Va in carcere la giornalista del «Cia-gate»

Judith Miller, del «New York Times», si è rifiutata di rivelare le proprie fonti

 di MARCO VALSANIA

NEW YORK - Judith Miller, la giornalista del «New York Times» che si
è rifiutata di svelare le sue fonti alla magistratura, finirà in
carcere. A deciderlo è stato il giudice Thomas Hogan, della Corte
distrettuale di Washington, sostenendo come la detenzione offra ancora
«una realistica possibilità che si convinca a testimoniare» a un Grand
Jury.

Miller è diventata una delle vittime di più alto profilo delle
polemiche sull'interpretazione del primo emendamento della
Costituzione, che protegge la libertà d'espressione e di stampa, e sui
poteri degli inquirenti governativi. «Se ai giornalisti non viene
concesso di proteggere le loro fonti - ha detto Miller in tribunale -
allora non possono lavorare e non può esistere una stampa libera». Una
protesta che ha trovato ampia eco nei mass media americani.

La Miller diventa anche il primo giornalista del Times incarcerato
dal 1978, quando si verificò un simile caso di protezione delle fonti.
In carcere potrebbe adesso passare quattro dei 18 mesi della sentenza
di condanna per oltraggio alla Corte che risale allo scorso ottobre ed
era rimasta sospesa in attesa di un ricorso alla Corte Suprema respinto
la scorsa settimana. Fra quattro mesi scade il mandato del Grand Jury
che indaga sul caso, che riguarda la rivelazione due anni or sono
dell'identità di un agente della Cia, Valerie Plame, da parte di fonti
dell'amministrazione Bush, forse il consigliere presidenziale Karl Rove.

«Ci sono momenti nei quali il bene della democrazia richiede un atto
di coscienza», ha dichiarato l'editore del Times Arthur Sulzberger Jr.
«Judy ha scelto un simile atto onorando la sua promessa di
confidenzialità alle fonti - ha aggiunto -. Crede, come crediamo noi,
che il libero flusso delle informazioni sia essenziale a un pubblico
informato». Il direttore Bill Keller ha detto che la decisione della
Miller è «coraggiosa e di principio». Miller aveva indagato ma mai
scritto sulla vicenda Plume. Il nome dell'agente segreto era stato
invece pubblicato dal columnist conservatore Robert Novak, sollevando
il sospetto di vendette interne all'amministrazione perchè il marito
della Plume, l'ex ambasciatore Joseph Wilson, era stato tra i critici
della strategia di Bush di avvicinamento alla guerra in Irak. Un altro
giornalista, Matthew Cooper di Time, con un colpo di scena ha deciso
ieri di cooperare con le autorità e testimoniare al Gran Jury.

(Il Sole 24 Ore del 7 luglio 2004)

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Serventi Longhi  ha inviato lettere di solidarietà

a Judith Miller, del New York Times,

e a Matthew Cooper,  del Time magazine,

incriminati da una corte federale Usa

per non aver voluto rivelare la fonte di un' inchiesta.

La Ifj accusa  la Time-Warner di “profondo tradimento”  

 

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:

“Il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa
italiana, Paolo Serventi Longhi, ha inviato lettere di solidarietà a
Judith Miller, giornalista del New York Times, e a Matthew Cooper, del
settimanale Time, incriminati da una corte federale Usa per non aver
voluto rivelare la fonte di una inchiesta. Judith Miller è stata ieri
ingiustamente arrestata e condannata a quattro mesi di prigione, mentre
Cooper è stato autorizzato dalla fonte a rivelarne l’identità. Si
tratta di un caso gravissimo – afferma Serventi Longhi nel messaggio,
inviato anche ai direttori dei due giornali – che mette seriamente in
discussione la libertà di informazione e il diritto di cronaca. La
battaglia dei due colleghi e quella del Sindacato dei Giornalisti degli
Stati Uniti è la stessa che viene combattuta in Italia dalle
organizzazioni rappresentative di categoria per affermare il diritto
dei cittadini ad essere correttamente informati e per rivendicare
quindi la tutela in tutte le sedi del segreto professionale e della
riservatezza delle fonti. I giornalisti italiani, già 25 anni fa, hanno
scioperato contro i tentativi di una parte dell’autorità giudiziaria di
minare la segretezza delle fonti con la minaccia del carcere”.

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La Federazione Internazionale dei Giornalisti accusa la
Time-Warner di “profondo tradimento” mentre un secondo reporter negli
Stati Uniti affronta il carcere.

 La Federazione Internazionale dei Giornalisti ha accusato oggi la
Time-Warner, una delle più grandi società d’informazione, di “profondo
tradimento” di principio per la sua decisione di opporsi pubblicamente
alle richieste di un suo giornalista e fargli consegnare il taccuino al
fine di evitare pesanti multe nell’ambito di un’azione giudiziaria per
protezione delle fonti.

Matthew Cooper, un giornalista del Time magazine, era pronto ad
andare in carcere per essersi rifiutato di indicare la fonte di alcuni
fatti controversi trapelati dalla Casa Bianca. Ieri la società gli ha
però tolto di mano la faccenda ed ha annunciato che avrebbe rivelato
l’informazione dopo avere perso l’appello davanti alla Corte Suprema
degli Stati Uniti.

Tuttavia, una seconda giornalista, Judith Miller del New York Times,
tiene duro ed è sostenuta dalla sua società. La Federazione
Internazionale dei Giornalisti fa appello alle sue associazioni in
tutto il mondo per sostenere Judith Miller e coordinare le proteste
quando verrà giudicata dinnanzi ad un giudice federale degli Stati
Uniti il 6 luglio.

“L’azione della Time-Warner costituisce un profondo tradimento del
principio cardine del giornalismo” ha affermato Aidan White, Segretario
Generale della Federazione Internazionale dei Giornalisti. “La
decisione della società di dissociarsi da un proprio giornalista che
cerca di difendere l’etica del giornalismo è irragionevole”. Tale
mancanza di principio non è solo un colpo inferto al professionalismo
ed alla morale di una società, ma è dannosa per il giornalismo di tutto
il mondo”.

La Federazione Internazionale dei Giornalisti ha affermato che “è
impossibile non giungere alla conclusione che gli interessi commerciali
hanno preso il sopravvento su una difesa di principio del segreto
professionale”.

La Federazione Internazionale dei Giornalisti ha affermato di
accogliere favorevolmente la dichiarazione del New York Times di volere
rimanere fedele a Judith Miller, membro della Newspaper Guild-CWA,
associazione affiliata alla Federazione Internazionale dei Giornalisti.
Miller e Cooper stavano curando un servizio per risalire a chi ha
lasciato trapelare il nome di Valerie Plame, un'agente della Central
Intelligence Agency. Cooper aveva scritto un articolo suggerendo che
Valerie Plame fosse stata deliberatamente esposta dall’amministrazione
Bush perché il marito, un ex-diplomatico, aveva contraddetto quanti
affermavano che l’Iraq cercava di comprare l’uranio - una delle
principali asserzioni usate dal Presidente Bush per giustificare
l’invasione dell’Iraq.Judith Miller ha svolto delle interviste al
riguardo ma non ha mai scritto un articolo. Judith Miller ha affermato
che avrebbe preferito andare in prigione piuttosto che rivelare una
fonte riservata.

“I giornalisti di tutto il mondo stanno dando il loro pieno sostegno
al New York Times ed alla Miller” ha detto White. “In molti paesi i
giornalisti subiscono pressioni per rivelare le fonti, ma resistono
perché sanno che senza il segreto professionale non può esservi alcun
giornalismo vitale”.

La Federazione Internazionale dei Giornalisti chiede alle
associazioni che ne fanno parte in più di 100 paesi di inviare messaggi
di solidarietà al New York Times ed a Judith Miller tramite il
Newspaper Guild-CWA, il quale sta organizzando un’ondata di proteste
nazionali negli Stati Uniti in coincidenza con la comparizione di
Judith Miller la settimana prossima dinanzi alla Corte, dove verrà con
ogni probabilità condannata al carcere.

“I giornalisti sufficientemente coraggiosi da difendere ciò in cui
credono devono essere sostenuti dai loro colleghi e datori di lavoro”
ha affermato White.

In un altro caso preoccupante, la Federazione Internazionale dei
Giornalisti ha messo in evidenza la decisione di una corte d’appello
degli Stati Uniti, questa settimana, di confermare le accuse di mancata
esecuzione di un ordine del giudice mosse contro quattro giornalisti, i
quali si sono rifiutati di rivelare le fonti dei lori articoli sul
licenziamento di uno scienziato della pubblica amministrazione, Wen Ho
Lee. Il Signor Lee sta cercando di acquisire gli atti nell’ambito di
un’azione civile intentata contro il Governo. Il giudice ha inflitto ai
giornalisti una multa di $500 al giorno.

”Si tratta di un’altra azione per esercitare una pressione
intollerabile sui giornalisti” ha affermato White. “E’ tempo che i
giudici degli Stati Uniti considerino le conseguenze della democrazia e
della libertà di stampa quando dichiarano caccia aperta contro quiunque
parli ad un giornalista nell’interesse pubblico”.

 Ulteriori informazioni

The Newspaper Guild-CWA

++ 1-202-434.71.77

 [da www.fnsi.it - 07/07/2005 ]