Gianfranco Moroldo "Non ha mai celebrato la violenza della guerra" (tesi di Francesca Della Monica)

Tabloid n. 6/2001

Gianfranco Moroldo - Milano 16 settembre 1927 – Milano 19 maggio 2001
"Il
Vietnam fu il tema più forte nella vita dell’Europeo e fu per Moroldo
l’esperienza che lo occupò più a lungo, il campo di guerra e il
territorio del non ritorno, da cui sarebbe presto uscito un uomo
diverso. In quella frontiera, vittima di interessi partigiani e
meschini, Moroldo costruisce la sua maturità".

"La fotografia di Gianfranco Moroldo è essenziale e scarna perché
nega gli orpelli dell’estetismo a favore di una realtà autentica in cui
non c’è spazio per la celebrazione visiva della violenza. Le sue
immagini sono spazi aperti e misurati in cui la dignità dell’uomo non
viene ulteriormente bistrattata. Non c’è spazio per particolari
raccapriccianti che esplicitano l’idea della morte. Basta l’espressione
di terrore negli occhi di un soldato a raccontare la storia che
seguirà, è sufficiente l’immagine di una donna seduta, in stato
d’abbandono, con uno sguardo oltre la tristezza che trapassa la scena
che si apre davanti a lei per capire che tutto è stato distrutto".

 


 

Due occhi piccoli e intensi, le spalle larghe e magre, il sorriso
ampio. Lo ricordo così Gianfranco Moroldo. L’ho sempre chiamato signor
Moroldo, mai Gianfranco, anche se oramai chiamavo Paola sua moglie e
davo del tu a molti suoi amici. Per me lui era il maestro ed avevo per
lui un rispetto e una stima che mi impediva di valicare qualsiasi
confine, di palesare il mio ingresso all’interno di una vita ricucita
più volte, tenuta insieme dai ricordi, da suoni e visioni di esperienze
oltre la logica umana, oltre la sofferenza, oltre la bellezza.
Il
suo territorio interiore era uno spazio di cristallo. Ad ogni movimento
potevi spaccare tutto. Solo lui poteva camminarci agilmente. Era come
una piuma, entrava, urtava, prendeva le cose e tutto si animava e
tornava a vivere con la violenza, la dolcezza, l’intensità dei momenti
reali.
Ricordava e i suoi occhi si illuminavano di luci sempre diverse.
Percepivi
quando ti permetteva di avvicinarti a lui. A volte era solo una
formalità, un accordo reciproco: bastava uno sguardo per capire che
potevo fare un’altra domanda oppure che dovevo fermarmi.

Penso che mi amasse come si ama una nipote e mi aveva scelto per
mutarmi in un contenitore prezioso, perché forse il suo magazzino di
cristallo non era più sufficiente.
L’ho amato come si amano i grandi
uomini della storia e ho avuto per lui un’accettazione totale, oltre i
miei valori, le mie idee, i miei progetti. E pian piano, col tempo, ha
occupato sempre più spazio nella mia vita ed è diventato così
ingombrante che ora la sua assenza è una realtà quasi insopportabile.

Moroldo era un uomo profondamente allegro. Era un amante della vita, un passionale, un curioso.
E’ stato l’uomo più acuto che abbia mai conosciuto, con un senso dell’ironia e della sdrammatizzazione quasi sconvolgente.
Parlava
della morte e riusciva a farti ridere perché capivi che era dentro la
tua vita, che potevi morire per un soffio, che la fortuna dovevi
fartela amica attraverso l’istinto, l’ascolto, l’annientamento della
paura.
Mi ha fatto sentire che se il tempo corre tu lo puoi fermare.
E’ sufficiente dare senso ed importanza profonda a tutto ciò che si
compie, avere coraggio, vivere le emozioni fino alla radice. Parlava
sempre di emozioni e descriveva i ricordi come quadri di Gaugin, con
colori equatoriali e pennellate a strati. Quando parlava sentivi sulla
tua pelle le sue sensazioni e riuscivi a vedere attraverso i suoi occhi
cose che avresti potuto leggere solo in qualche libro leggendario.
Non
voleva che prendessi appunti quando lo intervistavo e per molto tempo
non ha permesso che lo registrassi. Voleva che lo ascoltassi, che
capissi, che vivessi con lui ciò che raccontava. Solo così avrei potuto
calarmi in quei mondi e, col tempo, riuscire a scrivere per lui.
Ad un certo punto, tre o quattro anni fa, ha smesso di dire ,
una frase che nei momenti dei ricordi più intensi pronunciava con un
tono amaro e la "distanza" tipica di chi sente che tra sé e gli altri
c’è un baratro incolmabile. Ho compreso, allora, che mi aveva aperto il
cancello del suo magazzino di cristallo. Mi faceva entrare e mi guidava.
Con
lui ho imparato ad ascoltare. Ho capito cos’è il silenzio ed ho sentito
la sua forza come l’ultima, autentica manifestazione dell’uomo.

Lo conobbi nel 1994. Già allora amavo profondamente la fotografia ed avevo scelto una tesi che aveva come titolo "L’immagine della guerra del Vietnam in alcuni periodici coevi".
Avevo letto tutto ciò che esisteva in commercio sul conflitto ed avevo
un’ammirazione quasi adolescenziale per Oriana Fallaci.
Obiettivo
della tesi era fornire una lettura ed una interpretazione apartitica
del conflitto attraverso le immagini pubblicate su quattro periodici
del tempo, due coinvolti nel conflitto, Life e Time, e due spettatori
dello stesso, l’Europeo ed Epoca.
Parlando con la docente di Storia
del Giornalismo dell’Università Cattolica, Annalisa Carlotti, ci venne
in mente di provare a contattare, molto probabilmente senza successo,
Gianfranco Moroldo, il grande inviato dell’Europeo. Questo ci avrebbe
permesso di dar voce ad un testimone oculare della guerra ed attribuire
un volto a situazioni ed eventi troppo spesso spettacolarizzati dai
media e negati nel loro valore reale.
Cercai più volte di mettermi
in contatto con lui via telefono, ma nessuno in Rizzoli volle mai
passarmelo, né darmi un suo numero privato. Chiamai in redazione due
volte al giorno, sempre, per un mese. Alla fine un tale, preso dallo
sfinimento, senza dichiararmi il suo nome, mi diede il fatidico numero
di casa e da allora iniziò tutto.
Avevo finalmente trovato il
testimone, "il grande" fotoreporter che poteva raccontarmi le vicende e
sconfessare storie montate dalla stampa e dal mercato. Stavo per
imbarcarmi in un viaggio vero e proprio ed ero certa che avrei dovuto
dimostrargli ogni giorno di essere in grado di stare con lui.
Moroldo
venne alla discussione della mia tesi e partecipò con animo alla mia
prima occasione di parlare, davanti ad altri, del conflitto che lui
aveva vissuto ed amato.
Dopo quella vicenda Moroldo mi chiamò a casa
sua e mi chiese con serietà sconvolgente e grandissima umiltà se ero
disposta a "farmi raccontare la sua vita". Voleva che scrivessi la sua
biografia, ma me lo disse con lo stesso linguaggio discreto che
utilizzava per le sue fotografie.
Quel giorno fu uno dei più belli
della mia vita e mi sentì veramente importante perché capì che si
fidava di me ed era disposto a darmi libero accesso al suo bottino più
prezioso: i ricordi.

Cominciò, allora, una lunghissima serie di interviste, iniziate nel
1997 e terminate alla fine del 2000; un cammino che percorremmo
insieme, con pazienza e passione.
Lo registrai ogni volta,
interrompendo tutte le volte che non voleva rimanesse inciso qualche
giudizio un po’ forte su un evento o un personaggio perché, diceva, .
Io, però, le ricordo tutte e ancora rido quando penso alle sue
descrizioni da cabarettista, piene di suoni onomatopeici, di
descrizioni, gesti e parolacce. A volte si alzava in piedi per mimare
la scena ed alzava così tanto la voce che Paola, sua moglie, doveva
richiamarlo all’ordine, ridendo. Era un attore nato.
Il libro lo sto
scrivendo, ma adesso è difficile accendere il registratore ed ascoltare
la sua voce. Quando mi siedo alla scrivania sento che lui è con me e
che ispira ogni mia parola, ogni aggettivo. Così mi abbandono e le
frasi si materializzano sullo schermo del video.
Quando lo conobbi i
suoi occhi cominciavano a non vedere più come prima; pensai a quanto
crudele può essere il destino. I suoi occhi erano come le gambe per una
ballerina. La vita gli stava togliendo la parte essenziale del suo
corpo, lo strumento del suo lavoro e della sua passione e lo obbligava
a ripiegarsi sui ricordi costringendolo, in fondo, all’ultima sfida.
Ricordo che quando si ammalò mi disse
e iniziò a raccontarmi di tutte le volte in cui il caso, una sigaretta
accesa in un momento sbagliato, una pausa in un momento inopportuno gli
avevano "salvato la pelle". Era pazzesco il suo approccio alla vita.
Pensai, allora, che la follia confina con la vita e che ogni volta che
la tange si vivono momenti di grande intuizione.
Gianfranco Moroldo non è stato solo un grandissimo fotografo. E’ stato un poeta, a mio parere, ed un pittore di rara bravura.
Se
le immagini sono il riflesso di ciò che il fotografo vede, e non di ciò
che la realtà è, allora le immagini esprimono una valutazione sul
mondo, mettono in primo piano, allontanano, sottolineano di volta in
volta ciò che balza agli occhi dell’artista e così facendo svelano un
animo, ne mostrano la sensibilità, ne indicano i valori.

La fotografia di Gianfranco Moroldo è essenziale e scarna perché
nega gli orpelli dell’estetismo a favore di una realtà autentica in cui
non c’è spazio per la celebrazione visiva della violenza. Le sue
immagini sono spazi aperti e misurati in cui la dignità dell’uomo non
viene ulteriormente bistrattata. Non c’è spazio per particolari
raccapriccianti che esplicitano l’idea della morte. Basta l’espressione
di terrore negli occhi di un soldato a raccontare la storia che
seguirà, è sufficiente l’immagine di una donna seduta, in stato
d’abbandono, con uno sguardo oltre la tristezza che trapassa la scena
che si apre davanti a lei per capire che tutto è stato distrutto.
I
fatti per Moroldo sono corollari delle emozioni, uniche varianti
interessanti all’interno di una ciclicità scontata. La storia si ripete
con monotonia e l’uomo è sempre al centro di una scenografia che lo
vuole ora vittima, ora rivoluzionario, ora santo, ora repressore. Il
popolo è il motore di questo atto teatrale unico in cui la sola
speranza per l’affrancamento dell’uomo sembra restare l’educazione.
Le
emozioni sono la vita reale e sono gli unici elementi, non ripetibili,
che si rinnovano attimo dopo attimo. Moroldo ritrae le emozioni con la
precisione di chi conosce la natura umana ed è avvezzo ad indagarla con
la delicatezza e la discrezione che meritano le cose nascoste e non
raccontabili a parole.
E’ per questo che parlare di Gianfranco
Moroldo e dell’Europeo è come raccontare una storia d’amore. Un pezzo
di vita in cui fedeltà e passione si sono intrecciate senza mai perdere
l’entusiasmo del primo giorno.

L’Europeo nasce nel 1945 con l’obiettivo di offrire ad un Italia
ormai diversa dopo i conflitti mondiali un’informazione che fosse
cultura e che riuscisse a fornire un’interpretazione complessa degli
eventi.
L’Europeo nasce con coraggio. Nasce con la voglia di
liberarsi e parlare senza censure ad un’umanità nuova, segnata da
cicatrici profonde e piena di speranza.
L’avventura ha origine da
una promessa lanciata per gioco e accettata per educazione: Gianni
Mazzocchi, il primo editore del settimanale, agli inizi degli anni ’40
estorce ad Arrigo Benedetti, il primo direttore dell’Europeo, la
promessa che un giorno, quando i tempi lo avrebbero permesso, avrebbe
accettato la direzione di un nuovo settimanale. E cosi’ accadde.
Con
Arrigo Benedetti, il primo direttore della rivista, "l’Europeo" decise
il suo cammino, scegliendo di porsi a metà strada tra il giornalismo e
la letteratura. Nacque, così, un giornalismo romanzato che andava ben
oltre i semplici articoli di cronaca e riusciva ad accattivare per la
sua veste innovativa e i contenuti impegnati.
Fortuna, affinità
intellettuali, entusiasmo radunarono una redazione di fuoriclasse,
giornalisti eliminati dalla Rizzoli o perché alcune testate chiudevano
o per trascorsi di vita non allineati con il sistema. Camilla Cederna,
Emilio Radius, Raoul Radice, Tommaso Besozzi, Nicola Adelfi, Renzo
Trionfera, Vittorio Zincone: autori di un giornalismo nuovo che cercava
la "verità psicologica" in ogni evento e raccontava la cronaca con
l’attenzione di chi è avvezzo ad andare oltre l’apparenza. La loro
scrittura era una sintesi perfetta tra letteratura e giornalismo, tra
cronaca documentata e ritratto sociale. L’Europeo parlava ad un
pubblico colto e curioso, un pubblico che leggeva per capire, non per
essere informato: parlava ad un uomo libero che sentiva di appartenere
ad un civiltà europea, fatta di lavoro, speranza, giustizia.
Il suo
nome va attribuito proprio a quest’animo del settimanale: l’essere
oltre qualsiasi divisione, oltre ogni pregiudizio, oltre ogni confine
geografico e politico, semplicemente oltre ogni schema. Per questo,
Europeo.
Quando nel ’54 Benedetti passò il timone del settimanale a
Michele Serra, il giornalismo italiano aveva iniziato ad aprire le
porte ai suoi protagonisti più celebri: Oriana Fallaci, che già
collaborava con l’Europeo dal 1951, iniziava a percorrere i sentieri
che la portarono a diventare un mito di fama internazionale, con
interviste impossibili a personaggi inarrivabili. Un registratore e
tanta determinazione; dietro, un volto di donna costretto a indurirsi
per osare nei territori più inospitali e portare a noi la sua
testimonianza.
In quegli anni nasceva anche la grande squadra dei
fotoreporter, protagonisti di un nuovo giornalismo in cui l’immagine
non era più vassalla della parola e godeva dello spazio e la
considerazione che le era stata sempre negata. Gianfranco Moroldo,
Ferdinando Scianna, Piero Raffaelli portarono nelle case degli italiani
pezzi di storia, immagini di emozioni più eloquenti di infinite parole,
visi impressi a fuoco nella memoria di quegli anni.
Parola e
immagine nascevano insieme, una compagna dell’altra e la forza
dell’Europeo stava proprio nel saper fruire insieme della ricchezza del
verbo e della forza del ritratto.
La data che segnò la nascita del
grande reportage fu il 1950 con Tommaso Besozzi. Fu il primo
giornalista a partire per il racconto di viaggio, da Addis Abeba ad
Asmara con i camionisti italiani che lavoravano in Etiopia.
Uno
zaino in spalla, un taccuino, una macchina fotografica. Non aveva
nient’altro, a parte un grande spirito di adattamento e una curiosità
incosciente. L’incoscienza è lo scudo della paura e il coraggio non è
mai totalmente consapevole; questo è il bagaglio di chi, come
Gianfranco Moroldo, sceglie di vivere alla ricerca dell’uomo, in una
striscia di terra al limite del precipizio.
Gianfranco Moroldo è
testimone rarissimo di trent’anni della nostra storia, personaggio al
quale ognuno di noi deve la gratitudine di averci offerto i suoi occhi
per vedere oltre la nostra provincia e capire quanto diverse potessero
essere le cose, altrove.
Ci ha parlato di guerra, mostrandoci
sentimenti; ci ha mostrato la morte attraverso le emozioni, ci ha fatto
inorridire attraverso la sua discrezione.
Ci sono servizi di cui non amava parlarmi perché lui diceva .
Quando diceva così intendeva che la violenza, la scorrettezza, la
sporcizia dei giochi politici e le peggiori manifestazioni dell’uomo si
erano manifestate lasciando in lui, sedimentati sul fondo del suo animo
e dei suoi ricordi, un senso di orrore e nausea. Non voleva mai parlare
dell’Eritrea, né della guerra dei sei giorni in Egitto. Mi parlò della
Sierra Leone, invece, dei bambini omicidi per gioco che passeggiavano
per strada con armi trovate qua e là ed uccidevano senza senso chiunque
non facesse ciò che loro chiedevano. Una stato di pazzia camminava per
le strade di un paese bellissimo.
Uomini e donne scappavano lungo i
vicoli per non incontrare lo sguardo di un bambino che, forse,
notandoli avrebbe domandato loro qualcosa, in modo innocente o in tono
scherzoso e poi li avrebbe uccisi brutalmente, senza capire.

Mi raccontava sempre del viaggio all’isola di Kili, atollo delle
isole Marshall, in cui furono trasferiti gli abitanti di Bikini quando
si decise che la loro isola dovesse essere il bersaglio della prima
bomba nucleare americana. Mi parlò dell’incontro con la popolazione
locale, della bellezza di una natura ospitale e rigogliosa e dei volti
innocenti di chi non era stato toccato dal mondo civile. Erano visi
tristi, disposti ad aprirsi in grandi sorrisi appena li si divertiva
con un minimo trucco. Ogni volta che Moroldo tirava fuori la macchina
fotografica si mettevano in posa e scherzavano contagiandoti una gioia
senza senso e perciò ancora più bella.
Mi disse che era gente abbandonata e che praticamente non esisteva. .
Mi
parlava del suo amico della Guyana francese, "Bimbo", un vecchietto
senza denti condannato all’ergastolo e relegato in quest’isola
meravigliosa da cui aveva tentato numerose volte di fuggire.
Moroldo, dunque, non è solo Vietnam e guerra, è anche e soprattutto pace e vita, uomo e cultura.
In
Vietnam, però, dà il meglio di sé e dimostra, magistralmente, di essere
un grande. Non dipinse mai le sue immagini di colori politici, né scese
in campo a difendere o ad accusare. Lui c’era e questa era la sua
testimonianza. Era lì, col suo corpo, a rischiare di morire per una
distrazione, un piede messo sul punto sbagliato, una risata in un
momento inopportuno.
Era lì, come i soldati, come gli americani e come i vietcong, tutti ingredienti di un minestrone amaro che nessuno mangerà mai.

Quando, tempo fa, chiesi a Moroldo se mai gli fosse accaduto di
prendere posizione, di schierarsi e definire il bene e il male, la
vittima e il colpevole, mi disse esordendo con una risata irriverente
che mi fece sentire piccola e stupida: .
Lo
descrissero come un milanese alto e segaligno, un bell’uomo. Capace di
comunicare anche con i bantù africani, parlando meneghino. Una
gestualità da attore teatrale, un sorriso pieno di vita, una voce piena
di forza.
Collaboratore dell’Europeo già dal ’54, entrò a far parte
dell’organico nel ’58, anno in cui Fattori successe a Serra. Iniziò,
così, la sua densa attività di fotoreporter, siglando quegli anni con
immagini cariche di significato, sature di emozioni, colme di vita e
sempre "misurate". Volti, corpi, sguardi sono i soggetti della sua
fotografia. Il dramma non è orrore, ma l’orrore trapela da queste
immagini velate di discrezioni e piene di rispetto per un uomo troppo
spesso negato e ucciso nella sua dignità.
Una volta Moroldo mi disse: .
Da queste parole si comprendono immagini come quella del "Soldato che
piange", manifesti di un modo di far fotografia diverso, delicato,
metaforico, intelligente.
Il Vietnam fu il tema più forte nella vita
dell’Europeo e fu per Moroldo l’esperienza che lo occupò più a lungo,
il campo di guerra e il territorio del non ritorno, da cui sarebbe
presto uscito un uomo diverso. In quella frontiera, vittima di
interessi partigiani e meschini, Moroldo costruisce la sua maturità. Il
senso della vita fluisce in ogni fotogramma, accompagnato da un vibrare
continuo di emozioni legate ora a un senso di abbandono, ora a un
sentimento dilagante di morte, ora alla speranza per qualcosa che non
c’è, ma che si riesce a toccare.
Con Oriana Fallaci nacque
quell’intesa sublime che avrebbe portato sulle pagine del settimanale i
protagonisti dei più grandi conflitti, i personaggi politici più
scomodi, i repressori più crudeli, gli innocenti, i diseredati della
terra.
A quei tempi, nel ’64, "l’Europeo" era diretto da Tommaso
Giglio, il personaggio che senza dubbio portò alla maturità il
fotogiornalismo di Gianfranco Moroldo, offrendo libertà di espressione
e chiedendo contributi nella composizione dei servizi.

Con Giglio il giornalismo raggiunse il suo massimo, come disse
Moroldo. L’immagine non fu più al servizio della parola, ma i due
elementi iniziarono ad integrarsi perfettamente, divenendo parti di una
sola anima: l’informazione.
Quello che Moroldo amava definire il
"periodo d’oro" dell’ "Europeo" è compreso tra il 1964 e il 1975,
l’anno in cui si concluse il conflitto in Vietnam con la presa di
Saigon. Da questo punto in poi, l’entusiasmo di Moroldo iniziò ad
affievolirsi perché non riusciva più a riconoscersi nei valori alla
base del suo "Europeo" e perché, in fondo, il giornalismo era cambiato.
Come
tutti i grandi idealisti, però, Moroldo non perse la speranza e
continuò a credere che i tempi sarebbero mutati fino al 15 aprile dello
scorso anno, data in cui gli chiesi che scenario vedeva per il futuro
dei popoli. Ricordo che mi rispose con severità, pronunciando in modo
triste e scuro queste parole: .
Il
Vietnam è stata la sua prima esperienza veramente dura attraverso la
quale ha acquisito un cinismo che lui giudicava sano, un cinismo che lo
aveva allenato a non soffrire per la desolazione e le sofferenze altrui
e che lo sosteneva nella sua professione di fotoreporter. Ma il Vietnam
non è stata la guerra più cruenta a cui ha preso parte come
fotoreporter; è stata la guerra più sporca, più politica, più legata al
potere e alle sue logiche disumane. Uno dei conflitti più violenti e
terribili a cui fu presente, invece, fu quello del Congo.
Ricordo
una fotografia che rappresentava la strage di Stanleyville, uno dei
momenti topici della guerra. Nonostante la brutalità della situazione,
Moroldo riesce a consegnarci un’immagine che, pur ritraendo una serie
di corpi morti ammassati l’uno sull’altro, abbandonati in una casa
demolita, non è raccapricciante. Mi raccontò che la puzza dei corpi
putrefatti entrava nella narici fino a restarci per giorni. Tutto era
distrutto, bucato, strappato. Il fango era ovunque. Poi aprì una porta
e là trovò la morte. Non si potevano distinguere i corpi, i volti erano
giovani, le divise confuse. Si allontanò da quel cumulo di cadaveri, si
appostò vicino alla porta, provò un senso di vuoto, chiuse occhi e
narici quasi ad impedire che la morte e il suo odore entrassero in lui
e poi pensò che la "composizione" assomigliava ad una natura morta. Era
così priva di vita che non c’era più disperazione. E scattò l’immagine.

Questa era l’idea che voleva trasmetterci. Si rifiutava di farci
avvicinare a quei volti perché non sarebbe stato utile. Ci avrebbe
"conquistato" per l’attrazione che l’esplicitazione del dolore e le
cose ripugnanti esercitano sull’uomo, ma questo non era il suo
obiettivo.
Lui voleva solo dirci: .
Ma nel dirci queste cose, non si percepisce l’arroganza di chi
pontifica perché rischia ogni giorno la sua vita. Dietro queste parole
c’è l’umiltà di chi fa del silenzio uno stile di vita e vive ogni
giorno con la curiosità e l’ansia di trovare il sorriso di un altro
uomo.
Gianfranco Moroldo ci ha lasciati sabato 19 maggio.
Il
vuoto che lascia è uno spazio fatto di ricordi, fantasie, valori.
Personalmente, ho perso un grande riferimento e un immenso affetto. Gli
italiani perdono un pezzo di storia e un esempio da ammirare e seguire
per chi non ha più voglia di osare e sperare.
La grandezza di
Moroldo stava nella sua immensa semplicità e lealtà e nella rara
capacità di saper offrire un sorriso a chiunque, anche quando era già
malato.
Era un uomo di poche parole, con un carattere brusco, ma
paradossalmente dolce ed era talmente diretto nel suo esprimersi che, a
chi non lo conosceva, risultava ostico e spiacevole.
Una delle ultime volte in cui andai a trovarlo mi disse:
. Con queste parole proseguo nel mio cammino e sento la sua risata e i
suoi rimproveri ogni volta che abbasso gli occhi e guardo dentro me.


Francesca Della Monica

*-*-*-*-*-*-*-*-*-*

Francesca Della Monica, laureata nel 1996 all’Università Cattolica
con la prof.ssa Annalisa Carlotti in lettere moderne con indirizzo in
storia del giornalismo, sta lavorando attualmente alla stesura della
biografia di Gianfranco Moroldo. Francesca Della Monica ha conosciuto
Moroldo scrivendo la tesi ("L’immagine della guerra del Vietnam in alcuni periodici coevi").