La riforma possibile Relazione del presidente Franco Abruzzo all’assemblea degli iscritti del 27 marzo 1997

Indice:


1. Perché serve una legge sulla professione giornalistica

2. I punti di una legge di riforma possibile

3. Le iniziative in difesa della professione giornalistica

4. L’attività istituzionale del Consiglio dell’Ordine della Lombardia

4. 1. Il giornalismo economico-finanziario

4. 2 . Informazione, pubblicità ed etica professionale

4. 3. Doppia iniziativa a tutela della genuinità dell’informazione

4. 4. L’avvertimento al direttore di «Panorama»

4. 5. L’avvertimento al direttore di «Oggi»

4. 6. La sanzione a Maurizio Mosca, protagonista di spot, e altre decisioni disciplinari dell’Ordine

4. 7. Minori e informazione

5. Nuova frontiera dell’etica professionale: la tutela dei dati personali

6. Gli orientamenti dell’Ordine dei Giornalismo della Lombardia

6. 1. Le decisioni disciplinari sono atti pubblici e possono essere rese note

6. 2. No alla superinformazione

6. 3. Il problema del diritto di esclusiva a «Repubblica»

6. 4. Il rispetto (per i fotogiornalisti) della legge sul diritto d’autore

6. 5. Fondo per i giornalisti condannati civilisticamente e senza editore

7. Conclusioni

1. Perché serve una legge sulla professione giornalistica - Il
referendum è vicinissimo, mentre il Parlamento stenta ad avviare
l’esame della legge di riforma relativa alla professione giornalistica.
Eppure non mancano i progetti: uno in particolare, quello firmato dai
senatori (e giornalisti professionisti) Tino Bedin e Antonio Duva, dal
22 luglio 1996 è stato assegnato alla prima Commissione permanente
"Affari costituzionali" di Palazzo Madama, che soltanto l’11 marzo 1997
lo ha messo all’ordine del giorno. Ha ragione, quindi, la Fnsi quando
accusa Governo e Camere di scarsa volontà riformatrice. Bisogna
comprendere quello che la legge professionale rappresenta, ed anche i
rischi e i pericoli di un giornalismo lasciato senza regole.

I colleghi conoscono la mia analisi sulle conseguenze legate alla
eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della
professione giornalistica. Continuo a confidare, nonostante il
pessimismo (fondato) della Fnsi, nella volontà riformatrice del
Parlamento e anche nella maturità di scelta del popolo italiano.
Deputati e senatori devono, prima o dopo il voto referendario,
sciogliere un nodo e in sintesi dire se quella dei giornalisti sia una
professione intellettuale da organizzare come le altre. La Corte di
Cassazione sottolinea da decenni che quella dei giornalisti è una
professione intellettuale. La Corte costituzionale, con la sentenza n.
38 del 30 gennaio-10 febbraio 1997 sull’ammissibilità del referendum
abrogativo, ha scritto : «Deve in proposito riaffermarsi il
principio che la richiesta di abrogazione referendaria può investire
norme di contenuto disponibile da parte del legislatore ordinario,
mentre è inammissibile quando essa tende ad abrogare norme a "contenuto
costituzionalmente vincolato" (sentenza n.16 del 1978). Una tale natura
non è ravvisabile nella specie per il solo fatto che la legge in esame
istituisce detto ordine professionale, giacché rientra nella
discrezionalità del legislatore ordinario determinare le professioni
intellettuali per l'esercizio delle quali è opportuna l'istituzione di
ordini o collegi e la necessaria iscrizione in appositi albi o elenchi
(art. 2229 cod. civ.).... In questa sede, tuttavia, occorre
precisare che l'aver escluso che l'esistenza dell'ordine dei
giornalisti si ponga in contrasto con principi di rilevanza
costituzionale, non significa che tale esistenza debba ritenersi
obbligatoria». Nelle conclusioni la Corte afferma: «(Rimane)
comunque affidato alla discrezionalità del legislatore ed
all'interpretazione sistematica della giurisprudenza, in caso di esito
positivo del referendum, il compito di ricondurre la disciplina ad
unità ed armonia». La Corte in sostanza lascia il Parlamento
arbitro di decidere se quella giornalistica sia da annoverare tra le
professioni intellettuali organizzate con l’Ordine e l’Albo così come
prescrive l’articolo 2229 del Codice civile, coordinando una nuova
normativa con la legislazione residuale che fa riferimento alla
professione giornalistica. La Corte non ha mancato di sottolineare che,
con le sentenze n. 71 del 1991 e n. 11 del 1968, «ha affermato che
non osta al principio della libera manifestazione del pensiero il fatto
che i giornalisti siano così organizzati, anche perché tale Ordine ha il
"compito di salvaguardare, erga omnes e nell'interesse della
collettività, la dignità professionale e la libertà di informazione e
di critica dei propri iscritti"».

Prima o dopo l’appuntamento referendario, il Parlamento può,
comunque, varare una nuova normativa sulla professione giornalistica.
Se il Parlamento, come crediamo, non dovesse ritenere quello dei
giornalisti un mestiere ma qualcosa di più elevato e utile alla società
e alla democrazia, ha una sola strada da percorrere: varare una nuova
legge che rispecchi i vincoli della Costituzione e del Codice Civile (Ordine,
Albo, esame di abilitazione all’esercizio professionale da affidare
all’Università, accesso aperto ai cittadini in possesso di una laurea
in giornalismo, regole etiche rigorose). Siamo sicuri che alla fine
vincerà l’Italia civile della ragione. L’Italia, infatti, non può fare
a meno di una professione intellettuale specifica, quale quella
giornalistica, regolamentata per legge. Una legge che oggi incorpora
una norma sulla deontologia dei giornalisti, che favorisce indirettamente l'esercizio del "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
I cosiddetti «riformatori», invece, vogliono annientare 12mila
giornalisti professionisti, che ogni giorno garantiscono l’informazione
ancorati a una deontologia scritta nella legge. Adesso è maturato il
momento di aggiornare radicalmente la normativa del 1963.

Marco Pannella ripete (erroneamente) che il referendum è
«sull’Ordine dei Giornalisti». Il referendum, invece, è sulla
professione giornalistica regolata dalla legge n. 69/1963. Quella legge
prevede il funzionamento di tre organismi: l’Ordine come ente
organizzativo della professione; i Consigli regionali e il Consiglio
nazionale, concepiti come giudici disciplinari in caso di violazione
delle norme deontologiche. Il ruolo dei Consigli è stato ampliato dal
Codice di procedura penale che, con gli articoli 114 e 115, li vuole
giudici delle violazioni commesse in danno dei minori e dalla legge 31
dicembre 1996 n. 675 che li vuole giudici delle violazioni commesse
quando si divulgano i dati personali di un cittadino.

I progetti di riforma presentati al Parlamento chiedono tutti
che la professione giornalistica nasca in Università (e nelle scuole
riconosciute dall’Ordine) come le altre professioni intellettuali.
Anche la Fnsi è di quest’avviso. L’Università italiana, istituendo la
laurea in giornalismo con il decreto 11 aprile 1996, ha deciso di farsi
carico della formazione dei futuri giornalisti. Questo sforzo
dell’Università va sostenuto, perché rafforza una professione di
«rilevanza pubblica e di interesse sociale», che corre il rischio, con
il referendum, di essere ridotta a puro mestiere.

Apprezziamo la decisione dei colleghi che hanno costituito il Comitato per la riforma della legge sulla professione giornalistica
e lanciato un appello in difesa della professione giornalistica.
Condividiamo pienamente quest’appello. Dobbiamo chiedere subito al
Parlamento una nuova legge, evitando la politica dello scontro e del
muro contro muro nel periodo di campagna referendaria.

L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà questi rischi:


1) quella dei giornalisti non sarà più una professione
intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge. Scompariranno le
figure giuridiche dei "giornalisti professionisti", dei "giornalisti
praticanti" e dei "pubblicisti". Chiunque in futuro si potrà definire e
dichiarare "giornalista". Non avranno avvenire le sei scuole di
giornalismo riconosciute attualmente dall’Ordine, dove si poteva
svolgere il praticantato alternativo a quello tradizionale espletato
nelle redazioni. La Corte costituzionale con la citata sentenza n.
38/1997 ha scritto: «.. Né può sorgere il dubbio che, con
l'eventuale esito abrogativo del referendum, possano venir meno
l'attività giornalistica professionale, la disciplina contrattuale del
rapporto di lavoro, o i canoni deontologici inerenti a tale attività.
Questi ultimi derivano, oltre che dal costume, da altre leggi (cui del
resto fa rinvio lo stesso art. 2), dalle funzioni del Garante, dalla
giurisprudenza in materia e da norme di autoregolamentazione». La
Corte ha operato una distinzione tra titolo di giornalista riconosciuto
per legge e «attività giornalistica» non regolamentata per legge, che,
per quanto riguarda l’etica, deve affidarsi all’autoregolamentazione e
anche alle funzioni di giudice del «sistema della comunicazione
multimediale» svolte dal Garante per l’editoria e la radiodiffusione.
Spetta al Parlamento decidere tra le due vie: quella della professione
regolamentata e quella della professione affidata alle fluttuazioni del
mercato.


2) Risulterà abolita l’etica fissata oggi nell’articolo 2 della legge professionale ("É
diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di
critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela
della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto
della verità sostanziale di fatti, osservati sempre i doveri imposti
dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie
che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e
editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte
delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di
esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la
cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i
lettori"). Senza etica fissata come norma, regnerà, nel mondo dell’informazione, la legge della giungla!!!


3) senza la legge n. 69/1963, i giornalisti (e gli editori) non saranno
«tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle
notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse». I
giornalisti non potrebbero invocare il segreto professionale previsto
nell’articolo 200 del Codice di procedura penale. La libertà di cronaca
verrà colpita a morte. Nessuno in futuro darà una notizia ai
giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.


4) Conseguentemente verrà ferito e azzoppato il Contratto
nazionale di lavoro giornalistico (Cnlg) che fonda l’autonomia della
professione sull’articolo 2 della legge professionale. Dice il II comma
dell’articolo 1 del Cnlg: «La legge su «Ordinamento della
professione giornalistica» del 3 febbraio 1963, n. 69 garantisce
l'autonomia professionale dei giornalisti e fissa i contenuti della
loro deontologia professionale specificando che «è diritto
insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica,
limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della
personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della
verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla
lealtà e dalla buona fede». Crollerà verticalmente anche
l’autonomia dei direttori responsabili delle testate rispetto ai
vertici amministrativi e societari. Dice oggi l’articolo 6 del Cnlg: «...
è competenza specifica ed esclusiva del direttore fissare ed impartire
le direttive politiche e tecnico-professionali del lavoro redazionale,
stabilire le mansioni di ogni giornalista, adottare le decisioni
necessarie per garantire l'autonomia della testata, nei contenuti del
giornale e di quanto può essere diffuso con il medesimo, dare le
disposizioni necessarie al regolare andamento del servizio e stabilire
gli orari secondo quanto disposto dal successivo art. 7».
L’autonomia oggi è l’etica fissata dalla legge professionale. Che
accadrà domani? Senza legge professionale, direttori e redattori
saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da due articoli
(2104 e 2105) del Codice civile che riguardano gli obblighi di
diligenza e fedeltà. Dice l’articolo 2104 Cc: «(Il prestatore di
lavoro) deve inoltre osservare le disposizioni per l’esecuzione e per
la disciplina del lavoro impartite dall’imprenditore e dai
collaboratori di questo dai quali gerarchicamente dipende». Gli
accordi tra editore e direttore responsabile (su linea politica,
organizzazione e sviluppo della testata) non devono, dice oggi
l’articolo 6 del Cnlg, «risultare in contrasto con le norme sull’ordinamento della professione giornalistica».
In sostanza l’editore oggi sa che ha di fronte giornalisti
professionisti vincolati per legge al rispetto di determinate regole
etiche e, quindi, non può impartire disposizioni al direttore in rotta
di collisione con quelle regole. In futuro, quando le norme sull’ordinamento della professione giornalistica non ci saranno,
l’imprenditore (o chi per lui) potrà scavalcare l’impiegato-direttore e
impartire direttamente disposizioni agli impiegati-redattori sui
contenuti del giornale. Avverrà quello che oggi è prefigurato dal
contratto Frt per le emittenti radiotelevisive. L’articolo 2104 Cc,
senza la barriera della legge professionale, conferisce all’editore un
potere totale che prima non aveva. Il direttore responsabile, non
più giornalista professionista, diventerà, comunque, un dirigente
dell’azienda editoriale alle dipendenze operative dell’amministratore
delegato e del suo braccio destro (il direttore editoriale).

Esemplare quello che è accaduto recentemente in un’azienda
editoriale milanese (Gruppo Espansione): forte del potere disciplinare
fissato nell’articolo 2106 del Codice civile, l’imprenditore ha sospeso
dal lavoro una redattrice. Il pretore nel reintegrare la redattrice nel
suo posto ha scritto che «il provvedimento definitivo di sospensione dell’attività professionale del giornalista compete solo al Consiglio dell’Ordine».

Nota il Pretore: «É vero che anche nei confronti del giornalista
professionista, qualora sia un lavoratore dipendente, debbano trovare
applicazione i principi generali, ma nel caso concreto vi sono elementi
che escludono la legittimità della sospensione cautelare adottata. In
effetti è noto anche alla resistente (Gruppo Espansione, ndr) che la
Commissione paritetica non sia in grado di deliberare e pertanto la
proceduta attivata ha tempi indeterminati. Conseguentemente la
sospensione è destinata a durare sine die. Inoltre la legittimità della
sospensione cautelare in generale dipende dai tempi della procedura di
contestazione di cui all’art.7 (dello Statuto dei lavoratori) che sono
brevi anche per la necessità di rispettare il requisito
dell’immediatezza e perché risultano demandati al lavoratore ed al suo
datore di lavoro.

Nel caso del Cnlg la procedura non si svolge solo tra datore di
lavoro e lavoratore, ma coinvolge anche organismi esterni con la
circostanza che i termini di svolgimento della procedura vengono
rimessi a soggetti estranei al rapporto e quindi i tempi brevi che
legittimano la sospensione cautelare nel caso specifico non sussistono
ed inoltre risultano rimessi a terzi. Tali argomenti inducono a
concludere che in assenza di specifica previsione contrattuale
l’istituto della sospensione non sia applicabile al Cnlg per la
particolarità della disciplina, o sarebbe ammissibile solo quando non
ecceda i 30/40 giorni, ma in assenza di previsione legislativa o
contrattuale ogni limite, sia pure di buon senso, risulterebbe rimesso
all’arbitrio del datore di lavoro.

Trattandosi inoltre di attività professionale la sospensione, in
astratto possibile, si viene a tradurre in una "interdizione", anche se
temporanea, dall’esercizio della professione.

Pertanto la possibilità di sospensione cautelare andrebbe
prevista dal Cnlg che dovrebbe determinare altresì a chi compete
disporla, nonché disciplinarla con rigore, consentendola solo in
determinati casi, tenuto conto infatti che nei casi di sospensione a
tempo indeterminato, disposte dagli Ordini professionali, la Cassazione
ha motivato in ordine alla non sussistenza di un contrasto con la norme
costituzionali , solo perché la gravità dei fatti addebitati al
professionista comportava altresì la tutela della categoria
professionale.

Il provvedimento cautelare adottato, pertanto, risulta a tempo
indeterminato, circostanza che la parte resistente non disconosce,
limitandosi a sostenere che il potere disciplinare del datore di lavoro
non è soggetto a termini e vincoli temporali. Se ciò può esser vero in
astratto, non può essere ammesso in concreto ogni qualvolta la totale
indeterminatezza temporale del provvedimento farebbe assumere
allo stesso i caratteri di definitività. Il provvedimento definitivo di
sospensione della attività professionale compete solo al Consiglio
dell’Ordine..... Va inoltre rilevato che il datore di lavoro non
potrebbe comunque adottare il provvedimento di sospensione a tempo
indeterminato per tutelare gli interessi di un terzo come l’Ordine
professionale...in conclusisone il provvedimento di sospensione
...appare illegittimo».

La legge professionale, quindi, limita anche il potere disciplinare
del datore di lavoro. Senza l’Ordine, quindi, resterebbero solo gli
ordini degli editori!


5) L’articolo 5 del Cnlg afferma che nei giornali
quotidiani, nei periodici e nelle agenzie di informazioni quotidiane
per la stampa è obbligatoria l'assunzione di giornalisti "qualificati
professionisti a termini degli ordinamenti sulla professione
giornalistica" e l’articolo 35 dice che presso le stesse testate
possono essere assunti come praticanti "coloro che abbiano i requisiti
richiesti dagli ordinamenti della professione giornalistica". Le stesse
regole sono operanti nei Tg e nei radiogiornali pubblici e privati.
Domani gli editori potranno assumere chiunque come direttore,
caporedattore, inviato e redattore!!!...


6) Liste dei disoccupati e benefici previsti dalla legge
n. 402/1996: i giornalisti, non più professionisti, se privi di lavoro,
si iscriveranno alle liste degli Uffici di collocamento. Gli elenchi
non potranno essere tenuti, come accade oggi, dalla Commissione
paritetica Fnsi-Fieg (articolo 4 del Cnlg). I benefici della legge n.
402/1996 saranno inevitabilmente estesi a tutti coloro che si
dichiarano «giornalisti» e che sono senza lavoro.


7) La Gazzetta Ufficiale del 6 ottobre 1995 ha riportato
la notizia che, con decreto interministeriale in data 24 luglio 1995,
sono stati approvati lo Statuto e il Regolamento dell’Inpgi (Istituto
nazionale di previdenza ed assistenza per i giornalisti italiani «G.
Amendola»), già ente pubblico trasformatosi in ente privato -
Fondazione - ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 1994 n. 509.

L’articolo 2 dello Statuto dell’Inpgi afferma che «l’Istituto attua
la previdenza e l’assistenza a favore degli iscritti nell’Albo dei
giornalisti (elenco professionisti, ndr) e nel Registro dei praticanti tenuto dall’Ordine dei giornalisti».

Il Decreto legislativo n. 503/1992 (che detta norme sul riordino previdenziale), all’articolo 17 punto 3, afferma testualmente: «I
dipendenti giornalisti professionisti iscritti nell’apposito Albo di
categoria e i dipendenti praticanti giornalisti iscritti nell’apposito
Registro di categoria, i cui rapporti di lavoro siano regolati dal
Contratto nazionale giornalistico, sono obbligatoriamente iscritti
presso l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani
"Giovanni Amendola"».

L’articolo 26 della legge n. 67/1987, che integra l’articolo 38
della legge n. 416/1981 (legge per l’editoria), afferma che l’Inpgi
gestisce in regime sostitutivo le forme di previdenza obbligatoria sia
per i giornalisti professionisti sia per i giornalisti praticanti e per
i giornalisti telecineoperatori. Che accadrà domani quando non ci
saranno più i giornalisti professionisti e i giornalisti praticanti?

La legge 3.2.1963 n. 69, che organizza la professione giornalistica
con l’Ordine e l’Albo al pari di tutte le altre professioni, è il perno
anche del sistema previdenziale gestito dall’Inpgi: se cade quella
legge, cade di per sé anche l’Inpgi che oggi è una cassa privata per i
giornalisti professionisti. Senza l’Ordine e l’Albo, l’Inpgi non
avrebbe più alcuna ragione giuridica per esistere. É concepibile che
domani degli impiegati di redazione possano mantenere il privilegio di
un ente previdenziale esclusivo? Il Decreto legislativo n. 509/1994 non
disciplina soltanto l’esistenza di Casse previdenziali per
professionisti? Ha diritto di vita un ente, quando vengono meno
l’identità e la qualità professionale degli iscritti?


Prima del 1963, l’Inpgi faceva riferimento alla legge n.
384/1928, che dettava «norme per la istituzione dell’Albo professionale
dei giornalisti». La legge n. 384/1928 era il regolamento della
legge n. 2307/1925 che, all’articolo 7, prevedeva l’istituzione di un
«Ordine dei Giornalisti». In sostanza la tenuta degli Albi era stata
negata all’Ordine (che così non si era materializzato) e trasferita al
Sindacato dei giornalisti in linea con l’indirizzo previsto dalla legge
n. 563/1926 (sul riconoscimento giuridico dei sindacati di datori di
lavoro e di lavoratori intellettuali e manuali). L’Inpgi pubblico
funzionava in base alla «legge Rubinacci» (legge 20 dicembre 1951 n.
1564) e alla «legge Vigorelli» (legge 9 novembre 1955 n. 1122).

Il Decreto legislativo 10 febbraio 1996 n. 103 estende dal primo
gennaio 1996 la tutela previdenziale obbligatoria ai soggetti che
svolgono attività autonoma di libera professione senza vincolo di
subordinazione il cui esercizio è condizionato all’iscrizione in
appositi albi o elenchi. L’articolo 3 del Decreto demanda ai Consigli
nazionali degli Ordini il compito di chiedere alla Cassa della
categoria la creazione di una gestione separata previdenziale per gli
iscritti all’Albo (professionisti e pubblicisti) e al Registro
(praticanti). Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha
provveduto in tal senso il 26 marzo 1996 e il 7 maggio il Consiglio
generale dell’Inpgi ha approvato lo Statuto riguardante la gestione
separata per tutte le forme di attività giornalistica autonoma. Una
volta abrogata la legge professionale, la gestione separata dell’Inpgi
sarà a sua volta obbligatoriamente ... abrogata. I free lance
verseranno il 10 per cento all’Inps! In sostanza perché l’Inpgi
continui a vivere c’è sempre bisogno di un «qualcuno» che dica chi è
giornalista professionista e chi è praticante.


8) cadrebbe l’articolo 7 della legge n. 801/1977 che
vieta ai Servizi segreti italiani di avvalersi di giornalisti
professionisti nelle attività di istituto.


9) una volta abrogata per referendum la legge n. 69/1963,
non tornerebbero in vigore le leggi n. 384/1928 e n. 302/1944 sull’Albo
professionale dei giornalisti.

Con la sentenza n. 11/68, la Corte costituzionale ha ampliato il
senso dell'istituzione dell'Ordine dei Giornalisti in una prospettiva
di tutela di principi costituzionali, affermando tra l'altro: "Il
fatto che il giornalista esplichi la sua attività divenendo parte di un
rapporto di lavoro subordinato non rivela la superfluità di un apparato
che, secondo altri, si giustificherebbe solo in presenza di una libera
professione, tale in senso tradizionale. Quella circostanza, al
contrario, mette in risalto l'opportunità che i giornalisti vengano
associati in un organismo, che, nei confronti del contrapposto potere
economico dei datori di lavoro, possa contribuire a garantire il
rispetto della loro personalità e, quindi, della loro libertà: compito,
questo, che supera di gran lunga la tutela sindacale dei diritti della
categoria e che perciò può essere assolto solo da un Ordine a
struttura democratica che con i suoi poteri di ente pubblico vigili,
nei confronti di tutti e nell'interesse della collettività, sulla
rigorosa osservanza di quella dignità professionale che si traduce,
anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di
informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano
comprometterla".

Ancora, si legge, nella sentenza citata: "Chi tenga presente il
complesso mondo della stampa nel quale il giornalista si trova ad
operare e consideri che il carattere privato delle imprese editoriali
ne condiziona la possibilità di lavoro, non può sottovalutare il
rischio al quale è esposta la sua libertà, né può negare la necessità
di misure e di strumenti idonei a salvaguardarla".

Quella sentenza del 1968 è ancora oggi valida e attuale!


2. I punti di una legge di riforma possibile - Il
referendum di Pannella ha un merito indubbio: quello di aver accelerato
il dibattito sulla legge del 1963 sull’ordinamento della professione
giornalistica. L’appartenenza all’Albo va legata, come si diceva,
esclusivamente al possesso di una laurea specifica in giornalismo (già
varata) o (per tutti gli altri laureati) alla frequenza obbligatoria di
un corso biennale presso una scuola riconosciuta dall’Ordine dei
Giornalisti. Laurea in giornalismo e frequenza delle scuole
riconosciute con diritto all’ammissione all’esame di Stato per
l’abilitazione all’esercizio della professione.

L’ancoraggio dell’appartenenza all’Albo a una laurea specifica
potrebbe preludere alla liberalizzazione dell’accesso secondo quanto è
previsto dalla normativa Ue per tutte le professioni e dal «diritto di
tutti di accedere al giornalismo professionale» in base al principio
sancito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 11/1968. E non si
ripeta che «giornalisti si nasce» a prescindere dai titoli scolastici:
una frase, questa, che significa mestiere e non professione. Titolo e
lavoro non devono coincidere come finora è avvenuto. Oggi diventa
giornalista professionista chi riesce a farsi assumere da un editore;
domani diventerà giornalista professionista chi avrà conseguito la
laurea in giornalismo o, laureato in altre discipline, avrà frequentato
una scuola di giornalismo biennale e riconosciuta.

La Corte costituzionale ha spiegato che l’Ordine non è un ostacolo
alla libertà dei cittadini di manifestare il pensiero. L’Ordine tutela
la correttezza dell’esercizio della professione, ma non muove e non ha
mai mosso censure alla manifestazione del pensiero da parte dei propri
iscritti. L’abrogazione della legge porterebbe paradossalmente
all’abrogazione dell’etica e, quindi, implicherebbe la libertà degli
editori di intervenire senza limiti nella fattura dei giornali. La
riforma dell’Inpgi del 1995-1996 con la creazione anche di una gestione
separata per i free lance va nella direzione di affermare che ogni
professione, e anche quella giornalistica, può essere svolta in modi
diversi: in regime di autonomia, in regime coordinato e continuativo e
in regime di subordinazione. In sostanza i giornalisti hanno
abbandonato la visione di una professione che si possa svolgere
soltanto da «dipendenti». L’esistenza di un Ordine ha determinato
questa maturazione operativa.

La riforma della legge professionale, in questa attuale fase
politica, comporta la modifica puntuale della normativa esistente. E
significa anche prendere atto:


a) che l’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio
professionale è previsto dall’articolo 33, comma V, della Costituzione.
Esistendo una laurea in giornalismo, l’esame non può essere affidato,
come nel passato, all’Ordine professionale. La nuova normativa dovrebbe
essere così articolata: «L'esame di Stato, che ha carattere
specificatamente professionale, comporta l’inserimento della
professione giornalistica tra quelle di cui all’articolo 1 della legge
8 dicembre 1956 n. 1378 (esami di Stato di abilitazione all’esercizio
delle professioni). All’esame sono ammessi, con i laureati in
giornalismo, anche gli allievi delle scuole di giornalismo
riconosciute. I programmi degli esami sono determinati mediante
regolamento. Con lo stesso regolamento vengono fissate anche le norme
concernenti lo svolgimento degli esami. I candidati agli esami di Stato
sosterranno le prove nelle Università che rilasciano la laurea in
giornalismo dislocate in città sedi di Ordini regionali o
interregionali secondo quanto prevedono gli articoli 1 e 9 della legge
8 dicembre 1956 n. 1378».

b) che quella dei giornalisti è una professione intellettuale
(art. 2229 del Cc) come le altre, che può essere esercitata in via
subordinata, autonoma o coordinata;


c) che lo Stato italiano ha istituito la laurea in
giornalismo con Decreto 11 aprile 1996 del ministro dell’Università
(Gazzetta Ufficiale n. 140 del 17.6.1996);


d) che esistono le scuole di giornalismo, riconosciute
dall’Ordine, presso le quali è possibile svolgere il praticantato
alternativo rispetto a quello previsto dal corso di laurea in
giornalismo;


e) che conseguentemente i pubblicisti sono obbligatoriamente soltanto coloro che svolgono altre professioni o altri impieghi in via subordinata, autonoma o coordinata. Secondo
il documento 19-20 dicembre 1996 della Fnsi, «fatte salve le opportune
disposizioni per la fase transitoria, la regolamentazione definitiva
della professione giornalistica deve essere fondata su un albo
contenente un unico elenco di quanti svolgono la professione
giornalistica come attività prevalente e retribuita, in forma
subordinata, coordinata o autonoma. All’Albo dovrà essere annesso un
elenco speciale per i direttori di pubblicazioni a carattere
tecnico-scientifico ed un elenco dei giornalisti stranieri non
appartenenti ai Paesi dell’Ue». Il Parlamento deve valutare se
tenere in vita questa figura storica, il pubblicista appunto, anche per
tenere vincolati all’etica professionale coloro che scrivono in maniera
non occasionale e retribuita (in passato chiamati "collaboratori");


f) Gli articoli 1 e 2 della nuova legge devono recuperare
tutti quei passaggi delle più significative sentenze della Corte
costituzionale tali da conferire alla nuova edizione della legge un
«contenuto costituzionalmente vincolato» (in relazione agli articoli 21 e 41 della Costituzione). «È istituito l'Ordine dei giornalisti «con il compito: a) di salvaguardare, erga omnes e nell'interesse
della collettività, la dignità professionale e la libertà di
informazione e di critica dei propri iscritti, considerando il
carattere privato delle imprese editoriali che ne condizionano la
possibilità di lavoro»; b) di dettare norme sulla deontologia per
favorire l'esercizio professionale del "diritto di manifestare
liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro
mezzo di diffusione"; c) di «disciplinare l'esercizio dell'attività
professionale giornalistica e non l'uso del giornale come mezzo di
libera manifestazione del pensiero» sul presupposto che «l'appartenenza
all’Ordine non è condizione necessaria per lo svolgimento di
un'attività giornalistica che non abbia rigorosa caratteristica della
professionalità»; d) di «tutelare la sicurezza, la libertà e la dignità
umana> di coloro che esercitano l’attività giornalistica in via
professionale.


La proposta di riforma della legge ha alcuni punti fondamentali così individuabili:

a) per l'iscrizione nell'elenco dei giornalisti
professionisti sono richiesti: il possesso della laurea in giornalismo
o, per chi è in possesso di altre lauree, la frequenza di una scuola di
giornalismo riconosciuta dall’Ordine per almeno 24 mesi; l'esito
favorevole dell’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio
professionale svolto in Università;


b) l’inserimento nei principi etici di questi punti:


1) Il pubblico deve essere comunque posto in grado di
riconoscere il lavoro giornalistico dal messaggio
pubblicitario-promozionale. La pubblicità non deve fare ricorso né
visivamente né oralmente a persone che presentano regolarmente i
telegiornali e le rubriche di attualità;


2) É vietata la pubblicazione delle generalità e delle
immagini dei minorenni imputati, testimoni e persone offese o
danneggiati dal reato. Sono anche vietate la pubblicazione e la
divulgazione, con qualsiasi mezzo, di notizie o immagini idonee a
consentire la identificazione del minorenne comunque coinvolto nel
procedimento penale. Nessun fanciullo potrà essere sottoposto ad
interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua
famiglia, nella sua casa o nella sua corrispondenza;


3) la definizione del concetto di attività giornalistica
secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione (sentenza n. 1827/1995
della Sezione lavoro): «Per attività giornalistica deve intendersi
la prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento
e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di
comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione. Il
giornalista si pone pertanto come mediatore intellettuale tra il fatto
e la diffusione della conoscenza di esso» ;


4) richiamo esplicito del Codice deontologico di cui all’articolo 25 della legge 31 dicembre 1996 n. 675 ("Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali") per far scottare la sanzioni (previste dalla legge) nei confronti di chi violerà il Codice medesimo.

Va riaffermato il principio del raccordo dell’ente organizzatore
della professione (a livello regionale) con la Procura generale della
Repubblica, che oggi ha la facoltà di impugnare tutte le delibere
(disciplinari e di iscrizione all’Albo) e ha iniziativa disciplinare
nei riguardi degli iscritti all’Albo. La presenza della Procura è una
garanzia sull’osservanza delle procedure che toccano essenziali diritti
del cittadino-giornalista o del cittadino-aspirante giornalista. La
presenza della Procura significa anche che c’è un interesse pubblico -
interesse pubblico tutelato appunto dalla Procura - a vedere la
professione giornalistica svolta in maniera corretta e in maniera tale
anche da apparire svolta in maniera corretta;


c) tutela rapidissima (e a costo zero) dei
cittadini con questo comma inserito nell’articolo 2: «Devono essere
rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali
errori. Con riferimento e con modifica del quinto comma dell’articolo 8
della legge 8 febbraio 1948 n. 47, il presidente del Consiglio
regionale o interregionale dell’Ordine dispone in via d’urgenza che i
direttori responsabili delle testate edite nella circoscrizione
territoriale di detto Ordine, su richiesta della parte offesa,
pubblichino la rettifica di cui allo stesso articolo 8 della legge n.
47/1948 e all’articolo 10 della legge 6 agosto 1990 n. 223 nei termini
temporali e secondo le modalità previsti dalle leggi citate. In caso di
rifiuto motivato di provvedimento da parte del Presidente dell’Ordine
regionale o interregionale, l’autore della richiesta di rettifica può
chiedere al pretore, ai sensi dell’art. 700 del Codice di procedura
civile, che sia ordinata la pubblicazione».


d) durata di 4 anni per il Consiglio nazionale e i Consigli regionali;


e) notifica ai controinteressati dei ricorsi elettorali e disciplinari da parte dei firmatari dei ricorsi medesimi;


f) recepimento delle norme garantiste fissate dalla Corte
costituzionale con la sentenza n. 505/1995 e dalla legge 7 agosto 1990
n. 241 (con gli articoli dall’1 all’11) a tutela del «giusto
procedimento» (sia disciplinare che elettorale);


g) votazioni per il rinnovo del Consiglio nazionale e dei
Consigli regionale in un solo turno. Seggio centrale e seggi staccati
funzionanti anche con riferimento agli articoli 9 della legge 136/1976
e 20 della legge 108/1968;


h) elenchi degli Albi aperti ai cittadini comunitari nel
rispetto delle leggi comunitarie n. 428/1990 e n. 52/1996. Esame di
Stato nella lingua dei cittadini comunitari (articolo 8 del Dpr n.
384/1993).


i) Albo unico con due elenchi, quello dei giornalisti
professionisti e quello dei pubblicisti. All’Albo unico è annesso il
Registro dei praticanti (gli studenti universitari di giornalismo a
partire dal 3° anno e gli studenti delle scuole di giornalismo); un
elenco speciale per i direttori di pubblicazioni a carattere tecnico,
scientifico, professionale e del volontariato; un elenco dei
giornalisti extracomunitari residenti in Italia.


l) sanatoria per chi oggi è «professionista di fatto»: «I
pubblicisti, iscritti al relativo elenco dell’Albo, se comprovino con
documenti di data certa di avere per almeno due anni esercitato (in
maniera esclusiva) attività giornalistica ininterrotta e retribuita in
una o più testate giornalistiche (quotidiano, periodico, agenzia di
stampa, tg televisivo o radiogiornale), dotate di adeguata struttura
redazionale, possono chiedere, entro i due anni dalla entrata in vigore
della legge, di essere ammessi a sostenere l’esame di idoneità
professionale per l’iscrizione nell’elenco dei professionisti».


m) misura di salvaguardia per gli attuali praticanti: «I
giornalisti praticanti iscritti in base alle vecchie norme degli
articoli 33 e 34 mantengono il diritto di sostenere l’esame di Stato
per l’abilitazione all’esercizio professionale».

In sostanza la legge sulla professione giornalistica deve essere
riformata profondamente. Va detto che se scompare l’Ordine, conteranno
nel mondo dell’informazione solo gli ordini degli editori!


3. Le iniziative in difesa della professione giornalistica - Il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha
deliberato di contrastare la dichiarazione di legittimità e di
ammissibilità del referendum con un «intervento» in Cassazione e in
Corte costituzionale, affidando la propria difesa al prof. avv.
Giuseppe Minieri. Il quesito referendario recita testualmente: «Volete voi che sia abrogata la legge 3 febbraio 1963 n. 69 recante "Ordinamento della professione giornalistica"?».
Intendevamo essere presenti in Cassazione per contare anche noi le
schede con le firme e per accertare di persona che le stesse fossero in
regola con la legge 25 maggio 1970 n. 352. La legge, che disciplina i
referendum, non prevede la presenza dei soggetti passivi del referendum
medesimo nel procedimento amministrativo che si svolge di fronte
all’Ufficio centrale costituito presso la Cassazione. La legge 7 agosto
1990 n. 241 sulla trasparenza amministrativa, regolando il diritto di
accesso ai documenti amministrativi, stabilisce all’articolo 9 un
principio di grande peso democratico: «Qualunque soggetto, portatore
di interessi pubblici o privati, nonché i portatori di interessi
diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un
pregiudizio dal provvedimento, hanno facoltà di intervenire nel
procedimento». L’Ordine dei Giornalisti di Milano, quale portatore
dell’interesse pubblico alla tutela dello status professionale dei suoi
iscritti, ha inteso avvalersi di questa «facoltà» e partecipare
attivamente al procedimento amministrativo che si sostanzia, davanti
all’Ufficio centrale della Cassazione, nel conteggio delle firme
raccolte a sostegno della richiesta di referendum e nella proclamazione
(o meno) della legittimità del referendum medesimo. La nostra linea
interventista è stata seguita dal Consiglio nazionale, dall’Inpgi,
dalla Casagit e d altri Ordini regionali (Venezia e Roma). La
Cassazione (Ufficio centrale per il referendum) ci ha negato la
partecipazione, smentendo una sua sentenza del 1994: due anni prima
l’Ufficio centrale aveva negato di essere un giudice, nel 1996 ha
cambiato indirizzo.

Anche la Corte costituzionale si è arroccata in difesa della legge
n. 352/1970 che disciplina i referendum. L’8 gennaio 1997, al Palazzo
della Consulta, gli avvocati degli Ordini regionali di Milano e Venezia
- Giuseppe Minieri e Mario Bertolissi - e del Consiglio nazionale,
Antonio Pandiscia, hanno difeso il loro diritto a essere presenti. La
legge n. 352/1970 sui referendum riconosce solo al Governo tramite
l’Avvocatura dello Stato (assente «per scelta politica» di Palazzo
Chigi) e al Comitato promotore la facoltà di intervenire nel giudizio
di ammissibilità davanti alla Consulta. Il presidente della Corte,
Renato Granata, ha dato la parola agli avvocati Minieri, Bertolissi e
Pandiscia per sette minuti a testa (i tempi erano contingentati anche
per i legali del Comitato promotore). Successivamente la Corte si è
riunita in camera di consiglio per 40 minuti circa e poi, con
ordinanza, ha dichiarato inammissibile l’intervento dei legali degli
Ordini nel giudizio.

Il Tar Lazio ha respinto il nostro ricorso (e anche quello del
Consiglio nazionale) contro l’Ufficio centrale per il referendum
costituito presso la Corte di Cassazione. Anche il Consiglio di Stato
ha respinto il ricorso del Consiglio nazionale. In sostanza la
battaglia è diretta contro la legge n. 352/1970 la quale, come
riferito, esclude che i soggetti passivi di un referendum abrogativo
possano difendersi in Corte di Cassazione e davanti alla Corte
costituzionale. Noi sosteniamo che quella legge viola il principio del
diritto di difesa proclamato dall’articolo 24 della Costituzione e
dall’articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei
diritti dell’uomo Il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della
Lombardia ha deciso di impugnare questa legge davanti alla Corte di
Strasburgo che tutela i diritti dell’uomo. É assurdo che l’ente, il
quale rappresenta dei professionisti, non possa difendere le ragioni
dei propri iscritti e il loro diritto a rimanere professionisti. Abbiamo
già citato lo Stato italiano, che viola, con la legge 352/1970,
Costituzione e Convenzione europea (che dal 1955 è legge italiana). É
sbagliato attaccare le istituzioni della Repubblica, ma è giusto e
legittimo dare battaglia sul piano giudiziario alle storture normative.

Il Consiglio ha inoltre incaricato l’avv. Giuseppe Minieri di
esperire tutti i tentativi giudiziari diretti a stabilire dove siano
finite le firme raccolte dal «Comitato promotore» di Marco Pannella tra
il luglio e il settembre 1995, mentre le firme "buone" sono state
raccolte di seguito tra il 4 ottobre 1995 e il 4 gennaio 1996.

Da 15 mesi il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia
sta difendendo, come è giusto che avvenisse, la professione e la sua
veste giuridica e sta richiamando l’attenzione delle massime autorità
dello Stato, dei parlamentari di tutti i partiti, dei colleghi,
dell’opinione pubblica sui danni che potranno derivare ai cittadini (e
non solo ai giornalisti) dall’abrogazione della legge del 1963 e dal
suo mancato aggiornamento. Tra il giugno 1996 e il febbraio 1997
abbiamo aggiornato tre volte un progetto di riforma che è alla base di
disegni di legge presentati alla Camera e al Senato da diversi
esponenti politici sul nuovo ordinamento della professione
giornalistica.

Abbiamo innovato anche in tema di convocazione di questa assemblea
annuale: con l’ordine del giorno abbiamo illustrato i rischi e i
pericoli legati all’eventuale abrogazione della legge professionale. La
democrazia è fondata sulla partecipazione e sulla consapevolezza dei
cittadini. L’Ordine della Lombardia ha fatto uno sforzo enorme, durante
un arco temporale di 15 mesi, per far conoscere i termini esatti del
problema legato alla professione giornalistica riconosciuta per legge.
Abbiamo difeso con coerenza e con fermezza l’identità morale, civile,
culturale dei giornalisti e la loro volontà di rimanere professionisti
ancorati fermamente ai valori dell’etica e della formazione.

4. L’attività istituzionale del Consiglio dell’Ordine della Lombardia


4.1. Il giornalismo economico-finanziario - Il 19 luglio
1996 è una data che sarà ricordata nella storia del giornalismo
italiano. Quel giorno sono state depositate nella cancelleria civile
della Corte d’Appello di Milano due sentenze sulla vicenda Lombardfin.
In nome del popolo italiano, la prima sezione della Corte d’Appello
(presidente Umberto Loi, consigliere estensore Aldo Ceccherini) ha
confermato le due decisioni (22 novembre 1993 e 1° febbraio 1994) del
Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia (due radiazioni,
quattro sospensioni, una censura), dando atto che il Consiglio aveva
ben amministrato il rapporto tra accuse e sanzioni. Quelle due sentenze
(n. 2178 e n. 2179) hanno dettato per la prima volta le regole del
giornalismo economico-finanziario secondo le linee individuate dal
Consiglio dell’Ordine della Lombardia e dalla Procura generale della
Repubblica rappresentata dal dottor Giacomo Caliendo.

L'Ordine è l'etica si suol dire. Mai come nel 1993, il Consiglio
della Lombardia si è trovato nella situazione di dover applicare i
principi disciplinari in una vicenda di grossa rilevanza pubblica. La
vicenda Lombardfin mette in luce i rapporti tra alcuni giornalisti e il
titolare della Commissionaria di Borsa, Francesco Paolo Leati, che era
anche fonte di notizie finanziarie per gli stessi giornalisti.

La richiesta di apertura del procedimento disciplinare, avanzata
dalla Procura generale della Repubblica, si fonda su questo assunto:


«Non risulta conforme al decoro e alla dignità di un
giornalista, che tratta la materia economica, partecipare ad operazioni
finanziarie tramite commissionaria, avendo la possibilità, se non la
probabilità, di influenzare, anche con le proprie opinioni, il mercato,
e ciò a prescindere dalla possibilità di utilizzazione di notizie
riservate.... L'obbligo del rispetto della verità sostanziale dei
fatti, con l'osservanza dei doveri di lealtà e di buona fede, si
sostanzia anche in un comportamento del giornalista che, oltre ad
essere, deve anche apparire conforme a tale regola, perché su di essa
si fonda il rapporto di fiducia tra i lettori e la stampa.... Il
comportamento... compromette, per grave violazione delle norme
deontologiche, non solo la loro reputazione ma anche la dignità
dell'Ordine».

L'illecito comportamento, in sintesi, si sostanzia nel fatto che il
giornalista abbia partecipato ad operazione finanziarie tramite
commissionaria, a prescindere dalla circostanza che il giornalista
stesso si sia, in concreto, adoperato per influenzare l'andamento del
mercato o il corso di un titolo o di alcuni titoli in modo funzionale e
strumentale rispetto all'investimento.

La Procura generale pone un divieto in effetti al giornalista
economico: non deve partecipare ad operazioni finanziarie tramite
commissionaria. Ciò sul presupposto che così agendo si pone in una
prospettiva di subire condizionamenti specialmente quando il titolare
della commissionaria (ed è il caso di Leati) sia per lui anche una
fonte. E Leati era, secondo le deposizioni, per tutti una grande fonte,
una delle tante fonti, oppure una fonte episodica. Un operatore di
Borsa (come il titolare di una commissionaria), infine, è in grado di
far guadagnare qualsiasi cliente che desideri far guadagnare. "La
Lombardfin - ha dichiarato Leati al Pm Greco il 9 settembre 1993 - ha
sempre cercato di intrattenere dei buoni rapporti con alcuni
giornalisti che si occupavano di economia anche offrendo la possibilità
di investire del denaro in operazioni finanziarie... Del resto anche i
giornalisti avevano interesse ad avere un buon rapporto con il
sottoscritto per le notizie che potevo loro fornire nel settore
finanziario... I giornalisti divenuti miei clienti in linea di massima
hanno sempre guadagnato anche perché, ovviamente, era mio interesse
favorire gli stessi... Non ho mai chiesto a nessun giornalista di
pubblicare notizie a me utili anche se a volte, seppur in maniera
indiretta, fornivo notizie che potevano influire sull'andamento dei
titoli che a me interessavano ... per una Commissionaria è importante
avere una buona stampa".

Le accuse della Procura generale hanno trovato puntuale riscontro: i
giornalisti incolpati avevano un conto presso la Lombardfin e il
titolare della Commissionaria, a basso costo in alcuni casi, ha
perseguito i suoi fini passando notizie alle quali era interessato.
Trattandosi di giornalisti finanziari, gli stessi dovevano pur
conoscere le regole inquinate di un certo mondo borsistico e i metodi
del titolare di una Commissionaria che era in grado di far guadagnare
qualsiasi cliente a lui gradito. I giornalisti incolpati si sono
esposti a questi rischi potenziali, mettendo così in pericolo la
propria reputazione, la fiducia dei lettori verso la testata di
appartenenza e la dignità dell'Ordine al quale appartengono.

In capo al giornalista pesano i comportamenti evocati dalla Procura
generale e che riflettono i precetti degli articoli 2 e 48 della legge
istitutiva dell'Ordine, quei precetti che calano nel diritto positivo
le norme etiche: l'essere e il dover essere. Anche l'apparire corretto
ha un suo significato per il professionista, che concepisce il
giornalismo come informazione critica. Una siffatta concezione della
professione presuppone, infatti, libertà morale e libertà sostanziale,
essere e apparire nello stesso tempo. Il giornalista non deve mettersi
in una situazione di disagio verso il terzo, che è anche una fonte. Il
disagio è privazione della propria autonomia di giudizio e della
propria indipendenza, tradimento dei doveri di riferire i fatti ai
lettori nel rispetto della verità sostanziale, è un attentato al
proprio decoro e a quello della propria categoria che si esprime
attraverso l'Ordine, è un venir meno all'obbligo di lealtà verso la
propria azienda che ha un danno dalla perdita di prestigio della
testata per comportamenti imputabili ai redattori. Nel campo etico
anche l’apparire (non corretto) assume un peso negativo. Devono essere
valutati i comportamenti e non solo, quindi, i fatti documentati da
prove scritte e testimoniali; comportamenti, cioè, che possono incidere
sulla sfera del decoro, della reputazione e della dignità, beni
individuali e collettivi della categoria. In sintesi si può affermare
che l'essere corretto dei giornalisti è racchiuso nell'articolo 2 della legge professionale, mentre l'apparire corretto è racchiuso nell'articolo 48. In
conclusione il giornalista deve essere corretto e deve apparire
corretto così come il magistrato deve essere indipendente e deve
apparire indipendente.

Alcuni difensori hanno invocato per i giornalisti la libertà di
investire, come e dove credono, i propri quattrini in ossequio ai
dettati della Costituzione, dimenticando che la Carta fondamentale
della Repubblica prescrive (all'articolo 33) un esame di Stato per
l'abilitazione all'esercizio professionale. Esame di Stato che è
fissato conseguentemente anche per i giornalisti. Se quella dei
giornalisti è una professione, - ed è una professione, meritevole di
tutela giuridica secondo il legislatore del 1963 e secondo la Corte
costituzionale che ha ripetutamente, dal 1968 al 1995, riaffermato la
legittimità di quelle norme -, allora l'etica diventa un fatto di
sostanza. Non è concepibile una professione senza etica. L'etica è un
fatto centrale, sia chiaro, per tutte le professioni, ma lo è
soprattutto per i giornalisti. In occasione della decisione sui
giornalisti iscritti alla P2, questo Consiglio ha osservato che "il
giornalista professionista, collocato sul delicato crinale della
titolarità del diritto-dovere di informazione, assolve un compito
fondamentale per la società democratica così come risulta definita e
tutelata dalla Costituzione". L'Ordine lombardo anche allora sottolineò
ampiamente e rivalutò i doveri di verità, lealtà e buona fede, e il
dovere di rispetto della fiducia del lettore-fruitore. Quando si invoca
la Costituzione, diritti e doveri vanno inquadrati in maniera unitaria
e non letti isolatamente. La libertà di investire è sì un diritto, ma i
giornalisti professionisti devono osservare anche altri principi e
hanno soprattutto altri doveri, che riguardano la credibilità
dell'informazione. I lettori non devono aver dubbi sulla correttezza
dei giornalisti: quando leggono un articolo di finanza, non ci devono
essere perplessità sull'autore. Il lettore non deve mai sospettare che
chi scrive sia mosso da interessi personali o sia condizionato da un
operatore di Borsa che gli cura gli investimenti.

Scrive la Corte: «La norma applicabile alla fattispecie è
contenuta nell'art. 48, comma primo della legge 3 febbraio 1963 n. 69,
che sottopone a procedimento disciplinare i giornalisti responsabili
"di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionali, o di
fatti che compromettano la propria reputazione o la dignità
dell'Ordine". I precetti che presidiano i valori della professione sono
indicati nell'art. 2 della legge. n. 69/1963 citata. Secondo
quest'ultima disposizione, i giornalisti sono tenuti, oltre che al
rispetto della verità sostanziale dei fatti nell'osservanza dei
principi di lealtà e di buona fede, anche a promuovere la fiducia tra
la stampa e i lettori; l'accertamento del concreto contenuto di questo
precetto è influenzato dalla specifica natura dell'attività
giornalistica svolta. Nella fattispecie si tratta di giornalismo in
materia economica e finanziaria, ed il comportamento addebitato ai
diversi incolpati consiste nel mantenimento di un rapporto di conto
corrente, direttamente o attraverso l'interposta persona di un
convivente, con una commissionaria, la quale ha eseguito per conto dei
diversi giornalisti correntisti operazioni speculative su titoli
quotati in Borsa.

A giudizio della Corte il comportamento in questione è
effettivamente incompatibile con l'esercizio del giornalismo economico,
e quindi sanzionabile sul piano disciplinare. É necessario a questo
proposito tener conto della speciale relazione intercorrente tra
finanza ed informazione: è fatto notorio che l'informazione finanziaria
è fatta di self-fulltilling expectations, vale a dire di affermazioni
che si autodimostrano o di valutazioni autonomamente idonee a provocare
nel breve termine il proprio avveramento. Ciò non significa che una
informazione finanziaria obiettiva sia impossibile, ma impone ai
giornalisti che operano in questo settore regole deontologiche
rigorose. Il pubblico dei lettori non può riporre la propria fiducia
nell'informazione giornalistica, se abbia motivo di crederla
influenzata dagli interessi economici personali di coloro che la danno:
la scoperta che il giornalista specializzato nell'informazione sui
mercati finanziari compie operazioni speculative a breve termine in
Borsa, sia pure su titoli diversi da quelli commentati, induce nel
lettore il dubbio sul carattere disinteressato dell’informazione e mina
la credibilità dell'autore di questa. Coerente con questa impostazione
è stata l'incolpazione contestata dal Consiglio regionale su richiesta
dal Procuratore generale: essa, infatti, non faceva riferimento solo
all'obbligo del rispetto della verità sostanziale dei fatti con
l'osservanza dei doveri di lealtà e di buona fede, ma aggiungeva che il
comportamento del giornalista "oltre ad essere, deve anche apparire
conforme a tale regola, perché su di essa si fonda il rapporto di
fiducia tra i lettori e la stampa".

Nei casi oggi all'esame della Corte, peraltro, il problema si
pone in termini più specifici. Agli odierni incolpati non si addebita
di aver compiuto singole operazioni speculative a breve termine in
borsa su titoli determinati (sì che possa astrattamente sollevarsi la
questione della compatibilità di tali operazioni con le notizie da essi
pubblicate nello stesso periodo), ma di aver intrattenuto un rapporto
di conto corrente (e dunque continuativo nel tempo) con una
Commissionaria, la quale operava fiduciariamente su tutto il listino
dei titoli quotati. Non vi è pertanto la possibilità di distinguere
l'area finanziaria oggetto di informazione giornalistica da quella in
cui aveva luogo l'operazione alla quale il giornalista fosse
interessato, né acquista rilievo la questione della credibilità di
quella distinzione per il pubblico dei lettori. I fatti addebitati
erano idonei a far venir meno la fiducia dei lettori nel carattere
disinteressato dell'informazione giornalistica in materia di
finanza, o quanto meno di titoli quotati in Borsa, ed in ciò deve
ravvisarsi un comportamento sanzionabile sul piano disciplinare,
indipendentemente dalla circostanza ulteriore che in concreto il
giornalista abbia trattato di quei titoli in modo interessato,
alterando le notizie o i commenti alle stesse in relazione al proprio
personale coinvolgimento (circostanza che deve ritenersi aggravante, e
incidente sulla sanzione applicabile)».

Le sentenze sono esecutive anche se non definitive. Si attende ora la parola finale della Corte di Cassazione.

4. 2. Informazione, pubblicità ed etica professionale - Particolare attenzione il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha dedicato al tema informazione-pubblicità. Questo è il testo del documento d’indirizzo più recente (1° aprile 1996):


«É dilagante, infatti, su quotidiani e periodici la presenza
di un'informazione inquinata da interferenze della pubblicità. L’ultimo
episodio (spia della situazione) è costituito dal provvedimento 6 marzo
1996 con il quale l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha giudicato ingannevoli alcuni messaggi pubblicitari su prodotti contro la cellulite. In
realtà, ha stabilito l’Antitrust, «il messaggio pubblicitario vanta
caratteristiche del prodotto inesistenti, inducendo i consumatori in
errore sui risultati che con l’uso dello stesso si possono ottenere».
Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha pertanto
deciso, nella seduta del primo aprile, di rivolgere un pressante
appello ai Cdr perché facciano rispettare l'articolo 44 del vigente
Contratto nazionale di lavoro, articolo che impone la separazione tra
informazione e pubblicità. L'articolo 44, introdotto nel 1988, traduce
una "delibera di indirizzo" (del 20 novembre 1986) dell’Ordine della
Lombardia che, richiamandosi ai principi etici della professione
(articoli 2 e 48 della legge 3.2.1963 n. 69), invita i giornalisti a
rafforzare soprattutto il rapporto di "fiducia tra la stampa e i
lettori" e a osservare sempre "i doveri imposti dalla lealtà e dalla
buona fede".

Considerato che il malessere è avvertito nei quotidiani ma
soprattutto in molti periodici dove ha raggiunto, in talune testate
definite "di servizio", aspetti che eliminano di fatto qualsiasi
margine di demarcazione fra notizia e messaggio pubblicitario, l'Ordine
della Lombardia richiama tutti i giornalisti, direttori soprattutto, al
dovere di esercitare la professione al di fuori di possibili
condizionamenti, in piena libertà di giudizio e di scelta, nel solo
intento di informare onestamente il lettore, secondo coscienza.

Di fronte all'affiorare di un asserito nuovo sistema in base al quale si vorrebbe contrabbandare per informazione giornalistica il messaggio pubblicitario,
giustificandolo con un'esigenza della società dei consumi e del sistema
economico, l'Ordine dei Giornalisti della Lombardia respinge i
tentativi di snaturare il giornalismo con cortine fumogene entro le
quali si annidano propaganda di prodotti e interessi aziendali.

Il potere soverchiante della pubblicità ha raggiunto in taluni
casi livelli aberranti influenzando la politica editoriale fino a
rendere le testate deteriori veicoli di propaganda commerciale oppure
veri e propri cataloghi.

La pubblicità deve essere chiara, palese, esplicita e
riconoscibile: deve esserlo soprattutto la pubblicità chiamata, con
espressione impropria, "redazionale". Il giornalista incaricato di
redigere i servizi cosiddetti redazionali può legittimamente opporre il
suo rifiuto: qualora aderisca a tale incarico deve esigere che
il testo risulti presentato con caratteristiche grafiche che lo
distinguano dai normali servizi e notiziari, salvaguardando così la
dignità dell'intero corpo redazionale. Da parte sua il direttore deve
astenersi dall'esigere che il giornalista rediga testi destinati a
finalità pubblicitarie o, peggio ancora, mascheranti l'intento
mercantile perché si verrebbe in tal modo ad istituzionalizzare un
rapporto inquinato fra messaggio e notizia. Deve essere osteggiato e
vanificato ogni degenerato uso dei canali informativi. Il giornalista
ha diritto di difendere la propria identità professionale esposta a
insidie equivoche e ad ambigue e talvolta grossolane forme di pressione.

É interesse di tutti che questi limiti non vengano superati e che
eventuali cedimenti siano comprovati e denunciati. La lealtà verso il
lettore impone che il lavoro giornalistico e quello pubblicitario
rimangano separati e inconfondibili. I tentativi di travestimenti, di
mistificazioni, di mescolanze diventano un inganno per il lettore come
pure ingannevole deve considerarsi qualsiasi forma di pubblicità
occulta che più di tutto va combattuta e respinta perché è degenerativa
della qualità dell'informazione. L'Ordine regionale dei giornalisti
respinge tuttavia fermamente le infiltrazioni, anche consapevoli,
dell'industria dei consumi nella stampa e sollecita l'Ordine Nazionale,
la Federazione della Stampa Italiana e la stessa Federazione Editori ad
affrontare il problema in modo che i criteri qualitativi del lavoro
giornalistico non possano essere sopraffatti dalla logica commerciale,
per il prestigio della funzione della stampa e per evitare il collasso
dei consumatori-lettori frastornati dall'euforia trionfalistica del
messaggio pubblicitario selvaggio.

L'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, nel rilanciare e nel ribadire l'attualità dei contenuti della "delibera di indirizzo" del 20 novembre 1986,
si ripromette di operare perché la categoria giornalistica rovesci
l'attuale condizione mortificante e consideri il presente documento un
appello a tutti gli appartenenti all'Albo. I casi emergenti di
inquinamento continueranno ad essere presi in considerazione sotto il
profilo dell'articolo 2 e dell'articolo 48 della legge professionale.
L'articolo 2 prescrive il rispetto della persona umana e quello della
verità sostanziale dei fatti, l'osservanza dei doveri imposti dalla
lealtà e dalla buona fede e la promozione della fiducia fra la stampa e
i lettori. L'articolo 48, invece, tutela il decoro professionale e la
dignità dell'Ordine e prevede l'apertura di procedimento disciplinare
quando gli iscritti si rendono colpevoli di fatti che compromettono la
reputazione e il prestigio dell'Ordine stesso.

La distinzione tra messaggi pubblicitari e testi giornalistici è
una regola che figura adesso anche nella «Carta dei doveri del
giornalista» firmata l’8 luglio 1993 dall’Ordine nazionale e dalla Fnsi
con la precisazione che «il pubblico deve essere comunque posto in
grado di riconoscere il lavoro giornalistico dal messaggio
promozionale». Anche la legge n. 223/1990 sul sistema radiotelevisivo
pubblico e privato dice all’articolo 8 che «la pubblicità televisiva e
radiofonica deve essere riconoscibile come tale ed essere distinta dal
resto dei programmi con mezzi ottici o acustici di evidente percezione».

La responsabilità del direttore emerge dalla legge 633/1941: il
direttore è, infatti, «autore dell’opera collettiva dell’ingegno» che è
il giornale o il periodico. Il Consiglio osserva che un giornalista,
sia redattore o direttore, non può ignorare le norme sancite dal
legislatore a tutela dei consumatori (e dei lettori) e soprattutto il
principio che «la pubblicità deve essere palese, veritiera e corretta»
(articolo 1, comma 2, del Decreto legislativo 25 gennaio 1992 n. 74).
Il direttore è da considerare responsabile della correttezza del
messaggio pubblicitario in quanto, come ha stabilito questo Consiglio,
«è tenuto per legge a controllare (anche) i testi pubblicitari» che
appaiono sul giornale al fine, come nei casi condannati di recente
dall’Antitrust, di evitare che i lettori siano ingannati dalla
propaganda di un "semplice cosmetico, che può soltanto incidere sull’aspetto esteriore e più superficiale dello strato cutaneo"».

4.3. Doppia iniziativa a tutela della genuinità dell’informazione - Il
30 settembre 1996 il Consiglio dell’Ordine ha avviato una doppia
iniziativa in difesa dei lettori e dei giornalisti sul presupposto che
soprattutto nei periodici (femminili o di servizio) la pubblicità
mascherata od occulta sta uccidendo l’informazione. Nei periodici,
infatti, come recenti inchieste dell’Ordine lombardo hanno appurato,
interi settori (moda, cucina, bellezza) sono appaltati agli Uffici
Marketing. Gli Uffici Marketing delle case editrici impongono ai
direttori la linea editoriale e «suggeriscono» quali spazi assegnare ai
«clienti inserzionisti» ai quali vengono regalati pubbliredazionali
(cioè messaggi pubblicitari veri e propri fatti passare per
informazione). I giornalisti sono utilizzati sempre di più come
copywriter, mentre le tirature calano vistosamente mettendo in pericolo
decine e decine di posti di lavoro.

Il presidente dell’Ordine della Lombardia, su incarico del
Consiglio, ha consegnato un esposto di 43 pagine (ricco di
documentazione a sostegno) al Procuratore della Repubblica presso la
Pretura di Milano, dottor Giovanni Caizzi. Sul frontespizio
dell’esposto c’è scritto: «Esposto dell’Ordine dei Giornalisti
della Lombardia per la tutela della libertà professionale dei
giornalisti con la denuncia di fattispecie di possibili attività
criminose da parte di aziende editoriali in tema di commistione
pubblicità-informazione».

Queste le conclusioni dell’esposto: «Si chiede all’on.le Procura della Repubblica presso la Pretura di Milano di indagare sul fenomeno della commistione tra informazione e pubblicità e sulla progressiva perdita di libertà decisionale e di autonomia di pensiero dei giornalisti in maniera tale da individuare le ipotesi di reato
denunciate ovvero qualsiasi altra fattispecie di reato che l’Autorità
giudiziaria vorrà e potrà ravvisare nei fatti descritti. Si chiede in
particolare il ricorso a perizia per determinare l’eventuale
cambiamento della natura in particolare dei periodici femminili delle
case editrici milanesi da strumenti di informazione a contenitori di
pubblicità spesso anche ingannevole nonché a mezzi di comunicazione
commerciale-promozionale spacciata per informazione senza alcun previo
avvertimento ai lettori-acquirenti. Con riserva di costituzione di
parte civile in rappresentanza dell’Ordine dei Giornalisti della
Lombardia persona giuridica di diritto pubblico ex articolo 1, ultimo
comma, della legge n. 69/1963».

In contemporanea il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della
Lombardia ha rivolto un appello al Parlamento e al Governo perché la
materia informazione-pubblicità sia regolata con leggi nuove e
innovative. L’appello firmato da Franco Abruzzo dice: «Signor Presidente del Senato, Signor Presidente della Camera, signor Presidente del Consiglio dei ministri, è
dilagante su quotidiani e periodici la presenza di un'informazione
inquinata da interferenze della pubblicità. Il Consiglio dell’Ordine
dei giornalisti della Lombardia, mentre ha avviato numerosi
procedimenti disciplinari (alcuni dei quali sono giunti a decisione),
ha rivolto un pressante appello ai Cdr di quotidiani e periodici perché
facciano rispettare l'articolo 44 del vigente Contratto nazionale di
lavoro, articolo che impone la separazione tra informazione e
pubblicità. L'articolo 44, introdotto nel 1988, traduce una "delibera
di indirizzo" (del 20 novembre 1986) di questo Consiglio che,
richiamandosi ai principi etici della professione (articoli 2 e 48
della legge 3.2.1963 n. 69), invita i giornalisti a rafforzare
soprattutto il rapporto di "fiducia tra la stampa e i lettori" e a
osservare sempre "i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede".

Considerato che il malessere è avvertito nei quotidiani ma
soprattutto in molti periodici dove ha raggiunto, in talune testate
definite "di servizio", aspetti che eliminano di fatto qualsiasi
margine di demarcazione fra notizia e messaggio pubblicitario, il
Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha richiamato i
giornalisti, direttori soprattutto, al dovere di esercitare la
professione al di fuori di possibili condizionamenti, in piena libertà
di giudizio e di scelta, nel solo intento di informare onestamente il
lettore, secondo coscienza.

Di fronte all'affiorare di un asserito nuovo sistema in base al quale si vorrebbe contrabbandare per informazione giornalistica il messaggio pubblicitario,
giustificandolo con un'esigenza della società dei consumi e del sistema
economico, l'Ordine dei Giornalisti della Lombardia respinge i
tentativi di snaturare il giornalismo con cortine fumogene entro le
quali si annidano propaganda di prodotti e interessi aziendali. Il
potere soverchiante della pubblicità - attraverso la complicità degli
Uffici Marketing delle imprese editrici - ha raggiunto in taluni casi
livelli aberranti influenzando la politica editoriale fino a rendere le
testate deteriori veicoli di propaganda commerciale oppure veri e
propri cataloghi. La pubblicità deve essere chiara, palese, esplicita e
riconoscibile: deve esserlo soprattutto la pubblicità chiamata, con
espressione impropria, "redazionale". Deve essere osteggiato e
vanificato ogni degenerato uso dei canali informativi. Il giornalista
ha diritto di difendere la propria identità professionale esposta a
insidie equivoche e ad ambigue e talvolta grossolane forme di pressione.

É interesse di tutti che questi limiti non vengano superati e che
eventuali cedimenti siano comprovati e denunciati. La lealtà verso il
lettore impone che il lavoro giornalistico e quello pubblicitario
rimangano separati e inconfondibili. I tentativi di travestimenti, di
mistificazioni, di mescolanze diventano un inganno per il lettore come
pure ingannevole deve considerarsi qualsiasi forma di pubblicità
occulta che più di tutto va combattuta e respinta perché è degenerativa
della qualità dell'informazione.

L'Ordine regionale dei giornalisti respinge fermamente le
infiltrazioni, anche consapevoli, dell'industria dei consumi nella
stampa e sollecita il Parlamento della Repubblica e il Governo
nazionale ad affrontare, con misure legislative nuove e innovative, il
problema in modo che i criteri qualitativi del lavoro giornalistico non
possano essere sopraffatti dalla logica commerciale, per il prestigio
della funzione della stampa e per evitare il collasso dei
consumatori-lettori frastornati dall'euforia trionfalistica del
messaggio pubblicitario selvaggio nonché dalla «spinta» dei gadget. Non
basta cioè aver affermato legislativamente che «la pubblicità deve
essere palese, veritiera e corretta» (articolo 1, comma 2, del Decreto
legislativo 25 gennaio 1992 n. 74) se poi, ad esempio, ai periodici,
ormai ridotti a contenitori pubblicitari delle case di moda o ai
periodici erotici toccano le provvidenze statali destinate
all’editoria; se poi si tollera che in molti casi i giornalisti siano
ridotti a copywriter.

Questo appello al Parlamento e al Governo è stato deciso dal
Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia a ridosso delle
dichiarazioni, fatte il 19 settembre alla Commissione Cultura di
Montecitorio dal sottosegretario di Stato a Palazzo Chigi, prof. Arturo
Parisi, circa la volontà dell’Esecutivo di concorrere a rinnovare la
legislazione sulla stampa e quella sull’ordinamento della professione
giornalistica.

I dati da noi raccolti sull’inquinamento pubblicitario
dell’informazione (e soprattutto la testimonianza «dall’interno» della
collega Mirella Pallotti, ex direttore responsabile di «Anna») saranno
sottoposti anche all’esame della magistratura penale: il giornale è
«opera collettiva dell’ingegno» dice la legge n. 633/1941 sul diritto
d’autore. I periodici-contenitori pubblicitari non sono «opera
collettiva dell’ingegno»: sono un’altra cosa e costituiscono, quando
vengono sono messi in commercio come «giornali», un prodotto che
potrebbe far ipotizzare a carico di chi li vende come «giornali» almeno il reato di frode in commercio.

Siamo sicuri che il Parlamento e il Governo troveranno il modo di
intervenire per sanare una piaga che getta discredito sulla stampa
italiana, che mette in pericolo il posto di lavoro di centinaia di
giornalisti allontanando i lettori dalle edicole».


Testimone-chiave del procedimento penale è Mirella Pallotti. Direttrice di Anna e, prima ancora, di Più Bella, Mirella
Pallotti si è distinta in particolare per essere sempre riuscita a
portare a tirature record i giornali dei quali si è occupata. Mirella
Pallotti ha denunciato i guasti della commistione
pubblicità-informazione nel numero aprile 1993 di «Prima
comunicazione», quando era direttrice di «Anna». Questa è una delle
affermazioni fatte il 1° luglio 1996 da Mirella Pallotti davanti al
Consiglio dell’Ordine della Lombardia: « Allora succede
questo. Succede che, addirittura per ordini scritti - e dico ordini
perché il direttore in pratica non si può sottrarre - la pubblicità ti
dice, spesso numero per numero, cosa devi pubblicare e di chi. Questo
molto specificamente soprattutto su settori moda, bellezza, arredamento
e cucina. Spesso comunque ci sono delle intromissioni anche
nell'attualità. Nell'attualità non avviene per ordine scritto, avviene
per richieste a voce del tipo: «Riusciamo a fare un'intervista al
signor Paciotti (per esempio). Cerchiamo di fotografare... Trova un
pretesto per parlare della Biagiotti». Devo dire che sull'attualità
vera e propria comunque le pressioni ci sono, ma non sono
istituzionalizzate per iscritto. Sul resto del giornale, che comunque
dovrebbe contenere informazioni per il lettore e più specificamente
scelte dal direttore..... per etica professionale, poi in base ad
alcune leggi che esistono e ad alcune norme che dovremmo essere tenuti
a rispettare.

Terza e ultima cosa: un giornale al servizio della pubblicità -
questa è la tesi e la ragione per cui ho rilasciato due anni fa
quell'intervista - un giornale troppo al servizio della pubblicità
finisce per morire. Ci sono dei casi che abbiamo visto, casi di
giornali gloriosi, che vendevano un tempo 300.000 copie e che oggi ne
vendono 60.000 perché sono ridotti a cataloghi pubblicitari».

La magistratura (il Gip Lorella Trovato e il Pm Giovanni Caizzi) ha
escluso che la commistione pubblicità-informazione, pur essendo un
fenomeno deprecabile, possa aver rilievo sotto il profilo penale
(truffa o frode in commercio), anche se ha peso in materia di
deontologia professionale: «La strada da percorrere - ha scritto il Pm
Caizzi - è quella delle regole poste a tutela della genuinità
dell’informazione, piuttosto che ricorrere ancora una volta al giudice
penale per una ulteriore attività di supplenza in un settore
delicatissimo in cui il prodotto informazione può essere condizionato
dall’orientamento politico dell’editore, dalla pressione degli
interessi economici, anche pubblicitari, dalla rincorsa concorrenziale
tra stampa e televisione. Del resto i contenuti dell’informazione sono
tutelati dalla Costituzione e dalle regole deontologiche della
professione giornalistica, mentre sul piano dell’etica del messaggio
pubblicitario è il legislatore che esige (art. 4 c. 1 Dlgs n. 74/1992)
che "la pubblicità a mezzo stampa deve essere distinguibile dalle altre
forme di comunicazione al pubblico", e che ha dato vita a un organismo,
l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che si esprime
sulla pubblicità ingannevole, diffusa "attraverso la stampa periodica o
quotidiana ovvero per via radiofonica o televisiva" con interventi
inibitori e con previsione di sanzione penale in caso di
inottemperanza».

Secondo Gip e Pm, sarebbe auspicabile una regolamentazione
innovativa del rapporto tra informazione e pubblicità. La parola spetta
al Parlamento.


4.4. L’avvertimento al direttore di «Panorama» - L’accusa:
Andrea Monti, quale direttore di «Panorama», ha disposto la
pubblicazione (sul n. 9 del 7 marzo 1996) sulla prima pagina del
settimanale della foto della modella Carla Bruni inquadrata in un
titolo congegnato in una parte alta (MENTE E CORPO/Guida/ alla
fitness/totale/dalla A alla Z) e in una parte bassa (Benessere/ o non
essere), mentre un segno grafico tratteggiato lega il titolo alto
all’immagine della modella abbigliata soltanto con un paio di scarpe e
fotografata in una sauna. Il sommario annuncia che a pagina 92 figura
il servizio «Carla Bruni fotografata da Ellen von Unwerth. Mi spoglio
per l’avanguardia». Alle pagine 92 e 93 «Panorama» pubblica il servizio
annunciato dal sommario nel contesto dello «speciale moda» dedicato
alle sfilate milanesi della prima settimana di marzo anche se
l’argomento non è legato all’evento. La didascalia di una delle foto
dice: «SEXY SUI TACCHI. La top model Carla Bruni immortalata dalla
fotografa Ellen von Unwerth per la campagna pubblicitaria di Cesare
Paciotti». Nelle prime righe dell’articolo (a firma Benedetta
Pignatelli) che accompagna tre foto della modella si legge: «Il nudo
perlato di Carla Bruni scrutata in un percorso intimo tra sauna e
doccia. Ai piedi le scarpe multicolori di Cesare Paciotti, 36enne
calzaturiero marchigiano con l’aria da corsaro. Il tutto immortalato
dalla tedesca Ellen von Unwerth, gran sacerdotessa del corpo femmineo,
per la campagna pubblicitaria primavera-estate di Paciotti».
Nell’articolo - che illustra il rapporto Carla Bruni, Ellen von Unwerth
e Cesare Paciotti - non c’è alcun riferimento alla «guida alla fitness»
annunciato in prima pagina con la foto della modella. Il servizio sulla
fitness, invece, è alle pagine 170-179 e non fa alcun riferimento a
Carla Bruni.

Il servizio (di cui alle pagine 1, 92 e 93 di «Panorama»),
incentrato su Carla Bruni e le scarpe di Cesare Paciotti, appare il
punto forte della campagna pubblicitaria impostata dallo stesso
Paciotti anche con cartelloni di cui Milano, ad esempio, è stata
tappezzata. Il servizio - predisposto all’interno di uno «speciale
moda» che parte da pagina 82 di «Panorama» e che è dedicato alle
sfilate milanesi della prima settimana di marzo - ha gli stessi
caratteri grafici e la identica impaginazione delle altre pagine del
settimanale e pertanto potrebbe trarre in inganno il lettore, perché il
fine pubblicitario sarebbe dissimulato. Le fotografie del nudo di Carla
Bruni dalla pagina 1 alle pagine 92 e 93 sono giocate in modo di
attirare l’attenzione sull’unico capo di abbigliamento (le scarpe di
Cesare Paciotti); anche l’unica didascalia di pagina 92, elaborata in
redazione, potrebbe essere un messaggio pubblicitario. Il servizio
fotogiornalistico è inquadrabile come una fattispecie di cosiddetta pubblicità redazionale finalizzata, nonostante l’aspetto informativo, a pubblicizzare le scarpe «multicolori» di Cesare Paciotti.

Il Consiglio richiama, a questo proposito, l’attenzione sulla natura
stessa della "pubblicità redazionale" la quale è per definizione una
forma di comunicazione persuasiva che si attua attraverso l’utilizzo di
stilemi - letterari e grafici - tipici della comunicazione informativa.
Così é per quello che può esser considerato a un tempo un "sommario" ed
uno "strillo" costituito dalla copertina la quale ha a un tempo la
funzione di sintetizzare una serie di argomentazioni relative ad un
servizio contenuto all’interno; di richiamare l’attenzione in
particolare sulla rivista nel momento della sua esposizione in edicola;
di valorizzare uno o più contenuti, spingendo il lettore ad un
interesse particolare nei confronti di questi. Il sapiente mix tra
"copertina" (nel suo insieme) e "servizio" nel caso di specie é
chiaramente giocato a favore delle scarpe Paciotti. In conclusione,
questo servizio «nasconde» abilmente la propria finalità pubblicitaria
(o, se si vuole procedere ad una ulteriore distinzione, «promozionale»).

Si potrebbe affermare, quindi, che «Panorama» e la sua prima pagina
sono stati utilizzati per fini mercantili dall’ufficio pubblicità della
casa editrice del periodico».

Il Consiglio ha rilevato altresì nel comportamento di Andrea Monti,
direttore di «Panorama» e quindi, in base alla legge n. 633/1941
«autore dell’opera collettiva dell’ingegno» che è il settimanale da lui
diretto, una possibile violazione dell’articolo 48 della legge citata
nella parte in cui impegna i giornalisti «a non rendersi colpevoli di
fatti che possano compromettere la propria reputazione e la dignità
dell’Ordine oppure non conformi al decoro e alla dignità professionale».


La difesa di Monti - Attraverso il proprio
legale Monti ha sostenuto - in sintesi estrema - che l’acquisto delle
foto di Carla Bruni era stato deciso molte settimane prima, alla
notizia della loro realizzazione; che le foto erano state "offerte"
appunto dalla "ditta" Paciotti; che i contatti con l’ufficio stampa di
Cesare Paciotti (che aveva allestito la propria campagna pubblicitaria)
erano stati tenuti da Beppe Preti, art director del settimanale, che
aveva selezionato e scelte le immagini poi pubblicate in copertina e
nel servizio interno; che nelle intenzioni del direttore, la copertina
con Carla Bruni avrebbe dovuto essere usata due settimane prima (per il
n.7 di Panorama), a corredo iconografico del previsto dossier sulla
fitness; che i programmi erano stati cambiati a causa di un lutto che
aveva colpito la modella; che l’inizio della settimana milanese della
moda aveva costretto la rivista a rivedere l’impostazione del numero,
nel quale doveva essere inserito, a quel punto, anche un reportage
sull’evento appena citato. Monti osserva anche - attraverso il proprio
legale - che il direttore responsabile non può davvero controllare ed
esaminare analiticamente il contenuto di ciascun numero del "suo"
giornale e non può che delegare ai suoi collaboratori la gran parte
delle attività al di fuori di quelle di decidere il tema della
copertina e di scrivere l’editoriale. La difesa nota, ancora, come
Cesare Paciotti non sia stato inserzionista di «Panorama» né prima né
soprattutto dopo la pubblicazione della copertina in questione e che
Andrea Monti non ha percepito alcun tornaconto personale né
patrimoniale. In dettaglio, ancora, la difesa sostiene che si erra a
considerare "unico" il servizio fotogiornalistico di cui alle pagine 1,
92 e 93 di Panorama, rigettando l’ipotesi di "triplice inganno": quello
dell’accostamento tra Carla Bruni e la Fitness, sostenendo che la cura
della mente e del corpo evoca figure esattamente come riprodotte in
copertina; quello della pubblicizzazione in maniera artata della scarpe
di Paciotti, sostenendo che Carla Bruni nuda possieda argomenti in
grado di calamitare ovunque, meno che sull’unica scarpa presente, gli
sguardi dei lettori; infine, quello che la guida alla fitness prescinde
da Carla Bruni: nulla in copertina o nel sommario dice o lascia
intendere che tale guida riguardi in qualche modo la modella.

La difesa sostiene poi che nulla autorizza a pensare che «Panorama»
e la sua copertina siano stati utilizzati a fini mercantili
dall’ufficio pubblicità della casa editrice. Al contrario, sostiene la
difesa, tutte le precauzioni sono predisposte ed attuate affinché la
separazione tra pubblicità e articoli redazionali sia totale, assoluta,
priva di ogni e qualsiasi possibilità di commistione e di semplice
confusione.


Valutazioni conclusive - Premesso che il
Consiglio non ha raggiunto la prova che la copertina e il servizio
pubblicato alle pagine 92 e 93 di «Panorama» siano un messaggio
pubblicitario pagato da Cesare Paciotti è indubbio che la copertina e
il servizio si prestino per essere giudicati come un pubbliredazionale
(o «pubblicità redazionale»).

L'obbligo della verità sostanziale dei fatti, con l’osservanza dei
doveri di lealtà e di buona fede, si sostanzia anche in un
comportamento del giornalista che, oltre ad essere, deve anche apparire
conforme a tale regola, perché su di essa si fonda il rapporto di
fiducia tra i lettori e la stampa.

In generale in capo al giornalista pesano i comportamenti che
riflettono i precetti degli articoli 2 e 48 della legge istitutiva
dell'Ordine, quei precetti che calano nel diritto positivo le norme
etiche: l'essere e il dover essere. Anche l'apparire corretto ha un suo
significato per il professionista, che concepisce il giornalismo come
informazione critica. Una siffatta concezione della professione
presuppone, infatti, libertà morale e libertà sostanziale, essere e
apparire nello stesso tempo. Il giornalista non deve mettersi in una
situazione di disagio verso i lettori. Il disagio è privazione della
propria autonomia di giudizio e della propria indipendenza, tradimento
dei doveri di riferire i fatti ai lettori nel rispetto della verità
sostanziale, è un attentato al proprio decoro e a quello della propria
categoria che si esprime attraverso l'Ordine, è un venir meno
all'obbligo di lealtà verso la propria azienda che ha un danno dalla
perdita di prestigio della testata per comportamenti imputabili ai
redattori.

Il direttore è, in base alla legge n. 633/1941, «autore dell’opera
collettiva dell’ingegno che è il giornale» ed è, in base all’articolo 6
del Contratto nazionale di lavoro, il garante dell’autonomia della sua
redazione nonché punto di riferimento etico dei suoi redattori.
Risponde, inoltre, per omesso controllo in sede penale (art. 57 Cp),
quando viene accusato di diffamazione in concorso con un suo redattore.
Sotto questo profilo è responsabile di tutto ciò che appare sul
quotidiano o sul periodico. Il direttore, quindi, ha l’obbligo di
controllare tutto ciò che appare sul giornale, comprese le lettere dei
lettori e le inserzioni pubblicitarie. Al di là delle responsabilità
oggettive, in questo caso il direttore Monti non può affermare
(attraverso il difensore) di non aver deciso la copertina con la
fotomodella Carla Bruni.

In sostanza il comportamento di Andrea Monti, direttore di
«Panorama», non appare corretto soprattutto alla luce dell’articolo 48
della legge professionale. Monti non poteva ignorare che la
pubblicazione delle foto di Carla Bruni, che calza le scarpe di Cesare
Paciotti e che ne impugna addirittura una sotto la doccia (pagina 93 di
«Panorama»), e la pubblicazione del servizio giornalistico firmato
Benedetta Pignatelli (non iscritta all’Albo) possono far apparire
«Panorama» inserito nella contemporanea campagna pubblicitaria lanciata
da Cesare Paciotti anche con cartelloni distribuiti lungo le vie e sui
muri della metropolitana di Milano. La pubblicità delle scarpe di
Cesare Paciotti su «Panorama», quindi, potrebbe apparire dissimulata (o
mascherata) in maniera abile. Il direttore Monti era al corrente che
quelle foto erano state scattate nel contesto di una campagna
pubblicitaria, tanto è vero che la top model impugna una scarpa sotto
la doccia. Andrea Monti porta intera la responsabilità di aver esposto
il settimanale di cui è direttore, se stesso e i redattori del
periodico a critiche e a insinuazioni sulla correttezza della scelta di
pubblicare le foto di Carla Bruni «vestita» solo delle scarpe di Cesare
Paciotti. Andrea Monti non può negare che, comunque, dietro il «regalo»
delle foto da parte dell’ufficio stampa della Cesare Paciotti SpA non
ci fosse uno scopo recondito.

In conclusione si può aggiungere che l’articolo, pubblicato da
«Panorama» alle pagine 92-93, è privo di spunti critici tanto che è
impossibile negarne lo scopo unicamente pubblicitario. L’articolo è,
infatti, appiattito sulla mera amplificazione della campagna
cartellonistica della Cesare Paciotti SpA: la circostanza che ciò
accada con modalità grafiche tali da non metterne in luce con chiarezza
questo scopo è indubbiamente cosa che può ledere la reputazione del
direttore, dei redattori e della stessa testata Panorama. L’articolo in
sé non può promuovere «la fiducia tra la stampa e i lettori» in quanto
la commistione tra informazione e pubblicità appare di tutta evidenza.

Tutto ciò premesso, il Consiglio ha deliberato di infliggere la sanzione dell’avvertimento scritto
(articolo 52 della legge 3.2.1963 n. 69) al giornalista professionista
Andrea Monti, direttore del settimanale «Panorama», rilevando che si è
reso colpevole di un fatto tale da compromettere la sua reputazione. Il
Consiglio ha richiamato Andrea Monti all’osservanza dei suoi doveri.


4. 5. L’avvertimento al direttore di «Oggi» - Il
Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha inflitto la
sanzione dell’avvertimento ai giornalisti Paolo Occhipinti - direttore
di "Oggi" - e Caterina Vezzani - collaboratrice dello stesso
settimanale - "rilevando che si sono resi entrambi, sia pure su piani
diversi per le diverse mansioni colpevoli di un fatto tale da
compromettere la loro reputazione e la stessa dignità dell’Ordine". Il
Consiglio ha richiamato Paolo Occhipinti e Caterina Vezzani
all’osservanza dei doveri imposti dagli articoli 2 e 48 della legge
professionale.

Nel provvedimento è scritto: «L'obbligo della verità sostanziale dei
fatti, con l’osservanza dei doveri di lealtà e di buona fede, si
sostanzia anche in un comportamento del giornalista che, oltre ad
essere, deve anche apparire conforme a tale regola, perché su di essa
si fonda il rapporto di fiducia tra i lettori e la stampa. Come il
magistrato deve essere e deve apparire indipendente così il giornalista
deve essere e deve apparire corretto».


L’accusa - Paolo Occhipinti, quale direttore
di «Oggi», ha "consentito" la pubblicazione (sul n. 41 dell’11 ottobre
1995), nell’ambito di quella parte del settimanale identificata dal
titolo "Oggi in famiglia" (pagg. 112 - 133) e in particolare nel
contesto (pag. 116) della rubrica "Bellezza" di quattro articoli che
costituiscono una fattispecie di "pubblicità redazionale" a favore dei
prodotti Mentadent per l’igiene orale dei bambini . Il 15 febbraio
1996, l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato aveva,
peraltro, dichiarato «pubblicità ingannevole» gli articoli, dedicati ai
prodotti per bambini Mentadent apparsi sulla pagina curata da Caterina
Vezzani.

Nel corso della audizione disposta dal Consiglio dell’Ordine il 29
aprile I996, Paolo Occhipinti ha riferito che "la giornalista Caterina
Vezzani ha scritto tutta la pagina e non soltanto l’articolo da Lei
firmato e che sceglie le notizie a suo insindacabile giudizio". Il
Consiglio ha pertanto deliberato di aprire procedimento disciplinare in
base agli articoli 2 e 48 della legge 3 febbraio 1963 n. 69 nei
riguardi di Caterina Vezzani quale autrice dei quattro articoli usciti
sulla pagina "bellezza" del numero 41/1995 di "Oggi", estendendo a Lei
il capo di incolpazione contestato a Paolo Occhipinti.

Il Consiglio richiama, a questo proposito, l’attenzione sulla
natura stessa della "pubblicità redazionale" la quale è per definizione
una forma di comunicazione persuasiva che si attua attraverso
l’utilizzo di stilemi - letterari e grafici - tipici della
comunicazione informativa.

Si potrebbe affermare, quindi, che «Oggi», la sua rubrica
"salute" e la pagina "bellezza" sono stati utilizzati per fini
mercantili. E, come risulta con estrema chiarezza dalla deposizione
della giornalista Mirella Pallotti, questo uso quanto meno distorto dei
periodici pare rientrare in una prassi editoriale che vede gli uffici
pubblicità delle case editoriali in prima linea nel piegare alle
esigenze commerciali e promozionali la massima parte delle risorse
materiali e umane.

Il Consiglio ha rilevato altresì nel comportamento di Paolo
Occhipinti, direttore di «Oggi», e quindi, in base alla legge n.
633/1941, «autore dell’opera collettiva dell’ingegno» che è il
settimanale da lui diretto, una possibile violazione dell’articolo 48
della legge citata nella parte in cui impegna i giornalisti «a non
rendersi colpevoli di fatti che possano compromettere la propria
reputazione e la dignità dell’Ordine oppure non conformi al decoro e
alla dignità professionale. Lo stesso rilievo il Consiglio fa nei
confronti della giornalista Caterina Vezzani.»


La difesa di Paolo Occhipinti e di Caterina Vezzani - Attraverso
i propri legali, in estrema sintesi, Occhipinti e Vezzani hanno
sostenuto - il primo - di non avere responsabilità in materia per aver
sempre lasciata totalmente libera ed autonoma la giornalista di operare
come da lei ritenuto più opportuno; la seconda, di aver seguito una
prassi ventennale "nel pieno convincimento che tale comportamento fosse
indiscutibilmente consentito".


Valutazioni conclusive - In generale in capo
al giornalista pesano i comportamenti che riflettono i precetti degli
articoli 2 e 48 della legge istitutiva dell'Ordine, quei precetti che
calano nel diritto positivo le norme etiche: l'essere e il dover
essere. Anche l'apparire corretto ha un suo significato per il
professionista, che concepisce il giornalismo come informazione critica.

Il direttore è, in base alla legge n. 633/1941, «autore dell’opera
collettiva dell’ingegno che è il giornale» ed è, in base all’articolo 6
del Contratto nazionale di lavoro, il garante dell’autonomia della sua
redazione nonché punto di riferimento etico dei suoi redattori.
Risponde, inoltre, per omesso controllo in sede penale (art. 57 Cp),
quando viene accusato di diffamazione in concorso con un suo redattore.
Il direttore, quindi, ha l’obbligo di controllare tutto ciò che appare
sul giornale, comprese le lettere dei lettori e le inserzioni
pubblicitarie.

In sostanza il comportamento di Paolo Occhipinti, direttore di
«Oggi», e di Caterina Vezzani non appare corretto soprattutto alla luce
dell’articolo 48 della legge professionale. Entrambi non potevano
ignorare che la pubblicazione degli articoli nella rubrica Salute e
nella sotto-rubrica "bellezza" potevano ingenerare confusione nel
lettore tra pubblicità e informazione giornalistica. Paolo Occhipinti
porta intera la responsabilità di aver esposto il settimanale di cui è
direttore, se stesso e i redattori del periodico a critiche e a
insinuazioni sulla correttezza della scelta di pubblicare i
publiredazionali firmati dalla giornalista Vezzani e più ancora di aver
dato alla rubrica «Bellezza» un carattere tale da indurre il lettore in
errore circa la natura dei contenuti. E per Caterina Vezzani, rimane
intera la responsabilità di non aver tenuto nettamente distinti i
messaggi informativi da quelli promozionali.

Né gli articoli in sé né la rubrica così come impostata possono
promuovere «la fiducia tra la stampa e i lettori» in quanto la
commistione tra informazione e pubblicità appare di tutta evidenza.

4. 6. La sanzione a Maurizio Mosca, protagonista di spot, e altre decisioni disciplinari dell’Ordine - Il
Consiglio dell’Ordine della Lombardia ha inflitto al giornalista
professionista Maurizio Mosca la sanzione dell’avvertimento. Mosca ha
«girato» diversi spot televisivi. "Il fatto che Maurizio Mosca sia
stato protagonista di uno spot pubblicitario .....non è in discussione,
bensì è in discussione - ha sostenuto il difensore di Mosca - se da
tale fatto possa essere desunta una responsabilità disciplinare».
Questa la motivazione che è alla base del provvedimento disciplinare
adottato dal Consiglio dell’Ordine della Lombardia, che, per primo in
Italia, ha sollevato il problema della commistione
pubblicità-informazione:


«Sembra a questo Consiglio che la attività del giornalista
professionista Maurizio Mosca si concreti in un comportamento atto a
mettere in forse quel rapporto di credibilità e di fiducia che
deve esistere tra il giornalista e i lettori (regola etica fissata
dall’articolo 2, ultimo comma, della legge professionale n. 69/1963):
in questa chiave va letto il principio della esclusiva professionale;
principio il quale deve riflettere sempre il vincolo etico del rispetto
della persona e della «verità sostanziale dei fatti» pilastro centrale
dell’attività del giornalista (articolo 2, primo comma, della legge
professionale n. 69/1963). Al di là - e, in un certo senso, "prima"
della norma - esiste il principio che interpreta la professione come
servizio pubblico (reso ai lettori e ai telespettatori) e il
giornalismo come informazione critica. É in virtù di questa immagine
che il destinatario della comunicazione giornalistica valuta in termini
di credibilità la "notizia", nettamente distinguendo tra "informazione"
e "pubblicità". Ed è in virtù di questo che l’ordinamento emana norme
sempre più chiaramente dirette a tutelare il diritto dei cittadini alla
informazione oggettiva e dunque anche ad ottenere che i "mezzi di
informazione" (in senso lato: dal medium vero e proprio, al momento, al
modo di porgere l’informazione, all’immagine del "comunicatore") tutti
concorrano a creare quella situazione di "fiducia" in forza della quale
il fruitore della comunicazione decide se trattasi di comunicazione
oggettiva, di informazione, oppure di comunicazione pubblicitaria, di
persuasione oppure se è in presenza di un mix più o meno spregiudicato.
Va affermato che il giornalista professionista non può spendere la sua
immagine, la sua credibilità e il suo prestigio a fini mercantili.
Soprattutto non può far ciò attraverso il mezzo (giornale, emittente
radiofonica o televisiva) dove esplica la sua professionalità (e in
questa chiave va interpretato il principio calato nell’articolo 13,
punto 4, della legge n. 327/1991 sulla convenzione europea sulle
televisioni transfrontaliere). Al giornalista professionista non è
consentito spacciare al "suo" pubblico - presso il quale è accreditato
appunto come giornalista professionista - la bontà di prodotti
industriali. Il cuore di una professione è l’etica e l’etica non
ammette che un professionista «venda» la sua faccia e la sua dignità a
favore di merci, perché la sua credibilità potrebbe ricevere ricadute
negative.

Punto di forza della professione è anche la definizione del concetto di attività giornalistica da parte della Corte di Cassazione:
«Per attività giornalistica deve intendersi la prestazione di lavoro
intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di
notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale
attraverso gli organi di informazione; il giornalista si pone pertanto
come mediatore intellettuale tra il fatto e la diffusione della
conoscenza di esso...... differenziandosi la professione giornalistica
da altre professioni intellettuali proprio in ragione di una
tempestività di informazione diretta a sollecitare i cittadini a
prendere conoscenza e coscienza di tematiche meritevoli, per la loro
novità, della dovuta attenzione e considerazione» (Cass. Civ., sez.
lav., 20 febbraio 1995, n. 1827). Chi concepisce l’attività
giornalistica secondo l’insegnamento della Cassazione non può piegare
la sua professione al ruolo di «attore» di spot pubblicitari, ruolo che
non deve riflettere il vincolo del «rispetto della persona e della
verità sostanziale dei fatti.

Il Consiglio ribadisce i contenuto dell’appello lanciato il 1° aprile 1996 agli iscritti all’Albo e contesta con forza
"l’affiorare di un asserito nuovo sistema in base al quale si vorrebbe
contrabbandare per informazione giornalistica il messaggio
pubblicitario, giustificandolo con un'esigenza della società dei
consumi e del sistema economico.... Il potere soverchiante della
pubblicità ha raggiunto in taluni casi livelli aberranti influenzando
la politica editoriale fino a rendere le testate deteriori veicoli di
propaganda commerciale.... La lealtà verso il lettore impone che il
lavoro giornalistico e quello pubblicitario rimangano separati e
inconfondibili. I tentativi di travestimenti, di mistificazioni, di
mescolanze diventano un inganno per il lettore".


In questo processo di valutazione, l’immagine e la
personalità del giornalista sono essenziali. E il giornalista è per
definizione un comunicatore di "notizie", di "informazioni oggettive",
di "critica ad informazioni oggettive e riconoscibili come tali" anche
dal "momento critico"; ed è il giornalista in quanto tale, in un certo
senso astratto, che deve essere e di fatto è nel vissuto del
destinatario la garanzia della obiettività, non il giornalista sportivo
oppure quello politico o quello di costume. É il giornalista in sé il
simbolo della notizia obiettiva. In conclusione il giornalista deve
essere corretto e deve apparire corretto così come il magistrato deve
essere indipendente e deve apparire indipendente».

Devo ricordare al riguardo che Everardo Dalla Noce, come Mosca
protagonista di spot pubblicitari, si è sottratto al giudizio del
Consiglio dimettendosi dall’Ordine e dall’Albo. Oggi Everardo Dalla
Noce non è più giornalista professionista.

Vittorio Feltri, direttore de «Il giornale», partecipa, in qualità
di "testimonial", ad una campagna pubblicitaria programmata dal 3
luglio 1996 in poi dalla casa di abbigliamento Saintandrews e che
prevede la pubblicazione di pagine intere su quotidiani diversi, tra i
quali quello diretto dallo stesso Feltri. Rilevato come si tratti di
una partecipazione di scarso rilievo temporale in quanto all’impegno
(20 minuti per una fotografia) e dunque non tale da prospettare una
violazione all’esclusiva, Feltri ha ribadito che quella partecipazione
ha un alto valore morale, avendo egli destinato il ricavato personale
di ogni uscita della pubblicità ad una casa di riposo della Lombardia.

Concordando comunque sulla possibilità che il lettore potesse in
qualche modo non ritenere abbastanza separate la figura di un
giornalista di prestigio da quella di un testimonial pubblicitario,
Feltri si è impegnato - come poi è avvenuto - a far pubblicare in calce
alla pagina pubblicitaria, ogni volta che apparirà su «Il Giornale»,
l’annotazione che la sua è una partecipazione dovuta a motivi di
particolare rilievo sociale (aiuti a una casa di riposo lombarda), come prescrive la Carta dei doveri.

Fiorenza Vallino, direttrice del settimanale «Io donna», è stata
richiamata al rispetto del principio della separazione tra informazione
e pubblicità, principio presente nel Contratto nazionale di lavoro
giornalistico (articolo 44) al quale giornalisti ed editori devono
attenersi, nonché al rispetto dei principi fissati nel Decreto
legislativo n. 74/1992 secondo il quale «la pubblicità deve essere
palese, veritiera e corretta...e la pubblicità a mezzo stampa deve
essere distinguibile dalle altre forme di comunicazione al pubblico».
Fiorenza Vallino è stata invitata a sistemare le rubriche con modalità
grafiche e indicazioni tali da essere percepite dal lettore per quello
che le rubriche in realtà sembrano: una informazione commerciale. Ciò
nel rispetto della regola etica fissata nell’articolo 2 della legge
professionale che impegna giornalisti ed editori a promuovere la
fiducia tra stampa e lettori. I redattori non vanno utilizzati come
«copy».


4. 7. Minori e informazione - L’Ordine dei Giornalisti
della Lombardia ha chiesto, nel corso del 1996, la collaborazione degli
Uffici del Pm sparsi nel territorio regionale con l’intento di
contrastare efficacemente la pubblicazione delle generalità e delle
immagini dei minori coinvolti come testimoni, parti lese o danneggiati
in procedimenti penali. L’articolo 115 del Codice di procedura penale
stabilisce in modo non equivoco che la violazione del divieto di
pubblicazione previsto dall’articolo 114 (punto 6) del Cpp costituisce
un illecito disciplinare quando il fatto è commesso da persone
esercenti una professione per la quale è richiesta una speciale
abilitazione dello Stato. E dunque, di ogni violazione del divieto di
pubblicazione (delle generalità e dell’immagine dei minorenni
testimoni, persone offese o danneggiati dal reato) commessa dai giornalisti il pubblico ministero informa l’organo titolare del potere disciplinare. L’articolo 13 del Dpr n. 488/1988 (processo penale a carico di imputati minorenni)
vieta «la pubblicazione e la divulgazione, con qualsiasi mezzo, di
notizie o immagini idonee a consentire l’identificazione del minorenne
comunque coinvolto nel procedimento». L’articolo 16 della legge 27
maggio 1991 n. 176 (Convenzione Onu 1989 sui diritti del bambino) dice: «Nessun
fanciullo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie o illegali
nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa o nella sua
corrispondenza, né a lesioni illecite del suo onore e della sua
reputazione. Ogni fanciullo ha diritto ad essere tutelato dalla legge
contro tali interferenze o atteggiamenti lesivi». Il Consiglio può
agire senza attendere la sollecitazione del Pm, perché, come stabilisce
l’articolo 2 della legge professionale, la libertà d’informazione e di
critica, diritto insopprimibile dei giornalisti, è «limitata
dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità
altrui». La libertà di informazione, quindi, deve rispettare tutte le
norme poste dal legislatore a tutela dei diritti della persona. Il
Consiglio è tenuto ad agire sulla base di principi definiti per legge:
la sentenza n. 505/1995 della Corte costituzionale non lascia spazio al
riguardo. Le varie Carte (Fnsi-Cnog; di Treviso, eccetera), quindi,
allargano la casistica, ma da sole non bastano a giustificare
l’apertura e la conclusione di un procedimento disciplinare anche se la
Cassazione civile ha riconosciuto il potere ai Consigli degli Ordini di
fissare norme comportamentali vincolanti sotto il profilo disciplinare.

Il Consiglio ha prosciolto alcuni colleghi di Mantova, che si erano
occupati di tre bambini strappati dal tribunale a una madre di
Quistello perché troppa povera. Quei servizi e articoli riportavano il
nome e il cognome della donna e del marito, separato dalla moglie, e i
nomi dei tre bambini. Dall’istruttoria è emerso che lo stesso avvocato
della madre dei tre bimbi aveva presentato i piccoli in una conferenza
stampa, organizzata per far sapere alle autorità che i bambini
sarebbero stati meglio con la mamma anziché con un padre che si era
dimostrato menefreghista. A Quistello c’era un vero e proprio movimento
popolare, anche con la partecipazione del parroco, a sostegno del
diritto della madre.

Nella decisione si legge: «Ora é ben vero che la Carta
dell’Onu sui diritti del fanciullo, divenuta legge dello Stato nel
1991, all’art. 16 statuisce che "nessun fanciullo può essere sottoposto
a un atto illegale o arbitrario". Nel caso di specie, la madre dei
minori esercitava la patria potestà quando convocava i giornalisti alla
conferenza stampa. Non sussisteva, dunque, alcuna illegalità nei
confronti dei minori. Non della madre, in quanto esercitante la patria
potestà (peraltro, con l’assistenza ed il consiglio di un legale) e,
soprattutto, non dei giornalisti presenti alla conferenza stampa in
quanto invitati e dunque nell’esercizio comunque del dovere di cronaca
nell’aspetto di questo di "dovere di conoscenza", prioritario rispetto
al "diritto-dovere di pubblicazione". Ma, ed é più rilevante, la
pubblicazione delle generalità dei minori da parte dei giornalisti
incolpati non realizza - nel caso in esame - le fattispecie di cui agli
articoli 13 del Dpr 22 settembre 1988 n. 448 (processo penale a carico
di imputati minorenni) e 114 (punto 6) del vigente Codice di procedura
penale, in quanto i minori non erano né testimoni, né parti lese né
imputati in un procedimento penale. Solo nei casi previsti
dall’articolo 13 del Dpr n. 448/1988 e dall’art. 114 (punto 6) del
Codice di procedura penale scatta, infatti, il divieto di pubblicazione
dei nomi e delle immagini dei minori».

Il Consiglio in sostanza ha limitato, con questa decisione, il
divieto a pubblicare nome e foto dei minori al caso di minori
testimoni, parti lese o danneggiati in un procedimento penale. Nel caso
specifico i giornalisti non avevano violato la privacy dei bambini
perché la vicenda era stata presentata dalla madre, esercitante la
patria potestà, in una conferenza stampa.

Prosciolti anche il direttore e un redattore di un periodico che
avevano pubblicato nome e foto di una bambina di tre anni che aveva
assistito all’assassinio della madre ad opera del padre. La
pubblicazione della foto era stata autorizzata da uno zio, che in quel
momento esercitava sulla piccina la patria potestà. Il Consiglio ha
considerato che l’uso del nome e del cognome non pregiudica il futuro
della bambina, dato che non aggiunge niente alla notorietà del
terribile fatto di sangue, avvenuto in un centro relativamente piccolo.

Il Consiglio ha, invece, sanzionato con l’avvertimento il redattore
di un periodico su segnalazione del Pg. Il giornalista è autore di un
articolo nel quale «venivano citati i nomi di genitori e parenti
condannati per abuso sessuale su minori e che tali indicazioni,
unitamente alla pubblicazione di fotografie di tali persone
consentivano di risalire all'identità dei minori stessi". Sanzionato
con l’avvertimento il redattore di un quotidiano, che aveva pubblicato
nome, cognome e foto di un bambino disabile picchiato in una scuola.


5. Nuova frontiera dell’etica professionale: la tutela dei dati personali - Recentemente
un giornale ha raccontato la morte di un camionista affetto da Aids,
citando anche moglie e figlia con il nome in violazione del principio
di riservatezza, vero e proprio diritto inviolabile della persona. Un
altro giornale, invece, parlando di una truffa, ha scritto che il
principale protagonista era «figlio di NN»; anche in questo caso la
violazione del principio di riservatezza è apparsa netta. Il diritto di
cronaca, infatti, incontra molti limiti nell’ordinamento (onore e
dignità della persona, segreto istruttorio, segreto militare, rispetto
della verità sostanziale dei fatti, eccetera). Una nuova legge amplia
questi limiti e li estende alla privacy informatica ("Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali").
La nuova normativa tenta un non facile compromesso tra diritto di
cronaca e libertà di informazione da una parte e diritto della
riservatezza delle persone dall’altra.

L’articolo 7 di questa legge, ancora fresca di stampa, impone a chi
procede a un trattamento di dati personali l’obbligo di darne
notificazione al «Garante per la tutela delle persone» (oggi
identificato come «Garante dei dati»): gli iscritti agli albi
professionali potranno effettuare la notificazione anche tramite il
proprio Ordine professionale. L’articolo 12 (lettera e) afferma che il
consenso non è richiesto quando il trattamento «è effettuato
nell’esercizio della professione di giornalista e per l’esclusivo
perseguimento delle relative finalità, nel rispetto del Codice di
deontologia di cui all’articolo 25». L’articolo 13 (punto 5) afferma
che «restano ferme le norme sul segreto professionale degli esercenti
la professione di giornalista, limitatamente alla fonte della notizia».
L’articolo 20 (lettera d) ribadisce che la comunicazione e la
diffusione dei dati personali da parte di privati e di enti pubblici
economici sono ammessi «nell’esercizio della professione di giornalista
e per l’esclusivo perseguimento delle relative finalità, nei limiti del
diritto di cronaca posti a tutela della riservatezza ed in particolare
dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse
pubblico e nel rispetto del Codice di deontologia di cui all’articolo
25». L’articolo 25 disciplina «il trattamento di dati particolari
nell’esercizio della professione di giornalista». Dice ancora
l’articolo 25: «Il Garante promuove l’adozione, da parte del Consiglio
nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, di un apposito Codice di
deontologia relativo al trattamento dei dati, effettuato nell’esercizio
della professione di giornalista, che preveda misure e accorgimenti (a
garanzia degli interessati) rapportati alla natura dei dati. Nella fase
di formazione del Codice, ovvero successivamente, il Garante prescrive
eventuali misure e accorgimenti a garanzia degli interessati, che il
Consiglio è tenuto a recepire...In caso di violazione delle
prescrizioni contenute nel Codice di deontologia il Garante può vietare
il trattamento...».

Si discute molto sulle «misure e gli accorgimenti a garanzia degli
interessati» che il «Garante dei dati» prescriverà nella fase di
stesura del «Codice deontologico». I confini che il Garante imporrà
riguardano: a) «i dati idonei a rilevare lo stato di salute e la vita
sessuale di una persona» (non ci può essere trattamento dei dati senza
il consenso dell’interessato e l’autorizzazione del Garante); b) «i
dati personali idonei a rivelare l'origine razziale ed etnica, le
convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni
politiche, l'adesione a partiti, sindacati, associazioni o
organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o
sindacale». Il Garante certamente punterà a individuare, in rapporto a
tali dati «sensibili», «i limiti del diritto di cronaca posti a tutela
della riservatezza ed in particolare dell’essenzialità
dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico». Alcuni di
questi dati sono meritevoli di attenzione, perché potrebbero mettere in
gioco alcuni diritti costituzionali (uguaglianza, dignità della
persona, diritto dei cittadini a essere informati correttamente).
L’autorizzazione del Garante, per quanto concerne i dati «sensibili»,
sarà la barriera frapposta al diritto di cronaca.

Il «Codice deontologico», quindi, potrebbe contribuire a ricondurre
la cronaca degli avvenimenti al rispetto della persona, "tagliando"
quegli aspetti scabrosi e spettacolari, che contribuiscono a mettere
sempre più spesso il giornalismo sul banco degli accusati. Di certo il
giornalismo non ha bisogno di una legge-bavaglio e di procedure
macchinose e ricche di visti, tempi lunghi e carta bollata. Sono da
inventare procedure snelle tenendo conto che le notizie viaggiano con
la velocità della luce. Punto cruciale potrebbe diventare la
individuazione del giudice delle violazioni, visto che la legge sulla
professione giornalistica è sottoposta a referendum abrogativo. La
legge n. 675/1996 ha (per ora) nei Consigli regionali dell’Ordine dei
Giornalisti e nel Consiglio nazionale dell’Ordine il giudice, chiamato
a far rispettare il Codice deontologico dedicato alla privacy
informatica. Prima di correre ai ripari, bisognerà attendere l’esito
del referendum (15 giugno?) e l’eventuale legge di riforma della
professione giornalistica che è al vaglio del Parlamento.

Qualora il referendum dovesse essere approvato dal corpo elettorale,
scomparirebbe la figura giuridica del giornalista professionista.
Chiunque potrà dirsi giornalista. La legge n. 675/1996, invece,
riconosce le deroghe rispetto ai vincoli della legge stessa
esclusivamente ai giornalisti professionisti iscritti regolarmente
nell’Albo introdotto con la legge n. 69/1963 che ora si vuole abrogare.
Non basta cioè dire di svolgere attività giornalistica per poter
usufruire delle deroghe poste dalla legge n. 675/1996 a tutela della
privacy informatica. L’iscrizione all’Albo è fondamentale come scrivono
Riccardo e Rosario Imperiali in «La tutela dei dati personali, vademecum sulla privacy informatica»
(Il Sole 24 Ore, Norme e Tributi, Milano 1997, pagg. 378, lire 55.000).
Le altre condizioni per poter usufruire delle deroghe sono le seguenti:
a) il trattamento deve essere effettuato per l’esclusivo perseguimento
delle finalità giornalistiche; b) devono essere rispettati gli ambiti
propri del diritto di cronaca; c) l’informazione deve essere essenziale
in quanto riferita a fatti di interesse pubblico.


6. Gli orientamenti dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

6. 1. Le decisioni disciplinari sono atti pubblici e possono essere rese note - Il
Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, nella riunione
del 15 luglio, ha rigettato per manifesta infondatezza in linea di
diritto e in linea di fatto la intimazione dell’avvocato Corso Bovio a
non pubblicare sul mensile «Tabloid» (organo dell’Ordine) un
provvedimento disciplinare nei riguardi di Andrea Monti (direttore
di«Panorama») in quanto le decisioni del Consiglio dell’Ordine, una
volta depositate in segreteria e affisse, sono pubbliche e possono
essere divulgate al fine di sottoporle al controllo della pubblica
opinione e di orientare anche il comportamento degli iscritti all’Albo
dei giornalisti. I provvedimenti, per la loro natura amministrativa,
sono anche esecutivi. Il Consiglio ha riaffermato che «è diritto
insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica»
(articolo 2, primo comma, della legge 3.2.1963 n. 69) e che l’esercizio
del diritto di cronaca attiene a un dovere-potere proprio del
giornalista.

L’intimazione dell’avvocato Bovio era accompagnata dalla diffida
«dal procedere (alla pubblicazione del provvedimento) quantomeno fino
al passaggio in giudicato o alla definitività dello stesso
provvedimento, ritenendo fin da ora personalmente responsabili in ogni
sede tutti coloro i quali, in qualunque forma, dovessero concorrere
nella intempestiva e illegittima ulteriore divulgazione della delibera
19 giugno 1996 e quindi rendersi corresponsabili dei fatti (anche
omettendo atti doverosi)».

In conclusione il Consiglio ha deliberato con un richiamo anche alla
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (legge
italiana n. 848/1955) e al Patto internazionale di New York sui diritti
sociali e politici (legge italiana n. 881/1977):


a) di rigettare per manifesta infondatezza in linea di
diritto e in linea di fatto la intimazione dell’avvocato Corso Bovio in
quanto le decisioni del Consiglio dell’Ordine, una volta depositate in
segreteria e affisse, sono pubbliche e possono essere divulgate al fine
di sottoporle al controllo della pubblica opinione e di orientare anche
il comportamento degli iscritti all’Albo dei giornalisti;


b) di riaffermare che «è diritto
insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica»
(articolo 2, primo comma, della legge 3.2.1963 n. 69) e che l’esercizio
del diritto di cronaca attiene a un dovere-potere proprio del
giornalista;


c) di avvalersi del «diritto di diffondere informazioni
attraverso la stampa» («osservando le norme di legge dettate a tutela
della personalità altrui») anche nell’ambito della «formazione sociale»
dove «si svolge la personalità» degli iscritti all’Albo dei Giornalisti
(articoli 10, secondo comma, della legge 4 agosto 1955 n. 848; 19,
secondo comma, della legge 25 ottobre 1977 n. 881; 2 della Costituzione
della Repubblica italiana e 2, primo comma, della legge n. 69/1963),
sottolineando che sul n. 7/1996 di «Ordine Tabloid» verrà pubblicata
un’ampia sintesi della decisione Monti-Bruni-Paciotti rispettosa del
diritto costituzionale di difesa;


d) di continuare «a vigilare, nei confronti di
tutti e nell'interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza di
quella dignità professionale che si traduce, anzitutto e soprattutto,
nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel
non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla» (sentenza 21-23
marzo 1968, n. 11, della Corte Costituzionale).

Questo «scontro» ora è finito, su iniziativa dell’avvocato Bovio, davanti al Tribunale civile di Milano.


6. 2. No alla superinformazione - I magistrati come i
giornalisti sono responsabili dell'informazione che esce dai Palazzi di
Giustizia. Anche per i giudici il giornalismo deve essere inteso
modernamente come servizio pubblico reso ai cittadini. I giudici, per
la loro parte, devono concorrere con i giornalisti ad assicurare ai
cittadini una informazione corretta, completa, improntata alla verità,
soprattutto sui temi di utilità sociale e di rilievo pubblico. Non è
possibile che si vada avanti in questo equivoco: alcuni giudici
condannano i giornalisti quando diffondono «notizie incomplete, quindi
false, quindi diffamatorie»; altri magistrati negano le notizie e così
agendo mettono i giornalisti in una stretta tra il dovere di riferire e
l’obbligo di essere corretti. Anche i giornalisti devono essere
corretti e apparire corretti così come i magistrati e i giudici devono
essere e devono apparire indipendenti. É questa l’etica di due
professioni. La libertà dell'informazione é libertà di accesso alle
fonti, é libertà di raccontare i fatti senza bisogno di far ricorso
alla fantasia e ai ..condizionali. Fra fatti accaduti e fatti narrati
deve esserci un nesso credibile. La sfera della responsabilità, quindi,
é doppia: appartiene al giornalista che scrive nel rispetto dell'etica
professionale. L'etica impone il rispetto della persona e della verità
sostanziale dei fatti in un quadro di lealtà e buona fede al fine di
rafforzare la fiducia dei lettori verso la stampa. Ma la sfera della
responsabilità riguarda anche i giudici, i quali sono chiamati a
rispettare il diritto dei cittadini a ricevere «informazioni e notizie
tramite la stampa». Questo diritto è una norma inserita
nell'ordinamento ma è anche una norma di rango costituzionale «letta»
dalla Consulta sul rovescio dell'articolo 21 della Costituzione.

Si confrontano due scuole: quella americana che vuole la stampa
guardiana dei poteri e quindi anche del potere giudiziario (il primo
emendamento dice:«Il Congresso non potrà fare alcuna legge per limitare la libertà di parola e di stampa») e quella rivoluzionaria francese del numero XI della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: «....Ogni
cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a
rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi previsti della legge». Il modello francese avrà fortuna in Europa e anche in Italia: diventa l’articolo 28 dello Statuto del Regno (La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi»). Anche
la Repubblica è su questa via, la via del controllo della stampa e dei
giornalisti: ricordate il "Progetto Gargani" dell’autunno 1992 delle
manette ai giornalisti? Le manette per i giornalisti violatori del
segreto d’ufficio?. Anche Flick è su questa strada. I giornalisti
restano un pericolo, anche se non hanno le chiavi dei computer dei
magistrati, dei cancellieri, della polizia giudiziaria.

Sia chiaro: i giornalisti non vogliono e non devono fare
superinformazione e non devono e non vogliono dare notizie di "padre
ignoto". Contro questi rischi si alza ammonitrice la voce di Walter
Tobagi, del Tobagi dell’ultimo dibattito al Circolo della Stampa di
Milano. Era il 27 maggio 1980. Un discorso ancora oggi attualissimo.
Non dobbiamo confondere controinformazione e superinformazione,
consapevoli anche che l'apparente controinformazione potrebbe essere «un servizio prestato a una superinformazione di cui sfuggono completamente fini e modalità».
Se cade in questo errore, diceva Tobagi, «il giornalista deve chiedersi
se fa un servizio giornalistico o se fa un altro servizio, che nel caso
specifico è assai meno nobile». Il lettore non può essere destinatario
di notizie di «padre ignoto». Al lettore si deve anche dire la fonte
che ha diffuso l’informazione «perché se non si fa questo i giornali
rischiano di diventare degli strumenti che servono per combattere
battaglie per conto terzi».

Tobagi suggeriva una via d’uscita alla crisi dei rapporti
giudici-giornalisti: dibattimenti rapidi in modo tale che i giudici non
siano costretti a nascondere le notizie e i giornalisti non siano
costretti a scrivere articoli sulla base di pochi dati. Era il maggio
1980. Nove anni dopo è entrato in vigore il nuovo rito processuale
penale. Le cose non sono migliorate. I processi sono sempre lenti. Dai
Palazzi di Giustizia continuano a uscire molte notizie di «padre
ignoto».

Resta un nodo da sciogliere: come assicurare ai cittadini una
informazione completa, pulita, la più veritiera possibile. Questo tipo
di informazione, secondo la Consulta, è un dovere costituzionale, cioè
è un diritto dei cittadini.

I Pm non possono trincerarsi dietro i divieti quando i divieti a
pubblicare non esistono più. È loro dovere, credo, dare ai cronisti
notizie complete o mettere i cronisti in condizione di rintracciare le
parti processuali perché vicende di interesse pubblico siano
ricostruite imparzialmente. La sfida è la correttezza delle cronache:
un dovere da assolvere sia dai giudici, sia dai giornalisti.

Facciamo in modo che in Italia la stampa diventi guardiana vera dei
poteri per essere noi più liberi e meno condizionati dai poteri forti.
Questa prospettiva ha anche bisogno di giornalisti e non di impiegati
di redazione. Se dovesse vincere il referendum di Pannella la
situazione dell’informazione diventerebbe drammatica. Gli
amministratori dei giornali diventerebbero i reali padroni del giornale
e il punto di riferimento giornalistico dei redattori non più
professionisti, vincolati all’etica per legge e autonomi per legge in
quanto oggi la professione è tutelata giuridicamente e anche dalle
sentenze nitide della Corte costituzionale. Un brutto futuro attende
l’Italia se dovesse passare la richiesta referendaria demagogica e
irresponsabile dei cosiddetti "riformatori". Cancellare la professione
giornalistica dall'ordinamento vuol dire solo avviarsi verso una
concezione del giornale non più opera collettiva dell'ingegno ma
prodotto senza regole dove ad esempio sarebbe informazione anche il
messaggio pubblicitario. Il messaggio pubblicitario, per capirci, non è
solo quello relativo alla auto Fiat o ai pelati.


6. 3 - Il problema del diritto di esclusiva a «Repubblica» - Con
un lettera indirizzata al direttore responsabile Ezio Mauro e al
Comitato di Redazione, ho preso posizione sulla questione del diritto
di esclusiva. Questo il testo della lettera: « Cari colleghi, il
«diritto di esclusiva» pone delicati problemi, che vanno visti da
angolazioni diverse da quelle finora inquadrate. Va affermato
innanzitutto:


a) il principio che il redattore di una testata ha il
diritto di rilasciare interviste e di esprimere opinioni nel rispetto
dell’articolo 21 della Costituzione;


b) il diritto di ogni lavoratore di partecipare «all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3. Cost.);

L’iniziativa privata, peraltro, non può svolgersi «in modo da recare danno alla libertà e alla dignità umana» (art. 41 Cost.).

Gli articoli 3, 21 e 41 della Costituzione delimitano un’area nella
quale trova spazio il diritto dei redattori di qualsiasi testata di
rilasciare interviste e di esprimere liberamente opinioni senza violare
la norma contrattuale sulla esclusiva professionale. É evidente che il
redattore di una testata non può assumere altri «incarichi» senza
esserne autorizzato dal direttore «d’accordo con l’editore» (art. 8
Cnlg). Gli «altri incarichi» sono un impegno sistematico (un patto
scritto o un accordo tacito) e possono essere antigiuridici soprattutto
se sono accompagnati dal «fumus» di apparire «in contrasto con gli
interessi morali e materiali dell’azienda alla quale si appartiene»,
mentre le opinioni espresse occasionalmente (anche come esperti di un dato argomento trattato abitualmente sul proprio giornale)
a mass media diversi sono legittime e non classificabili come
anticontrattuali. Un giornalista di una testata non può lavorare per
un’altra concorrente oppure uno specialista in una data materia non può
mettere la sua specificità professionale a disposizione di un diverso
editore. Fuori da questi casi circoscritti e precisi, il diritto di
manifestazione del pensiero (si pensi alla politica o alla cultura) non
potrà essere limitato da un direttore e da un editore rispettosi «della
libertà e della dignità» dei loro redattori. A nessuno può essere
chiesto di scindere la propria identità politica, culturale, sociale e
umana; a nessuno può essere chiesto di mantenere il «segreto« sulla
propria «caratterizzazione professionale». Se accadesse il contrario,
si potrebbe dire che il giornalista diventerebbe «schiavo» della
propria azienda fino al punto di annullarsi in essa. «Repubblica»
dimentica che i suoi redattori esercitano una professione intellettuale
tutelata (per ora) dalla legge.

Ho l’impressione che con quest’episodio siano iniziate le prove
tecniche di quello che sarà lo scenario nel quale si muoveranno i
giornalisti una volta abrogata per referendum la legge sulla
professione. Senza legge professionale, direttori e redattori saranno
degli impiegati di redazione vincolati soltanto da due articoli (2104 e 2105) del Codice civile che riguardano gli obblighi di diligenza e fedeltà. Dice l’articolo 2104 Cc: «(Il
prestatore di lavoro) deve inoltre osservare le disposizioni per
l’esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite dall’imprenditore
e dai collaboratori di questo dai quali gerarchicamente dipende». Complimenti, collega Pannella!».


6.4. Il rispetto (per i fotogiornalisti) della legge sul diritto d’autore - Ho
richiamato direttori responsabili e amministratori di quotidiani e
periodici, di emittenti tv e di agenzie di stampa al rispetto
sostanziale della legge sul diritto d’autore nei confronti dei
fotogiornalisti. Questi hanno diritto a firmare le loro opere e a non
vedersi derubati delle «immagini» con le quali raccontano gli
avvenimenti di cronaca.

É incontestabile che il mondo della comunicazione e, naturalmente,
quello del "giornalismo" in senso lato, debbano alla immagine in genere
e dalla fotografia in particolare gran parte della efficacia e della
obbiettività del racconto.

Quando si consideri che l’essenza del giornalismo come professione è
proprio il comunicare in modo obbiettivo un fatto, ci si rende conto a
pieno del perché si possa sostenere che l’opera fotografica realizzi
una vera e propria attività giornalistica e come tale possa - come
soggetto di diritti - pretendere tutela da tutti i punti di vista. Così
come peraltro possa essere a sua volta - quale titolare di doveri -
essere oggetto di pretese in termini di etica professionale e di
rispetto del norme che regolano i rapporti in una società civile e
disciplinano la comunicazione.


Il diritto d’autore - La legge 22 aprile 1941 n. 633
protegge il diritto d’autore e gli altri diritti connessi con il suo
esercizio. É da ricordare che l’articolo 1 di questa legge parla di
opere dell’ingegno di carattere creativo e stabilisce -in sintesi
estrema- che :


2.1. il titolo originario dell’acquisto del diritto
d’autore è costituito dalla creazione dell’opera, quale particolare
espressione del lavoro intellettuale (art. 6);


2.2. l’autore ha il diritto esclusivo di pubblicare
l’opera nonché, quello sempre esclusivo, di utilizzare economicamente
l’opera in ogni forma e modo, in particolare con l’esercizio dei
diritti esclusivi di riprodurre, di trascrivere, di diffondere, di
distribuire, di elaborare, di noleggiare e di dare in prestito (art. da
12 a 18 bis);


2.3. il punto 5 dell’art. 18 bis stabilisce che
"l’autore, anche in caso di cessione del diritto di noleggio ad un
produttore di fonogrammi o di opere cinematografiche o audiovisive o
sequenze di immagini in movimento, conserva il diritto di ottenere
un’equa remunerazione per il noleggio da questi a sua volta concluso
con terzi.";


2.4. sempre lo stesso punto 5 dell’art. 18 bis sancisce la nullità di ogni patto contrario al dettato del punto 5 stesso;


2.5. indipendentemente dai diritti esclusivi di
utilizzazione economica dell’opera ed anche dopo la loro cessione,
l’autore conserva il diritto di rivendicare la paternità dell’opera e
di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione, od altra
modificazione, e ad ogni atto a danno dell’opera stessa che possano
essere di pregiudizio al suo onore od alla sua reputazione (art. 20);


Diritto d’autore e fotografia - L’articolo 2 al punto 7 recita testualmente: "(in particolare sono comprese nella protezione)
le opere fotografiche e quelle espresse con procedimento analogo alla
fotografia sempre che non si tratti di semplice fotografia protetta ai
sensi delle norme del capo V del titolo II". Il che certamente
significa che la fotografia è considerata "opera dell’ingegno di
carattere creativo".


Fotografia e giornalismo - La legge istitutiva dell’Ordine (n. 69/1963) riconosce (all’articolo 34) tre figure di giornalisti:


a) della carta stampata (quotidiani e periodici);


b) della radio;

c) della televisione.

Il Regolamento di esecuzione della legge professionale (Dpr 115/1965
così come modificato dai Dpr 212/1972 e 649/1976) ha introdotto le
figure giornalistiche dei tele-cine-foto-operatori (inseriti anche nell’articolo 27 della legge sull’editoria n.67/1987) e dei grafici (previsti
anche dall’articolo 42 del Contratto nazionale di lavoro
giornalistico). Il contratto nazionale di lavoro giornalistico si
applica ai giornalisti fotocinereporter e telecineoperatori: l’articolo
34 del Dpr 115/1965 dice che i telecinefotoperatori "svolgono la loro attività per organi di informazione attraverso immagini che completano o sostituiscono l’informazione scritta"».

Dal che certamente una conseguenza: il fotogiornalista oltre che dal
diritto d’autore è protetto (e, naturalmente, obbligato), quando svolge
attività giornalistica, dalle leggi che regolano questa professione.


I diritti «tagliati» dei fotogiornalisti - Il problema
può essere così sintetizzato: nonostante quanto stabilito dalle leggi
vigenti ed in particolare sulla legge del diritto d’autore, sembra che,
salvo casi particolari, nella stragrande maggioranza delle situazioni i
diritti dei fotogiornalisti ("autori") vengono violati attraverso una
serie di comportamenti che si sostanziano soprattutto in queste
fattispecie:


- mancata indicazione del nome dell’autore della fotografia (violazione dell’art. 40 comma 1 della legge 633/1941);

- pubblicazione ripetuta, anche a distanza di tempo, sullo stesso supporto, senza il consenso dell’Autore;

- pubblicazione effettuata su supporti diversi da quello primigenio, senza il consenso dell’Autore;

- conservazione in archivi di proprietà di un editore di negativi
e loro pubblicazione con la dicitura "foto d’archivio" oppure "archivio
X", ancora una volta senza l’indicazione del nome dell’autore,

- cessione da parte del primitivo acquirente delle foto a terzi,
senza l’accordo dell’autore (violazione del comma 5 dell’articolo
18-bis della legge 633/1941);

- modificazioni ed elaborazioni della fotografia effettuate senza
l’accordo dell’autore (violazione dell’art. 18 comma 2 della legge
633/1941).


Proposta - La situazione essendo divenuta oggettivamente intollerabile, è probabile che per ovviarvi occorra procedere su tre fronti:


2.1. La difesa nei luoghi e nei modi opportuni dei
diritti che il Codice civile vigente, e le leggi speciali nonché il
contratto nazionale di lavoro giornalistico consentono;


2.2. l’organizzazione della produzione e della vendita
dell’opera fotografica attraverso la creazione di un sistema di
distribuzione che consenta di individuare precisi punti di riferimento
ai quali far capo sia da parte degli autori delle fotografia che da
parte degli editori acquirenti.


2.2.1. La contemporanea organizzazione di precisi punti
di raccolta dei negativi originali (archivi fotografici) che
garantiscano all’autore il controllo di ogni uscita e dunque di ogni
utilizzo della propria opera;


2.3. sul piano del "de jure condendo",
l’elaborazione di un progetto organico di normazione per la tutela del
diritto d’autore dell’opera fotografica tale da eliminare ogni e
qualsiasi incertezza sulla vita della fotografia, sui diritti e doveri
dell’autore, sui diritti e doveri degli utilizzatori nonché sui diritti
e doveri degli intermediari dello scambio dell’opera dell’ingegno
chiamata "fotografia".


L’azione nei tribunali in difesa dei diritti violati - Giorgio
Jarach - il massimo esperto di diritto d’autore dei tempi moderni - ha
messo in guardia "gli autori" dal pericolo - reale - costituito dal
tentativo - da parte degli editori e in particolare di coloro che sono
dietro le "autostrade informatiche", la "navigazione via computer" e la
"interattività" - di appropriarsi dell’opera dell’ingegno. Questo sta
avvenendo attraverso una intensa azione volta ad ottenere da un lato la
modifica delle leggi vigenti - alla ricerca della legalità delle
operazioni - e, dall’altro, attraverso anche una continua, capillare,
ossessiva violazione delle norme attuali.

GADEF è, intanto, tutela della legalità. Che vuol dire, difesa del diritto d’autore a favore dei fotogiornalisti, attraverso:


a. la tutela giuridica. Significa, il ricorso sempre
quando possibile, alla tutela giurisdizionale nelle ipotesi di
violazione del diritto d’autore. Di questa attività,fanno fede le
decine di processi intentati e vinti;


b. la tutela contrattuale. Vuol dire acquisire capacità e
forza necessarie a contrattare con gli editori il corretto utilizzo del
materiale fotografico; rapporti corretti con gli autori delle foto e
dei testi alla luce di una professionalità che è garanzia per entrambi,
autore ed utilizzatore; etica nel complesso dei rapporti non solo
diretti tra autore ed editore, ma anche in quelli che vendono il
successivo utilizzo della fotografia e che, quindi, relegano l’autore
ad una presenza fisicamente secondaria;


c. il movimento di opinione: è una attività di assoluta
rilevanza. Si tratta di far comprendere al legislatore che il lavoro
del fotogiornalista è il risultato di una professionalità di alto
livello, di natura giornalistica e che, dunque, è attraverso l’Ordine
dei Giornalisti che passa con legittime speranze di concreta attuazione
ogni proposta di legge volta al migliore riconoscimento ed alla
migliore tutela del diritto d’autore.


Conclusioni e richieste - L’Ordine dei Giornalisti,
supportato dal Gadef e dalle altre associazioni di fotogiornalisti
operanti nel sindacato, può avviare un’azione vincente per il
riconoscimento pieno e per la tutela assoluta della professionalità del
fotogiornalista. É evidente che il rispetto della legge n. 633/1941
(sul diritto d’autore) ha anche una valenza etico-disciplinare. I
Consigli degli Ordini regionali possono intervenire disciplinarmente
tutte le volte che un giornalista si renda colpevole del «furto» o
dell’«appropriazione indebita» dell’opera dell’ingegno di un collega
fotogiornalista. É la via, questa, che può essere percorsa anche in
Lombardia, qualora fatti precisi dovessero emergere. Si invitano i
direttori di quotidiani, periodici ed emittenti televisive a rispettare
i diritti dei fotogiornalisti. Lo stesso invito è rivolto alle
direzioni amministrative di quotidiani e periodici nonché delle
emittenti tv. In conclusione l’Ordine è chiamato a far rispettare
tra i colleghi della carta scritta e quelli che scrivono con le
immagini i principi etici della lealtà e della buona fede.
All’osservanza di questi valori sono tenuti per legge anche gli editori.


 6.5. Fondo per i giornalisti condannati civilisticamente e rimasti senza editore - Diffamazione
e diritto di cronaca: cambia - e non di poco - il contenuto del dovere
del cronista di verificare la attendibilità della notizia. Esemplari,
anche per dimostrare l’ampiezza della materia, due sentenze della
Suprema Corte: la prima - sez. V penale, 17 gennaio-4 aprile 1996 n.
3332 - torna sul tema della diffamazione a mezzo stampa occupandosi in
particolare dell’obbligo del giornalista di verificare sempre e
comunque la veridicità oggettiva della notizia; l’altra - sez. V
penale, 30 gennaio-15 aprile 1996 n. 3604 - tratta della corrispondenza
tra fatto e narrazione.


La prima massima. "In tema di diffamazione a mezzo
stampa, la pubblicazione di dichiarazioni lesive della altrui
reputazione costituisce il mezzo tipico di diffusione della
diffamazione, alla quale partecipa lo stesso giornalista che ne
risponde a titolo di concorso nel reato, essendo il suo apporto
determinante mentre, agli effetti dell’elemento intenzionale, i motivi
della pubblicazione ovvero l’eventuale suo dissenso dalle opinioni che
riferisce non rilevano, non essendo richiesta la specifica intenzione
di offendere. É incontestato che, ai fini della sussistenza
dell’elemento psicologico del reato di diffamazione è sufficiente il
dolo generico e cioè la volontà dell’agente di usare espressioni
offensive con la consapevolezza di ledere l’altrui reputazione.
Tuttavia, quando le espressioni usate contengono una obbiettiva
potenzialità offensiva, quando tali espressioni superano i limiti della
normale censura e assurgono a una chiara aggressione della personalità
e della professionalità altrui, la volontà offensiva appare
inequivocabile, mentre le ragioni che hanno portato l’agente a
pronunciarle e il giornalista a pubblicarle non acquistano alcuna
rilevanza discriminatoria. Infatti il diritto di cronaca
giornalistica, quale aspetto essenziale del più ampio diritto di
libertà di manifestazione del pensiero e costituzionalmente garantito,
si qualifica come tale proprio per la presenza dei suoi stessi limiti
relativi al contenuto e all’ambito di esercizio e cioè dalla necessità
del fatto narrato, dalla pertinenza e dalla correttezza con i quali i
fatti vengono narrati (così detta continenza). Ne deriva che il
giornalista può invocare a sua discolpa la discriminante del diritto di
cronaca solamente se la notizia sia vera e pertinente e sopra tutto
corretta. Nel caso di specie, invece, il giornalista ha omesso ogni
controllo, non ha usata la maggiore diligenza e cautela possibili, né è
sufficiente fare affidamento su una fonte ritenuta attendibile non solo
perché non esistono fonti informative privilegiate (sezioni unite,
massima 166252/84) ma perché è sempre necessario, perché possa essere
riconosciuta la scriminante putativa dell’esercizio del diritto di
cronaca, sussistendo sempre l’obbligo di verificare l’attendibilità
della notizia pubblicata".


La seconda massima. "Se l’articolista rappresenta
fedelmente (nel pensiero e nelle parole) gli avvenimenti tali quali si
sono verificati (nel caso di specie apprezzamenti pesanti rivolti da un
uomo politico ad un collega) nessun addebito può essergli mosso in
relazione alla pubblicazione della notizia sulla "smodata" reazione
avuta dallo stesso uomo politico di fronte alla pronunzia di condanna
emessa nei suoi confronti dai giudici romani. Invero, in questo caso,
l’innegabile interesse che la notizia (l’accusa mossa dal politico al
giudice) per molteplici e intuitivi motivi rivestiva e non poteva non
rivestire per l’opinione pubblica, era destinata a prevalere sul
requisito della verità. Il parziale racconto del giornalista aveva
invece stravolto il significato delle esternazioni avute dall’uomo
politico nei riguardi del collega, e, con esso, inevitabilmente (sul
che non può non convenirsi) anche quello della decisione del Tribunale
romano. Di qui il confermato giudizio di colpevolezza nei confronti
del giornalista per avere questo violato il limite della corrispondenza
tra fatti accaduti e fatti narrati, condizione indispensabile perché il
diritto di informazione possa essere esercitato anche quando ne derivi
una lesione all’altrui reputazione".

Un commento e una proposta - La «stretta» della Cassazione è evidente: controllare le fonti con scrupolo e fare informazione rispettando «il limite della corrispondenza tra fatti accaduti e fatti narrati»
sembrano principi di buon senso e anche rispondenti a regole di onestà
da non mettere in discussione. Ma sappiamo che non sempre è così. Chi
sbaglia rischia, non solo sul piano civilistico e penale, ma anche sul
piano disciplinare.

C’è dell’altro: negli ultimi anni molti giornali sono nati e molti
sono (purtroppo) morti. Rimangono in piedi seri pericoli per i
direttori responsabili e i cronisti accusati di diffamazione con
richiesta di risarcimento di danni per svariate decine di milioni.
Quando l’editore non c’è più, chi paga? Il giornalista, naturalmente.
Ma i giornalisti di queste testate spesso sono senza lavoro o non
possono affrontare ingenti condanne risarcitorie. Si pone, con urgenza,
l’esigenza di creare un «Fondo» a favore dei giornalisti condannati
civilisticamente al risarcimento dei danni e rimasti senza editore. Il
«Fondo» è una idea da studiare, da approfondire. Questo discorso
dovrebbe essere portato sul terreno concreto dal Consiglio nazionale
dall’Ordine, dalla Fnsi e dalla Federazione editori. Credo anche che il
problema sia urgente.

7. Conclusioni - Care colleghe e cari colleghi, il Consiglio
dell’Ordine della Lombardia in 15 mesi di battaglia antireferendaria ha
difeso l’autonomia della nostra professione, ha difeso il diritto della
professione giornalistica ad esistere. Abbiamo spinto vasti settori del
Parlamento a farsi firmatari di proposte di legge di riforma della
professione. La battaglia continua. Continua a Strasburgo davanti alla
Corte europea dei diritti dell’uomo. Avrà sviluppi a Roma, dove
contiamo di individuare un giudice che ci voglia e sappia indicare la
destinazione delle firme raccolte da Marco Pannella nel periodo
luglio-settembre 1995 a sostegno del quesito referendario. Diceva
Eraclito che «il conflitto è padre di tutte le cose». Il conflitto ci
ha consentito di guadagnare una coscienza più sviluppata e avanzata dei
nostri diritti e della nostra azione in difesa della professione.
Abbiamo detto molti «no». Soprattutto contro la rassegnazione che
sembra avere fatto molti proseliti tra i giornalisti.

Oggi come ieri continuo a credere nelle virtù civili dei
giornalisti. Virtù civili che ciascuno di noi deve alimentare con una
condotta personale improntata all’imparzialità, all’equidistanza dai
fatti, recuperando la cultura della responsabilità e mai abdicando alla
libertà di informazione e di critica, libertà che è il cuore della
professione giornalistica. L’Ordine è, infatti, l’etica. Attendiamo
l’esito del referendum con tranquillità e serenità. Gli italiani
sapranno decidere. E chi ha fiducia nella politica sa che una
professione non potrà non trovare, comunque, una regolamentazione
legislativa. Il Parlamento, almeno dopo il 15 giugno, farà sicuramente
la sua parte. Non ci deve mancare la fiducia nel futuro.

Franco Abruzzo