Ordine dei Giornalisti e Ue

L’ordinamento
giuridico italiano accorda particolari tutele alle professioni
intellettuali. La Costituzione (articolo 33, V comma) «prescrive un esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale».
Il Codice civile (articolo 2229) afferma che sono professioni
intellettuali solo quelle riconosciute come tali dalla legge e per il
cui esercizio «è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi».
Agli Ordini, dice sempre il Codice civile, sono devoluti
«l’accertamento dei requisiti per la iscrizione negli albi e negli
elenchi, la tenuta dei medesimi e il potere disciplinare sugli
iscritti». A questa normativa non sfugge la professione giornalistica
organizzata dal legislatore del 1963 con l’Ordine, l’Albo e l’esame di
Stato. Le regole dell’Ordine dei Giornalisti, quindi, non sono anomale,
ma eguali a quelle degli altri 25 Ordini e collegi operanti in Italia.

Con
la legge 3 febbraio 1963 n. 69, la professione giornalistica è
riconosciuta legalmente (come le altre professioni italiane). E’ un sistema che non ha riscontri nei Paesi della Ue,
anche se in alcuni - Francia, Portogallo, Spagna, Lussemburgo - la
professione giornalistica è tutelata giuridicamente (come in Italia).
La disciplina comunitaria è, comunque, sostanzialmente neutra rispetto all’esistenza o meno degli Ordini professionali. Con le leggi comunitarie del 1990 (n. 428/1990) e del 1994 (n. 52/1996)
- in base alle quali i cittadini comunitari possono iscriversi agli
elenchi dei pubblicisti e dei professionisti dell’Albo e al Registro
dei Praticanti nonché possono essere editori e direttori di quotidiani
e periodici nel nostro Paese - l’Italia ha imboccato la via della
compatibilità dell’Ordine dei Giornalisti con la Ue attraverso il
riconoscimento dell’organizzazione in essere della professione e della
reciprocità.

Alla Ue interessa che ai cittadini comunitari siano
accordati gli stessi «diritti» dei cittadini italiani, che esercitano
la professione giornalistica. I cittadini comunitari, inoltre, possono
sostenere nella loro lingua l’esame di Stato per diventare giornalisti
professionisti in Italia. Il Consiglio d’Europa, nella risoluzione
1° luglio 1993 (n. 1003) relativa all’etica del giornalismo, scrive che
«per la vigilanza sul rispetto dei principi deontologici, è necessario creare organismi o meccanismi di autocontrollo,
che elaborino risoluzioni sul rispetto dei precetti deontologici da
parte dei giornalisti, che i mezzi di comunicazione si impegneranno a
rendere pubblici». L’Italia, con l’Ordine dei Giornalisti, ha già creato «l’organismo di autocontrollo» dal 1963!
L’Europa
in sostanza, - fatte salve la libera circolazione dei professionisti,
la pubblicità e le tariffe con valore indicativo -, non ci impone un
modello preciso. Recentemente, con la direttiva sul commercio
elettronico (approvato il 4 maggio 2000 dal Consiglio europeo), la Ue
ha dato una serie di regole che riguardano le libere professioni e ha
chiamato gli Ordini italiani a vigilare su Internet (Il Sole 24 Ore del 13 giugno 2000).
La direttiva affida un ruolo particolare agli Ordini professionali
nazionali che sono chiamati, oltre che a vigilare sul comportamento dei
propri iscritti, a redigere a livello comunitario dei veri e propri
codici di condotta. In particolare l’articolo 8 della direttiva, che
tratta proprio dell’attività professionale, richiede agli Ordini (e
alle associazioni professionali) di predisporre regole comuni circa le
informazioni che possono essere fornite ai fini della prestazione di
servizio, in modo da garantire i principi propri della professione,
quali: indipendenza; dignità; onore; segreto professionale; lealtà
verso clienti e colleghi.
Anche la direttiva Ue sulla privacy è
diventata legge (dlgs 196/2003) e questa legge ha partorito il Codice
di condotta dei giornalisti (G.U. 3 agosto 1998), che vede i Consigli
dell’Ordine dei Giornalisti giudici esclusivi degli iscritti negli
elenchi dell’Albo.
La natura professionale dell’attività giornalistica trova conforto nell’art. 2 del Dlgs. 27 gennaio 1992 n. 115 (Attuazione
della direttiva n. 89/48/CEE relativa ad un sistema generale di
riconoscimento dei diplomi di istruzione che sanzionano formazioni
professionali di una durata minima di tre anni). L’articolo 2
della direttiva 89/48/CEE ha fissato il principio per cui l’esercizio
delle professioni presuppone il superamento di un ciclo di studi
postsecondari di una durata minima di tre anni o di durata equivalente
a tempo parziale, in una università o in un istituto di istruzione
superiore o in altro istituto dello stesso livello di formazione.
Questa direttiva fa da sfondo al Dpr n. 328/2001, che collega l’esame
di stato delle singole professioni intellettuali alle lauree della
riforma universitaria. Il “nuovo” Dpr sanerà una discrasia tra Ordine
dei giornalisti e normativa comunitaria in tema di accesso, mandando in
soffitta le restrizioni attuali. Oggi sono gli editori che decidono chi
entra nella professione come praticante, prescindendo dal titolo di
studio. La normativa del 1963 (legge 69) ferisce i principi della
dignità della persona e dell’uguaglianza. Con il passaggio dell’accesso
all’Università, viene superato un sistema medioevale di selezione
paternalistica e per giunta fortemente antidemocratico. L’Università,
invece, aprendo le porte a tutti, è la via maestra della formazione dei
“nuovi” giornalisti.
La direttiva 2005/36/Ce (“direttiva Zappalà”)
sulle qualifiche professionale (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale
dell'Unione europea L 255/22 del 30 settembre 2005) consente agli Stati
membri di delegare parte della gestione delle professioni a organismi
autonomi, come gli Ordini professionali. Ora, gli Stati avranno due
anni di tempo, sino a settembre 2007, per adeguarsi. La normativa
riguarda sia il lavoro subordinato che autonomo. L’Europa, con questa
direttiva, ha scritto una parola decisiva: gli Ordini rimangono in vita
come longa manus dello Stato.
*presidente
dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia; docente a contratto di
Diritto dell’Informazione presso l’Università di Milano Bicocca e
presso l’Università Iulm di Milano.

Milano, 7 dicembre 2005