasse o
meno la cappa di storico quanto nel vedere come ha assolto a tale
ruolo. In altri termini occorre domandarsi che cosa rappresenta la
storia, in quale modo va ricostruita e divulgata. In sostanza - pur non
essendo affatto un montanelliano - avrei voluto rendere omaggio alla
sua creatività in relazione allo stesso concetto di Storia secondo
l’insegnamento di Giambattista Vico. Una storia, dunque, che metta in
risalto il senso di quella "libertà di fare" capace di trasformare
l’uomo in protagonista e autore del "mondo delle nazioni"2.
Una storia concepita quale sintesi di ogni manifestazione dello spirito
in quanto somma di sentimenti, passioni, fantasia, ingegno, ragione, e
- per dirla con il vichiano Pasquale Soccio3 - "in quanto
libera determinazione dello spirito stesso con la creazione via via di
istituti religiosi, familiari, politici, economici e morali", vale a
dire luogo espressivo delle fondamentali istituzioni fondamentali nella
società evoluta. E’ chiaro che la storia costituiva per Montanelli,
inconsapevole seguace dell’idea crociana, un campo privilegiato per lo
sviluppo del pensiero e dell’azione, ancor prima di porsi quale
raccolta di dati e di fatti: la ricerca della persona umana offrendo
così una galleria di ritratti con gente in carne e ossa, elementi
positivi e negativi, pigmei e peccatori. "Eroi", insomma, secondo
l’iconografia del classicismo greco e romano. E tale concetto derivava
dalla tradizione borghese respirata in casa e dall’ideologia
risorgimentale assorbita a scuola: un composto di nazionalismo e di
conservatorismo che negli anni giovanili lo induceva tra le braccia del
fascismo e nella maturità lo ricollocava nel suo naturale alveo del
campo liberale (un itinerario tipico per tanti italiani, non a caso
quella di Indro è stata definita l’autobiografia di una nazione) Il
tutto all’insegna di una fede assoluta nel laicismo, con ostentata
avversione al clericalismo temperata da parallelo rispetto per il
cattolicesimo.


Ventidue godibili volumetti

Il valore aggiunto della storia montanelliana verte in modo
essenziale sulla capacità di raccontare con elementi vivi sostenuti da
aneddoti esemplificativi e schizzi di protagonisti. La sua storia non è
impastata soltanto di eventi politici e risultati bellici ma si
sviluppa tra biografie minori e vicende umane in modo tale da farsi
leggere come un romanzo che coinvolge sin dal titolo. Ecco un elemento
che pochi hanno messo in rilievo. Egli non ha scritto, per fare esempi,
una "Età dei Comuni", una "Storia del Rinascimento" oppure una "Storia
del fascismo" come ce ne sono tante, ma ci ha dato un "Dante e il suo
secolo", una "Italia dei secoli bui", una "Italia della Controriforma",
una "Italia del Littorio" e persino una "Italia dell’Ulivo", che hanno
suscitato nei lettori la sensazione di ritrovare se stessi attraverso
le radici della propria terra oppure vivendo un’epoca conosciuta in
modo diretto dalla propria generazione, lontana o vicino. Ventidue
volumetti - quanti appaiono nella serie dedicata alla nostra storia
patria - tutti godibili senza apprensioni, nello spazio di un viaggio
in treno oppure in una serata priva da schiavitù televisive. Sono testi
che rispecchiano sempre la sua complessa vicenda personale, anche
quando non si collegano all’esperienza diretta, come nel caso della
Roma latina, dell’oscuro Medioevo o del pragmatico giolittismo.
Nel
suo sforzo di comprendere e di far apprezzare agli altri il passato,
con i suoi uomini e con le sue istituzioni, Montanelli individuava una
costante razionale nel moto degli eventi e delle idee. Si faceva così
interprete di una filosofia sulla vita in stretto collegamento con la
storia, raccontando le opere dello spirito umano come fattori di valore
assoluto, con la pratica conseguenza di modellare un novello
personalissimo umanesimo: E attraverso esso esaltava il fenomeno
storicista in quanto conquista del pensiero contemporaneo e antitesi di
antichi errori. Oltre mezzo secolo fa Carlo Antoni, massimo teorico
della materia in Italia, sottolineava che "il problema dello
storicismo, della sua validità non soltanto teoretica ma anche etica e
politica, è diventato il problema o uno dei massimi problemi del nostro
tempo, ed il suo esame una specie di esame di coscienza dell’attuale
nostra civiltà"4. E proprio guardando all’interno
dell’odierna società, massimamente italiana ma anche europea, l’occhio
indagatore di Montanelli sapeva cogliere debolezze e potenzialità di
chi "sta" nella storia e quindi "fa" la storia. Il personaggio, dunque,
che diventa esso stesso perno della vicenda universale. Di qui i
ritratti, di qui le gallerie, di qui le biografie. E di fronte alle
passioni dei singoli e delle comunità l’uomo di Fucecchio senza dubbio
sentiva (pur non ammettendolo apertamente) un conforto derivante, come
già in Vico e in Croce, dalla fede religiosa in una superiore
Provvidenza che per un laico non credente come lui, e di altri spiriti
liberi del nostro tempo, viene rappresentata dalla stessa essenza della
Storia.

E qui il problema sollecita qualche risposta di natura etica.
Machiavelli parlava di realismo senza preoccupazioni spirituali, di
autonomia della politica rispetto alla morale, di storia quale
componente pratica della vita. Per Montanelli il riconoscimento
dell’etica come categoria superiore imponeva di rompere con gli abusati
schemi del Segretario fiorentino e di avviare un discorso storico nel
quale il primato della grandezza appartenesse agli uomini con il loro
carico ideale e non alla cosiddetta ragione di Stato con i suoi
spregiudicati sottofondi che ha generato nel secolo scorso le perfidie
del comunismo, del nazismo, del fascismo, e che ancora oggi alimenta
barbarie come il terrorismo e il fanatismo. Il principio etico che
avviluppa e porta avanti l’intera Storia, in sostanza, viene fissato
dal senso di libertà. Per tale motivo, in quanto spirito liberale,
Montanelli puntava sulla storia della vita morale e civile che poteva
analizzare soltanto attraverso il pensiero e l’atteggiamento dei
singoli individui. Per il nostro autore, dunque, non si trattava di
inseguire uno schema predeterminato ma di scrivere la storia con il
presupposto del valore positivo facendone opera di vita morale tesa a
promuovere in tutte le forme della convivenza umana quella libertà che
costituisce il fulcro della società politica e religiosa. Naturalmente
egli era conscio della realtà intessuta da lotte e contrasti, interessi
di classe ed egoismi particolari, ambizioni dei potenti e follie delle
masse. Ma credeva o sperava sinceramente che il mondo muovesse verso
strade feconde, valide per il progresso umano, e utilizzava la dinamica
dei principi storici come aspettativa di elevazione spirituale. Un tale
orientamento gli derivava dalla sua intima (religiosa) convinzione
liberale, in relazione al dettato di Benedetto Croce per cui: "Se
religione è e non può essere altro che una concezione della vita con un
corrispondente atteggiamento etico, il liberalismo è una religione, e
come tale è stato sentito e pensato dai suoi seguaci, come tale ha
ispirato entusiasmi di fede ed ha avuto apostoli e martiri, come tale è
stato trattato dai suoi avversari che l’hanno accusato di negazione
delle loro particolari religioni"5.


Un rapporto inquieto con la fede religiosa

Quando si nutre un qualsiasi sentimento che eleva l’animo, vuoi
nella sfera politica vuoi in quella mistica o comunque e sempre in
termini culturali, appare ovvio chiedersi quanta parte di questo
sentimento appartenga all’una o all’altra di tali spazi. Montanelli non
poteva sfuggire al dilemma e più volte se lo era posto di fronte ai
lettori, in particolare negli ultimi tempi rispondendo pubblicamente ai
suoi lettori con il dichiararsi "un cattolico senza fede" nel senso che
nessun italiano non può non dirsi cristiano, in virtù di una tradizione
religiosa e culturale che viene contraddistinta dalla bimillenaria
presenza del pontefice romano a Roma caput mundi. E
collegava idealmente la propria sofferenza a quella di altri colossi
dalla penna chiara e precisa, come Augusto Guerriero alias Ricciardetto
addentratosi nei meandri della teologia6 e Giuseppe Prezzolini al vertice della classifica tra gli inquieti7
. Egli si sentiva attratto e respinto dalla religione cattolica: ne
apprezzava le finalità spirituali, non sopportava il ritualismo
clericale, rifuggiva dagli approfondimenti, gradiva mantenere rapporti
cordiali con esponenti della gerarchia, nutriva gratitudine per
l’intervento del cardinale Ildefonso Schuster presso i tedeschi quando
era chiuso a San Vittore. Un rapporto con il cattolicesimo quasi
nevrotico nel quale prevaleva una certa superbia intellettuale. A
questo punto apro una parentesi obbligata: in apertura di convegno il Corriere ha proposto un pezzo di Montanelli ventunenne - con enfasi classificato come "il primo articolo" - scritto per la rivista Frontespizio del
fiorentino Piero Bargellini, ove l’esordiente autore attribuiva a lord
Byron, a dispetto della vacua fama e della professione anglicana, una
latente attrazione verso la Chiesa. Tesi suggestiva e stupefacente che
in seguito Indro avrebbe confessato di aver inventato per dar prova di
originalità, "senza menomamente credere né in Byron né a Bargellini né
al suo cattolicesimo". E’ la controprova che, per farsi strada nel
giornalismo, occorre sempre una certa dose di spregiudicatezza e di
cinismo, ma è anche la conferma che i geni degli ascendenti si
ritrovano sempre nelle generazioni successive, considerando che Indro
era nipote di quel Giuseppe che alternava slanci mistici a durissime
posizioni anticlericali8.

La trascendenza della religione impone nella storia il principio
indefettibile della verità (meglio scriverla con l’iniziale minuscola)
che per Montanelli doveva costituire un autentico assillo. Il suo
stile, infatti, portava a privilegiare la curiosità della cronaca alla
certezza dei documenti, l’aneddoto all’archivio, la memoria diretta
all’accertamento delle fonti, in modo da rendere vivo un racconto,
mettere in evidenza esperienze ripetibili e ancora di più consentire al
lettore di memorizzare meglio una figura e un evento. E’ un metodo
largamente sperimentato nel passato9 e che oggi si presenta attuale10
perché offre immagini dal contenuto umano e dai risvolti spirituali che
sembrano assimilarsi al genere del romanzo. Lo stesso Croce - che
masticava bene la materia11 - ha puntualizzato che "la
storiografia attinge, quando le giova, alle raccolte dell’aneddotica,
ciò non per trarne parti integranti del suo pensiero ma unicamente per
trarne forme immaginose di espressione" proponendo una chiara
esemplificazione: "Può darsi che la signora Roland non abbia esclamato,
andando alla ghigliottina Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome! né che la sua napoletana sorella di fede Eleonora de Fonseca, nell’apparecchiarsi a simile morte, il suo Forsan et haec olim meminisse iuvabit12 e
che l’uno e l’altro detto fossero stati foggiati dai loro ammiratori e
amici o si fossero come formati da sé per una serie di equivoci e
fraintendimenti. Nondimeno quei detti bene simboleggiano l’animo forte
e la mente elevata degli intellettuali, sognatori di libertà e di
umanità, che mossero le rivoluzioni francese e napoletana, e le
rappresentarono e vi perirono".

Esiste una "verità" montanelliana?

La verità, allora, passa in secondo piano? In senso assoluto
certamente no. Tuttavia, a me sembra fuori luogo la ricerca ossessiva
di una "verità" negli scritti montanelliani. Sta di fatto che essi
rispondono in pieno allo stato d’animo di chi scrive né si deve
pretendere altro. Per fare una citazione, in una corrispondenza sul
conflitto tra Helsinki e Mosca parlava di centinaia di volontari
italiani pronti a difendere la terra di Sibelius: notizia totalmente
inventata da legare alla propria esaltazione di "partigiano" della
causa finlandese. La documentazione, tanto cara ai ricercatori
accademici, viene utilizzata soprattutto per dare consenso alle tesi
che l’autore si è predisposto di illustrare. Senza dubbio Montanelli
tiene conto delle altrui ricerche e in modo particolare dei lavori
editi, ma - con tocco di artista - è anche riuscito a individuare cose
sfuggite ai più attenti storiografi. Un esempio? Nel rievocare le fasi
finali della seconda guerra mondiale, pochissimi addetti ricordano che
il 14 luglio 1945 - quindi a situazione bellica ampiamente definita -
l’Italia del governo Parri dichiarava guerra al Giappone suo
ex-alleato, e il duo Montanelli-Cervi l’ha sottolineato13.
D’altronde la verità è un concetto in continuo aggiornamento, secondo
le visioni e le condizioni della società che l’alimenta (il giornalista
toscano risentiva moltissimo di questo stato) e la storia non è altro
che una risposta alla nostra anima. Del resto "la storia degli uomini
ci dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e
confuse e a grand’intervalli distanti verità soprannuotano" e tali
verità hanno durata brevissima di un lampo "in paragone della lunga e
tenebrosa notte che involge gli uomini"14. Ecco l’essenza
della verità secondo Montanelli, una verità perseguita attraverso uno
schema che si può sintetizzare in questi termini: affrontera il tema
prescelto offrendone al lettore un quadro riassuntivo, poi scandagliare
le tesi contrapposte o contrapponibili, e finalmente trarre "le
deduzioni con metodo maieutico, alla maniera di Socrate, cioè
ricorrendo all’arte della levatrice per arrivare alla ‘sua’ verità che
spesso combaciava con il comune buonsenso"15 .

In stretto collegamento a questa tesi, esiste un altro importante
elemento da tenere presente in un libro di storia, ed è quello
costituito dal suo giudizio unitario che formula sul personaggio o sul
periodo sotto analisi. Secondo il modo in cui si punta a una o più
vicende, slegate o connesse tra loro, si possono comporre storie di
natura uniforme che diventano raccolte di notizie attorno a un popolo o
ad un paese: è questa la strada perseguita da Montanelli e dai suoi
collaboratori per dare un quadro d’assieme ad un pulviscolo di colori.
Con un pizzico di maliziosità, Piero Ottone ha aggiunto qualche
dettaglio sul Montanelli autore degli incontri storici per il Corriere:
"Indro, a quanto ne so, non si documentava granché, forse aveva un
colloquio con l’individuo predestinato, forse ne faceva a meno perché
già lo conosceva, ma tracciava ogni volta un ritratto che, mediante un
paio di episodi veri o immaginati, ne rivelava in modo spietato le
caratteristiche più vere, virtù e debolezze, grandezza e fragilità; chi
leggeva non apprendeva probabilmente nessun nuovo dato, nessun fatto
specifico, ma aveva l’impressione di conoscerlo finalmente quale egli
era davvero"16. Sull’abilità divulgativa di Montanelli,
comunque, non ci piove. Altrettanto si deve ammettere sulle sue
attitudini produttive che l’hanno portato a interessarsi di tante cose
e a scrivere con tanto fervore. Appare quindi naturale che, mettendo
assieme mille episodi particolari, egli sia riuscito a creare la
sequenza cronologica sull’Italia a partire dai secoli bui fino a tutto
il Novecento. E la conclusione appare spontanea, ricorrendo ancora alle
parole di don Benedetto: "Non verità filosofiche né verità storiche, ma
neppure errori e sogni; sono moti della coscienza morale, storia che si
fa"17.

Senza dubbio, Indro Montanelli era storico e giornalista dal
carattere assai umorale: si prendano in esame i suoi giudizi sul
generalissimo Franco: durante la guerra civile spagnola lo descriveva
quale figura esaltante, uomo silenzioso e tollerante, vero stratega; in
seguito lo imbottiva di aggettivi tipo squallido, ottuso, gelido,
indeciso, intellettualmente mediocre. Ciò nonostante, Montanelli ci ha
lasciato una bella lezione sulla capacità di rapportare le nozioni
"scolastiche" all’esperienza personale cercando di miscelare il tutto
in un crogiolo di buonsenso intuizioni e valutazioni. Con qualche
esplicita confessione: talvolta sprezzante come il "malgrado l’ostilità
di cui siamo stati fatti segno da parte della storiografia accademica"
che si legge all’inizio de L’Italia del Settecento, talvolta pretenziosa con la precisazione della qualifica conquistata sul campo di "noi storici" nell’avvertenza a L’Italia dell’Asse, talvolta
con ostentazione come "il successo, siamo d’accordo, non è l’unico
metro in cui si debba misurare il valore di un’opera, ma la sua
efficacia sì" sottolineato nel presentare L’Italia dei secoli d’oro, talvolta
stanca quando riconosce che "la situazione è di quelle che concederanno
ben scarso margine per lo studio e la riflessione a un giornalista
impegnato come me" come nella nota di apertura de L’Italia in camicia nera. Spocchioso?
Forse, ma se lo poteva concedere poiché occorre guardare al sodo, vale
a dire alla sua tempra di scrittore. Anzi, di storico a pieno titolo
visto che anche in questo campo Montanelli sapeva farsi scudo di un
fraseggio lineare e comprensibile, e si rivolgeva sempre ai suoi
lettori quasi parlasse loro in esclusiva, ad uno ad uno, da amico o
confidente, traendo e offrendo reciprocamente un beneficio di mente e
di sistema nervoso. Rileggendone adesso gli scritti, in sostanza,
dobbiamo riconoscere che i suoi meriti superano ampiamente la faccia
grintosa del suo carattere. E ammettere che, in quanto storico e
giornalista, egli aveva ben saputo mettere a pieno regime l’aureo
aforisma del grande Bovio - "come è facile scrivere difficile e come è
difficile scrivere facile!"18 - che fatica tuttora a farsi strada nel costume di quanti scrivono (o presumono di scrivere).

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UNIVERSITA’ degli STUDI di MILANO BICOCCA
FACOLTA’ di SOCIOLOGIA
CORSO di LAUREA IN SOCIOLOGIA

Corso di Storia del giornalismo
Prof. Franco Abruzzo

INDRO MONTANELLI:
SPETTATORE DEL VENTENNIO

Tesina di Marta Buffoni
Matricola n. 036030

INTRODUZIONE

Indro Montanelli (Fucecchio 1909 – Milano 2001) è stato uno tra i
più importanti giornalisti del XX secolo, narrando nell’arco dei
settant’anni di carriera, attraverso articoli giornalistici, racconti
d’esperienze personali e libri di storia, le vicende d’Italia, con una
profonda dedizione per la verità; e poiché non esiste una verità
assoluta, possiamo affermare che egli ha offerto ai lettori la "sua",
incorrendo per questo in critiche più o meno aspre da chi si trovava
dalla parte opposta per credenze politiche, personali o semplicemente
per obbedienza ad un "padrone". Il grande pregio di Montanelli, per
quanto si possa non essere d’accordo con le sue posizioni ed idee, è
stato proprio la ricerca costante della verità, la volontà di non
mentire al proprio pubblico anche quando questo significava inimicarsi
personaggi importanti o rischiare la pelle. Tale sentimento derivava in
lui dalla fedeltà alla professione, che richiede: lealtà e buona fede
(Art. 2 della legge professionale); l’obbligo inderogabile di attenersi
a fatti veri e documentati, quello che Montanelli definiva come la
"necessità di vedere", come dote principe del cronista; l’obiettività,
un traguardo che deve sempre essere perseguito offrendo al lettore una
visione più ampia e variegata possibile delle interpretazioni dei
fatti, indipendentemente dalle convinzioni personali, separando il
giudizio dalla notizia. Non si può in ogni modo tralasciare di
ricordare che questo suo rigore era anche una dote naturale, un aspetto
del carattere che lo portava ad essere sempre "controcorrente", a non
appiattirsi mai sul conformismo. Nella sua lunga vita non ha smesso mai
un attimo di professare e di tenere fede a questi principi innescando
le reazioni più disparate: dalla espulsione dall’albo dei giornalisti
nel ‘37 alla condanna a morte da parte dei tedeschi, dalla riprovazione
morale degli antifascisti alla "gambizzazione" da parte delle Brigate
rosse nel ‘77, dalla polemica infinita con Malaparte alla frattura con
Berlusconi che gli costò aspre critiche e il suo amato «Giornale».

La motivazione che mi ha spinto a trattare, come argomento di questo
breve scritto, Indro Montanelli è data proprio dalla correttezza nei
confronti del lettore che mai lo abbandonò nell’arco di tutta la sua
lunga carriera, dalla serietà e precisione con la quale si dedicava
alle notizie, dalla tensione costante verso la verità, perché se non
poteva essere assoluta almeno fosse il più possibile prossima
all’assoluto. L’espressione più lampante di tale fermezza e correttezza
nei confronti dei lettori, nonché del se stesso uomo e giornalista, si
è definita lungo tutto il periodo fascista e nell’immediato dopoguerra.
Il Fascismo, come ogni dittatura, corrisponde ad un periodo molto
difficile per il giornalismo, poiché la verità viene spesso
imbavagliata e costretta in un angolo per fare spazio alla propaganda
indispensabile per controllare le masse ed ottenerne il consenso. Si
spiega così, in modo più completo, la mia scelta di esporre la
posizione di un grande giornalista qual è stato Montanelli, proprio in
relazione ad un periodo in cui fare del giornalismo "vero" non era
possibile o era comunque a rischio di persecuzioni o addirittura della
vita. Egli vi è riuscito non sottostando alle imposizioni del
Minculpop, partecipando a progetti importanti come «L’Universale» di
Brocchi e Ricci e anticonformisti come il settimanale «Omnibus» di
Longanesi, il "più sequestrato d’Italia" durante il fascismo,
raccontando, come inviato, ciò che realmente accadeva nei momenti più
importanti della storia d’Europa di quegli anni, contraddicendo spesso
quello che veniva riportato in Italia dall’Agenzia di stampa Stefani e
dalle veline del Minculpop, intenti a mettere sempre in buona luce il
regime e i propri alleati.

Fascista convinto nei primi anni, fino ad arruolarsi per la campagna
d’Africa, piano piano perde la fiducia e le speranze che vi aveva
riposto, se ne discosta sempre più, fino ad essere dalla parte
dell’antifascismo nelle ultime fasi del regime e ad essere catturato e
condannato a morte dai tedeschi. Molti sono coloro che non gli hanno
perdonato quella parentesi e lungo tutta la sua vita, nelle occasioni
più disparate, è stata rispolverata l’accusa di essere un fascista.
Solo nel momento della sua morte, anche i detrattori, si sono ricordati
che, fascista o meno, Montanelli è stato un grande del Novecento,
raccontando l’Italia, con la passione di chi vive le vicende,
l’indipendenza di chi non sa sottostare ad altro "padrone" che se
stesso e la propria coerenza, la prontezza del cronista, la precisione
dello storico, la cultura di un grande intellettuale, l’abilità dello
scrittore e la buona fede del giornalista, che può anche sbagliare, ma
che ha l’umiltà di correggersi.

1. L’INEVITABILE INCONTRO CON IL FASCISMO

Indro Montanelli nasce a Fucecchio (a metà tra Pisa e Firenze) nel
1909, cresce in una famiglia borghese che rispetta una tradizione
davvero toscana fatta di semplicità e di civiltà casalinga. Crebbe nel
periodo giolittiano della "buona vita", in un clima liberale, cui
resterà poi fedele per tutta la vita, così come vi rimarrà alla Destra
Storica, definendosi un conservatore e affermando di appartenere ad
"una destra che non esiste", quella dei Padri del Risorgimento. A
cinque anni imparava a memoria le notizie che il nonno gli leggeva e
poi le ripeteva, fingendo di leggere; ad undici anni si trasferisce a
Nuoro con la famiglia, si ammala e per questo non può frequentare la
scuola, ma legge molti tra i libri della biblioteca del padre
(Leopardi, Collodi, Salgari, Kipling, i classici greci e latini,
Voltaire e altri classici francesi e inglesi), cominciando a formare
quella che diventerà una vastissima cultura e il suo stile. Torna, dopo
cinque anni, nel ’25, in Toscana, dove entra in contatto con il
fascismo, nella forma in cui si presentò nei primi anni, cioè lo
squadrismo.

In Toscana, il fascio ha molta presa, trovando un terreno fertile
nei giovanotti maneschi che sono spinti a partecipare alle spedizioni
punitive non dall’ideale, ma dalla semplice voglia di far rissa. Esso
ebbe grande influenza anche sui più giovani, che, racconta Montanelli,
giocavano nei cortili a "fascisti e comunisti" e tutti quanti volevano
fare i fascisti, proprio come fino a qualche anno fa si giocava a
"banditi e Carabinieri" e ognuno avrebbe voluto impersonare il bandito.
Ancora Egli racconta un episodio davvero singolare della sua
adolescenza, quando quattordicenne, dopo la marcia su Roma, con un
compagno, inscena una "marcia su Rieti". Avviene così la proclamazione
dell’adesione al fascismo, ottenendo la divisa da balilla e finendo
nelle colonie dove insieme a milioni di coetanei venne indottrinato.
Sempre all’età di quattordici anni comincia a leggere, nella biblioteca
di Rieti, «La Voce» di Prezzolini, rivista d’inizio Novecento,
espressione della nascente stampa nazionalista, cui collaborarono
Mussolini e Amendola, Croce e Gentile, personaggi che poi prenderanno
strade diverse e difenderanno posizioni opposte, tanto che Malaparte la
definì "la serra calda del fascismo e dell’antifascismo". Nel 1926
compra e legge con regolarità «L’Italiano- Foglio quindicinale della
Rivoluzione fascista» diretto da Leo Longanesi, che poi avrà un grande
ruolo nella sua iniziazione professionale. Questa rivista era un invito
a partecipare a quel fascismo provinciale fatto di risse e di
spedizioni punitive, un po’ anarchico e decisamente antiborghese, ma
ciò che piaceva a Montanelli erano in modo particolare le strofette
sarcastiche ed evocative.

Il vero coinvolgimento nel fascismo arriva, però, per Indro quando
si iscrive alla facoltà di legge di Firenze, dove fa parte del GUF, si
laurea e intraprende la carriera professionale. Montanelli ha spesso
sottolineato: "sono stato fascista nel momento in cui ho potuto essere
qualcosa", ma ha sempre anche ribadito di non essersi mai sbilanciato
troppo, non avendo mai ricoperto alcuna carica, non essendosi
arricchito ed essendosi sempre tenuto lontano dalla corte di qualsiasi
gerarca. La sua massima aspirazione in quegli anni era quella di
arrivare, ma di arrivare "disobbedendo" con la stessa volontà con cui
molti altri in quel periodo scelsero di farlo "obbedendo". Inizialmente
le sue erano velleità letterarie e nel ‘74 confida di aver scelto di
essere un giornalista solo dopo il ‘45 quando ormai gli era chiaro di
non essere tagliato per cimentarsi con la narrativa. Con tale intento,
quindi, scrive il suo primo articolo, riguardante Byron, sulla rivista
cattolica «Il Frontespizio», anche se non credeva né nel cattolicesimo
né in Byron, semplicemente per avvicinarsi al mondo della letteratura.

Nel 1932, mentre Indro è ancora in cerca della sua strada, ebbe un
incontro con un sindacalista, Diano Brocchi, il quale lo invita a
collaborare a «L’Universale», diretto da Berto Ricci, che Montanelli
considererà il suo unico maestro di carattere. L’intento di questo
giornale era quello di mostrare la forza giovane del Fascismo
all’Italia e allo stesso tempo di dare un substrato di pensieri ad un
regime che ancora non ne aveva uno ben determinato. I giovani che vi
collaboravano avevano colto in modo particolare l’istanza sociale del
fascismo, erano convinti di partecipare ad una rivoluzione, di poter
attuare, proprio per mezzo del fascismo, quella "Rivoluzione mancata",
che secondo Gobetti era stata causata dal fatto che le vicende unitarie
erano state gonfiate. Montanelli confida che fu proprio per lo stimolo
di Ricci che per lui il fascismo cominciò a contare, ma «L’Universale»
era destinato ad avere vita breve, soprattutto perché in poco tempo
tutti si resero conto che quella "rivoluzione mancata" non l’avrebbe
potuta realizzare nemmeno il fascismo e perché quel desiderio di "fare"
verso il regime li portava spesso a contrastarlo.

Nei primi mesi del ‘34 Montanelli si reca a Parigi per alcuni corsi
di perfezionamento che non seguirà mai, perché entra nel "mestiere"
assunto dal direttore di «Paris Soir», che era rimasto colpito da una
sua testimonianza riguardo ad una rissa cui aveva assistito per caso.
Nel frattempo continua a mandare le proprie prose polemiche a
«L’Universale». Rientra in Italia nel luglio di quello stesso anno
poiché Mussolini ne aveva convocato tutti i collaboratori a Palazzo
Venezia, complimentandosi per le loro battaglie e definendoli la "punta
più avanzata del fascismo", ma in realtà offrendo loro di collaborare
al «Popolo d’Italia» per portarli a naufragare nel conformismo, come i
tempi richiedevano. Accettano di collaborare, ma non abbandonano il
loro giornale che chiuderà solo quando Ricci nel ‘33 si arruolerà come
volontario per la campagna d’Africa.

2. IL PERCORSO DEL FASCISMO IN RELAZIONE ALLA STAMPA DAL ’22 AL ’35

Fin dal 1922 era parso chiaro l’intento di Mussolini di limitare la
libertà dei giornali e nel ‘23 si erano sempre più intensificate le
rappresaglie delle squadre fasciste nei confronti dei giornali
d’opposizione. Nello stesso anno era stato presentato il regio decreto,
che per un lungo periodo verrà utilizzato da Mussolini come una "spada
di Damocle", per tenere a freno le intemperanze dei giornali e che
entrerà in vigore nel ’24, quando il delitto Matteotti scatenerà una
vigorosa reazione nella maggioranza delle testate. Nel 1925 viene
proclamata l’instaurazione della dittatura e Mussolini riesce a piegare
tutti i giornali al suo volere anche grazie ad una nuova legge sulla
stampa con misure liberticide i cui punti cardine sono la creazione del
direttore responsabile e la creazione dell’Albo dei giornalisti al
quale bisognerà obbligatoriamente iscriversi per poter esercitare la
professione e al quale non sarà possibile accedere senza una
certificazione di buona condotta politica da parte del prefetto. Nel
corso del ‘26 le cose peggiorano ulteriormente poiché, dopo il terzo
attentato a Mussolini, viene dato l’ordine di sospendere la
pubblicazione di tutti i giornali dell’opposizione, la fascistizzazione
integrale della stampa. Mussolini conosce bene il mondo della stampa,
essendo stato giornalista e direttore dell’«Avanti!» dal dicembre del
‘12 al novembre del ‘14, quando fonda il «Popolo d’Italia» con un
clamoroso voltafaccia. Non volendo intaccare il prestigio delle più
importanti testate, inizialmente il duce impone la fascistizzazione
della sola parte politica, imponendo poi cambiamenti sempre più
radicali e mettendo alla guida dei maggiori quotidiani uomini fedeli al
fascismo. In provincia, invece, molti quotidiani vengono chiusi o
incorporati nei fogli fascisti locali. Nel frattempo cresce il numero
dei nuovi giornali dichiaratamente fascisti, tanto che nel ‘27
Mussolini interviene fissando a 70 il numero dei quotidiani e a sei il
numero delle pagine. Dal ‘25 era stato anche rafforzato l’Ufficio
stampa, le cui richieste passano progressivamente dall’essere inviti e
richiami a veri e propri ordini. Inoltre Mussolini ricorre all’Agenzia
Stefani per rendere omogenee le pagine politiche di tutti i giornali e
per fare in modo che appaia delle vicende sia interne sia estere solo
ciò che fa comodo al regime. Anche l’Albo, di cui già si è parlato,
viene ufficialmente istituito nel ‘28 e da quel momento la professione
potrà essere esercitata solo con l’iscrizione ad esso. Viene accentuata
e sottolineata la funzione educativa della stampa, che deve svolgere
una "missione", che nell’ambito di una dittatura significa creare
consenso e servire il regime. Soltanto nell’ambito dell’arte, della
filosofia e della scienza, Mussolini lascia spazio anche a coloro che
non hanno dichiarato fedeltà al fascismo e non possiedono la tessera
del Pnf. Negli anni trenta fa la sua comparsa anche la radio con la
quale vengono trasmessi notiziari preparati con le diramazioni della
Stefani e i discorsi ufficiali, ma non è ancora in grado di fare
concorrenza alla carta stampata che resta in primo piano. L’efficienza
del sistema informativo creato dal regime viene testata in occasione
della guerra d’Etiopia e il risultato è sicuramente più che positivo,
considerato che radio e giornali contribuirono notevolmente a far
nascere quel "mal d’Africa" che spingerà migliaia di giovani ad
arruolarsi, credendo fermamente nella "missione civile" e nella
vocazione imperiale di una nazione che ha come antenato l’impero
romano. Tra questi giovani c’è anche Montanelli.

3. IL "MAL D’AFRICA"

Nell’agosto del 1934 Montanelli si reca di nuovo all’estero, in
Canada, come corrispondente per «Paris Soir». Notato da un inviato
dell’agenzia americana «United Press» a Parigi, viene assunto come
apprendista a New York e impara la regola delle "five W" e a separare
notizie e commenti, ovvero i fondamenti del "mestiere".

Torna in Italia nel ’35, si arruola nell’esercito come volontario e
chiede di essere destinato in Eritrea. La spinta a questa scelta, che
significava lasciare una carriera che stava per aprirglisi, per
l’incerto, era condizionata principalmente da due motivi. Il primo
legato al desiderio personale di conseguire la fama come scrittore;
credeva, infatti, che arruolandosi avrebbe preceduto l’arrivo in
Etiopia dei grandi inviati e avrebbe potuto farsi notare descrivendo
passo a passo quell’esperienza, arrivando al successo senza bisogno
dell’appoggio di nessuno, in linea con il suo spirito indipendente e
intraprendente. Il secondo motivo, invece, è dettato dalla convinzione
che quella guerra sarebbe stata "rivoluzionaria", sarebbe stato uno
sbocco per la disoccupazione che affliggeva l’Italia, avrebbe
rappresentato l’occasione della sua generazione per contribuire alle
imprese del fascismo che fino a quel momento avevano solo subito e
avrebbe contribuito a cambiare l’opinione che avevano all’estero degli
italiani, visti come un popolo privo d’intraprendenza. Addirittura egli
meditava di stabilirsi in Etiopia per sfuggire alla opprimente
burocrazia imposta dal regime e per costruire un’altra Italia, magari
realizzando le aspettative che il fascismo aveva deluso. Prima di
partire, Indro si reca in Inghilterra per cogliere di persona quali
erano gli umori della gente e del governo inglese. Leggendo i giornali
e ascoltando la gente per la strada capisce che il clima è d’avversione
nei confronti della politica imperialista del regime. Entra in contatto
con i giornalisti professionisti e ha la sensazione che qualcosa in
Italia non vada, poiché si accorge che, anche se la stampa inglese era
assolutamente critica nei confronti della posizione italiana, venivano
inviati nel nostro paese articoli in cui il dissenso era trasformato in
elogi. Montanelli resta colpito dalla risposta di un collega alla sua
osservazione in merito a tale incongruenza, "Lo so che non lo dicono,
ma a Roma fa piacere. Sensibilità, mio caro, sensibilità..."; ne resta
amareggiato.

Nel frattempo la sua richiesta d’arruolamento viene accettata e
viene destinato al "Corpo Truppe Coloniali dell’Eritrea". Il 22 Aprile
1935 Indro parte per l’Africa, assegnato ad un reparto mobile indigeno,
il XX Battaglione eritreo, ne comanda una compagnia con il compito di
controllare le mosse dell’esercito nemico. Tutte le sere scriveva,
pagina dopo pagina, un diario con l’intento di trasformarlo in un libro
a cui affidava la sua aspirazione al successo. Nell’ottobre del ’35
arriva la guerra, dichiarata da Mussolini in un discorso alla radio.
Montanelli si affretta a spedire ai genitori le pagine scritte in quei
giorni di preparazione e di studio del territorio e per gennaio
spedisce anche i restanti capitoli del suo libro, doveva fare in fretta
perché con la guerra arrivano anche gli inviati speciali dei grandi
giornali, che si aggiungono ai numerosi giornalisti che avevano
chiesto, come lui, l’arruolamento e che mandavano corrispondenze in
Italia.

Le cronache della guerra sono colme di retorica e di trionfalismo e
nascondono le incertezze e le crudeltà (si parla del possibile utilizzo
di gas tossici, Montanelli insisterà sempre sulla falsità di tale
ipotesi). Circondato da tanti giornalisti importanti, Indro si sente ai
margini e comincia ad essere sconfortato perché da casa non giungono
notizie in merito al suo libro da mesi. Mussolini ordina di accelerare
i tempi e la guerra si rivela breve, anche per la netta superiorità
italiana; improvvisamente arrivano dall’Italia gerarchi ed aspiranti
gerarchi, in cerca di gloria e la guerra si trasforma in una gara tra
arrivisti. Allo sconforto personale si aggiunge un pizzico di delusione
per la situazione; comincia a vedere sfumato il sogno di costruire in
Etiopia un Italia di pionieri.

Nel maggio del ‘36 incontra Brocchieri, collaboratore del «Corriere
della sera», che, saputo il suo nome, si complimenta con lui per il
libro scritto. Nei giorni successivi riceve anche una lettera del padre
che contiene un articolo dello stesso "Corriere" scritto da Ugo Ojetti
e pubblicato nella famosa terza pagina. Grazie ad un amico del padre,
Bontempelli, e ad un giovane editore, G.Mazzocchi, il libro, "XX
Battaglione eritreo", viene pubblicato e recensito da uno dei più
importanti e ammirati giornalisti, Ojetti, che ne fa addirittura un
elogio. Quest’articolo crea una grande curiosità e in poche settimane
vengono esaurite due tirature del libro. Montanelli si ritrova, così,
ad essere uno scrittore di successo e immesso nel grande giornalismo.

Contento per questo successo e per la buona riuscita dell’impresa
bellica, che stava cominciando a dare frutti con il continuo arrivo di
coloni italiani, cominciava a sentire il desiderio di tornare. Rivede
un romanzo che aveva scritto in precedenza, "Primo tempo", che,
pubblicato, non avrà successo e che lui stesso anni dopo definì "il più
brutto romanzo del secolo ventesimo". Questo libro arriva nelle mani di
un fuoruscito italiano in Russia che dai microfoni di radio Mosca
afferma che esso è la prova che nella gioventù fascista si stanno
facendo strada le idee comuniste. Per questo, Montanelli viene inserito
dal ministro della stampa, D. Alfieri, nella rubrica "frondisti". In
quell’anno il ministero cambia insegna e diventa il ministero della
Cultura popolare, Minculpop, per sottolineare che esisteva una cultura
fascista che si ispira al popolo e che ad esso è indirizzata. Viene
affidato al ministro il compito di sorvegliare sull’integrità di tale
principio, perché in realtà è Mussolini a provvedere a dare ordini per
i giornali e per l’agenzia Stefani, e soprattutto a dettare le "veline"
emanate dal Minculpop. Indro continua a scrivere, ma su di lui tutti
tacciono ed è consapevole che deve riuscire a farsi assumere in un
quotidiano perché non può vivere solamente scrivendo libri. Torna in
Italia nel febbraio del ‘37, amareggiato, perché anche in Africa il
regime aveva provveduto ad imbrigliare l’iniziativa privata nella
burocrazia, facendo definitivamente sfumare il sogno di creare un mondo
libero.

4. FRONDISTA SULL’ «OMNIBUS» E IN SPAGNA

Si rivolge, allora, a F. Malgeri, direttore a Roma de «Il
Messaggero», che gli offre la possibilità di fare l’inviato in Spagna e
nel frattempo di lavorare come redattore, anche se non lo può assumere.
A fine marzo, dopo aver passato qualche giorno in Toscana, ritorna a
Roma per incontrare L. Longanesi che progettava di far uscire un
settimanale, un esperimento nella nuova forma del rotocalco, «Omnibus».
L’incontro è burrascoso, ma Longanesi gli permette di scrivere e da qui
nascerà un’amicizia durata vent’anni. Non pago Montanelli si reca a
Milano e si fa ricevere dal direttore del «Corriere della sera»,
Borelli, che però non gli offre nulla. Deluso, Indro decide di lavorare
per «Omnibus», anche se come ricompensa non avrà che vitto e alloggio.
Il settimanale moderno nell’impostazione si tiene fuori dal conformismo
imperante negli altri giornali, pubblicando fotografie, articoli e
racconti vivaci e note critiche sull’arte e sul costume. Accomunava
tutti i collaboratori, Longanesi e Montanelli in primis, una grande
delusione nei confronti del fascismo, ma imperava anche la convinzione
che non si potesse star fermi a guardare, a piangersi addosso. Omnibus
vende circa 35.000 copie grazie al fatto che si tratta di un prodotto
eccellente e con firme importanti. Montanelli ricorda quest’esperienza
come un’importante lezione sia dal punto di vista professionale che da
quello umano, insistendo sull’attenzione con cui Longanesi tentava di
insegnare il mestiere ai giovani che vi collaboravano e sull’esempio
d’indipendenza che diede a tutti loro, non accettando le veline come
unica fonte di notizie e incorrendo, così, in numerosissimi sequestri
da parte del regime, fino a causarne la soppressione a soli due anni
dall’apertura, nel gennaio del ‘39.

Nel frattempo, Indro continua a documentarsi sulla Spagna, in attesa
di partire come inviato de «Il Messaggero». L’atteso momento arriva
nell’agosto del ‘37, Malgeri gli raccomanda di documentarsi bene e di
non avere fretta di scrivere. La situazione si presenta subito
piuttosto difficile per Montanelli perché non dispone della grande
ricchezza di mezzi dei colleghi e perché il CTV aveva imposto agli
invitati, su ordine di Ciano, limitatissima possibilità di movimento.
Indro ce la mette tutta, ma per il suo primo articolo non riesce a
trovare di meglio della descrizione del soldato eroico. Fatica a fare
il giornalista di regime, ad inviare corrispondenze che non rispecchino
la realtà dei fatti, solo per compiacenza. Inoltre Montanelli è invaso
da un desiderio di "trasgressione" dettato dal fatto che nutriva una
simpatia spontanea per i lealisti, perché si rendeva conto che erano i
più deboli, schierandosi dalla parte opposta del regime. A questo si
aggiungeva un dubbio politico: legato al fascismo per la politica
sociale, antiborghese e proletaria, non comprendeva perché in politica
estera il regime si schierava con tutte le destre più reazionarie.
Parlando con altri giornalisti Montanelli capisce che quella guerra non
era tra fascisti ed antifascisti, ma tra fascismo e comunismo; questa è
la motivazione per cui Francia e Inghilterra, permettendo l’elogio sui
giornali del popolo spagnolo, non fecero nulla, temevano che la Spagna
finisse nelle mani dei comunisti. A questo si accompagna, anni dopo, la
convinzione che Franco non fosse fascista, ma un militare votato alla
restaurazione di uno stato basato sull’ordine e sull’autorità.

Tornando ai fatti, Montanelli poté seguire una delle quattro
divisioni del CTV che però rimase più all’esterno, per cui non
assistette a significativi scontri e le sue corrispondenze non furono
incisive e spesso basate su aneddoti. Alla presa della città di
Santander, a cui il regime dava particolare importanza, Montanelli
scrisse: " Una lunga passeggiata e un solo nemico: il caldo". Questo
risultò in netto contrasto con quanto scrissero i colleghi, che
definirono la conquista "gloriosa". Anche in questo caso, Indro si era
fidato di quanto aveva visto, non prestando attenzione all’operazione
nel suo complesso. Malgeri riceve una telefonata infuocata da parte di
Ciano e intima a Montanelli di rientrare immediatamente, incurante di
ciò che lo aspettava scrive per Longanesi un articolo vivo e acceso,
che aggrava la sua posizione. Tornato in Italia viene a conoscenza
dell’avvenuta espulsione dall’Albo dei giornalisti e dal PNF. Inoltre
venne proposto per lui il confino come "denigratore delle forze armate
italiane". Preso dallo sconforto, si rivolge all’amico Artieri che
promette di parlare con Ciano per cercare di sistemare le cose.

Si reca a Parigi sperando magari di trovarsi un lavoro e di poter
vivere lì come esule, ma dopo aver incontrato F. Naldi, fuoruscito
perché in disaccordo con Mussolini, che gli consiglia di non passare
all’opposizione, decide di vivere il dramma della sua generazione,
quello cioè di essere passati all’antifascismo "dal di dentro", fino in
fondo e di tornare in Italia per cercare di rimediare. A Roma tutti lo
evitano, ma alla fine trova l’aiuto di Parini e Bottai, Ministro
dell’Educazione, che gli offre di recarsi in Estonia come "lettore"
dell’Istituto italiano di cultura e come professore di lettere italiane
all’Università. Accetta e parte con lo stato d’animo che caratterizza
l’abbandono definitivo di una "fede politica", con l’ansia della
ricerca di un orientamento di cui sentiva la mancanza.

Montanelli aveva colto, dagli avvenimenti di Spagna, dagli accordi
tra Hitler e Mussolini e dal clima di ostilità generale che si
respirava in Europa, che si stava preparando una guerra; decide allora
di fermarsi qualche giorno a Varsavia, ben sapendo che la Polonia si
trovava in una posizione estremamente strategica.

In Estonia si trova bene, dopo un inizio burrascoso a causa
dell’ostilità di principio nei confronti di un fascista. L’istinto
giornalistico non gli viene meno e in Estonia cerca di capire quale
fosse la posizione dei russi; quello che percepisce è che la Russia non
piaceva per niente. Si stordisce con il lavoro e invia libri e articoli
a Parini che gli ricorda che la sua firma era interdetta e che quindi
non se ne poteva far niente.

5. "REDATTORE VIAGGIANTE" PER IL «CORRIERE DELLA SERA»

Nel settembre del ‘38 può finalmente tornare in Italia e
nell’ottobre entra al «Corriere della sera». Borelli, l’aveva infatti
inserito in una lista di potenziali collaboratori nell’ambito di un
progetto di svecchiamento del giornale. Non potendo assumerlo, il
direttore gli propose un contratto di collaborazione, come "redattore
viaggiante". Indro accetta con grande gioia, perché riesce ad entrare
nella testata più importante d’Italia e ammira molto Borelli per
l’intelligenza con cui stava gestendo il giornale in anni difficili,
attenendosi alle direttive del Minculpop, ma anche dando spazio al
ridimensionamento di ciò che veniva professato dal regime.

La prima destinazione di Montanelli fu l’Albania, sia per la volontà
di Ciano di avere corrispondenze brillanti sia per volontà di Parini,
ma nell’impossibilità di fare considerazioni politiche dovette
utilizzare le sue doti descrittive. Nel luglio del 1939 viene mandato
dal suo direttore in Germania ("perché poteva passare per ariano") e si
trova in una Berlino in cui si respira l’aria di una guerra imminente.
Il primo di settembre riesce a comunicare al "Corriere" che le truppe
tedesche avevano invaso la Polonia, ma non riesce a fare di più perché
ai giornalisti viene immediatamente tolta la possibilità di muoversi
liberamente. In questo frangente Montanelli incontra occasionalmente
Hitler, assistendo in Polonia, dove si era recato, al passaggio di
truppe corazzate. Il Führer, informatosi su chi fosse, gli urla in
faccia un discorso sulla politica estera, di cui Indro ricorda poco, ma
che sintetizza in una corrispondenza che si affretta ad inviare al suo
giornale. Borelli lo crede un bugiardo, si infuria e non pubblica
quell’articolo. Poi, capendo che era un fatto reale, si pente e chiede
scusa per non avergli creduto, portando come alibi il fatto che, in
ogni caso, quella corrispondenza sarebbe stata troppo per un’Italia
ancora in posizione neutrale.

La vita in Germania non è affatto facile poiché il ministro della
cultura tedesco, Goebbels, imponeva dei controlli severissimi.; anche
in queste ristrettezze Montanelli cercò di raccontare la verità,
mettendo in luce il coraggio dell’esercito polacco, che pur con una
notevole disparità di mezzi e forze, non si era arreso, andando
incontro ad un vero e proprio massacro nell’arco di tre settimane. Gli
articoli di Indro non piacciono al Propagandaministerium di Berlino e
anche Borelli viene informato della posizione scomoda in cui si trova
il suo inviato. Il direttore lo invita allora a lasciare la Germania.

Montanelli si dirige in Estonia e si trova di nuovo nel mezzo di una
guerra, perché in quei giorni la Russia invade Estonia, Lituania e
Lettonia; ovviamente manda le sue corrispondenze anche in questo caso
al "Corriere", ma a causa del patto Hitler- Stalin, viene espulso anche
dall’Estonia. Sceglie come nuova destinazione la Finlandia e ancora una
volta si trova nel posto giusto al momento giusto, poiché si trova
coinvolto nella guerra di conquista della Russia. Dopo i primi vivaci
articoli Borelli gli conferma l’incarico dal fronte, considerando che
lui e G. Artieri della «Stampa» erano gli unici due giornalisti rimasti
in Europa settentrionale dopo la caduta di Varsavia. Nelle sue
corrispondenze, che gli costavano rischi, fatica, freddo e fame, Indro
interpreta l’opinione della gente in Italia a favore della Finlandia,
così come lo era lui. La Russia aveva tentato di utilizzare prima la
diplomazia e poi di far cedere la Finlandia per la fame, mentre il
governo finnico voleva assolutamente mantenere la sua posizione di
neutralità e la pace ed era disposto per questo anche a fare la guerra,
anche se la disparità di mezzi era evidente e la sconfitta quasi
inevitabile. Montanelli comprende il coraggio e la dedizione con la
quale i finlandesi difendono la loro patria e riempie le pagine dei
suoi articoli con questi sentimenti, non tralasciando di descrivere la
composizione degli eserciti e le strategie e utilizzando espressioni e
episodi del folclore finnico, per far sentire i lettori ancora più
partecipi della ammirevole forza di questo popolo. La guerra finisce
perché i finlandesi terminano le munizioni, la popolazione abbandona le
città, Montanelli resta in una Helsinki deserta per vedere come sarebbe
andata a finire. Indro si entusiasma per tali vicende e questo gli
permette di entusiasmare i lettori in tutta Europa, tanto che arrivano
al "Corriere" quasi duemila messaggi per lui: il mondo civile sostenne
la Finlandia. Da Roma arrivavano inviti a trattare l’argomento con
cautela, ma Montanelli li ignora, con l’appoggio del direttore che lo
sostiene con la scusa di non poterlo sostituire a causa dell’enorme
successo delle sue corrispondenze presso il pubblico. Il regime decide
allora di mandare in Finlandia un giornalista del «Popolo d’Italia», M.
Appelius, per sistemare la situazione, affermando nei suoi articoli che
i finlandesi avevano torto e per trasformare le sconfitte russe in
vittorie. Le sue corrispondenze erano state anche, e lo sapeva, il suo
trampolino di lancio in tutta Europa, dove ormai il suo nome era
conosciuto e apprezzato (certamente non in Germania e in Russia!) e
vennero poi raccolte nel volume "I cento giorni della Finlandia".

Conclusa la guerra Indro avrebbe dovuto tornare in Italia, ma non
vuole perché era conscio di essersi creato tante inimicizie e aveva
ricevuto lettere di fascisti che lo minacciavano e lo insultavano
definendolo un traditore. Il suo istinto lo spinse a recarsi in
Norvegia, dove giunse nell’aprile del ‘40. Nuovamente assiste ad
un’operazione militare, stavolta l’invasore è tedesco. Oslo viene presa
senza che venga sparato un colpo, ma l’Agenzia Stefani batte la notizia
di una grande e tremenda battaglia. Raggiunto dal suo direttore,
Montanelli viene redarguito per non aver mandato una tempestiva
corrispondenza sugli avvenimenti. Indro, stupito, replica di non
saperne nulla e afferma ciò che aveva visto, ovvero una presa priva di
resistenze da parte dei norvegesi. Borelli non accetta la sua versione
e lo licenzia, ma poi lo raggiunge telefonicamente per altre due volte
e Montanelli, dopo essersi informato presso i ministeri degli Esteri e
della Difesa, ribadisce la sua posizione ricordando al suo direttore
che non gli conviene licenziarlo poiché è l’unico cronista sul posto.
Mostra, così, di avere un carattere forte e di essere molto
determinato; a questo si aggiunge l’ammirazione per la meticolosità con
cui svolge il proprio lavoro, preoccupandosi immediatamente di reperire
il maggior numero di informazioni. Alla fine si scopre che quella
battaglia era stata inventata da Appelius e la notizia era stata
mandata all’agenzia dalla sua casa di Berna. Per giunta, fa notare
Montanelli al suo direttore, il dispaccio conteneva un errore di
partenza, poiché il luogo in cui si affermava che fosse avvenuta la
battaglia si trovava in Olanda e non in Norvegia. Indro invia tre
servizi sull’ "occupazione bianca" della Norvegia e assiste, unico
cronista italiano presente, allo sbarco degli inglesi, partecipando
anche ad un banchetto celebrativo in cui gli viene proposto di lasciare
l’Italia e trasferirsi a Londra per collaborare alla propaganda
antifascista, ma rifiuta immediatamente l’offerta.

Nel maggio del ‘40 viene richiamato da Borelli in Italia, perché
sente che sta per accadere qualcosa di grosso e vuole averlo a sua
completa disposizione. La guerra è ormai nell’aria, ma tutti continuano
a sperare nella neutralità dell’Italia, mentre la radio e la stampa
tengono informata l’opinione pubblica sulla campagna militare tedesca.
Tutti pensavano che la guerra non si dovesse fare, ma nel momento della
sua proclamazione dal balcone di Palazzo Venezia si levarono solo
applausi. Montanelli era convinto di doversi tenere da parte in quel
delicato momento, ma non poté evitare di svolgere il suo mestiere.
Inviato sul fronte francese dal suo direttore, vi resta solo dieci
giorni, si rifiuta di recarsi a Parigi e rientra in Italia. Come una
sorta di punizione, gli viene affidato un articolo sulle reclute in
partenza, ma Indro si sente profondamente coinvolto, perché vede in
quei ragazzi lo stesso entusiasmo che la propaganda aveva suscitato in
lui e nella sua generazione ai tempi della campagna d’Africa. Borelli
lo manda nei Balcani, avviene l’occupazione italo- tedesca della
Jugoslavia e Montanelli è protagonista di una vicenda comica, quanto
tragica. Con un collega segue l’esercito nemico che si ritira verso il
Montenegro e al loro arrivo nell’ex- capitale vengono accolti da una
grande folla e il borgomastro consegna loro le chiavi della città e
viene issata la bandiera del Montenegro. Rientrato, stanco di fare il
corrispondente e disgustato, chiede al giornale di essere messo in
disparte e non potendo occuparsi di politica scrive articoli culturali
per alcuni periodici, celandosi dietro lo pseudonimo di Marmidone.

6. LA CADUTA DEL REGIME E LA CLANDESTINITA’

Nel luglio del ‘43 la gente si illudeva che la guerra stesse per
finire e Montanelli detta da Portofino, dove si trovava in vacanza, una
corrispondenza sulle impressioni raccolte per strada. Le voci si
rincorrevano e quella stessa sera aspetta che alla radio venga
comunicata la caduta di Mussolini e del fascismo. La notizia arriva e
il giorno dopo Indro si reca a Milano, cerca gli amici, ma non li trova
tra la confusione e l’euforia generale.

Quello era un momento importante in cui c’era assoluto bisogno della
stampa, degli intellettuali che dessero un punto d’orientamento ad un
paese che si trovava nel caos. Quasi tutti i quotidiani intitolano
"Viva l’Italia", i nomi dei direttori responsabili scompaiono,
lasciando spazio a quelli dei collaboratori meno compromessi per
infondere fiducia nella gente. Era arrivato il momento più difficile,
perché il ritorno della libertà significava la ripresa anche
dell’elaborazione delle idee e delle opinioni. Montanelli da quel
giorno intensificò i suoi rapporti con il movimento antifascista
"Giustizia e Libertà" guidato da U. La Malfa, con cui era già entrato
in contatto nei primi mesi di quello stesso anno. Ma l’illusione della
libertà dura poco, perché il nuovo governo, guidato da Badoglio, impone
misure severe per la stampa per garantire l’ordine pubblico e impedire
che i giornali diventassero gli aggreganti di forze antifasciste.

Dopo l’8 settembre le cose vanno peggiorando sia per l’Italia che
per Montanelli. Infatti, Mussolini, rifugiatosi a Salò e costituita la
Rsi, riprese la pratica delle veline e dal ricostituito Minculpop
arrivano ordini improntati alla più assoluta rigidità e conformità al
regime. Anche i tedeschi impongono di attenersi alle loro direttive. Si
diffonde però nel frattempo la stampa clandestina dei gruppi
antifascisti e dei partigiani. Per quanto riguarda Montanelli, viene
ricercato, in modo particolare a causa di un dossier compilato dal
questore di Milano, Coglitore, in merito agli incontri di gruppi ostili
al regime a Palazzo Reale a cui aveva partecipato. Si nasconde da
alcuni amici e si rende irreperibile al "Corriere" .

Convinto di dover combattere per l’Italia e in nome del Giuramento
prestato al re come Ufficiale dell’esercito, Indro si dà alla
clandestinità. In questo periodo si nasconde tra la gente nelle
caotiche ore di punta caratteristiche di Milano, trascorre i pomeriggi
nei cinema di periferia, trascura il proprio aspetto per reale
indigenza e per rendersi meno riconoscibile. Gli amici gli consigliano
di andarsene dall’Italia, ma ciò risulta molto difficile perché le
frontiere sono intensamente controllate sia per non favorire il rientro
dei fuorusciti sia per impedire la fuga dei ricercati. Montanelli è
amareggiato e veramente scoraggiato per il futuro del suo paese e pensa
che l’unica speranza sia quella di diventare un dominio inglese; ma in
quei giorni si preoccupava principalmente di non cadere nelle mani dei
tedeschi o dei fascisti.

Nei Primi giorni del ‘44 intensifica i suoi rapporti con il CLN,
viene informato dell’avanzata degli alleati e della prossima
costituzione del ClnaI, ovvero il Comitato di liberazione nazionale
alta Italia. Gli viene offerta la possibilità di assumere il comando di
una formazione partigiana dell’Ossola, ma quando si reca ad incontrare
l’amico Beltrami per definire le cose, scopre che la formazione era
stata sterminata. Si trattiene per alcuni giorni nella villa di M.
Motta, dove doveva tenersi l’incontro, ma il 5 febbraio ‘44 la villa
viene accerchiata e Montanelli arrestato dai tedeschi e tradotto prima
a Novara, poi a S. Vittore e poi ancora a Gallarate. Picchiato,
sottoposto a interrogatorio e a processo il 20 dello stesso mese viene
condannato a morte e in maggio trasferito a S. Vittore nel reparto dei
"detenuti politici". A tradirlo era stata una lettera fatta recapitare
alla moglie, per informarla sulle sue condizioni e su dove si trovasse,
finita nelle mani sbagliate. Durante gli interrogatori gli viene
chiesta la sua posizione politica e Indro risponde di essere stato
espulso dal PNF a causa del suo lavoro di cronista, di essere liberale
e di non aver partecipato ad alcuna attività in seno ad esso, di non
aver appoggiato l’alleanza con loro né l’entrata in guerra, di essere
fedele al re e quindi in guerra con loro, ma di aver rinunciato a
combatterli sia come soldato che come bandito. Ancora una volta
Montanelli mette in evidenza il suo coraggio e la sua tempra. Anche la
moglie fu incarcerata e poiché austriaca e traditrice della "razza"
deportata nel campo di concentramento di Bolzano.

7. IL PERIODO SVIZZERO

La madre di Indro cerca più volte di vederlo e riesce a farlo
cancellare da una lista di fucilazione in marzo, la posizione resta
comunque precaria e spinta dall’amore per il figlio chiede aiuto al
papa, Pio XII, ma invano. In luglio la donna entra in contatto con la
persona giusta, L. Osteria, conosciuto come "dottor Ugo", e riesce a
risolvere la situazione. A metà settembre scatta il piano per
l’evasione.

Un infermiere del carcere somministra a Montanelli alcuni farmaci
che gli procurano una sintomatologia che impone il ricovero in una
clinica al di fuori di S Vittore; da lì fu fatto fuggire e ospitato per
una decina di giorni a casa di un amico d’Osteria e poi dallo stesso in
Svizzera. La fuga di Indro rientrava in un progetto più ampio creato
per salvare alcuni personaggi illustri incarcerati dai tedeschi e
prevedeva il rilascio da parte del CLN di un certificato di
antifascismo per farli accogliere in Svizzera. Per Montanelli
quest’ultima parte fu difficoltosa, perché il CLN stentava ad accettare
il tardivo passaggio all’antifascismo. Determinante per il suo
salvataggio, oltre al coraggio della madre, furono gli interventi del
cardinale Schuster e di A. Crespi, uno dei proprietari del «Corriere
della sera», che aveva dato mezzo milione per tramutare la condanna a
morte in ergastolo.

Giunto in Svizzera, Montanelli trova l’ostilità di molti fuorusciti,
inizialmente non ne capisce la motivazione, ma poi capisce che
quell’astio era dettato dal fatto che loro non riuscivano ad accettare
che la sua generazione aveva creato un antifascismo differente dal loro
e cresciuto all’interno del fascismo stesso. Con questa convinzione
decise di scrivere un libro, "Qui non riposano", in cui raccontare la
storia di questa generazione in tre vicende esemplari, contro chi
voleva liquidarla per aver avuto come unico torto quella di essere
cresciuta nel fascismo. La prima edizione in Svizzera e poi
successivamente nel ’45 un grande successo in Italia con tre edizioni.

Nel frattempo gli antifascisti continuano a rinfacciargli di essere
stato in Eritrea e addirittura la recensione di Ojetti. I comunisti gli
rimproverano di non essersi arruolato in Spagna nelle Brigate
internazionali, ma Indro ricorda di essersi "conquistato" in
quell’occasione l’espulsione dal PNF e l’esilio in Estonia. I
democristiani lo accusavano di non essere sufficientemente vicino al
papa e al Cattolicesimo. Gli azionisti, che gli rimasero decisamente
indigesti, lo emarginavano solo per essere cresciuto generazionalmente
nel Ventennio. Si sentiva un "sorvegliato speciale" e addirittura dopo
avergli permesso di rifugiarsi in Svizzera gli antifascisti
minacciavano di "espellerlo" in Italia, il che avrebbe voluto dire
morte sicura. Il limite viene superato quando viene accusato di essere
una spia e segnalato alla polizia svizzera, che fortunatamente non dà
credito a tali voci.

8. IL RITORNO IN ITALIA E ALLA LIBERTA’

I 25 Aprile del ‘45 finalmente Montanelli può rientrare in Italia,
ma il primo periodo vivere a Milano non è facile. Si reca in piazzale
Loreto e assiste alla macabra scena confuso tra la gente e ringraziando
che nessuno l’avesse riconosciuto, perché qualcuno avrebbe sicuramente
voluto appendere anche lui.

Per molti sembra intollerabile che testate che avevano appoggiato il
regime possano ancora esistere, così spesso si assistete a situazioni
di compromesso, che prevedono il cambio del nome del giornale e del
direttore e l’allontanamento dei collaboratori più compromessi, così
come voleva anche il governo militare alleato. Montanelli rientra in
"Via Solferino" e viene sottoposto, come tutti i giornalisti in quel
travagliato dopoguerra, alla "Commissione per l’epurazione", ma è
dichiarato "inepurabile, anzi improcessabile". Non subì dunque
un’ufficiale epurazione, ma di fatto ebbe l’ "ostracismo" del nuovo
direttore, M Borsa, antifascista intransigente e di azionista, che non
riusciva a capire chi come lui era approdato all’opposizione dal di
dentro.

Viene spedito come inviato al processo di Norimberga contro i
criminali nazisti, ma viene richiamato presto a Milano perché i suoi
articoli erano polemici nei confronti del processo. Indro lo riteneva
illegittimo in quanto non comprendeva alcun giudice tedesco, ma solo i
rappresentanti dei vincitori, che però rappresentavano tutte le forze
politiche italiane e per questo nel nostro paese erano tutti solidali;
dissentire voleva dire essere considerati fascisti. Alla fine, Borsa
concede a Montanelli di rimanere sul posto, ma gli affida il compito di
condurre inchieste sulle mostruosità che da tale processo stavano
emergendo. In Italia c’era una grande indifferenza per questi fatti e i
suoi reportage furono letti pochissimo. Rientrato a Milano fu confinato
in redazione e gli fu affidato l’incarico di dirigere la «Domenica
degli Italiani» fino all’agosto del ‘46. In giugno nel referendum
istituzionale vota per la monarchia perché credeva che continuasse ad
essere l’unico concreto legame con il Risorgimento. Borsa dà le
dimissioni, arriva come direttore Emanuel, che liberale e tollerante,
intensifica la collaborazione con coloro che erano stati messi in
ombra; comincia così per Montanelli un periodo molto felice della
carriera.

Nella primavera del ‘45 a Lugano aveva cominciato a scrivere un
libro "Il buonuomo Mussolini" che termina e pubblica a Milano nel ‘47.
Anche in quest’opera vi è l’intento di difendere la sua generazione che
l’antifascismo stava tentando di "cancellare". Ricorre alla finzione
del "manoscritto ritrovato", una sorta di testamento spirituale di
Mussolini, mettendo alla berlina la sua continua ricerca del "male
minore". Si affida al senso dell’umorismo del pubblico, ma è
consapevole delle scarse prospettive di successo.

9. LA STORIA DEL VENTENNIO

Già nella Primavera del ‘45, quando comincia a scrivere "Il buonuomo
Mussolini", Indro avrebbe voluto scrivere la storia del fascismo
mantenendo l’intento di dimostrare che anche da dentro c’erano stati
dissensi e opposizioni. Espone la sua idea ad un amico, D. Grandi,
rifugiatosi a Lisbona, e lo invita a collaborare a quest’opera, che
progettava in diversi volumi. Montanelli riceve un rifiuto ed è lui
stesso a ripensarci, perché comprende che i tempi non sono ancora
maturi per rivisitare la storia del Ventennio: era ancora troppo viva
negli italiani la sofferenza di quegli anni e acceso l’odio per il
regime. Nel ‘47 si reca nuovamente dall’amico per riproporgli l’idea,
ma anche questa volta la proposta viene rifiutata.

Diversi anni dopo Buzzati gli chiede di scrivere per la «Domenica
del Corriere» la storia di Roma, Indro accetta e successivamente scrive
altri due libri sui Greci e sul periodo di Dante Alighieri, maturando
piano piano l’idea di scrivere l’intera "Storia d’Italia". Nel
complesso di quest’opera si inquadrano, quindi, i quattro volumi
dedicati al Ventennio fascista: "L’Italia in camicia nera" -’76,
"L’Italia littoria" –’79, "L’Italia dell’Asse" –’80 e "L’Italia della
disfatta" – ’82. Montanelli mostra di essere fiero del suo lavoro,
poiché con i suoi testi è riuscito ad avvicinare milioni di lettori
alla storia d’Italia, una storia non assoggettata alla versione
ufficiale, in cui si tenta di dare spazio anche ai vinti e a tutti i
punti di vista. Questo suo modo di procedere gli procurerà diverse
critiche, tra cui quella di U. Eco che lo accusa di faciloneria e di
imprecisione e di essersi comportato più da memorialista che da
storico. Ma conquista anche il consenso di molti storici, che
apprezzano l’impronta formativa che viene impressa in questi libri,
l’accurata ricerca di documenti e la ricostruzione di un’epoca in base
anche a induzioni coerenti con le testimonianze. Scrivendo la storia
del Ventennio, alla fine degli anni Settanta, è ancora viva per lui la
battaglia combattuta per difendere la sua generazione, che la
storiografia postbellica italiana aveva tentato di cancellare. Per
Indro questa era un’azione profondamente ingiusta non solo per una
motivazione personale, ma anche perché la versione dei vincitori non
può che essere parziale, non permettendo così al racconto di
approssimarsi all’obiettività e ad una verità storica che rappresenta
un dovere nei confronti delle generazioni future, così come di chi ha
vissuto quegli anni in un’altra posizione, ma con la stessa intensità.
Uno dei punti di forza di questi volumi, quindi, è determinato dal
tentativo di sottrarsi il più possibile dalla deformazione dettata
dalle ideologie, dal tentativo di sottrarsi alla glorificazione
dell’antifascismo e all’acritica demonizzazione del fascismo.

Momtanelli sostiene che la I Guerra Mondiale è stata la vera
"levatrice" del fascismo. Infatti esso nasce da coloro che, dopo aver
combattuto la Grande Guerra con la convinzione che rappresentasse la
quarta guerra d’indipendenza per l’Italia, considerarono più importante
l’unità del paese rispetto alla libertà e alla democrazia. Il fascismo
rappresenta per Montanelli "l’apice e la fine del Risorgimento" e lo
considera l’eredità rivoluzionaria della Destra storica che aveva
realizzato l’unità nazionale con la forza e lo definisce come la
"fattuale dittatura" dopo una serie di "dittature parlamentari" che si
erano succedute dal 1861 in poi. Nel ‘54 aveva tra l’altro dichiarato:
"Fino al ‘45 avevo creduto che l’Italia fosse un Paese in cui Mussolini
aveva ucciso con la violenza la democrazia. Ora mi accorgo che nemmeno
lui aveva ucciso niente. Aveva soltanto seppellito un cadavere già in
stato di avanzata putrefazione nel 1919". In questo senso Indro ricorda
e comprende la definizione del fascismo come " l’autobiografia della
nazione" data da Gobetti, che vi vedeva assommati i vizi italiani, la
ferocia della faide peninsulari e il riverbero dei ranghi
dell’Inquisizione. Nella sua Storia tiene anche a sottolineare che il
fascismo nacque come movimento di sinistra, appoggiato da futuristi e
anarcosindacalisti, per poi ricevere una chiara impronta reazionaria.

Montanelli non vede nella marcia su Roma la vera svolta, anche
perché sostiene che sia stata solo un episodio e nemmeno troppo
rilevante; la sua convinzione è che il regime in carica allora si fece
sopraffare, votando la fiducia a Mussolini in una Camera in cui c’erano
solo 35 fascisti. Così facendo furono gettate le basi per un regime,
che in molti credevano si sarebbe presto riassorbito nella pratica
costituzionale, ma questo non si verificò. Indro identifica la vera
svolta nelle dichiarazioni di Mussolini dopo il delitto Matteotti,
quando liquidando il vecchio regime, ne fondò uno nuovo. Dopo la
conquista dell’Abissinia il Regime e il Paese sembravano essersi
identificati per sempre e Montanelli si dice certo che se il duce
avesse indetto nel ‘36 libere elezioni, le avrebbe vinte, ma le
detestava perché le considerava dei "ludi cartacei". Ma nel momento del
suo maggiore trionfo il regime entrò in crisi, per l’avvicinarsi alla
Germania e l’entrata in guerra.

10. CONCLUSIONI

L’etichetta di fascista rimase a Montanelli per tutta la vita e i
suoi detrattori non persero occasione per ravvedere nei suoi discorsi
tale posizione. Egli stesso non smise mai un attimo di difendere la sua
generazione dagli attacchi degli antifascisti "puri", polemizzando
soprattutto con gli azionisti, che sin dall’esilio svizzero, erano
stati i più duri. Non si poteva continuare, secondo lui, all’infinito
la polemica tra fascisti e antifascisti, senza prendere atto
dell’esistenza di una generazione che, anche se era uscita sconfitta da
quel periodo, aveva lasciato segni incancellabili nel volto
dell’Italia. Negli anni Cinquanta, accusato di non conoscere i nomi di
Gramsci, dei fratelli Rosselli e di Amendola, risponde che, anche se
non si era mai schierato nettamente all’opposizione, aveva pagato più
di qualsiasi altro giornalista italiano e sottolinea di aver un
profondo rispetto per chi aveva saputo combattere coraggiosamente e in
modo completo il totalitarismo e difeso la libertà. In un’intervista di
Costanzo nel suo programma "Bontà loro", 1977, Montanelli ricorda di
essere stato una camicia nera, così come lo erano stati tutti quelli
della sua generazione, anche se ora spesso negavano. Ancora nel 2000 in
un articolo sul "Corriere" ricorda che anche tra gli antifascisti i
martiri veri e perseguitati furono pochi, mentre gli altri dovettero
sottostare ad alcuni compromessi per poter continuare a mantenere la
posizione di oppositori al regime, a comportarsi da uomini liberi.
Combatteva perché sul passato non si creassero "verità distorte", non
era un nostalgico del fascismo e non lo rievocava perché apparteneva
alla sua gioventù perduta; era un archivio storico vivente che negli
ultimi anni della sua vita era pervenuto ad un profondo pessimismo nei
confronti dell’Italia.

In un articolo di commemorazione dopo la sua morte G. Bocca
sottolinea la faziosità dei suoi avversari e il fatto che era sempre
stato dipinto come l’anima nera dell’informazione politica italiana, ma
che dopo la sua scomparsa tutti lo hanno ricordato con affetto e
ammirazione per il suo essere stato un grandissimo giornalista che
amava "cantare fuori dal coro" (solo il «Chicago Tribune» lo definì nel
sommario "giornalista fascista"). Indro stesso aveva dichiarato: "Non
fui un martire perseguitato. Ero solo un giornalista che tentava di
dire la verità, o perlomeno di farlo in modo che il lettore la
intuisse".

Così Montanelli fu "osservatore partecipante" attento e critico del
Ventennio, cercando di difendere sempre quella libertà che gli avrebbe
permesso di "stare alla finestra", di svolgere in modo completo il suo
amato "mestiere". Per sé Montanelli rivendicava il diritto di non stare
da nessuna parte, di scegliere in base al momento e alla propria
coscienza; di stare dalla parte che non gli avesse impedito di fare il
giornalista, cioè di "stare alla finestra", di essere spettatore e non
attore, di raccontare i fatti così come si svolgevano nella realtà.
Proprio questo suo non schierarsi era la causa dell’ostilità degli
antifascisti di tutti i tempi, perché chi non si schierava "con" era
"contro"; mentre Indro afferma: " il mio colore preferito è il grigio
perché non è né bianco né nero", un principio che manterrà saldo per
tutta la vita.

 


BIBLIOGRAFIA

Marcello Staglieno, MONTANELLI. Novant’anni controcorrente, Milano, Mondadori, 2001.
Paolo Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Bologna, il Mulino, 1996.
Ricerche online, www.liberonweb.com, www.cronologia.it, www.corriere.it, www.repubblica.it.