Leonardo Sciascia, uno scrittore in redazione

 TABLOID n. 3/2005

Palmira Mancuso, tesi “Leonardo Sciascia: uno scrittore in redazione“. Università
degli Studi di Messina, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea
in Lettere Moderne. Relatore prof. Lucrezia Lorenzini, correlatore
prof. Giuseppe Amoroso. Anno Accademico 2001-2002 

Leonardo Sciascia, uno scrittore in redazione

 

di Palmira Mancuso

“Andare, osservare e raccontare” riassumono il cuore dell’attività
giornalistica nella sua immagine più romantica. Spinti da questa innata
esigenza diversi scrittori si cimentarono nel giornalismo, viaggiando
come inviati speciali tra rivoluzioni, guerre, morte e carestie.
Sciascia, invece, non si spostò mai, almeno idealmente,  da Racalmuto,
il suo piccolo paese natale, sperduto nella profonda Sicilia, il luogo
che più di ogni altro è stato  al centro delle sua esperienza
narrativa, la base da cui  partiva e a cui puntualmente faceva ritorno.
Eppure, in questo microcosmo siciliano lui è stato un “inviato
speciale”: da lì ha osservato  il mondo, ne ha raccontato la
rivoluzione attraverso i suoi personaggi più “eretici”,  le guerre di
mafia, la morte nelle miniere di sale, le carestie di una terra povera
e ingiusta, una “valle di zolfo e d’ulivi” dove scorrono “acque gialle
di fango / che i greci dissero d’oro”.

Nel piccolo paese di Racalmuto, paese di zolfatari e contadini,  il
giovane Leonardo Sciascia, che fin da piccolo dimostra la sua passione
verso i libri e la lettura in genere, trova nel “Circolo Unione” un
luogo privilegiato da cui osservare e decodificare la realtà. 
Nonostante l’asfittico ambiente piccolo-borghese, il circolo concorre,
con il cinematografo e con i libri, alla formazione dello scrittore. E’
qui che comincia il suo contatto con i giornali e lui stesso, nelle
Parrocchie di Regalpetra, lo testimonia: “ Il popolo lo chiama ancora
circolo dei nobili (o dei galantuomini dei civili dei don); i soci lo
chiamano semplicemente casino. E’ situato sul corso, nel punto più
centrale: consiste di una grande sala di conversazione, con tappezzeria
di color perso e poltrone di cuoio scuro, una sala di lettura, tre sale
da giuoco: nella sala di lettura c’è la radio, quasi sempre accesa, la
possibilità di far profittevole lettura è molto vaga: sul tavolo si
trovano i quotidiani  Il Tempo di Roma e il Giornale di Sicilia; i
settimanali Epoca, Oggi e La Domenica del Corriere; le riviste
L’Illustrazione italiana e Il Ponte, quest’ultima rivista pochissimo e
letta e sdegnosamente tollerata vi si trova, in grazia della concordia
da cui il circolo prende nome, per volontà di una diecina di giovani.
Alla fine di ogni anno c’è il tentativo di cassare l’abbonamento al
Ponte dal bilancio, ma i giovani stanno all’erta e ripresentano alla
deputazione l’istanza del rinnovo; purché la concordia non venga meno
gli altri sopportano lo scandalo di una simile rivista”. Immaginiamo i
buoni borghesi riuniti al circolo, che leggono i tipici giornali del
moderatismo anni cinquanta, ad esclusione della rivista Il Ponte,
l’unico abbonamento che Sciascia riesce a strappare agli
amministratori, nel suo costante intento di modificare le pigrizie
culturali dei soci, dei quali osserva le miserie morali ed il
conformismo.

Sono gli anni della seconda guerra mondiale, gli anni del diploma
magistrale e del primo impiego, nel 1941, presso il consorzio agrario
di Racalmuto. In questo stesso anno Sciascia viene ammesso ai corsi
universitari della facoltà di Magistero a Messina, con un tema sul
teatro dedicato all’opera di Wilder Piccola Città. “Con l’Università ha
chiuso subito, ai primi deludenti esami. (…) rimedia un 18 in filosofia
(…) è bocciato in letteratura italiana (…) quando Sciascia sarà in fin
di vita e la facoltà di Lettere delibererà di assegnargli la laurea ad
honorem in Lettere, lui farà in tempo a dire: “Mi sarebbe piaciuto
averla in Legge” ( la laurea honoris causa alla memoria è stata
conferita a Messina l’8 giugno 2000 ). Nel 1944 si sposa con Maria 
Andronico e in questo periodo comincia a pubblicare articoli
politico-letterari sui giornali Vita Siciliana, Sicilia del Popolo e
Unità. “Sono testi che risentono molto dell’epoca in cui furono
scritti, connotati da un’intensa aspirazione alla libertà e alla pace
universale e lo stile del giovane Sciascia è ancora debitore della
prosa rondesca” .E’ il 1946 quando Leonardo Sciascia, spinto da un
sentimento di civile indignazione, invia un articolo al Politecnico, la
rivista diretta da Elio Vittorini. L’articolo, che non sarà pubblicato
ma che verrà citato nella rubrica della posta, è un primissimo esempio
di come lo scrittore creda nella forza del giornalismo e della
scrittura, della sua funzione pedagogica e moralizzatrice; infatti,
dalle righe dell’articolo leggiamo: “Vorrei richiamare di più
l’attenzione su quello che è l’isola: un verminaio di reazione
affannata a raccogliere nomenclatura nuova che mascheri i vecchi vizi”.
Intanto da Racalmuto Leonardo Sciascia arriverà a collaborare ad alcune
tra le principali riviste letterarie del tempo (Nuovi Argomenti,
Letteratura, Nuova Corrente, Officina, Il Ponte, Tempo Presente) con
testi creativi o recensioni e scriverà anche per Il Raccoglitore,
l’inserto culturale del quotidiano La Gazzetta di Parma, che all’epoca
gode di un certo prestigio.Nel 1949 è tra i fondatori della rivista
Galleria, stampata a Caltanissetta da un suo omonimo, Salvatore
Sciascia, che dal 1950  dirigerà fino alla morte, garantendosi la
collaborazione di prestigiosi scrittori e critici, da Mario Guidotti a
Luigi Russo, a Cesare Zavattini. Nei decenni successivi la
collaborazione dello scrittore con le riviste letterarie si dirada, 
anche se da segnalare è la condirezione con Moravia ed Enzo Siciliano
della terza serie di Nuovi Argomenti , lasciando spazio al suo impegno
di “cronista” per i quotidiani.

L’esperienza giornalistica di Sciascia, che attraversa tutto l’arco
della sua vita, per semplicità d’esame, possiamo suddividerla in
quattro fasi, caratterizzate da quattro diverse testate, anche se, come
vedremo,  l’autorevole firma di Sciascia è richiesta e ospitata da più
giornali contemporaneamente:

1)  “L’Ora” di Palermo, con cui ha  iniziato a collaborare nel 1955
e dove ha curato una rubrica, dal 1964 al 1968, che lui stesso ha
scelto di chiamare semplicemente “Quaderno”; questa esperienza sarà
importante per il giovane scrittore che, in una Sicilia dove la
Democrazia Cristiana è partito di maggioranza assoluta, trova in questo
giornale d’opposizione, spazio per esprimere quel suo impegno civile,
che poi culmina nella pubblicazione, nel 1961,  del suo libro più
famoso, “Il giorno della Civetta”, libro da cui “sono nate tutte le
antimafie”;

2) “Il Corriere della Sera”, dove la sua collaborazione è alterna:
dal 1969 al 1972, quando alla direzione c’è Giovanni Spadolini, e poi,
dopo qualche anno, sotto la direzione di  Piero Ottone, che ospita voci
e istanze nuove, cambiando ruolo alla figura del letterato, che dalla
pagina tre si sposta in prima pagina; gli anni del Corriere  sono
segnati da grandi tensioni sociali e politiche, a cui Sciascia
partecipa in prima linea proprio dalle pagine del quotidiano milanese,
da cui si allontana “simbolicamente” il 10 gennaio 1987, giorno della
pubblicazione dell’articolo sui “professionisti dell’antimafia”, che dà
inizio ad una delle polemiche più feroci nei confronti di Sciascia, la
cui fiducia nei giornali e nei giornalisti va via via diminuendo;

3) “La Stampa”, con cui, nonostante suoi articoli compaiono già dal
1972, collabora in maniera più intensa dopo aver rotto i ponti con Il
Corriere della Sera; questo periodo, che coincide anche con gli ultimi
anni della sua vita, vede Sciascia meno polemista, più propenso a
scrivere di letteratura, a parlare di Manzoni, a ricordare la lezione
di libertà lasciata da Brancati, a recensire testi inediti di Savinio…

4) “Malgrado Tutto”, che sancisce il ritorno alla dimensione
paesana, a quella Racalmuto che lo stava ancora aspettando e che ne
voleva raccogliere l’eredità, attraverso un piccolo periodico cittadino
di commento e cultura, di cui Sciascia segue le sorti fin dalla nascita
e a cui collabora, affidando ai giornali locali il ruolo di opposizione
concreta, in polemica con le testate nazionali di cui denuncia
l’uniformità.

SCIASCIA GIORNALISTA FUORI “ALBO”. Prima
di analizzare l’esperienza di Sciascia nelle singole testate, a cui
abbiamo fatto riferimento, è bene ricordare anche l’esperienza nella
redazione de Il Giornale di Sicilia, con un aneddoto raccontato da
Roberto Ciuni, all’epoca direttore della testata palermitana, che 
ricorda “quel giornalista da prima pagina” in un articolo scritto per
Malgrado Tutto in occasione del decimo anniversario della morte dello
scrittore racalmutese, e  spiega come mai Sciascia, iscritto all’
Elenco dei Praticanti dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti (passo che
precede l’iscrizione all’Elenco Professionisti) rifiuta il “tesserino”
professionale. Al centro di tutto, come sempre, “una questione di
giustizia”…

“All’inizio del 1972 quasi ogni mattina passavo a prendere il caffè
in casa di Leonardo Sciascia, a Villa Sperlinga (….) Di tanto in tanto
Sciascia mi scriveva delle noterelle che pubblicavo in prima pagina,
così come Renato Guttuso mi illustrava gratis delle pagine
ricostruttive di storia dell’isola con bellissimi disegni.
Chiacchierando durante il caffè, un giorno prendemmo l’argomento
Moravia: Il Corriere della Sera l’aveva fatto praticante. Per quanto
uno scrittore italiano avesse successo  e guadagnasse bene, né i
romanzi, né alcun genere di saggistica (il fenomeno Eco era ancora
lontano), potevano dare la sicurezza del futuro che dava il sistema
giornalistico – dallo stipendio alla previdenza e, infine, alla
pensione. Se ne parlava, da parte sua, con la naturale ritrosia a
mettersi sul mercato editoriale, quindi con la convinzione di non poter
contare sui redditi elevati nonostante le ottime vendite dei libri, e,
da parte mia, con la speranza di replicare in Sicilia uno schema
nobilmente applicato a Milano dal Corriere della Sera: quello dello
scrittore assunto da un giornale in pianta stabile per far soltanto lo
scrittore, non per inseguire notizie o impaginare. Lo convinsi, la mia
proposta fu accettata dagli editori Pietro Pirri e Federico Ardizzone,
rappresentanti delle due anime proprietarie del giornale, e firmai la
lettera d’inizio del praticantato. Sciascia volle impegnarsi in una
rubrica di prima pagina intitolata ai suoi vecchi zii di Sicilia, quasi
che adesso lo zio fosse lui che la redigeva. E – ricordo – scrisse  un
fondino alla caduta del DC9 a Punta Raisi che riprendeva il tema del
ponte di San Louis Rey. Piano piano s’accorse però della differenza
assai marcata tra la sua posizione di privilegio – frequentava il
giornale solo per portare un articolo, scriveva o non scriveva a
secondo dell’argomento e della voglia – e quella dei redattori,
soprattutto gli altri praticanti, costretti a fare fatiche inaudite,
cosa consueta nei giornali regionali, sui cumuli di lavoro da smaltire.
Passati un po’ di mesi mi disse che la cosa gli sembrava ingiusta e il
suo praticantato finì così, con mio grande dispiacere.”

SCIASCIA RECENSORE DI TEATRO PER L’ ESPRESSO
. Ancora una parentesi nell’attività giornalistica di Sciascia, che dal
novembre del 1978 al maggio 1983 fu anche recensore di teatro per
“L’Espresso” , alternandosi settimanalmente con la giovane redattrice
Rita Cirio.

Venti in tutto gli articoli che ha scritto, dopo aver accettato
l’incarico con qualche perplessità, affermando di cimentarsi in questa
attività “per verificare, dopo tanti anni, se il mio amore al teatro,
la mia passione per il teatro, ancora esiste o se oggettivamente il
teatro che oggi si fa offre ragioni a che resista e si rinnovi”.
Probabilmente lo scrittore, dopo le furiose polemiche seguite alla
pubblicazione dell’ Affaire Moro, considerò questo impegno come una
buona opportunità per dedicarsi ad “altra scrittura, ad altro testo”.

INFLUENZA DEGLI SCRITTORI-GIORNALISTI AMERICANI SUL GIOVANE SCIASCIA.
Negli Stati Uniti inizia una nuova stagione per la comunicazione,
soprattutto con l’esperienza degli inviati sui fronti di guerra, e la 
“moderna letteratura americana” concorre alla formazione del giovane
Sciascia.

La famiglia Sciascia, infatti, nel 1935 si trasferisce a
Caltanissetta per permettere ai figli di studiare e Leonardo si iscrive
all’Istituto Magistrale IX Maggio, dove incontra figure decisive per la
sua formazione, tra cui anche Vitaliano Brancati, che insegna in
un’altra classe dello stesso istituto.

Sciascia  lo spia e lo legge ogni settimana sulle colonne di
“Omnibus”, il celebre rotocalco di Longanesi, dove una pattuglia di
scrittori trentenni sapeva guardare altrove, alla letteratura
nordamericana, alla grande letteratura memorialistica francese, alle
inquietudini e alle introspezioni della Mitteleuropea:

Una lira. Ma ne valeva la pena: Barilli e Savinio, gli articoli di
Vittorini sugli scrittori americani, i racconti di Caldwell e Saroyan,
di un Giovanni Drogo che credo fosse Dino Buzzati, certi rapporti
sull’America di Moravia e De Chirico; e che delizia le lettere di
Brancati al direttore! “Caro direttore…” ed era come se da quel tessuto
di noia che era la nostra vita di ogni giorno, improvvisamente balzasse
nel fuoco una lente, che lo ingrandiva e lo deformava, un particolare
della trama un nodo o una smagliatura. Pensavo: così si deve scrivere,
così voglio scrivere.”

Questo è anche il periodo della guerra in Spagna, della scoperta
dell’antifascismo, delle letture di Faulkner, Caldwell, Steinbeck , Dos
Passos ed Hemigway, che furono, questi ultimi in particolare per
Sciascia,  modello di ardite sperimentazioni strutturali e linguistiche.

Ed ancora Sciascia, in una pagina di Nero su Nero, a proposito delle
foto che gli inviati dei giornali americani e inglesi fecero durante la
campagna di Sicilia, nel 1943, scrive: “Queste due fotografie dicono
tutto. E non ci sono soltanto il pastore, il paesano, i soldati che
allegramente si arrendono: ci siamo anche noi, ventenni, col mito
dell’America che non ci  veniva dai parenti  e dagli amici (degli
amici), ma dalle appassionate letture, cui Vittorini e Pavese ci
avevano avviato, di Faulkner, di Hemingway, di Steinbeck, di Caldwell,
di Saroyan. “Che ve ne sembra dell’America?” chiedeva il titolo di un
libro di Saroyan tradotto da Vittorini. La libertà, la democrazia, il
new deal, la frontiera verso il mondo nuovo – era la nostra risposta.”

Dunque, anche se in maniera indiretta, lo stile di questi
scrittori-giornalisti  ha influenzato Sciascia, soprattutto nella sua
tecnica di realismo narrativo che appartiene alla sua scrittura degli
esordi, quando lo stesso scrittore sente il peso dei “latinucci” da
cui  ancora non riesce a staccarsi. 

Ma se “tecnicamente” la vicenda americana ha avuto un ruolo per la
codificazione del linguaggio giornalistico moderno e per la sua
interpretazione critica sicuramente è molto lontana dall’esperienza
dello scrittore di Racalmuto, che sul giornalismo e sul ruolo del
giornalista aveva opinioni precise, che non esitava a puntualizzare
ogni qual volta ne avesse l’occasione. Così, in  un articolo de Il
Corriere della Sera,  datato 14 ottobre 1983, leggiamo che “lo scoprire
altari ed altarini dovrebbe essere funzione assidua di coloro che hanno
a che fare con la carta stampata e con altri mezzi che comunicano e
formano opinione”. Sempre in un articolo del 1983, pubblicato su
L’Espresso il 20 febbraio, Sciascia ribadisce che tra i compiti del
giornalista c’è quello di saper leggere la realtà, di capirla, di farne
giudizio e che “nell’ambito della carta stampata, di coloro che vi
lavorano, l’ignoranza – anche se c’è – non è da ammettere, come non è
ammessa di fronte alle leggi”.

RADIO E TV: MA LA COMUNICAZIONE PER SCIASCIA RESTA SCRITTA.
Leonardo Sciascia ebbe  la capacità, da grande intellettuale qual era,
di utilizzare con facilità tutti i  mezzi di comunicazione, se questo
rispondeva alla necessità di spingere sempre oltre il suo pensiero,
rivolto, quasi in maniera ossessionante, alla giustizia.

Prendiamo, ad esempio, la sua esperienza a Radio Radicale e
riportiamo una testimonianza di Valter Vecellio, allora direttore di
Notizie Radicali, che ricorda: “Si era tra il 1980 e il 1981. Le
Brigate Rosse avevano rapito il giudice Giovanni D’Urso; (…) Sciascia,
che pure era uno scrittore affermato, le cui collaborazioni erano
contese, in quell’occasione non trovò nessuno che fosse disposto a
pubblicare i suoi scritti, i suoi appelli diretti alle BR perché
liberassero senza condizioni D’Urso. E lui, pur così refrattario a
parlare davanti ad un microfono, veniva alla Radio Radicale. Con quella
sua voce un pò roca, la cadenza lenta, si rivolgeva direttamente alle
BR; in nome del diritto, della ragione.”

E’ opportuno, dunque, analizzare il rapporto che lo scrittore aveva
con i mezzi di comunicazione diversi dalla carta stampata. Dobbiamo
constatare, infatti,  che non era certo un personaggio da talk show
televisivo e le sue apparizioni in tv sono state veramente poche. Dalle
parole della moglie Maria Andronico, scopriamo addirittura che in casa
Sciascia, in contrada “Noce” a Racalmuto, non c’era neanche la
televisione: “Leonardo non lo voleva qui. Mentre a Palermo ne abbiamo
uno che tanti anni fa ci regalò il giornale “L’Ora”. Leonardo lo
accendeva solo per seguire i telegiornali. Per le dirette dedicate alle
elezioni mostrava però un grande interesse”.

Per Sciascia il mondo della comunicazione  era a senso unico: non
poteva prescindere dall’informazione, intesa soprattutto come
esperienza scritta. Del suo scetticismo nei confronti della tv lo
stesso Sciascia parla con la solita ironia: “ Ai primi fasti della
televisione, quando nelle famiglie e nei circoli tutti – come ora – vi
stavano attaccati, ma si pensava per amore alla novità, ho sentito
questo giudizio di contadina saggezza: “la televisione è come il porco;
niente va perduto” – e cioè che come ogni parte del porco viene
consumata o utilizzata, così ogni cosa che la televisione trasmette. E
così continua ad essere; e anche peggio se il cancelliere Schmidt ha
rivolto un discorso ai tedeschi esortandoli a un digiuno televisivo di
almeno un giorno la settimana. Mai preoccupazione di un uomo di governo
è stata più giusta. E dico di più: mai un uomo di governo si è
preoccupato del declino d’intelligenza dei governati e dell’aumento del
tasso di stupidità, come lui nei confronti della televisione. (…) E
speriamo almeno che passi anche questa del digiuno televisivo: tanto
necessario quanto, secondo il Corano, il non mangiare carne di porco in
Arabia.” Da attento osservatore qual è sempre stato, con questo scritto
di trenta anni fa, Sciascia  si conferma profetico nel proporre un
dibattito che oggi è all’ordine del giorno; del potere di assuefazione
e di livellamento intellettuale della televisione lo scrittore aveva
addirittura una certa paura, di cui parla a Davide Lajolo in
“Conversazione in una stanza chiusa”, un libro – intervista  che
ripercorre l’impegno civile e culturale dello scrittore e dove, tra le
tante cose, afferma: “La mia paura è più della massa davanti ai
televisori che della massa sotto un dittatore. Le tirannie fanno sì che
molti individui si sciolgano dalla massa, ma i televisori no. E poi c’è
la parola. Massa. Far massa. In elettricità, mi pare, non è niente di
buono.”

Possiamo dedurre che i mezzi di informazione per Sciascia hanno
essenzialmente una valenza pedagogica, conoscitiva, priva di intenti
ricreativi, che sono invece, ma in un’accezione positiva, nella
scrittura. Un’idea, quest’ultima, che l’autore siciliano riprende da
Montaigne (“non faccio nulla senza gioia”), per cui il lavoro
letterario equivale al dilettantismo, al fare le cose per diletto, con
gioia. “Per quanto amare, dolorose, angoscianti siano le cose di cui si
scrive, - dice Sciascia -  lo scrivere è sempre gioia, sempre “stato di
grazia”. O si è cattivi scrittori.”

LEONARDO SCIASCIA E “L’ORA”. “Il L’Ora”,
così lo chiamavano i palermitani, era un quotidiano indipendente della
sera. Fu fondato nell’Aprile del 1900 dalla  famiglia Florio, capofila
di una nuova borghesia illuminata ed antiproibizionistica, che in esso
aveva trovato il proprio organo d’informazione. Aveva poi attraversato
il Fascismo, facendo viva opposizione, fino a quando aveva potuto. La
sua stagione di gloria ebbe inizio nel dopoguerra, quando la Sicilia
tornò a rinascere, con l’autonomia regionale, la riforma agraria, la
tentata industrializzazione. Giornale dichiaratamente di sinistra, 
l’editore era il Partito Comunista Italiano, “L’Ora” si fece interprete
di questo spirito di rinnovamento, scegliendo di schierarsi contro la
faccia negativa di quello stesso rinnovamento: la nuova Mafia, il
clientelismo, la nascita di nuovi potentati economici che basavano le
proprie risorse sulla spesa regionale. Non fu un’operazione semplice e
la testata pagò a caro prezzo la sua perseveranza nel denunciare
piccoli e grandi scandali di una società corrotta e di una politica
collusa, non soltanto in termini di querele, che a decine e decine
arrivavano in redazione a seguito delle coraggiose inchieste che
quotidianamente venivano pubblicate, ma anche in termini di sacrifici
umani: “L’Ora” è il quotidiano che nella storia della stampa italiana
annovera il più alto numero di giornalisti uccisi dalla mafia: Mauro De
Mauro, Cosimo Cristina e Giovanni Spampinato.

Il quotidiano di Palermo ha rappresentato un’informazione di
frontiera, che attraverso le inchieste, i servizi, l’indagine, si è
battuta contro i poteri occulti, specie quelli mafiosi, facendo del
giornalismo uno strumento di lotta politica.

La stagione più importante de “L’Ora” è legata al nome di Vittorio
Nisticò, direttore del quotidiano palermitano nel ventennio che va dal
1954 al 1975, un giornalista attentissimo e autorevolissimo, che fece
guadagnare alla testata prestigio nazionale. In questo arco di tempo
sono stati tanti gli avvenimenti politici e di cronaca puntualmente
registrati dal quotidiano d’opposizione: dal “milazzismo” (l’operazione
politica che estromise la DC dal governo della Regione) all’uccisione
del procuratore capo Pietro Scaglione, dal “sacco” edilizio dei Lima e
dei Ciancimino al sisma del Belice. 

Quando nel 1958 uscì la sua prima grande inchiesta sulla mafia, di
questo fenomeno cruento e inquinatore della politica nessun media
faceva cenno, giungendo pure a negarne l’esistenza. E scrivere questa
parola, a chiare lettere, sulle pagine del giornale, provocò la
reazione di Cosa Nostra, che collocò una bomba tra la redazione e la
tipografia. La risposta del quotidiano fu altrettanto chiara : “La
mafia ci minaccia, l’inchiesta continua”; vennero ripubblicate in un
inserto anche tutte le puntate precedenti. Questo episodio portò il
Presidente della Repubblica Saragat  a dichiarare che “ci voleva questo
attentato per capire che la mafia c’è”, dando vita alla commissione
parlamentare d’inchiesta sulla mafia, che poi, malgrado i tentativi di
opposizione  al disegno di legge istitutivo, da parte di deputati e
senatori della Democrazia Cristiana, che la reputarono “inutile,
offensiva e incostituzionale”, diventò permanente.

Insomma, “L’Ora” di Nisticò ha avuto anche questo merito, quello
cioè di portare a conoscenza dell’intera nazione che la mafia in
Sicilia c’era, ma che c’erano anche siciliani disposti a combatterla.

Ma “L’Ora” non fu solo questo: la redazione palermitana è stata
anche un centro di cultura e di aggregazione intellettuale; basti
pensare non solo a Leonardo Sciascia, ma anche a Michele Perriera,
Gioacchino Lanza Tomasi, Danilo Dolci, Giuliana Saladino, Vincenzo
Consolo, “scoperti” e apprezzati da Nisticò prima che diventassero gli
autori che oggi conosciamo, e che arricchivano il giornale di tutti
quei temi leggeri, ma non futili, che riguardavano il mondo dell’arte e
del costume. Accanto a queste “penne” vi erano anche i “pennelli” di
Renato Guttuso e le “matite” di Bruno Caruso, che spesso illustravano i
fatti di cronaca più importanti.

“L’Ora” non esiste più, ma la sua lezione di giornalismo continua ad
essere presente, attraverso molte “firme” sui più autorevoli quotidiani
nazionali, di giovani cresciuti nel “laboratorio” giornalistico
siciliano, come l’attuale direttore de “La Stampa” di Torino, Marcello
Sorgi, che ha scritto di come a caratterizzare l’identità del
quotidiano era “il mix di politici, intellettuali, artisti e scrittori
che si affacciavano nel pomeriggio…”.

Dell’ultima generazione di cronisti,  formatisi nella redazione del
quotidiano siciliano, ricordiamo Gianni Riotta, Attilio Bolzoni,
Antonio Calabrò, Alberto Stabile, e Francesco La Licata, solo per
citare alcuni tra quelli più conosciuti.

Ed è con orgoglio che, ricordando l’esperienza de “L’Ora”, La
Licata, giornalista esperto di storia della mafia, incontrato a Roma
proprio in occasione di questa mia ricerca, mi dice come l’appartenenza
a quel giornale “non era questione di essere militanti; negli anni ’70
essere contro la mafia era un dovere”. E l’adesione al partito
comunista, voleva dire schierarsi contro il potere, soprattutto contro
il potere mafioso.

Erano gli anni in cui la Democrazia Cristiana spadroneggiava e dove
a Palermo “la parola d’ordine nei confronti del giornale d’opposizione
era ostracismo”, come ricorda  il cronista - poeta Mario Farinella. “Fu
in quell’atmosfera e a dispetto di quell’atmosfera che Leonardo
Sciascia cominciò a scrivere per “L’Ora”. Era l’inizio di una
collaborazione che doveva durare per più di trent’anni, sino a qualche
ora prima della morte”.

Sulle pagine del quotidiano del 3 aprile 1965, a chi gli chiedeva il
perché di una così convinta consuetudine con “L’Ora”, Sciascia
rispondeva scrivendo: “L’Ora sarà magari un giornale comunista, ma è
certo che mi dà modo d’esprimere quello che penso con una libertà che
difficilmente troverei in altri giornali italiani. In quanto al mio
essere di sinistra, indubbiamente lo sono: e senza sfumature”.

A proporre allo scrittore una collaborazione regolare fu, all’inizio
del 1955, l’allora neodirettore Vittorio Nisticò su indicazione di Gino
Cortese, l’intellettuale comunista nisseno,  che tanto aveva saputo
influire sul giovane Sciascia nella sua presa di coscienza
antifascista. Brancati era appena morto e sarà lo scrittore racalmutese
a  prendere il suo posto, scrivendo di tutto, note critiche, ma anche
riflessioni culturali, politiche, inchieste e reportage.

Riguardo alla data del primo articolo pubblicato da Sciascia
esistono delle fonti discordanti tra  loro, tranne che per l’anno di
pubblicazione che resta il 1955. Così  Matteo Collura, nel “Maestro di
Regalpetra”, riferisce quella del 23 febbraio, dove Sciascia dedica una
nota letteraria  al poeta dialettale catanese del Settecento, Domenico
Tempio; mentre nella raccolta “Quaderno” di Leonardo Sciascia,
pubblicata dalla Nuova Editrice Meridionale nella collana “Dalle pagine
de L’Ora”, l’Editore riferisce dello stesso articolo, ma con la data
del 25 febbraio. C’è poi la testimonianza di Vittorio Nisticò che
sposta la data al 24 marzo: si tratta ancora di una nota letteraria, ma
su un libro di Vittorio Fiore, Ero nato sui mari del tonno.

Di certo, dunque, il 1955 segna l’inizio della carriera
giornalistica di Sciascia, ancora praticamente sconosciuto (solo un
anno dopo avrebbe pubblicato Le Parrocchie di Regalpetra)  e segna
anche l’inizio di un amichevole rapporto tra lo scrittore e il
direttore del quotidiano siciliano.

Vittorio Nisticò in un libro recentemente pubblicato da Sellerio,
dove ripercorre i suoi venti anni di direttore al “L’Ora” di Palermo,
ricorda così la nascita di questo duraturo e proficuo rapporto: “Per
conoscerlo e  concordare la collaborazione ero andato a trovarlo in una
sua casetta di campagna nei pressi di Racalmuto, in compagnia di un
comune amico, Gino Cortese, deputato comunista al parlamento
siciliano”. La presenza di Sciascia in redazione era sempre molto
discreta e rispecchiava la personalità sobria e riservata dello
scrittore,  che pareva “quasi timoroso di infastidire”. Scrive ancora
Nisticò: “Sciascia era per tutti noi – da me al cronista più giovane –
uno di casa: sempre pronto ad intervenire anche nella cronaca diretta o
nel fuoco delle polemiche, con le sue riflessioni stringenti e in più
di un caso le sue ire, e sempre con un rispetto puntiglioso della
puntualità. Insomma facendo alto giornalismo. E questo me lo rendeva,
ce lo rendeva particolarmente vicino”. Sarà per il giornale palermitano
che lo scrittore, a poche ore dalla morte, dettò quello che può
considerarsi la sua ultima riflessione pubblica, ovvero la prefazione,
richiestagli da tempo, per il volumetto di scritti di Borgese apparso
poi nella collana “Dalle pagine dell’Ora”.

IL “QUADERNO” DI SCIASCIA. Sciascia era
ancora un intellettuale in crescita, quando  entra a far parte della
redazione de “L’Ora”. Sebbene le sue doti indiscusse di scrittore
fossero già evidenti e certe scelte ideologiche già ben chiare,  il
giornale palermitano fu una palestra dove far “pratica” e “imparare a
scrivere”,  utilizzando un linguaggio sempre più giornalistico, più
diretto, esercitando la sintesi, esplorando le tecniche di
realizzazione di un’inchiesta, osservando i criteri necessari a fare
indagine.

Dall’ottobre del 1964 al novembre del 1968 Sciascia tenne una
rubrica, che volle chiamare Quaderno: quattro interventi al mese, che,
come nel suo stile, sono spunti di conversazione, di polemiche, che gli
vengono suggeriti dagli eventi politici, sociali, ma anche dai fatti di
cronaca.

“Il nome quaderno – scrive Vincenzo Consolo nella prefazione alla
raccolta di questi scritti – al di là della versione francese “cahier”
che in tanti altri sensi lo fa risuonare, vogliamo credere alluda al
pirandelliano  Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Ma quaderno anche
nel senso di diario, di lettere al direttore, come quelle che dal suo
volontario esilio inviava Brancati alla rivista Omnibus”.

Il contenuto di questi interventi è vario, ma comune a tutti è la
sottile ironia, mediata attraverso la citazione letteraria o storica.
Così notiamo che, quando Sciascia tratta argomenti letterari sembra di
leggere tra le righe un ammonimento, un richiamo alla realtà; quando
commenta fatti di cronaca lo fa alla luce della “verità” letteraria.

 

IL CORRIERE DELLA SERA:UNASTAGIONE DI POLEMICHE. E’ il 1969 quando Sciascia inizia a collaborare con il Corriere della Sera.

La sua fama di scrittore continua a crescere: dopo il successo de Il
giorno della civetta, pubblicato nel 1961, esplora nuove strade dando
alle stampe nel 1963 un romanzo storico, Il Consiglio d’Egitto, e nel
1964 un’inchiesta storica, fondata su documenti d’archivio, Morte
dell’inquisitore. Nel 1966 Sciascia pubblica un’altra storia di mafia,
un altro fortunato romanzo poliziesco, A ciascuno il suo, ispirato
all’omicidio del commissario di Pubblica Sicurezza agrigentino Cataldo
Tandoj (1960).

Questi sono gli anni in cui dalla dimensione “siciliana” Sciascia
approda a quella nazionale ed europea; rifiuta pubblicamente e
polemicamente l’etichetta di “mafiologo”, allargando la sua riflessione
alla realtà dell’Italia intera, alle sue tragiche contraddizioni.

Nel 1970, a quarantanove anni, Sciascia  abbandona la scuola e va in
pensione, dedicandosi quindi a tempo pieno all’attività letteraria e
giornalistica. Intanto già un anno prima Giovanni Spadolini, nominato
direttore del Corriere della Sera, lo chiama tra i suoi collaboratori
e, ci fa sapere Matteo Collura, “lui è orgoglioso di vedere la sua
firma sul giornale che aveva ospitato quelle di Borgese, Brancati, di
Pirandello”. Per il Corriere, dalla cui redazione viene accolto con gli
onori riservati ai grandi personaggi della cultura, scrive elzeviri di
grande interesse, alcuni dei quali faranno parte del “La Corda Pazza”,
una raccolta di ventotto studi scritti tra il 1963 e il 1970 dedicati a
scrittori e cose della Sicilia. Questo titolo è anche il titolo del
primo intervento di Sciascia pubblicato sul Corriere della Sera  il 4
febbraio 1969 e dedicato al barone Pietro Pisani, un uomo “saggio al
punto da riconoscersi folle, e abbastanza folle da ritenersi tra i
folli il più saggio”, che dedica la sua esistenza a rendere più umana
l’istituzione manicomiale della ottocentesca Real Casa dei Matti di
Palermo, e la cui concezione della vita “molto si avvicina a precorrere
quella di Pirandello”, come scrive lo stesso Sciascia, che aggiunge:
“In due battute pirandelliane si può infatti riassumere la visione
della vita, e il modo di vivere e di operare, del barone Pisani: ‘Deve
sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. La seria,
la civile, la pazza’; ‘E via, sì, sono pazzo! Ma allora, perdio,
inginocchiatevi! Vi ordino di inginocchiarvi tutti davanti a me – così!
E toccate tre volte la terra con la fronte! Giù! Tutti, davanti ai
pazzi, si deve stare così!’. La prima è del Berretto a sonagli, cioè di
una commedia precisamente localizzata e che assume e scioglie il tema
della “follia” nella tipicità della vita siciliana, delle sue regole;
la seconda dell’Enrico IV, in cui il tema trascorre dal caso clinico
all’esistenza stessa”. Ancora una testimonianza del rapporto con
Pirandello e con quel  “pirandellismo di natura”, a cui Sciascia
all’inizio della sua carriera cercava di ribellarsi, come un
adolescente si ribella al padre.

Spadolini fu per tre anni direttore di Sciascia fino al 1972, quando
divenuto senatore nel Partito Repubblicano Italiano venne allontanato
dal giornale per volontà degli editori. Per dimostrare la lealtà dello
scrittore nei suoi confronti, Spadolini dirà che “Sciascia, con
un’interpretazione di fedeltà ombrosa e rigorosa che era assolutamente
di altri tempi, lasciò via Solferino dopo la mia rottura col quotidiano
milanese e passò alla Stampa”.

In effetti Sciascia interrompe per qualche anno  la sua
collaborazione  non “per fedeltà”, ma in segno di protesta per il modo
in cui gli editori lo avevano liquidato; “lo scrittore considerava
Spadolini una sorta di “bigotto laico” -  scrive Matteo Collura - e il
perché  stava proprio nel suo rapporto di collaborazione con la testata
da lui diretta. Ogni qual volta lo scrittore faceva avere un suo
articolo al Corriere, Spadolini gli inviava un telegramma per
ringraziarlo. Un rituale che si era interrotto allorchè Sciascia aveva
mandato un articolo dedicato ad un oscuro episodio avvenuto nella
Sicilia del XVIII secolo: una macchia nella storia, irta di inquietanti
analogie con la realtà politica e istituzionale di quei giorni. Lo
scritto si concludeva con un’amara riflessione rivolta al presente, in
cui lo Stato veniva definito “cadavere”. Una rosa per Matteo Lo Vecchio
s’intitolava quel racconto, che avrebbe costituito uno dei capitoletti
della Corda Pazza: giaceva il “cadavere dello Stato”, alla fine
dell’articolo, accanto a quello di uno sbirro, Matteo Lo Vecchio,
emblematicamente assassinato in nome di uno stato già decomposto.
L’allusione a Spadolini non era piaciuta; e ne era rimasta come
un’ombra nei suoi rapporti con Sciascia, che pure con tanta
sollecitudine aveva invitato a collaborare con il Corriere della Sera”.

DA OTTONE ALLA P2. La collaborazione di
Sciascia con il “Corriere” subisce fasi alterne: si  interrompe, come
abbiamo riportato, la prima  volta nel 1972, quando la firma dello
scrittore si sposta su “La Stampa” di Torino. Lungo gli anni settanta e
ottanta, poi, alternerà fasi di collaborazione esclusiva a uno dei due
giornali a fasi in cui distribuisce i suoi articoli fra l’uno e l’altro
quotidiano. E il passare da una testata giornalistica ad un’altra, da
un editore ad un altro, danno idea del carattere di Sciascia che,
evidentemente, sceglieva in assoluta libertà, e non per ragioni
economiche, di pubblicare con un editore piuttosto che con un altro.

Nuovo direttore del “Corriere” è dal 1972 Piero Ottone, che in un
certo senso apporta una rivoluzione nel quotidiano milanese,
all’insegna di un giornalismo liberale, senza conformismi e pregiudizi.
Il nuovo corso procura nuovi lettori di tendenze progressiste e
influenza altri quotidiani, come “La Stampa” e “Il Messaggero”.  Una
novità fu senza dubbio il nuovo ruolo degli intellettuali e scrittori
che dalla terza pagina passarono alla prima, allargando il loro campo
d’azione dagli aspetti meramente culturali, alle vicende politiche e
sociali del Paese. In questi anni Sciascia cura la rubrica “Nero su
Nero”, che successivamente diventerà un libro, costituito da pagine
uscite sui giornali fra il 1969 e il 1979.

Nel luglio del 1974 Andrea Rizzoli acquista il “Corriere”. Rizzoli
si presenta come un editore puro, moderno e aperto. Nel contempo però
intesse buoni rapporti con i partiti che contano. Il problema vero,
comunque, è il bisogno di soldi. Decisiva per il catastrofico futuro
del Gruppo è la scelta dell’espansione editoriale. La scelta si
concretizza nel potenziamento del “Corriere”, nell’acquisizione di
testate, nei tentativi di inserirsi nel campo televisivo. L’impero è
basato sui deficit e sugli intrecci politici. Nel 1977 avviene un’opera
di ricapitalizzazione. Chi ha fornito i soldi? Ottone si dimette
nell’ottobre del 1977. Nuovo direttore è Franco Di Bella: la sua scelta
appare il segno della definitiva chiusura di un ciclo liberale. Il 20
maggio 1981 il Presidente del Consiglio, Forlani, rende pubblico
l’elenco degli iscritti alla P2 trovato nell’archivio di Licio Gelli.
Nell’elenco compaiono 28 giornalisti e 4 editori, tra cui Rizzoli. Di
Bella deve lasciare il giornale, Rizzoli vuole vendere, ma la guerra
che si scatena tra i vari partiti blocca diverse trattative. Per il
salvataggio bisogna ricorrere all’amministrazione controllata
nell’ottobre 1982, che dura due anni.

Questo avvenimento segna  l’inizio, in Sciascia, di una più profonda
sfiducia nei giornali, dal momento che anche lui, come milioni di
Italiani, era rimasto colpito dalla consapevolezza di avere scritto
liberamente su un giornale controllato da una loggia massonica segreta,
un quotidiano su cui aveva anche potuto sostenere le sue idee sul caso
Moro, in dissenso dalla linea ufficiale del giornale, che era quella
della cosiddetta “fermezza”.

Sciascia abbandona, dunque, il “Corriere”, così come altri illustri
collaboratori; tornerà a scrivere solo quando il giornale, in
amministrazione controllata,  sarà affidato alla direzione di Alberto
Cavallari, già inviato speciale.

“Quello di Sciascia fu un ritorno giustamente enfatizzato dal
giornale e che coincise significativamente con la pubblicazione
dell’articolo sulle Anime morte e sul rileggere. Ma questo tarlo
dovette continuare a roderlo, se Sciascia si pronunciò su questa
vicenda solo in un’inchiesta di “Nuovi Argomenti”, per invitare a
considerare la scoperta della P2 come un problema “prima che morale e
politico, di diritto”, distinguendo le responsabilità di Gelli e dei
vertici politici dell’operazione da quelle dei comuni iscritti che
credevano di essere semplici massoni”.

“NERO SU NERO”: UN VIAGGIO TRA I NERI PENSIERI DI SCIASCIA.
Sciascia, pur affidando alle pagine dei quotidiani  i suoi interventi,
comincia a raccogliere in volume gli articoli che ritiene più
meritevoli di essere “salvati” dalla effimera durata del giornale e
della rivista e di essere conservati in un libro. Dopo la pubblicazione
de La Corda Pazza, in cui risalta la dimensione saggistica di
Sciascia,  è la volta di Nero su Nero, pubblicato da Einaudi;  un libro
costituito da pagine uscite sui giornali fra il 1969 e il 1979, il cui
titolo si rifà alla rubrica - diario che Sciascia ha tenuto sul
Corriere e che, successivamente, è diventato fondamentale  per gli
studiosi dello scrittore. Infatti, da questo “diario in pubblico” che
continua con accenti più pessimistici la rubrica “Quaderno”, è
possibile conoscere ciò che  Sciascia  pensa dello scrivere, della
letteratura, dei giornali, ma anche della realtà pubblica che lo
circonda: l’Italia come “paese senza verità” (come lui stesso lo ha
definito in una intervista rilasciata nel 1979 sul giornale “Contro”
del 10 novembre) dal caso del bandito Giuliano al sequestro di Aldo
Moro, che occupa gli ultimi interventi e che verrà coraggiosamente
affrontato nel libro “L’Affaire Moro”.

Il titolo, alludendo alla “nera scrittura sulla nera pagina della
realtà”, fa riferimento al pessimismo che in Sciascia, in questo
decennio, è sempre più evidente e di cui spesso viene pubblicamente
accusato; un pessimismo che investe anche il mondo del giornalismo, che
Sciascia conosce ormai molto da vicino. In effetti, se il caso Moro
aveva reso più amare le riflessioni dello scrittore sulla libertà di
stampa, era già maturata nell’intellettuale la sfiducia nei giornali,
che risulta evidente alla lettura di un articolo dedicato proprio a
questo argomento: “La lettura dei giornali mi dà neri pensieri. Neri
pensieri sui giornali appunto, sul giornalismo. I giornali mi si parano
davanti come un sipario. Più esattamente come un velario, poiché
qualcosa di quel che si muove dietro, degli oggetti che ci stanno,
della scena che si prepara, la lasciano intravedere. Solo che ci vuole
un occhio abituato, un occhio allenato. Non acuto, chè non basta.
Esperiente. Di un’esperienza che non tutti hanno. C’è poi,
impressionante l’uniformità. Qualche differenza nel riferire i fatti si
può cogliere. Ma raramente nel giudizio sui fatti. Parlo, naturalmente
dei giornali più diffusi. Tra i piccoli e meno diffusi, la valutazione
dei fatti muta da giornale a giornale. Dovremmo abituarci a leggere i
piccoli e meno diffusi e a trascurare quelli dalle alte tirature? Una
indefinita paura sembra attanagliare i giornali. La paura di avere una
linea, di assumere i fatti in un giudizio preciso. E’ come la paura di
fare il giuoco di qualcuno o di qualcosa, di mettere in discussione
quel che è pericoloso discutere, in pericolo quel po’ di sicurezza cui
ci si vuole aggrappare. E in realtà il maggior pericolo sta appunto in
questo: nell’aver paura di un pericolo.” Il giudizio su come viene
gestita l’informazione in Italia si farà ancora più severo, come
vedremo, negli ultimi interventi dello scrittore.

“L’AMMIRAGLIA DELLE POLEMICHE”:SCIASCIA E “I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA”.
E’ sabato 10 gennaio del 1987 quando sulla terza pagina del Corriere
della Sera viene pubblicato un articolo, a firma di Sciascia, destinato
a suscitare una delle polemiche “più appassionate e dolorose del
dopoguerra, l’ammiraglia delle polemiche”, il cui titolo a sei colonne
ha segnato un capitolo nella storia della lotta alla mafia. Un titolo
caustico: “I professionisti dell’antimafia” che da quel momento in poi
si affiancherà, a torto o  a ragione, al nome di Leonardo Sciascia. In
questo articolo lo scrittore commenta un saggio sulla mafia nel
ventennio fascista, “pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in
provincia di Catanzaro: Rubbettino”, scritto da un giovane ricercatore
dell’Università di Oxford, Christopher Duggan, allievo dello storico
Denis Mack Smith, di cui nella stessa pagina viene riportata
l’introduzione al volume chiamato appunto “La mafia durante il
fascismo”. A creare il titolo, che diventa un vero e proprio slogan,
non è Sciascia, ma il redattore culturale del Corriere della Sera
Cesare Medail.

Lo stile provocatorio dell’articolo è subito chiaro fin dalle prime
righe, in cui, come peraltro raramente accade, Sciascia fa delle
“autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga
malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie  (molto
diffusa in Italia) di persone dedite all’eroismo che non costa nulla e
che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono ‘eroi della
sesta’”. Sembra quasi che già sapesse Sciascia quale terremoto avrebbe
scatenato con quello che stava per dire  e che, avvertiva i lettori,
non poteva essere inteso se non alla luce di quanto già lui stesso
aveva dichiarato sui suoi libri,  a partire da Il giorno della civetta
, in cui il Capitano Bellodi, antesignano di tutti gli eroi antimafia,
dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giovanni Falcone, è già un
martire che a voce alta grida il suo amore per la Sicilia, una terra su
cui “si romperà la testa” . Un investigatore modernissimo, che indaga
sui flussi finanziari, sulle banche, sulla gestione degli appalti; un
uomo coraggioso che “per tradizione repubblicano, e per convinzione,
faceva quello che in antico si diceva il mestiere delle armi, e in un
corpo di polizia, con la fede di un uomo che ha partecipato a una
rivoluzione e dalla rivoluzione ha visto sorgere la legge: e questa
legge che assicurava libertà e giustizia, la legge della Repubblica,
serviva e faceva rispettare”.  Ancora una volta in Sciascia la
letteratura si fa pagina di giornale e il giornalismo diventa
letteratura dal momento che essa è ormai la più assoluta forma che la
verità possa assumere.

Sciascia in questo articolo è più che mai un “eretico”, un
miscredente della sua stessa fede, un intransigente nemico dei luoghi
comuni e del manierismo, anche nel caso della lotta alla mafia. Non
basta essere mafiosi o antimafiosi, troppo semplice per Sciascia che al
bianco e al nero preferisce sempre i colori intermedi, le sfumature che
hanno bisogno di interpretazione, che suggeriscono e non danno conferme
o omologazioni. E ci vuole coraggio a scrivere che esiste il rischio di
parlare troppo di mafia, di esibirsi in atteggiamenti antimafiosi,
quando l’ammonimento arriva da un “esperto”, da un “guru” diremmo oggi,
da un fautore della lotta all’omertà che nell’interpretare i fatti di 
Cosa Nostra è stato sempre chiamato in causa. Ma la libertà di pensiero
e il candore della coscienza si fanno inchiostro e parole, e 
squarciano la pigrizia mentale per stimolarne il ragionamento, la
ricerca, il dubbio.  Sciascia, da buon maestro elementare, accompagna i
suoi alunni – lettori alla deduzione, che spesso, come in questo
articolo, diventa paradosso. E i passaggi sono semplici, lineari e
partono dai dati di cronaca, dalla storia di cui bisogna far tesoro: in
questo caso dalla repressione del prefetto Cesare Mori, un personaggio
che Sciascia ritrova anche nei suoi ricordi di ragazzo, un fascista
che, pur di ottenere l’ordine necessario, scendeva a patti con i 
“campieri”, “le guardie del feudo”, gli uomini che erano “prima
insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al
momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire
l’efficienza e l’efficacia del patto”. E appare chiaro come il pensiero
di Sciascia si ribelli all’idea di giustificare l’uso della violenza
per contrastare altra violenza, l’uso di una mafia per contrastarne
un’altra, e il suo ragionamento è logico: “l’innegabile successo delle
sue operazioni repressive (…) nascondeva anche il giuoco di una fazione
fascista conservatrice e di vasto richiamo contro altra che
approssimativamente si può dire progressista e più debole. Sicché se ne
può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione,
internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere
incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché
assiomaticamente incontrastabile era il regime – o non solo: ma, perché
talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il
dissenso , per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere
facilmente etichettato come “mafioso””. Fin qui c’è poco da
scandalizzarsi, ma qualcuno sarà sobbalzato sulla sedia alla lettura
del periodo che segue, in cui senza mezzi termini viene spiegata la
morale della favola: “l’antimafia come strumento di potere. Che può
benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e
spirito critico mancando.” Lapidario Sciascia; e in queste righe c’è
già la provocazione dello scrittore, che sta per fare un esempio a
sostegno della sua tesi: se stesso. E’ lui che non conforma il suo
pensare al comune pensare, è lui che in nome del diritto al dissenso
sceglie la via più difficile e più soggetta alla cattiva
interpretazione, denunciando l’esistenza di “avvisaglie” di come  era
sempre più difficile andare contro chiunque si dichiarasse antimafioso:
il rischio era quello di essere considerato mafioso. Ed è proprio ciò
che avviene a Sciascia dopo aver scritto di come “un sindaco che per
sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive
e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso:
anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne
troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che
amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua
che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare in una botte
di ferro. Magari qualcuno, molto timidamente, oserà rimproverargli lo
scarso impegno amministrativo: e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel
consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto
di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la
sostituzione? Può darsi che alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il
rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo
seguiranno.” Ancora più “scandaloso” il suo esempio su come “ nulla
vale di più, in Sicilia,  per far carriera nella magistratura, del
prender parte a processi di stampo mafioso”, in cui Sciascia fa il nome
di Paolo Borsellino e riflette sulla sua nomina a Procuratore della
Repubblica a Marsala, nonostante ci fossero candidati più anziani. E’
chiaro che è difficile leggere queste righe alla luce di quanto
successe al giudice, ucciso dalla mafia nella strage di Via d’Amelio
nel 1992, a pochi giorni dall’altro terribile assassinio del giudice
Falcone; ma questo articolo si deve leggere senza quella “malafede”, di
cui lo stesso Sciascia aveva non tanto timore, quanto una rassegnata
consapevolezza. Nei giorni seguenti la pubblicazione del “pezzo”, su
tutti i quotidiani si leggono titoli che riferiscono della polemica
scoppiata frattanto tra lo scrittore e il coordinamento antimafia, “una
polemica contro i suoi stessi figli, contro i rampolli del Giorno della
civetta e del capitano Bellodi appunto: Sciascia contro gli sciasciani,
la voce contro la sua eco, l’originale contro la copia”.

E’ sulle pagine dei giornali che si affrontano “a colpi di penna” l’
“eretico” ed i suoi “inquisitori”, stimolando un dibattito nazionale
che poi trascenderà il contenuto dell’articolo per focalizzare
l’opinione sullo scrittore, che verrà addirittura “collocato ai margini
della società civile” e definito “quaquaraquà”, che, nella scala dei
valori elencata da Don Mariano Arena, nel Giorno della civetta, è il
più infimo degli uomini. Eppure, lo stesso Sciascia aveva dichiarato
che sulla mafia e sul modo di combatterla la pensava esattamente come
“allora”, cioè come quando aveva scritto Il giorno della civetta e A
ciascuno il suo. Ed è datata 16 gennaio 1987  “l’apertura” in prima
pagina dal titolo “Perché siamo con Sciascia”, dove l’intera redazione
del Corriere della Sera si schiera “contro i chierici
dell’intolleranza” e  dove tra le altre cose si legge: “Di fatto, si
rimprovera a Sciascia di aver adempiuto alla sua funzione di uomo di
cultura, cioè di aver rimesso in discussione i luoghi comuni, la
retorica, che nascono, all’interno della collettività civile, anche in
rapporto a iniziative rispettabilissime. E la tecnica usata è quella di
sempre: l’equiparazione dell’anticonformista al “nemico”. E’ una
vecchia storia che si ripete. (…) Non ci sorprende, dunque, che  ci sia
chi scrive di non “riconoscerlo più” perché, in realtà, non lo ha mai
conosciuto. Sciascia è di un'altra pasta rispetto ai suoi detrattori,
ai chierici del “pensiero totalizzante”. Per questo noi lo amiamo oggi
come lo abbiamo amato ieri. Per essere chiari: lo Sciascia del “Giorno
della civetta”, di “Todo Modo”, e quello dell’articolo sull’antimafia.”
Lo scontro verbale tra gli schieramenti pro e contro l’articolo, e i
pesanti giudizi sul presunto disimpegno nella lotta alla mafia
lasceranno sempre una certa amarezza nello scrittore, che  tuttavia non
manca di commentare con quel distacco che la sua pungente ironia gli
consente.

Quando lo scrittore è ancora in vita (ricordiamo che morirà il 20
novembre 1989) avrà modo di chiarire le sue ragioni con il procuratore
di Marsala, e sarà lo stesso Borsellino a parlare in difesa dello
scrittore anche dopo la sua scomparsa.

LA STAMPA E LA SFIDUCIA NEI GIORNALI: GLI ULTIMI ANNI DI SCIASCIA.
Gli articoli di Leonardo Sciascia appaiono sulle pagine de La Stampa
già negli anni ’70, ed è datato 7 aprile 1972 il primo articolo apparso
sulle pagine del quotidiano di Torino dal titolo “Il sistema al
guinzaglio”. I suoi interventi vengono pubblicati sempre in terza
pagina e le riflessioni  letterarie sugli amati Pirandello, Petrarca,
Stendhal si alternano alle ironiche osservazioni sulla politica e la
società, che trovano posto nella rubrica “Taccuino”. Nel 1975 si
registra la pubblicazione a puntate del “Giallo filosofico” di Ettore
Majorana, dal 31 agosto al 7 settembre, a cui seguirà un articolo
dedicato al Premio Nobel Eugenio Montale, pubblicato il 25 ottobre, per
tornare  a parlare di Majorana con un articolo del 24 dicembre, con cui
Sciascia conclude la polemica sullo scienziato scomparso. Dal 1972 al
1978 compaiono su La Stampa  quarantotto articoli in tutto per una
collaborazione, che va via via facendosi sempre meno intensa: ad
esempio nel 1976 si registra un solo intervento.

I rapporti con La Stampa riprendono nel 1988, dopo cioè che
Sciascia, reduce da una stagione di polemiche iniziate con il sequestro
di Aldo Moro e culminate con i violenti attacchi seguiti all’articolo
sull’antimafia, si rende conto di come il Corriere, che prima si era
schierato pubblicamente a suo favore, adesso, con il nuovo direttore
Ugo Stille, continua a pubblicare i suoi articoli solo perché
giornalisticamente fanno comodo.

Il 12 gennaio 1988 viene assassinato dalla mafia l’ex sindaco di
Palermo Giuseppe Insalaco, ucciso da due sicari su una moto nel centro
di Palermo. Insalaco, che si era dimesso dopo aver denunciato le
pressioni di un “comitato di affari“ interessato ai grandi appalti del
Comune, è stato uno di quei democristiani che, cercando di sottrarsi al
condizionamento mafioso, ha pagato prima con la solitudine politica e
poi con la morte, il suo coraggio. “Si era pirandellianamente calato
nel piacere dell’onestà”, dirà Sciascia. Questo omicidio, che ripropone
una maggiore attenzione verso la politica siciliana e impone una
riflessione sul  fronte della lotta alla mafia, riporta sulle pagine
dei giornali il nome di Leonardo Sciascia, di cui si cerca un parere,
un’interpretazione dei fatti. A Sciascia, che  in quegli anni comincia
a soffrire per la malattia che poi lo condurrà alla morte, non piace
essere considerato “un esperto” e si concede poco ai giornali, ancora
amareggiato per le ultime vicende con il Corriere della Sera. Il 15
gennaio rilascia un intervista al TG1, di cui i quotidiani  riportano
la notizia.

In questo periodo comincia a collaborare con La Stampa di Torino
Francesco La Licata, allora giovane giornalista formatosi sulle pagine
del L’Ora di Palermo, che dal capoluogo siciliano segue l’inchiesta
sull’omicidio Insalaco e che propone al direttore di realizzare
un’intervista a Leonardo Sciascia. E’ lui stesso a raccontarmi  i
retroscena di quell’intervista, che segnerà l’inizio di un nuovo
rapporto con il quotidiano di Torino.

“Quando la proposi all’allora direttore Scardocchia, lui ne fu
entusiasta, intravedendo la possibilità di portare Sciascia alla
Stampa” – dice La Licata – “ Io sapevo quanto Sciascia fosse deluso dai
giornalisti, a cui non risparmiava ironia accusandoli di
superficialità, e per evitare equivoci, inviai per fax le domande a cui
lui rispose scrivendo a macchina, e aggiungendo qualche correzione a
penna. Anche il titolo è suo…”

Così nasce l’intervista, pubblicata martedì 2 febbraio 1988, dal
titolo sciasciano “I polli di Renzo nel pugno mafioso”: ancora una
volta una metafora manzoniana per rispondere alla domanda di La Licata
sull’insorgere di un “patriottismo siculo”, di cui il giornalista parla
sottolineando che “i  siciliani si offendono con Forattini, gli
studenti se la prendono con Sciascia, Nicolosi denuncia che la la mafia
è anche a Milano, in Borsa”. Così risponde Sciascia: “Succede un po’
come ai polli di Renzo, nei Promessi Sposi. Persone che di fatto stanno
nella stessa barca – o stretti nello stesso pugno, per stare
nell’immagine manzoniana – provano un certo gusto a beccarsi
reciprocamente. Io questo gusto non lo sento per nulla. In quanto
all’antisicilianismo, e al conseguente risvegliarsi del patriottismo
siculo, credo che l’uno e l’altro, insieme, rappresentino una grande
remora”.

Questa intervista è l’ultima ad apparire su un quotidiano ed è
importante anche per cogliere lo stato d’animo dell’ “ultimo” Sciascia,
un uomo “condannato” a tormentarsi di continuo per l’ingiustizia che
vede intorno, a soffrire per la morte violenta di tanti suoi
conoscenti, funzionari di polizia, giornalisti, magistrati, politici;
un uomo, che continua a ribadire, ogni qualvolta gli è possibile, che
non ha mutato giudizio sulla mafia, sulla necessità di combatterla e di
darsi delle regole.

L’intervista ebbe anche il merito di servire da occasione per “avvicinare” Sciascia al giornale.

Ciò che successe alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’intervista
e che prelude a quella che sarà l’ultima attività giornalistica di
Sciascia. 

Di questi “ultimi articoli” ricordiamo, nel marzo 1989, la polemica
con lo storico Luciano Canfora, a proposito dell’autenticità di una
lettera di Ruggero Grieco a Gramsci, ma anche le recensioni di libri,
di amici (come Consolo, Bufalino, Lidia Storoni) o di scrittori più
giovani che sente affini (come Giampaolo Rugarli, autore di La Troga ).

E su La Stampa del 6 agosto 1988, Sciascia risponde ad un attacco di
Scalfari, che lo aveva accusato di essere responsabile di un calo di
tensione nella lotta alla mafia. Lo scrittore risponde con spietata e
divertente ironia, facendo del direttore di  la Repubblica un nuovo
Casanova in visita da Voltaire. Il titolo dell’articolo è “Tradimenti e
fedeltà” e si conclude con questa frase: “Non ho, lo riconosco, il dono
dell’opportunità e della prudenza, ma si è come si è.”

 

IL “GRANDE GIORNALISTA”:ULTIMO “SBERLEFFO” DI SCIASCIA AI “PROFESSIONISTI” DELL’ INFORMAZIONE.
“Rampante e schiumante come un purosangue capitato in una stalla di
brocchi”: così appare il Grande Giornalista, un ridicolo personaggio
nato dalla mente di Sciascia per arricchire quella serie di profili
umani, che compongono quello che è stato definito  “il capolavoro
testamentario” dello scrittore di Racalmuto: Il cavaliere e la morte.

Quest’opera è una sotie, che Sciascia scrive, carta e penna in mano,
durante un soggiorno in Friuli, e che  poi riscrive  al suo rientro in
Sicilia, riducendola e sfoltendola di molte pagine. In questo giallo
sono presenti tutti i temi cari a Sciascia, che in questa fase della
sua esistenza sente l’avvicinarsi della morte e cerca di farla
diventare un’esperienza narrabile. Innanzitutto c’è la figura del Vice,
al centro del racconto: quasi un alter ego dello scrittore ,“una figura
di funzionario un po’ arreso, malato, posto in uno stato di
subordinazione di fronte al Capo, di cui l’umbratile personaggio non
condivide le abitudini poliziesche, i metodi bruschi e sbrigativi.
Entrambi tuttavia hanno menti simili, ‘adusate alla diffidenza, al
sospetto, all’armar trappole di parole o a coglierne qualcuna che
poteva diventar trappola’”. Il Vice è anche un disobbediente, che non
segue gli ordini imposti dal potere  e continua ad indagare
sull’omicidio dell’influente avvocato Sandoz, individuandone subito il
colpevole nel potentissimo industriale Aurispa, nonostante i depistaggi
del Commissario Capo che indaga solo sui terroristi, i famigerati
“figli dell’ottantanove”.

A rendere credibile l’esistenza dei “figli dell’ottantanove”
concorrono senza dubbio i giornalisti, che in questo racconto vengono
rappresentati come cronisti frenetici e dagli sguardi avidi,
“aggrumati” nel corridoio della Questura, che non si muovono per sapere
la verità, ma aspettano che qualcuno gli dia “la notizia”, la verità
che il potere ha scelto di diffondere. Anche questo verbo “aggrumati”
dà l’idea del disprezzo di Sciascia nei confronti della categoria,
evocando l’immagine del sangue che si rapprende in grumi, di qualcosa
che è “malato”, che è raffermo. E poi ancora usa il termine “turba”,
quasi a suggerire gli ignavi danteschi, privi di ideali,
all’inseguimento perenne di una bandiera. E per essere ancora più
impietoso crea anche il Grande Giornalista, una vera e propria
caricatura, attraverso cui è esplicitata la disillusione dell’autore
nella possibilità di trovare verità nelle pagine dei giornali, anche
quando questa verità esiste nella mente del giornalista. Infatti è solo
questione di prezzo, dal momento che anche  essere un grande
giornalista voleva semplicemente dire che “dai suoi articoli, cui
settimanalmente i moralisti di nessuna morale si abbeveravano, gli era
venuta fama di duro, di implacabile; fama che molto serviva ad alzarne
il prezzo, per chi si trovava nella necessità di comprare disattenzioni
e silenzi”.

A mettere a nudo il Grande Giornalista, ad umiliarlo tanto da farlo
diventare “rosso di collera” è la “candida” verità del Vice, che già
all’inizio del libro e delle indagini ha la chiave per interpretare i
fatti, quando chiede al Capo se “i figli dell’ottantanove sono stati
creati per uccidere Sandoz o Sandoz è stato ucciso per creare i figli
dell’ottantanove”. Il Grande Giornalista resta disorientato dalle
dichiarazioni ricevute “per amore di verità” dal Vice, che, assunto
ormai il ruolo di “provocatore”, aggiunge con amara ironia: “Domani,
comunque, spero di poter leggere un suo articolo con tutti i sospetti e
i dubbi che io, per opinione personale, le ho confermato”. Altrettanto
amara, per il lettore, la risposta del Grande Giornalista: “Lei sa bene
che non lo scriverò”.

Ma è nelle ultime battute di questo dialogo che emerge, forte, la
presenza di Sciascia: non credo ci sia ironia, quando fa dire al Vice
di avere ancora “tanta fiducia nel genere umano”. Mi sembra di
risentire le parole dette dallo scrittore a proposito della
redimibilità della Sicilia e dei siciliani, della speranza che le cose
possano cambiare. E la fede nella scrittura, nel suo essere scrittore,
né è la prova. Le ultime parole del Vice al Grande Giornalista,  che
gli rivolge “l’accusa” di “essere sulla stessa barca”, rappresentano
uno dei tanti momenti in cui al personaggio si sovrappone l’immagine di
Sciascia stesso: “Non lo creda: sono già sbarcato su un’isola deserta”.
Lo scrittore è consapevole di aver fatto una scelta di solitudine, lo
ha sperimentato più volte nella sua vita: l’intellettuale è sempre un
uomo “solo”.

Dunque, la fiducia nel ruolo della stampa, che ha caratterizzato
l’inizio dell’attività di Sciascia, tramonta abbastanza presto, già
all’epoca del sequestro di Aldo Moro fino a scomparire del tutto alla
fine della sua vita, quando ebbe parole severissime nei confronti dei
giornali quotidiani, su cui pure continuava a scrivere. Una
testimonianza sono, appunto, i suoi due ultimi lavori, in cui i
protagonisti confrontano la loro verità con quella dei giornali e si
sentono come impotenti, vittime di un potere capace di manovrare
l’informazione.

A FUTURA MEMORIA. Sciascia sentiva
l’avvicinarsi della morte e su questo tema numerosi sono stati i
critici e i biografi,  che hanno evidenziato come lo scrittore se da un
lato aveva voglia di combattere, di non cedere alla malattia,
dall’altro aveva rifiutato la “medicalizzazione”, accorgendosi che era
un’inutile  illusione. La morte divenne il suo unico pensiero, il
pensiero: e i suoi due ultimi racconti lo testimoniano. In Il cavaliere
e la morte, Sciascia, come ha scritto Ambroise, “è un inquisitore della
morte”, la affronta cercando di trasformarla in un’esperienza
letteraria. In Una storia semplice, scritta nel 1989, nell’ultima
estate della sua vita, affida al prof. Franzò una battuta, un’ultima
riflessione sulla morte ormai incombente: “ad un certo punto della vita
non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza”.

“L’appressamento della morte comporta anche una riscoperta memoriale
della propria generazione, degli anni della formazione” come suggerisce
Traina: e in questo senso si colloca la pubblicazione di Fatti diversi
di storia letteraria e civile, che raccoglie i testi sull’arte, la
letteratura, le figure storiche e i luoghi più cari allo scrittore.
Così i due versanti  della pubblicistica sciasciana  si dividono
nettamente e i testi di polemica civile e politica, compresi quelli su
mafia e antimafia, vengono raccolti e pubblicati in A futura memoria
(se la memoria ha un futuro), un libro nato dalla consapevolezza dello
scrittore di quanto necessario sia ricordare, dal momento che al potere
la mancanza  di memoria fa sempre comodo.

E’ lo stesso Sciascia, nella introduzione, a presentare il libro:
“Questo libro raccoglie quel che negli ultimi dieci anni io ho scritto
su certi delitti, certa amministrazione della giustizia e sulla mafia.
Spero venga letto con serenità.”

La raccolta si apre con un ricordo del magistrato Cesare Terranova,
ucciso dalla mafia, e si chiude con un ricordo del generale Renato
Candida, ucciso da un male incurabile, un anno prima che lo stesso
Sciascia morisse. Ci sono anche gli articoli scritti in difesa di Enzo
Tortora, vittima dell’impunibile superficialità dei giudici e di un uso
disinvolto del “pentitismo”; una lunga analisi del suicidio del
banchiere Calvi, in cui Sciascia esclude il coinvolgimento della mafia;
gli articoli sul maxi processo, le polemiche con Nando Dalla Chiesa a
proposito degli errori commessi dal generale Dalla Chiesa, la difesa di
Adriano Sofri dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio
Calabresi.

Questo libro non solo documenta le ultime battaglie civili e
politiche di Sciascia, ma testimonia il gusto della provocazione, che
nello scrittore non è mai mancato, fino a quel fatidico 20 novembre
1989, anzi, anche dopo, se pensiamo all’epigrafe che ha chiesto si
scrivesse sulla sua tomba: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”.

A futura memoria è importante per diversi motivi: intanto la scelta
dello scrittore di eternare l’articolo di un giornale dandogli dignità
letteraria, non soltanto a favore di interventi prettamente letterari,
ma soprattutto, in questo caso, di articoli che hanno toccato il cuore
delle vicende politiche e sociali dell’Italia degli ultimi quindici
anni; è in questo ultimo libro, che Sciascia, avendo scelto uno ad uno
gli articoli da inserire, compie da letterato una scelta anche di
“stile”: tutti gli articoli parlano di giustizia o di ingiustizia, e ,
se si pensa che per Sciascia “la letteratura è la più assoluta forma
che la verità possa assumere”, penso che pubblicando questi articoli,
rendendoli un libro, un luogo deposto alla letteratura, abbia voluto
legittimare la verità di quelle pagine.

E a proposito della sua interpretazione di giornalismo, qua e là vi
sono spunti di riflessione, a partire dalla citazione di Bernanos
“preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli”,  che
Sciascia utilizza come chiave di lettura degli articoli raccolti,
ribadendo ancora una volta che è necessario dire la verità anche quando
è scomoda (“sono stanco di essere frainteso, di essere accusato di
“alleanze oggettive” con questi o con quelli”, si legge in un articolo
su Il Globo del 24 luglio 1982).

Nelle pagine  di A futura memoria è facile scoprire che lo scrittore
di Racalmuto aveva un’ idea ben chiara di giornalismo, ormai in aperta
polemica con i “tanti che scrivono libri o articoli che non sono in
grado di leggere la realtà, di capirla, di farne giudizio”, e
puntualizzando che “nell’ambito della carta stampata, di coloro che vi
lavorano, l’ignoranza – anche se c’è – non è da ammettere, come non è
ammessa di fronte alle leggi”.

Ed ancora scrive: “lo scoprire altari e altarini dovrebbe essere
funzione assidua di coloro che hanno a che fare con la carta stampata e
con altri mezzi che comunicano e fanno opinione”.

C’è poi un articolo del 16 febbraio 1986, pubblicato sul Corriere
della Sera, in cui  Sciascia osserva da fuori il lavoro dei cronisti
durante il maxi processo, ironizzando sul fatto che “ci vorrà almeno un
mese perché entri nel vivo e ancora molti mesi perché l’istruttoria si
svolga nel dibattimento. Intanto, gli inviati dei giornali non sanno
che fare per animare i loro resoconti, per colorirli, per dargli quella
vivacità che i lettori si aspettano”. 

SCIASCIA E I RAGAZZI DI MALGRADOTUTTO. In
definitiva, i giornali appaiono a Sciascia come lo specchio del
trasformismo, della sottomissione al potere politico,
dell’opportunismo: ma, lui confida ancora nella memoria e nella
possibilità che anche attraverso la realtà locale si possa  realizzare
quella libertà di stampa che lui vede assente già dai tempi del caso
Moro. E questa speranza si concretizza nell’ultima fase della sua vita,
quando  nel piccolo paese di Racalmuto, a cui sempre è rimasto legato e
della cui vita è stato sempre partecipe, nasce un giornalino, il cui
nome Malgradotutto sarà definito dallo stesso Sciascia “il più bel
titolo che si sia mai stato trovato per un giornale“.

“Era contento, Leonardo- scrive Gesualdo Bufalino - perché quel
titolo di giornale, seppure non suggerito da lui, da lui, dalla sua
opera tutta, era in ogni caso ispirato. Nel senso che, contro le
insufficienze degli uomini e la cecità della storia, riproponeva un
imperativo di lotta, rifiutava il disinteresse e la resa. In termini di
ideologia, è quello che si suol chiamare “l’ottimismo della volontà” in
contrapposizione a quel “pessimismo della ragione”, cui quotidianamente
le prime pagine dei giornali ci invitano.”

Nel suo amato paesino, quel “cuore” della Sicilia che Sciascia ha
cantato, un gruppo di ragazzi raccoglie l’eredità “giornalistica” dello
scrittore, che non perse mai di vista il mondo dei giovani, a cui si
concedeva più volentieri che ai critici o ai giornalisti affermati :
basti pensare ai tanti incontri che ebbe con gli studenti e nelle
scuole, nel corso della sua vita, soprattutto per parlare di mafia, di
legalità, di giustizia, forse nella speranza che le future generazioni
non facessero gli errori delle precedenti. Questi “ragazzi” sono
Carmelo Arrostuto, Giancarlo Macaluso, Gaetano e Gigi Restivo, e
Gaetano Savatteri.

A raccontarmi della nascita di Malgradotutto è Gaetano Savatteri,
oggi affermato giornalista e scrittore.  A Roma, in una piccola
trattoria, un buon bicchiere di vino e il pesce spada affumicato
evocano i sapori della Sicilia, ed è facile  ricordare l’entusiasmo, la
sua adolescenza a Racalmuto, così fortemente segnata dalla presenza di
Sciascia.

“ Racalmuto è un paese con poco più di diecimila abitanti, la cui
ricchezza è tramontanta con il tramonto delle zolfare e delle saline,
su cui si reggeva l’economia. Noi ragazzi sapevamo di Sciascia,
leggevamo i suoi libri, lo incrociavamo per strada…ed era
impressionante per noi ritrovare sulle sue pagine la vita di ogni
giorno…”

Gli chiedo come mai questo titolo, così “sciasciano”…

“ “malgradotutto” perché non ci credevamo nemmeno noi, mentre ne
parlavamo sul treno che ci portava ogni giorno da Racalmuto ad
Agrigento, dove sbrigavamo i nostri latinucci quotidiani….avevamo
sedicianni…che ne sapevamo noi di giornali e giornalismo?!”  - sorride
Gaetano Savatteri, ripensando forse a quell’ingenua spavalderia di chi
ha poca età, quella stessa presunzione che però ti fa uscire dalla noia
e ti da la forza di sognare.

Dunque, è la primavera del 1980 quando l’idea del giornale prende  corpo…

“In effetti, non sapevamo esattamente da dove cominciare, ma
sapevamo che “ci voleva un giornale”, e lo mettemmo assieme
raccogliendo poche idee, scopiazzando i temi che si dibattevano sui
quotidiani,  rivolgendoci ai fratelli maggiori e ai cugini più grandi
per trovare qualche firma più autorevole di noi. Poi, attraverso la
mediazione di un genitore, riuscimmo a chiedere un “pezzo” a quell’uomo
silenzioso e riservato, che avevamo visto  qualche volta in piazza, che
tutti chiamavano Nanà o “u prufessuri”. Sapevamo chi era, avevamo letto
i suoi libri e chissà quanto ne avevamo capito allora…”

Così chiedete a Sciascia di scrivere un articolo tutto per voi…

“Più che un articolo, eravamo tanto abituati alle cose di scuola che
gli “assegnammo” un tema: “L’uomo del sud”. Sciascia si mise a scrivere
a mano, buttò giù una cartellina che Giancarlo Macaluso dovrebbe pure
avere conservato da qualche parte. Ci spiegò che l’uomo del sud non
esiste. Ci sentimmo mortificati, forse l’avevamo irritato con quella
richiesta così tassativa. E in risposta ne avevamo avuto la
demolizione. Ma ormai era fatta. Quello era l’ultimo articolo per
passare alle stampe.”

E’ nella Chiesa del Carmelo con l’aiuto di Padre Martorana che il
ciclostile lavora senza sosta per permettere ai ragazzi di 
“Malgradotutto” di raggiungere la “tiratura” di duecento copie, da
vendere durante la festa della Madonna del Monte, quando la gente è in
piazza. E’ il mese di luglio del 1980 e Racalmuto ha il suo “giornale”…

“Noi ci sentivamo davvero il centro del mondo…Trovammo anche un
direttore ed un amico in Egidio Terrana, più grande di noi, che è
tuttora il responsabile della pubblicazione del giornale. Un giornale
che nasceva dalle nostre chiacchiere, dalle chiacchiere di un paese,
dall’amore e dal fuoco della discussione.”

Malgradotutto assieme a quella di Sciascia, ha ospitato le firme di Bufalino, Consolo, Collura, Di Grado…

“E ciascuno di noi ne ha portate altre, di amici e colleghi che per
una volta emigrano dalle loro testate regionali e nazionali per
scrivere su un piccolo giornale di provincia.”

Un piccolo giornale di provincia, che pure rappresenta la coscienza
critica della comunità di Racalmuto. Un giornale, che ha vissuto con il
paese  la lacerazione degli affetti e delle vite quando la mafia a
ripreso a sparare…

“ Venti morti ammazzati in due anni, una ferita ancora aperta nelle
carni di Racalmuto. Malgradotutto ha dovuto raccontare anche questo. E 
ha continuato a dire che contro la mafia, anche ora che tutto sembra
tornato nel silenzio, bisogna tenere gli occhi aperti.”

SCIASCIA E IL RUOLO DEI GIORNALI LOCALI: OPPOSIZIONE CONCRETA. La
capacità di indignarsi e di guardare con attenzione alla giustizia:
sono questi i “lasciti” di uno scrittore come Sciascia, che da
giornalista si è posto diverse questioni etiche, affidando infine ai
giornali locali il ruolo di “opposizione concreta”.

E alle pagine di Malgradotutto Sciascia consegna le sue ultime
riflessioni sul giornalismo, su ciò che è , su ciò che vorrebbe fosse.
Un articolo, che raccoglie tutta l’esperienza nel campo della carta
stampata, non solo da cronista, ma anche da lettore e in qualche
occasione da protagonista.

Riporto integralmente il contenuto dell’articolo, sottolineando come
una lettura attenta del brano permette di cogliere alcuni aspetti della
personalità dell’autore, la cui sensibilità all’ingiustizia  e alla
mancanza di verità si è formata proprio in un periodo  in cui era
assente la libertà di stampa. 

Anche questo articolo, così come tutti gli scritti di Sciascia,
siano essi libri o saggi o interventi giornalistici, è un  unicum dove
si ritrovano i principali elementi dell’opera sciasciana: l’ironia,
amara e pungente, la storia, memoria e  chiave per interpretare il
progredire del pensiero umano, la letteratura, verità  e  ragione,
l’etica, la funzione educatrice e moralizzatrice della scrittura e del
giornalismo.

Ecco il contenuto dell’articolo:

“Posso cominciare con un aneddoto che è piuttosto significativo: uno
dei più intelligenti, colti ed onesti giornalisti italiani, che si è
trovato a dirigere uno dei più grandi giornali (Mario Missiroli -
Corriere della Sera, ndr) di questo paese, quando ci incontravamo
proprio nel tempo in cui dirigeva questo giornale, facendo delle
considerazioni sulla situazione italiana o su situazioni particolari di
questo paese, a conclusione delle sue considerazioni mi diceva sempre:
“Ci vorrebbe un giornale”. Questo vuol dire che il giornale che lui
dirigeva non corrispondeva ai suoi intenti e non consentiva di dire
quello che lui voleva dire. A me - scrive Sciascia -  questo pare molto
significativo e credo che lo si possa ripetere considerando la stampa
nazionale: ci vorrebbe un giornale. Perché in Italia col caso Moro in
effetti la libertà di stampa è venuta a mancare : questa è una
terribile e grave verità. Col caso Moro la stampa italiana si è
uniformata; è un po’ diventata come ai tempi di quello che è chiamato
il “Minculpop”, per dire Ministero della Cultura Popolare del tempo
fascista quando si diramavano le veline e ogni giornale era tenuto a
rispettare quell’ordine. Le veline non ci sono state credo nemmeno
durante il caso Moro; però la stampa italiana ha acquistato una
uniformità, un conformismo che ancora oggi continua: prima uno che
voleva farsi un’idea di una cosa acquistando tre o quattro giornali
poteva farsela; oggi basta acquistarne uno; per non farsi l’idea, non
per farsela.”

A rafforzare questa sua idea di uniformità della stampa Sciascia
chiama in causa uno scrittore da lui tanto amato, Borgese, suggerendo
di leggere un libro (consiglio che dava spessissimo a chiunque gli
chiedesse suggerimenti di qualsivoglia natura):

“Voglio ricordare anche, per chi non lo conosce, che c’è un libro
sul fascismo scritto da un grande intellettuale italiano, Giuseppe
Antonio Borgese, in cui tra l’altro è raccontata  come finì la libertà
di stampa in Italia: non c’è stata nessuna legge che la facesse finire.
E’ finita automaticamente, per conformazione e conformismo. Questa è
una considerazione preliminare : in Italia ci vuole un Giornale.”

Se fin qui Sciascia è il  “pessimista della ragione”, nelle parole
successive  si intravede un certo ottimismo, sulla funzione appunto,
della stampa locale, a cui non manca di dare suggerimenti:

“Per fortuna contemporaneamente a questa carenza sono nate
iniziative locali, che però non possono sostituire la mancanza di una
grande stampa nazionale libera, non conformista, capace di passare al
vaglio critico tutto. Non la possono sostituire, però è già qualcosa.
L’importante – sottolinea Sciascia – è  che ogni giornale di questo
tipo resti un giornale locale; che non dia fondo ai problemi del mondo
e della nazione, ma che osservi criticamente e onestamente la realtà
locale. Che poi da ciò, tirando le somme, si può anche estrarre una
verità di più ampio respiro.”

Anche in queste righe, scritte soprattutto ai “ragazzi di
Malgradotutto” che a lui si rivolgevano per avere consigli e pareri,
Sciascia rimane fedele alla sua visione delle cose: la conoscenza del
microcosmo di Racalmuto ha infatti permesso allo scrittore la
conoscenza del macrocosmo siciliano e nazionale, facendo divenire la
piccola realtà locale una metafora della vita. Questo articolo continua
facendo riferimento al giornalismo americano, alla figura dell’inviato
in guerra, che evidentemente  ha suscitato interesse in Sciascia fin da
ragazzo, risolvendosi in una idea “romantica” di giornalismo:

“Io ho citato spesso come esempio di giornalismo quello che, tra
l’altro, racconta un grande giornalista americano del New York Times,
Herbert Mathews, un uomo che si è trovato sempre dalla parte giusta.
(…) Mathews, che ha scritto una specie di manuale attraverso il
racconto della sua esperienza, ha scritto un manuale del giornalismo,
se così si può dire. E  racconta un episodio molto significativo per
dire che cosa è il giornalismo. Lui che si è trovato sempre dalla parte
giusta – continua Sciascia – si trovò anche dalla parte della
Repubblica Spagnola: perché i giornali americani avevano inviati che
stavano dalla parte di Franco e inviati che stavano dalla parte della
Repubblica. Mathews aveva una grande simpatia per la causa
repubblicana, ma comunque faceva il suo mestiere di giornalista con
assoluto scrupolo. Un giorno i giornali che avevano corrispondenti
dalla parte di Franco, diedero la notizia che un paese, un piccolo
paese spagnolo era stato occupato dalle truppe franchiste. Mathews
sapeva che non era vero. Allora prese la macchina e andò in quel paese
e dall’ufficio telegrafico fece un telegramma al New York Times per
dimostrare che quel paese era ancora in mano ai repubblicani. Quando
uscì dall’ufficio telegrafico le avanguardie fasciste stavano entrando
dall’altro capo della strada, però Mathews dice :“Io ho smentito la
notizia”. Perché il giornalismo è questo: è la verità del momento; a
quell’ora il paese non era ancora in mano ai franchisti, un’ora dopo lo
era, ma Mathews smentì la notizia. Ecco, -  continua Sciascia  - 
questo   è il giornalismo praticato con oggettività, con serenità, con
scrupolosità. Oggi invece il giornalismo si pratica in un certo modo, e
specialmente in rapporto all’amministrazione della giustizia, che è una
cosa su cui si deve vigilare più intensamente e anche a livello locale.”

L’articolo si conclude, focalizzando l’attenzione sui giornali
locali: “ la carenza che ritrovo nei giornali locali è questa: poca
attenzione all’amministrazione della giustizia e tanta attenzione a
episodi di sottocultura. Ci si deve augurare che questi giornali siano
sempre più attenti ai fatti locali e facciano “opposizione”: i giornali
nazionali, i grandi giornali e anche quelli medi, sono diventati
ingovernabili per la presenza e la compromissione partitica. I giornali
locali dovrebbero fare opposizione seria sui fatti quotidiani, sulle
cose da fare, prendendo così il ruolo di opposizione vera che in molte
amministrazioni viene mancando. Opposizione quindi non per principio,
per il gusto di farla: ma opposizione sulle cose concrete.”

Chiaro e senza fronzoli Sciascia ha detto anche in questa occasione
ciò che pensava, tracciando infine una strada da percorrere a quei
“ragazzi” che avevano pensato di dar vita al giornale del paese, che
non fu mai sottovalutato dallo scrittore, che, anzi, in quei giovani
vedeva avanzare il futuro di Racalmuto.

Questo articolo è forse l’intervento più appropriato per concludere
questa ricerca su Sciascia e il giornalismo, dal momento che riassume
l’opinione e l’esperienza dello scrittore siciliano riguardo il mondo
dell’informazione. E’ quasi un “testamento spirituale” consegnato ai
giovani del suo paese, che a distanza di anni non hanno mai dimenticato
i consigli di Sciascia, un maestro che diceva di essere stato in un
certo senso un “pessimo maestro”, “senza eccessiva vocazione”.

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BIBLIOGRAFIA

 

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Leonardo Sciascia n°5 marzo 2000 “Ricordi del tempo presente: la
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