Giovanni Spadolini direttore del Corriere della Sera (di Marco Bastiani)

Tabloid n. 6/1999

Tesi di laurea di Marco Bastiani "Il Corriere della Sera di Giovanni
Spadolini (11 febbraio 1968-14 marzo 1972). Università di
Firenze/Facoltà di Scienze politiche. Reltatore: professor Giovanni
Ceccuti. Premiata nel concorso 1999 sulle tesi dedicate al giornalismo
organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

La mancata nomina del '61, le vicende del direttore più giovane di via Solferino, la burrascosa uscita

 


 

Se l’espansione economica nei primi anni Sessanta contribuì al
miglioramento delle condizioni generali dell’Italia, gli ultimi anni
del decennio si caratterizzarono per risentire dei sintomi di un
profondo cambiamento sociale che non si esaurirono subito, ma giunsero
fino ai primi anni del decennio seguente. Non fu una semplice
evoluzione verso forme di vita più moderne, ma si assistette allo
stravolgimento di consolidate abitudini e a una immissione di elementi
culturali e ideologici assolutamente nuovi. Ne risentirono il mondo
della scuola, dell’università, dell’industria e anche del giornalismo.
Proprio tra i due decenni, esattamente dall’11 febbraio 1968 al 14
marzo 1972, Giovanni Spadolini diresse il più importante quotidiano
italiano, il Corriere della Sera, edito da Mario, Giulia Maria Crespi e i fratelli Leonardi.

Quello di Spadolini fu il giornale del binomio tra cultura e
informazione, tra laicismo e attenzione al mondo cattolico, tra
moderazione e apertura al centrosinistra, in anni particolarmente
difficili e delicati. Politicamente si vide l’agonizzante fine proprio
di quel centrosinistra caro al direttore, l’esplosione della
contestazione, i tragici episodi di stragi, le violenze e le brutalità
delle dittature, di destra e di sinistra. In questo quadro Spadolini e
il suo Corriere anticiparono tanti temi che poi divennero fonte
di dibattito o di intervento legislativo negli anni successivi. La
salvaguardia dell’ambiente, la difesa dei monumenti e delle città
d’arte, la riforma universitaria, il nuovo rapporto tra le regioni e
gli enti locali, la volontà forte per una intesa tra le Nazioni
europee, il problema meridionale e i rapporti tra Stato e Chiesa sono
solo alcuni degli aspetti affrontati dal direttore che furono sovente
ripresi, da Spadolini stesso, nella carriera politica successiva.

I quattro anni di direzione Spadolini furono segnati prima dalla
contestazione giovanile con le occupazioni di scuole e università,
dall’autunno caldo nelle fabbriche e, successivamente, dalle sanguinose
rivolte, dall’inizio delle violenze e della strategia della tensione.
Su questo quadro generale, in continua ebollizione, si intersecarono
raccapriccianti eventi di cronaca, come la strage di piazza Fontana con
i relativi strascichi giudiziari, la rivolta di Battipaglia,
l’uccisione di numerosi rappresentanti delle forze dell’ordine, le
proteste del sud per le assegnazioni dei capoluoghi di regione e i
presunti golpe degli anni Settanta. «L'ombra della violenza si estende,
sempre più cupa, sul nostro Paese», scrisse Spadolini nel fondo del 5
febbraio 1961. Gli stessi assalti al Corriere da parte di
giovani appartenenti ai movimenti contestatori, come quello di sabato
11 marzo 1972 raccontato nei dettagli da Franco Di Bella, allora
capocronista in via Solferino, erano sintomatici di un periodo
socialmente alquanto instabile.

Anche all’estero la situazione non era del tutto calma. Non solo per
le rivolte sessantottine in Francia, in Germania o negli Stati Uniti,
ma anche per la primavera di Praga soffocata dai carri armati
sovietici, per la guerra del Vietnam e per l’assassinio del premio
Nobel per la pace Martin Luther King: "Una nuova Dallas" la chiamò
Spadolini sul Corriere del 6 aprile 1968, collegando la
scomparsa di John Fitzgerald Kennedy a quella del «Gandhi negro che si
era battuto disperatamente per la emancipazione pacifica della sua
razza e per la causa dell'eguaglianza umana al di fuori di ogni sistema
di intimidazione e di terrore». Accanto a tali tragedie, non possono
essere dimenticate le vittorie dell’uomo come la discesa di Armstrong
sulla Luna e, in politica, un attivismo, pur tra mille vincoli, freni e
difficoltà, verso una sempre maggiore collaborazione tra i Paesi
europei, più che condivisa, addirittura stimolata da Spadolini stesso.

La politica italiana del quadriennio fu teatro di grandi travagli e
importati lotte: dall’approvazione della legge sul divorzio (ben
accolta da Spadolini partendo dalla separazione degli affari statali
con quelli ecclesiastici), alla prima votazione per i consigli
regionali, dalle consultazioni politiche del ‘68 con la relativa
scissione del Partito Socialista, alle amministrative del ‘71 ricordate
per un’avanzata senza precedenti dell’estrema destra. Infine, le pagine
politiche ricordano il governo Leone, i tre esecutivi Rumor e il
ministero presieduto da Colombo, fino all’elezione di Giovanni Leone
alla carica più alta dello Stato, nel dicembre 1971. Quando Andreotti,
agli inizi del ‘72, non riuscì ad ottenere l’avvallo parlamentare per
il suo Governo, le elezioni anticipate, le prime nella storia
repubblicana, erano ormai imminenti, come la fine del mandato per
Spadolini direttore. «Non saprei separare le direzioni dei giornali,
per quasi diciotto anni, dalle successive battaglie in Parlamento e nel
partito se non per un diverso [...] tipo di impegno politico. Non
appartenni mai ai direttori indifferenti, ai sostenitori della
separazione fra fatti e opinioni, ai fautori della neutralità nella
guida dei quotidiani», scrisse Spadolini successivamente all’uscita da
via Solferino (G. Spadolini in C. Ceccuti, Giovanni Spadolini, p. 147).

La sostituzione di Missiroli

I Crespi erano desiderosi di un avvicendamento sulla poltrona di
direttore, al tempo occupata da Mario Missiroli, in via Solferino. E
nel ‘61 Spadolini era pronto per la successione alla direzione del Corriere.
Nonostante la giovane età, 36 anni, aveva percorso con successo tutte
le tappe del giornalismo: editorialista prima, redattore poi e, infine,
direttore di un grande giornale. Proprio con la sua permanenza al Resto del Carlino
da ormai sei anni aveva dato prove di grande equilibrio, avendo guidato
un giornale moderato nel capoluogo emiliano. E i Crespi - convocandolo
a Milano - optarono proprio per proporre a Spadolini la direzione in
quanto, oltre a non urtare la sensibilità di Missiroli (i due erano
grandi amici), erano convinti che avrebbe confezionato un giornale più
moderno mantenendo alto, se non accrescendo, il livello intellettuale
del prodotto. Ma Missiroli seppe della sostituzione solo all'ultimo
momento e anche la redazione fu sconcertata da una nomina così
improvvisa. Dinanzi all’avversione di una parte della redazione, allo
scontento di Missiroli e all’indisponibilità di Spadolini di subentrare
con tali modalità alla direzione del Corriere, gli editori non
insistettero e, non sostenendola fino in fondo, la candidatura
Spadolini cadde. «Era il primo ammutinamento nella storia del
giornale», scrisse Licata alludendo al comportamento poco ortodosso
della redazione (G. Licata, Storia del Corriere della Sera, p.
455). Gaetano Afeltra, uno dei giornalisti di spicco di via Solferino,
ricordò che in quel momento avrebbe voluto proporre una
soluzione-ponte: la direzione per un anno a Eugenio Montale per
preparare la strada all’arrivo di Spadolini (G. Afeltra, "Corriere" primo amore, p. 388). Ma non lo fece mai. Come nuovo direttore fu scelto Alfio Russo, proveniente da La Nazione di Firenze.

Al di là di ogni polemica nella nomina, il Corriere di Russo
non deluse le aspettative degli editori che puntavano su un quotidiano
rinnovato nelle forme e nei contenuti, con una maggiore vivacità
giornalistica senza però stravolgerne gli usuali connotati. Vi
trovarono ampio spazio dibattiti sulla politica interna con il giornale
che puntava a sostenere posizioni liberali, ad esempio, contro la
nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’inefficienza delle imprese
pubbliche. Furono condotte campagne contro il banditismo in Sardegna,
contro lo strapotere delle industrie farmaceutiche e quando la Grecia
fu rovesciata dal golpe dei colonnelli, il Corriere fu l’unico giornale italiano a mandare sul posto un proprio inviato, Mario Cervi.

La nomina di Spadolini

Con il passare dei mesi la ruvida direzione di Russo si scontrò con
le posizioni di molti giornalisti di spicco, tra questi Montanelli,
creando rancori e incomprensioni nella redazione. Per questo, alla
vigilia delle elezioni del '68, lo stesso direttore, prossimo alla
scadenza del mandato, richiese la fiducia agli editori che, timorosi di
perdere quelle firme che avevano fatto grande il Corriere, non gliela rinnovarono. E si arrivò al cambio di direzione.

Sabato 10 febbraio 1968 i lettori dei due quotidiani milanesi editi dai Crespi (il Corriere della Sera e il giornale pomeridiano Corriere d'Informazione)
vennero a sapere ufficialmente il nome del nuovo direttore: Giovanni
Spadolini, la cui firma era già comparsa sulle colonne del quotidiano
di via Solferino come editorialista durante la direzione Missiroli. Da
quando lasciò il Corriere alla fine del 1954, Spadolini aveva
accresciuto notevolmente il suo prestigio non solo di giornalista, con
i tredici anni di direzione del Carlino, ma anche di storico e studioso in genere. «Nei molti profili del nuovo direttore del Corriere
apparsi sui rotocalchi, un tema costante, per dare misura dello
studioso, era la biblioteca fiorentina di Spadolini, ricca di 20.000 e
poi 30.000 volumi.» (G. Licata, Storia del Corriere della Sera, pp. 487-488).

Tutte queste notizie contribuivano a far respirare in redazione
un’aria di attesa nei confronti del nuovo inquilino. Attesa per una
svolta nella fattura del giornale e per una maggiore dialettica
politica rispetto al passato. Ma il nome di Spadolini suscitava anche
una certa apprensione per le decisioni che avrebbe potuto prendere
anche se - si diceva - in tredici anni a Bologna non aveva mai
licenziato nessuno. Tutti i redattori di quegli anni si rammentano di
come il nome del nuovo direttore fosse associato direttamente al più
grande direttore del Corriere di tutti i tempi, Luigi
Albertini: colui che trasformò un anonimo foglio milanese nel più
importante quotidiano italiano. E fu lo stesso Spadolini che amò
riallacciare i ponti col passato, con la direzione Albertini,
ingiustamente dimenticata nei modi e nello spirito da molti
predecessori. «A me toccò in sorte di essere, nel dopoguerra, il primo
direttore del Corriere che riaprì le pagine del giornale al
nome e al ricordo di Luigi Albertini: un nome e un ricordo che erano
stati appannati o addirittura sepolti sotto il manto dell’oblio per i
motivi che a voi non è difficile immaginare. [...] Perché nel nome di
Albertini si identifica la grandezza del Corriere. Mai, nella
storia italiana e forse nella storia di nessun altro paese europeo, c’è
stato un nome che meglio abbia simboleggiato e riassunto l’intera
parabola di un grande foglio d’opinione, tacitato solo dalla dittatura.
[...] Personalmente mi opposi sempre alla rimozione di quei pochi
oggetti o simboli che, nel leggendario studio del grande direttore,
rappresentavano ancora il ricordo di un tempo, e di un costume,
irripetibili: a cominciare dalla scrivania che era riuscita a salvarsi
da tutte le inquietudini dei facili e penosi "rinnovamenti", magari
all’insegna dell’età consumistica» (G. Spadolini, "Lettera aperta a
Nino Valeri" in Nuova Antologia, fasc. 2058, Firenze 1972, p. 155).

Dunque, un richiamo morale al passato ma anche a uno stile, quello
albertiniano, nettamente diverso dalle impostazioni date dal precedente
direttore che, invece, si connotava per una maggiore irruenza e per un
approccio meno intellettuale. L’arrivo di Spadolini denotò subito tale
cambiamento. Il giorno del suo insediamento si rispettò un rituale
abbandonato dai predecessori: il nuovo condirettore, Michele Mottola,
condusse Spadolini all’ingresso di via Solferino dove, ad attenderlo,
c’erano l’amministratore del quotidiano, Egidio Stagno, e il segretario
di redazione, Pier Augusto Macchi. E una volta nel palazzo, Spadolini
volle sacrificare un omaggio significativo alla cultura del Corriere,
recandosi a salutare di persona Eugenio Montale nel suo ufficio. Dopo
un quarto d’ora in raccoglimento nel suo ufficio, ricevette i
capiservizio e gli inviati più in vista. Insieme ai due capiredattori,
Luigi Manzini e Arturo Lanocita, fece visita a tutti i settori del
giornale.

Questo richiamarsi ad Albertini, che aveva diretto il giornale per
un venticinquennio, faceva di Spadolini, nell’immaginario collettivo
della redazione, un direttore inamovibile, severo e di sicuro
prestigio. A riprova dell’importanza della nomina, si può citare la
risonanza che tale evento ebbe sulla televisione e anche sugli altri
giornali; in redazione giunsero più di tremila telegrammi di
felicitazioni e una troupe della RAI si recò in via Solferino per
intervistare il nuovo direttore.

La redazione e i progetti

Un grande merito di Spadolini direttore fu, senza dubbio, quello di
stringere ottimi rapporti con il mondo politico, sanciti da lunghe
telefonate con i palazzi romani. Il presidente della Repubblica
Giuseppe Saragat, lo statista Aldo Moro, il segretario repubblicano Ugo
La Malfa, i leader socialisti Pietro Nenni e Francesco De Martino erano
solo alcuni degli esponenti politici che più spesso dialogavano col
direttore e non era raro che fossero essi stessi a chiamare Spadolini.
Il rapporto era facilitato anche dalla linea politica tenuta dal
direttore: non più monodirezionale come quella di Russo, prima
centrista poi tesa verso il centrosinistra di Aldo Moro, ma più
elastica, aperta ad interventi e critiche provenienti da varie
posizioni. Questo fece sì che Spadolini spesso fosse qualcosa di più di
un semplice osservatore, seppure privilegiato dalla sua posizione,
della vita politica: addirittura si inseriva da protagonista. Un punto
chiave nella linea politica del Corriere rimaneva, comunque, la netta opposizione agli estremismi di destra e sinistra.

Da un punto di vista redazionale, Michele Mottola, con la qualifica
di condirettore, continuò a svolgere le funzioni di perfetto
supervisore tecnico alla fattura del giornale, la sua conoscenza del Corriere era tale che esso stesso fu considerato il Corriere.
La vicedirezione fu affidata a Gian Galeazzo Biazzi Vergani, un
giornalista che stava lavorando molto bene in via Solferino. I
capiredattori erano Arturo Lanocita, che occupava questo posto dal ‘61
ed era prossimo alla pensione e Luigi Manzini, assunto a suo tempo da
Missiroli. Manzini fu destinato, con minori responsabilità, al turno di
giorno ma in un giornale delle dimensioni del Corriere
occorreva che qualcuno si prendesse la briga di coprire anche l’arco
della giornata solitamente più tranquillo; Lanocita rimase, su
richiesta esplicita di Spadolini, circa un anno e anche una volta in
pensione continuò a collaborare col giornale. Gli successe Leopoldo
Sofisti, la prima assunzione voluta da Spadolini nel gennaio del 1969.
Sofisti era stato per molti anni a Bologna un bravo caporedattore e uno
stretto collaboratore del direttore.

Tra i redattori, Spadolini valorizzò Alberto Arbasino, che divenne
firma assidua della terza pagina e scrittore di importanti reportage,
Paolo Monelli e Gaspare Barbiellini Amidei, che scrisse pagine su temi
di cultura e attualità e fu utilizzato per la critica letteraria,
affidata insieme a quella cinematografica anche a Giovanni Grazzini. Le
critiche d’arte vennero date a Dino Buzzati che, per questi compiti,
era aiutato anche da Alberico Scala e Mario Perazzi. Furono proprio le
pagine culturali di arte, scienza, critica letteraria, spettacoli e
dibattiti a risentire dell’effetto Spadolini, essendo cresciute sia di
numero durante tutto l’arco della settimana sia di rilevanza, grazie a
un’immissione di firme illustri con una frequenza mai vista prima.

Fra i collaboratori chiamati a migliorare le pagine culturali erano presenti Ennio Flaiano, che aveva già scritto sul Corriere
di Missiroli; Goffredo Parise, autore noto per i suoi romanzi e per i
reportage sulla Cina e sul Biafra; Denis Mack Smith, storico inglese
esperto in faccende italiane; Leonardo Sciascia, già affermato
scrittore; Arturo Colombo, politologo dalla facoltà di Scienze
Politiche dell’Università di Pavia; Leo Valiani, storico ed ex
partigiano e Giacomo Devoto, linguista che era stato Rettore
dell’Ateneo fiorentino e presidente dell’Accademia della Crusca. Di
lingua si occupava anche Bruno Migliorini con la rubrica "Come si
dice". Altre firme illustri erano Manlio Cancogni, Giorgio Bassani,
Guido Calogero e Piero Chiara.

Furono assunti da Spadolini alcuni redattori che precedentemente lavoravano alla Tribuna
di Roma che Egidio Stagno, a quel momento amministratore del quotidiano
romano, era stato costretto a far chiudere: tra questi Raffaele Fiengo,
che più tardi diventò l’alfiere del sindacato in redazione, Viviano
Domenici, Mario Corbari e Arturo Guatelli. Fra gli altri giornalisti
assunti nei quattro anni da Spadolini ci furono Piero Ostellino,
Francesco Ricciu, Egidio Sterpa, che già era stato assunto una prima
volta da Russo e al momento era utilizzato soprattutto come inviato
speciale e Luca Goldoni. Goldoni da inviato speciale, nel settembre
1970, fu uno dei centocinquanta giornalisti rimasti asserragliati per
una settimana nell’Hotel Jordan Intercontinental di Amman in Giordania
sotto il fuoco contrapposto dei fedain e delle truppe di re Hussein.
Corrispondente di guerra rimase, comunque, il veterano Egisto Corradi,
ormai specializzato in Vietnam. Di questioni militari e di avvenimenti
bellici si occupavano anche Enzo Passanisi e, in seguito, Gianfranco
Simone.

La cura Spadolini stava funzionando e alla fine del 1969 il Corriere
vantava una diffusione media giornaliera di 630.000 copie che aumentava
a 710.000 per l’edizione del lunedì. Tali cifre possono apparire
sovradimensionate rispetto alla realtà ma anche le certificazioni
ufficiali del ‘71 segnalavano la buona affermazione del quotidiano di
via Solferino con 505.000 copie vendute, alle quali si dovevano
aggiungere le 98.000 del Corriere d’Informazione (cifre
ufficiali fornite dallo IAD). L’ambizione di unire la massima
popolarità con l’alto livello intellettuale si stava realizzando. Ma al
direttore non bastava. E Spadolini nel cassetto aveva una serie di
progetti di ristrutturazione destinati ad accrescere il peso del
giornale come inserti specifici sull'economia, i libri, la casa, gli
spettacoli, la scienza e la tecnica e il tempo libero; progetti che
però rimasero nei cassetti direttoriali, a causa della ritrosia
dell'editore sull'argomento e degli ingenti investimenti che avrebbero
comportato.

La linea politica

Quando Spadolini si insediò al Corriere la fine naturale
della quarta legislatura era ormai prossima e portò con se un acuirsi
della lotta politica, anche per il mancato consolidamento dell’alleanza
tra socialisti e democristiani. La maggiore distanza politica tra le
due principali forze del Governo scaturì dal magro bilancio dei primi
cinque anni organici di centrosinistra. Dalle colonne del Corriere
fu lo stesso direttore, che pure guardava con simpatia tale alleanza, a
esplicitare che delle riforme promesse c’era solo un magrissimo
bilancio. Pochissime di quelle proposte si erano trasformate in realtà.
Con Spadolini il Corriere, modificando in senso progressista la
linea politica rispetto a quanto verificatosi con Russo, sostenne la
formula del centrosinistra. Numerosi furono i commenti nei quali si
parlava dialetticamente delle realizzazioni e delle manchevolezze dei
governi Moro iniziati nel dicembre 1963.

Il centrosinistra al quale faceva riferimento Spadolini era senza
dubbio moderato e basato sull’alleanza di ferro tra DC e PSU, alla
quale potevano dare una mano i repubblicani guidati da Ugo La Malfa.
Dunque, un’alleanza del centro con la sinistra riformista da non
scambiare con le tentazioni che coltivavano taluni esponenti politici
di una rincorsa verso la sinistra comunista. Tentazioni avvallate con
una certa cautela dalla stampa di sinistra e anche ben viste da qualche
redattore dei giornali «borghesi» come il Corriere. Spadolini
paventava le fughe a sinistra, soprattutto, quelle di alcune correnti
cattoliche, che cercavano quello che si chiamava «dialogo col PCI» o,
da un’angolazione più critica, «Repubblica conciliare» e «collusione
clerico-comunista», denunciata fin dal primo articolo di fondo il
giorno dell’insediamento. Un articolo che stroncò senza appello quel
processo di ricerca di nuove maggioranze di cui si era cominciato a
parlare già dalla fine del ‘67. Così il titolo dell’articolo di fondo,
ovvero "Il dialogo", non deve essere inteso come una base per un
accordo tra democristiani e comunisti ma, al contrario, esso enuclea i
motivi della negazione assoluta di tale via.

La legislatura fu tutta incentrata sui travagli socialisti che
iniziarono all'indomani delle elezioni del '68, dove il partito
unificato subì una rotta bruciante. Tale sconfitta non solo bloccava il
processo di unificazione, ancora non del tutto ultimato, ma addirittura
finiva per mettere le componenti socialiste su posizioni politicamente
contrapposte e concorrenziali alimentando la scissione. Come in effetti
successe. Dalla primavera del ‘69, dopo un monocolore Leone, il primo
governo Rumor si trovò coinvolto nelle paralizzanti vicende della
diatriba in casa socialista destinata a diventare nel giro di qualche
settimana una scissione vera e propria. "La crisi socialista minaccia
il Governo" titolò il Corriere del 10 maggio 1969 e sei giorni dopo, "L’ombra della scissione sul PSI". Le preoccupazioni erano assolutamente fondate. Il Corriere
lanciò continui appelli contro la scissione, dando ampio credito agli
sforzi di Nenni. Per non compromettere del tutto la situazione
bisognava "Evitare la rottura", come era titolato il fondo di Spadolini
dell’11 maggio 1969. Ma tutto era stato inutile. La scissione si
consumò. «Non c’è attenuante - sostenne Spadolini dalla prima pagina
del 3 luglio - per chi ha determinato la scissione».

In questi mesi di travaglio politico, il Corriere si distinse
per portare avanti una campagna di correttezza urbanistica in Italia
con l’inserto "Rapporto sulla casa in Italia". In queste pagine si
analizzava la giungla di leggi presenti in Italia, si descrivevano i
quartieri dormitorio delle metropoli, si approfondivano i casi
difficili dell’edilizia di Napoli (Supplemento: "Rapporto sulla casa in
Italia" in Corriere della Sera, Milano 19 giugno 1969) e della
riqualificazione dopo l’alluvione di Firenze (I. Montanelli, "A tre
anni dall’alluvione di Firenze" in Corriere della Sera, Milano
4 dicembre 1969, p. 1). Il 18 gennaio 1970 iniziò la pubblicazione di
"Italia 70" per evidenziare il volto dell’Italia all’inizio degli anni
Settanta partendo dalle realtà regionali.

Politicamente, al monocolore guidato da Rumor, nel marzo '70 seguì
una rinnovata intesa tra PSI e PSDI, dunque di nuovo un governo di
centrosinistra guidato da Rumor. Ma le elezioni regionali del 7 giugno
1970, le prime nella storia d'Italia, dovevano sconvolgere gli
equilibri ancora una volta. «un voto "costituente"» come lo chiamò
Spadolini nel fondo del 24 maggio. Ai buoni risultati per la
maggioranza, commentati favorevolmente da Spadolini, seguirono numerosi
problemi legati alla formazione delle giunte locali. Per sollecitare un
chiarimento tra i partiti e strangolato dalla pessima situazione
economica Rumor decise di dimettersi. Il sistema produttivo italiano -
sosteneva Spadolini - era ormai giunto a un livello di guardia oltre il
quale c’erano solo «i rischi congiunti della inflazione e della
recessione, della svalutazione monetaria e della contrazione
produttiva.» La constatazione partiva da un dato comune riscontrabile
da chiunque: l’aumento dei prezzi. Ecco perché il 25 luglio 1970 il
presidente della Repubblica non perse tempo e affidò l'incarico a
Emilio Colombo che aveva retto il dicastero del Tesoro dal '63. Sullo
sfondo, nella scelta del nuovo presidente del Consiglio, avevano
certamente pesato anche gli equilibri per la corsa al Quirinale che si
stava avvicinando. Infatti, il mandato di Saragat sarebbe scaduto alla
fine dell’anno. Colombo era un tecnico, non apparteneva a nessuna delle
correnti in lotta per l’elezione presidenziale che, con la nomina del
presidente del Consiglio, sarebbe stata fortemente favorita.

Le amministrative del ‘71 sono ricordate per un’avanzata senza precedenti dell’estrema destra, che gli editoriali del Corriere
cercavano comunque di ridimensionare e riportare in un ambito locale.
La scelta del nuovo presidente della Repubblica, Giovanni Leone, fu
l'epilogo della legislatura. Spadolini sottolineò come Leone non era un
«figlio - rara vis - della partitocrazia», ma uno dei rari
democristiani che aveva sempre rifiutato la gara spietata delle
correnti. Ma era chiaro a tutti che i rapporti tra i socialisti, che
avrebbero chiesto una politica più di sinistra, i socialdemocratici,
che avrebbero puntato sulla loro funzione riformista ma moderatrice, e
la DC avrebbero di nuovo causato ferite non rimarginate dall’elezione
di Leone. Quando, caduto il governo Colombo, Andreotti, agli inizi del
‘72, non riuscì ad ottenere l’avvallo parlamentare per il suo Governo,
le elezioni anticipate, le prime nella storia repubblicana, erano ormai
imminenti, come la fine del mandato per Spadolini direttore.

La contestazione e l'autunno caldo

Il 31 gennaio 1968 l’occupazione dell’Università di Trento aprì in
Italia la stagione della contestazione studentesca. Nel giro di tre
mesi il numero di università occupate superò la trentina gettando nel
caos il mondo dell’accademia. Un caos, scrisse Maranini, «legato per
tanta parte alla totale mancanza di una volontà politica consapevole,
responsabile, e attiva, nelle sedi del potere» (G. Maranini, "Misure
d’emergenza" in Corriere della Sera, Milano 4 marzo 1968, p.
1). Le richieste basilari dei contestatori andavano nel senso di una
maggiore democratizzazione dell’Ateneo, ma non si trattava solo di
proteste contro un’istruzione superiore inefficiente. Le organizzazioni
studentesche ben presto divennero una vera e propria avanguardia
culturale e politica arrivando a rinnegare, da destra e da sinistra,
l’intera politica italiana e quello che veniva definito un «regime». Il
dialogo sulla contestazione si aprì subito sul Corriere a
partire dalle interviste ripetute agli ispiratori della contestazione:
Ugo Stille incontrò Herbert Marcuse (U. Stille, "Marcuse, il teorico
della protesta" in Corriere della Sera, Milano 5 marzo 1968, p.
3), l’autore de "L’uomo a una dimensione", testo al quale si ispiravano
gli studenti rivoluzionari in America e in Europa. Così come Bettiza,
da Parigi, era alle prese con lo spiegare gli atteggiamenti di
intellettuali di fronte alla rivolta. Riuscì a sentire Raymond Aron,
Emile Cioran, Eugène Ionesco, Claude Lévi-Strauss, Edgar Morin,
Jacques-François Revel, Jean-Paul Sartre, Jean-Jacques Servan-Schreiber
e molti altri (E. Bettiza, "Gli intellettuali in platea" in Corriere della Sera, Milano 28 giugno 1968, p. 3). I dibattiti sul Corriere
coinvolgevano anche i docenti di casa nostra: l’intervento di Giovanni
Sartori, ordinario di Scienza politica all’Università di Firenze, fu il
primo di una serie che avviò un dibattito sulle riforme e la rivolta
degli studenti. Il commento di Sartori, pubblicato il 7 aprile 1968,
aveva un titolo emblematico "Democrazia e asinocrazia".

Dopo il periodo della contestazione fu il tempo delle agitazioni
sindacali che culminarono, da settembre a dicembre 1969, nell’autunno
caldo. L’occasione di protesta era offerta dalle trattative per i
rinnovi dei contratti collettivi di lavoro delle principali categorie.
Alle lotte operaie si affiancarono anche quelle del movimento
studentesco che, scavalcando a sinistra il PCI e gli stessi sindacati,
si andò organizzando in gruppi extraparlamentari di estrema sinistra
cui si contrappose il fenomeno dell’estremismo di destra.

I movimenti di contestazione alimentarono, con i mesi, una sorta
rigetto da parte di un’ampia parte dell’opinione pubblica non incline
ad assecondare le nuove tendenze rivoluzionarie della sinistra. Un
atteggiamento che talvolta si esprimeva in modo democratico, altre
volte ripagava gli eccessi rivoluzionari con la stessa moneta se non
peggio, alimentando una spirale della tensione che ancora non si era
del tutto manifestata e che doveva arricchirsi di nuovi episodi nel
corso del ‘69 e degli anni seguenti.

Il Corriere, da sempre contrario all’estremismo di sinistra
usò lo stesso metro per giudicare quello di destra, adottando la
fortunata formula degli «opposti estremismi», in ogni caso da
condannare. Non si potevano tollerare i disordini mascherati da rivolta
sociale o sindacale della sinistra extraparlamentare, né tantomemo le
azioni terroristiche di alcune frange dell’estrema destra che puntavano
alla strategia della tensione. Ricordando la posizione di Spadolini,
Glauco Licata, mai tenero nel commentare le vicende di quel periodo,
avvallò comunque il comportamento del direttore. «Il Corriere
di Spadolini - scrisse Licata - [...] fu lungimirante; aveva ragione,
anche se la ragione, per un certo tratto, coincideva con gli interessi
dei proprietari di industrie, e quindi prestava il fianco a pesanti
attacchi da sinistra. Inoltre, con la tesi degli opposti estremismi, il
Corriere, che era indubbiamente antifascista, fu anche accusato
ingiustamente, se non di filofascismo, di qualunquismo: ovviamente non
dai ceti medi che cominciarono a indignarsi per le agitazioni di
piazza, e, all’opposto, ritenevano che il Corriere fosse troppo
rosso, ma, con un’orchestrata campagna, dalla stampa del PCI, e dalla
stessa cellula aziendale che prese a "disaffezionarsi" nei confronti
del direttore» (G. Licata, Storia del Corriere della Sera, p. 475).

Piazza Fontana

La tragica linea di demarcazione, non soltanto per il Corriere,
ma per tutta la vita sociale e politica della Nazione, fu tracciata il
12 dicembre 1969. L’attentato nella sede milanese della Banca
dell’Agricoltura, in piazza Fontana, provocando quattordici morti e
novanta tra feriti e mutilati causò un trauma psicologico in tutta la
società italiana. Una bomba ad alto potenziale, quella di piazza
Fontana, che esplose quasi contemporaneamente a una collocata a Roma,
presso l’Altare della Patria, dove ci furono feriti. «Il seme della
violenza ha dato i suoi frutti avvelenati. [...] Assistiamo alla totale
dissoluzione dei principi di convivenza su cui non può non reggersi
l’ordine democratico; assistiamo alla sfida selvaggia e criminale
contro i voleri di tolleranza, mutuo rispetto, in una sola parola di
civiltà. [...] La democrazia deve difendersi con le leggi democratiche
nel rispetto dell’ordine democratico, ultimo e non sostituibile riparo
contro la violenza e la follia. Non è il momento degli stati d’assedio:
non è il momento delle leggi marziali. Esistono nella legislazione
repubblicana, tutti gli strumenti atti a isolare i terroristi
sufficienti a punire i delinquenti. [...] Tutti i nuclei estremisti di
qualunque colore, comunque, camuffati, debbono essere messi in
condizione di non nuocere; la libertà, necessaria e irrinunciabile,
della propaganda non deve essere confusa con la libertà del delitto.
[...] Occorre assolutamente evitare che il Paese si senta indifeso, che
la pubblica opinione ripieghi sulle suicide suggestioni che ci
regalarono cinquant’anni di dittatura. Occorre salvare la libertà con
la libertà. E’ l’impresa più difficile, ma è la sola per cui valga la
pena di battersi, fino in fondo e con ferma coscienza» (G. Spadolini,
"Difendere la libertà" in Corriere della Sera, Milano 13 dicembre 1969, p. 1).

Per spiegare la strage tra i quotidiani si imboccò, in genere, la pista del terrorismo extraparlamentare di incerto colore. La Stampa,
in questo caso, si appropriò della teoria degli opposti estremismi
coniata da Spadolini ma, nei suoi pezzi, Giampaolo Pansa lasciava
trapelare forti dubbi sull’operato della polizia e paventava una
reazione golpista della destra. Il Giorno diretto da Italo
Pietra, com’era nel suo stile, fu estremamente chiaro e con gli
articoli di Marco Nozza e Giorgio Bocca puntò chiaramente l’indice
contro l’estrema destra. Un atteggiamento simile a quello dei giornali
politici della sinistra. Al contrario, il Corriere imboccò,
senza esitazioni, la pista anarchica suggerita dalla Questura. Il 17
dicembre, annunciando che «il crimine ha ormai una fisionomia precisa,
il crimine ha un volto», titolò "L’anarchico Valpreda arrestato per
concorso nella strage di Milano". Anche per la morte, in Questura, di
Giuseppe Pinelli fu avvalorata la tesi del suicidio, versione ufficiale
della polizia. In sostanza l’anarchico, noto per le sue posizioni
moderate nel movimento, si sarebbe buttato dalla finestra in quanto gli
era stato riferito che Pietro Valpreda aveva confessato. Tesi alquanto
macchinose e fumose che stavano facendo allontanare il Corriere
da altri giornali che però presero ad attaccare di petto il commissario
di polizia, Luigi Calabresi, come il responsabile primo della morte di
Pinelli. Calabresi fu assassinato il 17 maggio 1972 con tre colpi di
pistola.

Il Corriere, dunque, seguì una linea di condotta che portava
ad avvalorare le tesi ufficiali. Lo stesso Spadolini - lo riconobbe
egli stesso - fu vittima delle informazioni false che arrivavano dal
questore Marcello Guida e dal prefetto Libero Mazza. Ma, sebbene il
giornale di via Solferino si fosse prestato a dar credito alla versione
ufficiale, era chiaro che non poteva ricadere sul Corriere il sospetto di alimentare la strategia della tensione.

La via legalitaria costò a Spadolini sia gli assalti delle frange
più estreme dei gruppi contestatori di sinistra, sia le minacce dei
gruppi dell’estrema destra che certo non gradivano la formula degli
«opposti estremismi», coniata da Spadolini, per spiegare le violenze
del tempo. E la stessa pubblicazione di ampi stralci del rapporto
Mazza, che segnalava la presenza a Milano di sobillatori di ogni parte
politica, fu condannata sia da destra, sia da sinistra. Ma come ci ha
raccontato Gaetano Afeltra, giornalista e testimone importante delle
vicende del Corriere, «nessuno mai ha avuto sospetti sulla buona fede di Spadolini.»

Gli assalti al Corriere

Via Solferino più d’una volta fu scossa dagli attacchi dei rivoltosi
nel quadriennio di direzione Spadolini. Dal primo assalto del 12 aprile
1968, poco dopo l’insediamento, ad opera di un gruppo nel quale
figurava anche l’editore Giangiacomo Feltrinelli, fino a quello dell’11
marzo 1972, pochi giorni prima dell’uscita di Spadolini dal Corriere.
Non si trattava di una rivolta contro il direttore, ma dell’attacco da
parte dell’estrema sinistra extraparlamentare a un’istituzione
borghese, come era considerata la storica testata di via Solferino.

L’8 giugno 1969 alcuni gruppi dell’estrema sinistra decisero di
applicare al quotidiano di via Solferino una sorta di embargo, cercando
di non far uscire dalla tipografia le copie del giornale. I gruppi di
sinistra guidati da Mario Capanna «avevano proclamato che non una copia
avrebbe dovuto essere distribuita quella notte, per cui posero
l’assedio al giornale e seminarono le strade circostanti di barricate,
per impedire il passaggio ai furgoni della distribuzione. Di Bella
scrisse pure che lo stesso Spadolini, che certo non poteva reputarsi
impulsivo nei suoi atti, il giorno seguente si recò da Giulia Maria
Crespi, «rimproverandole le simpatie del suo salotto verso gli
assedianti».

Col passare dei mesi la situazione divenne sempre più incandescente.
Soprattutto dopo la linea legalitaria seguita per la strage di piazza
Fontana. Per la prima volta nella storia del giornale, fu tolta dai
furgoni la scritta Corriere della Sera. L’8 novembre del 1969 venne ferito Aldo Mariani, cronista del Corriere d’Informazione.
L’episodio più grave fu l’assalto alla sede del giornale, verificatosi
il pomeriggio di sabato 11 marzo '72, tre giorni prima del misterioso
ritrovamento sotto un traliccio di Segrate del corpo di Giangiacomo
Feltrinelli. I guerriglieri, aggirata la Polizia, per oltre mezz'ora
lanciarono bottiglie molotov e sassi incendiando il piano terreno
dell'edificio di via Solferino.

Una rivolta feroce, quella contro il Corriere, che
evidenziava come l’opinione pubblica di estrema sinistra non potesse
tollerare opinioni discordanti dalle proprie e allo stesso tempo come
il giornale si fosse ormai distaccato dall’universo giovanile. Allo
stesso tempo il Corriere, era anche uno dei primi bersagli del
gruppo estremistico di destra della Maggioranza silenziosa. Del resto
fu proprio durante la direzione Spadolini che il giornale di via
Solferino, per la prima volta nella sua storia, pubblicò una
intervista, di Enzo Bettiza, al segretario del Partito Comunista, Luigi
Longo. Intervista che urtò la demagogica sensibilità dei neofascisti
non abituati al dialogo con le opposte sponde politiche.

Venerdì 3 marzo 1972

I primi mesi del ‘72 coincisero con l’affossamento del
centrosinistra, concretizzatosi con la fine dell’esecutivo Colombo e
l’elezione di Leone al posto di Saragat. Un Governo di soli
democristiani stava traghettando la Nazione alle elezioni. Il Corriere
non era stato ostile al monocolore, né al nuovo presidente della
Repubblica ma pure riconobbe che difficilmente avrebbe avuto gli slanci
del suo predecessore. Il giornale di Spadolini, che fin dal ‘68 aveva
sostenuto a gran voce il centrosinistra, era in una posizione scomoda
con l’asse della politica che si stava spostando a destra e, allo
stesso tempo, con le proteste di piazza che, radicalizzando
maggiormente la lotta politica, portavano alla ribalta l’utopia di una
sinistra estremista. Simpatizzante di tale posizione era anche Giulia
Maria Crespi che, insieme ai partecipanti del suo salotto di corso
Venezia, iniziava a considerare la linea del Corriere non adatta ai tempi. In particolare, era «la prudenza legalitaria adottata dal Corriere
sul caso Valpreda» ad aver suscitato nell’editore un’indignata
irritazione. «A queste erosive critiche da sinistra bisognava
aggiungere il ristagno della tiratura e la crisi galoppante
dell’azienda» (E. Bettiza, Via Solferino, p. 107).

I Crespi palesarono la decisione delle sostituzione del direttore in
un incontro segreto venerdì 3 marzo 1972, offrendo la direzione a Piero
Ottone. La redazione, saputa la notizia, entrò in uno stato di
agitazione febbrile che culminò poi con la dichiarazione dello sciopero
per l'indomani. In discussione non era il fatto che gli editori, a un
certo punto, avessero deciso di sostituire un direttore, Spadolini, con
un altro, Ottone. Ciò rientrava nelle loro prerogative. Quello che fece
gridare la redazione al «golpe» (E. Bettiza, Via Solferino, p.
108) fu, invece, la rapidità di tale cambio che si svolse senza nessuna
consultazione, neanche ufficiosa, né dei nomi di riguardo che
scrivevano sul quotidiano, né del direttore, né della redazione. Il
tutto poi si svolse in un giorno in cui il direttore non era in via
Solferino. E’ con questo episodio che Giulia Maria Crespi si meritò il
soprannome di «zarina», che sostituì quello di «contessa rossa», datole
in precedenza per le sue simpatie radical-chic. Sabato 4 marzo 1972 il Corriere
non uscì e la questione, che ormai aveva superato il fatto specifico e
si era allargata a una discussione generale sul rapporto tra editori e
giornalisti, coinvolse tutta la stampa. In sostanza, in una vertenza
con gli editori, i redattori spuntarono la prerogativa di esprimere un
parere non vincolante sulla nomina del direttore. Ciò che successe al Corriere
costituì un precedente per tutta la stampa italiana e la consultazione
della redazione prima della nomina di un direttore è attualmente una
prassi consolidata. Successivamente, in un libro, Raffaele Fiengo
definì tale vittoria come «una importante scalfitura al diritto di
proprietà editoriale in nome dei diritti-doveri d’informazione che i
giornalisti da tempo reclamavano.» (R. Fiengo, Libertà di stampa: anno zero, p. 13).

Nell’ultimo articolo di fondo, Spadolini riaffermò quali erano
stati, per oltre quattro anni, i principi guida della sua direzione.
Una direzione che si richiamava direttamente alla libertà, all’onestà,
all’impegno intellettuale e culturale; valori insiti nella natura del Corriere,
«simbolo stesso della civiltà laica e democratica del nostro paese».
Tanto che lo stesso Spadolini si augurò che tale impostazione potesse
proseguire anche col suo successore. Infine, nell’articolo di fondo vi
si trova anche un riferimento all’esito delle trattative condotte tra
il comitato di redazione e gli editori per fissare i diritti dei
giornalisti nelle future nomine dei direttori. Spadolini ringraziò la
redazione per l’appoggio avuto pur rimarcando che, dopo la solidarietà
del primo giorno, aveva preferito non avanzare rivendicazioni personali
nella vicenda.

L'ultimo grande direttore del Corriere

Se della vita politica Spadolini fu osservatore privilegiato, della
vita del giornale ne fu il protagonista. A questo riguardo bisogna
ricordare la mancata nomina alla direzione del Corriere nel
‘61, quando Spadolini rinunciò per rispetto del direttore in carica, il
suo amico Mario Missiroli, l’arrivo come direttore nel ‘68 al posto di
Alfio Russo, la burrascosa uscita di scena del ’72, quando Giulia Maria
Crespi decise di portare il Corriere su una linea maggiormente
spregiudicata. Eventi importanti non solo perché utili a ricostruire
quale fosse la tempra di Spadolini giornalista, ma anche perché con
essi si ripercorre il cammino della stessa libertà di stampa, di come
cambiò con gli anni il rapporto editore-direttore e di quale peso la
redazione assunse, anche nell’esprimere il gradimento verso un nuovo
direttore.

Quindi, possiamo concludere come il Corriere della Sera di
quegli anni fosse veramente «di» Giovanni Spadolini. Un giornale dove
il direttore, nella pratica e non solo nella teoria della divisione dei
compiti redazionali, era colui che compiva tutte le scelte più
importanti. Scelte di carattere politico ed editoriale, che potevano
essere condivise o meno, ma che, in ogni caso, erano assunte in piena
responsabilità esclusiva. Un metodo che consentì a Spadolini di dare
un’impronta forte al giornale e che nel ‘72 perisce, almeno all’interno
del primo quotidiano italiano.

Spadolini fu, dunque, l’ultimo dei grandi direttori del Corriere. L’ultimo di un certo stampo che si richiamava direttamente a Luigi Albertini, che del successo del Corriere fu il principale artefice. Infine, bisogna ricordare che Spadolini considerò sempre gli anni della direzione del Corriere
i più importanti e i più difficili della propria vita. Anni dei quali,
certamente, contribuì a darne una chiara spiegazione, mediante il
proprio quotidiano lavoro.

Gaetano Afeltra, come ha avuto modo di confermarmi anche oralmente,
scrisse che Spadolini «aveva un concetto altissimo del proprio ruolo di
direttore: il massimo impegno e l’assoluta dedizione, avendo come
modello Albertini e cercando di somigliarli nello stile. Un giornale
teso all’innesto fra cultura e giornalismo. Egli stesso confessava che
l’emozione più grande, arrivando al "Corriere", l’ebbe entrando nello
studio del suo illustre predecessore e sedendo alla sua scrivania. Quel
leggendario studio dove tutto era rimasto intatto: una stanza non
grande, né maestosa, ma severa, autorevole e in qualche modo
sacerdotale». Così «la direzione Spadolini assomigliò davvero a quella
di Luigi Albertini. Per la concezione della responsabilità e del ruolo
stesso del direttore, per la totale dedizione e passione per il
giornale, per il rapporto coi redattori che era ispirato alla più ampia
disponibilità nel rispetto di quelli che erano i compiti, le
responsabilità, i doveri di ognuno. Sempre disponibile a ricevere
tutti, a parlare con tutti, a stimolare tutti i suoi redattori.» (C.
Ceccuti, Giovanni Spadolini, p. 154).

Degli articoli pubblicati sul Corriere in quegli anni,
Spadolini successivamente disse: «Non avrei né revisioni né ritocchi da
apportare. Riflettono un periodo della vita italiana» (G. Spadolini in
C. Ceccuti, Giovanni Spadolini, p. 156),. Un frase che riflette
bene la convinzione politica che li originò e l’impegno che profuse per
realizzarli. Del resto, egli considerò gli anni della direzione al Corriere,
i più importanti e i più difficili della propria vita. Anni dei quali,
certamente, contribuì a darne la spiegazione, mediante il proprio
quotidiano lavoro.

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Le tappe più importanti di una carriera eccezionale. Da editorialista del Messaggero a direttore del Corriere, da Ministro a presidente del Senato


1925 - Giovanni Spadolini nasce a Firenze, il 21 giugno 1925.


1937 - Lo studente dodicenne Giovanni Spadolini diffonde
tra i compagni di scuola e professori il periodico da lui interamente
redatto Il mio pensiero.


1947 - A novembre 1947 si laurea nella facoltà di giurisprudenza dell'Università di Firenze.


1948 - Spadolini inizia a collaborare al Messaggero di Mario Missiroli come editorialista. Il primo articolo si intitola "Gobetti".


1949 - Fin dal primo numero Spadolini collabora a Il Mondo di Mario Pannunzio. Più tardi entra nella redazione di Epoca.


1950 - A ottobre assume l'incarico di «Storia
contemporanea» presso la facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri"
dell'Ateneo fiorentino, succedendo a Carlo Morandi, prematuramente
scomparso. Inizia a collaborare (fino al '52) alla Gazzetta del Popolo
diretta da Massimo Caputo. Tra gli altri, in questo periodo, fanno
parte del comitato di garanti del giornale torinese Luigi Einaudi e
Benedetto Croce.


1953 - Con la direzione Missiroli, Spadolini inizia a collaborare come editorialista del Corriere della Sera.


1954 - Alla fine dell'anno viene nominato direttore del Resto del Carlino, dove rimane ben tredici anni.


1960 - Nell'ottobre vince il concorso di storia
contemporanea, il primo bandito nell'università italiana: secondo della
terna Gabriele De Rosa, terzo Aldo Garosci.


1968 - L'11 febbraio 1968, postosi in congedo dall'insegnamento, assume la direzione del Corriere della Sera.


1972 - Il 14 marzo 1968 lascia il Corriere e a
maggio è eletto, a Milano, senatore della Repubblica nelle liste del
PRI; a luglio è presidente della Commissione pubblica istruzione del
Senato. Tiene tale carica fino al novembre 1974. Tutte le elezioni
politiche successive lo confermano senatore a Milano.


1974 - Ministro per i beni culturali e ambientali, nel
governo Moro, dal 23 novembre 1974 (per un mese: senza portafoglio) al
9 febbraio 1976: è di quei quattordici mesi la costituzione organica
del Ministero.


1976 - Da gennaio 1976 è presidente della libera
Università Bocconi di Milano. Dal luglio 1976 al marzo 1979 è ancora
presidente della commissione pubblica istruzione di palazzo Madama.


1979 - Ministro della Pubblica istruzione dal 23 marzo
1979 al 7 agosto dello stesso anno nel governo tripartito guidato da
Andreotti. Alla scomparsa di Ugo La Malfa, diventa segretario nazionale
del PRI, carica che tiene dal 23 settembre 1979 al 2 luglio 1987. E'
stato, infatti, confermato nella carica di segretario dal congresso
nazionale del partito di Roma del maggio 1981, dal congresso nazionale
di Milano dell'aprile-maggio 1984 e dal congresso nazionale di Firenze
dell'aprile 1987. Spadolini non lascia la guida del partito né quando
diventa presidente del Consiglio dei ministri né quando viene nominato
Ministro della difesa.


1980 - Nel luglio costituisce la "Fondazione Nuova
Antologia" destinata ad assicurare il futuro della più antica rivista
italiana, in una linea di rigorosa indipendenza e autonomia. Nel quadro
della "Fondazione Nuova Antologia" si colloca il Premio internazionale
biennale italo-elvetico intitolato alla gloriosa rivista.


1981 - Spadolini è il primo presidente del Consiglio non
democristiano nella storia dell'Italia repubblicana: dal 10 giugno 1981
al 30 novembre 1982. I suoi due governi, fondati su una base
parlamentare a cinque (Democrazia Cristiana, Partito Socialista,
Partito Repubblicano, Partito Socialdemocratico, Partito Liberale)
coincidono con la vittoria della democrazia politica sul terrorismo e
sulle minacce del partito armato, col rafforzamento dei legami
internazionali atlantici e europeisti dell'Italia, con i primi
risultati del patto antiinflazione lanciato dalle forze politiche.


1983 - Dal 4 agosto 1983 al 18 aprile 1987 è Ministro
della difesa nel governo Craxi. Come titolare della Difesa, completa
l'operazione di pace nel Libano avviata come presidente del Consiglio e
fissa i criteri fondamentali della ristrutturazione delle Forze Armate
nel Libro bianco della difesa. Denuncia tutte le minacce e tutti i
pericoli del terrorismo internazionale. Lascia le responsabilità
ministeriali in seguito alla crisi del governo Craxi e al conseguente
scioglimento della IX legislatura repubblicana, che porta al voto del
14-15 giugno 1987.


1987 - Il 2 luglio 1987 è eletto con voto pressoché
plebiscitario presidente del Senato. Confluiscono su di lui 249
senatori, rappresentanti di tutte le forze costituzionali (Democrazia
Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Repubblicano,
Partito Liberale, Partito Socialdemocratico, Partito Radicale, nuclei
della sinistra indipendente). Come Presidente del Senato, deve lasciare
la Segreteria del PRI, pur senza rinunciare alla battaglia politica.


1988 - Durante il viaggio ufficiale del Capo dello Stato
in Australia e Nuova Zelanda (7-21 ottobre 1988), Spadolini, in qualità
di presidente del Senato, esercita le funzioni di presidente supplente
della Repubblica.


1989 - Il 26 maggio 1989 il Presidente della Repubblica
Cossiga conferisce al presidente del Senato, Giovanni Spadolini, un
mandato esplorativo in vista della soluzione della crisi del governo De
Mita. Tale mandato esplorativo termina 1'11 giugno 1989. Presidente
supplente della Repubblica dal 10 al 18 ottobre 1989, durante il
viaggio di Cossiga negli USA.


1991 - Come massimo di tutti gli onori Spadolini riceve
il 2 maggio 1991 dal presidente Francesco Cossiga la nomina a senatore
a vita, all'indomani della scomparsa di Cesare Merzagora, «per avere
illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico,
letterario e sociale».


1992 - Spadolini è ancora una volta presidente supplente
della Repubblica dal 10 al 14 gennaio 1992, durante il viaggio del
Presidente della Repubblica a Chicago e Londra.


1994 - All'inizio della XII legislatura, per un voto, la
presidenza del Senato passa a Carlo Scognamiglio. Il 4 agosto Giovanni
Spadolini muore, a Roma, all'età di 69 anni. Adesso il suo corpo riposa
davanti a San Miniato (Firenze), «la più bella basilica romanica della
penisola», come lui stesso la definì. Fu Spadolini nell'autunno
precedente a scegliere il luogo della sepoltura, nell'angolo dei
Grandi, accanto a Pratolini e Annigoni e vicino a Collodi, Papini,
Rosai, Giusti, Gentile, Bonsanti e Villari, lo storico (morto nel 1917)
di cui Spadolini si sentì sempre allievo e a cui dedicò anche un libro.
Sulla lapide, disegnata dal fratello architetto, solo la scritta "Un
italiano".

I riconoscimenti allo Spadolini "storico"

Spadolini è stato presidente della Giunta centrale degli studi
storici a Roma, presidente della Società toscana per la storia del
Risorgimento a Firenze e membro ordinario dell'Istituto lombardo di
scienze e lettere a Milano. Ha rappresentato l'Italia nel consiglio
superiore dell'Istituto universitario europeo di Firenze.

E' stato nominato dottore honoris causa delle Università di Berkeley e di Rochester negli Stati Uniti e di Rosario in Argentina. Nel 1987 ha ricevuto la laurea honoris causa
dell'Università di Tel Aviv (Israele) e poi quella dell'Università di
Baltimora (Stati Uniti) come campione della lotta mondiale contro il
terrorismo: sul piano, insieme, della politica e della cultura. L'11
dicembre 1989 è stata conferita a Spadolini la laurea honoris causa in
Storia dalla facoltà di Lettere e Filosofia del1'Università di Bologna,
ultimo atto del ciclo delle celebrazioni del IX centenario dell'Ateneo
e in coincidenza con l'inaugurazione dell'anno accademico
novecentoduesimo dalla fondazione dell'Università felsinea.

I1 22 febbraio 1990 Spadolini è stato eletto Presidente
dell'Istituto Italiano di Studi Storici, fondato a Napoli nel 1946 da
Benedetto Croce con lo scopo di «promuovere, svolgere ed aiutare, ad
opera di docenti ed allievi gli studi storici». Nell'agosto del 1990 ha
ricevuto il dottorato honoris causa in scienze umanistiche dell'Università "Externado de Colombia" di Bogotà e la laurea honoris causa
in giurisprudenza al Middlebury College, Vermont, USA. Il 29 novembre
1991 Spadolini ha ricevuto dalla facoltà di Lettere dell'Università di
Coimbra, una delle più antiche del mondo, la laurea honoris causa in Storia. Nel corso dello stesso mese Spadolini una laurea ad honorem gli è stata conferita dall'Università argentina di Moron.

I1 10 febbraio 1992 Spadolini ha ricevuto dall'Università statale di San Pietroburgo la laurea honoris causa
in Storia «per la sua opera tesa ad esaltare i valori della civiltà
europea quale si è delineata dall'Illuminismo ad oggi». Il 23 marzo
1992 ha avuto dall'Università ebraica di Gerusalemme il dottorato honoris causa in filosofia.

Oltre sessanta i titoli pubblicati: ecco i principali

Sono oltre sessanta i titoli delle opere pubblicate da Giovanni
Spadolini in 46 anni di lavoro. Il primo volume dato alle stampe è Il '48. Realtà e leggenda di una rivoluzione (Garzanti, 1948) ma quello che gli regala maggiore notorietà è Il papato socialista
(Longanesi, 1950) sino a oggi riedito in otto edizioni e tradotto in
diverse lingue straniere. Successivamente Spadolini scrive libri
importanti come L’opposizione cattolica (Vallecchi, 1954), Giolitti e i cattolici (Le Monnier, 1959), I repubblicani dopo l’unità (Le Monnier, 1960) e Un dissidente del Risorgimento, dato alle stampe nel 1962, su Giuseppe Montanelli, padre di Indro. Nel 1970 pubblica Il Tevere più largo (Morano, 1970) per rimarcare la distinzione netta fra Chiesa e politica italiana. Nel 1971, per Le Monnier, pubblica Autunno del Risorgimento, poi riscritto radicalmente nel 1986 e successivamente scrive Gli uomini che fecero l'Italia (Longanesi, 1972) in due volumi dedicati all'Ottocento e al Novecento.

Iniziata la carriera di parlamentare scrive Beni culturali (diario, interventi, leggi) (Vallecchi, 1976), L'Italia della ragione (Le Monnier, 1980), Diario del dramma Moro (marzo-maggio '78) (Le Monnier, 1978) e L'Italia dei laici: lotta politica e cultura dal 1925 al 1980 (Le Monnier, 1980). Dedicati alla sua città natale si ricordano Firenze mille anni (Crf, 1977) edito successivamente anche da Le Monnier e tradotto pure in inglese, Firenze tra '800 e '900 (Crf 1983 e poi Le Monnier) e il più recente La Firenze di Pasquale Villari (Le Monnier, 1990), dedicato allo storico morto nel 1917 di cui Spadolini si sentì sempre allievo.

Altri volumi pubblicati sono La stagione del "Mondo" 1949-1966 (Longanesi, 1983), L'Italia e la rivoluzione francese (Le Monnier, 1990), Gli anni della difesa. 1983-1987 (Le Monnier, 1988), Piero Gobetti (Longanesi, 1993) e Giolitti: un'epoca (Longanesi, 1985), che fonde gran parte di tutti gli scritti precedenti sullo stesso argomento a cominciare dal volume Il mondo di Giolitti (Le Monnier, 1969). Infine, è opportuno ricordare la serie di Bloc-notes (Longanesi), cinque volumi di appunti e commenti sulle vicende italiane e internazionali dal 1984 al 1994.

Nel 1995, a un anno dal decesso, Cosimo Ceccuti cura il libro Spadolini a Milano, con una rassegna dei più bei fondi come direttore del Corriere
e dei discorsi come presidente della Bocconi. Prefazioni e introduzione
scritte dallo stesso Ceccuti, da Paolo Mieli, allora direttore del Corriere e da Gaetano Afeltra, collega e amico fraterno di Spadolini.

Dov'è e cosa fa la Fondazione

La "Fondazione Spadolini Nuova Antologia" è stata costituita da
Giovanni Spadolini quattordici anni prima della sua scomparsa, col
decreto di riconoscimento del Presidente Pertini del 23 luglio 1980.
Obiettivo principale quello di «garantire attraverso la continuità
della testata senza fine di lucro la pubblicazione della rivista Nuova
Antologia, che nel suo arco di vita più che secolare riassume la
nascita, l'evoluzione, le conquiste, il travaglio, le sconfitte e le
riprese della nazione italiana, nel suo inscindibile nesso coi liberi
ordinamenti» (art. 2 dello statuto). Altri compiti sono quelli di
tenere aperta al pubblico la grande biblioteca, l'emeroteca e
l'archivio, arricchendone i fondi con acquisizioni qualificate; di
promuovere e coordinare ricerche e pubblicazioni; organizzare
dibattiti, convegni e seminari; collaborare con istituzioni culturali
pubbliche e private con comuni interessi scientifici e culturali.

Di particolare rilievo la Convenzione stipulata con la Fondation
Nationale des Sciences Politiques, che prevede, fra l'altro, lo
svolgimento annuale di una giornata di studio su temi di reciproco
interesse, da tenersi di volta in volta a Firenze e a Parigi. La
Fondazione, alla quale Spadolini che ne è stato presidente a vita,
promotore e finanziatore, ha voluto lasciare la villa "Tondo dei
Cipressi", i libri, i cimeli e i suoi beni, intende proseguirne l'opera
con spirito di assoluta continuità, alimentando nei giovani, attraverso
studi e ricerche, l'amore per quella certa idea dell'Italia e
dell'Europa cui lo stesso Spadolini ha dedicato intera la sua vita e la
sua opera.

Fondamentale importanza ha il "Centro di studi sulla civiltà toscana
fra '800 e '900", promosso da Spadolini alla fine del '92 per
iniziativa congiunta della "Fondazione Nuova Antologia" e dell'Ente
Cassa di Risparmio di Firenze: esso «si propone la pubblicazione delle
fonti (carteggi, diari, opere inedite o rare e studi di erudizione
documentaria e saggistica) relative alla civiltà toscana fra 1"800 e il
'900» (art. 3 della convenzione).

In questi anni di attività il Centro ha erogato borse di studio a
giovani e qualificati ricercatori che hanno portato alla pubblicazione
di importanti carteggi (Capponi-Vieusseux, Ridolfi-Vieusseux,
Capponi-Lambruschini, Lambruschini- Vieusseux) ed ha favorito e
promosso altre iniziative nell'ambito dei propri obiettivi scientifici
e culturali.

La biblioteca della Fondazione si compone di oltre 80.000 volumi
(storia, politica, cultura dall'illuminismo all'età contemporanea).
Sono attualmente dislocati in tre sedi distinte, secondo le
disposizioni del suo fondatore.

La sede per così dire "storica" della biblioteca è presso la sede
stessa della Fondazione, nella "casa dei libri" di Giovanni Spadolini
in via Pian dei Giullari 139. Essa comprende - dopo la raccolta
carducciana accolta nell'ampio ingresso - il settore relativo al mondo
di Giovan Pietro Vieusseux, con le collezioni dei periodici Antologia,
Nuova Antologia, Giornale Agrario, Archivio storico italiano, Guida
dell'Educatore e gli epistolari e i saggi critici di e su Vieusseux,
Tommaseo, Capponi, Lambruschini, Ridolfi, Foscolo, Manzoni, Leopardi e
altri autori dell'Ottocento (Villari, De Amicis, Zanichelli etc.).

Un settore della biblioteca è riservato alla Critica letteraria e
alla letteratura del '900, con le opere di Papini, Prezzolini,
Palazzeschi, Ojetti etc. e la collezione delle riviste della Firenze
del primo Novecento (Il Regno, Hermes, Il Leonardo, La Voce, Lacerba, L
'Unità) e del periodo fra le due guerre (Dedalo, Pegaso, Pan etc.).

La stanza cosiddetta dei "maestri e compagni" presenta straordinarie
raccolte per autore, da Croce (con la Critica e i Quaderni della
Critica e la raccolta pressoché completa delle sue edizioni) a Gentile,
da Gobetti (con Energie Nuove, Rivoluzione liberale, il Baretti) a
Salvemini, da Salvatorelli a Omodeo a De Ruggiero (con le riviste della
Resistenza e del secondo dopoguerra, da La Nuova Europa al Mondo). Al
piano superiore, con le collezioni complete dei classici de "La
Pleiade", "Ricciardi" e "I Meridiani" (Mondadori) si trovano il settore
dell'illuminismo, della rivoluzione francese e del periodo napoleonico;
quello dedicato a Firenze e alla Toscana, fra storia, politica e
cultura, con particolare attenzione alle opere di e su Dante, Petrarca,
Boccaccio, Machiavelli e Guicciardini. A parte il settore dei "Paesi
esteri", con fondi librari di particolare interesse per la storia
politica e culturale di Francia, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti,
Russia e Israele. Continue sono le richieste di depositi, lasciti,
donazioni. Di recente acquisizione per la biblioteca sono il fondo
Lusini, di circa novecentocento volumi, sulla storia di Firenze e della
Toscana, comprendente anche opere del Quattrocento e del Cinquecento, e
per l'archivio, le carte di Giuseppe Montanelli e di Guido De Ruggiero.
A Pian dei Giullari sono conservati anche i fondi archivistici,
documentari e fotografici nonché l'importante collezione di dipinti,
stampe, incisioni e disegni che integrano il ricco museo del
Risorgimento.

Nella biblioteca, presso la nuova sede di via Pian dei Giullari 36/A
- concessa in comodato gratuito dalla Cassa di Risparmio di Firenze,
aperta al pubblico dal primo luglio 1997, e dove si trova a
disposizione degli studiosi il catalogo generale - sono presenti,
insieme ai cataloghi dell'intero patrimonio librario già classificato,
i fondi che costituiscono nel loro insieme il prevalente settore di
Storia contemporanea, autentica specializzazione e peculiarità della
biblioteca: Stato e Chiesa (con la raccolta della Civiltà cattolica e
altri periodici), Risorgimento, Età giolittiana, Guerra e dopoguerra,
Fascismo, Resistenza, Secondo dopoguerra, Partiti politici, Diritto e
istituzioni, Economia.

Sono presenti i Fondi Vita Finzi e Gasparotto. Un'intera sala è
riservata alle enciclopedie e opere generali, con la collezione del
Corriere della Sera e del Popolo d'Italia già di proprietà di Luigi
Albertini. Presso questa sede è conservata l'emeroteca, con una vasta
raccolta di periodici e quotidiani, dal Settecento al Novecento. E'
ormai giunta a Firenze la biblioteca di Renzo De Felice, destinata a
integrare nel catalogo quella di Spadolini. La pura proprietà è della
Cassa di Risparmio di Firenze, la gestione culturale - per volere di De
Felice - della Fondazione. Sono circa 17.000 volumi e circa 730 testate
di periodici.

Nella terza sede, via Cavour 28, in centro a Firenze, sono presenti
i settori Arte, Beni culturali, Storia delle città italiane,
Sociologia, Economia.

BOX


La sede: Fondazione Spadolini Nuova Antologia, presso il
"Tondo dei Cipressi", via Pian dei Giullari 139, 50125 Firenze, tel.
055.68.75.21, fax 055.22.98.425, aperta tutti i giorni dal lunedì al
venerdì, dalle 9 alle 17.


La biblioteca: Biblioteca Spadolini, via Pian dei Giullari 36/A, tel. 055.23.36.071, aperta martedì, mercoledì e giovedì, dalle 9 alle 17.


La casa del centro: Via Cavour 8.

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La Nuova Antologia

La rivista "Nuova Antologia" fondata nel 1866 in Firenze capitale da
Francesco Protonotari riprese la tradizione della prima "Antologia" di
Capponi e di Vieusseux (1821-1833). II periodico, che reca come
sottottitolo "Lettere, scienze, e arti" è aperto anche all'economia,
alla musica, al cinema, nonché alle tematiche riguardanti i beni
culturali. Alla fine degli anni settanta Giovanni Spadolini rilevò per
una lira da Guido Carli, (allora presidente di Confindustria), la
proprietà di "Nuova Antologia", a favore della Fondazione che ne reca
il suo nome.

Spadolini ha diretto per quasi quarant'anni (dalla metà degli anni
cinquanta al momento della scomparsa) l'antica testata: salvando la
rivista in un momento particolarmente difficile, fra il 1977-78,
trasferendone la sede da Roma a Firenze, presso l'editore delle
origini, Felice Le Monnier, e rendendola di periodicità trimestrale.
Assistita da un comitato di garanti di cui fanno parte gli autori più
prestigiosi, Carlo Bo, Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone,
Mario Luzi e Leo Valiani, diretta in assoluta continuità con la linea
spadoliniana da Cosimo Ceccuti, la rivista più antica d'Europa,
raccoglie saggi di attualità accanto a rivisitazioni di fonti di
documenti, meritando per la qualità e l'originalità dei contributi
l'attenzione delle maggiori testate quotidiane italiane. Svolge anche
una funzione di educazione didattica, toccando i temi della scuola e
venendo distribuita nei tremilacinquecento istituti superiori del paese.

La rivista ha conservato e rafforzato la sua linea di alto valore
culturale con contributi di autorevoli studiosi ed esperti italiani e
stranieri quali Giuliano Amato, Claudio Magris, Giovanni Agnelli, Carlo
Azeglio Ciampi, Gabriele De Rosa, Giuseppe Galasso, Giorgio Saviane,
Jacques Delors, Jean Starobinski, Richard Webster, George L. Mosse,
Serge Berstein, Samuel Patterson...