Tutti gli uomini di Epoca nei favolosi anni sessanta. La leggenda di Epoca, il giornale che volle essere “Life”

Tabloid/gennaio 1998

 

Tutti gli uomini di Epoca nei favolosi anni sessanta.

·              Fu il momento più straordinario della grande rivista
ma anche del giornalismo illustrato e della fotografia italiani. Da De
Biasi a Galligani il romanzo di un’ “Epoca” felice. Otto artisti
dell’obiettivo ricchi di sensibilità e di forza.

·              Quando Sampietro se ne andò, lo storico settimanale
cominciò a morire: anche perché erano mutati i tempi e avanzava il
nuovo giornalismo investigativo. Dal 1970 ci furono molti tentativi,
anche generosi e abili, di risuscitarlo, ma sempre senza fortuna.

 

 di Guido Gerosa

 Giorgio Lotti: novanta milioni di Chou En-Lai

Giorgio Lotti è uno dei più grandi fotografi italiani. E un uomo
amabilissimo. Il suo ritratto di Chou En-Lai, distribuito in Cina in 90
milioni di esemplari, è uno straordinario esempio di penetrazione
psicologica e d’interpretazione di un personaggio storico: coglie al
vivo la voglia di potere del grande statista, la sua volpina,
machiavellica astuzia di mago di Realpolitik, ma insieme rende la
profondità umana, la compostezza, la saggezza confuciana dell’uomo.

Lotti comincia il suo magistrale lavoro per Epoca
nel 1965. E’ attento, preciso, naturalmente artista, umanamente
gradevolissima, alta preparazione tecnica, il suo primo grande
servizio, che realizzò avendo me per compagno giornalista, è un viaggio
in Spagna, a puntate, quattro capitoli per i magici inserti di Epoca. Lotti
in quel viaggio soffre molto. E’ giovane e desiderosissimo di emergere,
ma è ancora un po’ fragile fisicamente e sente la fatica dei
venticinque giorni tirati alla morte (Epoca
dava grandi mezzi e anche tempo, ma la severità di Sampietro spingeva a
lavorare come disperati). A Madrid, a metà viaggio, si ammala e
vorrebbe tornare a casa. Lo dissuadiamo, io e l’autista Bigotti. Si
riprende e porta a termine un reportage meraviglioso. La Feria
di Siviglia con le dame a cavallo e la rosa all’orecchio, i costumi
sgargianti, le corride, la vita popolare. E’ perfezionista, magnifico.

Poiché su tutta la Mancia
piove, Giorgio ci fa aspettare tre giorni per ritrovare il sole che gli
permetta di fotografare una lunga ombra sulla corte dietro un mulino.
Quell’ombra è il Cavaliere dalla Triste Figura, Don Chisciotte. Lotti
sarà grandioso anche nel reportage sull’alluvione di Firenze, dove
ritrae al vivo la disperazione di un popolo e l’agonia di una città
seguita dalla furiosa rabbia di ricostruzione.

Raddoppia quella magia con il ritratto della fatiscenza  “horror” di Venezia che sprofonda nelle acque.

Poi in Cina trova la sua stagione magica, con immagini e racconti
che ne fanno il narratore prediletto dal popolo del Grande Paese negli
anni del crepuscolo di Mao.

Walter Mori: l’uomo del culatello alla corte dei pittori

Walter Mori è un prorompente figlio della Parma di Verdi e della
buona musica, di Stendhal, della gran tavola e dei salami. Viene da
Fellino, regno del culatello. Porta nella fotografia la sua natura
appassionata, un’umanità molto immediata e sincera (è curiosamente un
tratto comune a tutti gli artisti della “bottega” rinascimentale di Epoca,
la voglia straordinaria di capire il mondo e raccontarlo). E anche qui
si produce un curioso paradosso: questo artista naturale e istintivo,
molto semplice, che a differenza di altri fotografi non inalbera grandi
pretese intellettuali, si rivela il più penetrante e colto interprete
dell’animo e del talento dei grandi pittori e scultori.

E’ l’uomo dell’arte di Epoca. Accompagna
la studiosa Mia Cinotti e il professor Ugo Nebbia suo marito nei loro
pellegrinaggi alla ricerca delle opere d’arte per creare la grande
serie di inserti “I capolavori svelati”. Mori individua con gusto
sicuro il mondo di Giorgio Moranti e di De Chirico, dello scultore
Manzù, dei maghi della pittura e dell’arte. Il suo è un lavoro che
andrebbe attentamente recuperato perché nelle sue interpretazioni
sensibili e penetranti si ritrova tutto il romanzo di un uomo a volte
ingenuo, amante del bello nell’arte e delle donne, un talento
naturalmente inclinato alla poesia.

La modestia del suo carattere gli ha impedito di raccogliere molte
sue creazioni (anche stupendi ritratti femminili; e figure storiche
come lo Scià di Persia e Farah Diba, Hussein di Giordania, uno
splendido Antonioni con Monica Vitti) che sono utili, anzi preziose
alla comprensione del nostro tempo. Forse lo farà in seguito.

Walter Bonatti: nel mitico Klondyke trova l’oro

Nel 1965 entra nella storia di Epoca e della grande fotografia uno straordinario protagonista: Walter Bonatti.

E’ l’uomo più tenace, ferreo, determinato, con le idee chiare, che
io abbia mai conosciuto. Lo accompagnai in America fino alle soglie
dell’ignoto per il suo primo grande servizio per Epoca
in Alaska e nello Yukon nel maggio 1965. Un bergamasco fortissimo, un
uomo duro e difficile cui una forte cultura nata dall’esperienza e una
volontà eccezionale di capire il mondo e di foggiarselo a misura del
proprio rigore hanno permesso di creare opere sorprendenti.

Un re della montagna ma anche dell’immagine. Venuto da una
grandissima esperienza di alpinista, eroe dell’ “alpinismo estremo”,
conquistatore delle montagne più prestigiose, ha documentato
fotograficamente le sue imprese acquisendo una prodigiosa capacità
tecnica ed esaltandola con la sua vivacissima intelligenza e lo
sconfinato amore per la natura. L’Epoca
degli anni d’oro ha pubblicato i reportages delle sue più straordinarie
imprese alpinistiche. De Biasi lo ritraeva al ritorno dai trionfi in
vetta. Finché nel maggio 1965 lo scalatore entra a far parte dello
staff dei fotografi di Epoca. E’ un
acquisto prestigiosissimo. L’idea sua e di Sampietro è affascinante:
raccontare la grande avventura del nostro tempo, far rivivere al
lettore di Epoca il brivido romantico
dell’epopea nell’ignoto e nella natura com’è stato raccontato da James
Fenimore Cooper, Herman Melville, Jack London, Giulio Verne, Emilio
Salgari. La fotografia di Bonatti incontrerà un immenso successo. Epoca a ogni suo nuovo servizio a puntate aumenta moltissimo la diffusione.

Bonatti fa una serie di grandissimi reportages: in Alaska e Yukon;
in Africa, Asia, Sudamerica, Amazzonia, India, Indonesia e in altri
punti favolosi dell’universo. Senti in lui lo spirito dei grandi poeti
documentaristi del cinema: Joris Ivens e Robert Flaherty. Possiede la
stessa appassionata e visionaria poesia della natura, intona il canto
dell’ardimento, del mistero e dell’ignoto.

Il suo servizio che amo di più, anche perché l’ho visto nascere, è
quello che descrive con infinita suggestione la natura intatta e la
memoria leggendaria dell’Alaska (Stati Uniti) e dello Yukon (Canada).

Ci sono le città fantasma, i ricordi della febbre dell’oro del 1849,
le vette del maestoso silenzio perenne, il Sant’Elia, il McKinley. Il
grande fotografo esordisce con la fantastica serie “Grandi avventure di
Bonatti-Epoca Universo” nel numero 803 di Epoca
del 13 febbraio 1966. La copertina lo mostra (è un autoscatto) con
volto assai grintoso mentre impugna il remo d’una canoa e scende giù
per le rapide ribollenti.

Titolo: “Bonatti: le mie avventure” (in rosso) in capo al mondo (in
nero). Sottotitolo: “Il famoso alpinista alla scoperta del Grande Nord
come fotoreporter di Epoca”. I titoli delle sette puntate sono assai
attraenti. “Nel Klondykec ho trovato l’oro”. “Dawson: la città dei
fantasmi”. “Il silenzio della preistoria”. “2500 chilometri in canoa, solo”. “Trenta notti senza stelle”. “I pellerossa dell’Artico”.

E’ un brivido dell’ignoto, la fantastica epopea dei grandi spazi
liberi. Negli anni sessanta del Nuovo Sogno, mentre nel cielo aleggiano
i ritmi elettrizzanti dei Beatles, Bonatti, Indiana Jones in anticipo,
ripropone le avventure degli esploratori. Rivive la leggenda del
coraggio con immagini che evocano la grande letteratura di viaggio, di
scoperta e d’avventura. Sono gli anni di Hugo Pratt e di Corto Maltese,
di James Bond e di Ian Fleming. La storia dell’Alaska e del Klondyke è
una delle vette in assoluto dei quasi cinquant’anni di Epoca e, a mio
gusto, il più reportage di Bonatti, quello impostato con più fantasia e
magico senso del mistero. Lo si riguarda dopo 33 anni e appare ancora
una meraviglia.

Con Bonatti siamo nel mondo di Jack London. L’ultimo cercatore d’oro
visita le valli del Klondyke che portano nomi leggendari: Eldorado,
Bonanza. Rivela le ombre della memoria.

Il suo aggirarsi per Dawson la città dei fantasmi è la cosa più bella del servizio.

 Anni ’60: si perfeziona il sogno della più bella Epoca

Bonatti ritrova il se stesso alpinista nello scenario dei grandi
monti: il McKinley, il Sant’Elia. I suoi occhi penetranti divorano
l’immagine degli sterminati anfiteatri di ghiaccio. Siamo nel regno
dell’orso e della lince. Si snoda poi la lunghissima navigazione
solitaria nelle acque dello Yukon, il fiume che serpeggia maestoso per 3600 chilometri
dal golfo dell’Alaska allo stretto di Bering. Lo sguardo magico di
Bonatti, espertissimo ma abbagliato sempre dalla natura intatta, canta
lo spettacolo unico dei paesaggi e dei misteri. La breve estate fa
sbocciare rose e margherite nel fantastico paesaggio artico. Bonatti
riprodurrà questa capacità di visione nell’Africa 1967: l’avventura tra
le nevi del Kilimangiaro in uno scenario hemingwayano e la scoperta dei
Masai la tribù dei gladiatori vestiti di rosso, le avventure dei
coccodrilli. Un vero poeta alla scoperta ardita dell’infinito.

Uomo assai schivo e riservato, vero bergamasco, Bonatti non ha mai
amato che si parlasse di lui. Non è mai andato ai talk show. Per questo
forse non è ricordato come merita. Ma rimane uno dei più grandi nella
storia della fotografia di tutti i tempi, legato in modo indissolubile
alla leggenda di Epoca. Sarebbe importante
che qualcuno ripubblicasse in grandi volumi a colori, per
rianalizzarli, questi reportages favolosi. Ma forse è lui stesso che
non vuole.

Così gli anni Sessanta vedono perfezionarsi l’Epoca
più bella. Si susseguono i prestigiosi servizi a colori: inserti
separati al centro del giornale che i lettori raccolgono e rilegano: il
mare, gli eroi polari, i bei posti, Epoca Universo, gli esploratori
dell’infinito, le meraviglie del mondo, le città più belle del mondo, i
grandi animali, Spagna, Italia meravigliosa ed Europa meravigliosa,
come cambia il mondo in cui viviamo, viaggio nell’India favolosa, la
guerra del Piave, la rivoluzione francese e la rivoluzione russa, e
molti altri. Ormai il settimanale di Mondadori si è confermato come una
delle riviste più prestigiose del mondo ed è considerato un fiore
all’occhiello del giornalismo italiano.

Accanto agli inserti a colori opera la perfezione professionale e la
forza della squadra dei fotografi. Numeri speciali, grandi servizi
nello stile dell’inserto, dedicati però all’attualità più affascinante:
morte di Kennedy, 1963; World Fair di New York, 1964; Expò di Osaka,
1970; Paolo VI alle Nazioni Unite, 1965; Funerali di Churchill, 1965;
Nuova Africa, due numeri speciali, 1965; Olimpiadi di Tokyo, 1964;
Conquista della Luna, 1969. Si perfeziona anche la tecnica di trasferta
della squadra. Giornalisti e fotografi si spostano con i grafici in
gruppi anche di una ventina di persone, in avventure che richiedono una
grande efficienza organizzativa. Va ricordata, per lo splendore di
questi inserti, l’opera di grande intelligenza di Gianni Corbellino,
art director raffinatissimo. 

 L’incredibile squadra dei fotografi-artisti

De Biasi è ora il capo dei servizi fotografici e, oltre a fare
splendide cose in prima persona, dà agli amici l’esempio della sua
passione e del suo impeto. S’è creato un quintetto formidabile: De
Biasi, Bonatti, Lotti, Del Grande, Mori. Un attacco da scudetto. A
questo punto è veramente in azione una squadra straordinaria. Un team
come questo non si era mai visto in Italia.

All’altezza delle grandi riviste e agenzie internazionali, epoca diventa l’enciclopedia vivente dell’Italia e del mondo.

Lo spirito d’avventura è sempre vivissimo e si gioca
sull’emulazione. De Biasi realizza con Brunello Vandano in Siberia il
suo famoso exploit dei 65 gradi sotto zero.

E’ stupendo il suo reportage del 1965 nel cuore dell’Africa del Sud Ovest, dove su una striscia di costa larga 25 chilometri
e lunga cento esistono le più favolose miniere di gemme del mondo.
Questa terra è chiamata “Costa degli scheletri” perché gli operai neri
che cercano di fuggire con i diamanti sono ritrovati scheletri: morti
di fame o uccisi dalle belve. De Biasi è grande anche in un genere
diversissimo, nel costume dell’epoca che cambia. Descrive da par suo
l’Inghilterra 1965 e la “Swinging London”. “Questa pazza Inghilterra
giovane”. Titola Sampietro. Favoloso il ritratto della Lucie Clayton
School, la più famosa scuola per indossatrici del mondo in Bond Street,
da cui è uscita Jean Shrimpton. Le fanciulle in fiore sono ritratte da
un Mario delicatissimo con toccante poesia. Un altro aspetto della sua
vulcanica personalità. I volti delle ragazze sognanti ricordano i sogni
delle ninfe di David Hamilton.

Si perfezionano in questo periodo i rapporti di Epoca con le grandi
centrali della stampa e della fotografia internazionali. Lo sperimento
in prima persona come corrispondente di Epoca a New York nel 1964-65. I
corrispondenti sono gli occhi e le orecchie di Sampietro all’estero e
devono essere velocissimi  a fare avere a Epoca le grandi primizie
delle super riviste mondiali: a New York

Life, Look, Time, Saturday Evening Post.
Al grande direttore meno la scrittura e il reportage del giornalista e
più la sintonia con Avenue of the Americas, dov’è il grattacielo di
Time e Life. Gli preme la tempestività del corrispondente nel far
arrivare a Milano gli scoop, specie nel periodo delle indagini
sull’assassinio di John Kennedy, della rivolta dei ghetti neri e della
terribile guerra del Vietnam.

Nascono le polemiche: perché non c’è più la realtà in Epoca?

Ma qui anche se agisce l’orgoglio della casacca e dei trionfi della
testata, nascono a volte delle difficoltà tra l’inviato e la direzione.

Vorrei essere più presente sulle grandi storie degli anni Sessanta:
Martin Luther King e Malcolm X, che ho conosciuto nei loro raduni.
Riesco quasi sempre a convincere dell’importanza dei reportages
fotografici che acquisto e che documentano questa lotta incandescente
che sta bruciando l’America.

Vorrei essere però più spesso nei luoghi e con i personaggi
dell’azione, ma non sempre si riesce a trovare la sintonia con
l’Italia, dove i grandi giornali faticano a capire che il mondo sta
esplodendo.

Sono però lieto di svolgere un lavoro di classe e di poter stringere
legami con le più leggendarie centrali internazionali della fotografia
e anche della scrittura: Time, Life, Black Star, Magnum e altri, che
sono tutti a New York. Stringo una forte amicizia con Howard Chapnick,
ebreo polacco che negli Stati Uniti è asceso dall’ago al milione.
Mitico direttore-proprietario di Black Star l’agenzia fotografica più
famosa. Riesco così a far conoscere in Italia, spesso lavorando io
stesso con loro , il suo magnifico team di fotografi: Dan Mac Coy, Fred
Ward, Flip Shulke, Lee Lockwood, il solo americano che possa
fotografare Fidel Castro a Cuba, Verner Wolff, Charlie Moore che
racconta tutta la rivolta dei neri, e poi Emil Aschulthess, Manfred
Kreiner, Ivan Massar, Joe Covello e tanti altri.

I temi elettrizzanti sono: la guerra razziale che sta esplodendo,
L’America inquieta degli anni Sessanta, le storie dei Kennedy, il
ritratto di Dallas e del Texas, il duro addestramento dei marines
(porto a Milano foto che anticipano i temi cinematografici di Full
Metal Racket e di Ufficiale e gentiluomo): ma anche i divi di
Hollywood, i Beatles in America (1964), il volto sconcertante di questo
pazzo pazzo pazzo secolo.

Stanco di contrasti, commento l’errore di arrendermi e rientro in
Italia. E’ uno sbaglio, perché la via era giusta. Era il tentativo
consapevole, che Sampietro spesso accettava, di forzare la linea del
giornale, ch’era ancora saldo e magnifico, nella direzione del
realismo. Perché era questo il futuro. Bisognava operare questa svolta,
pensavo, altrimenti i tempi che incalzavano avrebbero compromesso le
fortune della grande rivista. Così accadde infatti.

Arrivano il ’68, Panorama e l’Espresso tabloid. Epoca entra in crisi.

Lascio Epoca nel 1967, alla fine
dell’anno. E’ stata un’esperienza straordinaria, il meglio della
professione, e mi onoro ancora di avere lavorato al fianco di quegli
straordinari artisti che sono i fotografi di Epoca. Purtroppo il discorso di un primato si è concluso.

Il canto del cigno di Epoca è (anche se più tardi ci saranno ancora momenti belli) lo splendido reportage con le foto di Life e le grandi riviste e agenzie e della Nasa sulla conquista della Luna il 20 luglio 1969.

Ma in Italia e nel mondo sta cambiando tutto. Sono arrivate le
contestazioni dei giovani e delle donne, arriva il Sessantotto, è il
momento acuto della guerra del Vietnam e dell’America che si lacera in
quella protesta. Incalza l’epopea di Che Guevara: e l’autunno caldo
delle fabbriche, le stragi, le trame nere in Italia e più tardi il
terrorismo.

Una tematica che a Epoca è meno congeniale, specie quella italiana. D’altronde la fotografia è in ribasso in tutto il mondo. Sbalorditivo: persino Life
muore. E’ un segno dei tempi. L’ultimo numero esce il 28 dicembre 1972.
La storica rivista è stata uccisa dalla televisione che ha rubato
l’immagine e la pubblicità.

Il gusto stesso della gente è cambiato. In Italia il paesaggio dei
settimanali è mutato. Avanzano Panorama di Lamberto Sechi, pure della
Mondadori, pieno d’inchieste e con un team di giornalisti che fa
giornalismo investigativo sull’attualità; e l’Espresso che nel formato
nuovo, passando dal lenzuolone dei tre giornali allo stile tabloid e
newsmagazine di Time e di Newsweek, balza da 100 a 300 mila copie; e l’Europeo di Tommaso Giglio.

Epoca accusa in pieno la crisi perché né
la rivista né il suo lettore sono pronti a questo tipo di attualità. Il
giornale, che aveva quel modo raffinatissimo di vedere la realtà, si
ritrova non più al passo dei tempi. Sente poco il Sessantotto, le
profonde trasformazioni della società, le inchieste. Ma è questo che il
pubblico ora vuole. La grande bravura c’è sempre ma qualcosa si è
rotto. E’ venuto meno il modello Epoca.

Coerentemente Nando Sampietro, il creatore e artefice dell’Epoca
più bella, nel 1970 si dichiara stanco e lascia il posto di direttore.
Il giornale non si riprenderà mai più. Vivrà per altri 27 anni,
cercherà di essere impegnato nell’attualità, a esempio con Silvio
Bertoldi. Ma non strappa lettori agli altri e perde lentamente i suoi.
L’immagine del mondo è cambiata.

E’ un crepuscolo splendido ma faticoso. Con qualche impennata,
qualche tentativo brillante: come quello di Ettore Mocchetti, geniale
art director creativo, che ridà alla rivista una veste grafica, così
originale che Stern la copia e baserà su di
essa il successo degli anni a venire. Nini Briglia e Massimo Donelli
con abilità la risollevano negli anni Novanta. Ma per poco.

 Mauro Galligani: un generoso combattente in un giornale in decadenza

Eppure negli anni recenti Epoca trova
ancora sul versante della fotografia personalità di rilievo. Mauro
Galligani, senese che tutti credono romano, è anche lui uno dei più
grandi fotografi italiani.

E’ quello che quasi più di ogni altro sa “vedere” il racconto
compiuto, la storia narrata per immagini. Artista scontroso, magnifico
professionista, per certi versi somiglia come carattere Bonatti. E’
schivo e riservato ma orgoglioso, sa imporre con forza il suo punto di
vista, è un carattere chiuso e combattivo ma capace di grandi slanci
umani. Anche lui un vero uomo e uno splendido fotografo. A volte assai
difficile.

Una “pianta uomo” rigogliosa nella foresta maestosa dell’Epoca
migliore. Galligani ha un destino curioso. Noto nell’ambiente da
decenni come uno dei maggiori fotografi italiani, viene conosciuto dal
grande pubblico solo quando incorre nella disavventura di essere
sequestrato in Cecenia.

Giunge alla sua maturità artistica nel momento in cui la fotografia va in crisi e le riviste illustrate, e anche Epoca, muiono.

Ma la storia di Epoca è fatta anche di
molti fantastici servizi di Mauro: una galoppata in cielo con le Frecce
Tricolori; il più brillante reportage sull’Afghanistan 1980 uscito in
tutto il mondo; giorni e notti sotto la tenda di Gheddafi in compagnia
di un indimenticabile reporter, Francesco Frigieri.

Grandi reportages dai Paesi dell’Est e dal Rwanda. Magnifica la
donna che urla di dolore nella strage della stazione di Bologna
dell’agosto 1980. Uno straordinario terremoto dell’Irpinia. E, come
tutti i grandi di Epoca, Galligani è un
maestro del ritratto. Sono bellissime le sue interpretazioni di
Federico Fellini, Stefania Sandrelli, Gheddafi. Il volto sfigurato di
Alice Senno la bambina di Severo è in sé la storia di una tragedia.

 Nel gennaio 1997 la rivista si è congedata per sempre (chissà?) dai lettori

Ma la sua arte più sottile consiste nel costruire graficamente il
reportage come racconto. Individua i ritmi conchiusi della “storia”.
Moderno, inventivo. Ahimè, i tempi non rendono omaggio al suo valore.
Nell’ultimo periodo di Epoca fa il photo editor, l’art director, per
ridare fulgore allo stile fotografico della rivista. E’ come quei
grandi centromediani, penso a Parola in Italia-Svezia al mondiale 1950,
che in momenti disperati si inchiodano come giganti davanti alla porta 
per chiudere la via al gol. Mauro salva l’onore della squadra ma Epoca
muore.

Completano il team dei magnifici otto Vittoriano Rastelli e Nino
Leto. Rastelli, romano, è sensibilissimo, dal gusto sicuro. Grandi le
sue foto dei Papi. E’ il figlio dell’età di Visconti, di Antonioni e di
Monica Vitti. La sua Ornella Muti risplende come un’icona. Nino Leto è
cesellatore, ha l’arte di raccontare la cronaca, il movimento vivo
dell’Italia e del mondo degli anni Ottanta.

Ma sono anni di tentativi e di faticosa sopravvivenza di Epoca, con direzioni a volte abili ma del tutto fuori dello spirito della grande Epoca. La decadenza è lenta e dolorosa. Ed ecco l’ultimo dei paradossi. All’estero la fotografia riprende quota. Paris match, Stern e Life mensile ritrovano fulgore, collocazione e mercato.

Da noi non valgono gli ultimi tentativi di ridare vita ad Epoca.
Errori? I tempi sono più propizi e il gusto degli italiani potrebbe
essere favorevole. C’è l’amore per i grandi viaggi e per la fotografia.
Ogni italiano facendo clic crede in cuor suo di essere un De Biasi o un
Bonatti. Esplode la passione per la visualità e per le mostre d’arte,
c’è nell’aria un rinnovato culto dell’immagine. Tutto ciò poteva far
sperare nelle possibilità per una grande rivista d’attualità e foto,
nello stile magari di Paris Match.

Ma hanno pesato troppi anni di stanchezza e nel gennaio  1997 la
rivista si è congedata per sempre (chissà?) dai lettori. Però è entrata
nella storia.

Epoca è stato un grande momento del
giornalismo italiano e ha scritto un capitolo formidabile, fondamentale
della fotografia in Italia e nel mondo.

Ma la sua storia è ancora tutta da scrivere. Non se ne parla per
riserbo degli interessati, mancanza di senso storico, indifferenza. Non
è giusto. Quella storia è stata grande e va rimeditata e ripensata
proprio ora. Alla vigilia di un nuovo giornalismo e di una nuova
fotografia.

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Tabloid/giugno-luglio 1998

 La leggenda di Epoca, il giornale che volle essere “Life”

 di Guido Gerosa

 

Henry luce inventa Life, il giornalismo della fotografia.

Per la storia di mezzo secolo di Epoca si parte dalla grande lezione di Life.

La rivista Life nasce nel 1936: esce il venerdì, costa 10 cents.
La fonda Henry Luce, calvinista, anima da missionario. Il suo spirito
missionario lo sprona a offrire ai lettori il settimanale del
“ventesimo secolo americano” ( una frase famosa di Dos Passos). Al
lettore Luce intende offrire un’immagine rassicurante sul suo destino
individuale che contribuisce a creare il destino collettivo, l’America.

Fa entrare questo lettore nella casa dei potenti della politica e
dell’economia e dei divi del cinema, lo rende partecipe dei
sensazionali progressi e scoperte della scienza, lo proietta in lontani
luoghi esotici dove ancora pochi possono arrivare. Dal 1939 lo scorterà
con estro irresistibile sui fronti di guerra. Il progetto di Luce, il
cui slogan è “Vedete e lasciatevi sbalordire”, si basa in grandissima
parte sulla fotografia.

Per la prima volta nella storia della comunicazione una rivista fa
delle foto, il grande strumento e forma d’arte del Novecento, il
veicolo principale della sua espressione.

L’ “homo americanus” e quello del mondo (colto e non: il linguaggio
universale delle immagini ammette a questo cinema planetario di carte
anche coloro che non sanno l’inglese) apprezzano l’ideologia di Luce.
Life li fa sentire al centro del mondo, padroni della vita. La rivista
riscuote subito uno straordinario successo. In un anno raddoppia la
tiratura. Nel 1972 (paradossalmente poco prima di morire) avrà aggiunto
otto milioni di copie e 40 milioni di lettori.

Life costruisce la propria fama nei primi
anni sui capolavori di grandi fotografi divenuti mitici: W. Eugene
Smith, Henri Cartier-Bresson, Margaret Bourke-White, Robert Capa,
Feininger, Irving Penn, Arnold Newman, Philippe Halsman, Alfred
Eisenstaedt, Karsh di Ottawa.

E qui si schiude uno straordinario paradosso.

Luce, conservatore e moralista, vuole dare un ritratto ottimistico
dell’America. I suoi fotografi ne costruiscono un affresco esaltante ma
raccontano anche tutti gli aspetti drammatici e tragici del Paese,
senza omissioni: la povertà, l’aspra lotta sociale, la pena delle
immense solitudini e, naturalmente, la tragedia della guerra. Che è
però sempre vista in modo intriso di speranza, “umano”, fino alla
classica foto di Eisenstaedt l’8 maggio 1945 in Times Square: il
marinaio che scocca un gran bacio sulla bocca della prima ragazza che
incontra sulla piazza il giorno della Vittoria in Europa: Victory
Europe Day.

 Epoca il Life italiano comincia da Liliana ragazza qualsiasi

Questa epopea giornalistica si riflette in Italia. Epoca nasce nel 1950: primo numero in data 14 ottobre, lire 100. Nasce col manifesto intento di essere Life
italiano. Ma con fortissima impronta nazionale e con lo sguardo vivo e
socialmente impegnato sulla realtà italiana. Lo pubblica  la Mondadori,
lo dirige Alberto Mondadori, figlio del grande Arnoldo: poeta,
letterato, uomo di vasto talento, inquieto, orientato a sinistra.
Durante la guerra ha diretto il Tempo Illustrato, con Oggi e Omnibus uno dei primi e più significativi rotocalchi italiani.

Alberto vuol raccontare realisticamente la nostra società nello
spirito in cui l’hanno affrontata De Sica e Zavattini, Rossellini e
Visconti. Molto significativamente la prima copertina di Epoca
e il suo servizio più importante non sono dedicati a grandi fatti o
all’arte o alle famose “maggiorate” del cinema, simboli del periodo.

La cover story è una storia semplice, imperniata su una persona semplice: Liliana ragazza italiana,
una commessa di gelateria milanese, una lavoratrice tra milioni, non
particolarmente bella, normale. Una donna ovviamente non emancipata.
Alberto Mondadori ne fa seguire la giornata e scoprire la vita e il
cuore senza romanzo nello spirito in cui Zavattini, suo collaboratore
principe, teorizzava al cinema la poetica di “pedinare il personaggio”.
Ritraendo la giornata dell’uomo e della donna normali si fa il perfetto
racconto neorealista.

Questa poetica è però o troppo in anticipo o troppo in ritardo sui
tempi. Nel 1950 è in corso un’evoluzione di questo gusto. Il
neorealismo, mai troppo amato, è finito. Il dramma sociale sta cedendo
il posto alla commedia, Sciuscià cede il passo a Pane amore e fantasia. Alberto Mondatori vuole ispirare la fotografia di Epoca allo stile neorealista che, dal 1953, ha la sua bandiera nei documentari fotografici di Cinema Nuovo di
Guido Aristarco, dove fotografi giovani ma di grande avvenire come
Mario Dondero, Ugo Mulas, Carlo Bavagnoli, Federico Patellani, Franco
Pinna, Enzo Salterio pubblicano reportage alla Ladri di biciclette
sulle periferie disperate, sulle ballerinette di varietà, sulle strade
senza gioia, sui “casini”, sull’Italia della miseria e del caos che
segue la ricostruzione.

Per il pubblico borghese cui la Mondadori offre il Life italiano
questo genere non va. Alberto commette delle ingenuità. Enzo Biagi
scherza sul fatto che le pagine a colori avevano l’intestazione: Colore.

Non è facile vendere a un’ Italia uscita dai disastri della guerra una rivista basata sulla verità nuda.

D’altronde la tematica di denuncia e di grandi inchieste scottanti
(vedi rivelazioni di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano,
1950) e la cronaca politica sono ben interpretati da settimanali come l’Europeo di Arrigo Benedetti. Né la fotografia di Epoca può contare ancora sulle splendide individualità e sulla forza che vedremo in azione negli anni successivi.

Alberto, uomo di vivo ingegno e circondato di eccellenti
collaboratori primo dei quali Zavattini, non è però un direttore per
un’impresa così difficile. E ancora per l’eterno rapporto di
devozione-contrasto con il grande padre (vedi il suo Epistolario) deve
rassegnarsi. Il primo capitolo di Epoca si conclude così con una nobile sconfitta.

Né riescono a dare la fisionomia al giornale Bruno Fallaci, un
vivacissimo giornalista toscano zio di Oriana che, poco più che
ventenne, a Epoca fa le prime armi, e Renzo Segala, un gran signore già corrispondente da Berlino del Corriere della Sera.

 

Enzo Biagi e Nando Sampietro: i due direttori principali

La grande rimonta avviene con il redattore capo di Segala, nominato
direttore nel 1953: un giornalista bolognese trentatreenne di cui si
dice già che ha un gran talento, viene dalla cronaca e dalla critica
cinematografica. E’ stato uno dei due giornalisti in Italia (l’altro
era Aristarco) che nel 1943, con grave rischio, ha elogiato Ossessione di Visconti. Si chiama Enzo Biagi.

Biagi è uno dei due grandi direttori nella storia di Epoca:
quelli che hanno fatto la rivista e ne hanno creato la gloria e il
volto inconfondibile. La regge dal 1953 al 1960, mentre Nando Sampietro
la governerà dal 1961 al 1970. Si può dire di loro a Epoca quello che dice Hemingway di Mark Tauwn: “Non c’è mai stato nulla di così buono prima, non ci fu nulla di così buono dopo”.

Con Biagi Epoca trova la sua prima grande
sistemazione e finalmente decolla. Con la sua prodigiosa intuizione
giornalistica il giovane direttore realizza il progetto di un
settimanale che non è il Life italiano ma
che è, nello spirito di Henry Luce, lo specchio fedele del destino
degli italiani in anni in cui l’Italia si sta risollevando ed è un
vivace laboratorio d’ingegni, di idee, di battaglie sociali e civili
anche se risente dell’età del centrismo politico e dell’immobilismo dei
governi democristiani.

Biagi imbocca la strada maestra della fotografia. La sua bravura gli fa individuare per Epoca
una fotografia che non è il pedinamento neorealistico di Zavattini ma è
vicina al realismo degli Eisenstaedt, degli Eugene Smith e dei maestri
di Life. Ne scaturiscono un’Italia e un mondo descritti con vigore, con un’intensità di racconto che mette subito Epoca al passo delle grandi riviste internazionali. Sarà la caratteristica della sua età dell’oro.

Sotto le direzioni di Biagi e Sampietro Epoca soprattutto per la fotografia è alla pari con le grandi riviste illustrate del mondo: Paris Match, Life, Look, Stern con le quali Arnoldo Mondadori stringe accordi per poter sfruttare in esclusiva per l’Italia il loro eccellente materiale.

 

Ed ecco Mario De Biasi:  l’ “italiano pazzo” di Budapest 1956

Biagi come i generali di Napoleone ha anche fortuna.

Nel suo staff fotografico in formazione arruola il primo dei grandi fotografi di Epoca,
quello che sarà un punto di riferimento in tutta la storia della
rivista. Mario De Biasi, destinato a diventare famosissimo e uno dei
grandi della fotografia mondiale.

De Biasi è nato a Belluno nel 1923 ma diventa presto milanese. E’ operaio alla Marelli (in genere i fotografi di Epoca
sono di estrazione operaia) e nei primi anni Cinquanta alla domenica
gira la Lombardia per descriverne, da fotoamatore, persone e paesaggi.

Passa al professionismo nel 1953 a Epoca,
a quel tempo la migliore (l’unica?) possibilità per un fotografo, e vi
comincia la straordinaria carriera che lo porterà a fotografare guerre
e rivoluzioni, uomini famosi, Paesi sconosciuti, vulcani in eruzione,
distese bianche di neve a 65 gradi sotto zero. “La macchina
fotografica”, scrive di lui Bruno Munari, “fa parte della sua anatomia
come il naso e gli occhi”.

De Biasi farà la foto che meglio di tutte ritrae l’Italia
tradizionale alla vigilia della grande trasformazione. Quella della
famosa ragazza che avanza, vista da dietro, verso un crocchio di
giovani uomini arrapati che davanti a lei, la guardano con avida
curiosità.

Ritrarrà con emozionante verità uomini e donne famosi: classica la
sua interpretazione della potenza, volgarità e solitudine del creso che
si chiama Aristotele Onassis. E poi i grandi ritratti, che non si
contano: Nasser, Walter Bonatti dopo la tragedia del Monte Bianco,
Marlene Dietrich, Elizabeth Arden.

Era stato uno dei primi italiani a raccontare con abbagliato stupore la New York dopo la guerra, in un reportage straordinario del 1955 pubblicato due anni fa in un libro di Federico Motta Editore.

Nell’Epoca di Biagi, che offre grandi
storie fotografiche (la tragedia dei minatori italiani a Martinelle in
Belgio nel 1956) De Biasi trova la sua prima e forse più grande
occasione: la rivolta d’Ungheria dell’ottobre 1956. A Budapest realizza
un racconto che è forse il più straordinario e incisivo rispetto a
quelli di tutti gli altri fotografi del mondo. E nella tormentata
capitale sono arrivati tutti i grandi! Ma De Biasi racconta con verità
straziante.

Con grande coraggio s’immerge nella folla e ritrae dal vivo
l’atrocità e la violenza, ne fa un simbolo. Rimbomba nella foto l’urlo
dei poliziotti sgozzati, il furore con il quale la gente impicca per i
piedi gli odiati aguzzini della polizia comunista. Le immagini più
atroci e a volte più belle del reportage sono apparse, decenni dopo, su una rivista specializzata e non si ritrovano nelle pagine di Epoca 1956. Furono scartate perché troppo raccapriccianti. Quelle sopportabili riempirono un numero speciale di 116 pagine.

De Biasi, uomo complesso, è stato sempre in lotta tra le sue due
nature: il raffinato pittore della natura, fiori, corsi d’acqua,
luccichio delle nevi, sogno del paesaggio. Là dove può essere
cesellatore, esteta, stilista. Ma poi irrompe “l’altro” De Biasi: il
poeta angelo sterminatore votato alla grande attualità,
coraggiosissimo, battagliero sui grandi fatti, follemente temerario.

“L’italiano pazzo”, dicevano di lui a Budapest e nelle guerre
d’Israele. Mario, come molti creatori, dà più importanza all’altra
radice della sua ispirazione: al cesello, al quadro. Ma per me la
rivolta d’Ungheria è il suo grande capolavoro. Mario però neanche negli
avversari, pur costellati di tanti libri inutili sull’evento, ha mai
voluto raccogliere in volume quelle foto uniche, testimonianza storica
di un episodio capitale del Novecento. Speriamo che un giorno o l’altro
si decida a farlo. Ne trarrebbe un grande vantaggio la sua fama sia
pure già così alta.

 

Biagi riesce a vendere Napoleone ai Francesi

Con Biagi Epoca decolla in pieno. Un
trionfo. Il suo racconto è forte e convincente, la sua fotografia è
l’immagine vera del nostro tempo. Una grande spinta al successo gliela
danno i grandi servizi a colori inseriti al centro del giornale,
esaltati dalla perfezione tecnica dello stabilimento Mondadori di
Verona. Il trionfo, che porta finalmente in alto le vendite, glielo dà
la grande serie Life il Mondo in cui viviamo:
splendida ricostruzione delle età dell’uomo. Ma subito parte una serie
italiana di grandi inserti coordinati da due uomini di straordinario
valore: Tommaso Giglio, in seguito mitico direttore dell’Europeo,
e Roberto Leydi coltissimo studioso della musica popolare. Magnifico è
l’inserto su Napoleone. “sono riuscito a venderlo anche ai francesi”,
si vanta ancora oggi Biagi.

Poi arrivano gli inserti su I pirati, Il Far West, la scienza, i capolavori della pittura.

Si precisa il binomio in cui eccellerà Epoca
e dal quale trarrà le sue fortune: da un lato l’eleganza della
divulgazione e la raffinatezza dell’immagine, dall’altro la forza della
vita e della cronaca.

Nel luglio 1960 l’Italia si ribella contro il governo Tambroni che
autorizza il congresso del neofascista Movimento Sociale Italiano a
Genova, città Medaglia d’oro della Resistenza, e opera una pesante
svolta a destra creando timori di un colpo di Stato.

La polizia a Reggio Emilia spara sui dimostranti. Epoca esce con un titolo: Cinque poveri morti. Il
momento è assai grave. Politici potenti chiedono la testa di Biagi che
nell’estate 1960, a quarant’anni, viene mandato via. La prima grande Epoca l’ha fatta lui.

Gli succede un altro grande direttore Nando Sampietro, piemontese,
monarchico, ammiratore di Giolitti, conservatore, raffinatissimo mago
della grafica, detentore dello stile aristocratico-popolare, innamorato
della fotografia, costruttore di grandi storie popolari ma che abbiano
l’accento epico e nobile illuminato dalla grande scrittura (la saga dei
Kennedy, il Papa Buono Giovanni XXIII ).

Con lui Epoca dal 1961 al 1970 conosce il
periodo splendido della sua storia quasi cinquantennale (è morta per
ventennale incuria nel gennaio 1997).

All’esplosione italiana e mondiale degli anni Sessanta  corrisponde l’esplosione di Epoca.
Sampietro con il suo gusto finissimo e anche con un aristocratico
scetticismo verso i giornalisti stabilirà il primato della fotografia
sulla scrittura, che pure esige sia elegantissima ed essenziale. Epoca
gli somiglia in tutto; nel bene e nelle impuntature. Ma sarà lui a
costruire, tessera dopo tessera, il mosaico della fantastica équipe dei
fotografi di Epoca, il team
migliore e più completo del mondo: è composto, nei decenni, da Mario De
Biasi, Sergio Del Grande, Giorgio Lotti, Walter Mori, Walter Bonatti,
Vittoriano Rastelli, Mauro Galligani e Nino Leto. Una squadra di
artisti superbi, un doppio poker d’assi.
Sampietro sfrutta al meglio le sinergie contrattuali con le grandi
riviste e agenzie internazionali, ma potenzia al massimo il suo team
fotografico esclusivo.

Così fa di Epoca la rivista che ha in testa: il giornale aristocratico-popolare di alta classe e di rara potenza.

Certo anche qui nella storia di Epoca,
materia per un futuro auspicabile libro che qualcuno si deciderà a
scrivere, si rivela un grande dualismo: che possiamo chiamare la
divaricazione tra l’arte per l’arte e l’arte per la realtà. Epoca
racconterà magistralmente le grandi tragedie del tempo, guerre,
rivoluzioni, moti sociali, mafia, ma sarà meno sensibile, specie verso
e dopo il Sessantotto, alle profonde trasformazioni della società in
tutto il mondo, all’attualità problematica, a inchieste e sovversioni,
al grido della protesta.

 

La rivista della borghesia ignora le rivoluzioni

Essa si precisa sempre di più come la straordinaria rivista della
borghesia italiana che vive i magici anni del miracolo. Si sviluppa una
sorprendente identità tra il giornale e i suoi lettori, accentuata
dalle Lettere al Direttore, il grande pezzo di bravura del suo leader.

E il lettore di Epoca adora i suoi
fotografi. Vicino alle sbarre di confine appaiono sui muri, verso il
1965, grandi cartelloni con la scritta “L’Italia è il Paese dove si
legge Epoca”. La rivista pone l’accento
sulle imprese dei fotografi: “Hanno corso pericolo di vita! Erano là,
erano per voi sul posto del dramma, sono al vostro servizio con la loro
eccellenza artistica, sono il vostro occhio”. I fotografi di Epoca
diventano gli amici, i protagonisti, gli attori leggendari di questa
magica avventura. Il lettore è portato a sentirsi uno di loro quando
partono per realizzare i superbi reportages degli anni ’60: la Fiera
mondiale di New York, i viaggi nell’Africa indipendente dal 1960,
l’esposizione di Osaka, i funerali di Churchill. Concludono il trionfo
le immagini superbe della conquista della Luna, nel luglio 1969.

Ricordo che James Wagenvoord, capo del servizio estero di Life, mi disse nel 1965 a New York dov’ero corrispondente di Epoca: “Avete fatto meglio di noi!” Si riferiva al servizio sui funerali di Churchill, grande evento del secolo.

 

Sulla mafia Epoca arriva prima: Zullino scopre Franca Viola

Epoca era molto potente nella cronaca e
nella storia anche se l’accento era più orientato su una visione serena
e ottimistica della realtà, fino al sogno e all’evasione.

Con una forte punta di romanticismo e un gusto delle storie umane
tragiche e spirituali (i missionari d’Africa, Padre Greggio, e
dell’India, padre Mantovani). Il lettore ne gioiva. Nel 1965 ricevette
da Nairobi una cartolina con la foto di un superbo ghepardo e le firme
di tutti noi inviati che stavamo realizzando due numeri speciali sulla
nuova Africa.

Il tagliacarte riproducente un pugnale africano che Epoca
in quell’occasione donò a tutti i suoi abbonati lo si ritrova ancora in
molte case italiane. Intanto proseguivano i grandi inserti a colori con
visioni di sogno e De Biasi ne era l’autore più famoso: L’Italia meravigliosa, I bei posti, L’Europa meravigliosa.

Sampietro dava largo spazio alla realtà visiva. Aveva un gran fiuto
per le storie simbolo del nostro tempo, che amava presentare come un
unico gran romanzo o poema a puntate, per immagini e a colori: ascesa,
trionfo e tragedia dei Kennedy, Papa Giovanni, gli astronauti. Ma nel
1966 Epoca fu il primo giornale a scoprire
e raccontare con un reportage di Pietro Zullino, la grande storia di
mafia di Franca Viola, la ragazza di Alcamo che per la prima volta
nella storia della Sicilia rifiutò le nozze riparatrici al giovane boss
mafioso Filippo Melodia che l’aveva violentata. I servizi di Ricciotti
Lazzero sulla Seconda Guerra Mondiale e le interviste ai superstiti del
nazismo e al loro cacciatore Wiesenthal erano esemplari per precisione
e profondità di ricerca.

Grandi momenti di vita italiana come il Vaiont, l’alluvione di
Firenze, il timore che Venezia s’inabissi, furono raccontati con classe
superlativa. Si perfeziona in questi anni il team dei fotografi.
Acquista delle individualità straordinarie. La qualità fotografica di Epoca sale a mille.

Una figura assolutamente eccezionale, a sé, è Sergio Del Grande
scomparso prematuramente nel 1984. Umanissimo, milanesissimo, sorto dal
quartiere popolare dell’Ortica e amante delle sue strade e dei suoi
bar, formatosi nelle agenzie milanesi a una rigorosa scuola di cronaca.
Del Grande è fotografo magnifico sull’attualità che sente moltissimo.
E’ un ritrattista di fantastica penetrazione, ritrae con straordinaria
efficacia il personaggio da narrare nello “spread” iniziale, le due
pagine di apertura del servizio, cui Sampietro tiene moltissimo.

Sergio è un uomo semplice, immediato ma il cuore umano per lui non
ha segreti. Superbo il suo servizio su Chet Baker, grande jazzista che
finirà male per storie di droga.

Profonde sono le sue interpretazioni degli dei dello sport: Sivori,
Del Sol, Rivera, Herrera. Di tutti capta con sicurezza l’anima segreta.

Walter Chiari colto in meditazione è romantico e eterno perdente.
Del Grande racconta le agitazioni e inquietudini della Torino operaia e
la tormentata monarchia della Fiat che a Sampietro piemontese interessa
moltissimo. In tandem con Giorgio Lotti, Del Grande documenta uno
straordinario Vaiont: visioni apocalittiche, mozziconi di case, volti
impietriti nella desolazione e quella stupenda foto degli emigrati che
ritornano a casa con la valigia di spago. Ma non c’è più nessuno ad
aspettarli.

Del Grande realizza il suo capolavoro con le foto di Sotto il Monte
dei parenti di Papa Giovanni. Conquista le loro simpatie andando alla
messa delle cinque del mattino (c’ero anch’io) nella chiesetta di Sotto
il Monte il giorno dopo l’apertura del Concilio, ottobre 1962. Ritrae i
vecchi fratelli del Papa con commovente verità e ha un’idea da Life. Avendo scoperto che i parenti di Giovanni XXIII sono circa 120, con l’aiuto degli efficienti servizi di Epoca
e della Mondadori li raccoglie tutti e li immortala su un palcoscenico
costruito nella corte della casa colonica di Sotto il Monte. E’ la foto
più sorprendente del pontificato. Insieme con Lotti e De Biasi Sergio,
racconta poi il “diluvio” di Firenze. Superbo. Un reportage di Life del Duemila. E sembra pazzesco che Epoca oggi non sia qui. Ma sono stati fatti tutti gli errori possibili per sotterrarla.

Guido Gerosa