Il (controverso) diritto all’informazione in tempo di guerra

Dibattito all’Università degli studi di Milano

 

Milano, 15 marzo. A causa della perdita della neutralità, di una funzione super partes,
gli inviati di guerra diventano sempre più il bersaglio delle guerre. E
a pagare per la spettacolarizzazione del giornalismo, soprattutto da
parte degli americani, può essere stato anche il free-lance Raffaele
Ciriello. E' questo, in sintesi, uno degli aspetti della professione di
cui si è parlato oggi in un convegno a Milano organizzato dalla Facoltà
di Giurisprudenza dell’Università statale, dall’Ordine dei Giornalisti
della Lombardia e dal Centro nazionale di prevenzione sociale.

Nell'incontro, sul tema 'Il diritto all'informazione in tempo di guerra',
si sono confrontati diversi giornalisti che hanno preso parte a
conflitti degli ultimi decenni. Diversi inviati hanno concordato che
alcune televisioni americane per aumentare gli ascolti hanno svilito
l'attività investigativa e critica del giornalista e soprattutto gli
hanno fatto prendere una posizione di parte. Diversi inviati americani,
ma anche francesi e inglesi, in vari conflitti - è stato sottolineato -
hanno vestito la divisa militare dell'esercito nazionale. Questi
comportamenti hanno fatto sì che gli eserciti o le popolazioni in lotta
abbiano via via sempre più considerato il giornalista come un nemico da
punire o uccidere.

''Il comportamento della Fox News un cui giornalista ha detto che era in Afghanistan per uccidere Bin Laden - ha spiegato Massimo Alberizzi del Corriere della Sera
- ha spinto la direzione della Cnn a fare pressione sui propri uomini,
mettendoli in forte imbarazzo, per trovare il modo di fare più audience
sposando una linea di comportamento simile. Si è giunti a volte a
giornalismo spazzatura, senza verifica di fatti e fonti''. Mimmo Candito, della Stampa,
ha sottolineato ''la difficoltà di fare inchieste e controlli sui
fronti di guerra'' e che ''l'informazione è l'arma più importante in
mano agli eserciti''. Ricchi di storie vere gli interventi dei
giornalisti Stefano Citati (Reporters sans Frontières), Pietro Veronese (Repubblica) e Alessio Vinci (Cnn).


Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, ha rilevato ''la necessità assoluta della neutralità del giornalista che lo rende credibile e allo stesso tempo libero''.

Nel dibattito sono intervenuti i professori Vittorio Angiolini, Giovanni Bognetti, Marco Cuniberti, Vincenzo Ferrari e Guido Rossi.
Patriottismo e sicurezza congiurano contro il diritto dei cittadini
all’informazione, allorché la politica cede il passo alle armi. "Quando scoppia la guerra - ha ricordato Abruzzo
- la prima vittima è l’informazione. I giornali e i giornalisti hanno
condizionato l’esito della guerra del Vietnam, ma durante la guerra del
Golfo gli Stati maggiori americani hanno condizionato l’informazione.
Lo stesso è accaduto in Afghanistan". (Ansa)