Attacco all’autonomia
della professione
di giornalista fondata
sulle regole deontologiche
fissate nella legge
istitutiva dell’Ordine
Anche Scalfari (come Giavazzi)
fa da spalla agli editori scatenati
contro i giornalisti e il loro status
di Franco Abruzzo*
Eugenio Scalfari come Francesco Giavazzi
attacca l’Ordine dei Giornalisti. Il fondatore di “Repubblica” lo ha
fatto nell’editoriale di domenica 27 novembre (“Il vero fantasma che si
aggira per l’Italia”), ricollegandosi all’editoriale di Giavazzi sul
Corriere della Sera (26 novembre 2005) che aveva chiesto, tra le cinque
priorità del futuro governo di centrosinistra, “l’eliminazione degli
albi professionali a cominciare da quello dei giornalisti”. Scalfari al
riguardo ha aggiunto:”Noi siamo favorevoli”. “Noi” sta per “Gruppo
Repubblica“. Con tutto il rispetto per Scalfari e le sue opinioni,
appare una barzelletta l’affermazione secondo la quale l’Ordine dei
giornalisti limita la concorrenza, quando, invece, organizza
professionisti, che, nel 95% dei casi, sono dipendenti. Tanto che non è
entrato a far parte degli enti professionali presi in esame
nell’inchiesta dell’Antitrust del 1994/1997. Anche Scalfari, come
Giavazzi, non lo sa, ma fa da spalla agli editori (Fieg), che sono
impegnati in una prova muscolare contro la Fnsi (sindacato dei
giornalisti) e che hanno chiesto ai ministri dell’Istruzione e della
Giustizia di bloccare il Dpr, destinato presto a collegare esame di
stato dei giornalisti e lauree come vuole una legge (n. 4/1999) e come
vuole la direttiva comunitaria 89/48/Ce.
attacca l’Ordine dei Giornalisti. Il fondatore di “Repubblica” lo ha
fatto nell’editoriale di domenica 27 novembre (“Il vero fantasma che si
aggira per l’Italia”), ricollegandosi all’editoriale di Giavazzi sul
Corriere della Sera (26 novembre 2005) che aveva chiesto, tra le cinque
priorità del futuro governo di centrosinistra, “l’eliminazione degli
albi professionali a cominciare da quello dei giornalisti”. Scalfari al
riguardo ha aggiunto:”Noi siamo favorevoli”. “Noi” sta per “Gruppo
Repubblica“. Con tutto il rispetto per Scalfari e le sue opinioni,
appare una barzelletta l’affermazione secondo la quale l’Ordine dei
giornalisti limita la concorrenza, quando, invece, organizza
professionisti, che, nel 95% dei casi, sono dipendenti. Tanto che non è
entrato a far parte degli enti professionali presi in esame
nell’inchiesta dell’Antitrust del 1994/1997. Anche Scalfari, come
Giavazzi, non lo sa, ma fa da spalla agli editori (Fieg), che sono
impegnati in una prova muscolare contro la Fnsi (sindacato dei
giornalisti) e che hanno chiesto ai ministri dell’Istruzione e della
Giustizia di bloccare il Dpr, destinato presto a collegare esame di
stato dei giornalisti e lauree come vuole una legge (n. 4/1999) e come
vuole la direttiva comunitaria 89/48/Ce.
Gli editori organizzati dalla Fieg negano – come fanno
sostanzialmente Scalfari e Giavazzi quando chiedono la cancellazione
dell’Ordine - l’esistenza di una professione di giornalista e non
accettano il collegamento dell’esame di Stato dei giornalisti alle
lauree universitarie, perché ciò intaccherebbe “il diritto alla libertà di organizzazione delle imprese editoriali” (art. 41 Cost.) e nel contempo limiterebbe “il
diritto costituzionale di tutti i cittadini ad accedere,
indipendentemente dal titolo di studio posseduto, alla professione
giornalistica”. Gli editori rivendicano il “diritto di assumere
come giornalisti tutti coloro che, a proprio discrezionale giudizio,
ritengono di avviare all’attività di informazione”. Gli editori
dimenticano che nell’ultimo decennio i laureati praticanti sono circa
il 75% di quelli che hanno sostenuto l’esame di Stato. Gli editori
vogliono “fare” i giornalisti come se nulla fosse accaduto rispetto al
Regio decreto n. 384/1928. L’impostazione degli editori trova,
comunque, una barriera insuperabile in alcune sentenze della Corte
costituzionale: “Rientra nella discrezionalità del legislatore ordinario – si legge nella sentenza 38/1997 della Corte costituzionale - determinare
le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna
l'istituzione di ordini o collegi e la necessaria iscrizione in
appositi albi o elenchi ( art. 2229 cod. civ.)”. Non solo. L’articolo 41 della Costituzione, nel proclamare che "l’iniziativa economica privata è libera", afferma che essa "non può svolgersi .....in modo da recare danno....alla... dignità umana".
La posizione degli editori offende la dignità dei giornalisti italiani
(ai quali la Fieg nega assurdamente il diritto all’istruzione
universitaria) e nei fatti punta a sconfessare il principio elaborato
dall’ordinamento giuridico comunitario secondo il quale i
professionisti “regolamentati” – come i giornalisti - debbano avere una
formazione universitaria minima di 3 anni.
sostanzialmente Scalfari e Giavazzi quando chiedono la cancellazione
dell’Ordine - l’esistenza di una professione di giornalista e non
accettano il collegamento dell’esame di Stato dei giornalisti alle
lauree universitarie, perché ciò intaccherebbe “il diritto alla libertà di organizzazione delle imprese editoriali” (art. 41 Cost.) e nel contempo limiterebbe “il
diritto costituzionale di tutti i cittadini ad accedere,
indipendentemente dal titolo di studio posseduto, alla professione
giornalistica”. Gli editori rivendicano il “diritto di assumere
come giornalisti tutti coloro che, a proprio discrezionale giudizio,
ritengono di avviare all’attività di informazione”. Gli editori
dimenticano che nell’ultimo decennio i laureati praticanti sono circa
il 75% di quelli che hanno sostenuto l’esame di Stato. Gli editori
vogliono “fare” i giornalisti come se nulla fosse accaduto rispetto al
Regio decreto n. 384/1928. L’impostazione degli editori trova,
comunque, una barriera insuperabile in alcune sentenze della Corte
costituzionale: “Rientra nella discrezionalità del legislatore ordinario – si legge nella sentenza 38/1997 della Corte costituzionale - determinare
le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna
l'istituzione di ordini o collegi e la necessaria iscrizione in
appositi albi o elenchi ( art. 2229 cod. civ.)”. Non solo. L’articolo 41 della Costituzione, nel proclamare che "l’iniziativa economica privata è libera", afferma che essa "non può svolgersi .....in modo da recare danno....alla... dignità umana".
La posizione degli editori offende la dignità dei giornalisti italiani
(ai quali la Fieg nega assurdamente il diritto all’istruzione
universitaria) e nei fatti punta a sconfessare il principio elaborato
dall’ordinamento giuridico comunitario secondo il quale i
professionisti “regolamentati” – come i giornalisti - debbano avere una
formazione universitaria minima di 3 anni.
Le considerazioni svolte consentono di risalire alle ragioni che
hanno spinto il Parlamento nel 1963 a tutelare la professione
giornalistica. L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963
sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà questi
rischi:
hanno spinto il Parlamento nel 1963 a tutelare la professione
giornalistica. L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963
sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà questi
rischi:
1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.
2) risulterà abolita la deontologia professionale fissata nell’articolo 2 della legge professionale n. 69/1963.
3) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed
editori) la norma che impone il rispetto del “segreto professionale
sulla fonte delle notizie”. Nessuno in futuro darà una notizia ai
giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.
editori) la norma che impone il rispetto del “segreto professionale
sulla fonte delle notizie”. Nessuno in futuro darà una notizia ai
giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.
4) senza legge professionale, direttori e redattori
saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo
(2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso
l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di
garantire l’autonomia della sua redazione. Quell’autonomia, che, come
si legge nell’articolo 1 del Contratto nazionale di lavoro Fnsi/Fieg,
poggia sulle regole deontologiche fissate nella legge n. 69/1963
istitutiva dell’Ordine.
saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo
(2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso
l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di
garantire l’autonomia della sua redazione. Quell’autonomia, che, come
si legge nell’articolo 1 del Contratto nazionale di lavoro Fnsi/Fieg,
poggia sulle regole deontologiche fissate nella legge n. 69/1963
istitutiva dell’Ordine.
Scalfari e Giavazzi vogliono, come la Fieg, giornalisti impiegati
obbligati a prendere disposizioni senza fiatare? Si rendono conto che,
abolito l’Ordine professionale, rimarranno…in vigore soltanto gli
ordini degli editori?
obbligati a prendere disposizioni senza fiatare? Si rendono conto che,
abolito l’Ordine professionale, rimarranno…in vigore soltanto gli
ordini degli editori?
Concludendo, c’è da augurarsi che Scalfari e Giavazzi riflettano
sulle conseguenze delle loro affermazioni e meditino le parole della
Consulta. Con specifico riferimento alla professione giornalistica la
Corte costituzionale ebbe a chiarire (sentenze 11/1968 e 38/1997) che
l’Ordine professionale dei giornalisti “ha il compito di
salvaguardare erga omnes e nell’interesse della collettività la dignità
professionale e la libertà di informazione e di critica dei propri
iscritti; il predetto Ordine non si pone pertanto in contrasto con i
principi di libera manifestazione del pensiero, chiunque potendo
scrivere per e su pubblicazioni di natura giornalistica, senza avere il
titolo di giornalista”. “Con ciò la Corte ha ribadito la
distinzione tra giornalista munito di una specifica e verificata
capacità di informazione e coloro che sono legittimati a scrivere sugli
organi di informazione senza avere quella specifica capacità
debitamente verificata e dichiarata” (parere II sezione Consiglio
di Stato n. 2228/2002). In breve l’Ordine dei Giornalisti è l’ente che
organizza i cittadini i quali manifestano il pensiero per professione.
sulle conseguenze delle loro affermazioni e meditino le parole della
Consulta. Con specifico riferimento alla professione giornalistica la
Corte costituzionale ebbe a chiarire (sentenze 11/1968 e 38/1997) che
l’Ordine professionale dei giornalisti “ha il compito di
salvaguardare erga omnes e nell’interesse della collettività la dignità
professionale e la libertà di informazione e di critica dei propri
iscritti; il predetto Ordine non si pone pertanto in contrasto con i
principi di libera manifestazione del pensiero, chiunque potendo
scrivere per e su pubblicazioni di natura giornalistica, senza avere il
titolo di giornalista”. “Con ciò la Corte ha ribadito la
distinzione tra giornalista munito di una specifica e verificata
capacità di informazione e coloro che sono legittimati a scrivere sugli
organi di informazione senza avere quella specifica capacità
debitamente verificata e dichiarata” (parere II sezione Consiglio
di Stato n. 2228/2002). In breve l’Ordine dei Giornalisti è l’ente che
organizza i cittadini i quali manifestano il pensiero per professione.
La direttiva 2005/36/Ce sulle qualifiche professionali ha chiuso
il cerchio: l’Europa comunitaria, unione di Stati sovrani, accetta gli
Ordini italiani, che non vanno eliminati. Gli Ordini devono garantire
gli utenti, assicurando certezza sulle capacità del professionista e
nell'accesso alla professione. Non lobby ma strutture di servizio
trasparenti. Come fa l’Ordine dei Giornalisti con le 15 scuole di
formazione affidate alle Università e aperte ai giovani laureati
selezionati attraverso prove severe e corrette. Scalfari e Giavazzi
ignorano questa realtà e hanno dimostrato di non conoscere la direttiva
comunitaria 2005/36/Ce.
*presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia; docente
a contratto di Diritto dell’informazione presso l’Università degli
Studi di Milano Bicocca e presso l’Università Iulm di Milano.
il cerchio: l’Europa comunitaria, unione di Stati sovrani, accetta gli
Ordini italiani, che non vanno eliminati. Gli Ordini devono garantire
gli utenti, assicurando certezza sulle capacità del professionista e
nell'accesso alla professione. Non lobby ma strutture di servizio
trasparenti. Come fa l’Ordine dei Giornalisti con le 15 scuole di
formazione affidate alle Università e aperte ai giovani laureati
selezionati attraverso prove severe e corrette. Scalfari e Giavazzi
ignorano questa realtà e hanno dimostrato di non conoscere la direttiva
comunitaria 2005/36/Ce.
*presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia; docente
a contratto di Diritto dell’informazione presso l’Università degli
Studi di Milano Bicocca e presso l’Università Iulm di Milano.
Milano, 29 novembre 2005
![]()

