Il bisogno di mito trasforma la tv nel mito dei miti (di Paola Pastacaldi)

"Oggi i simboli conoscono una nuova popolarità. L’immaginazione non
è più irrisa come la pazza del villaggio. È stata riabilitata come
sorella gemella della ragione", scrive Jean Chevalier, teologo e autore
del "Dizionario dei simboli". Il mito si può pensare come il teatro
simbolico delle lotte interne ed esterne che l’uomo affronta nel corso
della sua evoluzione, quando cammina verso la conquista della sua
personalità. Mentre i simboli, come una freccia che vola e non vola,
che svela e non svela, sono il cuore della vita immmaginativa, che apre
lo spirito all’ignoto. I simboli si collocano tra noto e ignoto. E
portano così l’uomo verso l’inneffabile, l’indeterminatezza del
presentimento, creando un ponte tra sogno e realtà.

Viviamo, da sempre, in un mondo carico di simboli, e insieme un
mondo di simboli vive magicamente dentro di noi. Possiamo persino
arrivare a pensare con Paul Valéry che all’inizio vi fosse per gli
uomini più che il mondo reale la favola, cioè la parola, cioè il mito.

Sembra quasi che il mondo della comunicazione e della pubblicità si
siano appropriati di tutto questo simbolico e lo elargiscano a piene
mani Sembra quasi che questo teatro simbolico delle lotte interiori si
sia trasferito dentro i cartelloni pubblicitari, dentro i femminili e i
settimanali di turismo e tempo libero, di fitness e salute, dentro la
scatola della tv sempre accesa.

Oggi dunque viviamo immersi in un mondo di segni. Le città sono
diventate una selva costellata di segni costruiti dall’uomo per l’uomo,
fatti però con lo scopo di colpire, sedurre e condizionare. Ma mentre
il simbolo è un idolo-motore capace di affettività e dinamismo, con i
segni imbocchiamo una strada dai significati certi e falsamente
inneffabili. Nella società della conoscenza oggettiva si tende, dunque,
a eliminare ciò che resta di simbolico. Possiamo dire allora che la
nostra società ha reso i simboli popolari e al tempo stesso è sulla
strada del loro sterminio. I segni di cui parliamo sono ovunque e
oscillano tra il mondo delle emozioni e il mondo dell’informazione. Nel
mondo di Internet e della stampa invasiva le informazioni sono
diventate pane quotidiano. Ma tutto sottende un unico obiettivo:
trasformare il nostro io in quello di un consumatore

Ma quali sono questi segni? Le città, le case, le auto, gli uffici,
i ristoranti, i bar, gli autobus, le toilette, le etichette, tutto
indossa le forme del design. Tutto ciò che ci circonda dalle insegne,
agli abiti, alle pettinature, ai piatti, alle forchette, dai
grandissimi sino ai più piccoli oggetti che quotidianamente dominano la
nostra vita materiale. A vantaggio dell’estetica e della libertà ? Non
esattamente.

Sono i media a dare a queste forme falsa risonanza di mito. I media
con le immagini, più che con le parole, raccontano la grande parabola
del mondo, come é: qui e ora. I media invasivi hanno questo potere.
Così il nostro immaginario mitico sembra avere trovato un nuovo luogo
simbolico, dentro i giornali, dentro il picolo schermo, attraverso le
foto. Così come ordina il nuovo mito, ci vestiamo, mangiamo, ridiamo,
lavoriamo e forse anche facciamo l’amore.

Sono i soggetti deboli, cioè i bambini, quelli che più ci fanno
capire come funziona il sofisticato meccanismo mitico- mediatico. Per i
bambini delle famiglie mononucleari, abbandonati per buona parte della
giornata, che si ritrovano finalmente a contemplare i volti dei cari
all’ora di cena, la tv è diventata il sostituto imprescindibile di una
relazione intima ex parentale. Quando il padre o la madre arrivano a
casa stanchi per il lavoro, desiderosi solo di risolvere la stanchezza
senza pensieri, l’accensione della tv è il grande miracolo che si
ripete. Tutto è delegato allo schermo luminoso. Dentro quei pochi
centimetri rivive anche il mito più scarnificato: rivive l’idea di una
unità familiare, rivive il sogno di un bello e buono plasmato da creme
e fitness, rivive l’affetività dei nonni, rivive la voglia di
avventura, il mito di Ulisse, quello di Prometeo, quello di Apollo, di
Mercurio, di Diana. Miti alla portata di tutti e in qualunque momento,
che si possono comperare con poche lire. Perché la tv accende i
problemi degli altri, e così riesce a spegnere i tuoi. Mentre la
pubblicità offre soluzioni perfette a poco prezzo.

Il mondo che appare nei tg, per quanto drammatico è sempre più
lontano e meno ansiogeno di qualunque problema personale. Se uno
scompare, c’è una trasmissione per ritrovarlo, se mi salvo da un
incidente mortale, c’è una trasmissione che mi fa ripercorrere i modi
della salvezza, se sono in lite, farò la pace in una udienza tv, se ho
ucciso mi confesserò davanti alle telecamere, se litigo con papà e
mamma, ne discuterò in un talk show.

Così per i bambini, prima di tutto, esiste una realtà che è televisiva.

La realtà tv è talmente scintillante perfetta, universale,
poliglotta, esagerata, onnicomprensiva e magica e reale da avere
incarnato un falso mito, dentro il quale si dipana la mia vita
psichica. Il desiderio delle merendine, di un giocattolo, ma anche di
un papà più buono, di una sorella che non ho, nasce e si risolve in tv.
Perché la tv mi suggerisce la soluzione. Comperare qualcosa che mi darà
anche tutto questo. Il miscelamento dei generi, cioè il fatto che la tv
passa da un notiziario sulla guerra, alla pubblicità su come depilarsi,
all’ultimo cracker da sgranocchiare quando si studia, pone il bambino
di fronte ad un mondo senza sentimenti, dove si può tutto. Senza
fatica, senza impegno.

Così nasce l’eroe mediatico. Lui uccide i fatti ed esalta i
sentimenti perfetti, quelli televisivi: il massimo di intensità e il
minimo di coinvolgimento. Se il mito è il racconto simbolico o la
parabola che ci spiega chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, la tv
segna le tappe mediatiche di questa autostrada della personalità. "Io"
sono i vari testimonial della pubblicità, sono paterno, affettuoso,
iroso, seducente, ricco, povero, giovane o vecchio, maschio o gay,
marito o fidanzato, single, assicurato, incidentato, brufoloso o no.

La tv è, lo sappiamo, la baby sitter preferita dell’infanzia (o
forse la sola disponibile), ma anche la fiaba passione con i cartoni
animati da tutto il mondo, è la fiaba tapezzzeria quando parla in
continuazione anche se non la si ascolta. Nella tv, io bambino, vedo il
mondo che non ho mai visto e lo vedo da una angolatura preconfezionata
nel silenzio di una famiglia che ha rinunciato al suo ruolo educativo.
Il simbolo mediatico nella sua violenza di immagine senza passaggi
intermedi provoca nello spettatore un eccesso di trasfert, senza che il
bambino possa avere il tempo di comprendere le connessioni e le
differenze che poi esistono tra reale e immagini riprese da una
telecamera.

Il gioco-mito-tv si può facilmente trasformare in tragedia. La tv è
responsabile di avere spezzato la dicotomia tra noto e ignoto.
Furbescamente ha miscelato il possibile con l’impossibile. Come una
sirena vuole sedurre Ulisse e compagni. Ma i telespettatori non hanno
cera per le orecchie. Nei film verità, nei tg sulla guerra, nelle
uccisioni in diretta, la realtà non è drammatica, per eccesso di
drammaticità. Poco si è valutato l’impatto psichico-emotivo dei fatti
visti solo attraverso le immagini. Anche la peggiore delle violenze se
vista in tv o in un servizio fotografico firmato dal più grande dei
fotografi non è in grado di creare nel vedente moti di compassione o di
rifiuto-ribellione, come lo è invece la stessa immagine dal vero. Come
vedente sono sedotto dall’effetto e tutto finisce quando volto pagina.
Ecco che il vedere la realtà-violenza stampata o in tv non è educativo,
perché non muove il dialogo tra colui che vede e la realtà che si
offre. Lo zapping potrebbe essere la grande salvezza, fuggire da tutto
questo quando è troppo, ma per i bambini non funziona: perché di fronte
a realtà non gradite preferiscono ancora ficcarsi sotto un tavolo o
coprirsi il volto con le mani. Questo significa che per i bambini tra
la realtà e la tv non c’è alcuna differenza: scappare non si può. Quel
mondo mi entra dentro più di quello reale.

Osserviamo per esempio il mito della paura ricreato dai film e dai
dossier. La violenza è solo un surrogato. Dentro la tv ho visto il
pegggio del mondo, ma di fronte alla cena che mi attende e alle nuove
proposte della pubblicità, il telespettatore non ha quasi più memoria.
Al Nord i tg sulla guerra i film o telefilm dell’orrore lasciano per lo
più i bambini indifferenti (o agiscono in eccesso provocando una
curiosità malsana come nel caso del bimbo suicida di un paese
dell’Italia settentrionale, a Noceto di Parma). Ma al Sud, laddove la
violenza è quotidiana e brutale, i bambini provano ancora una paura
vera e un dolore in sopportabile tanto da spegnere lo schermo.

La tv è un mito onnivoro, totalizzante o sei così o non sei. Quando
c’è il terremoto nei tg, siamo tutti terremotati, salvo dimenticarlo,
cinque minuti dopo con lo spot alla Nutella.

L’eroe è solo colui che è dentro tutte le trasmissioni e gli spot. I
miei sentimenti condizionati dai sentimenti omogeneizzati della tv.
Nessuno sfugge alla seduzione dell’essere in tv. Il nuovo mito tv ha
capovolto i principi del reale, la vita è solo emozioni concentrate e
come in tutti i concentrati il sapore è un’altra cosa. Il reale è
diventato un film. La guerra è un attimo di brillio di stelle dentro lo
schermo, un morto è solo un fastidioso grumo di sangue durante la cena.
È la fretta e la facilità delle immagini in tv, (in questo rincorsa dai
giorrnali con un mercato fotografico miliardario) a decretare un nuovo
modo di sentire. Io sento quello che mi propongono. Dove tutto è
facile. Così l’uomo- telespettatore, sospeso tra l’angoscia e
l’indifferenza, viene spinto dal mito televisivo verso l’indifferenza.

Il bisogno struggente di mito dà la forza alla tv di diventare il
mito dei miti. Il mito così capovolto trascina i telespettatori verso
una terra di nessuno, una Arcadia della mente. Come essere se stessi e
ritrovare l’io perduto? Sognando un mondo che è un ‘eterna ripresa
video, si gettano i sassi dalle autostrade per colpire le auto
inconsapevoli di provocare la morte, si cade in catalessi per eccesso
di esposizione. Il nuovo mito non è capace di diventare un fattore di
equilibrio che spinge l’uomo spettatore ad affrontare il suo destino.
Il mito- pubblicità- tv spinge il telespettatore ad essere sempre un
altro, più perfetto e omogeneizzato nei vestiti, nei sentimenti, negli
hobby, negli ideali. Il telespettatore grida come un bambino: "Io
vorrei che mi trasmettessero perché sarei un mito". Come accade per i
miti che deviano verso una eccessiva identificazione con gli eroi, sono
vittima di una alienazione schizomorfa. Il telespettatore acquisisce un
io che non è, nè mai sarà, il suo.