Primo Mazzolari giornalista e la rivista «Adesso» 1949-1962 (di Marco Pancera)

Memoria

Don Primo Mazzolari, uomo di pensiero e di azione, è stato una
figura tragica del cattolicesimo italiano. La sera del 26 dicembre 1948
tre sacerdoti si incontrarono nella canonica della chiesa di San
Pietro, a Bozzolo, in provincia di Mantova, paese agricolo di
quattromila anime sconosciuto ai più, ma di considerevoli ricordi
gonzagheschi. Pareva che dovessero soltanto conversare su argomenti di
piccolo cabotaggio religioso e letterario, invece, senza volerlo,
preparavano una rivoluzione nel mondo cattolico italiano. Ma era una
rivoluzione con radici così modeste che uno arrivò quando in pratica la
discussione era finita.

Il più vecchio dei tre era il padrone di casa, l’arciprete don Primo
Mazzolari, 58 anni, di famiglia contadina, che viveva accudito da una
sorella nubile. Era noto come scrittore e polemista, lui preferiva
definirsi solo un parroco di campagna: i suoi articoli sui giornali
cattolici suscitavano sempre vivaci discussioni, tanto che talvolta non
glieli pubblicavano. Gli altri due, di oltre vent’anni più giovani,
erano don Lorenzo Bedeschi e don Giovanni Barra, anch’essi scrittori e
legati al mondo giornalistico. Barra è scomparso nel 1975; Bedeschi,
giornalista attivissimo e ordinario di storia dei partiti e dei
movimenti all’Università di Urbino, oggi presiede la Fondazione per la
storia del modernismo.

Le armi di questa rivoluzione, senza generali e senza masse di
manovra - che pure si sarebbe rivelata uno dei germi del futuro e
ancora inimmaginabile Concilio Vaticano II - erano le idee. Mazzolari
voleva un giornale. La mattina del 27 dicembre, dopo una notte passata
in parte a rileggere il Vangelo, il sacerdote disse ai due amici che
l’avrebbe chiamato «Adesso». L’aveva preso da un versetto di Luca: «…ma
adesso chi non ha una spada venda il mantello e ne comperi una». E
aveva deciso: sarebbe stato un quindicinale di «impegno cristiano».

Non era roba da poco per tre preti. Si tenga presente che eravamo in
un anno, il 1948, in cui la Democrazia cristiana aveva ottenuto la
maggioranza assoluta in Parlamento sconfiggendo la coalizione
socialcomunista, mentre tra i partiti minori si faceva avanti il
Movimento sociale italiano, erede della Repubblica sociale italiana.
Gli scontri politici erano fortissimi e, a causa di antiche vendette,
le strade erano ancora insanguinate. L’Italia si avviava verso la
ricostruzione, ma su gran parte del territorio, come avrebbe dimostrato
un’inchiesta parlamentare del 1951, povertà e miseria incidevano
pesantemente sulla società. Nel Meridione, i problemi del bandito
Giuliano, dei latifondi, delle lotte contadine; al Nord, l’immigrazione
che lentamente cambiava il volto alle città avviate
all’industrializzazione, gli scontri degli operai con la polizia nelle
piazze: tutto questo si trovavano di fronte Mazzolari e i suoi amici.

Il primo numero di «Adesso» uscì con la data del 15 gennaio 1949,
spiegando le sue intenzioni: pace, pacificazione tra gli animi
(fascisti-antifascisti), necessità di dare voce ai poveri, incontro e
non scontro tra le basi popolari socialiste e cattoliche e tra le varie
confessioni religiose, necessità per i cattolici di porsi
all’avanguardia. Su questi ultimi argomenti, per la verità, i vertici
cattolici non erano molto d’accordo; e da qui cominciarono i problemi
del quindicinale.

Sempre nel primo numero, in un intervento memorabile per quei tempi,
Mazzolari, segnalando che il cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo
di Milano, aveva donato il suo anello pastorale per i poveri, annotava
che era giusto che i vescovi fossero poveri. Aggiungeva che, per i
poveri, lui avrebbe venduto anche tutti i beni delle basiliche e dei
santuari, Loreto, Pompei e così via. Non tutti apprezzarono la nota.
Inoltre, nelle stesse pagine, comparve un articolo del giornalista
socialista Carlo Silvestri che, esule durante il fascismo, stava
cercando tuttavia una strada di intesa e di pacificazione tra fascisti
e non fascisti. Va detto che, sia Schuster sia Silvestri, negli ultimi
giorni della Repubblica di Salò si erano attivati per la resa di
Mussolini e dei suoi uomini così da evitare possibili bagni di sangue.
C’erano già abbastanza lutti e macerie materiali e morali. «Adesso»
dunque si trovava dentro questa drammatica realtà.

I quotidiani allora erano di due fogli, quattro pagine; ma subito
dopo la guerra ne avevano avuto uno solo, due pagine. Questo può dare
un’idea dei tempi. Il quindicinale era di otto pagine, in formato
tabloid, costava 30 lire e l’abbonamento annuo 600 lire. La testata era
esemplata su quella di un periodico francese degli Anni Trenta,
cattolico ma spinto a sinistra; qualche mese più tardi venne cambiata e
sostituita con un'altra, che ricordava una pergamena col titolo in
negativo a caratteri gotici moderni. Era disegnata dal pittore Andrea
Fossombrone, che abitava a Milano, ma era un profugo dalmata, di
famiglia d’origine ebrea convertito al cristianesimo: una sua Via
crucis si trova nella chiesa di San Babila.

I collaboratori non potevano rappresentare voci più diverse, e
questa era una forza del giornale, che, edito dal Centro di studi
francescani di Modena, era stampato nella tipografia dell’«Avvenire
d’Italia». La direzione era affidata al francescano padre Placido da
Pavullo, che firmava con il nome da laico, dottor Paolo Piombini, un
intellettuale che aveva fondato alcuni periodici; Giovanni Papini, suo
amico, lo chiamava Fra’ Tempesta. Successivamente, il giornale avrebbe
cambiato indirizzo, prima per motivi economici, poi per necessità di
politica interna (nel 1951 era già a Milano, con la direzione di un
laico, Giulio Vaggi), ma intanto era ritenuto un’emanazione cattolica
ufficiale o paraufficiale; invece non aveva chiesto nemmeno
l’imprimatur. Va ricordato che don Mazzolari, oltre ad aver avuto
problemi per il suo antifascismo (era stato oggetto di un attentato a
fuoco nel 1931, minacciato di confino per un articolo sui rapporti
cattolici-comunismo nel 1937, e solo per caso aveva evitato il plotone
d’esecuzione nel 1944), a motivo di un suo libro che auspicava un
abbraccio tra cattolici e protestanti, nel 1934 era stato inquisito dal
Sant’Ufficio. Se a ciò si aggiunge che, nel 1945, dopo la seconda
guerra mondiale, aveva osato pubblicare un«Vangelo del reduce»,
sottotitolato «Il compagno Cristo», e un volumetto, «Impegni cristiani,
istanze comuniste», stampato dalla Dc mantovana, si comprende con
quanta preoccupazione potesse essere seguita la sua avventura
giornalistica.

Eppure, tra i primi abbonati vi furono esponenti dell’Azione
cattolica, parlamentari democristiani (tra gli altri, l’onorevole
Antonio Segni, poi ministro, autore di una importante riforma agricola,
e perfino presidente della Repubblica), intellettuali d’ogni genere.
Anche monsignor G.B. Montini, poi papa Paolo VI, era abbonato. Molti
erano pure i sacerdoti, molti i seminaristi mazzolariani, che però,
come gli confidavano per lettera, dovevano leggerlo di nascosto. Nel
volgere di un anno il giornale raggiunse e superò i tremila abbonati,
un successo impensabile ma necessario per mantenerlo in vita, visto che
non aveva, né ebbe mai, una riga di pubblicità. Alla fine arrivò a
seimila. Don Bedeschi mi ha testimoniato che Mazzolari aveva l’animo
del giornalista. Gli piaceva andare in tipografia e, anzi, vi accorreva
ogni due settimane, a meno che non fosse preso da impegni pastorali,
perché era chiamato quasi ovunque a predicare, oppure che il medico
glielo proibisse: era, infatti, malato di cuore.

Il giornale non era elegante, era sobrio, su carta modesta, con una
impaginazione assai semplice, da questo punto di vista di assai facile
lettura. Sarebbe migliorato un po’ con gli anni, ma sempre mantenendo
una veste grafica molto controllata; i proventi non gli permettevano
svolazzi.

I titoli di Mazzolari erano efficaci, e c’è un motivo: non solo
perché amava la chiarezza, ma perché conosceva profondamente ciò di cui
parlava, il che può insegnare molto anche ai giornalisti d’oggi.
Vediamone qualcuno: La libertà non è un diritto ma un dovere; La
Cristianità di fronte al comunismo; Fascismo, resistenza, neofascismo:
facciamo pace almeno tra noi prima che sia troppo tardi; La Cristianità
italiana riprenda la sua missione; Responsabilità dei cattolici
italiani verso la cattolica Sicilia. Vanno naturalmente pensati
riguardo ai tempi e al giornale. Ma, anche a colpo d’occhio, rivelano
l’alta tensione morale di quello che era «il giornalista Mazzolari».
Anzi, vien voglia di andare a esaminare gli articoli, perché molte
ragioni sono ancora d’attualità.

Non tutti i collaboratori hanno nomi noti, anzi alcuni (vescovi e
uomini politici), scrivono e pubblicano chiedendo che il loro nome non
appaia. Ma figurano i nomi dei parlamentari Momoli, Cappi, Malvestiti,
Igino Giordani e poi don Lorenzo Milani, Mario Gozzini, Pietro Scoppola
e altri. «Adesso» lancia tra i suoi lettori alcune inchieste, in
particolare sulla situazione dei contadini nella Val Padana, sulle
carceri, sul disagio dei giovani, sull’istruzione e la vita nei
seminari. Si pensi che a metà degli Anni Cinquanta, l’Associazione
lombarda dei giornalisti bandì un premio per un’inchiesta sui giornali
nazionali: non se ne presentò neanche uno. Si presentò il solo
«Adesso», però considerato non nazionale. Le inchieste giornalistiche,
oggi normali, non avevano ancora preso piede. Vado a memoria, e mi
scuso se sbaglio, ma mi pare che le prime di un certo peso sul piano
sociale siano apparse sul neonato «Il Giorno» nella seconda metà degli
Anni Cinquanta.

Insomma, Mazzolari non perdeva un colpo. «Adesso» fu anche un
antesignano di quella che poi verrà chiamata l’apertura a sinistra. A
questo scopo diede la parola a cattolici e socialisti, aprendo un
dibattito che continuò di numero in numero con una rubrica firmata dal
sindaco di Milano, l’avvocato socialista Antonio Greppi, noto come il
sindaco della Liberazione (era stato il primo sindaco dopo la guerra;
suo figlio, partigiano, era stato ucciso in un agguato fascista).
Greppi era un socialista di famiglia borghese, non un radicale o un
rivoluzionario, eppure i superiori di Mazzolari ne erano impensieriti.
Pochi anni dopo, la politica italiana e la storia daranno ragione al
sacerdote, ma ciò avverrà quando questi sarà già morto.

Nato nel 1890, in una cascina alla periferia di Cremona, Primo
Mazzolari è sempre vissuto in una zona in cui si intersecano i confini
del Cremonese, del Bresciano e del Mantovano. Un altro giornalista
cattolico (ma anche scrittore, sindacalista e uomo politico di
vivacissima e contrastata attività), pure di famiglia contadina, è nato
in un paese vicino, Guido Miglioli, che di Mazzolari fu insieme amico e
contradditore. Tra i suoi maestri e difensori, il parroco di Bozzolo
ebbe il vescovo Geremia Bonomelli, che aveva avuto problemi in Vaticano
per le sue tesi sulla separazione tra Stato e Chiesa, ma è ancora oggi
ricordato per la fondamentale opera di assistenza agli emigranti che
porta il suo nome.

Durante la prima guerra mondiale, da poco sacerdote, Mazzolari
prestò servizio al fronte prima come soldato, poi come cappellano; suo
fratello maggiore fu ucciso in battaglia sul Sabotino. Era ancora
giovanissimo che già collaborava a «L’Azione», settimanale della Lega
democratica cristiana, ideato e diretto da Eligio Cacciaguerra,
avvocato cesenate, fondatore di cooperative e casse rurali, dalla vita
breve e intensissima. Quando parlava di pace, guerra, democrazia
cristiana, cattolicità, poveri, lavoro, disagi sociali, distribuzione
delle terre, necessità di pacificazione, necessità di dare la parola ai
deboli, di apertura ai socialisti per evitare inutili battaglie e
scontri di classe oltre che per educare i credenti e i non credenti,
don Primo Mazzolari sapeva dunque assai bene su che terreno si muoveva
e quale era la sostanza attiva dei suoi interventi. Parlava e scriveva,
infatti, della sua stessa vita.

Ma questa congerie di temi, con un giornale che faceva testo nei
congressi della Dc, il cui massimo esponente a quel tempo era Alcide De
Gasperi, ma che veniva ugualmente sbandierato dalle opposizioni di
sinistra in Parlamento, impensieriva le autorità religiose. Benché
nessuno potesse mettere in dubbio l’ortodossia del pensiero
mazzolariano, «Adesso» rappresentava una critica al potere politico dei
cattolici, peraltro impegnati – va detto con altrettanta chiarezza – su
difficilissimi fronti interno e internazionale.

C’era la crisi di Berlino; i partiti comunisti, con il sostegno
dell’esercito sovietico, si erano impadroniti del potere in tutta
l’Europa orientale, uccidendo o imprigionando migliaia di cattolici,
tra cui sacerdoti e vescovi.
C’era sangue in Palestina. In Corea si
stava svolgendo un scontro senza precedenti tra occidentali e cinesi.
L’Urss annunciava di avere anch’essa la bomba atomica, e pareva già
alle porte la terza guerra mondiale. Il parroco pacifico ad oltranza,
che dubitava della solidità dell’economia impostata dai governi De
Gasperi (anzi, la riteneva dannosa per i ceti poveri), sosteneva la
necessità del dialogo con i comunisti, di un movimento di Avanguardie
cristiane da presentare al papa, e metteva in discussione l’unità
politica dei cattolici, non poteva continuare su questa strada. Oggi le
sue parole sono realtà, ma cinquant’anni or sono erano inaccettabili.

Il 14 febbraio 1951, il quotidiano «L’Italia», diretto da monsignor
Ernesto Pisoni altro eccellente giornalista cattolico, pubblicò nella
pagina dedicata al notiziario religioso, poche righe firmate dal
cardinale Schuster: «A norma del canone 1386 è vietato a tutti gli
ecclesiastici anche del clero regolare, anche di altre diocesi, di
scrivere e di collaborare» al quindicinale espressione delle idee di
Mazzolari. Una censura pesante. Nessun prete al mondo poteva più
scrivere su «Adesso», senza il placet del vescovo. Il sacerdote fu il
primo a obbedire e il 15 marzo uscì l’ultimo numero con la
documentazione di quanto era accaduto e una sofferta, ma sincerissima,
dichiarazione di fedeltà alla Chiesa.

Alcuni mesi dopo, il cardinale Schuster cambiò idea e permise a
Giulio Vaggi, che ne era ufficialmente direttore, la ripresa della
pubblicazione. La stampa di «Adesso», su macchina piana, naturalmente,
avveniva in una piccola tipografia nel cortile di un vecchio caseggiato
di Porta Romana, a Milano: i tipografi, abituati a calendari, etichette
e opuscoli, erano affascinati all’idea di pubblicare e leggere quel
giornale. A differenza dell’arcivescovo, Mazzolari, però, non era
cambiato: il suo giornale continuò sulla linea intrapresa; modificando
solo il motto in «…adesso e nell’ora della nostra morte», in apparenza
meno battagliero, ma più duro del precedente. I due sacerdoti, Barra e
Bedeschi, proseguirono la collaborazione, ma stemperandola nel tempo.
Arrivarono altri collaboratori e il giornale proseguì, anche negli anni
in cui a Milano era arcivescovo il cardinale Montini. Anzi, nonostante
la prudenza di quest’ultimo, che non condivideva le idee mazzolariane o
ne condivideva molto poche, Mazzolari fu invitato a predicare in quella
Missione di Milano che, nella seconda metà degli anni Cinquanta, doveva
rinvigorire la fede nell’animo dei cattolici.

Predicatore di intensa commozione, don Primo Mazzolari morì in
pratica sul pulpito della sua chiesa, là dove era nato il suo giornale:
si sentì male mentre parlava ai parrocchiani alla messa principale di
domenica in albis 5 aprile 1959. Due mesi prima, papa Giovanni XXIII
ricevendolo in Vaticano l’aveva chiamato davanti a tutti «tromba dello
Spirito santo in terra mantovana».
Ricoverato d’urgenza all’ospedale di Cremona, spirò nella notte del 12 aprile.
Ogni
sera, per una settimana, il presidente della Repubblica, il suo vecchio
abbonato Antonio Segni, volle avere sue notizie. Oggi, il sacerdote
riposa nella chiesa di San Pietro, a Bozzolo, e la sua tomba è stata
disegnata da Manzù.

Dopo la scomparsa del fondatore, il direttore e i suoi più stretti
collaboratori affidarono «Adesso» nelle mani di Mario Rossi, già
vicepresidente dell’Azione cattolica, da lui lasciata per contrasti
interni: aveva preferito dedicarsi all’attività di medico del lavoro
presso la Comunità del carbone e dell’acciaio a Lussemburgo. Il
quindicinale, che manteneva le idee-base di Mazzolari ma con un
orizzonte più europeo, continuò a guardare avanti, ma fu osteggiato al
punto che Mario Rossi e gli eredi del pensiero mazzolariano dovettero
gettare la spugna. L’ultimo numero di «Adesso» è il 17 dell’anno XIV,
15 settembre 1962.

Ora che quel foglio non c’è più, se ne capisce meglio il valore: per
il suo pensiero e la sua libertà di esprimerlo è stato un giornale
importante.

In libreria, oltre ai testi di Mazzolari e su Mazzolari si trovano i
cd con alcune sue prediche registrate dal vivo e, a testimonianza della
storia, i preziosi volumi con le copie anastatiche delle annate di
«Adesso» pubblicate dalle Edizioni Dehoniane di Bologna. L’archivio con
la documentazione sul giornale si trova presso la Fondazione don Primo
Mazzolari, a Bozzolo, Mantova. Su Internet: www.fondazionemazzolari.it