Giancarlo Tartaglia. La Federazione Nazionale della Stampa e il contratto di lavoro giornalistico

Centro di Documentazione giornalistica, Roma 1992

SOMMARIO 1. Le origini del sindacato dei giornalisti. - 2. Dalla
giurisprudenza probivirale ai progetti ili legge. - 3. La prima
convenzione d'opera giornalistica - 4. L'accordo sui trusts. - 5. La
Federazione della stampa negli anni della grande guerra. - 6. Il
contratto di lavoro del 1919 e le lotte sindacali del dopoguerra - 7.
La Federazione della stampa contro il fascismo. - 8. Il contratto di
lavoro del 1925. - 9. L'Unione dei giornalisti italiani in esilio. -
l0. Il Sindacato e il Contratto di lavoro negli anni del fascismo. -11.
La rinascita della Federazione della stampa -12.I primi contratti del
dopoguerra - 13. La Federazione verso la scissione - 14. Verso nuovi
equilibri - 15. Gli anni della crisi dell'editoria. -16. Nuove
divisioni e nuove maggioranze. - 17. Il contratto nazionale di lavoro
giornalistico 1991-94. - 18. Allegati.

 


1. Le origini del sindacato dei giornalisti

La Federazione Nazionale della Stampa nasce ufficialmente nel 1908,
in piena età giolittiana, nel clima riformista che domina la cultura e
la politica italiana all'inizio del nuovo secolo. La crisi
dell'idealismo e del romanticismo, che avevano alimentato le correnti
politiche del Risorgimento e dell'immediato post-risorgimento, aveva
offuscato e marginalizzato i valori rivoluzionari propri del
massimalismo politico-sindacale e contribuito allo sviluppo delle
correnti riformistiche.

In questa nuova realtà, dominata dalla cultura positivista,
nell'ultimo decennio del secolo nella sinistra italiana, abbandonata
sostanzialmente la linea rivoluzionaria, nasce nel 1892 il partito
socialista e, tre anni dopo, nel 1895, accantonata di fatto la
pregiudiziale istituzionale, che aveva visto i mazziniani fortemente
contrari all'unificazione del paese sotto l'egida della monarchia
savoiarda, il partito repubblicano.

Accanto ai partiti della sinistra italiana vedeva la luce nel 1906
la Confederazione Generale del Lavoro con l'obiettivo di rappresentare
unitariamente su scala nazionale tutti i lavoratori italiani, superando
e inglobando le ormai insufficienti esperienze settoriali e
territoriali (federazioni nazionali di categoria e camere del
lavoro).Le suggestioni del positivismo riformista pervadono anche il
cattolicesimo italiano, l'enciclica Rerum Novarum del 1881 sancisce
l'attenzione della Chiesa ai problemi del mondo del lavoro e la caduta
del non expedit nel 1905 apre la partecipazione dei cattolici alla vita
politica del Paese.

Ma la Federazione della Stampa, in quanto associazione per la tutela
degli interessi della categoria giornalistica, ha già alle spalle una
storia pluridecennale sviluppatasi autonomamente a livello territoriale
e intorno alle principali realtà editoriali. La prima forma
associazionistica a vedere la luce era stata l'Associazione della
Stampa Periodica Italiana, costituitasi il 16 dicembre del 1877 sotto
la presidenza di Francesco De Sanctis, non a caso a Roma, da poco
divenuta capitale del Regno, sede del Parlamento e della Monarchia e
dove fioriscono nuove iniziative editoriali.

Le motivazioni che dettero vita alla prima associazione di
giornalisti non erano di natura sindacale. L'idea era nata come
tentativo di limitare, per quanto possibile, il ricorso al duello nelle
controversie d'onore. L'elevato tasso di litigiosità per effetto di
articoli giudicati oltraggiosi aveva suggerito ai direttori dei
quotidiani della capitale, sollecitati dall'ennesimo duello tra un
giornalista parlamentare e un parlamentare professore, di istituire un
giurì d'onore permanente «fra i rappresentanti della stampa» con
l'obbligo per i giornalisti di sottomettersi al suo giudizio «prima di
andare sul terreno per una questione di giornalismo». Era il 18 maggio
del 1877, due giorni dopo si costituiva il giurì e si deliberava di
dare corpo ad una associazione tra i giornalisti romani.

L'Associazione della Stampa Periodica, nella sua prima fase, è un
sodalizio che vede uniti tutti gli operatori dell'informazione, non
solo i giornalisti, ma anche gli editori di giornali e, come prevede il
suo statuto, i «frequentatori», intendendo per tali soprattutto gli
uomini politici e gli uomini di cultura che usavano «frequenta- re» le
redazioni e le sale stampa, testimonianza di quello stretto rapporto di
interdipendenza tra giornalismo e politica che era stato all'origine
dello Stato costituzionale e delle libertà civili.

Al di là di una generica rappresentatività di settore le competenze
dell'Associazione non sono originariamente ben definite. - Nel suo
ambito opera la Corte d'onore, della quale fanno parte esponenti
prestigiosi del mondo politico, con il compito principale di evitare,
tramite lodi, i duelli tra i soci e che talvolta interviene, su
richiesta di parte, per verificare se le polemiche di stampa abbiano
ecceduto rispetto ai canoni della comune deontologia professionale.
Ancora non affiorano quelle tematiche di natura sindacale, che solo con
il nuovo secolo costituiranno il terreno di crescita delle
organizzazioni giornalistiche. «La poesia del giornalismo del
Risorgimento - così descriverà nelle sue memorie quegli anni Salvatore
Barzilai, futuro presidente della Federazione della Stampa - dava
ancora qualche bagliore negli ultimi decenni del secolo scorso; onde si
lavorava con qualche soddisfazione dello spirito, compensatrice di
qualche mortificazione della carne».

Ma, dopo quasi un ventennio dalla sua costituzione, sulla scia del
primo atto legislativo del Parlamento Italiano teso a regolamentare il
rapporto di lavoro subordinato, la legge del 15 giugno 1893 che
prevedeva l'istituzione nelle industrie di collegi probivirali con il
compito di tentare la conciliazione e dirimere le controversie di
lavoro all'interno delle aziende, si costituisce in seno
all'Associazione della Stampa il Collegio dei Probiviri, con precisi
compiti arbitrali nelle vertenze a carattere patrimoniale tra
giornalisti ed editori.

L'Associazione della Stampa Periodica è la prima, ma non l'unica,
organizzazione di giornalisti a livello territoriale. A cavallo tra i
due secoli il fenomeno associativo si sviluppa in tutte le principali
città italiane nelle quali vi è una consistente presenza di giornalisti
e di giornali. Nel 1890 nasce l'Associazione Lombarda dei Giornalisti,
con un programma che è definito nella sua stessa denominazione,
«Società professionale di mutua assistenza». L'anno successivo nasce a
Palermo l'Associazione della Stampa Siciliana. Nel 1895 nasce
l'Associazione della Stampa Veneta e nel 1899 l'Associazione della
Stampa Subalpina. Nel 1901 l'Unione Giornalisti Napoletani, nel 1903
l'Associazione Ligure dei Giornalisti, nel 1905 l'Associazione della
Stampa Emiliana. A queste associazioni a carattere regionale se ne
affiancano altre a carattere cittadino, come l'Associazione Stampa
Sanremese, la sezione stampa dell'Associazione degli artisti e della
Stampa di Modena e a carattere settoriale come l'Associazione
giornalisti cattolici italiani, il sodalizio friulano della stampa, il
sindacato corrispondenti di Genova, il sindacato corrispondenti di
Napoli. Saranno queste associazioni, nel 1908, a dare vita alla
Federazione Nazionale della Stampa.

La giurisprudenza del collegio dei Probiviri produce i primi mattoni
con i quali sarà edificato il futuro contratto collettivo di lavoro. Il
primo lodo, che è del 1895, stabilisce che l'attività di resocontista
parlamentare, anche se retribuita a seduta, in quanto prestazione
fissa, permanente e importante per un giornale politico quotidiano si
configura come prestazione da redattore ordinario, stabilendo così un
principio che è, ancora oggi, un cardine su cui ruota la normativa
collettiva dei giornalisti.

Altri lodi probivirali, di particolare rilievo nell'impostare le
basi della futura contrattazione, stabiliscono il diritto di un
giornalista dipendente da un giornale di collaborare con un'altra
testata, purché la collaborazione non si realizzi in opposizione con i
doveri di fedeltà nei confronti del datore di lavoro e, ancora,
l'equiparazione di trattamento in caso di licenziamento tra
professionisti e pubblicisti e il diritto, in caso di risoluzione del
rapporto, ad una indennità «fissa», legata alla qualifica, e a una
indennità «mobile», legata alla durata del rapporto.

Di notevole rilievo saranno, anche, alcune sentenze della
magistratura ordinaria. In particolare una sentenza del Tribunale
civile di Roma, dell'aprile del 1901, nella quale si stabilisce che
«chi con retribuzione coopera alla vita di un giornale, considerato
come prodotto intellettuale, non è che un locatore d'opera per quanto
questa sia importante ed essenziale».La sentenza, che si riferiva alle
qualifiche di redattore capo e di vice direttore, può essere
considerata una pietra miliare sulla strada della cotrattualizzazione
in quanto riconduce nell'alveo della locatjo operarum una
prestazione d'opera intellettuale, come è quella giornalistica, anche
quando sia resa a livelli alti di responsabilità organizzativa. Sempre
nell'aprile del 1901 lo stesso Tribunale di Roma stabilisce, nella
linea di precedenti probivirali, che «se per un mutamento sostanziale
nell'indirizzo del giornale venga snaturato o alterato l'obiettivo
della prestazione in modo che esso non corrisponda più alla coscienza,
alle idee e alle convinzioni politiche, sociali ed economiche del
giornalista, questi ha diritto di chiedere la risoluzione del contratto
col risarcimento dei danni». La sentenza, pur riferendosi nello
specifico ad un giornale politico, dava consistenza normativa alla
«clausola di coscienza», che caratterizzerà costantemente la
regolamentazione collettiva del lavoro giornalistico costituendone una
delle più importanti e significative peculiarità.

2. Dalla giurisprudenza probivirale ai progetti di legge

Questo primo quadro normativo che si delinea grazie alla
giurisprudenza probivirale e della magistratura ordinaria diviene
oggetto di discussione all'interno della categoria giornalistica e
nell'ambito delle associazioni territoriali esistenti. In un congresso
unitario, tenuto nel novembre del 1901, le Associazioni definiscono lo
schema di un progetto di legge per la regolamentazione della
prestazione di lavoro giornalistico, che di lì a pochi mesi il
presidente dell'Associazione della Stampa Periodica, On. Luigi
Luzzatti, presenterà alla Camera dei Deputati.

Il progetto di legge Luzzatti si componeva di 32 brevi articoli e
recepiva gli orientamenti consolidati della magistratura in materia.«La
giurisprudenza italiana ha fatto sforzi notevoli - scriveva il Luzzatti
nella sua relazione - per fissare giuridicamente i rapporti
fondamentali del contratto di lavoro giornalistico, argomentando per
analogia ed elevandosi a principi generali di diritto ... Ma malgrado
ciò, le esigenze reali della vita giornalistica non possono dirsi
soddisfatte ... Per la classe degli scrittori di giornale manca il
diritto certo, che solo può essere dato dalla leg-ge». Affermazioni
dalle quali traspare con evidenza la necessità, condivisa da tutto il
giornalismo italiano nelle sue istanze rappresentative, di un quadro
normativo più stabile e organico.

Il disegno di legge Luzzatti si articolava sostanzialmente su tre
punti: la costituzione del rapporto di lavoro, la clausola di
coscienza, il collegio dei probiviri.

Per quanto riguarda la costituzione del rapporto si prevedeva una
durata minima (due anni per il direttore, un anno e mezzo per i
redattori capo, un anno per i redattori ordinari) e la tacita
riunovazione per un uguale periodo di tempo quando il rapporto non
fosse disdettato, nei termini previsti, da una delle parti, Si
prevedeva anche la possibilità di un periodo di prova (non superiore a
tre mesi per il direttore e a due mesi per gli altri redattori)
risultante da atto scritto e comunque non rinnovabile

Centralità nel disegno di legge assumeva la claus1a di coscienza.
«Il direttore, i1 redattore capo e il redattore ordinario - prevedeva
l'art. 8 - che per trapasso di proprietà del giornale, o per fusione di
questo con altro, o per mutazione di indirizzo politico, o per a1tra
grave causa, a lui non imputabile, cessa di prestare la sua opera, ha
diritto a indennità, se vengano a mancare nel proprietario le
sufficienti garanzie per l'adempimento degli obblighi verso di lui
assunti, o se 1a permanenza nelle redazioni diventi incompatibile col
suo decoro». L'indennità dovuta era fissata in una misura non inferiore
a 12 mensilità per il direttore, nove per il redattore capo e sei per i
redattori ordinari. La norma recepiva quanto già stabilito dal
Tribunale di Roma, ampliandone notevolmente la sfera di applicazione.

Un altro punto definito nel disegno di legge era la prevista
istituzione, presso ogni distretto di corte d'appello, di un collegio
di probiviri «per la conciliazione delle controversie che sorgano in
rapporto al contratto di lavoro» e per la loro definizione in via
giudiziaria. Il Collegio doveva essere composto da quattro membri, due
scelti tra una terna designata dai giornalisti e due tra una terna
designata dagli editori, e un presidente scelto tra i magistrati della
Corte d'appello e nominato dal presidente della Corte stessa. Le
sentenze del collegio sarebbero state inappellabili e le conciliazioni
avrebbero avuto titolo esecutivo.

Il disegno di legge Luzzatti, nella sua stringatezza, poneva in
evidenza i principali problemi che assillavano il mondo del lavoro
giornalistico e individuava soluzioni che sarebbero state recepite, sia
pure in parte, solo nella successiva contrattazione collettiva.
Nonostante, infatti, il suo proponente fosse il massimo rappresentante
della maggiore organizzazione giornalistica esistente, non divenne mai
legge, decadendo con la fine della legislatura.

Il problema di una regolamentazione univoca del rapporto di lavoro
giornalistico si poneva, con sempre maggiore forza, al centro delle
discussioni delle associazioni territoriali, le quali compresero la
necessità di individuare uno strumento organizzativo di rappresentanza
nazionale che potesse garantire più adeguatamente una categoria che si
andava unificando intorno ad interessi omogenei.

Da questa spinta unitaria sorse nel febbraio del 1908 la Federazione
tra le Associazioni Giornalistiche Italiane, perfezionatasi nel
dicembre dello stesso anno con, l'ingresso dell'Associazione della
stampa periodica italiana e de1 Sindacato dei corrispondenti di Roma. A
presiedere la Federazione era chiamato l'on. Salvatore Barzilai,
giornalista e deputato repubblicano, che dal 1905 presiedeva
l'Associazione stampa di Roma dopo le dimissioni di Luzzatti. I
giornalisti iscritti alle Associazioni e rappresentati nella
Federazione al momento della sua nascita, erano, in tutto, 1341.

La costituzione della Federazione favorì 1a nascita in molte realtà
territoriali di numerose nuove associazioni di stampa che si
affrettarono a chiedere la loro adesione alla Federazione. Si trattava,
in molti, casi, di associazioni con scarsa rappresentatività o,
comunque, nelle quali la presenza di giornalisti veri era molto
limitata. Si rese, perciò, necessario individuare criteri più selettivi
e fu posto come requisito per l'iscrizione la sussistenza dello status
di giornalista professionista, che si acquisiva dimostrando
l'esclusività dell'esercizio dell'attività giornalistica.

Pochi mesi dopo la sua costituzione ufficiale, la Federazione della
Stampa celebrava il suo primo congresso nazionale, nell'aprile del
1909, a Bologna, «solenne consacrazione della grande alleanza di tutte
le associazioni e di tutti i giornali d'Italia».

La questione principale affrontata nel dibattito congressuale fu,
ovviamente, quella della regolamentazione del rapporto di lavoro.
Sull'argomento furono svolte due relazioni, una di Andrea Cantalupi,
rappresentante del Sindacato corrispondenti di Roma, l'altra
dell'On.Giuseppe Canepa, dell'Associazione Ligure dei Giornalisti.

L'obiettivo, sia pure con molte diffidenze e perplessità, restava
quello di una regolamentazione per via legislativa del rapporto di
lavoro. Se Cantalupi dimostrò scetticismo sulle reali possibilità di
ottenere una legge, Canepa fece sua la proposta di un intervento
legislativo, pur precisando che non si dovesse mirare ad un contratto
di lavoro legislativamente disciplinato ma solo definire alcune
clausole di garanzia. Il congresso finì per approvare una mozione nella
quale si «invocava» una legge sul contratto di lavoro e si demandava al
consiglio federale l'incarico di redigere un progetto. Ma a
dimostrazione di quanto fosse scarsa la fiducia nella possibilità che
in tempi brevi la legge intervenisse a risolvere il problema, il
congresso approvò anche un secondo ordine del giorno con il quale «in
attesa della legge e senza pregiudizio della stessa» si impegnavano le
associazioni di stampa federate a «compilare ... un regolamento circa
le condizioni inderogabili e le consuetudini giornalistiche» e la
Federazione a coordinare questo lavoro insieme alla giurisprudenza
probivirale esistente al fine di poter disporre di un corpus normativo
di riferimento. Non vi era ancora, come si vede, una linea chiara e
univoca da perseguire, ma è evidente l'esigenza manifestata dalla
categoria di raggiungere una certezza normativa nella regolamentazione
del rapporto di lavoro.

Nei mesi successivi a questa prima assise congressuale l'on.Gallini
presentò in Parlamento un suo progetto di legge dichiarandosi pronto a
discuterlo con la Federazione della Stampa per integrarlo o,
eventualmente ritirarlo. Il progetto Gallinì, di undici articoli,
ricalcava sostanzialmente il precedente progetto Luzzatti, eliminandone
la parte relativa ai collegi dei probiviri.

A distanza di un anno, nel maggio del 1910, si svolgeva a Genova il
secondo congresso nazionale della FNSI senza che nulla di nuovo fosse
intervenuto sul piano legislativo, essendo decaduto anche il progetto
Gallini, perché non discusso entro i tre mesi necessari previsti dal
regolamento della Camera. Negli stessi giorni si riunivano in congresso
gli amministratori e i proprietari di giornali per dare vita alla loro
organizzazione di categoria. Agli editori il presidente Barzilai dalla
tribuna congressuale, in apertura dei lavori, lanciò l'invito a
discutere insieme sul contratto di lavoro. Un appello sulla cui
opportunità non tutti i delegati convenivano.

Il perdurare di una situazione di incertezza normativa, mentre le
possibilità di un intervento legislativo si diluivano e si vanificavano
nei tempi indefinibili della politica, aveva creato un clima di
crescente insofferenza e di acuto malcontento tanto che sin dalle prime
battute congressuali fu posto dai rappresentanti del sindacato
corrispondenti di Roma il problema dell'identità sindacale della
Federazione. Nel suo intervento iniziale Merloni del sindacato romano
chiese, infatti, di procedere ad una riorganizzazione della Federazione
in. modo da farne «organismo schiettamente tipico delle nostre
rivendicazioni di classe» e limitato ai soli giornalisti
professionisti. Questa posizione tendeva ad escludere dall'ambito della
Federazione non tanto gli editori, che già si stavano organizzando
negli stessi giorni con una loro struttura rappresentativa autonoma,
quanto i «frequentatori» e tutti coloro che non avevano nel giornalismo
la fonte principale dei loro guadagni. Ma non era una tesi condivisa
dalla maggioranza. A non pochi delegati non piaceva una rigida
organizzazione di classe che si contrapponesse frontalmente agli
editori, ritenevano che fra editori e giornalisti ci dovesse essere
sempre una fiducia reciproca e, quindi, una tutela reciproca.

In discussione fu posto anche il rapporto con la Federazione del
libro, la potente organizzazione sindacale dei tipografi, e con la
costituenda organizzazione dei lavoratori amministrativi dell'editoria
giornalistica. Al desiderio di definire la Federazione della Stampa
sempre più come vera e propria organizzazione sindacale si affiancavano
i timori di un rapporto troppo stretto con i tipografi, che, avendo
alle spalle una struttura sindacale molto forte e consolidata,
avrebbero potuto prevaricare la ancora debole organizzazione dei
giornalisti.

Ma al centro della discussione congressuale ci fu, ancora una volta,
il problema della regolamentazione del rapporto di lavoro
giornalistico. Prevalse la tesi della via legislativa, alla quale si
erano convertiti anche i rappresentati dell'Associazione Lombarda dei
Giornalisti, che nel precedente congresso di Bologna si erano
dichiarati contrari a un provvedimento di legge speciale per i
giornalisti. Per semplificare i lavori fu preso come base di
discussione il progetto Gallini, che lo stesso proponente si era
dichiarato pronto a emendare. A conclusione della ampia e accesa
discussione il congresso finì per approvare e fare suo il progetto
Gallini apportandovi, tuttavia, alcune modifiche. La più importante,
dalla quale discendevano tutte le altre, era la previsione di
considerare, sempre, il rapporto di lavoro giornalistico «a tempo
indeterminato».

Anche sul piano politico fu individuata, alla fine, una soluzione di
compromesso. Fu ribadita la «rigorosa professionalità» degli iscritti e
lo scopo della Federazione come tutela «degli interessi della classe»,
ma si eliminò accuratamente nella mozione finale ogni inasprimento
verbale che ne accentuasse le caratteristiche di «combattimento».

Nei mesi successivi al congresso di Genova l'on.Cesare Fani,
ministro guardasigilli nel governo presieduto dall'on. Luzzatti,
elaborò un suo progetto di legge sul contratto di lavoro giornalistico,
d'intesa con lo stesso Luzzatti. Il progetto Fani non fu accettato,
tuttavia, dalla Federazione che espresse le sue riserve, soprattutto
perché non vi si recepiva il mandato congressuale di prevedere che il
contratto giornalistico dovesse ritenersi a tempo indeterminato. Il
progetto Fani riproponeva, infatti, come previsto nei precedenti
progetti Luzzatti e Gallini, che i contratti di lavoro dovessero
considerarsi, sia pure con clausole di garanzia, a tempo determinato.
Il progetto enumerava, inoltre, tutti i casi in cui sarebbe stato
possibile per l'editore e per il giornalista recedere unilateralmente
dal rapporto, fissando per il giornalista il diritto ad una indennità
fissa di sei mensilità. A differenza del progetto Luzzatti, si
prevedeva, al posto dei collegi probivirali, un collegio per la
conciliazione e l'obbligo di ricorrervi in caso di controversia e
l'esecutività con decreto pretorile dei relativi verbali di
conciliazione. La cauta e fredda accoglienza della Federazione della
Stampa al progetto Fani fu presto sostituita da un più generale rifiuto
manifestato da tutte le associazioni territoriali che giunsero a
definirlo «lesivo dei diritti morali e materiali già acquisiti nella
consuetudine». Il coro unanime di critiche spinse la Federazione ad
ufficializzare con un documento del consiglio generale le critiche
della categoria all'iniziativa governativa, ribadendo la validità delle
scelte sulla materia contrattuale approvate dal congresso di Genova.

Nonostante la dichiarata disponibilità dell'on. Fani a modificarlo e
a prendere in considerazione le sollecitazioni e le proposte della
Federazione, il suo progetto risulterà l'ultimo tentativo di definire
con lo strumento della legge il rapporto di lavoro giornalistico.

3. La prima convenzione d'opera giornalistica

Negli stessi mesi una nuova sentenza del Tribunale di Torino
affermava con grande rilievo il principio della responsabilità del
direttore di un giornale e la separatezza tra compiti del direttore e
diritti dell' editore. «Il giornale - sentenziava il tribunale - è
un'impresa sui generis che non può essere confusa con
alcun'altra» perché esercita «un'influenza sensibile sullo sviluppo
della vita sociale».Conseguenza di questa premessa era che il direttore
non può essere considerato un mandatari dell'editore e, pertanto,
nell'ambito del rapporto di lavoro giornalistico, la sua libertà di
giudizio deve essere piena e senza interferenze da parte dell'editore.
La stessa evoluzione giurisprudenziale portava, come è evidente, a
separare gli interessi editoriali da quelli dei giornalisti e ad
individuare strade differenti da quella di una regolamentazione
legislativa.

La costituzione della Unione Nazionale degli editori favoriva
l'ipotesi di una regolamentazione per accordo fra le parti. Su questa
via, sia pure cautamente e sempre in attesa di una legge, si incamminò
la Federazione della Stampa ormai convinta che «da un'equa sistemazione
dei rapporti tra proprietari di giornali e giornalisti trarrà
vantaggio, in linea di prestigio e di tranquillità, il giornalismo
tutto».

L'ipotesi di una convenzione da stipularsi con gli editori «in
attesa e senza pregiudizio della legge» fu formalmente approvata dal
Consiglio Federale nel febbraio del 1911. Quattro mesi più tardi la
Federazione della Stampa e l'Unione degli editori di giornali
quotidiani firmavano a Roma la Convenzione di prestazione d' opera
giornalistica.

Le trattative, aperte alle ore l0 del 7 giugno, si conclusero nella
mattinata dell'11 giugno. Cinque soli giorni di lavoro, sia pure
intenso, furono sufficienti per stipulare il primo contratto collettivo
di lavoro dei giornalisti italiani, firmato da Olindo Malagodi e
Giovanni Bagaini per gli editori e da Garzia Cassola e Giulio
Pacciarelli per i giornalisti, oltre che dal presidente della FNSI,
Barzilai e dal segretario generale, Giovanni Biadene.

Il testo della convenzione era di soli otto articoli. Si stabiliva
il principio del tempo indeterminato dei contratti di lavoro, salvo i
casi di assunzione per incarichi speciali o temporanei, si prevedeva
l'indennità fissa e mobile in caso di risoluzione del rapporto di
lavoro da parte dell'editore, un periodo obbligatorio di prova,
all'atto dell'assunzione, della durata di sei mesi e l'obbligatorietà
del ricorso al Collegio dei probiviri della Federazione della Stampa in
caso di controversia.

L'art. 7, inoltre, prevedeva il diritto dell'editore o del direttore
«che ne abbia facoltà» di fissare gli orari di lavoro e attribuire i
compiti a ciascun redattore dando «tutte quelle disposizioni di
servizio che ritenesse opportune per il buon andamento del giornale».
Nessun accenno si faceva alla clausola di coscienza.

Sebbene la Convenzione costituisse il primo regolamento normativo
del rapporto di lavoro e fosse salutato positivamente come strumento di
tutela del «proletariato del giornalismo», non fu accolto con grande
entusiasmo dalla categoria insoddisfatta a tal punto da rimettere in
discussione i contenuti dell'accordo. Pochi mesi più tardi, infatti, il
terzo congresso della Federazione, che si svolse a Torino in ottobre,
esaminò i contenuti della Convenzione e da più parti fu sollecitata una
sua radicale revisione. Ad essere messo sotto accusa era soprattutto il
campo limitato di applicazione e la genericità delle formulazioni. La
convenzione escludeva, per esempio, gli stenografi. Ma il lavoro degli
stenografi non era di natura giornalistica? Su questo interrogativo le
posizioni divergevano tra chi escludeva che in ogni caso gli stenografi
svolgessero mansioni giornalistiche e chi, al contrario, era d'avviso
che l'attività degli stenografi in una redazione dovesse sempre
considerarsi di natura giornalistica. Non mancavano, ovviamente, in
posizione intermedia, quanti ritenevano che si dovesse distinguere tra
lo stenografo con meri compiti esecutivi di trascrizione delle notizie
e lo stenografo tenuto a dare forma alla noti zia con un intervento
tipico della professionalità giornalistica.

Identica discussione si aprì su cosa si dovesse intendere per
reporter. Anche in questo caso si criticava la generica formulazione
della Convenzione nella quale non era stata specificata la differenza
tra reporter e cronista e tra reporter e informatore. Una dura
protesta, inoltre, era stata provocata dall'esclusione dall'ambito di
applicazione della Convenzione dei corrispondenti. Il sindacato
milanese dei corrispondenti, appoggiato da altre associazioni, già
aveva promosso, subito dopo la firma della Convenzione, l'agitazione
della categoria e preso direttamente contatto con l'Unione Editori
perché fossero ricompresi nella normativa contrattuale tutti i
corrispondenti con stipendio fisso.

Ne piaceva alla categoria l'esclusione dalla Convenzione dei
giornalisti dei periodici, nonostante l'Unione Editori rappresentasse i
soli editori di quotidiani. Ma le critiche maggiori furono rivolte alla
norma che prevedeva, senza delimitarne con chiarezza i confini, la
possibilità di ricorrere a contratti a termine, con il pericolo, ad
avviso di molti, che si finisse per vanificare il principio, peraltro
sancito dalla Convenzione, che i contratti di lavoro giornalistico
dovessero essere stipulati sempre a tempo indeterminato.

La stessa norma sul collegio dei probiviri fu criticata perché
accentrava tutto in un collegio unico, mentre le associazioni di
Milano, Torino e Genova chiedevano collegi regionali. Per completare
l'elenco delle critiche non vanno dimenticate le proteste per l'assenza
di norme a salvaguardia delle malattie e degli infortuni sul lavoro.

Nello stesso congresso fu anche avanzata la proposta di assimilare e
di garantire contrattualmente i fotografi giornalisti, ma la proposta
fu accantonata perché «non ancora matura» e rinviata ad un successivo
congresso. Nessuno avrebbe potuto prevedere in quell'ottobre del 1911
che la «maturazione» della questione fotoreporters sarebbe arrivata
sessant'anni più tardi.

Tanta insoddisfazione per i contenuti della Convenzione, manifestata
da più parti e resa evidente nel corso del congresso, spinse alla
riapertura delle trattative con gli editori, che, da parte loro, si
erano dichiarati disponibili, e portò ad un nuovo testo firmato nel
dicembre dello stesso anno.

La nuova stesura non differiva in modo sostanziale dalla precedente,
vi si ricomprendevano anche i corrispondenti «i quali abbiano un
guadagno medio annuo non inferiore a lire quattrocento» e si
istituivano i collegi regionali per la conciliazione delle
controversie. Tutti gli altri problemi sollevati rimanevano ancora
insoluti e fuori dalla Convenzione.

Va detto, tuttavia, che la Convenzione non esauriva la
regolamentazione del rapporto di lavoro giornalistico rimanendo validi,
sia pure come indirizzo normativo, i lodi arbitrali della
giurisprudenza probivirale, che la Federazione della Stampa pubblicava
periodicamente in un massimario aggiornato.

Un altro passo avanti fu realizzato a favore dei giornalisti dei
periodici. D'intesa con gli editori si stabilì, infatti, che il
collegio dei probiviri, composto di giornalisti ed editori, potesse
affrontare anche le vertenze di carattere patrimoniale relative a
giornali non quotidiani, purché con la concorde accettazione delle
parti interessate.

In questo primo periodo della vita del sindacato dei giornalisti
italiani furono affrontati anche altri problemi. Dalla battaglia per
assicurare maggiore libertà ai giornalisti contro la censura di guerra,
decretata dal governo in occasione del conflitto italo-turco, agli
interventi a favore dei colleghi disoccupati, per i quali, pur
ravvisandosi la non opportunità di costituire un vero e proprio ufficio
di collocamento, date le «funzioni più ardue e delicate di quelle
attinenti ad altri simili uffici di altre organizzazioni professionali»
furono, comunque, promosse iniziative per favorirne la riassunzione. Né
va dimenticato l'impegno sul terreno previdenziale che si andava
realizzando con la costituzione nell'ambito delle associazioni
territoriali di Casse Pie.

La prima fase di applicazione della convenzione mostra i limiti di
un sistema di regolamentazione del rapporto di lavoro che si basava su
norme contrattate, molto generiche, e lodi probivirali, troppo
specifici, in quanto generati da singoli casi di specie.

Alcune norme presentarono subito difficoltà interpretative. La
norma, per esempio, sui contratti a termine, pur emendata, lasciava
troppe possibilità agli editori di eludere, di fatto, l'obbligo
generale sul contratto a tempo indeterminato. Sostanzialmente
inapplicata fu la norma che prevedeva la costituzione di collegi
probivirali in ogni realtà associativa territoriale. A funzionare era
il solo collegio di Roma, di cui, peraltro, si criticava la eccessiva
lentezza nel deliberare, mentre da più parti veniva segnalato alla
Federazione che molte aziende non si attenevano alle decisioni
probivirali.

Per questi motivi la categoria non era ancora pienamente convinta
della scelta contrattuale e l'orientamento generale rimaneva favorevole
ad una soluzione legislativa.

4, L'accordo sui trusts

Il IV congresso della Federazione, che si svolse a Venezia dal 17 al
19 settembre del 1912, riprese la discussione sulla scelta legge o
contratto. I vertici federali erano decisamente favorevoli a proseguire
nella opzione contrattuale, forti del fatto che ogni tentativo
legislativo si era vanificato nell'aula parlamentare, mentre un
contratto collettivo, sia pure limitato e comunque ritrattabile, era
stato sottoscritto.

La discussione congressuale, molto ampia e alla quale parteciparono
i rappresentanti di ventidue associazioni federate, si orientò alla
fine sull'opzione contrattualistica individuando le tematiche di
maggiore interesse per la categoria, che la Convenzione dell'anno
precedente aveva ignorato o trattato in misura insoddisfacente e sulle
quali occorreva trovare soluzione in sede di rinnovo contrattuale. In
particolare si voleva limitare le possibilità, troppo ampie secondo la
Convenzione, di stipulare contratti a termine, ridurre il periodo di
prova a soli tre mesi, equiparare i corrispondenti dall'estero ai
corrispondenti da Roma, e i corrispondenti ordinari ai redattori
ordinari.

Il Congresso affrontò anche il tema dei trusts giornalistici,
ovvero, per dirla con i termini contrattuali di oggi, delle sinergie,
segno della trasformazione che l'editoria giornalistica stava compiendo
da mero strumento di lotta politica a vera e propria impresa di
informazione. Valutati i pericoli che le concentrazioni editoriali
avrebbero provocato sulla professionalità giornalistica e
sull'occupazione, il Congresso decise che fosse opportuno perseguire la
via della contrattazione con gli editori al fine di garantire, quanto
meno, che la retribuzione dei corrispondenti, la cui utilizzazione
plurima avrebbe consentito alle imprese editoriali economie di
gestione, fosse «congruamente aumentata quando in conseguenza dei
trusts giornalistici essi abbiano a prestare servizio ad una sola
amministrazione, ma a più di un giornale in città diverse».

Un'altra esigenza messa in luce dal dibattito congressuale riguardò
l'estensione della regolamentazione contrattuale ai giornalisti
dipendenti dai periodici. In assenza di una controparte organizzata il
congresso invitò l'Unione degli editori ad allargare la sua
rappresentatività comprendendo tutte le realtà editoriali, senza
limitarsi ai soli quotidiani.

Oltre le tematiche sindacali il congresso discusse anche problemi
deontologici soffermandosi in particolare sulla «funzione di cronaca e
di critica della stampa nei riguardi dei processi penali», con una
relazione introduttiva dello stesso presidente Barzilai. Un argomento
spigoloso e di difficile soluzione, perché de da un lato si riconosceva
l'esigenza di garantire la riservatezza a tutela dei cittadini
sottoposti a procedimento giudiziario, dall'altro si escludeva che
potessero intervenire dall'esterno misure censorie che, di fatto, si
sarebbero tradotte in limitazioni alla libertà di stampa. Il nodo era
irrisolvibile e il congresso si limitò a fare appello all'etica
professionale dei giornalisti individuando «nella coscienza della
propria responsabilità il criterio regolatore» tra «la curiosità del
pubblico» e «le ragioni superiori del diritto individuale e della
utilità collettiva».

Il Congresso di Venezia segnava una tappa importante nella storia
della Federazione. Le incertezze e le insufficienze organizzative dei
primi anni erano alle spalle. La categoria intera ne riconosceva ormai
la piena rappresentatività sindacale e professionale. Si pose, perciò,
la necessità di un ulteriore passo avanti in termini di consolidamento
organizzativo che si tradusse in una razionalizzazione delle strutture
associative periferiche mediante l'aggregazione delle realtà
territoriali di modesta entità alle associazioni regionali e
approfondendo il discorso, molto sentito, della previdenza e dell'
assistenza. La Federazione si era fatta promotrice dello sviluppo in
tutte le realtà associative delle Casse Pie, ma una struttura così
disarticolata e diversificata si dimostrava debole e insufficiente a
rispondere alle esigenze della categoria. Forte di un voto unanime del
congresso la Federazione promosse un coordinamento delle undici Casse
Pie esistenti per individuare soluzioni adeguate, anche alla luce delle
iniziative legislative che il Parlamento si avviava a discutere sulla
riforma della Cassa Nazionale di Previdenza. Tutti i progetti
presentati dalle Associazioni prevedevano, sia pure in termini diversi,
una partecipazione contributiva degli editori, prevista per legge o per
contratto, e dello Stato, tramite l'adesione delle Casse Pie alla Cassa
Nazionale di Previdenza.

Ma il problema, che doveva rivelarsi più urgente e che il congresso
di Venezia aveva affrontato discutendo dei trusts, era quello dei
mutamenti strutturali che andavano interessando l'editoria italiana,
definitivamente uscita dalla fase romantica e in via di trasformazione
da azienda artigiana ad impresa industriale. La realizzazione di
accordi tra editori e il profilarsi del nuovo fenomeno della
concentrazione delle proprietà, insieme all'utilizzo sempre più ampio
delle agenzie di stampa apparivano un passaggio ineludibile. Questi
mutamenti erano interpretati dai giornalisti come un tentativo di
riduzione dei costi tramite la contrazione dell'occupazione ma ponevano
alla categoria anche problemi di carattere professionale. Il ricorso
crescente a utilizzare il lavoro di uno stesso giornalista per più
testate e a sostituire il lavoro dei corrispondenti con i dispacci
dell'agenzia Stefani, la maggiore agenzia giornalistica italiana, erano
visti come tentativi di limitazione del pluralismo informativo, oltre
che come fonte di disoccupazione. Le sollecitazioni perché si
intervenisse erano pressanti in tutte le associazioni e la Federazione,
che aveva già presentato all'Unione Editori, sulla base dei deliberati
congressuali, le proposte di modifica della convenzione, ottenendo un
fermo rifiuto, fu costretta a proclamare lo stato d'agitazione
sindacale della categoria per ottenere una immediata trattativa per la
regolamentazione contrattuale dei trusts.

Gli editori, di fronte ad una presa di posizione così rigida, e pur
di eliminare ostacoli sindacali al processo di ristrutturazione in
atto, si dichiararono disponibili affrontare il problema.

Il 15 giugno 1913 le parti sottoscrivevano un accordo di quattro
articoli ad integrazione della Convenzione. Vi si stabiliva il diritto
per tutti i giornalisti, la cui opera fosse utilizzata per più testate,
ad un maggior compenso «per la maggiore utilizzazione del lavoro fatta
dall'editore» e un supplemento di indennità, pari a tre mensilità di
retribuzione, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro a seguito
della costituzione di trusts.

L'accordo affrontava anche un altro punto la cui trattazione era
stata richiesta dall'Unione Editori: in caso di trapasso di proprietà e
di conseguente cambiamento sostanziale «nella situazione e nelle
garanzie politiche o finanziarie o morali nuova azienda della nuova
azienda il rapporto di lavoro, se consenzienti le parti, doveva
ritenersi risolto con il pagamento delle normali indennità.

5. La Federazione della stampa negli anni della grande guerra

La Convenzione del 1911, integrata dall'accordo sui trusts del 1913,
nonostante le diverse aspettative, doveva restare in vigore sino al
1919 a causa dello scoppio della grande guerra e della crisi che colpì
le aziende editoriali a seguito dell'aumento dei costi e della
riduzione degli introiti pubblicitari. Furono anni segnati, all'interno
dell'organizzazione sindacale, da una revisione statutaria della
Federazione, all'esterno, dall'impegno a sostegno dei corrispondenti di
guerra, contro i provvedimenti governativi di censura.

Nessun passo avanti venne realizzato sul piano contrattuale, mentre
aumentavano gli interventi probivirali per dirimere singole vertenze.
Il 15 luglio del 1913 il collegio dei probiviri, relatore Giuseppe
Meoni, che come futuro consigliere delegato della Federazione sarà uno
dei principali oppositori del fascismo, emanava un lodo che, di fatto,
allargava la sfera di applicazione della Convenzione anche ai
giornalisti dipendenti dall'agenzia Stefani, che ne erano formalmente
esclusi.

L'ultimo congresso della Federazione prima del conflitto si svolse a
Napoli dal 25 al 27 settembre del 1913, preceduto nel mese di agosto da
un convegno preparatorio a Salsomaggiore. L'argomento principale
affrontato fu quello della nuova struttura da dare al sindacato per
rispondere più adeguatamente ai mutamenti avvenuti nell'editoria
italiana. Propugnatrice di un forte rinnovamento della Federazione era
l'Associazione Lombarda dei giornalisti. «Noi siamo dei riformisti, e
non dei rivoluzionari - dirà a Salsomaggiore il rappresentante della
Lombardia Attilio fontana - gente che vuol fare della Federazione un
organismo rispondente ai nuovi bisogni sorti dai nuovi tempi».

L'assise congressuale fu attraversata da contrasti molto forti tra
chi chiedeva un rinnovamento che garantisse maggiore rappresentatività
alla Associazioni e chi difendeva la struttura prevalentemente «romana»
del sindacato. La Lombarda propose di modificare lo Statuto prevedendo
un comitato direttivo eletto dal Congresso e un Consiglio Federale
espressione delle Associazioni. Il suo ordine del giorno fu approvato
con soli due voti di maggioranza e senza la partecipazione al voto dei
delegati romani che abbandonarono l'aula congressuale: Si profilava per
la prima volta nella storia della Federazione, ma non per l'ultima, il
pericolo di una scissione, sventata dall'opera mediatrice della
delegazione napoletana, che ospitava il congresso, e conclusasi con una
formula di compromesso: i delegati lombardi in considerazione delle
numerose astensioni e dello scarto di pochi voti ottenuto dal loro
documento lo affidavano al congresso come linea di indirizzo per la
riforma statutaria senza valore vincolante.

Il Congresso si occupò, ovviamente, anche di problemi contrattuali
chiedendo di definire in sede di rinnovo della Convenzione con gli
editori i minimi di trattamento economico.

Il problema della riforma statutaria non risolto in sede
congressuale fu affrontato nei mesi successivi in seno al Consiglio
generale, organo competente a modificare lo statuto. Il nuovo statuto,
varato dal Consiglio, lasciava, tuttavia, inalterata nella sostanza la
struttura federale. A dirigere la Federazione restava il consiglio
federale, di composizione associativa. Il presidente era di diritto il
presidente dell'Associazione Stampa Periodica di Roma, in seno al
Consiglio il sindacato dei corrispondenti di Roma conservava un
rappresentante in più rispetto alle altre associazioni. Nell'ambito del
Consiglio Federale veniva nominata una commissione esecutiva composta
dal presidente, da due vice presidenti, dal rappresentate del sindacato
dei corrispondenti di Roma e da altri cinque rappresentanti.

Una soluzione di compromesso fra le diverse posizioni fu assunta per
quanto riguardava gli iscritti. L'art. 2 del nuovo statuto prevedeva,
infatti, il limite di iscrizione solo per «chi faccia del giornalismo
la professione unica o principale retribuita», una via mediana tra chi
voleva allargare l'iscrizione anche ai giornalisti «relativa», cioè
senza l'esclusività professionale e chi la voleva tassativamente
limitata a chi esercitasse in via esclusiva l'antica professione.

L'approvazione del nuovo testo statutario anziché mitigare il
conflitto tra le diverse posizioni finì per acuirlo. L'Associazione
Lombarda, vedendo respinte tutte le sue richieste, decise di non
partecipare ai lavori del consiglio federale. L' Associazione Emiliana,
che condivideva le richieste della Lombarda, stabilì di partecipare ai
lavori del nuovo consiglio federale con la riserva che si sarebbe
autoesclusa in caso che le richieste avanzate dalla Lombarda non
fossero state prese in considerazione. L'Associazione della Stampa
Periodica di Roma arrivò, dal canto suo, a minacciare la sua uscita
dalla Federazione se fossero state accettate le proposte dei lombardi.
La crisi sembrava non più componibile e la scissione nuovamente alle
porte.

Una soluzione, questa volta soddisfacente, anche se lungamente
sofferta, fu però trovata in seno al Consiglio federale riunito a Roma
nel marzo del 1914 con una nuova modifica statutaria che inseriva tra
le prerogative del Congresso l'elezione dei vicepresidenti e della
Commissione esecutiva. Nel frattempo il consiglio procedeva alla nomina
dei due vice presidenti nelle persone di Carlo Russo, rappresentante
della Lombarda, e di Floriano Del Secolo, rappresentante della
Associazione Napoletana.

In questo modo la crisi era felicemente superata e la Federazione
poteva riprendere il cammino verso la rinnovazione contrattuale. Ma lo
scoppio del conflitto europeo rese oggettivamente difficile ogni
attività sindacale. Lo stesso congresso nazionale fissato per fine anno
a Firenze fu concordemente rinviato a tempo indeterminato «in vista
della situazione internazionale e nazionale».

Nonostante i limiti oggettivi che la situazione generale poneva
all'attività della Federazione, questa riuscì a stipulare con l'Unione
degli Editori un importante accordo a favore dei giornalisti richiamati
in servizio militare, ottenendo la conservazione del posto di lavoro
per tutta la durata dell'assenza e la corresponsione dello stipendio,
intero o ridotto a seconda delle condizioni familiari del giornalista e
le compatibilità dell'azienda. I giornalisti in servizio si impegnavano
mediante l'abolizione dei permessi e delle ferie a supplire il lavoro
dei colleghi in guerra. In caso di decesso si riconoscevano alle
famiglie le indennità spettanti al giornalista in caso di licenziamento.

Nello stesso anno il vertice federale si rinnovava. A seguito della
nomina a ministro senza portafoglio nel «governo di guerra» guidato
dall'on. Salandra, Salvatore Barzilai si dimetteva dalla carica di
presidente dell' Associazione Stampa Periodica e, conseguentemente,
della Federazione della Stampa. Nonostante si sottolineasse
l'eccezionalità della situazione e il Consiglio Federale confermasse la
fiducia a Barzilai, questi mantenne le sue dimissioni. Il Consiglio,
constatata la reiterata indisponibilità di Barzilai volle eleggere come
nuovo presidente Leonida Bissolati ma anche questi fu costretto a
rifiutare l'elezione per gli impegni militari. Dopo qualche mese di
supplenza dei vicepresidenti, a fine anno, veniva finalmente eletto il
nuovo presidente dell'Associazione romana e della Federazione nella
persona dell'on. Andrea Torre.

Il protrarsi del conflitto aveva accentuato la crisi dell'editoria
giornalistica, all'aumento dei costi delle materie prime dovuto alla
crescita dell'inflazione e alle difficoltà nell'approvvigionamento si
aggiungeva la contrazione delle entrate pubblicitarie e il blocco del
prezzo dei quotidiani, fissato per decreto dal Governo. Ma l'inflazione
colpiva con maggiore forza i lavoratori salariati e i giornalisti
videro progressivamente ridursi le loro retribuzioni reali. L'azione
della Federazione e delle singole Associazioni per l'istituzione anche
nelle aziende editoriali di un caro-viveri aveva conseguito risultati
che la categoria riteneva insoddisfacenti.

L'occasione per una più incisiva azione sindacale fu offerta dalla
richiesta avanzata al Governo dagli editori di aumentare il prezzo del
giornale da 5 a dieci centesimi. Le Associazioni, in primo luogo quella
Lombarda, chiesero che una parte dell'aumento fosse destinato ai
giornalisti. La proposta fu portata avanti dalla Federazione nelle
discussioni con il ministro dell'Industria e Commercio, al quale
competeva l'emanazione del decreto, e con l'Unione degli editori, che,
però, si affrettò a rispondere che non potendosi pretendere da parte
delle aziende una compartecipazione dei giornalisti alle perdite era
ugualmente improponibile una compartecipazione ai profitti. La chiusura
degli editori era netta, ma altrettanto decisa fu l'azione del
sindacato e il decreto del 2 dicembre 1917, con il quale si autorizzava
l'aumento del prezzo del giornale quotidiano, previde espressamente che
l'aumento si era reso improcrastinabile per il rincaro delle materie
prime e per la necessità di «assicurare un equo trattamento economico
al personale necessario all'esercizio delle aziende giornalistiche». Il
decreto non portò, come si sperava, ad un aumento delle retribuzioni,
ma solo ad un accordo che rivedeva l'indennità caroviveri. Era il
sintomo della debolezza sindacale della Federazione, paralizzata nella
sua azione dalle conseguenze del conflitto.

6. Il contratto di lavoro del 1919 e le lotte sindacali del dopoguerra

Con la pace e la vittoria la Federazione della Stampa poteva
riprendere il cammino contrattuale interrotto in un'Italia
profondamente e velocemente mutata. All'indomani della cessazione delle
ostilità con una circolare alle Associazioni si ribadiva la necessità
di «un vasto lavoro di ricostituzione e di pratica attuazione di
iniziative che la guerra aveva sospeso, quali la risoluzione
dell'importantissimo problema della Previdenza che con quello del
miglioramento economico è così strettamente connesso» e si annunciava
che il prossimo congresso nazionale si sarebbe svolto a Trieste,
omaggio del giornalismo italiano alla città irredenta.

Nel momento in cui la Federazione riprendeva a pieno regime la sua
attività, apparvero in alcune realtà, come Roma e Milano, nuove
organizzazioni di giornalisti che si richiamavano al movimento dei
fasci, primi lampi premonitori della futura burrasca che si sarebbe
abbattuta sulla Federazione. La natura dei fasci giornalistici non era
ben chiara, ma vennero accolti, sia pure con qualche perplessità, come
contributo all'azione federale perché «portano nel movimento nuovi
metodi di lotta e nuovo spirito di solidarietà».

Il 3 aprile 1919 il fascio romano dei giornalisti stipulava con gli
editori della capitale una convenzione economica. Il 6 aprile anche il
fascio milanese e l'Associazione lombarda sottoscrivevano con gli
editori di Milano un accordo economico. Sollecitata da queste
iniziative, che rischiavano di offuscarne il ruolo di unica
rappresentanza sindacale, la Federazione della Stampa aveva già
elaborato un suo memoriale per puntualizzare le richieste di modifica
del contratto nazionale di lavoro: consolidamento dell'indennità
caro-viveri, previsione di uno stipendio minimo per categoria,
tredicesima mensilità, obbligo di contribuzione agli enti previdenziali
di categoria, diritto ad un mese all'anno di ferie, revisione delle
disposizioni sul periodo di prova e sull'indennità di anzianità.

L'8 marzo del '19 il Consiglio federale su iniziativa di Giuseppe
Meoni aveva nominato una commissione per la revisione del contratto di
lavoro che in tempi rapidi mise a punto uno schema di modifica
contrattuale sottoposto successivamente all'esame delle Associazioni e,
in agosto, del Consiglio federale. Non potendo celebrare il congresso a
Trieste, per motivi di ordine pubblico, fu convocato in settembre un
convegno nazionale che approvò definitivamente lo schema contrattuale.
Il 28 novembre si apriva, finalmente, la tanto attesa trattativa con
gli editori e il 15 dicembre le parti firmavano il secondo contratto
nazionale di lavoro.

Il nuovo contratto, di 22 articoli, aveva un impianto più complesso
e organico rispetto al precedente, vi erano recepite norme nate dalla
prassi in atto in molte realtà editoriali e da esigenze maturate a
lungo nella coscienza sindacale del giornalismo italiano. Era il frutto
dei tempi nuovi, molto diversi dall'ormai lontano 1911.

L'Italia del dopoguerra aveva cambiato velocemente il suo volto, non
era più la vecchia Italia elitaria e ottocentesca consolidatasi nel
post-risorgimento. Le masse, il nuovo soggetto politico che la guerra
aveva portato alla ribalta, rivendicavano con forza il riconoscimento
dei loro diritti. Sotto questa enorme pressione scricchiolava lo Stato
ancora retto dallo Statuto albertino e si metteva in moto un vasto e
confuso processo di ricerca del nuovo che doveva portare
all'ammodernamento delle strutture sociali e statali. Le relazioni
sindacali costituivano un mo- mento centrale di questa convulsa fase di
rinnovamento che avrebbe trasformato lo Stato elitario in Stato di
massa.

I giornalisti, come categoria professionale, non erano estranei a
questo processo. In loro era maturata una diversa e moderna
consapevolezza dei diritti e dei doveri, parallelamente alla
trasformazione delle aziende editoriali. I giornali non erano più
espressione e strumento di ceti ristretti, ma divenivano essi stessi un
acceleratore di questo grande moto di rinnovamento del Paese, erano i
canali attraverso i quali il sentimento nazionale esaltato dalla
vittoria diveniva elemento di nuove aggregazioni e di propulsione al
cambiamento. Nessuno poteva prevedere come sarebbe stata la nuova
Italia. Nessuno poteva verosimilmente capire che il Paese si sarebbe
incamminato su binari antidemocratici, ma tutti percepivano che la
vecchia Italia era al tramonto.

Il nuovo contratto di lavoro dei giornalisti testimonia il profondo
cambiamento avvenuto nei rapporti tra le due organizzazioni sindacali
degli editori e dei giornalisti e al loro interno, anche se le norme in
esso contenute non erano che la maturazione di singoli problemi da
tempo dibattuti.

Con l'accordo del 1919 si definiva un solido impianto contrattuale
sul quale sarebbero stati costruiti i successivi rinnovi e, non a caso,
alcune sue norme sono tuttora presenti nel contratto di lavoro in
vigore con le stesse formulazioni di allora.

Si allargava la sfera di applicazione contrattuale anche alle
agenzie quotidiane di stampa e ai periodici di proprietà degli editori
di quotidiani aderenti all'Unione Editori e si elencavano, per la prima
volta, le qualifiche professionali: direttore, redattore capo e
ordinario, cronista-corrispondente, aiuto corrispondente, collaboratore
fisso, stenografo, reporter, reporter fotografo e disegnatore.

Si introducevano istituti economico-normativi destinati a restare in
permanenza nel contratto quali la tredicesima mensilità, il diritto a
un mese di ferie all'anno, il riconoscimento dell'anzianità aziendale
mediante una maggiorazione quinquennale di una mensilità, l'indennità
di anzianità al momento della risoluzione del rapporto, formata da una
indennità fissa legata alla qualifica e una indennità mobile legata
all'anzianità di servizio. Si affrontavano i problemi previdenziali e
assistenziali introducendo il diritto del giornalista in malattia a
percepire la retribuzione intera per i primi tre mesi di assenza e
ridotta del 50 per cento nei tre mesi successivi, nonché il diritto per
gli eredi, in caso di decesso del giornalista, alle indennità previste
per il caso di licenziamento. Si stabiliva la nullità dei contratti a
termine e l'inammissibilità di contratti individuali che menomassero i
diritti derivanti dal contratto nazionale. Si introduceva la clausola
della validità temporale del contratto collettivo (quadriennale con
decorrenza dall'1 gennaio 1920).

Significative erano anche le modifiche di carattere normativo. Si
riconosceva al direttore il diritto di fissare le retribuzioni di
ciascun giornalista e di dare le disposizioni «per il buon andamento
del servizio», un'innovazione di grande rilievo che di fatto
riconosceva l'autonomia della sfera professionale del corpo
redazionale, guidato dal direttore giornalista, rispetto alla sfera
amministrativa di competenza dell'editore. Si recepivano le norme
concordate sui trusts e si introduceva quella che sarebbe stata
definita la «clausola di coscienza», una delle peculiarità che
avrebbero contraddistinto e accompagnato il contratto giornalistico
nella sua successiva evoluzione. «Nel caso di fondamentale cambiamento
d'indirizzo politico del giornale - recitava l'art. 13 - hanno diritto
a ottenere la risoluzione del contratto i giornalisti che hanno
funzioni e responsabilità politiche… Nel caso in cui, per qualsiasi
ragione, sia creata al giornalista una situazione morale evidentemente
incompatibile con la sua dignità personale o professionale, egli ha il
diritto di ottenere la risoluzione del contratto col relativo pagamento
delle indennità». Lo stesso articolo sanciva il principio che in caso
di passaggio di proprietà dell'azienda i diritti acquisiti dai
giornalisti dovevano intendersi riconosciuti dal nuovo proprietario e
«ove questo si rifiuti, da quello precedente».

Il contratto riaffermava, e non era poca cosa nel clima di
confusione e di incertezze del dopoguerra, la piena rappresentatività
della Federazione della Stampa e la sua completa legittimazione come
espressione unitaria di tutto il giornalismo italiano. Si riconosceva,
infatti, la validità degli accordi territoriali stipulati in precedenza
tra i fasci giornalistici ed alcuni editori ma si stabiliva che «per
l'avvenire gli editori prendono impegno di trattare tutte le questioni
attinenti agli interessi dei giornalisti solo per il tramite della
Federazione fra le Associazioni giornalistiche Italiane».

Negli stessi mesi la Federazione della Stampa conquistava, per via
legislativa un altro importante obiettivo, quello del riposo
settimanale. I tentativi di affrontare e risolvere il problema per via
di accordi sindacali risalivano al 1917 ma erano stati respinti
dall'Unione Editori che laconicamente aveva affermato che «almeno per
il momento non c'è nulla da fare». I tempi erano maturati nel mutato
clima del dopoguerra e, prima ancora della stipula del contratto di
lavoro, il 28 settembre del 1919, il governo aveva emanato un decreto
legge, con il quale imponeva nelle aziende editrici di giornali
l'obbligo a concedere il riposo settimanale per propri dipendenti.

Nonostante il nuovo contratto rappresentasse una grande conquista
per la categoria, le condizioni economiche dei giornalisti risentivano
fortemente degli effetti dell'inflazione.«Tolte rarissime eccezioni
personali - scrivevano sul bollettino federale - la media degli
stipendi giornalistici a Torino, a Milano e a Roma è ancor lungi dal
toccare le 1000 lire mensili».L'occasione per una rivendicazione
salariale generalizzata fu offerta, ancora una volta, dall'aumento del
prezzo del giornale. All'inizio del 1920 l'Unione Editori iniziò una
campagna di pressione sul Governo per l'emanazione di un nuovo decreto
che elevasse da l0 a 20 centesimi il prezzo quotidiani. La notizia non
poteva lasciare insensibili i giornalisti e già nel mese di febbraio
l'Associazione Subalpina chiedeva che in caso di aumento fosse
stabilito il principio della «cointeressenza dei lavoratori dei
giornali», una richiesta subito condivisa da tutte le Associazioni e
fatta propria all'unanimità dal Consiglio generale della Federazione.
Successivamente la Commissione esecutiva incontrava il ministro
dell'industria, Ferraris, per esporgli la posizione della Federazione e
presentargli un memoriale con la richiesta che «nel regolamento per
l'applicazione della legge portante il prezzo dei giornali a 20
centesimi venga tassativamente stabilito l'obbligo delle
amministrazioni di costituire un fondo indennità giornalisti,
prelevando sugli introiti quotidiani del giornale un centesimo per ogni
copia venduta a 20 centesimi». Il ministro, dopo aver assicurato i
rappresentanti federali che avrebbe preso in considerazione .le loro
richieste, prese l'iniziativa di convocare le parti per tentare di
raggiungere un accordo prima della firma del decreto. Lo scontro tra
editori e giornalisti fu molto duro e inconciliabile. Da parte
editoriale si escludeva tassativamente ogni possibilità di accettare il
principio della si offriva in cambio la stipula di una convenzione che
prevedesse l'introduzione di una nuova indennità caro-viveri e la
definizione dei minimi retributivi. Gli editori si dichiaravano
disponibili a far rendere obbligatoria per legge la convenzione stessa
e il contratto nazionale di lavoro. Alla controfferta degli editori la
Federazione rispose accettando di discutere sul caro viveri e sulla
definizione dei minimi ma non condividendo le misure proposte dagli
editori, avanzava richieste più alte. La posizione editoriale si
irrigidì in un netto rifiuto ad andare oltre la loro offerta iniziale e
le trattative si conclusero senza accordo.

Fallito il tentativo di mediazione del ministro Ferraris e avendo
nel frattempo il Consiglio dei ministri approvato il testo del decreto
di aumento del prezzo dei quotidiani, la Federazione della Stampa volle
investire della questione direttamente il presidente del Consiglio. Ma
neanche l' on. Nitti riuscì a far recedere gli editori dal loro
rifiuto. Il contenzioso, per la prima volta nella storia del sindacato
dei giornalisti assumeva toni fortemente aspri finendo nella stessa
aula parlamentare dove l'on. Bertone e l'on. Chiesa in una movimentata
seduta si schierarono a favore delle aspettative dei giornalisti. Il
livello polemico assunto dalla vertenza indusse il ministro
dell'industria a riconvocare le parti per un nuovo tentativo di
mediazione, ma lo stesso giorno della convocazione il dicastero Nitti
entrava in crisi e la questione finì per essere accantonata. Nel
frattempo il decreto di aumento a 20 centesimi dei giornali veniva
pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

L'intera vicenda si concludeva con una sconfitta del sindacato, ma
l'intransigenza dell'Unione Editori non fu condivisa da tutti. A
Torino, Alfredo Frassati come direttore de La Stampa sottoscrisse con
l'Associazione Subalpina un accordo che recepiva le proposte di aumento
retributivo avanzate dal sindacato maggiorate del 10 per cento, mentre
a Roma Alberto Bergamini aveva già riconosciuto ai dipendenti del
Giornale d'Italia una partecipazione agli utili derivanti dall'aumento
del prezzo.

Nell'impossibilità di svolgere il congresso della Federazione a
Trieste, come si era auspicato subito dopo la fine della guerra, e
nella necessità di riunire dopo tanti anni la massima assise federale,
fu decisa la convocazione del congresso a Firenze. Dal 25 al 27 di
settembre i delegati delle 22 associazioni federate celebravano in
Palazzo Vecchio, dopo sette anni, il loro congresso, sotto la
presidenza di Salvatore Barzilai, che, a seguito delle dimissioni di
Andrea Torre, aveva riassunto la presidenza dell'Associazione romana e
della Federazione. Essendo lontana la scadenza contrattuale,
l'assemblea affrontò principalmente problemi organizzativi il dibattito
si accese, secondo tradizione ormai, sulla riforma statutaria, non
essendosi mai sopito il contrasto tra le Associazioni periferiche,
soprattutto la Lombarda, che chiedevano maggiore rappresentatività e
l'Associazione di Roma che rivendicava il ruolo di guida dell'
organizzazione sindacale. Il congresso approvò un ordine del giorno con
il quale si istituiva un comitato direttivo, composto di nove membri,
eletto dal Congresso, e un Consiglio Nazionale formato dai
rappresentanti delle Associazioni regionali. Si istituiva anche la
nuova carica di consigliere delegato, con funzioni di rappresentanza
politica, limitando al presidente il compito di presiedere le riunioni
del Consiglio nazionale e del Congresso.

Le modifiche incontrarono l'opposizione della Associazione di Roma i
cui delegati, per protesta, non parteciparono all'elezione del Comitato
direttivo. Ma la dissidenza romana pochi mesi più tardi doveva essere
riassorbita con il rientro dei suoi rappresentanti negli organi
federali e l'elezione a consigliere delegato di Giuseppe Meoni.

L'elezione di Meoni a consigliere delegato, una carica istituita per
dare maggiore incisività all'azione sindacale, segna l'inizio di un
periodo difficile e convulso nella storia della libera Federazione
della Stampa, che si concluderà con la sua soppressione, l'esilio o
l'emarginazione dei suoi dirigenti.

Sul piano strettamente sindacale la Federazione costituisce, secondo
un deliberato congressuale, l'Ufficio informazioni per i giornalisti
disoccupati o in cerca altra occupazione. Un'iniziativa non molto
dissimile da quella che verrà realizzata contrattualmente molti decenni
più tardi. L'Ufficio aveva il compito di raccogliere le richieste dei
colleghi disoccupati e di trasmetterle agli editori per favorirne la
riassunzione. Il problema della disoccupazione, che interessava tutte
le categorie di lavoratori a seguito del processo di riconversione
dell' economia italiana che sotto la spinta delle commesse di guerra
aveva subito un'eccezionale accelerazione e ora mostrava evidenti
difficoltà a riconvertirsi in economia di pace, aveva finito per
interessare inevitabilmente l'industria giornalistica, per sua stessa
natura estremamente sensibile alle oscillazioni degli avvenimenti
politici.

Quanto il clima politico di quegli anni fosse incerto e convulso è
dimostrato dalle numerose chiusure di testate giornalistiche,
quotidiane e periodiche, e dalla nascita di nuove iniziative
editoriali. Tra la fine del 1921 e i primi mesi del '22 più di dieci
quotidiani cessano in tutta Italia le pubblicazioni, dall'Adige di
Verona, all'Avvenire delle Puglie di Bari, dalla Perseveranza di
Milano, al Progresso di Bologna. Tra le nuove iniziative è da segnalare
la nascita a Roma del Mondo, il quotidiano liberal-democratico di
Giovanni Amendola, destinato a guidare l'opposizione contro il fascismo
trionfante.

Un altro argomento sindacale, alla cui soluzione si impegnò in
quegli anni la Federazione e che troverà spazio nel successivo
contratto di lavoro, era quello della previdenza. Il contratto del 1919
demandava la materia ad un approfondimento successivo tra le parti. La
Federazione della Stampa, da parte sua, aveva nominato una commissione
di studio e nell'ottobre del 1921 organizzò un convegno a Milano dal
quale scaturì una nuova commissione, che elaborò alcune proposte
notificate poi, agli editori. Era, ormai, convincimento comune, sulla
scia di indicazioni formulate già prima della guerra, che si dovessero
superare le formule previdenziali su basi territoriali o aziendali per
giungere a soluzioni omogenee e,quindi, nazionali con il contributo dei
giornalisti e degli editori e con l'intervento dello Stato. A favorire
questa tendenza intervenne il governo con il decreto del 9 ottobre 1921
che istituiva un fondo attivo per la gestione della carta dei giornali,
a sostegno dell'editoria quotidiana, e nel quale, su richiesta della
Federazione della Stampa, vennero erogati quattro milioni a «beneficio
delle istituzioni di previdenza attualmente esistenti a favore del
personale giornalistico».

Un'altra questione che vide impegnata la Federazione della Stampa e
che interessava tutto il movimento sindacale in quegli anni fu quella
della partecipazione dei lavoratori nelle aziende. Il movimento
sindacale, rinvigorito dalla grande espansione industriale provocata
dal conflitto mondiale e scosso da forti vibrazioni rivoluzionarie
alimentate dalla nascita dell'Unione Sovietica e dal trionfo delle idee
leniniste, si presentava nel dopoguerra come soggetto comprimario sulla
scena politica capace di chiedere e ottenere nuovi diritti per i
lavoratori. In questo clima di grande fluidità sociale, acuita dalla
smobilitazione dell' esercito e da una crescente incertezza politica
erano maturate richieste di cogestione e compartecipazione dei
lavoratori. La accresciuta forza del movimento sindacale e la
convinzione che i tempi fossero ormai maturi per il riconoscimento di
maggiori diritti ai lavoratori, non disgiunto dal timore che gli incubi
dei soviet potessero materializzarsi anche in Italia, indussero la
classe politica a guardare con maggiore attenzione ai problemi del
mondo del lavoro, abbandonando la tradizionale posizione liberale di
neutralità nei conflitti tra imprenditori e lavoratori, che aveva
contraddistinto la politica giolittiana, e ad affrontare anche il
problema della partecipazione operaia.

Con Regio Decreto del 3 giugno 1920 veniva istituito il Ministero
del Lavoro e della Previdenza Sociale e dieci giorni più tardi il nuovo
dicastero veniva affidato, nell'ultimo governo Giolitti, ad Arturo
Labriola, esponente dell'Unione Socialista Italiana, uno dei maggiori
teorici del sindacalismo rivoluzionario e sostenitore della cogestione
aziendale. Labriola nella sua veste di ministro del lavoro formulò un
progetto per l'istituzione di un Consiglio Nazionale del lavoro, con il
compito di dirimere le controversie tra mondo del lavoro e mondo delle
imprese e presentò un disegno di legge sul «controllo sulle industrie».
Il disegno, che si riferiva alle imprese industriali, ivi comprese
quelle tipografiche ed editoriali, prevedeva all'interno delle aziende
la istituzione di commissioni di controllo formate da rappresentanti
dei lavoratori dell'azienda.

Le suggestioni partecipazionistiche non furono estranee al dibattito
interno alla Federazione della Stampa, che si riconosceva, sia pure con
le sue specifiche peculiarità, come parte del mondo sindacale. Nel
congresso di Firenze si era discusso con molta animazione di questo
problema e il consiglio Federale, su sollecitazione del Consigliere
delegato, Meoni, espresse un «voto energico» per affermare
solennemente» la necessità che in sede di discussione parlamentare del
disegno di legge fosse prevista nelle commissioni di controllo delle
aziende giornalistiche la rappresentanza dei giornalisti.

La caduta del governo Giolitti, nel luglio del '21, e l'acuirsi
della crisi politica fecero decadere ogni progetto di riforma delle
relazioni industriali. Lo sfaldamento dello Stato liberale
insufficiente a rispondere ai nuovi bisogni della collettività e
divenuto, ormai, terreno di scontro tra forze politiche vecchie e nuove
espressione di interessi conflittuali e sempre più difficilmente
riconducibili a una normale dialettica parlamentare a una sintesi
unitaria favoriva un clima di inarrestabile violenza.

7. La Federazione della stampa contro il fascismo

Già nel dicembre del '21 il Consiglio generale della FNSI era
intervenuto per denunciare gli atti di violenza contro la stampa, ed
esortare i poteri statali ad una azione più efficace per prevenire e
«assicurare la inflessibile applicazione della legge». In quella stessa
sede i giornalisti avevano individuato in una intesa con
l'organizzazione sindacale dei poligrafici, con gli editori e con le
forze politiche la via per «una comune opera pacificatrice».

Il 13 febbraio 1922 un giornalista del Resto del Carlino, Ulisse
Lucchesi, veniva aggredito da un gruppo di fascisti. Il Consiglio
direttivo dell'Associazione della Stampa dell'Emilia e Romagna,
riunitosi d'urgenza e verificata «l'inefficacia dell'opera di
persuasione finora spiegata» per contrastare gli episodi di violenza
contro i giornalisti, chiedeva all'unanimità alla Federazione della
Stampa una «energica azione collettiva a tutela dell'incolumità
personale e del patrimonio morale dei giornalisti». Iniziava il lungo
scontro tra la Federazione della Stampa e il fascismo che si sarebbe
concluso nel 1926 con la soppressione della libera organizzazione dei
giornalisti italiani.

Nel mese di marzo su iniziativa della Federazione si svolgeva a Roma
un convegno nazionale per la libertà di stampa con la partecipazione
dei rappresentanti di tutti i partiti politici, compreso quello
fascista. Il convegno, che ebbe una grande risonanza, si concluse con
l'ennesima richiesta al Governo di intervenire per garantire il libero
svolgimento dell'attività giornalistica e con il riconoscimento che «la
libertà di stampa, presupposto fondamentale della vita civile, sarà
ripristinata in pieno soltanto attraverso una profonda revisione dei
sistemi di lotta politica». Auspicio che, se pur sottoscritto anche dai
rappresentanti delle forze politiche, doveva risultare disatteso, tanto
che nel successivo mese di maggio il comitato direttivo della
Federazione era costretto a riunirsi a Bologna per denunciare i nuovi
casi di violenza e intimidazione nei confronti di giornalisti
verificatisi in molte città dell'Emilia, a Bologna, Cremona, Ferrara,
Reggio e in altre parti d'Italia, richiamando, ancora una volta,
l'attenzione del Governo e sollecitandone l'intervento.

Ma tutti questi ripetuti richiami al Governo per il ripristino della
legalità e alle forze politiche per una «pacificazione» nazionale
dovevano risultare vani. Nel Paese si respirava, oramai, una aria di
guerra civile, favorita dalla colpevole inerzia di ogni potere legale:
allo Stato di diritto si andava sostituendo uno Stato di violenza e
sopraffazione.

L'intimidazione era assurta a elemento di dialettica politica e lo
scontro fisico a unica soluzione per le controversie politiche.

Della questione della tutela della libertà di stampa la Federazione
continuò, ovviamente, ad occuparsi nei mesi successivi ogni qual volta
un giornale o un giornalista erano oggetto di atti di violenza e
l'argomento fu inevitabilmente al centro del dibattito del settimo
congresso nazionale, che si svolse a Trieste dal 15 al 18 settembre.
Una sessione di lavori fu dedicata ai «doveri e limiti della polemica
giornalistica», con una relazione introduttiva di Cesare Sobrero. Il
documento conclusivo, presentato dallo stesso Sobrero, condannava «ogni
eccitamento alla violenza e individuava nel corretto comportamento dei
giornalisti e nelle «buone tradizioni del giornalismo italiano» la
soluzione per uscire dalla «delicata situazione interna del Paese».
Oltre i richiami alla solidarietà di categoria e alle norme
deontologiche non si riusciva, tuttavia, ad andare, anche se Cipriano
Facchinetti volle presentare un suo ordine del giorno più incisivo nel
quale si condannava «l'assenza troppo spesso constatata e deplorata di
ogni efficace intervento dei poteri legali» e si invitavano la
Federazione e le Associazioni a «tutelare energicamente il libero
svolgimento della funzione giornalistica ricorrendo ai soli mezzi che
restino a loro disposizione: il giudizio dell'opinione pubblica ed il
senso di responsabilità» dei giornalisti.

Lo stesso consigliere delegato, Meoni, a conclusione della sua
relazione introduttiva aveva voluto sottolineare che «la storia delle
violenze patite dalle aziende giornalistiche in questi due anni è ricca
di episodi dolorosi e tali da rendere perplessa la classe dei
giornalisti. In un paese a regime liberale, nato cioè con il principio
della libertà, deve essere possibile condurre al rispetto di tale
principio anche le parti avverse, in quanto solo col mezzo della
libertà di stampa si può rendere feconda la vitalità delle idee».

La convinzione che ci fossero ancora le possibilità di ripristinare
la legalità dello Stato liberale, come si vede, era largamente
condivisa dal sindacato dei giornalisti, ma gli avvenimenti successivi
dovevano tragicamente smentire ogni aspettativa di ritorno alla
normalità e vanificare gradualmente ogni speranza.

Poco prima della «marcia su Roma» vedeva la luce a Bologna il primo
nucleo del sindacato fascista dei giornalisti e un mese dopo
l'affidamento della presidenza del Consiglio a Mussolini, si costituiva
a Roma, sotto la guida di Giuseppe Bottai la sezione romana. Lo scontro
si spostava all'interno della stessa organizzazione dei giornalisti.

Il 27 aprile del 1923 Benito Mussolini nella sua qualità di
presidente del Consiglio riceveva i rappresentanti della Federazione
della Stampa assicurando loro l'interessamento del Governo per la
salvaguardia della libertà di stampa. Un impegno volutamente non
mantenuto con l'obiettivo non confessato di far crescere nel paese la
tensione e il clima di intolleranza per giustificare misure repressive
della libertà di stampa. Il vero obiettivo di Mussolini doveva
rivelarsi tre mesi più tardi con l'approvazione, da parte del consiglio
dei ministri, il 12 luglio di un regolamento della stampa che affidava
ai prefetti la facoltà di intervenire contro la pubblicazione di
notizie false e tendenziose che danneggino «il credito nazionale
all'interno... ovvero in qualsiasi modo turbino l'ordine pubblico» o
che eccitino «all'odio di classe». In tutti questi casi il prefetto
aveva poteri di diffida, di dichiarare decaduto il gerente responsabile
della pubblicazione, di sospendere, di fatto, la pubblicazione stessa.

Un provvedimento pesantemente lesivo della libertà di opinione teso
a imbavagliare la stampa e le voci delle opposizioni, giustificato con
l'obbligo del governo «assoluto e categorico» di «intervenire per
prevenire o per rapidamente colpire» «l'opera sobillatrice e nefasta»
delle opposizioni.

Contro questo inequivocabile tentativo autoritario la Federazione
della Stampa convocò d'urgenza il Consiglio generale che all'unanimità
respinse le disposizioni governative giudicandole inaccettabili «in
quanto paralizzerebbero la funzione della stampa e renderebbero
praticamente impossibile l'esplicazione dell'opera professionale del
giornalista». Con lo stesso documento si invitava il Governo a
sospendere il provvedimento.

Il giorno dopo una delegazione della Federazione, guidata da Meoni,
si incontrava con il Presidente del Consiglio. Mussolini, da abile
giocoliere e sostenitore della politica del bastone e della carota, pur
dichiarando ai rappresentanti dei giornalisti di non condividerne
alcune parti sostenne che il documento federale era «abbastanza
obiettivo», facendo intendere che la Federazione della Stampa lo aveva,
alla fine, convinto. Ma quale fosse il suo reale obiettivo lo si
leggeva chiaramente nel comunicato ufficiale, diramato al termine
dell'incontro, nel quale il capo del Governo «accoglieva l'augurio
rivoltogli dalla commissione e, cioè, che la condotta della stampa
italiana fosse tale da non rendere necessaria l'applicazione dei
provvedimenti» annunciati. Una dichiarazione apparentemente
compromissoria e conciliativa, ma che di fatto costituiva una vera e
propria minaccia contro i nemici del fascismo.

Di quanto forte fosse ormai la tensione all'interno del sindacato,
assediato dal proliferare delle organizzazioni fasciste, lo dimostrano
le vicende per la successione alla guida dell' Associazione di Roma.
Salvatore Barzilai, che da posizioni irredentiste e interventiste
guardava nel dopoguerra con interesse e attenzione al nazionalismo
fascista, si era andato convincendo che le polemiche troppo accese nei
confronti del Governo non avrebbero favorito la soluzione del problema.
Era, perciò, d'avviso che si dovesse usare un tono più moderato nei
confronti del presidente del Consiglio. L'approvazione da parte
dell'Associazione di Roma di un documento contro il Governo, da lui non
condiviso perché troppo politicizzato, lo indusse a rassegnare le
dimissioni, seguito da tutto il Consiglio direttivo.

Nelle elezioni per il rinnovo delle cariche associative vi fu una
larga partecipazione di giornalisti romani grazie alla contrapposizione
tra uno schieramento filo fascista, guidato dal nazionalista Enrico
Corradini, e uno schieramento democratico guidato dal liberale moderato
Alberto Bergamini.

Dalle urne la maggioranza democratica risultò vincente, Bergamini fu eletto presidente con 338 voti contro i 270 di Corradini.

L'Associazione, però, era irrimediabilmente divisa tra due
schieramenti contrapposti e inconciliabili, nonostante i ripetuti e
vani tentativi del neopresidente Bergamini di ribadirne l'apoliticità.
L'Associazione di Roma esprimeva, per statuto, il presidente della
Federazione, oltre ad essere la più numerosa associazione di Stampa.
Per il fascismo rappresentava un obiettivo strategico decisivo da
raggiungere. A supporto della azione di conquista dell'organizzazione
dei giornalisti il 28 gennaio del 1924 si costituiva ufficialmente a
Roma, con una manifestazione ufficiale in Campidoglio e con
l'intervento del capo del governo e del fascismo, il Sindacato
Nazionale Fascista dei Giornalisti, sotto la guida di Forges Davanzati.

Scopo palese del sindacato fascista era l'organizzazione della
dissidenza antidemocratica all'interno delle associazioni territoriali
e della Federazione della Stampa per conquistarne la maggioranza o,
comunque, metterne in crisi la rappresentatività.

In più occasioni il sindacato fascista, in aperta polemica con la
Federazione chiese l'applicazione del decreto sulla stampa, sospeso da
Mussolini.

Le elezioni politiche nell'aprile del '24, svoltesi con la nuova
legge elettorale fortemente penalizzante per le minoranze, assicurava
al fascismo la maggioranza assoluta del Parlamento ma non riduceva
ancora al silenzio le opposizioni. Un nuovo tentativo di conquistare
l'Associazione romana, due mesi dopo, in occasione del rinnovo delle
cariche, fu, ancora una volta, sventato. Il candidato fascista alla
presidenza, Vincenzo Riccio, fu sconfitto dal candidato democratico, il
generale Roberto Bencivenga, esponente dell'Unione Democratica
Nazionale di Giovanni Amendola, che risultò eletto presidente con 213
voti.

Con il delitto Matteotti e la secessione aventiniana dei partiti di
opposizione il regime liberale visse gli ultimi mesi della sua agonia.
Mussolini, superata rapidamente con la connivenza della monarchia la
fase critica e ottenuta la fiducia dal Senato, impose al Governo nella
riunione dell'8 luglio l'immediata attuazione dei provvedimenti sulla
stampa, congelati nel 1uglio dell'anno precedente.

La Federazione della Stampa reagì immediatamente. Il comitato
esecutivo invitò le associazioni a rispondere al quesito se i
giornalisti dovessero o meno accettare la loro inclusione nella
Commissione di diffida, istituita dal provvedimento governativo.

Le risposte furono, in larga parte, negative e il comitato direttivo
confortato da questi giudizi, riunitosi nuovamente a Milano sottolineò
«con legittimo orgoglio la solenne manifestazione di compattezza morale
e di disciplina professionale» con la quale la categoria aveva risposto
per «la resistenza ai decreti-legge sulla stampa».

Una nuova occasione per ribadire solennemente l'avversione alle
misure restrittive messe in atto dal Governo si presentò con la
celebrazione dell'ottavo, e ultimo, congresso della Federazione che si
svolse a Palermo dal 25 al 28 settembre del '24. I delegati fascisti
erano pochi, ancora una volta il loro intento di conquistare con la
forza dei numeri le associazioni territoriali era stato mortificato, ma
ciò nonostante la situazione volgeva al peggio. Nel dibattito
congressuale vi furono molti richiami alla prudenza e alla apoliticità
della Federazione, anche da parte dello stesso presidente Bencivenga.
Il consigliere delegato, Giuseppe Meoni, nella sua relazione sui
provvedimenti del Governo, non poté, tuttavia, fare a meno di
sottolineare le iniziative federali contro tali provvedimenti e a
difesa della libertà di stampa il Congresso, sia pure dopo una lunga
discussione, volle riaffermare «al di sopra di ogni sentimento il
principio della 1ibertà di stampa conquista iniziale della nuova storia
d'Italia e condizione necessaria alla vita di ogni popolo civile». In
nome di questa libertà i giornalisti italiani chiedevano la revoca dei
provvedimenti governativi, vedendovi il tentativo di sottomettere la
stampa all'arbitrio del potere esecutivo e un'offesa alla «coscienza
del giornalismo». La condanna non poteva essere più categorica e
lineare.

Ma il fascismo ormai vincente si avviava, in nome della
normalizzazione, a divenire regime autoritario. Le misure repressive
della libertà di stampa vennero confermate e rafforzate con la
riesumazione di antichi provvedimenti obsoleti come la censura
preventiva. Alla Federazione della stampa restava, ancora per poco, la
possibilità di protestare. Il 3 gennaio 1925 dopo un inutile incontro
con il ministro Federzoni, responsabile delle circolari ai prefetti
contenenti disposizioni repressive la Federazione della stampa rese
pubblico un documento, inviato a tutti i parlamentari, di denuncia del
clima di «ossessionante violenza» che avvelenava la stampa italiana, e
di appello «di fronte ad una situazione così penosa» agli «onorevoli
senatori e deputati perché diano opera alla più sollecita restaurazione
di quelle norme e di quelle pratiche di libertà di stampa che non
possono essere dissociate dalla vita di un paese civile». Il documento
era firmato dall'intero comitato direttivo.

Per fronteggiare l'invadente marea fascista la Federazione della
Stampa si schierò sempre più al fianco dei partiti di opposizione
appellandosi contemporaneamente alla Monarchia e all'opinione pubblica.
II 21 febbraio '25 i direttori dei giornali quotidiani inviarono una
lettera al re denunciando le violazioni dello Statuto albertino e
chiedendo l'intervento del sovrano, ma Vittorio Emanuele si limitò a
trasferire l'appello, per competenza, al capo del Governo. Venuta meno
ogni possibilità di intervento da parte della massima autorità
istituzionale non restava che appellarsi all'opinione pubblica
nell'estremo tentativo di salvare i residui di uno Stato di diritto,
ormai in coma.

Il 5 aprile una grande manifestazione pubblica di protesta
organizzata a Roma vide la partecipazione dei massimi rappresentati
delle forze di opposizione. Vi presero la parola Giovanni Amendola,
Filippo Turati, Guido Cingolani e Gino Dall'Ara. Gruppi di fascisti,
che seguivano provocatoriamente la manifestazione, al termine del
comizio assalirono e malmenarono il presidente della Federazione,
Bencivenga e il leader dell'opposizione democratica, Amendola.

Manifestazioni e scontri continuarono a ripetersi in altre parti
d'Italia, ma nulla potevano le proteste contro un regime garantito
dalla Monarchia e sostenuto da un Parlamento addomesticato da una
riforma elettorale costruita su misura. Piegato il Paese non restava
che sferrare l'ultimo attacco alla libertà di stampa e alle libere
organizzazioni giornalistiche.

Due mesi dopo la manifestazione romana alcuni gerarchi fascisti,
guidati da Farinacci e De Bono, occuparono in segno di protesta
l'Associazione di Roma. L'occupazione durò solo poche ore, avendo, a
detta degli occupanti, un valore meramente simbolico, ma era un pesante
avvertimento: l'Associazione doveva, con le buone o con le cattive,
adattarsi alle nuove regole del regime. Era l'inizio dell'epilogo. Il
Governo, per isolare la dirigenza federale, presenta il 20 giugno del
'25 un disegno di legge (approvato definitivamente dalle Camere il 31
dicembre) che accorpa le disposizioni sulla stampa e istituisce
l'Ordine dei giornalisti. Con la scusa di offrire alla stampa uno
strumento di tutela, in pratica si porta sotto il controllo del regime
l'accesso alla professione.

Un colpo decisivo alla rappresentatività della Federazione viene
messo a segno in ottobre con il patto di palazzo Vidoni tra la
Confederazione dell'industria e quella delle Corporazioni, con cui si
stabilisce che le due organizzazioni hanno la esclusiva rappresentanza
degli industriali e dei lavoratori. Nello stesso mese la sezione di
Roma del sindacato nazionale fascista dei giornalisti dichiara decaduto
il direttivo dell'Associazione romana e il Prefetto di Roma, per
evitare «turbamenti dell'ordine pubblico» provvede d'imperio al suo
scioglimento. Giovanni Amendola, in risposta ad una lettera di
Bencivenga che chiedeva consiglio sostiene: «ciò che stano montando
rappresenta il più odioso arbitrio fra quanti il fascismo ne aveva
commessi in Italia... da lontano sarebbe presuntuoso darvi consigli. Ma
ti sottoporrò tre criteri: condurre la discussione con cristallina
chiarezza... tener pronto un documento alto vibrante - in tono
maggiore.- per denunciare l'ignobile sopraffazione ed innalzare la
protesta della seviziata stampa italiana indipendente al cospetto del
mondo civile. Costituire immediatamente dopo l'abietto provvedimento
un'Associazione Nazionale tra i giornalisti italiani, senza uscire
dall'altra, direi io, oppure uscendone se così giudicherete meglio».

Ma non c'era più nulla da fare, la tenaglia del regime stringeva
senza scampo ogni residuo di libertà. Dopo l'intervento del prefetto di
Roma con le stesse modalità viene demandato ai prefetti di tutta Italia
il compito di liquidare i superstiti organi delle altre associazioni
territoriali.

L'ultimo atto venne recitato il 6 dicembre in occasione della
riunione del Consiglio generale della Federazione. Gli interventi
prefettizi, modificando la rappresentanza delle associazioni
territoriali, avevano, di fatto, assicurato ai giornalisti fascisti la
maggioranza federale. A Meoni e ai superstiti rappresentanti della
dirigenza eletta dal congresso di Palermo non restava, come estremo
atto di protesta che rassegnare le dimissioni, consentendo a un
Consiglio, completamente addomesticato, di poter eleggere, dopo tanti
vani tentativi, una dirigenza fascista e di approvare la confluenza
della Federazione nel sindacato nazionale fascista dei giornalisti.

Alla Federazione della Stampa restavano ancora pochi mesi di vita.
Nel corso del 1926 il nuovo presidente, Ermanno Amicucci, e il nuovo
consigliere delegato Garzia Cassola, portarono a termine la fusione con
il sindacato fascista ribattezzandola Federazione Fascista dei
Giornalisti Italiani. L'anno dopo Amicucci, nominato da Rossoni, in
conformità al nuovo ordinamento corporativo dello Stato, segretario del
Sindacato Nazionale Fascista dei Giornalisti, procedeva allo
scioglimento ufficiale della Federazione e all'inquadramento del
sindacato nell'ambito della Confederazione Fascista dei Professionisti
e degli Artisti.

8. Il contratto di lavoro del 1925

Al giornalismo italiano la Federazione lasciava non solo un
patri:nonio di lotte per la difesa della libertà di stampa ma anche un
nuovo contratto di lavoro, che dopo una lunga fase di trattative, era
stato stipulato il 13 luglio del 1925.

Le innovazioni contrattuali di maggior rilievo erano sostanzialmente
due: istituzione di un albo dei giornalisti professionisti, in cui
dovevano essere iscritti tutti giornalisti che da almeno diciotto mesi
esercitassero la professione in esclusiva, affidato al controllo di una
commissione paritetica nominata dalle due organizzazioni stipulanti, e
l'istituzione presso la Federazione della Stampa di un «Fondo per le
pensioni di invalidità e vecchiaia» alimentato da un contributo
percentuale sulle retribuzioni di fatto del 2 per cento a carico dei
giornalisti e del 2 per cento a carico degli editori.

Particolarità del nuovo contratto erano, anche, l'estensione della
normativa ai direttori amministrativi e agli amministratori e una
riformulazione della norma sui poteri del direttore che prevedeva,
quale diritto specifico della direzione, stabilire le mansioni di ogni
giornalista, fissando anche gli orari di lavoro «quando lo ritenga
necessario». Con i tre contratti collettivi stipulati dalla Federazione
della Stampa, soprattutto con il contratto del '19 di cui quello del
'25 è un arricchimento, il giornalismo italiano si era dotato di un
corpo normativo di grande rilievo, in cui si definiscono tutti i
principali istituti che ancora oggi regolano il rapporto di lavoro,
dalle ferie alla tredicesima mensilità, dalla clausola di coscienza ai
poteri del direttore, dal trattamento di fine rapporto (con indennità
fissa e mobile) alle indennità in caso di malattia e di decesso,
dall'esclusiva al periodo di prova, dall'anzianità aziendale alla
previdenza. Su questa robusta intelaiatura si inseriranno i contratti
successivi, che al di là della retorica sul corporativismo e sul
particolare favore concesso dal regime ai giornalisti, si limiteranno
ad adeguarne le norme alle nuove esigenze senza alterarne l'impianto.

9. L'Unione dei giornalisti italiani in esilio

Con la soppressione delle libertà di stampa e di associazione ai
democratici italiani non restava che la cospirazione interna con la
prospettiva della galera e del confino o l'espatrio e l'inizio di una
lunga e incerta vita di esiliati. Quanti riuscirono ad evitare le
galere mussoliniane ripararono all'estero e in particolare a Parigi,
che divenne ben presto la capitale del fuoriuscissimo italiano. A
Parigi si ricostituirono i partiti democratici e ciascuno di essi dette
vita ad un proprio organo di stampa. La necessità di coordinare gli
sforzi contro il fascismo e la scarsità di mezzi, anche finanziari, a
disposizione indusse i dirigenti politici in esilio a fondare la
Concentrazione Antifascista, organismo unitario di tutte le forze
contrarie alla dittatura mussoliniana. La Concentrazione nacque nel
1927; nello stesso anno e nel suo ambito i giornalisti italiani
fuorusciti decisero di fondare una Unione dei giornalisti Italiani
intitolandola a Giovanni Amendola, morto l'anno precedente in esilio. I
sottoscrittori dello statuto e dell'atto costitutivo, nell'agosto del
'27, erano solo diciannove, ma rappresentavano l'arco delle forze
democratiche antifasciste. Tra i firmatari vi erano Filippo Turati per Critica Sociale, Pietro Nenni per L'Avanti!, Fernando Schiavetti per la Voce Repubblicana, Alberto Cianca per il Mondo, Bruno Buozzi per Battaglie Sindacali, Alberto Giannini per il Becco giallo, Claudio Treves per La Giustizia. La presidenza dell' Associazione fu affidata a FilippoTurati.

L'Unione giornalisti Italiani Giovanni Amendola ebbe sostanzialmente
vita parallela a quella della Concentrazione e si sciolse nel 1933
contemporaneamente allo scioglimento della Concentrazione. La sua
attività non fu priva di interesse ed ebbe un momento di particolare
attenzione da parte delle autorità fasciste nel 1928. In quell'anno a
Colonia fu organizzata una mostra della stampa mondiale. L'Unione
Giovanni Amendola decise di parteciparvi per documentare la presenza
della libera stampa italiana in esilio.

Era una sfida contro il Golia mussoliniano e subito la macchina
repressiva del fascismo si mise in moto utilizzando ogni mezzo; il capo
della polizia, Bocchini, telegrafò a tutti i prefetti del Regno
segnalando che l'intenzione di questi fuorusciti era di documentare
l'attività del fascismo contro la stampa in una «subdola campagna
antifascista», e ordinando ai prefetti di «disporre indagini rigorose
misure vigilanza prevenire, impedire reprimere siffatta delittuosa
raccolta».

Benché così vigorosamente boicottata l'Unione riuscì ugualmente ad
essere presente, anche se lontano dalla sede ufficiale della mostra. I
tradimenti, le delazioni, l'uso della forza non erano riusciti ad
impedire al libero giornalismo italiano di far sentire la propria voce
all'opinione pubblica mondiale che in quei giorni guardava a Colonia.

10. Il Sindacato e il contratto di lavoro negli anni del fascismo

La nuova struttura del Sindacato Nazionale Fascista dei Giornalisti
rispondeva ai canoni del nuovo Stato corporativo e si inquadrava in una
complessa rete legislativa che il regime mise a punto tra il 1928 e il
1941.

A differenza della Federazione della Stampa, che era stata una
libera associazione di natura privatistica, il Sindacato Fascista aveva
personalità giuridica riconosciuta, insieme agli altri sindacati, tutti
inquadrati nell'organizzazione corporativa con Regio Decreto del 7
aprile 1927 n. 651.

Si articolava in sindacati interprovinciali, organismi sindacali di
primo grado anch'essi riconosciuti giuridicamente con Decreto, e li
rappresentava per legge sul piano nazionale. I suoi organi statutari
erano il Segretario nazionale (scompariva la figura del Presidente), il
Direttorio, organo esecutivo composto da 10 membri, e il Consiglio,
costituito dai segretari dei sindacati interprovinciali. Segretario e
Direttorio erano eletti dal Consiglio. Il Segretario presiedeva
Direttorio e Consiglio.

Dal sindacato fascista dei giornalisti furono esclusi gli
amministratori e i direttori amministrativi dei giornali, che
precedentemente erano stati rappresentati dalla Federazione della
Stampa e il cui rapporto di lavoro era regolato dal contratto di lavoro
dei giornalisti. Nella nuova organizzazione sindacale gli
amministratori vennero inquadrati nella Federazione Nazionale Fascista
Dirigenti di Aziende Industriali, costituendo in tale ambito il Gruppo
Giornalisti Direttori Amministrativi o Amministratori di Giornali con
la competenza a stipulare un loro contratto di categoria.

Identica trasformazione subì l'organizzazione degli editori. Già nel
1926 la vecchia Unione Nazionale Editori Giornali si era ricostituita
in Associazione Nazionale Fascista Editori Giornali, che nel 1927
(Regio Decreto 10 febbraio 1927 n.183) ottenne il riconoscimento
giuridico. Nel 1934, a seguito del riassestamento della Confederazione
degli Industriali, l'associazione divenne Federazione Nazionale
Fascista Editori Giornali, sostituendo alla originaria struttura unica
un'articolazione di strutture interprovinciali e assumendo, l'anno
successivo, la denominazione di Federazione Nazionale Fascista Editori
Giornali e Agenzie di Stampa.

La nuova complessa architettura della legislazione del regime sulla
stampa rispondeva a una forte suggestione di modernizzazione dello
Stato che aveva nell'idealismo gentiliano la più alta teorizzazione
culturale. Ma le radici del fascismo, come la biografia del suo capo
testimoniava, ben lontane da quel liberalismo cui lo Stato etico
gentiliano trovava giustificazione e alimento, affondavano nel
giacobinismo rivoluzionario antiliberale e antidemocratico, con il
risultato che l'esigenza di modernizzazione, sentita dal Paese e
sbandierata dal regime, si risolse in una tragica e fallimentare
esperienza autoritaria.

Modernizzazione e autoritarismo erano coniugati dal fascismo in un
binomio indissolubile testimoniato dall'ampia legislazione in materia
di stampa. I provvedimenti legislativi del '23, del '24 e del '25 sulla
regolamentazione della figura del gerente, furono decisi in
quest'ottica di modernizzazione, che nascondeva un preciso disegno
autoritario. Il regime esaltava la dimensione industriale assunta dal
giornale, inteso non più come espressione di un messaggio politico, ma
come vero e proprio prodotto di una industria editoriale che deve
rispondere ai requisiti e alle logiche del mercato. Non a caso gli
editori verranno inquadrati nella Confederazione degli industriali.
Appariva, quindi, naturale, che la duplice natura del giornale come
prodotto industriale e prodotto dell'ingegno trovasse una
regolamentazione adeguata, distinguendo tra competenze squisitamente
imprenditoriali, demandate all'editore, e responsabilità politica del
contenuto informativo, di competenza specifica del direttore
giornalistico.

Ma questa giusta esigenza di assicurare all'impresa giornalistica il
salto dalla fase artigianale a quella industriale nascondeva
l'obiettivo di «nazionalizzare» l'informazione mediante un rigido e
puntiglioso controllo dei direttori responsabili pur lasciando agli
editori la libertà d'impresa.

I richiamati provvedimenti legislativi, infatti, introdussero
l'obbligo che il responsabile di una pubblicazione fosse un giornalista
professionista, attribuendo al procuratore generale presso la corte
d'appello la facoltà di accertare l'esistenza dei requisiti necessari e
al Prefetto il diritto di riconoscere e revocare con proprio decreto i
direttori responsabili. In pratica si demandava alla discrezionalità
del potere statale il diritto di vita o di morte di ogni pubblicazione.

Nella stessa ottica di controllo dell'informazione, mascherata da
modernizzazione, il fascismo con Regio decreto del 26 febbraio 1928 n.
384 creava l'albo professionale dei giornalisti, «guarentigia di
idoneità e correttezza professionale». ià alla fine del 19241'on.
Amicucci aveva presentato un suo progetto per l'istituzione di ordini
dei giornalisti in ogni provincia, accolto con estrema diffidenza dalla
categoria e respinto dal Consiglio generale della Federazione,
preoccupato per i riflessi limitativi che un tale progetto avrebbe
potuto avere sulla libertà di stampa.

A distanza di quattro anni, soppressa la Federazione, eliminate le
opposizioni e irregimentato il sindacato, nessun ostacolo si poneva,
ormai, al pieno controllo della stampa. L'iscrizione all'albo
professionale, infatti, istituito presso ogni sede regionale del
sindacato e controllato da un comitato di giornalisti nominati dal
ministero per la giustizia «di concerto con quelli dell'interno e delle
corporazioni» diveniva requisito indispensabile per l'esercizio
dell'attività di giornalista e per l'applicazione del contratto di
lavoro. L'illiberalità di questo provvedimento era peraltro evidenziata
dal divieto di iscrizione all'albo per «coloro che abbiano svolto una
pubblica attività in contraddizione con gli interessi della Nazione» e
con l'attribuzione ai prefetti del potere di certificare la condotta
politica di coloro che avessero richiesto l'iscrizione.

L'obbligo, previsto dall'art. 19 del Decreto, che il direttore
responsabile di ogni pubblicazione dovesse essere un giornalista
iscritto all'albo, saldava questo provvedimento alle precedenti
disposizioni sulla gerenza, eliminando ogni possibilità giuridica che
una qualsiasi voce, sia pure tenue, di dissidenza potesse trovare
spazio.

Corollario di questa costruzione era, ovviamente, la previsione
dell'automatica iscrizione all'albo di tutti i giornalisti iscritti al
sindacato nazionale fascista.

A completamento di una struttura volutamente repressiva si aggiunse
nel 193.. il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza che imponeva
il divieto (art.112) di «fabbricare, introdurre nel territorio dello
Stato, acquistare, detenere e esportare allo scopo di farne commercio o
distribuzione, o mettere in circolazione scritti, disegni, immagini od
altri oggetti di qualsiasi specie contrari agli ordinamenti politici,
sociali ed economici, costituiti nello Stato o lesivi del prestigio
dello Stato» nel 1935 il Regio decreto legge del 24 ottobre che
attribuiva al Ministero della cultura popolare la facoltà di procedere
ai sequestri della stampa, tramite i prefetti nei casi previsti
dall'art. 112 delle leggi di pubblica sicurezza.

Sempre al Ministero della Cultura Popolare bisognava, inoltre,
consegnare preventivamente alla diffusione copia di qualsiasi stampato
o pubblicazione (Legge 2 febbraio 1939 n. 374).

L'attenzione e la cura poste permanentemente dal fascismo nel
controllo dell'informazione dimostrano non tanto la preoccupazione di
un improbabile risveglio delle opposizioni politiche quanto la
consapevolezza che la stampa, ma anche e soprattutto la radio che non a
caso si sviluppò in ambito pubblico, avessero un ruolo determinante
nella creazione e nel mantenimento del consenso indispensabile a
guidare un regime di massa. In questa prospettiva si pose nel giugno
del '35 la necessità di promuovere il sottosegretariato alla Stampa e
propaganda a vero e proprio ministero (dal 1938 ribattezzato Ministero
della cultura popolare), con il compito, tra gli altri, di vigilare su
l'ElAR, l'ente italiano per le audizioni radiofoniche, fondato nel
novembre del 1927.

L'organicità della stampa, e quindi dei giornalisti, allo Stato e ai
suoi fini trovò la codificazione teorica nel discorso pronunciato da
Mussolini nell'ottobre del 1928, pochi mesi dopo la firma del contratto
di lavoro, nel corso di un'assemblea di direttori di giornali.«In
Italia - disse il capo del fascismo - a differenza di altri paesi, il
giornalismo più che professione o mestiere, diventa missione di una
importanza grande e delicata, poiché nell'età contemporanea, dopo la
scuola che istruisce le generazioni che montano, è il giornalismo che
circola tra le masse e vi svolge la sua opera d'informazione e di
formazione… Le vecchie accuse sulla soffocazione della libertà di
stampa, da parte della tirannia fascista, non hanno più credito alcuno.
La stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana. Altrove i
giornali sono agli ordini di gruppi plutocratici, di partiti, di
individui; altrove sono ridotti al compito gramo della compravendita di
notizie eccitanti, la cui lettura reiterata finisce per determinare nel
pubblico una specie di stupefatta saturazione, con sintomi di atonia e
di imbecillità, altrove i giornali sono oramai raggruppati nelle mani
di pochissimi individui, che considerano il giornale come un'industria
vera e propria, tale e quale come l'industria del ferro e del cuoio. Il
giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un
regime, è libero perché, nell'ambito delle leggi del regime, può
esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di
propulsione».

Ma quanto le leggi del regime potessero consentire la funzione di
controllo e di critica, così spavaldamente sbandierata da Mussolini, lo
si vedeva chiaramente dai provvedimenti che, prima e dopo quel
discorso, lo Stato fascista mise in piedi.

Se da un lato il fascismo rese impossibile ogni manifestazione di
dissenso, dall'altro si sforzò di esaltare funzione e ruolo dei
giornalisti, non solo attraverso i riconoscimenti verbali, di cui la
prosa di regime era generosa, come il discorso del duce ai direttori
testimonia ampiamente, ma anche mediante interventi legislativi tesi a
promuovere lo status del giornalista.

L'istituzione dell'albo, se da un lato rispondeva all'esigenza di
controllare rigidamente l'accesso alla professione, dall'altro
attestava la professionalità della prestazione giornalistica e non a
caso il sindacato dei giornalisti fu inquadrato nella Confederazione
dei professionisti e degli artisti. Ma la codificazione di uno status
di privilegio avvenne anche attraverso la creazione di strumenti più
tangibili. Nel marzo del 1926 veniva eretto in ente morale l'Istituto
di Previdenza dei Giornalisti Italiani, al cui fondo era devoluto
(R.D.L.14 gennaio 1926 n. 86), oltre la normale contribuzione, un
diritto fisso di venti centesimi sulle inserzioni pubblicitarie e sugli
abbonamenti, successivamente (legge .. aprile 1930 n. 456)
trasformatosi in una erogazione annuale dello stato di un milione,
rivedibile biennalmente.

La nascita dell'Istituto, peraltro, realizzava un obiettivo già
perseguito dalla federazione della Stampa, che con il contratto di
lavoro del '25 aveva introdotto la prima forma previdenziale a gestione
nazionale garantita dal contributo degli editori e dei giornalisti e
che nel gennaio del '26 aveva deliberato la costituzione di un istituto
previdenziale nazionale. L'Istituto, che nel 1928 assorbì le Casse Pi..
preesistenti e ancora funzionanti, fu presieduto per quattro anni da
Arnaldo Mussolini, al quale, nel 1932, fu intitolato. Una successiva
forma pensionistica integrativa fu introdotta nel gennaio del 1940 con
la costituzione di una Cassa assegni integrativi per i giornalisti
anziani, coperta da versamenti del EIAR.

Il riconoscimento dello status di particolare favore del giornalismo
trovava riscontro anche in altre forme, come, per esempio, nelle
facilitazioni ferro viarie già in vigore dal 1908, ma ora limitate agli
iscritti all'albo (Legge 9 aprile 1931 n.406) ed estese a tutto il
nucleo familiare del giornalista, comprese «due persone di servizio al
massimo» (R. Decreto 11 maggio 1931 n. 1523), o come nei circoli della
stampa sorti in tutte le città sede degli undici sindacati
interprovinciali con il patrimonio delle ex Associazioni di stampa, con
scopi «culturali, assistenziali, ricreativi e sportivi».

Il regime non tralasciò di occuparsi dell'accesso, dando vita nel
gennaio del 193.. ad una Scuola di Giornalismo, nell'ambito del
sindacato romano presieduta dallo stesso Amicucci e con lo scopo di
rilasciare un diploma, equivalente alla laurea che consentisse
l'esercizio della professione. L'esempio romano fu, dopo poco, seguito
dall'Università di Perugia che inserì nel corso di studi della Facoltà
fascista di scienze Politiche una laurea in giornalismo. Tuttavia la
scarsezza dei mezzi disponibili ma soprattutto la palese avversità con
cui l'esperimento fu accolto all'interno della categoria, ancorata
all'esaltazione della «vocazione» e del «mestiere» appreso sui banconi
delle tipografie, come unici titoli di accesso al giornalismo,
decretarono in breve tempo, il fallimento dell'iniziativa e la chiusura
della scuola nel 1933.

A completamento dell'architettura giuridica del fascismo sulla
stampa e sui giornalisti deve, anche, essere ricordata la legge del 22
aprile 1941 n. 633, che ricomprendeva giornali e riviste tra le opere
dell'ingegno tutelate dal diritto d'autore.

In questa complessa cornice legislativa di settore, che si
accompagnava alla legislazione sul lavoro varata dal regime, impegnato
nella costruzione dello Stato sociale, si inseriva l'attività del
sindacato nazionale fascista dei giornalisti che si sviluppò,
principalmente, nella rinnovazione del contratto collettivo e nella
sottoscrizione di numerosi accordi sindacali.

Il 14 aprile del 1927 il sindacato fascista, con atto notarile e in
ottemperanza alle nuove disposizioni di legge che conferivano ai
contratti collettivi valore legislativo erga omnes previo deposito
presso il ministero delle Corporazioni, procedeva nuova firma del
contratto del '25, senza apportarvi nessuna modifica sostanziale ma
limitandosi semplicemente a sostituire la vecchia dizione «Federazione
della stampa» con la nuova e alla fine dello stesso anno, il 15
novembre, stipulava il nuovo contratto. Anche questo testo era
sostanzialmente identico al precedente, se non per alcune modifiche
marginali. Unico elemento innovativo era dato da una integrazione
dell'art. 19 (che garantiva al giornalista i diritti acquisiti in caso
di trapasso di proprietà) con l'equiparazione del caso di passaggio
della maggioranza di capitale nelle società commerciali ai casi di
passaggio di proprietà dell'azienda.

L'anno successivo, il 5 marzo, il sindacato fascista procedeva alla
stipula di un altro contratto collettivo, anch'esso senza innovazione
di sostanza, che, tuttavia, fu oggetto di rilievi ministeriali e
successivamente modificato con l'eliminazione di quelle norme che
apparivano in contrasto con la disciplina legislativa in vigore. In
particolare fu soppresso l'art. 5, che aveva istituito una commissione
paritetica editori giornalisti con il compito di procedere
all'aggiornamento e alla revisione dell'elenco dei giornalisti tenuto
dallo stesso sindacato, perché ritenuto superato e in contrasto con la
nuova legge istitutiva dell'albo professionale.

Cinque giorni dopo la firma del contratto il sindacato tenne il suo
primo congresso nazionale per celebrare i recenti successi del
giornalismo fascista.

Ma le innovazioni significative della normativa contrattuale nel
periodo corporativo furono ottenute con i due successivi contratti
stipulati il 2 febbraio 1932 e il 22 febbraio 1939, che recepirono gli
stimoli della legislazione sociale del tempo.

Innanzitutto con il contratto del '32, in coerenza con la legge
sull'albo che aveva previsto le figure del professionista, del
pubblicista e del praticante, trovò riconoscimento, ma non
regolamentazione, il periodo di prati cantato. Con le nuove
disposizioni, infatti, si introduceva il limite di un praticante ogni
dieci professionisti nelle assunzioni e si stabiliva il divieto di
affidare ai praticanti «posti di comando», ma si prevedeva, anche, la
loro esclusione dall' applicazione della normativa contrattuale.

Significativa innovazione fu la fissazione, per la prima volta nel
contratto dei minimi economici (mille lire al mese nelle città con più
di 500 mila abitanti, 900 lire nelle città con popolazione da più di
100 mila e fino a 500 mila abitanti 725 lire nelle città con meno di
100 mila abitanti) e l'introduzione del nuovo istituto economico dello
straordinario («compiuto per ordine del direttore») che doveva essere
compensato «nella misura del 125 per cento dello stipendio». Vi era poi
un adeguamento del contributo previdenziale, che saliva dal 4 al 6 per
cento, sempre suddiviso paritariamente tra editore e giornalista, e
degli aumenti quinquennali di anzianità, che passavano da tre a
quattro. Altri punti di rilievo normativo riguardavano la figura del
direttore con l'introduzione dell' obbligo per gli editori di definire
in accordi precisi, da stipulare con i direttori, i poteri del
direttore stesso per «quello che riguarda gli impegni di carattere
finanziario», allargando, quindi, sensibilmente la sfera di intervento
del direttore, e una nuova riformulazione della «clausola di
coscienza», che si estendeva a tutti i giornalisti dipendenti e, non
più come prima, ai soli giornalisti politici, e che dava al giornalista
la facoltà di dimettersi «per fatto dell'editore» in caso di evidente
incompatibilità con la propria dignità o con la propria «personalità
politica o professionale» a seguito di «trapasso di proprietà o per
radicali mutamenti nella gestione o nell'indirizzo del giornale o per
qualsiasi altra causa dipendente dall'editore».

Ma il contratto che, sotto ogni aspetto, è frutto dell'intensa
evoluzione giuridica della legislazione sul lavoro realizzata in quegli
anni con grandi capacità tecniche da Bottai, che aveva radicalmente
modificato il modesto assetto legislativo varato in materia dallo Stato
liberale, è quello sottoscritto il 22 febbraio 1939 da Umberto
Guglielmotti, segretario nazionale del sindacato dei giornalisti
dall'ottobre del 1934 dopo le dimissioni di Amicucci, avvenute nel 1933
a seguito della sua nomina a direttore de La Gazzetta del Popolo di
Torino, e dopo un lungo periodo di commissariamento di Aldo Valori,
segno della crisi che aveva colpito, nonostante tutto, l'organizzazione
sindacale dei giornalisti.

Il contratto del '39 amplia consistentemente l'assetto normativo per
ricomprendervi tutta la casistica della prestazione di lavoro
esaltando, contestualmente, quegli aspetti simbolici che dovevano
rendere visibili i segni délla «rivoluzione fascista». Emblematico di
per sé è già il numero di articoli contenuto nel contratto che da 27,
quali erano nel contratto del '32, passava a 40.

Nel dettaglio le innovazioni economico-normative riguardavano la
previsione e la regolamentazione delle giornate festive (21 aprile, 9
maggio, ferragosto, 28 ottobre, 4 novembre e Natale) e del lavoro
domenicale (retribuito con una maggiorazione del 60 per cento e che era
già stato oggetto di un accordo sindacale firmato il primo maggio del
1928), in applicazione della legge 22 febbraio 1934 n. 370, che
introducendo l'obbligo del riposo settimanale nelle aziende editoriali
aveva previsto nei giornali quotidiani la possibilità di riposare in un
giorno diverso dalla domenica e una maggiorazione economica per il
lavoro domenicale da definire nel contratto collettivo. Si prevedeva e
si regolamentava il lavoro notturno (una maggiorazione del 5 per cento
quando la prestazione lavorativa terminasse all'una antimeridiana o
dopo), si individuava nel 5 per cento la maggiorazione per la cessione
dei servizi ad altra azienda.

Le innovazioni significative, frutto della politica di immagine del
regime, erano rappresentate dall'istituzione della indennità
demografica (una mensilità in più percepita nel mese di giugno e dalla
quale erano esclusi, ovviamente, i giornalisti celibi), un aumento
quinquennale di anzianità in più per i giornalisti ammogliati, le ferie
matrimoniali (15 giorni), una maggiore anzianità convenzionale per i
«mutilati di guerra o per la causa fascista», per gli ex combattenti
della grande guerra o dell'Africa Orientale Italiana, per i decorati al
valore promossi per meriti di guerra

per i decorati dell'Ordine Militare di Savoia e feriti di guerra.

Furono introdotti anche alcuni miglioramenti dei trattamenti
precedenti. In particolare fu ridotto il periodo di prova da sei a
quattro mesi, fu sensibilmente migliorato il trattamento in caso di
infortunio o malattia (conservazione del posto per sei mesi con una
anzianità aziendale di cinque anni, per otto mesi con anzianità fino a
dieci anni, per dieci mesi con anzianità superiore a dieci anni e
diritto alla retribuzione piena per la metà di ciascun periodo
previsto, ridotta del 50 per cento per il periodo successivo).

Con il contratto veniva regolata anche la prestazione dei praticanti
(agganciando il trattamento retributivo a quello del redattore, sia
pure in misura proporzionalmente ridotta) e dei pubblicisti. Si
introduceva, limitatamente agli stenografi e sintomo dello sviluppo e
dell'importanza che questo settore aveva assunto nell'ambito della
categoria, l'orario di lavoro (sei ore di notte, sette ore di giorno di
massima). Si elevava il contributo all'Istituto di Previdenza al 10 per
cento (6% a carico dell'azienda, 4% a carico del giornalista). Si
aumentavano le retribuzioni a 900 lire nelle città fino a cento mila
abitanti, a 1100 lire nelle città da 100mila fino a 500 mila abitanti,
a 1250 lire nelle città con oltre 500 mila abitanti. Con un successivo
accordo del 21 marzo 1940 i minimi subirono un ulteriore aumento.

Sostanzialmente inalterate rimanevano le disposizioni sul direttore,
con la sola aggiunta che poteri e mansioni dei direttori dei giornali
appartenenti al PNF erano fissati dal «ministro segretario del PNF».

Il contratto del '39 registra, anche, la definitiva equiparazione
normativa tra i giornalisti dipendenti dai quotidiani e quelli
dipendenti dalle agenzie di stampa. Un obiettivo a lungo perseguito ma
sempre fortemente contrastato dall'Agenzia Stefani, la maggiore agenzia
giornalistica italiana che operava in regime di quasi monopolio. Non
iscritta all'Unione Editori, l'agenzia Stefani si riteneva svincolata
dall'applicazione contrattuale, nonostante i lodi proibivirali la
richiamassero al rispetto del contratto. Nel 1926 la Stefani aveva
sottoscritto con l'organizzazione fascista dei giornalisti una
convenzione di recepimento del contratto dell'ottobre '25, ma non nella
sua integrità. A seguito, tuttavia, del nuovo regime giuridico,
instaurato con la legge del 3 aprile 1926 n. 563, che vincolava al
rispetto dei contratti collettivi, la convenzione fu dichiarata
decaduta in quanto non assicurava parità di trattamento con i
giornalisti dei quotidiani. '1 giugno 1933 l'agenzia Stefani stipulava
con il sindacato fascista una nuova convenzione che, di fatto,
ricalcava il contratto di lavoro del '32.Ma fu l'ultima convenzione per
le agenzie. Dopo alterne e contrastanti vicende legali-amministrative,
che le videro inquadrate nel settore del commercio e poi in quello
dell'industria varia, alla fine le agenzie di stampa furono ammesse
nella Federazione Fascista degli editori così che il contratto del '39,
come quelli successivi, si applicò automaticamente anche ai giornalisti
di agenzia.

Nei venti anni di regime fascista il sindacato stipulò con la
controparte editoriale numerosi altri accordi su singoli aspetti. In
particolare l'accordo del 22 febbraio che dava vita a un ufficio di
collocamento per i giornalisti; l'accordo del 23 marzo 1935, che
riconosceva ai giornalisti l'anzianità di iscrizione al PNF come
anzianità di servizio; l'accordo 23 marzo 1939, che riconosceva un
premio straordinario ai giornalisti «squadristi»; gli accordi 19 giugno
e 25 ottobre 1940 e 28 giugno 1941 sugli assegni familiari.

Numerosi furono anche gli accordi di revisione dei minimi
retributivi. Un primo adeguamento fu concordato i131 dicembre 1928, ma
il 29 e 30 novembre del 1930, aderendo alla politica di consolidamento
della lira promossa dal regime, si stabilì una riduzione del 10% dei
minimi e del 12% delle retribuzioni eccedenti, contestualmente a
partire dall'1 dicembre il prezzo del giornale scendeva da 25 a 20
centesimi. Ma i minimi tornarono a lievitare con gli accordi del 27
novembre 1936 e dell'11 novembre 1937 e dopo il contratto del '39 con
l'accordo del 21 marzo 1940, già ricordato, che li aumentò del 10%.

Come si può vedere da questo quadro complessivo il fascismo assegnò
alla stampa una grandissima importanza utilizzandola non solo come
strumento per la ricerca e il consolidamento del consenso, ma
soprattutto come elemento indispensabile per la edificazione del nuovo
Stato di massa, sorto dalla «rivoluzione delle camicie nere».
L'esaltazione del ruolo dell'informazione passava, inevitabilmente,
attraverso l'esaltazione del ruolo dei giornalisti che, non a caso, con
il riconoscimento di uno status di privilegio furono particolarmente
favoriti dal regime, anche se buona parte delle disposizioni a loro
favore trovava giustificazione nella generale legislazione sul lavoro
del tempo.

Ma se l'effimera costruzione di uno Stato guerriero e militarmente
organizzato sarebbe crollata insieme al regime come un castello di
sabbia colpito dalle onde, la architettura legislativa edificata nel
ventennio era destinata a mantenere i suoi effetti. In particolare, la
legislazione sul lavoro, che aveva consentito grandi e significativi
passi avanti, ripulita dagli orpelli scenografici del regime, sarà
considerata, anche nel nuovo ordinamento democratico, una conquista
acquisita e consolidata del mondo del lavoro. Identico discorso vale
per l'informazione, dove gli obiettivi legislativi e contrattuali
raggiunti, grazie al favore del regime, verranno ritenuti, depurati
dalla rappresentazione simbolica del fascismo, patrimonio normativo di
tutta la categoria.

11. La rinascita della Federazione della stampa

Il 25 luglio 1943 la sostituzione di Mussolini con il maresciallo
Badoglio alla guida del Governo segnava emblematicamente la fine
traumatica di un regime che con la disfatta militare, dopo tre anni
disastrosi di guerra, aveva perso quel consenso delle masse tanto
meticolosamente ricercato e costruito per quasi un ventennio. Quanto la
dittatura fascista fosse ormai distante dal comune sentimento popolare
lo dimostra l'immediato rifiorire, dopo l'incubazione della
clandestinità, dei partiti politici, sia quelli tradizionali, che
avevano contrassegnato la storia italiana dall'unità alla crisi dello
stato liberale, sia le nuove formazioni frutto di una riflessione
critica dell'antifascismo, come il partito d'azione, al centro in quei
mesi della battaglia politica.

Partecipi attivi di questo processo di radicale trasformazione
furono, ovviamente, i giornalisti, anche attraverso le loro
organizzazioni di categoria.

Non a caso, a sole ventiquattro ore dalla caduta del fascismo, un
gruppo di 27 giornalisti riunitisi in una sala del circolo della Stampa
a palazzo Marignoli a Roma deliberavano con atto formale la
ricostituzione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana,
fissandone in quattro punti il programma: riunire in un'unica
organizzazione tutti i giornalisti italiani «non asserviti al
fascismo», promuovere la «restaurazione della libertà di stampa, che
nelle libere democrazie moderne è fondamento e presidio di ogni libertà
e di ogni progresso civile», ricostituire le associazioni regionali,
impedire che i giornalisti coinvolti con il fascismo «corrotto e
corruttore» «cerchino di sopravvivere comunque nei ranghi
dell'autentico ed onorato giornalismo italiano».

La stessa assemblea decise contestualmente di dare vita ai primi
organi associativi eleggendo un consiglio direttivo di 1l membri e alla
presidenza federale Ivanoe Bonomi, l'anziano esponente riformista e
capo della Democrazia del Lavoro, che era stato eletto presidente del
Comitato di Liberazione Nazionale e che presentava l'unità
dell'antifascismo, Alberto Bergamini veniva eletto vicepresidente.

Le convulse vicende politiche di quel periodo, con l'immediata
disillusione delle speranze destate dalla costituzione del governo
Badoglio ed i lunghi mesi di occupazione nazista della capitale, non
consentirono, tuttavia, alla neonata federazione della Stampa di
esercitare alcuna concreta iniziativa, nonostante la decisione
governativa di dichiarare decaduti gli organi del sindacato nazionale
fascista dei giornalisti e la nomina a commissario di Mario Vinciguerra
e a vicecommissari di Leonardo Azzarita e Olindo Vernocchi.

Per dare inizio a una vera e propria attività si dovette attendere
la liberazione di Roma. È, infatti, del 7 giugno 1944 la seconda
riunione assembleare della FNSI nella quale vengono affrontati i nodi
politici della categoria. Alla riunione partecipò lo stesso Bonomi, che
chiamato alla guida del governo rassegnò le dimissioni da presidente
della FNSI. L'assemblea elesse Bergamini alla presidenza e Roberto
Bencivenga, governatore civile e militare di Roma, alla vice
presidenza, vennero anche riconfermate le vecchie cariche statutarie,
quella di consigliere delegato, affidata a Leonardo Azzarita, e quella
di segretario generale, affidata a Giovanni Biadene. I temi principali
al centro della discussione furono quelli organizzativi (ricostituzione
delle Associazioni territoriali, attività dei circoli della stampa,
bollettino federale, ecc,), ma soprattutto quelli politici (albo
professionale, commissione superiore per la stampa, Istituto di
previdenza, scuole di giornalismo, ecc.). Alla ricerca di soluzioni per
tutti questi problemi l'assemblea nominò quattro commissioni di lavoro.

La prima polemica interna della nuova Federazione venne aperta dal
generale Bencivenga, che era stato l'ultimo presidente della FNSI prima
della sua soppressione da parte del fascismo. Bencivenga non accettava
la nomina a vicepresidente sostenendo che con la caduta del fascismo
dovessero essere abrogati i decreti Federzoni che avevano soppresso
Federazione e Associazione romana e che, pertanto, dovesse
ripristinarsi la legittimità degli organi statutari in vigore nel 1926.
«Tornare alla situazione d'allora - dichiarerà in un'intervista - è un
obbligo d'onore». Ma le tesi di Bencivenga non furono condivise dal
consiglio direttivo della Federazione che il 7 luglio' 44, accettate le
dimissioni di Bencivenga, provvide a chiamare alla vicepresidenza
Giuseppe Ardizzone.

Come era inevitabile nel clima acceso di quei giorni, le polemiche
non si limitarono al caso Bencivenga. A seguito di una dura presa di
posizione contro l'operato della Federazione da parte dell'organo del
Partito comunista, L'Unità, che aveva criticato le indicazioni
formulate dalla Federazione al Governo circa i nominativi dei
giornalisti da inserire nella commissione per l' epurazione, il neo
presidente Bergamini, che non aveva brillato per antifascismo e che si
sentì personalmente attaccato, rassegnò le dimissioni.

Nel mese di ottobre una nuova assemblea di giornalisti romani,
rielesse i nuovi organi federali, chiamando alla presidenza Luigi
Salvatorelli e confermando nella carica di consigliere delegato,
Leonardo Azzarita. Anche questa nuova assemblea, formata da giornalisti
prevalentemente romani era poco rappresentativa della categoria a
livello nazionale, ne sarebbe stato possibile in quei mesi convocare un
congresso dei giornalisti italiani. Tuttavia, il nuovo consiglio
direttivo ovviava a questo inconveniente con la presenza di giornalisti
rappresentanti tutte le forze antifasciste. Salvatorelli, oltre ad
essere un valente giornalista, era, infatti, anche un esponente del
partito d'azione, azionista era il filosofo Guido Calogero,
rappresentante dei pubblicisti, Velio Spano e Felice Platone erano
esponenti del partito comunista, Guido Gonella della democrazia
cristiana, Mario Ferrara del partito liberale, Randolfo Pacciardi del
partito repubblicano, Umberto Calosso del partito socialista, Enrico
Molè della democrazia del lavoro.

La più importante questione al centro dell'attività federale in quei
mesi fu, ovviamente, come si è già detto, quella dell'epurazione e
dell'albo professionale. L'orientamento generale, salvo poche quanto
illustri eccezioni come quella di Luigi Einaudi, era favorevole alla
conservazione dell'albo professionale.

Il 23 ottobre' 44 con decreto del governo Bonomi veniva istituita la
commissione unica per la tenuta degli albi dei giornalisti e nel mese
di novembre, con successivo decreto, si chiamavano a farne parte gli
stessi componenti del consiglio direttivo della Federazione.

La polemica sull'epurazione, sentita inizialmente come forte impegno
ideologico al cambiamento della vita italiana, si andò stemperando nel
tempo sotto la spinta di oggettive difficoltà applicative e di un
mutato clima politico dominato, ormai, dalla necessità di una
pacificazione nazionale. Nel marzo del '46 la commissione unica
decideva di soprassedere alla revisione degli albi sino alla chiusura
della campagna elettorale per il referendum. Pochi mesi più tardi, in
regime ormai repubblicano, quando i fantasmi del passato sembravano
sepolti dalla storia, su iniziativa di Palmiro Togliatti, ministro di
grazia e giustizia e leader del più estremo dei partiti di governo, fu
varata una amnistia generale che poneva fine, sia pure con molte
amarezze e con strascichi polemici, all'epurazione.

Un secondo terreno di intervento della Federazione della stampa fu
quello relativo alle iniziative governative nel campo
dell'informazione. Abolito il vecchio ministero della cultura popolare,
sinonimo dell'uniformità della stampa italiana al regime fascista, con
decreto luogotenenziale del 3 luglio 1944, il governo Bonomi costituì
un sottosegretariato per la Stampa e le informazioni, alle dipendenze
della presidenza del Consiglio, al quale venne affidato il compito di
liquidare il Minculpop. Nell'ambito del nuovo sottosegretariato venne
creata una Commissione nazionale per la stampa, nella quale furono
chiamati i rappresentanti della Federazione, con il compito anche di
rilasciare le autorizzazioni. I timori, espressi chiaramente dagli
organi federali, che il sottosegretariato, al quale era stato
trasferito il personale del ministero abolito, potesse di fatto
rivelarsi una continuazione, sia pur attenuata, della vecchia pratica
del controllo governativo sulla stampa, indussero Bonomi a stemperarne
i contenuti allargandone il campo di competenza, oltre che alla stampa,
allo spettacolo e al turismo. Con la stessa decisione portava da tre a
sei rappresentanti della Federazione in seno alla commissione
nazionale. Ma le innovazioni di Bonomi non accontentarono i giornalisti
e la Federazione decise di non partecipare più ai lavori della
commissione, che insieme al sottosegretariato fu soppressa dal nuovo
governo guidato dall'azionista Ferruccio Parri.

A queste tematiche politiche si aggiungevano i problemi, più
strettamente sindacali, relativi al trattamento contrattuale dei
giornalisti. Dopo 1'8 settembre del 1943, mentre nell'Italia del nord
il regime della repubblica di Salò conservava validità giuridica al
contratto di lavoro del '39, nell'Italia defascistizzata, liquidato il
regime corporativo e abolita la carta del lavoro si mantennero in
vigore, sia pure con accorgimenti legislativi, i contenuti normativi
del vecchio contratto collettivo mentre sul piano economico si
realizzavano vari accordi a livello locale per mantenere il potere di
acquisto delle retribuzioni fortemente eroso dall'inflazione.

Questo insieme di problemi trovò occasione di approfondimento e
dibatto nel primo congresso della nuova Federazione della Stampa che si
svolse a Palermo nell'ottobre del 1946, con la partecipazione del capo
dello Stato, Enrico De Nicola, e del presidente del consiglio, Alcide
De Gasperi a significare la rilevanza del ruolo dell'informazione nel
nascente Stato democratico.

La mattina del 6 ottobre 1946, centotredici delegati in
rappresentanza di undici Associazioni regionali davano inizio al primo
congresso della Federazione nazionale della stampa nell'Italia
repubblicana nella stessa città che aveva visto l'ultimo libero
congresso dei giornalisti italiani nell'ormai lontano 1924.

L'avvenimento coronava gli sforzi di quanti già dal 26 luglio del
'43, come abbiamo visto, avevano sentito l'esigenza di rimettere in
vita la Federazione della stampa associando tutti i giornalisti
italiani «sul terreno professionale al di sopra e al di fuori dei
partiti e delle tendenze ideologiche e politiche», come dirà al
congresso nella sua relazione, il consigliere delegato Leonardo
Azzarita.

I temi in discussione erano molteplici e si collocavano nel quadro
di ricostruzione della vita democratica nel Paese. Sul piano
dell'azione sindacale il congresso deliberò «di stipulare un'intesa di
carattere permanente con la CGIL, e chiese la denunzia immediata del
contratto di lavoro. Punti qualificanti delle richieste: il
rafforzamento dei poteri del direttore, inteso come unico responsabile
dell'indirizzo politico del giornale, e la istituzione di consigli
redazionali elettivi che «assistano i direttori nell'adempimento dei
loro compiti». Sul piano professionale si invocò la costituzione
dell'Ordine e di un albo inteso come «garanzia di stabilità
professionale e strumento per la tutela del pane e del lavoro di coloro
che hanno votato la propria esistenza all'attività professionale».

Ma gli inviti più pressanti furono rivolti all'Assemblea
Costituente. I giornalisti italiani chiedevano che fosse ristabilita in
tutta Italia la completa libertà di stampa con l'abolizione di ogni
misura di autorizzazione, sospensione, soppressione ecc., quasi a
lumeggiare quella che sarà la lunga e permanente battaglia del.
giornalismo democratico italiano, l'approvazione di norme di legge per
realizzare «un serio controllo sulle fonti finanziarie dei giornali e
una disciplina giuridica delle aziende editoriali».

Il congresso si chiuse con la riconferma alla presidenza di Cipriano
Facchinetti che dal gennaio del '46 aveva sostituito il dimissionario
Salvatorelli, e di Leonardo Azzarita nella carica di consigliere
delegato.

Le indicazioni, i suggerimenti, le aspettative del giornalismo
italiano, che l'assise palermitana aveva messo in chiara evidenza,
trovarono eco nell'assemblea costituente che iniziava a gettare le basi
del nuovo ordinamento democratico.

La Carta Costituzionale, infatti, nel sancire il principio della
libertà di stampa (art. 21 ), volle precisare che rientrava nei poteri
del legislatore stabilire norme di carattere generale per render noti i
«mezzi di finanziamento della stampa periodica». Un adempimento che
avrebbe trovato concreta realizzazione solo molti decenni più tardi e
grazie al forte impegno della Federazione.

Con la legge 8 febbraio 1948 n. 47 furono emanate le disposizioni
sulla stampa tuttora in vigore, che escludevano, in adempimento del
dettato costituzionale, ogni forma di autorizzazione e prevedevano la
sola registrazione dei giornali presso le cancellerie dei tribunali,
come atto amministrativo dovuto. La stessa legge introduceva l'obbligo,
per ogni pubblicazione, del direttore responsabile e regolamentava il
diritto di rettifica e il reato di diffamazione. Non fu introdotta nel
testo di legge, nonostante l'assemblea legislativa ne avesse discusso a
lungo, la ricostituzione dell'albo professionale, che per la negativa
esperienza fascista continuava a destare forti perplessità e che
troverà realizzazione solo vent'anni più tardi, anche in questo caso,
su sollecitazione costante della Federazione della Stampa.

Sul piano organizzativo il congresso di Palermo aveva deciso a
maggioranza di muoversi nella linea di una «cordiale intesa» con la
Confederazione Generale del Lavoro, risultando minoritaria l'opinione,
espressa principalmente dall'Associazione veneta, di una formale
adesione alla Confederazione. In questa linea furono presi contatti con
i segretari confederali e fu costituito un apposito gruppo di lavoro
che nel mese di dicembre, formulò il testo di un «patto di alleanza»
con la CGIL in quattro punti in cui si sanciva la «reciproca
assistenza» tra le due organizzazioni, l'impegno della CGIL ad
assicurare appoggio e sostegno «alle rivendicazioni sindacali dei
giornalisti, che saranno fatte valere dalla Federazione Nazionale della
Stampa», rapporti di consultazione sui problemi inerenti «la
collettività dei dipendenti delle aziende giornalistiche». Come ultimo
punto si stabiliva che l'accordo dovesse essere permanente, ferma
restando la possibilità di una «prevista formale adesione della
Federazione Nazionale della Stampa alla CGIL». Questa ultima clausola
testimoniava un dibattito ancora aperto all'interno della categoria sui
destini della propria organizzazione, vissuta nell'incertezza delle
proprie capacità sindacali. Un dubbio, legittimo all'alba dello Stato
repubblicano, che il tempo avrebbe ampiamente fugato. Poche settimane
dopo, nel gennaio del' 47 il patto di alleanza veniva firmato da
Facchinetti e Azzarita per la FNSI, da Giuseppe Di Vittorio, Oreste
Lizzardi e Giuseppe Rapelli per la CGIL.

A distanza di pochi mesi, il movimento sindacale entrava in crisi a
seguito dei mutamenti del quadro politico del paese che, archiviata
l'esperienza ciellenistica si avviava verso la lunga esperienza
centrista con la scissione del PSI e la nascita del PSLI e con l'uscita
dalla compagine governativa e il passaggio all'opposizione del PCI.
Immediata conseguenza del nuovo equilibrio politico fu la scissione
della CGIL, nel cui ambito i lavoratori di ispirazione cattolica,
repubblicana e socialdemocratica mal sopportavano l'egemonia comunista.
Con quella prima scissione nacque, al fianco della CGIL, la CSC, che in
seguito, come organizzazione sindacale di sola area cattolica, avrebbe
preso il nome di CISL, dopo una successiva scissione e la nascita della
UIL, l'organizzazione sindacale che riuniva i lavoratori repubblicani e
socialdemocratici. La nuova articolazione pluralistica del movimento
sindacale faceva, di fatto, venir meno quell'ultimo punto del patto tra
FNSI e CGIL che prevedeva in prospettiva la «formale adesione» alla
Confederazione della Federazione della Stampa.

La variegata militanza politica dei giornalisti italiani escludeva
la possibilità che la FNSI potesse aderire ad una organizzazione
sindacale espressione di un solo partito. D'altra parte l'esiguo numero
di giornalisti sconsigliava la loro frammentazione nelle diverse
Confederazioni sindacali, pena l'annullamento di ogni seria
rappresentatività di categoria. Unica soluzione, senza alternative, fu
pertanto quella di consolidare la Federazione della Stampa come
sindacato unico e unitario del giornalismo italiano. A convalidare
questa scelta, resa obbligata dagli eventi, intervenne subito
l'adesione della CSC al patto d'alleanza con la FNSI del '47, patto che
fu in seguito sottoscritto da tutte le nuove Confederazioni sindacali,
dalla CISL, dalla UIL e, infine, anche dalla CISNAL, l'organizzazione
sindacale di estrema destra.

12. I primi contratti del dopoguerra

Un terreno sul quale verificare la capacità e la forza della
Federazione come organismo sindacale autonomo doveva essere,
ovviamente, quello contrattuale. Il congresso di Palermo aveva dedicato
buona parte dei suoi lavori al tema del rinnovo del contratto di
lavoro, fissando in 25 punti le linee della nuova contrattazione. Un
mese più tardi, il 26 novembre del' 46, la Federazione sottoscriveva a
Firenze con l'Associazione Editori dell'alta Italia e con l'Unione
Nazionale Editori Giornali a Roma un accordo per l'adeguamento delle
retribuzioni nel quale si recepivano anche le misure e le modalità di
erogazione dell'indennità di contingenza e degli assegni familiari
previste dall'accordo interconfederale 27 ottobre 1946.

Questo primo accordo, sia pure limitato agi aspetti economici,
segnava la ripresa delle relazioni sindacali con la controparte
editoriale e sanciva l'autonomia e la piena rappresentatività della
Federazione.

Il primo contratto di lavoro, vero e proprio, firmato dalla nuova
FNSI fu stipulato il 23 luglio del 1947 e seguiva di pochi mesi un
accordo di poche righe con il quale si era introdotta nella
retribuzione del giornalista una nuova indennità, battezzata con il
nome di indennità redazionale e che di fatto non era altro che la
vecchia indennità demografica, abolita nominalisticamente per il suo
evidente richiamo al vecchio regime.

I! clima politico nel quale si sviluppò la trattativa non era certo
tra i più favorevoli per il movimento sindacale. Era iniziata in quei
mesi la «guerra fredda» che per decenni avrebbe diviso il mondo e le
coscienze in due fronti contrapposti e incomunicabili. La frattura tra
i partiti dell'ormai defunto CLN iniziata con l'estromissione dal
governo De Gasperi dei socialcomunisti era da considerarsi
irreversibile ed ogni manifestazione sindacale appariva come una
provocazione politica manovrata dall'opposizione. Peraltro, le stesse
condizioni economiche delle aziende editoriali attraversavano una
congiuntura sfavorevole, mentre si avviava rapidamente a conclusione la
primavera resistenziale che aveva visto il fiorire di numerose testate
quotidiane e periodiche. La trattativa con gli editori, che intendevano
smantellare tutte le guarentigie che i contratti corporativi avevano
assicurato alla categoria, fu particolarmnte difficile e, per la prima
volta nella storia del sindacato dei giornalisti italiani, su
iniziativa dell' Associazione Lombarda dei giornalisti fu proclamata
una giornata di sciopero.

Il contratto del' 47 tracciò le linee della nuova struttura
contrattuale sulla base del precedente contratto del '39,
modificandolo, in apparenza, integralmente, di fatto mantenendone i
contenuti normativi, sia pure adeguandoli alla modificata realtà e
facendo giustizia degli orpelli scenografici cari al fascismo. La nuova
architettura contrattuale, così definita, era destinata a restare
inalterata sino al giorno d'oggi.

Il contratto si apriva con la previsione delle due fattispecie di
lavoro giornalistico subordinato, quello a tempo pieno (art. l) e
quello di collaborazione fissa (art. 2), ridisegnava le possibilità di
contratto a termine (art. 3) e il periodo di prova (art. 4),
l'esclusiva (art. 8) e la cessione servizi (art. 14), il matrimonio e
la maternità (art. 24), la malattia e l'infortunio (art. 25), le ferie
(art. 23), la tredicesima mensilità (art. 15) e il servizio militare
(art. 26), i legittimi motivi di risoluzione del rapporto (clausola di
coscienza art. 32), il trapasso di proprietà dell'azienda (art. 30) e
l'indennità in caso di morte (art. 31). Tutte norme che conservano,
dopo quasi mezzo secolo, la loro collocazione, e spesso la stessa
formulazione, nel contratto in vigore.

Le innovazioni sostanziali del contratto del' 47 furono
rappresentate dalla previsione della scala gerarchica, con i relativi
trattamenti economici (redattore ordinario, caposervizio, redattore
capo, corrispondenti), che in adesione alla politica salariale di
quegli anni, che prevedeva le così dette «gabbie salariali», erano
diversamente definiti da città a città, sulla base del differente costo
della vita. Ai minimi tabellari si aggiungeva l'indennità di
contingenza e un «terzo elemento». Altri aspetti retributivi erano gli
scatti di anzianità (art. 13), che da quinquennali divenivano biennali
nella misura del 5% da calcolarsi sul minimo di categoria, la
maggiorazione per lavoro notturno (art. 17), pari al 10% del minimo e
che era erogata a titolo di rimborso spese per i soli giornalisti con
il trattamento minimo contrattuale, la maggiorazione per lavoro
domenicale e festivo (art. 19), pari ad un ventiseiesimo della
retribuzione mensile maggiorato dell'80%. Ovviamente venivano
conservati gli istituti dell'indennità fissa (art. 27), delle ferie
(art. 23), dell'indennità redazionale già indennità demografica (art.
16), della previdenza (art. 21).

Il contratto regolava anche il rapporto di lavoro dei praticanti
(art. 35), dei pubblicisti (art. 36), ai quali si applicava la
normativa limitatamente ad alcuni articoli, dei giornalisti addetti ai
periodici (art. 39), che avevano diritto ad un trattamento economico
tabellare ridotto del 15% rispetto a quello dei giornalisti dei
quotidiani e per i quali la normativa contrattuale si applicava con
alcune limitazioni.

Sul piano normativo fu riscritto l'art. 6 relativo ai poteri del
direttore, ma non in termini sostanziali. Si confermava che le facoltà
del direttore dovessero essere stabilite in accordi con l'editore «tali
da non risultare in contrasto con quanto stabilito» dal contratto
nazionale e si sanciva (art. 7) come «competenza specifica ed
esclusiva» del direttore quella di impartire le direttive politiche e
tecnico-professionali, stabilire le mansioni, dare le disposizioni per
il buon andamento del servizio, fissare gli orari.

Ma l'istituto normativo del tutto innovativo introdotto dal
contratto del'47 fu la previsione e la regolamentazione del comitato di
redazione (art. 34), come rappresentanza sindacale aziendale dei
giornalisti. Era una innovazione di grande rilievo che segnava
emblematicamente il passaggio nelle relazioni industriali dal regime
corporativo al nuovo regime democratico. La richiesta di una
rappresentanza aziendale regolata nel contratto di lavoro era stata
avanzata dai giornalisti nel congresso di Palermo e si rifaceva
sostanzialmente all'accordo «Buozzi-Mazzini» stipulato il 2 settembre
1943 e rinnovato nell'agosto del '47 mediante il quale si creavano
all'interno delle aziende industriali le «commissioni interne». Al
comitato di redazione, eletto dai redattori di ogni singola testata,
era demandato il compito di mantenere il collegamento tra i giornalisti
dipendenti e le associazioni di stampa territoriali, controllare
sull'applicazione della normativa contrattuale all'interno l'azienda,
tentare la conciliazione delle controversie individuali, «esprimere
pareri e formulare proposte» sull'organizzazione dei servizi. Ai
componenti il comitato di redazione era assicurata la tutela sindacale,
cioè il divieto di licenziamento e di trasferimento.

Riappariva, infine, nel testo del'47 il collegio per la
conciliazione delle controversie, già presente come collegio
proibivirale nei contratti prefascisti e abolito dai contratti e dal
regime corporativo.

Al contratto del '47 seguiva, nel luglio dell'anno successivo, un nuovo accordo per la rivalutazione delle retribuzioni.

Due mesi dopo, dal 24 al 28 ottobre' 48, si svolgeva a S. Remo il
secondo congresso nazionale della Federazione avendo al centro della
discussione numerose relazioni sui principali temi oggetto della
politica federale. Ferdinando Schiavetti, figura di primo piano
dell'antifascismo, ultimo direttore nel 1926 della Voce Repubblicana,
esponente del partito d'azione e dopo il suo scioglimento confluito nel
partito socialista, parlò sulle norme della legge per la stampa che
l'Assemblea Costituente aveva approvato da pochi mesi. Enrico Mattei,
uno dei più qualificati commentatori politici, relazionò sui problemi
dell'albo professionale, che sembrava essere di imminente
regolamentazione legislativa. Alfonso Cavazza parlò del contratto di
lavoro.

Al termine della discussione il Congresso approvò un ordine del
giorno che chiedeva la più ampia libertà di stampa possibile e poneva,
come «unico limite», «la salvaguardia delle istituzioni e della
onorabilità del cittadino». Sempre in tema di libertà di stampa, il
congresso rinnovò la richiesta, anche in adempimento del dettato
Costituzionale, di norme di legge che garantissero la «pubblicità delle
fonti di finanziamento dei giornali».

Tra i problemi sindacali venne posta particolare attenzione
all'assorbimento giornalisti disoccupati e si chiese che nel contratto
di lavoro fossero allargati i compiti e i poteri dei comitati di
redazione per garantire un più efficace controllo su «l'applicazione
del contratto specie per quanto riguarda le assunzioni».

Sulla base della relazione Mattei fu anche approvato un ordine del
giorno che auspicava la nascita dell'ordine professionale, come organo
di autodisciplina della categoria. Dal congresso vennero, infine,
confermati ai vertici del sindacato Facchinetti e Azzarita.

Il successivo contratto di lavoro veniva stipulato il 4 marzo del
1949. Le modifiche normative introdotte non furono molto rilevanti.
Oltre la normale rivalutazione dei minimi, cui si aggiungeva una
«speciale indennità giornalistica mensile» senza alcun effetto su tutte
le altre voci retributive contrattuali, si fece un ulteriore passo
avanti nell'equiparazione del trattamento dei giornalisti dei periodici
con quello dei giornalisti dei quotidiani. Si concordò, infatti, un
minimo tabellare per i giornalisti dei periodici inferiore a quello dei
giornalisti dei quotidiani nella misura del 10%. Fu definito, sulla
base delle disposizioni legislative, il trattamento delle giornaliste
in maternità e elevato da 15 a 20 il periodo di ferie in caso di
matrimonio. Nessuna modifica si ottenne, nonostante le aspettative,
sulle competenze del comitato di redazione. L'unica significativa
innovazione riguardò i poteri del direttore cui fu aggiunto quello di
proporre le assunzioni dei giornalisti e «per motivi
tecnico-professionali» i licenziamenti.

Il contratto del' 49 fu stipulato con una durata molto breve. Ne era
prevista, infatti, la scadenza al 30 giugno dell'anno successivo, ma
già a febbraio del '50 le parti procedevano ad un accordo di
rivalutazione delle retribuzioni. Lo stesso anno, nel mese di dicembre,
veniva stipulato il nuovo contratto di lavoro, che sarebbe rimasto in
vigore sino al giugno del 1953.

La rinnovazione contrattuale fu preceduta dal Congresso nazionale
della Federazione, che si svolse a Riccione tra il 16 e il 18 settembre.

Il 21 dicembre del 1949 il Consiglio Nazionale aveva eletto Vittorio
Emanuele Orlando alla presidenza della Federazione a seguito delle
dimissioni di Facchinetti. Il congresso di Riccione riacclamò Orlando
come presidente e confermò Azzarita alla guida del sindacato.

A conclusione dei lavori l'Assemblea, che sentiva tutti i limiti,
imposti da una situazione politica non esaltante, entro cui il
sindacato era costretto a muoversi in una atmosfera di generale
diffidenza nei confronti di una incontrollata libertà della stampa,
approvò numerosi ordini del giorno in difesa del principio della
libertà di stampa e contro i tentativi di limitarla legislativamente.
Fu reiterata la scelta del sindacato a favore dell'istituzione
dell'albo professionale, che ancora una volta sembrava di prossima
discussione alle Camere.

«Contro disegni di legge pericolosi per la libertà di stampa» il
congresso ribadì il principio «dell'autodisciplina della categoria» e
si espresse contro le norme sequestro preventivo dei giornali. Un fermo
no venne opposto ai tentativi di «riesumare disposizioni liberticide
contro la stampa».

Il contratto del 2 dicembre 1950 fu firmato, per la prima volta nel
dopoguerra da un'unica organizzazione imprenditoriale, la Federazione
Italiana Editori Giornali, costituitasi a seguito della fusione tra
l'Associazione degli editori dell'alta Italia e l'Unione Nazionale
Editori, che riuniva le aziende editoriali di Roma e del sud. Il
contratto non ebbe nessuna innovazione di rilievo, tranne, ovviamente,
la revisione dei trattamenti economici, un aumento dell'indennità per
cessione servizi, dal 10 al 15 per cento, della maggiorazione per
lavoro notturno dal 10 al 14 per cento, e un aumento della tredicesima
mensilità, calcolata in una misura pari ai trenta ventiseiesimi della
retribuzione di dicembre. Anche questo contratto prima di giungere a
una naturale scadenza fu preceduto, nel giugno del '52, da un accordo
di adeguamento delle clausole economiche.

Nell'aprile del 1951 Federazione della Stampa e Federazione Editori
firmavano un accordo relativo all'indennità di contingenza. Questa
indennità era stata introdotta nel sistema retributivo italiano nel
1945, su iniziativa della CGIL, che aveva stipulato un accordo con le
organizzazioni imprenditoriali per la rivalutazione automatica dei
salari rispetto all'andamento del costo della vita. Il meccanismo di
calcolo dell'indennità di contingenza subirà nel tempo continue
modifiche, sempre contrattate a livello interconfederale tra le
maggiori organizzazioni sindacali dei lavoratori, CGIL, CISL e UIL, e
le organizzazioni padronali.

La Federazione della Stampa e la Federazione Editori, sin
dall'inizio, avevano recepito con accordi separati l'applicazione alle
retribuzioni dei giornalisti dell'indennità di contingenza. Con
l'accordo del 1951 le parti ribadivano la loro potestà negoziale sulla
materia adeguando il meccanismo di calcolo in vigore alle esigenze del
settore editoriale.

Nello stesso anno la Federazione conquistava un altro importante
obiettivo istituzionale. Con legge del 20 dicembre 1951 n. 1564, meglio
conosciuta come «legge Rubinacci», l'Istituto di Previdenza (INPGI),
intitolato a Giovanni Amendola acquisiva il riconoscimento giuridico di
ente di diritto pubblico sostitutivo per la categoria giornalistica di
ogni forma assistenziale e previdenziale.

Alla fine del 1952, dal primo al 6 di ottobre, si svolgevano a
Merano i lavori del quarto congresso nazionale della Federazione.
Contratto e legge sulla stampa continuavano ad essere i temi principali
di confronto dei giornalisti italiani. Alla vigilia del. nuovo rinnovo
contrattuale il congresso chiese che fosse stabilita parità di
trattamento economico tra i giornalisti dei quotidiani e i giornalisti
dei periodici. Preoccupati per «il livellamento delle retribuzioni» i
delegati auspicavano che nel nuovo contratto gli automatismi in
percentuale non fossero più riferiti ai soli minimi bensì alle
retribuzioni di fatto.

Molti delegati denunciarono dalla tribuna congressuale una eccessiva
violazione di norme contrattuali da parte degli editori e il Congresso
chiese la costituzione di una commissione paritetica Fieg-Fnsi per
esaminare la situazione sindacale «venutasi a creare in seguito alle
infrazioni contrattuali» denunciate dalle Associazioni di stampa e che
consentisse di individuare soluzioni che «valgano a tutelare
l'applicazione del contratto».

La tensione creata dai ripetuti tentativi di interpretare in senso
restrittivo i contenuti della legge sulla stampa indussero il congresso
a chiedere una rigida limitazione dei possibili casi di sequestro dei
giornali ad opera della magistratura.

Orlando e Azzarita furono riconfermati nelle rispettive cariche, m
il 23 aprile 1953 Vittorio Emanuele Orlando veniva sostituito, a
seguito delle sue dimissioni rassegnate per motivi di salute, da
Alessandro Casati, senatore a vita, esponente di prestigio del partito
liberale e più volte ministro. Il 14 settembre del 1954, dimessosi
Casati, la presidenza della Federazione venne affidata a Giovanni
Porzio, anche' egli vecchio rappresentante della classe politica
liberale prefascista e vice presidente del Consiglio nel V governo De
Gasperi.

Nel frattempo il 25 luglio 1953 veniva stipulato il nuovo contratto di lavoro.

 

13. La Federazione verso la scissione

 

Dal 21 al 26 novembre del 1954, ancora una volta a Palermo, il V
Congresso della Federazione, avendo al centro della discussione le
tematiche contrattuali e il problema sempre vivo della difesa della
libertà di stampa.

Numerosi ordini del giorno puntualizzarono la posizione del
sindacato in previsione del rinnovo contrattuale. Lavoro notturno,
scatti di anzianità, lavoro festivo ecc., tutti gli istituti
contrattuali furono esaminati e su tutti, instaurando una prassi che
diventerà una costante furono avanzate richieste di sostanziale
modifica in sede di trattative.

Ma tra tutti glia spetti contrattuali affrontati affiorarono due
problemi di prevalente interesse per il sindacato: il fenomeno
dell'abusivismo e il controllo delle assunzioni. Sul primo si chiese la
mobilitazione dei comitati di redazione perché vigilassero e
denunciassero i casi di abusivato, e delle associazioni, invitate a
prendere provvedimenti disciplinari nei confronti dei direttori che
utilizzassero abusivi. Sul secondo problema il congresso chiese che
fosse formalizzato un impegno degli editori a «presentare ogni sei
mesi» alle organizzazioni sindacali l'elenco aggiornato dei giornalisti
dipendenti specificando ogni nuova assunzione. Una richiesta che dovrà
aspettare ancora venticinque anni prima di essere tradotta in una norma
contrattuale. L'assemblea congressuale si espresse anche a favore del
blocco delle assunzioni sino a quando non fossero stati riassorbiti i
giornalisti disoccupati.

Sul tema della libertà di stampa fu riaffermata l'ormai storica
posizione del sindacato a favore dell'eliminazione di ogni
«sopravvivenza di legislazione illiberale» e della accessibilità alle
fonti di informazione.

A conclusione dei lavori Azzarita e Porzio furono riconfermati alla
guida del sindacato. Tuttavia il 31 gennaio del 1955 Porzio si dimise e
la presidenza fu assunta, come reggente, dal vicepresidente Giuseppe
Lupis, che la mantenne fino al 30 aprile 1956, allorché il consiglio
nazionale rielesse come presidente Alberto Bergamini.

Con l'inizio degli anni cinquanta si poteva ritenere ormai conclusa
la rase di ricostituzione della Federazione della Stampa dopo la
parentesi fascista e si apriva una fase di gestione entro limiti di
operatività molto ristretti, imposti dalla situazione generale del
paese, caratterizzata da una sostanziale restaurazione moderata, e
dalle condizioni delle imprese editoriali ormai prive di slanci
innovativi e chiuse in un grigiore generalizzato.

Gli stessi rinnovi contrattuali risentiranno di questo clima e non
conterranno innovazioni di particolare rilievo. Bisognerà attendere gli
anni sessanta con il boom economico e l'inizio sul piano politico
dell'esperimento del centro sinistra che, come recitava uno slogan di
quegli anni, allargava le basi della partecipazione democratica, per
una nuova stagione di cambiamento della Federazione.

Nei primi anni '50 ricomparvero all'interno della Federazione
divisioni e incomprensioni che rischieranno, come vedremo, di spaccare
e dissolvere l'organizzazione sindacale, e che si ricomporranno
felicemente solo alla fine del decennio con le dimissioni di Leonardo
Azzarita, che aveva l'indubbio merito di essere stato il maggior
artefice della rinascita federale, ma che aveva caratterizzato la sua
guida del sindacato con una impronta decisionista e accentratrice,
fonte di insofferenze sempre più diffuse. Già nel corso del 1954
l'Associazione della Stampa romana apriva una polemica con la
Federazione, accusata di interferire nella sfera di competenza
associativa. La Romana era la maggiore tra le associazioni federate,
rappresentava il 50% della categoria e mal sopportava un patto federale
che di fatto riduceva notevolmente il suo peso nelle scelte di politica
sindacale.

Questa prima fase di scontro tra Romana e vertice federale si
concluse con una ricomposizione e il sesto congresso della Federazione,
che ebbe luogo a Trieste dal 6 all'1l ottobre del 1956, sembrò porre
fine ad un periodo di polemiche. Leonardo Azzarita nella sua relazione
dirà: «il biennio '54-'56 è stato quello della comprensione reciproca e
dell' affermazione piena della coscienza unitaria dei giornalisti
italiani dopo dissensi contrasti e dibattiti vivacissimi».

Al congresso di Trieste intervenne per il Governo il ministro di
grazia e giustizia, Aldo Moro, che illustrò le linee del suo diseguo di
legge sull'istituzione dell'Ordine professionale e dell'albo dei
giornalisti, che sarebbe, però, decaduto con lo scioglimento delle
Camere e la fine della legislatura.

I problemi contrattuali occuparono gran parte delle giornate
congressuali che si conclusero con l'approvazione di 11 ordini del
giorno tutti di argomento contrattuale.

Lo scontro tra la Romana e la Federazione, dopo l'intesa ratificata
con il congresso di Trieste, era però destinato a riaccendersi.
L'occasione, come ogni casus belli, fu offerta da un episodio marginale, che testimoniava la permanenza di uno stato di tensione all'interno del sindacato.

A Milano, il primo di ottobre del 1958 si aprivano i lavori del
settimo congresso federale che proseguivano nei giorni successivi a
Gardone. Nel corso della verifica poteri risultò che la delegazione
romana si era presentata con due delegati in più, uno professionista e
uno pubblicista. Sorse subito un problema di interpretazione della
norma statutaria sulla composizione delle delegazioni che la
commissione verifica poteri, dopo una lunghissima discussione, non
riuscì a risolvere demandando ogni decisione al Congresso. Ne nacque
subito un'aspra polemica alimentata anche da un'accusa di morosità nei
confronti della stessa Romana. Con particolare veemenza le si
schierarono contro le Associazioni di Milano e del Friuli, tanto che la
delegazione romana, guidata dal suo presidente, Giuliano Zincone,
succeduto a Enrico Mattei alla fine del '57, decise di abbandonare i
lavori congressuali.

L'allontanamento dei romani non impedì la prosecuzione dell'assise
congressuale che affrontò la discussione sulla nuova legge 4 marzo 1959
n. 127 che aveva modificato gli art. 57, 58 e 59bis del codice penale,
prevedendo, in presenza di reati a mezzo stampa, la responsabilità del
direttore del giornale per omissione di controllo. La Federazione
riaffermò la sua tradizionale posizione che «dei reati a mezzo stampa
debba rispondere penalmente solo l'autore della pubblicazione salvo i
casi di concorso» e invocò una piena amnistia per i reati a mezzo
stampa.

All'assise congressuale partecipò il ministro del lavoro, Vigorelli,
che nel suo intervento di saluto espose le linee dell'azione del suo
dicastero teso a dare, mediante legge, validità erga omnes ai
contratti collettivi e quindi anche al contratto di lavoro
giornalistico. Il clamoroso atto di protesta dell'Associazione romana
non provocò ripercussioni immediate. Il consiglio nazionale federale
non era eletto, in quegli anni, dal congresso, ma era composto, in
ottemperanza al «patto federale», su base sostanzialmente paritaria,
motivo anche questo di frizione, dai rappresentanti di tutte le
associazioni federate. L'abbandono dei lavori congressuali non
significò perciò un'esclusione della romana dal parlamentino sindacale
e lo stesso Zincone, subito dopo la conclusione del congresso, volle
chiarire che l'atto dei delegati romani doveva essere interpretato come
manifestazione di protesta e non come «uscita dalla Federazione o
scissione». Nella prima riunione del consiglio nazionale, infatti,
Zincone assumeva l'incarico di vicepresidente. Ma nonostante i
rappresentanti della Romana riprendessero il loro posto in seno agli
organi federali, la frattura di Gardone, che covava da tempo e che non
aveva trovato soluzione, era destinata a riacutizzarsi nel giro di
pochi mesi.

L'organo di stampa dell'associazione romana non tralasciava
occasione per polemizzare con Azzarita, che oltre ad essere consigliere
delegato della Federazione era anche segretario della commissione per
la tenuta degli albi e presidente dell'Istituto di previdenza,
accusandolo di egemonizzare 1a vita del sindacato cumulando impegni e
incarichi. Ma la nuova occasione di conflitto si presentò alla fine del
'59 con lo scoppio del caso «Zincone-Gorresio».

Dal 5 al 7 novembre di quell'anno nel corso di una sessione del
Consiglio nazionale, il consiglio stesso fu ricevuto dal capo dello
Stato, Giovanni Gronchi, che in quei giorni si apprestava a partire per
l'Unione Sovietica in visita ufficiale. Quella decisione presidenziale
era stata fortemente criticata dagli ambienti vaticani ed aveva aperto
malumori e polemiche all'interno del mondo politico diviso tra una
destra che vedeva nel gesto del presidente il «tradimento»
dell'alleanza atlantica e esecrabile apertura al mondo comunista e una
sinistra plaudente per le stesse motivazioni. Il presidente Gronchi,
visibilmente irritato dalle critiche, soprattutto da quelle che gli
arrivavano dal Vaticano, colse l'occasione dell'incontro con il
consiglio della Federazione della Stampa per dichiarare che con le
trasformazioni della società e delle istituzioni «risultano passibili
di revisioni e di mutamenti anche i concordati che regolano i rapporti
tra Chiesa e Stato».

Il giorno dopo il quotidiano della capitale Il Tempo
riportava la dichiarazione presidenziale in un servizio di Vittorio
Zincone, che aveva partecipato all'udienza in Quirinale. Come si può
immaginare era benzina sul fuoco e da questo incendio fu investita la
Federazione della Stampa. Bergamini e Azzarita stigmatizzarono nel
Consiglio nazionale, che non aveva concluso i suoi lavori, l'iniziativa
di Zincone, criticata peraltro da quasi tutti i consiglieri. Nella
polemica divampata all'interno del sindacato intervenne pubblicamente
Augusto Guerriero che in una lettera di solidarietà a Zincone, per aver
svolto il suo dovere di giornalista, affermava che «nel mondo della
stampa le cariche sindacali vanno troppo spesso ai sottoufficiali del
giornalismo». Per questa frase Guerriero venne deferito ai probiviri
della Federazione. Ad inasprire maggiormente i contrasti si era
innestata, contestualmente al caso Zincone, una polemica della romana
con Azzarita, che nel corso dell'udienza con Gronchi aveva
preannunciato al capo dello Stato la convocazione a Roma di un
congresso mondiale di tutte le organizzazioni giornalistiche dell' est
e dell'ovest. La dichiarazione di Azzarita, che riguardava
un'iniziativa di cui il consiglio nazionale non aveva ancora discusso,
fu interpretata come un'ennesima prova del suo autoritarismo
decisionista.

Ce n'era abbastanza per atti clamorosi e, infatti, l'associazione
romana decise di abbandonare definitivamente il consiglio nazionale,
aprendo la via alla scissione. Nell'aprile del 1960 il consiglio
direttivo dell'Associazione della stampa ratificava la rottura del
patto federale e l'uscita dalla Federazione.

Mentre una parte minoritaria dei giornalisti romani, che si era
costituita in corrente con il nome di «Rinnovamento sindacale»,
dichiarò di non condividere le decisioni scissionistiche
dell'associazione, la dissidenza alla linea Azzarita fece ben presto
nuovi proseliti. Di fronte al tentativo di Azzarita di rinviare il
congresso federale sostituendolo con una «Costituente» della categoria,
le associazioni di Milano, di Napoli e di Bologna, fortemente
dissenzienti, si avvicinarono alla romana e alla dirigenza federale non
rimase che convocare il nuovo congresso per la fine del 1961.

Ai lavori congressuali, che si svolsero a Rapallo, non
parteciparono, naturalmente, i delegati romani e l'insoddisfazione
diffusa ormai in tutte le associazioni portò il congresso a invocare
una «radicale e organica riforma statutaria della struttura
organizzativa ed associativa della FNSI e delle AA. RR. SS.» e la
trasformazione del congresso in Costituente.

Ma la delegazione lombarda, che in passato, come abbiamo visto, era
stata fortemente critica nei confronti dell'associazione romana,
abbandonò il congresso dichiarando che allo scopo di perseguire l'unità
della categoria intendeva aprire trattative dirette con l'Associazione
della stampa romana. Il presidente del congresso Lupis per evitare
ulteriori lacerazioni, sospese la seduta e aggiornò i lavori a nuova
data. Si dovette attendere, però, parecchi mesi prima di poter
concludere positivamente con una ufficializzazione congressuale quella
che si era dimostrata una lunga e dolorosa vertenza interna che aveva
rischiato di frantumare il sindacato dei giornalisti. A favorire la
ricomposizione contribuì lo stesso Azzarita che nel mese di maggio del
'62 rassegnava irrevocabilmente le sue dimissioni, preceduto nel mese
di gennaio da Bergamini che aveva deciso di abbandonare la presidenza.
Così l'ottavo congresso potette concludersi solo nel giugno del 1962 a
Sorrento.

La sessione congressuale di Sorrento, aperta dalla relazione di
Adriano Falvo, presidente dell'Associazione napoletana, che aveva retto
insieme a Cesare Ugolini la Federazione in quei mesi di interregno dopo
il ritiro di Azzarita, si chiuse con l'approvazione di un'ampia riforma
statutaria che allargava la rappresentatività delle grosse
associazioni, in particolare, quindi, della Romana, prevedeva
l'elezione in congresso di una parte dei consiglieri nazionali e
istituiva, come organo di governo, una Giunta esecutiva federale,
eletta dal consiglio nazionale. A presiedere la Giunta esecutiva venne
chiamato lo stesso Adriano Falvo e alla presidenza della Federazione
Mario Missiroli, uno dei più famosi giornalisti italiani, per anni
direttore del Messaggero e, anche per questo, vicino all'Associazione
romana.

II congresso di Sorrento, con la rinnovata unità sindacale, le
modifiche statutarie e l'affermazione di un nuovo gruppo dirigente
chiudeva una stagione di ombre e di luci nella vita del sindacato,
caratterizzata dalla forte presenza di Leonardo Azzarita, e ne apriva
una nuova che avrebbe portato nel giro di un decennio a grandi
cambiamenti.

La principale conquista sindacale degli anni '50, come abbiamo visto
resta il riconoscimento giuridico dell'Istituto di Previdenza. Sul
piano dei rinnovi contrattuali si ottennero solo modifiche marginali,
oltre i consueti adeguamenti dei minimi tabellari, mentre da più parti
si elevavano proteste, sempre più insistenti, su numerose
disapplicazioni del contratto, sintomo di una intrinseca debolezza
delle strutture sindacali.

I contratti 1 luglio 1953-30 giugno 1955, 1 dicembre 1955-31
dicembre 1957 (prorogato al 31 dicembre 1958) e 1 gennaio 1959-31
dicembre 1960 non presentano infatti, grandi innovazioni. Un nuovo
istituto contrattuale, l'assicurazione infortuni, venne introdotto con
il contratto del '55, mentre con il contratto del '653 si ricomprasse
l'indennità di contingenza nel calcolo degli aumenti biennali d'
anzianità. Con lo stesso contratto furono aumentati i giorni di ferie
(un mese per i giornalisti con meno di 25 anni di anzianità, 35 giorni
con oltre 25 anni). U1teriori passi avanti furono compiuti
nell'equiparazione di trattamento tra i giornalisti dei quotidiani e
quelli dei periodici. Con il contratto del '53 si ottenne la parità di
trattamento economico per i giornalisti dei periodici «di carattere
prevalentemente politico, di particolare importanza e a diffusione
naziona1e» e ulteriori miglioramenti normativi furono raggiunti con il
contratto del '59, rimanendo pur sempre ferma la distinzione di
trattamento tra i due comparti editoriali. Nello stesso periodo, sulla
scia degli accordi interconfederali, fu raggiunta con la FIEG (15
gennaio 1955) un'intesa per il riassetto zonale dei giornalisti.

Con il contratto del '59, che inaugura la lunga serie dei contratti
biennali, si raggiunse, infine, un obiettivo di grande rilievo
giuridico. Come aveva preannunciato al congresso di Gardone il ministro
del lavoro Vigorelli, il parlamento con legge 14 luglio 1959 n. 741
aveva delegato i1 Governo ad emanare disposizioni «al fine di
assicurare minimi inderogabili di trattamento economico e normativo nei
confronti di tutti gli appartenenti ad una categoria». In attuazione
della legge, con DPR 16 gennaio 1961 n. 153, il contratto nazionale di
lavoro giornalistico acquistava validità erga omnes, era, cioè,
applicabile, con forza di legge, a tutti i rapporti di lavoro
giornalistico, anche nelle aziende non aderenti alla FIEG.

14. Verso nuovi equilibri

Il cambio nella gestione federale portò, come era nell'auspicio di
tutti, ad una migliore intesa tra le associazioni, in particolare con
l'Associazione di Roma il cui rientro nella vita federale fu sanzionato
nel nono congresso, che si svolse dal 12 al 17 maggio del 1964 a
Cagliari, in omaggio alla nuova associazione della stampa sarda,
costituitasi nel 1961. «L'impegno assunto a Sorrento è stato mantenuto»
dirà Falvo nella sua ampia relazione introduttiva salutando il rientro
dei delegati romani.

L'intesa era stata raggiunta anche grazie ad un'ulteriore modifica
statutaria che, pur non introducendo il principio della piena
rappresentanza proporzionale, come volevano i romani, allargava la
presenza delle grosse associazioni negli organi federali. Ricucita la
frattura interna il congresso discusse, oltre che del contratto, della
legge istitutiva dell'ordine, approvata, finalmente, l'anno precedente
e che attendeva il regolamento di attuazione.

La legge, perseguita per anni dalla categoria, venne elogiata da
tutti i delegati che la interpretarono come uno strumento di tutela
professionale, utile sul piano sindacale nella lotta all'abusivismo.

Per quanto riguarda la legge sulla stampa, ancora una volta, il
congresso invitò il Parlamento a modificare le norme in vigore per
depenalizzare la responsabilità del direttore «quando non sia provato
il dolo».

Il mutamento delle condizioni generali del Paese, con il logoramento
della fase centrista e l'inizio della politica di apertura a sinistra,
favorita da un impensabile sviluppo dell'economia e della ricchezza
nazionale, aveva dato il via ad un processo di rinnovamento
dell'editoria giornalistica, ingessata per un decennio in un
conformismo filogovernativo rotto da rarissime eccezioni. La nuova
prospettiva non poteva non avere riflessi nella vita del sindacato dei
giornalisti, chiamato a rispondere ad una crescente domanda di presenza
e di organizzazione sindacale all'interno delle aziende. Il ruolo dei
comitati di redazione, organismi sindacali di base, crebbe notevolmente
in quegli anni allargando la partecipazione alla vita sindacale e
ponendo istanze nuove agli organismi nazionali. I miglioramenti
economici non esaudivano più le esigenze e le aspettative della
categoria, nel cui ambito emergeva la necessità di tutelare, anche
contrattualmente, altri valori, come l'autonomia del giornalista, la
sua crescita professionale, la partecipazione delle redazioni alla vita
delle imprese giornalistiche. I problemi dell'editoria non erano più
sentiti come un fatto privato degli editori, ma come aspetti intrinseci
alla libertà di stampa e, come tali, erano considerati di interesse
pubblico. Problemi, quindi, che i giornalisti avevano il diritto e il
dovere di affrontare.

Quanto fossero cambiate la categoria giornalistica e il suo
sindacato lo aveva testimoniato emblematicamente il primo sciopero
nazionale di 24 ore proclamato dalla Federazione della Stampa, pur tra
molte incertezze e titubanze, il 5 dicembre del 1958, a sostegno della
vertenza per il rinnovo del contratto di lavoro.

Era il sintomo di una rinnovata maturità e di una presa di coscienza
collettiva che segnava la crescita sindacale del giornalismo italiano.

Testimonianza di questa nuova stagione della vita sindacale furono i
dibattiti congressuali e i rinnovi contrattuali, più attenti alle
esigenze emergenti.

A Venezia, dal 12 al 17 settembre del 1966, si svolgevano i lavori
del decimo congresso della Federazione. Come base per la discussione,
oltre la relazione di Adriano Falvo, veniva presentato
dall'associazione di Roma un ampio «documento di politica sindacale»
che affrontava non solo i problemi contrattuali (era in corso di
sperimentazione la settimana corta) ma anche quelli di struttura e di
azione del sindacato.

L'assemblea si soffermò ampiamente sulla riforma del processo penale
per chiedere una «radicale riforma dei sistemi istruttori che
garantisca attraverso la pubblicità e il contraddittorio dei principali
atti istruttori i diritti degli imputati e della difesa, ma anche
quelli della libertà di stampa, strumento insostituibile di controllo
della vita democratica».

Ma buona parte del dibattito fu dedicata ai problemi dell'editoria e
il documento finale approvato sollecitò Governo e Parlamento a varare
un intervento legislativo che introducesse facilitazioni nell'acquisto
della carta, nelle tariffe e nella pubblicità, oltre che prevedere un
orario di «chiusura» serale obbligatoria per i quotidiani.

L'esigenza di un rinnovamento radicale nell'azione del sindacato,
nutrita di fermenti crescenti all'interno delle associazioni e delle
redazioni, sviluppò un ampio movimento trasformatosi in una vera e
propria corrente, «Rinnovamento sindacale», destinata a mutare il volto
della Federazione. Alla tradizionale dialettica interassociativa si
sostituiva una nuova dialettica tra contrapposti schieramenti, tra
innovatori e conservatori, fonte in molte occasioni di scontri aspri e
accaniti.

Nel congresso di Gorizia-Grado, svoltosi dal 16 al 20 settembre del
1968 e preceduto nella primavera dal primo convegno nazionale dei
comitati di redazione, la contrapposizione tra i due schieramenti si
delineò chiaramente. Il congresso si articolava su tre temi (il
sindacato, la trasformazione dei mezzi di comunicazione, la libertà di
stampa). Su tutti la discussione, vivace come sempre, fu caratterizzata
da un'aperta contestazione al «sistema federativo».Una larga parte del
Congresso chiedeva che non ci fossero più Federazione e Associazioni ma
un sindacato nazionale di giornalisti. La mozione conclusiva riaffermò
l'utilità del sindacato unitario, chiese l'inserimento dei comitati di
redazione nello statuto federale, come organi del sindacato e
l'adeguamento di tutte le strutture sindacali alle nuove dimensioni del
giornalismo italiano. Anche sul terreno strettamente contrattuale
furono rivendicati maggiori poteri per i comitati di redazione e
provvedimenti per facilitare le innovazioni tecnologiche delle aziende
editoriali.

Si iniziò anche a parlare in termini nuovi di un intervento
legislativo per l'editoria. La mozione approvata, infatti, sosteneva la
necessità che fossero resi pubblici i bilanci editoriali, che fosse
liberalizzato l'accesso alle fonti d'informazione e difeso il principio
del segreto professionale del giornalista.

Nell'arco di tempo che va dal congresso di Rapallo al congresso di
Salerno la Federazione condusse in porto cinque rinnovazioni
contrattuali, che assicurarono alla categoria un notevole arricchimento
di istituti a prevalente contenuto economico, mentre, nonostante le
richieste, ben poco si riuscì ad ottenere sul piano normativo, un
terreno sul quale

le resistenze editoriali, tetragone nella difesa delle proprie prerogative imprenditoriali, si dimostrarono insuperabili.

Il più significativo risultato di questi contratti, ma non il solo,
come vedremo, è certamente la regolamentazione, nell'art. 7,
dell'orario di lavoro, attestazione della «necessità di uscire dalla
fase romantica delle prestazioni ad libitum», come scriverà
Michele Abbate a commento del primo timido passo compiuto nel contratto
1961-'62. Fermo il diritto del direttore di fissare gli orari di
lavoro, si stabiliva che «nel caso tali orari superino i massimi
consentiti dalle norme comuni il comitato o il fiduciario di redazione
provvederà a denunciare il caso alle organizzazioni sindacali che si
impegnano di intervenire presso gli associati per eliminare gli abusi».
Si trattava, come si vede, solo di un varco, sia pure importante, che
poneva, finalmente, nel contratto il problema dell'orario,
istituzionalizzando un momento di conflittualità.

Con il contratto successivo (1963-1964), sia pure limitatamente alle
città sede di giornali o di agenzie, si impiantava l'orario settimanale
di massima di 36 ore per le grandi città e di 40 ore per le altre
(ridotto a 39 con il contratto '69-'70). Un ulteriore aggiustamento fu
raggiunto con il contratto 1965-'66, che introdusse l'arco di impegno,
ovvero la previsione di un periodo massimo (11 ore) entro il quale deve
concludersi la prestazione lavorativa giornaliera del giornalista.

La regolamentazione dell'orario di lavoro apriva la strada alla
settimana corta, anch' essa introdotta con gradualità. Il contratto'
63-' 64 dette vita ad una commissione paritetica che avrebbe lavorato
per verificarne la possibilità di attuazione e che consentì di
inserire, nel contratto successivo, un regime «sperimentale» di
settimana corta, definitivamente ufficializzata con il contratto
'67-'68.

Sul piano più strettamente economico va ricordata la creazione di un
nuovo istituto, l'aggiunta all'indennità redazionale (art. 16), che
compare nel contratto '61-'62 nella misura del 30% del minimo di
categoria, sale al 50% della retribuzione mensile con il contratto
'63-'64, arriva all'85% con il contratto '67-'68 e raggiunge
definitivamente il 100% con il contratto '60-'70.

Con il contratto '61-'62, oltre ad un sostanzioso aumento dei
minimi, si introdusse l'obbligo, conservato nei successivi contratti,
ma abolito negli anni '70, di ricalcolo dei superminimi individuali.
Con il contratto '63-'64 compare l'indennità di agenzia (5% del
minimo), elevata al 7% nel '65, all'11 % nel '67, al 13% nel '69. A
piccoli, ma costanti, passi procedeva il processo di equiparazione nel
trattamento tra giornalisti dei quotidiani e giornalisti dei periodici
e tra professionisti e pubblicisti a parità di prestazione.

Nel complesso i contratti di questo decennio, come abbiamo visto,
registrarono un consistente avanzamento economico per la categoria,
segno non solo della rinnovata capacità negoziale del sindacato, ma
anche di un considerevole miglioramento delle condizioni complessive
dell'editoria italiana che viveva, dopo un lungo periodo di torpore,
una favorevole stagione di sviluppo.

15. Gli anni della crisi dell'editoria

Il decennio, che aveva portato grandi risultati contrattuali e aveva
visto, nonostante gli sforzi di prudenza e di abile mediazione di
Adriano Falvo, l'affiorare di insofferenze e di nuovi contrasti
politici all'interno del sindacato, si chiuse con. congresso di
Salerno, svoltosi dal 6 al l0 ottobre del 1970, che registra un
ribaltamento degli equilibri interni con un ricambio generazionale
nella guida della Federazione.

A favorire il cambio di gestione era intervenuta una nuova riforma
statutaria, realizzata nel congresso straordinario di St. Vincent, che
pur non accogliendo le tesi estremistiche di chi voleva che il
consiglio nazionale fosse integralmente eletto dal congresso, aveva
approvato una soluzione di mediazione che prevedeva l'elezione in
congresso di 11 consiglieri professionisti e 4 pubblicisti, mantenendo
gli altri posti alla rappresentanza associativa.

Sin dall'inizio il Congresso di Salerno registrò una divaricazione
di posizioni una forte polemica con le precedenti gestioni, che coagulò
una maggioranza, si pure esigua, ma sufficiente a far approvare dal
congresso una mozione di aspra critica (106 furono i voti a favore, 98
quelli contrari) nella quale si valutava «in modo negativo il bilancio
della gestione federale uscente espressione di una linea insufficiente
ad affrontare i problemi di fondo della condizione della stampa
italiana».

La maggioranza congressuale riaffermava «la natura oggettivamente
conflittuale» della funzione del sindacato ed individuava nella ricerca
di nuovi poteri per il comitato di redazione, atti a sancire
l'autogestione del lavoro giornalistico, e nella «pubblicizzazione» dei
rapporti tra editori e direttori, gli obiettivi principali sui quali
articolare l'azione del sindacato ed il nuovo contratto di lavoro.

In conseguenza del mutato equilibrio di forze la nuova Giunta
esecutiva, naufragata la proposta di mediazione avanzata da Luigi
Barzini, presidente della Romana, per una «Giunta d'intesa», fu
espressione della corrente di «Rinnovamento sindacale» che portò alla
segreteria federale Luciano Ceschia, mentre il congresso eleggeva alla
presidenza Adriano Falvo.

Lo scontro tra le due anime della Federazione, che a Salerno si
erano duramente confrontate e che era destinato a percorrere tutto il
decennio successivo, rispondeva a due diverse concezioni del sindacato.
Da una parte si esaltava il patrimonio di conquiste della Federazione e
ci si ergeva a custodi della struttura federativa e associativa
ripudiando ogni legame con le Confederazioni sindacali, che non
salvaguardasse una completa autonomia politica e operativa, dall'altra
si intendeva la Federazione come parte del movimento sindacale e come
tale impegnata in prima linea in tutte le battaglie per la crescita
dell'intera società.

La prima posizione, che trovò alla testa l'Associazione di Roma, fu
riassunta a Salerno nelle parole di Aldo Garosci («tener fuori il
sindacato dalla politica, qualsiasi politica costituisce condizione
imprescindibile per la sua incidenza ed efficacia»), mentre la seconda
fu sinteticamente teorizzata dall'intervento di Andrea Barbato («una
strategia che superi ogni concezione del sindacato come strumento di
meri interessi di categoria professionale per collegare la
responsabilità e gli impegni dei giornalisti italiani alla più generale
iniziativa in atto nel Paese, da parte dell'organizzazione dei
lavoratori, sui grandi temi delle riforme sociali per la crescita della
società italiana»).

A Salerno i due schieramenti erano usciti sostanzialmente paritari.
Ma la suggestione di essere destinati a svolgere un ruolo più ampio e
più incisivo nelle scelte politiche e sui destini della società
italiana, che non la semplice tutela di interessi di categoria,
accrebbero ben presto le simpatie e le adesioni intorno alla nuova
maggioranza federale.

Questo ampio impegno della Federazione trovò riscontro nella lunga
relazione presentata dal segretario della Giunta, Luciano Ceschia, al
successivo congresso nazionale dell'ottobre 1972, svoltosi a Trento e a
Bolzano, che celebravano la loro costituzione in nuova Associazione.
L'ordine del giorno approvato dalla maggioranza rivendicava «maggiori
poteri ai comitati di redazione» e una «sostanziale modificazione del
ruolo del giornalista nell'azienda e nel paese».

La consultazione obbligatoria, da parte del direttore, del comitato
di redazione per tutte le questioni relative agli indirizzi editoriali,
tecnici e professionali, agli organici, alle assunzioni, ai
licenziamenti, ai trasferimenti, alle mansioni ed alle qualifiche era
l'obiettivo strategico che il sindacato si impegnava a perseguire nel
rinnovo contrattuale.

Il congresso visse un momento di scontro acceso in occasione
dell'elezione del nuovo presidente della Federazione. Adriano Falvo,
sostenuto questa volta dallo schieramento di «Rinnovamento», fu
rieletto con 123 voti contro i 121 voti raccolti da Flaminio Piccoli
presentato dall'opposizione.

Con il congresso di Trento-Bolzano la dirigenza federale, guidata
sempre da Luciano Ceschia, si consolidava e non ebbe difficoltà a
riottenere il consenso della categoria nei congressi successivi.
Emblematica della nuova forte presenza politica della Federazione
doveva risultare la battaglia ingaggiata nel 1973, in occasione del
passaggio di proprietà del quotidiano romano Il Messaggero. Il
sindacato, anche attraverso la modifica delle normative contrattuali,
chiedeva maggiori poteri all'interno delle aziende editoriali e
rivendicava ai corpi redazionali il potere di esprimersi sul cambio dei
direttori. Nel 1973 l'editore Rusconi, subentrato nella proprietà del
quotidiano Il Messaggero, provvedeva a liquidare il vecchio direttore,
Alessandro Perrone, peraltro proprietario del 50% del giornale, e a
nominare suo posto Luigi Barzini, che era all'epoca ancora presidente
dell' Associazione Stampa romana. Il sindacato colse questa occasione,
drammatizzandola, per porre all'attenzione delle forze politiche la
necessità di un intervento legislativo che regolamentasse, in senso
democratico, la vita delle aziende editoriali. A Barzini fu fisicamente
impedito l'ingresso nella redazione del giornale, che non riuscì mai
dirigere e fu proclamata d'intesa con le confederazioni sindacali una
«giornata del silenzio», con uno sciopero di protesta di 24 ore di
tutta l'informazione nazionale, stampata e radioteletrasmessa, e una
manifestazione pubblica in un cinema romano. La «giornata del silenzio»
ebbe una grande risonanza, ma acuì la frattura tra i vertici federali e
l'associazione Romana che vedeva nell'iniziativa il linciaggio morale
del suo presidente.

A Rimini, dove si svolsero i lavori del quattordicesimo congresso,
dal 16 al 22 al settembre del 1974, la Giunta presentò, a testimonianza
dell'impegno politico e i civile del sindacato dei giornalisti, un
documento di preambolo, firmato da tutti i delegati, nel quale si
riaffermava «con decisa fermezza e con rigorosa convinzione la fedeltà
dei giornalisti italiani alle istituzioni repubblicane e l'irriducibile
opposizione ad ogni tentativo di restaurazione del fascismo o di
qualsiasi instaurazione di regime totalitario».

La discussione, all'interno del sindacato, non era più limitata
all'ambito contrattuale e alla difesa degli interessi di categoria.
Questa nuova impostazione portava a considerare in modo diverso
l'impegno della Federazione a favore degli interventi legislativi
sull'editoria. Il Congresso elencò una serie di interventi organici,
che si chiedevano al Governo, per la garanzia del pluralismo e la
rottura dell' oligopolio nel mondo dei giornali.

Si ribadiva una antica istanza della Federazione, che fossero rese
pubbliche le fonti di finanziamento proprietarie, e si chiedeva una
legge che impedisse la formazione di cartelli, favorisse la creazione
di centri stampa pubblici, prevedesse aiuti, secondo criteri
rigidamente predeterminati, alle piccole e medie imprese editoria.

Con il congresso di Rimini lasciava la vita federale Adriano Falvo,
presentatosi dimissionario, e assumeva la presidenza, dopo un
difficoltosa votazione; Paolo Murialdi.

La politica sindacale nella seconda metà degli anni '70 ruota tutta
intorno al necessità di una legge organica per l'editoria. La
Federazione si pose alla testa Di un ampio schieramento, che
comprendeva le Confederazioni sindacali, forze politiche e numerosi
esponenti del mondo della cultura, per sollecitare l'intervento del
Governo e del Parlamento. Gli stessi editori, colpiti da una crisi
profonda, finirono per invocare una legge che aiutasse il settore a
venirne fuori favorendo il rinnovamento tecnologico, indispensabile per
assicurare economicità alle aziende.

Il quindicesimo Congresso della Federazione, che si celebrò a
Taormina dall'11 al 16 ottobre '76, mise in risalto il momento delicato
che attraversava l'editoria italiana mentre si aggravava la situazione
economica e la crisi politica e istituzionale del paese.

«Spetta anche al giornalismo farsi carico di questa situazione -
affermerà la mozione conclusiva dei lavori - con un autonomo impegno
politico e sociale per contribuire a far uscire il paese dalla crisi.
Quello di Catania - Taormina è stato un Congresso di svolta perché
comune è la coscienza che il problema di fondo non è solo il ruolo da
assegnare all'informazione ed ai giornalisti, ma quale democrazia si
intende realizzare».

Dal loro Congresso i giornalisti sollecitarono Governo e forze
politiche a porre mano, con atti concreti, ad una democratica riforma
dell'informazione. «Questa volontà - si legge nel documento finale -
attende da tempi di essere positivamente verificata: ogni ulteriore
indugio porterebbe a rischi forse irreversibili e certamente gravi».

 

Sulla riforma dell'editoria si elencavano precise richieste: una
legge quadro per uno statuto dell'impresa giornalistica, una normativa
sulla pubblicità dei bilanci aziendali, più pregnante rispetto a quella
già introdotta dal Parlamento con la legge n. 172, l'abolizione delle
norme fasciste, ancora presenti nei codici, in tema di reati
d'opinione, l'introduzione graduale di nuovi processi tecnologici, la
modifica degli indirizzi dell'Ente Nazionale Cellulosa, l'ente di Stato
erogatore dei contributi sull'acquisto della carta, una nuova e diversa
presenza pubblica nel settore pubblicitario, la modifica del sistema di
distribuzione dei giornali, nuovi strumenti giuridici per garantire la
presenza di cooperative sul mercato editoriale, la costituzione di
centri stampa pubblici, norme di legge che consentissero il
rinnovamento e la riconversione degli impianti industriali.

Con queste proposte la Federazione della Stampa ufficializzava la
nascita di un ampio schieramento riformatore, che la avrebbe avuta come
guida autorevole e riconosciuta. «I nuovi compiti - si legge sempre
nell'ordine del giorno finale del Congresso - che si pongono al
sindacato rendono indispensabili collegamenti con tutte le categorie
che operano nell'informazione: poligrafici, lavoratori dello
spettacolo, operatori della scuola, pubblicitari. Pur con differenti
forme organizzative l'obiettivo è quello di stabilire un confronto
continuo, oltre che con le singole Federazioni anche con le
Confederazioni».

Questo percorso venne mantenuto fermo, anche se il Parlamento,
nonostante le reiterate dichiarazioni di disponibilità di molti settori
politici, non si decideva ad approvare la tanto sospirata legge. La
Federazione promosse autonomamente la costituzione di un gruppo di
studio, formato dai maggiori esperti di diritto costituzionale,
societario e del lavoro, che nell'arco di alcuni mesi mise a punto una
organica proposta di riforma, divenuta la base di una lunga discussione
parlamentare che all'inizio del nuovo decennio avrebbe portato
all'approvazione della sospirata legge sull'editoria. A Pescara, nella
relazione di apertura del diciassettesimo congresso, che si svolse dal
22 al 29 ottobre del '78, Luciano Ceschia si soffermava con particolare
attenzione sui criteri della riforma dell'editoria, sulla riforma della
RAI e la disciplina dell'emittenza privata, che muoveva allora i primi
passi e che la maggioranza del sindacato osteggiava apertamente,
sostenendo l'intoccabilità del monopolio del servizio pubblico
radiotelevisivo.

Interpretare il fenomeno dell' emittenza radiotelevisiva privata
come un pericolo incombente e minaccioso sulla libertà di stampa, e
credere che, in quanto tale, bisognasse ostacolarlo a tutti i costi,
non era una scelta strategica molto lungimirante, ma su di essa il
sindacato si arroccò, rimanendovi ciecamente fedele per molti anni, in
polemica con le minoranze interne, e accumulando un ritardo culturale
che non sarebbe stato più recuperato. Era, anche questo, un segnale
che, nonostante la maggioranza continuasse a raccogliere un vasto
consenso, si andava esaurendo, alla fine del decennio, quella vena
innovativa che aveva determinato la, ormai lontana, «svolta di Salerno».

Il congresso di Pescara si chiudeva con la riconferma della
maggioranza, ma il documento finale approvato poneva in risalto «le
debolezze e insufficienze che, in una situazione di grave difficoltà,
rischiano di rendere meno efficace l'azione, meno incisivo il ruolo»
del sindacato.

A Pescara - anche questo un altro segno di insoddisfazione -
iniziarono a circolare documenti di gruppi di delegati che si
richiamavano a precise aree politiche. Sentirono la necessità di
presentare una loro riflessione i giornalisti di matrice socialista e
quelli di area democristiana. Il vertice federale uscì riconfermato, ma
un anno dopo, nel novembre del 1979, Luciano Ceschia rassegnava le
dimissioni, sostituito alla guida del sindacato da Piero Agostini,
segretario del sindacato del Trentino-Alto Adige.

Nel decennio, che aveva visto Ceschia alla segreteria della
Federazione, vennero stipulati con la Federazione degli editori cinque
contratti di lavoro, nei quali il sindacato tentò di allargare la
presenza normativa facendo ruotare le sue richieste su due cardini, il
comitato di redazione, inteso come espressione della democrazia
sindacale, e il direttore, inteso come garante della linea politica del
giornale e dell'autonomia delle redazioni nei confronti degli stessi
rispettivi editori.

La resistenza editoriale, fu, comprensibilmente, molto rigida a
difesa di prerogative imprenditoriali che non si volevano mettere in
discussione e, conseguentemente, lo scontro molto aspro e
contrassegnato ad ogni rinnovo da numerose giornate di sciopero.

Ciò nonostante furono conseguiti risultati normativi di rilievo,
patrimonio oggi acquisito e difeso da tutta la categoria. In
particolare, per quanto riguarda il comitato di redazione già con il
contratto del 1971 furono allargati i confini delle sue competenze nel
quadro di «una più intensa collaborazione dei giornalisti allo sviluppo
dell'impresa», ma fu il contratto del 1973 a definirne gli ambiti di
operatività nella stesura sostanzialmente ancora oggi in vigore. Si
attribuiva al cdr il potere di esprimere pareri e formulare proposte su
ogni aspetto dell'organizzazione del lavoro, dagli orari ai
trasferimenti agli organici e su ogni iniziativa «che investa la
struttura dell'azienda». La norma istituzionalizzava anche procedure di
consultazione con il direttore e con l'editore. Sul piano dei diritti
sindacali il contratto del '76 introdusse l'obbligo per le aziende di
pubblicare i comunicati sindacali dei comitati di redazione, delle
Associazioni e della Federazione.

Più difficoltoso si rivelò il tentativo di modificare i poteri del
direttore. Con il contratto del '71 si riuscì a strappare agli editori
la costituzione di una commissione paritetica «per l'esame della
materia», che avrebbe dovuto concludere i suoi lavori entro sei mesi,
ma che non concluse nulla e la norma rimase invariata anche nel
successivo contratto del '73. Fu il contratto del 1975 a introdurre
sostanziali modifiche sui poteri del direttore, prevedendo l'obbligo di
comunicazione preventiva da parte dell'editore al comitato di redazione
della nomina del direttore contestualmente alla comunicazione degli
accordi stipulati tra editore e direttore. Inoltre si inseriva
l'obbligo per il direttore, «quale primo atto dal suo insediamento», di
portare a conoscenza della redazione il suo programma
politico-editoriale. Questa formulazione della norma, instaurando un
confronto tra direttore e redazione su un programma, aprì la porta alla
consuetudine, ormai sentita da tutte le redazioni come norma scritta,
di esprimere con atto formale il proprio gradimento al direttore al
momento del suo insediamento.

Tra i risultati conseguiti dal sindacato in questo periodo deve
essere ricordata la costituzione, nel 1974, della Casagit, la cassa di
assistenza dei giornalisti, sorta su precisa lungimirante iniziativa
della Federazione a seguito dell'entrata in vigore della riforma
sanitaria, che istituendo il servizio sanitario nazionale aveva tolto
all'Inpgi ogni competenza in materia di assistenza sanitaria per i
giornalisti.

I contratti della seconda metà del decennio, realizzati in una
situazione di grave congiuntura negativa di tutta l'economia nazionale,
furono contratti "di resistenza» per il sindacato. I ruoli tipici della
contrattazione si erano invertiti. Erano gli editori che chiedevano
(nel 1977 presentarono una loro piattaforma di modifiche contrattuali)
e i giornalisti che difendevano il vecchio contratto, sul quale
aleggiava lo spettro delle nuove tecnologie, sentite come attacco
all'occupazione e snaturamento della professionalità giornalistica. Il
contratto, in una situazione di tale difficoltà, diveniva l'occasione
per ripartire anche sui giornalisti la crisi del settore. Nel contratto
del '77 l'aumento dei minimi fu quasi simbolico, 20.000 lire uguali per
tutti. Ma si dovette anche ridurre il compenso per il lavoro domenicale
congelando la maggiorazione percentuale, come condizione per salvare il
numero del lunedì.

Innovazione importante, perseguita dalla Federazione sin dalle sue
origini, fu la previsione in ambito contrattuale di un elenco nazionale
dei giornalisti disoccupati, gestito da una commissione paritetica con
l'impegno per le aziende associate alla FIEG a favorirne il
riassorbimento.

L'ultimo contratto di questo decennio, stipulato nel 1979,
rifletteva il perdurare di una situazione critica dell'editoria e i
miglioramenti economici conseguiti pur modesti, furono pagati portando
la validità contrattuale a tre anni, anziché due come i precedenti. Ma
la peculiarità di questo contratto fu la previsione di una prima
disciplina nell'introduzione di nuove tecnologie nelle aziende
editoriali.

16. Nuove divisioni e nuove maggioranze

 

Gli anni '80 si aprono nella vita del sindacato con l'inizio di un
lento processo di logoramento della maggioranza di «Rinnovamento» e si
chiuderanno con la sua scomparsa dalla scena in occasione del congresso
di Acireale.

A Bari, dove si svolsero i lavori del diciassettesimo congresso,
dall'8 al 13 giugno 1981, la maggioranza si presentò avendo già perso
parte dei consensi. La Lombarda, che era stata alla testa del movimento
dei giornalisti democratici, si era allontanata dalla maggioranza
federale prima del congresso di Pescara, con la presidenza di Walter
Tobagi, barbaramente trucidato nel periodo più buio del terrorismo.
Avere all'opposizione le due maggiori associazioni di Stampa, Roma e
Milano, che da sole rappresentavano la maggioranza assoluta dei
giornalisti italiani, non consentiva certo di governare serenamente il
sindacato. Ciò nonostante la maggioranza uscì da Bari ancora una volta
riconfermata. Piero Agostini lasciò la segreteria per assumere la
presidenza della Federazione in sostituzione di Paolo Murialdi mentre
Sergio Borsi era eletto dalla Giunta nuovo segretario. Due mesi dopo il
congresso di Bari, il parlamento approvava con legge 5 agosto 1981 n.
416 la tanto attesa legge sull'editoria, «un macigno dorato sulla
strada della riforma» come la definirà Murialdi, ma che nonostante
tutte le manchevolezze e imperfezioni, denunciate dal sindacato,
consentirà il rinnovo tecnologico delle aziende, premessa ad una nuova
stagione di espansione editoriale, e introdurrà quegli obblighi di
pubblicità delle proprietà e dei bilanci, che erano stati richiesti più
di trent'anni prima dal legislatore costituente.

Tre mesi prima, il 21 maggio, la Federazione della Stampa, dopo aver
denunciato il contratto, aveva sottoscritto con la FIEG un accordo che
regolamentava in maniera ampia le procedure sindacali e le misure di
garanzia sul lavoro giornalistico per l'introduzione di nuove
tecnologie, il cui impianto sarebbe stato confermato, sia pure con i
necessari aggiustamenti, nei contratti successivi.

Il congresso di Sorrento, nel maggio dell'84, sarà l'ultimo di
«Rinnovamento sindacale». Rotto il legame che era stato intessuto dopo
il congresso di Bari con l'Associazione romana e che aveva visto
l'ingresso nella Giunta di due suoi rappresentanti, si ingrossava
l'opposizione ad una linea politico-sindacale che da tempo aveva
esaurito la sua carica propulsiva. Da una costola di Rinnovamento era
nata una nuova corrente, «Svolta professionale», costituita in
prevalenza da giornalisti di area socialista e laica, che contestava la
gestione del sindacato, accusato di seguire una linea filocomunista, e
del contratto, nel quale era stata privilegiata la logica «operaista»
dell'appiattimento retributivo. La corrente di Svolta chiedeva
un'inversione di marcia nella politica federale, un allentamento dei
rapporti, giudicati troppo stretti, con i sindacati dei poligrafici, ma
soprattutto una revisione del contratto in termini di esaltazione della
professionalità singola del giornalista, con una ricostruzione
economica delle carriere. La maggioranza non mostrava più capacità di
risposta e solo un sotterraneo accordo con una parte della Romana
garantì a Sorrento la vittoria. Sergio Borsi fu riconfermato alla
segreteria e Miriam Mafai fu eletta, prima donna nella storia del
sindacato dei giornalisti, alla presidenza in sostituzione del
dimissionario Piero Agostini.

Due anni più tardi, nel successivo congresso di Acireale (dal 26 al
27 aprile 1986) la guida del sindacato veniva presa da una nuova
maggioranza formata da un cartello di correnti («Stampa Democratica»,
«Svolta Professionale» «Stampa Romana», «Impegno democratico») e da
alcune associazioni regionali. Guido Guidi, già presidente del
Consiglio nazionale dell'Ordine veniva eletto alla presidenza della
Federazione e Giuliana Del Bufalo, leader di «Svolta professionale»,
alla segreteria. A seguito del risultato congressuale la corrente di
«Rinnovamento» decise di autosciogliersi. Dalle sue ceneri sorgeva il
«gruppo di Fiesole», la «Lega dei giornalisti» e, a livello locale, le
liste di «Autonomia e solidarietà».

La maggioranza di Acireale veniva confermata nel ventesimo congresso
della Federazione, tenutosi a Bormio tra il 23 e il 26 maggio del
1989.Gilberto Evangelisti, presidente dell'Associazione romana era
chiamato alla presidenza della Federazione e Giuliana Del Bufalo
confermata alla segreteria, carica da cui si è dimessa nell'autunno del
1990 per essere sostituita da Giorgio Santerini, presidente
dell'Associazione lombarda.

Le divisioni e i fermenti all'interno del sindacato si sono, come si
è visto, accentuati nel tempo, non per vocazione professionale alle
polemiche o perché la categoria dei giornalisti sia particolarmente
rissosa, ma perché, più di altre, è sensibile, per il suo ruolo, ai
mutamenti convulsi della società. La stessa categoria è profondamente
cambiata. È cresciuta con gli anni in misura sempre più accelerata
parallelamente al moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione di

massa. Il giornale quotidiano, che per decenni ha rappresentato il
principale strumento di informazione e che per primo è divenuto
industria, è stato inesorabilmente affiancato dai periodici, dalla
radio, dalla televisione di Stato e, infine, da una esplosione di
centinaia emittenti radiotelevisive locali e nazionali, che non
esauriscono il panorama del mondo dell'informazione. Si moltiplicano le
banche dati, mentre le stesse «fonti» si strutturano in canali diretti
di informazione capaci di colloquiare con il pubblico senza altra
intermediazione.

Inevitabilmente, il contratto nazionale di lavoro incontra sempre
maggiore difficoltà ad interpretare e comprendere la magmatica galassia
dell'informazione, una vera e propria «industria della notizia», con le
sue infinite specificità settoriali. Il contratto è cresciuto nel
tempo, tentando di rispondere alle nuove realtà e alle nuove esigenze.

Gli ultimi capitoli che sono stati scritti con la rinnovazione
dell'88 e con l'ultima del '91 riguardano le sinergie (ovvero
l'utilizzazione plurima per più testate dello stesso materiale
giornalistico, un fenomeno ormai largamente diffuso, che se ha
consentito la nascita di nuove iniziative in aree territoriali che
diversamente non avrebbero mai potuto avere una loro «voce», ha anche
aperto la porta alla pericolosa possibilità di omologazione
dell'informazione). Il rapporto tra informazione e pubblicità (con
l'obiettivo di garantire l'utente-lettore dalla confusione tra
messaggio pubblicitario e messaggio informativo), l'aggiornamento
professionale e l'accesso alla professione (testimonianza di una
sentita esigenza di superare definitivamente qualsiasi concezione
«romantica» di un mestiere carico di nuove responsabilità). L'ultimo
decennio di vita della Federazione della Stampa è stato attraversato da
dissidi profondi e laceranti, che non hanno visto estranee, ma anzi
partecipi le stesse forze politiche, interessate ad allargare la loro
presenza e il loro controllo su ogni manifestazione della società
civile. Tutto questo ha provocato danni, ma soprattutto ha acuito i
dissidi interni ben oltre una normale dialettica tra posizioni non
omogenee e, ancora una volta, (come abbiamo visto non era la prima
nella lunga storia della Federazione) sono stati sbandierati i fantasmi
della scissione. Quando lo scontro è arrivato al suo acme con
l'impossibilità stessa di dialogare, di fronte ad un ultimo
irreparabile passo, tutto si è lentamente tornato a ricomporre. Nel
mese di dicembre del 1990, alla vigilia del rinnovo contrattuale, il
sindacato ritrovava, ancora una volta, la sua unità intorno ad una
ipotesi di percorso che attraversò la rinnovazione contrattuale
(conclusasi il 30 agosto 1991) dovrà portare ad una nuova riforma
statutaria e ad un congresso di «rifondazione». Si apre così un nuovo
ciclo nella storia del sindacato dei giornalisti italiani.

Questo profilo, necessariamente succinto e certamente lacunoso,
della storia della Federazione della Stampa si esaurisce a questo
punto, avendo cercato di metterne in luce nell'arco di un secolo di
vita le battaglie, le conquiste, le sconfitte, le intuizioni e gli
errori, ma qui non finisce la storia della Federazione della Stampa, le
radici del suo futuro sono nel suo passato e finché i giornalisti, come
categoria, continueranno a svolgere il loro ruolo nella società essa
continuerà a vivere, pur tra i dissidi, gli scontri, le minacce di
scissioni, le ritrovate unità e le immancabili riforme statutarie.

 

17. Il Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico 1991-94

Il contratto nazionale di lavoro giornalistico siglato dalla FNSI e
dalla FIEG il 30 luglio 1991 avrà una validità quadriennale, sia pure
«in via del tutto eccezionale», come le parti hanno concordato nel
verbale d'intesa.

Ciò che caratterizza questa rinnovazione contrattuale è l'aver
individuato soluzioni adeguate per le principali questioni che
attengono allo svolgimento del lavoro giornalistico a fronte di un
processo di trasformazione generale dell'impresa e della professione.

Sinergie, difesa dell'occupazione, salvaguardia della salute, tutela
degli interessi del cittadino-utente, aggiornamento professionale,
accesso alla professione sono tutti aspetti della mutata realtà in cui
è chiamato ad operare il giornalista a, che trovano nel contratto
strumenti nuovi ed adeguati a gestire la fase di cambiamento.

Il punto centrale del nuovo testo contrattuale è costituito dalla
normativa, integralmente rivisitata, dell'art. 43 sulle sinergie
editoriali. Il processo sinergico, ovvero l'utilizzazione dello stesso
materiale giornalistico per più testate, è ormai un fenomeno diffuso
nell'editoria quotidiana poiché, favorendo consistenti economie,
assicura la possibilità di sopravvivenza a testate e aziende marginali
e consente la nascita in aree ristrette di mercato di nuove iniziative
editoriali, che per la loro limitata diffusione non potrebbero mai
nascere con i tradizionali sistemi di produzione del giornale. Tuttavia
esiste un pericolo, del tutto evidente, insito nell'accentuazione dei
processi sinergici. In primo luogo vi è una preoccupazione, della quale
il sindacato è tenuto a farsi carico, relativa all'occupazione: quando
una sinergia si realizza tra testate, esistenti si crea, se la sinergia
non è indirizzata ad un arricchimento del prodotto, un'eccedenza negli
organici giornalistici. Ma non è questo il solo problema. Lo scambio di
materiale sinergico tra testate, quando supera i limiti di
compatibilità, rischia di modificare l'immagine, il patrimonio
culturale, le caratteristiche tipiche delle singole testate
intaccandone la stessa autonomia. Esiste, pertanto, un problema di
salvaguardia dell'autonomia delle singole testate a garanzia della
professionalità dei corpi redazionali e degli stessi utenti-lettori.
Individuare soluzioni normative che potessero contemporaneamente
salvaguardare gli interessi dei lettori, le professionalità dei
giornalisti e le necessità economico-gestionali delle imprese non era
facile, soprattutto in presenza di una fenomenologia molto
differenziata che non consente l'individuazione oggettiva di limiti di
compatibilità nell'utilizzazione sinergica di materiale giornalistico
che possano adattarsi a tutte le realtà.

La soluzione individuata dalle parti è stata, pertanto, quella di
tracciare un itinerario procedurale, a livello nazionale e aziendale,
che permettesse di costruire insieme i processi sinergici definendone
di comune accordo e caso per caso i limiti di compatibilità e le
garanzie necessarie. Si è dato vita così a una norma che assicura alle
organizzazioni sindacali un'ampia possibilità di intervento rendendo i
giornalisti partecipi delle varie fasi di ogni processo di formazione
di un piano sinergico.

La norma si apre con una elencazione, che deve ritenersi tassativa,
degli obiettivi che un piano sinergico deve porsi e che sono: l'
economicità delle gestioni, il recupero produttivo, lo sviluppo del
pluralismo, il miglioramento della qualità dell'informazione,
l'ampliamento della diffusione dei giornali, la nascita di nuove
iniziative. Obiettivi che devono essere perseguiti tutelando
l'occupazione, valorizzando la professionalità giornalistica e
garantendo le caratteristiche tipiche delle testate.

Solo in questo ambito di obiettivi e di garanzie le aziende possono
procedere a realizzare processi sinergici, previa elaborazione di un
piano, alla cui definizione partecipano i direttori delle testate
interessate, piano che comunque deve assicurare l'autonomia dei
direttori, la valorizzazione di tutti i giornalisti e il «ruolo attivo»
delle redazioni, escludendosi, quindi, la possibilità che vi siano
redazioni destinate solo a ricevere passivamente materiale sinergico
prodotto da altre redazioni.

Una volta definiti i piani aziendali vengono trasmessi alle
organizzazioni sindacali territoriali, aziendali e nazionali, oltre che
alla FIEG, e alla commissione paritetica nazionale. Questa commissione,
una innovazione contrattuale, alla quale è demandata la gestione
applicativa e interpretativa del contratto nazionale, è tenuta ad
esprimere un suo parere sui singoli piani entro venti giorni dalla loro
ricezione. Successivamente al parere della commissione nazionale il
piano deve essere esaminato, nell'arco massimo di trenta giorni, a
livello aziendale. In questo caso i comitati di redazione potranno
richiedere l'assistenza delle Associazioni territoriali. È, comunque,
sempre possibile in caso di controversie a livello aziendale rinviare
l'esame delle questioni a livello nazionale.

La Commissione paritetica nazionale è tenuta ad esprimere il suo
parere sul piano, un parere possibilmente unitario. Ma qualora non
fosse possibile, il parere, che serve come base per il confronto a
livello aziendale, dovrà registrare le differenti posizioni. Qualora la
mancata unanimità riguardi casi di rilevanza nazionale, il parere potrà
essere trasmesso per conoscenza al Ministero del Lavoro, che si è posto
come terzo soggetto attivo della rinnovazione contrattuale, con
funzioni arbitrali che vanno oltre il momento contingente della
trattativa periI contratto nazionale.

Il testo contrattuale contiene, infatti, una dichiarazione del
Ministro che prevede una ulteriore fase procedurale di competenza
ministeriale. In caso di difformità di parere su un piano sinergico da
parte della commissione paritetica e di sua trasmissione al ministero
del lavoro, il Ministro effettuerà un tentativo di mediazione
«invitando le parti, in pendenza del tentativo, da scelte unilaterali o
da azioni conflittuali», ovvero invitando le aziende a sospendere ogni
iniziativa e i giornalisti a non interrompere le pubblicazioni con
azioni di sciopero.

La previsione di un terzo soggetto pubblico con specifici poteri di
intervento e funzioni arbitrali è una novità sostanziale che si
introduce nella contrattazione collettiva. Non è possibile in questa
sede prevedere quali sviluppi, potrà avere, se ne avrà, questa
innovazione. È comunque sintomo evidente della volontà delle parti di
fronte alla crescente complessità dei problemi, di legittimare una
potestà arbitrale esterna capace di dirimere con tempestività i nodi
conflittuali.

L'art. 43 riconferma, inoltre, alcune disposizioni già presenti
nella precedente normativa. In particolare la previsione che ogni
redazione abbia comunque a disposizione gli strumenti tecnici per
intervenire sul materiale sinergico proveniente dall'esterno, che i
piani debbano rispettare l'autonomia professionale di ogni singolo
giornalista e che sia possibile conoscere sempre la utilizzazione
finale di ogni articolo.

Tra le innovazioni di questo articolo vi è infine da ricordare la
previsione della non obbligatorietà per i giornalisti di fornire
prestazioni multimediali esterne al settore della stampa, in pratica
uno sbarramento all'utilizzazione sinergica di articoli e servizi di
giornalisti dipendenti da quotidiani o periodici a favore di emittenti
radiotelevisive e viceversa.

Un ulteriore rilevante aspetto affrontato dalla nuova normativa
contrattuale, sia per il caso di processi sinergici, sia per i casi,
comunque, di crisi aziendali è quello della difesa dell'occupazione, un
nodo alla cui soluzione concorrono più istituti contrattuali.

Il fenomeno della disoccupazione nel settore giornalistico non
assume livelli preoccupanti e si mantiene entro limiti fisiologici.
Tuttavia lo sviluppo del processo tecnologico, le prospettive di
intensificazione di accordi sinergici e l'apparire di segnali di crisi,
sia pure limitati ad alcuni settori editoriali, hanno indotto il
sindacato a porvi particolare attenzione per evitare che, senza
accorgimenti, si possano creare situazioni di insanabile patologia.

In primo luogo è stata riconfermata (art. 4) la normativa che
prevede l'istituzione di un elenco nazionale di giornalisti disoccupati
gestito da una commissione paritetica delle due organizzazioni
stipulanti e l'impegno per le aziende di assumere entro l'arco di
vigenza contrattuale almeno il 40% dei giornalisti iscritti
nell'elenco. È stata, anche, rafforzata la normativa (art. 3) relativa
ai contratti a termine con la previsione che in caso di assunzioni a
tempo determinato per sostituire personale giornalistico in ferie, in
aspettativa o per nuove iniziative bisognerà fare ricorso,
compatibilmente con le esigenze redazionali, ai giornalisti disoccupati
iscritti nell'elenco nazionale.

Ma la innovazione più significativa riguarda la previsione che, in
caso di cessazione di attività o di riduzione di organico a seguito di
realizzazione di processi sinergici, le parti verificheranno in primo
luogo la possibilità di riassorbimento del personale eccedente «in
altre testate edite o controllate dallo stesso editore» e
successivamente il blocco del turn-over, la possibilità di
pensionamento o di prepensionamento e, infine, il ricorso alle
procedure di applicazione delle misure sociali previste dalla legge
416/1981 sull'editoria.

Ad ulteriore garanzia delle procedure è previsto anche in questi
casi una possibilità di intervento ministeriale. Il ministro del
lavoro, infatti, ha verbalizzato la propria disponibilità a favorire
accordi tra le parti «ogniqualvolta si debbano affrontare ripercussioni
negative sull'occupazione nel settore».

Un altro aspetto innovativo rilevante riguarda il lavoro al
videoterminale. Alla luce della direttiva comunitaria e dei conseguenti
provvedimenti legislativi all'esame del Parlamento, le parti hanno
voluto affrontare in sede contrattuale un problema che riveste, ormai,
un particolare rilievo nel lavoro giornalistico. L'uso di
videoterminali è generalizzato in tutte le aziende editoriali ed ha
modificato il modo stesso di fare giornalismo. Attraverso tecnologie,
sempre più sofisticate, il flusso di notizie e informazioni che oggi
arriva nelle redazioni si è decuplicato nel giro di pochi anni
provocando un ampliamento del lavoro di «cucina» redazionale, il
cosiddetto lavoro al desk, e attenuando nello stesso tempo il rapporto
diretto tra il giornalista e le fonti di informazione, rendendo
estremamente difficile.una verifica delle fonti stesse. Questa nuova
realtà produce, quindi, effetti negativi sul piano della salvaguardia
della salute fisica, ma anche sulla professionalità dei giornalisti.

La soluzione individuata (art. 7) non è certamente esaustiva, ma
inizia,. considerando la complessa articolazione e diversificazione del
lavoro giornalistico, un processo di revisione dell'organizzazione del
lavoro più adeguato alle esigenze professionali e di salvaguardia della
salute dei giornalisti.

Viene demandato al direttore il compito di programmare, per i
giornalisti che normalmente svolgono la loro attività al desk
redazionale, periodi di turnazione, sulla base delle specifiche
esigenze delle redazioni, che consentano almeno per un giorno alla
settimana lo svolgimento di altre mansioni professionali, eventualmente
anche con l'uso di videoterminali, ma esclusivamente per la stesura di
articoli di propria elaborazione. Una norma, quindi, estremamente
flessibile che tiene conto della specificità del lavoro giornalistico e
che dovrebbe frenare la tendenza dividere il giornalismo in due
categorie, una di serie a, il giornalismo degli inviati e delle firme,
una di serie b, il giornalismo anonimo della cucina.

Tra gli ulteriori aspetti rilevanti di questo contratto vi è poi da
segnalare l'istituzione di un osservatorio per lo studio dei problemi
connessi alla prevenzione e alla tutela della salute dei giornalisti in
relazione all'uso di sistemi tecnologici. L'osservatorio, costituito
paritariamente, avrà il compito di svolgere indagini sugli ambienti di
lavoro e di compiere ricerche mediche ed ergonomiche al fine di fornire
alle parti indicazioni precise per favorire i rinnovi tecnologici delle
redazioni.

Queste, che abbiamo esaminato, sono le innovazioni più rilevanti del
nuovo contratto di lavoro giornalistico, ma non sono le sole. Vi sono
altri aspetti, che pur non avendo la stessa generale rilevanza sono
altrettanto significativi. Tra questi è il caso di segnalare l'obbligo
per l'editore in coincidenza con il deposito in tribunale del bilancio
annuale dell'azienda di consegnarne copia al comitato di redazione,
illustrandone i contenuti (art. 34); la tutela del lettore per quanto
attiene la distinzione tra pubblicità e informazione individuando nel
direttore il garante della correttezza e della qualità
dell'informazione, anche in relazione al rapporto testo-pubblicità (
art. 44); le misure dell'aggiornamento professionale (art. 45),
sull'accesso e sul praticantato (art. 35.)

Come si evince dalla lettura delle norme e da queste brevi
puntualizzazioni, la nuova normativa introduce meccanismi di controllo
e di gestione che consentono alle due organizzazioni stipulanti di
governare il cambiamento di un settore estremamente sensibile, per sua
stessa natura, al continuo rinnovo tecnologico e alle mutate
aspettative della società civile, senza vulnerare la libertà di
impresa, ma riconoscendo la funzione sociale che la stampa svolge in un
sistema complesso pluralistico e democratico.

18. Allegati

INVESTIMENTI ED INNOVAZIONI TECNOLOGICHE

Art. 42

L'utilizzazione dei sistemi elettronici editoriali e di ogni altro
supporto tecnologico da parte delle redazioni deve favorire lo sviluppo
del pluralismo, il miglioramento della qualità dell'informazione e
l'economicità di gestione delle imprese. Questi obiettivi devono essere
realizzati, oltre che con l'ammodernamento degli impianti, anche
attraverso l'adozione di nuovi modelli di organizzazione del lavoro
redazionaIe che favoriscano incrementi di produttività dell'impresa. Il
processo di ammodernamento deve inoltre favorire la nascita di nuove
iniziative, lo sviluppo della diffusione e l'ampliamento delle aree di
mercato.

Investimenti

La FIEG e la FNSI procederanno annualmente all'esame dei programmi
globali degli investimenti previsti nel settore a breve e medio termine.

Gli editori, anche tramite la FIEG, informeranno a livello
nazionale, territoriale, aziendale e di gruppo gli organismi sindacali
dei giornalisti su programmi che comportino iniziative editoriali - sia
da parte di aziende esistenti che da parte di nuovi operatori del
settore - la creazione di insediamenti produttivi, ampliamenti o
sformazioni di quelli esistenti, utilizzazione del colore nei
quotidiani, illustrando i criteri generali che li ispirano per quanto
concerne la localizzazione, l'occupazione e la qualificazione
professionale dei giornalisti.

L'utilizzazione dei sistemi editoriali, compreso il processo di
videoimpaginazione, deve essere realizzata garantendo la
professionalità del singolo giornalista, senza determinare impropria
ridistribuzione di mansioni con altre categorie e con il fine di
valorizzare la qualità del prodotto redazionale inteso come opera
intellettuale collettiva.

In particolare, deve essere garantito al corpo redazionale e -
nell'ambito delle rispettive competenze - a ciascun giornalista e ai
singoli settori l'accesso a tutta l'informazione che affluisce al
sistema anche attraverso l'utilizzazione dei VDT nell'ambito
dell'attività lavorativa.

Piani di trasformazione tecnologica

I piani di trasformazione tecnologica devono essere impostati con
visione globale delle finalità che si vogliono raggiungere e contenere
le necessarie indicazioni sull'organizzazione del lavoro redazionale.
Programmi parziali di intervento per singoli settori redazionali devono
essere motivati come tali e fornire indicazioni sui limiti di
estensione successiva ad altri settori.

I piani presentati dall'azienda dovranno contenere precise
indicazioni sulle scelte editoriali che sono a base del progetto,
sull'impostazione tecnico-produttiva (anche in caso di utilizzo di
servizi telematici e di banche dati) e sui criteri di organizzazione
del lavoro ritenuti più rispondenti per la realizzazione del prodotto e
per il miglioramento del suo livello qualitativo. In tal senso i piani
debbono evidenziare le caratteristiche del sistema editoriale e i
criteri della sua utilizzazione da parte della redazione centrale e
delle redazioni decentrate, nonché le misure per garantire adeguate
condizioni ambientali e la tutela della salute del giornalista.

Procedure e modalità di realizzazione dei piani

Per l'utilizzo dei sistemi editoriali o per la sostanziale
trasformazione di quelli esistenti si devono seguire le seguenti
procedure:

1) L'azienda - con il necessario anticipo rispetto ai tempi della
sua realizzazione - elabora il piano che consegnerà al comitato di
redazione e alle organizzazioni sindacali territoriali. Copia del piano
sarà trasmessa contestualmente alla FIEG che ne curerà l'inoltro alla
FNSL La consegna del piano di norma deve essere effettuato alle parti
interessate trenta giorni prima dell'inizio del confronto obbligatorio
fra le parti. Nella preparazione del piano l'azienda potrà anche
acquisire le indicazioni fornite da un gruppo di lavoro misto all'uopo
costituito.

2) L'esame di conformità del piano alle normative contrattuali
avverrà di norma a livello nazionale tra la FIEG e la FNSI, presenti
l'azienda e le organizzazioni territoriali e nazionali, ovvero al
livello territoriale qualora le parti firmatarie lo ritengano possibile.

3) La trattativa proseguirà in sede aziendale fra editore, direttore
e comitato di redazione per la definizione del piano e delle sue fasi
di attuazione con particolare riferimento alle nuove linee
organizzative del lavoro giornalistico, anche per quanto riguarda il
più efficace collegamento con le redazioni decentrate. In tale sede
saranno altresì individuate le soluzioni ritenute più corrispondenti
per quanto riguarda la dislocazione nei vari servizi dei terminali del
sistema editoriale, di stampanti e/o di altre apparecchiature, avendo
come riferimento l'efficienza organizzativa della redazione e la tutela
della professionalità.

In particolare - e in relazione alle caratteristiche del sistema -
saranno precisati gli strumenti attraverso i quali assicurare:

  1. la segretezza dei testi attraverso l'adozione di «chiavi di
    accesso» o la predisposizione di particolari zone di «memoria» o altri
    tipi di accorgimenti tecnici;
  2. la permanenza, in memoria, per almeno 72 ore di ogni testo
    con l'identificazione dell'autore e delle correzioni introdotte, fatto
    salvo quanto disposto dal' art. 9;
  3. accessi di diverso livello agli archivi di servizio a seconda dei gradi di competenza;
  4. l'informazione preventiva sui programmi tipografici, in grado di interagire sul sistema editoriale;
  5. misure di salvaguardia per il mantenimento dei testi in memoria nei casi di guasti del sistema.

4) L'accordo fra editore e comitato di redazione avvia la fase di
introduzione del sistema che sarà obbligatoriamente preceduta da un
periodo di addestramento professionale da realizzarsi, settore per
settore o secondo le altre modalità concordate, nell'arco di tre mesi.
Al termine di questo periodo inizierà la sperimentazione produttiva
durante la quale si procederà agli eventuali adeguamenti o modifiche
che si fossero dimostrati necessari sulla base delle esperienze
maturate.

Sono a carico dell'editore le spese per i corsi di formazione e
addestramento dei redattori sull'utilizzo dei nuovi sistemi elettronici
editoriali.

Qualora l'addestramento si svolga al di fuori del normale orario di
lavoro il giornalista percepirà il trattamento straordinario
contrattuale (art. 7). Sono altresì a carico dell'editore le spese per
visite, seminari e pubblicazioni specializzate per consultazione
redazionale, utili all'ulteriore aggiornamento dei redattori sui nuovi
sistemi di produzione.

L'editore, il direttore e i comitati di redazione concorderanno la
nuova organizzazione del lavoro con l'obiettivo di determinare le
scelte più opportune e gli organici adeguati per la realizzazione del
programma indicato nel piano. Eventuali esuberanze di organico
redazionale verranno risolte:

  1. mediante l'eliminazione delle prestazioni straordinarie;
  2. mediante l'utilizzo dell'avvicendamento normale dei giornalisti.

Nei casi in cui l'azienda intenda far ricorso agli articoli 35, 36 e
37 della legge 5 agosto 1981, n. 416 e successive modificazioni, si
applicheranno le procedure previste dal protocollo «consultazione
sindacale» allegato al presente contratto.

Utilizzo dei sistemi editoriali

Fermo il riferimento alle norme degli art. 6, 22 e 34 - commi d) ed
e) - il giornalista utilizzerà le nuove tecniche per svolgere la
propria professione anche con la mobilità, nell'ambito delle redazioni
centrali e decentrate.
Nella organizzazione del lavoro il singolo
giornalista è pertanto impegnato ad utilizzare con le caratteristiche
proprie della professione giornalistica, i nuovi mezzi tecnici per
elaborare i testi redazionali, anche intervenendo sul materiale fornito
dalle fonti di informazioni interne ed esterne all'azienda collegate in
linea con il sistema editoriale e per concorrere, sulla base delle
proprie prerogative professionali, alla fase di videoimpaginazione in
modo che siano utilizzate con criteri adeguati le distinte mansioni dei
giornalisti e dei poligrafici.

Nei casi in cui l'utilizzo del sistema editoriale preveda forme
dirette di integrazione tra attività giornalistica e poligrafica,
saranno istituite in sede aziendale, su richiesta delle parti,
commissioni consultive paritetiche composte da rappresentanti della
direzione aziendale e del c.d.r. alle quali saranno invitati a
partecipare rappresentanti della componente poligrafica. Tali
commissioni possono esprimere pareri sulle forme di sviluppo e di
integrazione delle professionalità e procedere ad analisi sulle fasi di
realizzazione dei piani.

Non è di competenza del giornalista digitare il materiale
proveniente dall'esterno della redazione quali collaborazioni,
corrispondenze, rubriche di servizio, o testi elaborati da altri
redattori.

Non saranno inviati in produzione testi giornalistici che non siano
stati preliminarmente esaminati dalla redazione secondo le specifiche
competenze, qualifiche, mansioni e responsabilità.

Gli interventi sui testi - salvo quanto previsto dal primo comma dell'art. 9 - sono riservati alla sola redazione.

L'accesso alle memorie del sistema è riservato al corpo redazionale.
Fanno eccezione a tale riserva i notiziari trasmessi dalle agenzie ed
il materiale già pubblicato. Avranno inoltre accesso i tecnici addetti
alla manutenzione del sistema.

Eventuali interventi, modifiche o integrazioni dei testi. - nel
rispetto delle vigenti norme contrattuali - possono essere effettuate
esclusivamente dalla direzione responsabile del giornale, dai capi
redattori, dai capi servizio e/o dai redattori, ciascuno per il settore
di sua competenza.

L'utilizzazione delle tecnologie non deve essere un mezzo per
valutare il rendimento del redattore, la sua produttività ed i tassi di
errore. Sono, pertanto, esclusi programmi diretti ad individuare tali
parametri.

La partecipazione del giornalista al processo di videoimpaginazione,
anche al terminale del sistema dotato di caratteristiche adeguate, deve
riguardare l'ideazione delle pagine e gli eventuali successivi
interventi di verifica e/o modifica sulle pagine stesse connessi
all'esercizio della sua professionalità. Restano invece di competenza
dei lavoratori poligrafici gli interventi tecnico-produttivi resi
necessari dalle caratteristiche del sistema.

Nelle aziende che editano periodici la videoimpaginazione è opera
esclusiva del redattore grafico anche se si richiamano dal «magazzino»
soluzioni o schemi già catalogati. Le funzioni del redattore grafico
sono quelle inerenti la progettazione e realizzazione delle pagine
secondo i criteri tipici della sua professionalità. Le videostazioni
devono essere collocate all'interno delle redazioni e ad esse devono
essere adibiti solo redattori.

Per gli interventi al vdt su notizie di agenzia o per la stesura
allo stesso vdt di articoli frutto di rielaborazione di agenzie, il
redattore potrà avvalersi anche dei testi di agenzia riprodotti su
carta.

Ambiente di lavoro e tutela della salute

La riconversione tecnica degli impianti e i nuovi sistemi di
produzione de essere realizzati in condizioni ambientali e di lavoro
idonee allo svolgimento dell'attività redazionale.

È costituito su base paritetica un osservatorio per lo studio dei
problemi connessi alla prevenzione e alla tutela della salute ed
integrità dei giornalisti in relazione all'uso dei sistemi elettronici
editoriali. L'Osservatorio, organismo autonomo delle due Federazioni
stipulanti, avrà sede presso la Casagit e potrà avvalersi per lo
svolgimento dei suoi compiti dell'apparato tecnico della Casagit
medesima e di altre strutture medico scientifiche esterne.

All'Osservatorio potrà essere demandato, su richiesta dell'azienda o
del cdr, lo svolgimento di indagini sugli ambienti di lavoro e ricerche
di carattere medico ed ergonomico onde acquisire indicazioni sugli
interventi e le misure da adottare con particolare riferimento a coloro
che in maniera prevalente operano stabilmente ai VDT e tenuto conto
anche delle pause di fatto connesse alle caratteristiche proprie
dell'espletamento dell'attività giornalistica.

All'Osservatorio verranno trasferite le intese aziendali relative alla materia di cui al presente paragrafo.

Per la prevenzione e la tutela della salute ed integrità dei
giornalisti in relazione all'uso dei sistemi elettronici editoriali,
editore e Comitato di redazione definiranno aziendalmente le modalità
per la realizzazione - tenendo conto anche delle indicazioni fornite
dall'Osservaotrio permanente - delle visite mediche preventive
all'installazione e all'utilizzazione dei nuovi impianti per tutti
coloro che ne facciano uso e di quelle successive.

L'azienda assumerà a proprio carico l'onere delle indagini preventive e di controllo concordate con le rappresentanze sindacali.

L'installazione di nuovi impianti sarà preceduta, dove necessario,
dalla trasformazione degli ambienti di lavoro in modo da realizzare
condizioni adeguate alle specifiche concordate.

I vdt in uso nelle redazioni saranno sottoposti annualmente a controllo antiradiazioni.

In caso di inidoneità comprovata da attestazione medica rilasciata
da pubbliche strutture ospedaliere specializzate il redattore sarà
esentato dall'uso dei vdt con salvaguardia della sua professionalità.

Teletrasmissioni in fac-simile

La teletrasmissione a distanza in fac-simile dei giornali
quotidiani, o la teletrasmissione di parti di essi integrata nella sede
in cui tale teletrasmissione arriva con l'inserimento di altre pagine
di testo e pubblicità qui composte e che aggiunte alle pagine
teletrasmesse formano un'edizione locale del medesimo quotidiano,
possono essere attuate dalle aziende con la salvaguardia dei livelli
occupazionali alle seguenti condizioni:

a) nelle aziende in cui la teletrasmissione ha luogo, sarà mantenuto
il livello occupazionale precedente all'impiego della stessa (numero
dei posti di lavoro);

b) nel caso che la trasmissione in fac-simile riguardi testate
plurime o varie testate facenti capo ad uno stesso gruppo editoriale,
il mantenimento dei livelli occupazionali dovrà essere salvaguardato
sia dall'unità aziendale che trasmette, come da quella che riceve in
fac-simile;

c) ogni qualvolta si intenda introdurre l'utilizzazione o una nuova
o diversa utilizzazione della trasmissione in fac-simile le Federazioni
stipulanti si incontreranno un mese prima della prevista entrata in
funzione del nuovo sistema per esaminare i riflessi di tali innovazioni;

d) le parti contraenti si impegnano a incontrarsi almeno ogni sei
mesi per verificare, attraverso i dati previdenziali di categoria, il
movimento delle forze occupazionali del settore. a monte e a valle del
processo produttivo - conseguente all'introduzione della trasmissione
in fac-simile nell'intento che la teletrasmissione non danneggi i
livelli occupazionali.

Le Federazioni stipulanti si impegnano, nel caso in cui dall'esame
di questi elementi risultassero sostanziali modificazioni di livelli
occupazionali riferibili all'entrata in funzione del nuovo sistema, a
proporre e realizzare congiuntamente iniziative capaci di sanare tali
situazioni.

ECONOMIE DI GRUPPO ED INTERAZIENDALI

(Sinergie editoriali)

Art. 43

L'utilizzazione plurima del materiale giornalistico (sinergie
editoriali) realizzata anche con l'impiego di sistemi informatici e
telematici da parte di testate (quotidiani, periodici, agenzie di
informazione) appartenenti o comunque collegate a gruppi editoriali o
consorzi di testate, deve essere diretta all'economicità delle gestioni
al recupero produttivo, allo sviluppo del pluralismo, al miglioramento
della qualità dell'informazione, all'ampliamento della diffusione dei
giornali e delle aree di mercato facilitando anche la nascita di nuove
iniziative, in una prospettiva di tutela dell'occupazione ed avendo
riguardo alla valorizzazione della professionalità giornalistica ed
alle caratteristiche tipiche delle testate interessate.

Il programma di integrazione o di supporto del materiale
giornalistico redazionale delle singole testate, impostato dai gruppi o
aziende sulla base del piano editoriale alla cui definizione
partecipano i direttori delle testate interessate, deve essere attuato,
nel rispetto della piena autonomia dei direttori ai sensi dell'art. 6 e
del ruolo attivo delle redazioni interessate, promuovendo la
equilibrata valorizzazione delle risorse professionali.

In tal senso l'utilizzo del materiale messo a disposizione della
redazione con il programma di integrazione o di supporto è stabilito
dal direttore nell'esercizio dei propri poteri.

La redazione si avvarrà degli strumenti tecnico-professionali
necessari ed idonei per eventuali interventi. Ai giornalisti non potrà
essere richiesta l'obbligatorietà di prestazioni multimediali esterne
al settore della stampa e l'utilizzazione dei risultati dell'attività
giornalistica deve essere effettuata esclusivamente nell'ambito delle
testate interessate ai programmi sinergici, per i quali non trova
applicazione l'art. 14.

Il programma di integrazione o di supporto del materiale
giornalistico sarà realizzato nel rispetto dell'autonomia professionale
dei giornalisti secondo le specifiche legislative e del presente
contratto.

I singoli piani relativi ai programmi di integrazione o di supporto
- con i necessari riferimenti alla salvaguardia dell'occupazione nelle
forme e con gli strumenti previsti dal contratto - saranno trasmessi
alla commissione paritetica nazionale di cui all'art. 47 che esprimerà
pareri sulla conformità degli stessi alle norme contrattuali. I piani
saranno contestualmente trasmessi alla FIEG, alla FNSI ed alle
organizzazioni aziendali e regionali. La commissione paritetica
nazionale si pronuncerà nei 20 giorni successivi alla trasmissione dei
piani.

Acquisito il parere della commissione, i piani relativi ai programmi
di in integrazione o di supporto formeranno oggetto di confronto in
sede aziendale ai fini della loro applicazione, confronto che dovrà
esaurirsi nei trenta giorni successivi. Le aziende dovranno fornire
notizie e dati utili ai fini dell'esame dei piani. In sede di confronto
i cdr potranno essere assistiti dalle organizzazioni sindacali
territoriali. In caso di controversie nella fase applicativa, ognuna
delle parti potrà chiedere il rinvio delle questioni in esame alle
organizzazioni nazionali per le soluzioni di competenza.

Inserti separati o altre testate non prodotti dalla redazione
possono essere diffusi in aggiunta alle normali edizioni dei quotidiani
o dei periodici, nel rispetto delle prerogative del direttore di cui
all'art. 6.

Per i trasferimenti ed i mutamenti di mansione dei giornalisti
eventualmente necessari per l'attuazione dei piani troverà attuazione
quanto disposto dall'art. 22.

Nei modi che saranno definiti in sede aziendale i giornalisti delle
singole testate quotidiane o periodiche interessate a processi
sinergici saranno posti nelle condizioni di conoscere l'utilizzazione
finale della loro opera ferma restando la tutela prevista dall'art. 7
della legge 22.4.1941 n. 663.

La Commissione nazionale paritetica esprime, quale organo di
promozione delle relazioni industriali tra le predette Federazioni,
pareri in ordine alla futura evoluzione contrattuale della normativa
sulla base delle esperienze realizzate e delle questioni insorte in
sede di applicazione.

Dichiarazione a verbale

Le parti dichiarano che il compito affidato alla Commissione
Paritetica Nazionale è quello di un serio approfondimento del piano,
con tempi serrati di confronto, con l'intento di pervenire ad un parere
di conformità comune.

Alla fine, nei tempi previsti, il parere dovrà essere formulato
eventualmente riflettendo le differenti valutazioni dei componenti.

Nei casi di maggior rilevanza nazionale ove il parere non fosse
unanime le Organizzazioni nazionali possono trasmetterlo per conoscenza
al Ministero del Lavoro.

RAPPORTO TRA INFORMAZIONE E PUBBLICITA'

Art. 44

Allo scopo di tutelare il diritto del pubblico a ricevere una
corretta informazione, distinta e distinguibile dal messaggio
pubblicitario e non lesiva degli interessi dei singoli, i messaggi
pubblicitari devono essere chiaramente individuabili come tali e quindi
distinti, anche attraverso apposita indicazione, dai testi
giornalistici.

Gli articoli elaborati dal giornalista nell'ambito della sua normale
attività redazionale non possono essere utilizzati come materiale
pubblicitario.

I testi elaborati da giornalisti collaboratori dipendenti da uffici
stampa o di pubbliche relazioni devono essere pubblicati facendo
seguire alla firma l'indicazione dell'organizzazione cui l'autore del
testo è addetto quando trattino argomenti riferiti all'attività
principale dell'interessato.

I direttori nell'esercizio dei poteri previsti dall'art. 6, e
considerate le peculiarità , delle singole testate, sono garanti della
correttezza e della qualità dell'informazione anche per quanto attiene
il rapporto tra testo e pubblicità. A tal fine i direttori ricevono
periodicamente i pareri dei comitati di redazione.

Verbale di interpretazione

Il giorno 26 novembre 1986 in Roma si sono incontrati la Federazione Italiana Editori Giornali

e

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

Le parti, richiamato il verbale della riunione dell'11 novembre 1985
e le tematiche che in quella occasione sono state oggetto di
particolare approfondito esame hanno espresso sulle stesse il seguente
comune e congiunto parere interpretativo, a conferma del reciproco
impegno per una corretta applicazione dell'art. 42:

1) Procedure per la presentazione e l'esame in sede nazionale dei
piani editoriali ai fini della valutazione di conformità alle norme
contrattuali.

La presentazione e la notifica agli organismi sindacali dei piani
editoriali devono avvenire con il necessario anticipo rispetto ai tempi
della loro realizzazione.

I piani predisposti dall'azienda devono evidenziare: obiettivi,
motivazione e tipo della ristrutturazione tecnologica e relativi
investimenti; caratteristiche e programmi del sistema editoriale
adottato; fasi di attuazione e tempi di realizzazione; conseguente
definizione della struttura del prodotto con particolare riferimento ai
contenuti e alla foliazione; inoltre, specificatamente per le agenzie
di stampa, reti, orari di trasmissione nonché realizzazione di
eventuali archivi, banche dati e relative iniziative commerciali;
articolazione degli uffici di corrispondenza e delle redazioni
decentrate.

Il piano, inoltre, dovrà contenere le necessarie indicazioni
sull'organizzazione del lavoro redazionale, nel rispetto delle facoltà
e competenze del Direttore. L'organizzazione del lavoro redazionale e
le garanzie di tutela della professionalità giornalistica e del
carattere di opera intellettuale collettiva del prodotto redazionale,
costituiranno specifica valutazione nelle fasi di confronto sindacale
contrattualmente previste anche ai fini della determinazione del
giudizio di conformità del piano alla normativa contrattuale a livello
delle parti nazionali.

2) Completezza dell'informazione sulle potenzialità del sistema e sui programmi attivabili,

A) Oltre alla indicazione del tipo di sistema prescelto, i piani
dovranno precisare caratteristiche e capacità operative dello stesso
nonché contenere una analitica descrizione su come si intende far
utilizzare il sistema stesso dalla redazione centrale e da quelle
decentrate; per queste ultime sarà messo in evidenza come si realizza
l'afflusso del materiale giornalistico, la sua trasmissione alla sede
centrale, le capacità e modalità di dialogo fra redazione centrale e
periferiche (redazioni decentrate - uffici di corrispondenza),

B) In relazione al disposto contrattuale che garantisce a ciascun
giornalista e ai singoli settori nell'ambito delle rispettive
competenze, l'accesso a tutta l'informazione che, con ogni mezzo,
affluisce al sistema, i piani dovranno evidenziare i progetti che le
aziende, anche tenuto conto dell'evoluzione delle tecnologie, intendono
realizzare per assicurare nell'ambito del sistema l'interazione del
flusso informativo tra la redazione centrale e le redazioni decentrate,
ai fini dello sviluppo editoriale, del miglioramento della qualità del
prodotto e dell'arricchimento della professionalità dei giornalisti.

C) Eventuali adeguamenti o modifiche che si fossero dimostrati
necessari sulla base delle esperienze maturate nel corso della
sperimentazione produttiva costituiranno oggetto di specifica,
ulteriore informativa e confronto con il Comitato di redazione.

Le eventuali, successive, integrazioni all'operante sistema
originale che comportino modificazioni dell'organizzazione del lavoro
redazionale, formeranno oggetto di specifica informativa ai fini del
confronto con le istanze sindacali ai vari livelli.

D) I sistemi editoriali non devono contenere programmi diretti ad
individuare parametri valutativi del rendimento produttivo e tassi di
errore del redattore; i programmi del sistema non devono, in ogni caso,
essere utilizzati anche ai suddetti fini. Esplicito impegno in tal
senso deve essere contenuto nei piani editoriali.

3) Segretezza dei testi, degli archivi del sistema e delle memorie
riservate e loro tutela anche in relazione agli interventi del
personale tecnico.

Si riafferma il principio contrattuale dell'inviolabilità della
sfera soggettivo-professionale del giornalista in presenza di supporti
tecnici potenzialmente idonei ad incidere su di essa; tale principio è
posto anche a tutela del patrimonio aziendale di cui il definitivo
elaborato giornalistico costituisce elemento essenziale. In tal senso -
nel confronto a livello aziendale per l'attuazione del piano - potranno
essere concordate tra le parti misure dirette a favorire la concreta
applicazione di tale principio.

I piani per l'utilizzazione dei sistemi editoriali - considerato che
l'accesso alla memoria del sistema stesso è riservato al corpo
redazionale - debbono espressamente prevedere:

- procedure, metodologie ed accorgimenti tecnici atti a tutelare
l'autonomia e le competenze proprie della professione giornalistica,
nonché la segretezza dei testi fino al momento in cui il giornalista li
mette a disposizione, secondo i gradi di competenza, della struttura
redazionale;

- la permanenza in memoria per almeno 72 ore dalla pubblicazione (o
per il maggior tempo richiesto dal tipo di pubblicazione) di ogni testo
memorizzato con l'indicazione dell'autore, delle eventuali successive
correzioni o modifiche e dell'autore delle medesime;

- l'informazione preventiva sui programmi tipografici in grado di
interagire con il sistema editoriale, interazione che, comunque, non
deve consentire l'accesso alla memoria e agli archivi redazionali o
personali ne funzioni di controllo sullo stato del lavoro redazionale.

I piani, inoltre, devono prevedere procedure sull'intervento dei
tecnici addetti alla manutenzione del sistema sugli archivi personali,
idonee - in ogni caso - a consentire al giornalista interessato la
tempestiva cognizione del motivo, giorno e ora dell'intervento stesso.

Nell'ambito delle garanzie per l'inviolabilità della sfera
soggettivo-professionale del giornalista, questi deve utilizzare la
zona di memoria a lui riservata per la elaborazione e l'archiviazione
di materiale giornalistico o comunque attinente la professione.


4) Verifica, nelle sedi contrattualmente previste, della
corrispondenza tra i piani approvati e la loro attuazione nonché dei
sistemi utilizzati.

La conformità del piano editoriale alle normative contrattuali
costituisce precisa condizione di procedibilità per l'attivazione della
fase di confronto aziendale e, quindi, per la relizzazione tecnica,
produttiva e gestionale del progetto. Le fasi procedurali per la
verifica di conformità previste dal contratto sono:

  1. Elaborazione e formulazione del piano editoriale da parte
    dell'azienda che, in vista dei successivi confronti, potrà valersi
    delle indicazioni del gruppo misto (azienda e redazione) previsto dal
    C.n.l.g.; trasmissione del piano agli organismi sindacali aziendali,
    territoriali e nazionali (FIEG e FNSI);
  2. Esame del piano a livello delle organizzazioni nazionali, il
    cui giudizio di conformità alle norme contrattuali, espresso in
    specifico accordo, è atto preliminare alla realizzazione del piano
    stesso, espletata la successiva fase procedurale;
  3. Trattativa aziendale sui temi fissati dalle norme
    contrattuali (art. 42- Piani di trasformazione tecnologica, 3° e 4°
    comma) per la realizzazione del piano. Il confronto fra editore,
    direttore e comitato di redazione riguarderà la definizione delle
    intese specifiche per l'attuazione del piano, restando vincolate le
    parti aziendali a deferire all'esame delle organizzazioni nazionali le
    questioni eventualmente insolute;
  4. Introduzione del sistema, previ il necessario addestramento
    professionale e l'attivazione della sperimentazione produttiva che
    dovranno riguardare anche se gradualmente, tutti i settori redazionali
    interessati.

La procedura - nelle fasi sopra descritte - deve essere espletata,
oltre che per i processi di ristrutturazione o riconversione
tecnologica, per le nuove iniziative che adottino i sistemi editoriali,
nonché per integrazioni o modifiche ai sistemi editoriali, così come
originariamente attivati in base agli accordi sindacali stipulati che
interessino l'organizzazione del lavoro redazionale.

5) Realizzazione delle norme in materia di ambiente e tutela della salute.

La istituzione del gruppo di lavoro misto, prevista dal 1° comma
dell'art. 42 - tutela sanitaria - è obbligatoria; essa costituisce
supporto indispensabile per la soluzione dei problemi connessi alla
realizzazione di condizioni ambientali e di lavoro idonee all'attività
redazionale in vista dell'utilizzazione delle nuove tecniche di
produzione.

Le soluzioni concordate dall'azienda e dal cdr a seguito
dell'attività del gruppo di lavoro, debbono essere realizzate prima
dell'attivazione, anche in via sperimentale - produttiva, dei nuovi
impianti tecnologici.

Per gli aspetti attinenti la prevenzione e la tutela della salute ed
integrità dei giornalisti in relazione all'uso dei sistemi elettronici
editoriali sarà definita con accordi aziendali l'attuazione di tutte le
idonee e adeguate misure (visite ed esami preventivi, visite ed esami
di controllo successivi e periodici; valutazioni ergonometriche ed
ambientali).

L'onere delle indagini preventive e di controllo concordate è posto a carico dell'azienda.

Eventuali inidoneità fisiche, attestate come stabilito dalla norma
contrattuale, esonerano il redattore interessato dall'uso dei VDT e non
possono costituire motivo di penalizzazione della professionalità.

Letto, confermato e sottoscritto

Federazione Italiana Federazione Nazionale
Editori Giornali della Stampa Italiana