Proposta di Franco Abruzzo sul conflitto di interessi: Istituire un giudice (regionale e nazionale) della par condicio


Proposta di Franco Abruzzo sul conflitto di interessi:
Istituire un giudice (regionale e nazionale)
della par condicio.
Commissione di vigilanza anche
per il sistema radiotelevisivo privato.


1. Premessa. L’Italia presenta anomalie uniche, rispetto agli altri
Paesi liberal-democratici occidentali, nel campo dell’informazione
radiotelevisiva. In nessun Paese, il Parlamento ha poteri diretti su
tre reti televisive (controllate dal punto di vista azionario dal
Ministero dell’Economia e, quindi, dal Governo) e in nessun Paese un
soggetto privato, oggi con un rilevante ruolo pubblico come Presidente
del Consiglio dei Ministri, controlla tre reti televisive. In effetti
oggi all’uomo di Palazzo Chigi fanno capo le sei principali reti
televisive del Paese. Va precisato al riguardo che i cinque membri del
Consiglio di amministrazione della società, la Rai, che gestisce le tre
reti pubbliche, vengono nominati dai due Presidenti del Senato e della
Camera, eletti dalla maggioranza parlamentare che sorregge il
Presidente del Consiglio dei ministri e il suo Governo. Il disegno di
legge sul conflitto di interessi, attualmente all’esame del Parlamento,
non è in grado di correggere questo groviglio di poteri, competenze,
interessi in modo tale da assicurare i valori tutelati dall’articolo 1
(comma II) della legge n. 223/1990 sul sistema radiotelevisivo pubblico
e privato: "Il pluralismo, l'obiettività, la completezza e
l'imparzialità dell'informazione, l'apertura alle diverse opinioni,
tendenze politiche, sociali, culturali e religiose, nel rispetto delle
libertà e dei diritti garantiti dalla Costituzione, rappresentano i
princìpi fondamentali del sistema radiotelevisivo che si realizza con
il concorso di soggetti pubblici e privati ai sensi della presente
legge". Il comma 1 dello stesso articolo 2 afferma, invece, che "la
diffusione di programmi radiofonici o televisivi, realizzata con
qualsiasi mezzo tecnico, ha carattere di preminente interesse generale".

La legge n. 249 del 1997 individua nella tutela del pluralismo uno
dei compiti principali dell'Autorità per le garanzie nelle
comunicazioni (Agcom) nel settore radiotelevisivo. I riferimenti
normativi per l'attività di vigilanza sono la legge 10 dicembre 1993 n.
515 e la legge 22 febbraio 2000 n. 28. Quest'ultima è la legge detta
della "par condicio" e regola i programmi di comunicazione politica
distinguendo due diversi periodi: il primo, quello della normalità
della vita politica; il secondo, quello delle campagne elettorali. Ad
attuare la nuova normativa sono, per la Rai, la Commissione
parlamentare di vigilanza e, per le televisioni e le radio private,
l'Agcom. La Commissione e l'Agcom, previa consultazione fra loro,
emanano due diversi regolamenti per il periodo non elettorale e, per
ogni consultazione elettorale, emanano gli specifici regolamenti.
L'Autorità è poi chiamata a vigilare, attraverso il monitoraggio, sulla
loro corretta applicazione.

La delibera n. 200/00/CSP dell’Agcom, - che detta "disposizioni
di attuazione della disciplina in materia di comunicazione politica e
di parità di accesso ai mezzi di informazione nei periodi non
elettorali" - ha un giudice "debole" delle infrazioni (la stessa Autorità). Oggi spetta proprio all’Agcom "ordinare
alle emittenti radiotelevisive la trasmissione di programmi di
comunicazione politica con prevalente partecipazione dei soggetti
politici che siano stati direttamente danneggiati e, se del caso,
adottare ulteriori provvedimenti d’urgenza che ritiene necessari al
fine di ripristinare l’equilibrio nell’accesso alla comunicazione
politica". Appare utile l’istituzione di un "giudice" dotato di poteri straordinari di riparazione.


2. Karl Popper e il potere della televisione. La televisione, ha scritto il filosofo austriaco Karl Popper, è un potere, <un
potere immenso, che può far pendere la bilancia dalla parte della vita
o dalla parte della morte, dalla parte della legge o dalla parte della
violenza>. La televisione, però, è anche espressione di una
libertà, e di una libertà fondamentale. Non solo perché costituisce
espressione di uno dei diritti inviolabili dell’individuo; ma anche
perché essa è centrale per la democrazia: <La notoria capacità di immediata e capillare penetrazione nell’ambito sociale (della televisione)
attraverso la diffusione nell’interno delle abitazioni e per la forza
suggestiva dell’immagine unita alla parola dispiega una peculiare
capacità di persuasione e di incidenza sulla formazione dell’opinione
pubblica. La televisione adempie a fondamentali compiti di
informazione; concorre alla formazione culturale del Paese; diffonde
programmi che in vario modo incidono sulla pubblica opinione>. Il termine "informazione" in senso <lato
e onnicomprensivo include qualsiasi messaggio televisivo, vuoi
informativo, vuoi culturale, vuoi comunque suscettibile di incidere
sulla pubblica opinione>.

L’utente televisivo ha un interesse primario, quello di accedere alle informazioni, di ricevere <informazioni ed idee di ogni genere>.
Questo interesse è riconosciuto come diritto inviolabile sia dalla
Convenzione europea dei diritti dell'uomo (art. 10, legge 4 agosto 1955
n. 848) sia dal Patto internazionale di New York sui diritti civili e
politici (art. 19.2, legge 25 ottobre 1977 n. 881). Nel nostro
ordinamento, questo "diritto" a ricevere informazioni è, per di
più, notevolmente più ampio e strutturato rispetto alle previsioni
delle Convenzioni internazionali.


3. Diritto di cronaca, diritto dei cittadini all’informazione e Corte costituzionale. I giornalisti professionisti svolgono un ruolo di mediatori intellettuali tra fatti e cittadini. "L'esperienza
dimostra che il giornalismo… vive soprattutto attraverso l'opera
quotidiana del professionisti. Alla loro libertà si connette, in un
unico destino, la libertà della stampa periodica, che a sua volta è
condizione essenziale di quel libero confronto di idee nel quale la
democrazia affonda le sue radici vitali" (sentenza 11/1968 Corte Cost.). La
tutela più forte e incisiva dell’attività giornalistica viene dalla
Corte costituzionale, che ha stabilito via via principi, che il
legislatore avrebbe dovuto tradurre in leggi:


"I giornalisti preposti ai servizi di informazione sono tenuti
alla maggiore obiettività e (devono essere) posti in grado di adempiere
ai loro doveri nel rispetto dei canoni della deontologia professionale" (sentenza 10 luglio 1974 n. 225).


"Esiste un interesse generale alla informazione -
indirettamente protetto dall’articolo 21 della Costituzione - e questo
interesse implica, in un regime di libera democrazia, pluralità di
fonti di informazione, libero accesso alle medesime, assenza di
ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione
delle notizie e delle idee" (sentenza 15 giugno 1972 n. 105).


"I grandi mezzi di diffusione del pensiero (nella più lata
accezione, comprensiva delle notizie) sono a buon diritto suscettibili
di essere considerati nel nostro ordinamento, come in genere nelle
democrazie contemporanee, quali servizi oggettivamente pubblici o
comunque di pubblico interesse" (sentenza 30 maggio 1977 n. 94).

La Corte costituzionale, con la citata sentenza 11/1968, ha allargato la funzione disciplinare dell'Ordine che "....con
i suoi poteri di ente pubblico vigila, nei confronti di tutti e
nell'interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza di quella
dignità professionale che si traduce, anzitutto e soprattutto, nel non
abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel non cedere
a sollecitazioni che possano comprometterla". La sentenza n.
11/1968, la cui portata va opportunamente sottolineata, si inserisce in
un filone giurisprudenziale consolidato da parte della Corte
Costituzionale e che, sia pure con tappe successive, ha condotto la
Corte stessa a riconoscere:


a) la natura "coessenziale" dell'articolo 21 rispetto al
regime di libertà garantito dalla Costituzione, cioè il carattere di
"cardine" che tale norma riveste rispetto alla forma di "Repubblica
democratica" fissata dalla Carta costituzionale (sentenze n. 5/1965; n.
11 e 98/1968; n. 105/1972; n. 94/ 1977).


b) l'esistenza di un vero e proprio "diritto
all'informazione", come risvolto passivo della libertà di espressione
(sentenze n. 105/1972; n. 225/1974; n. 94/1977; n. 112/1993).


c) la rilevanza pubblica o di pubblico interesse della
funzione svolta da chi professionalmente sia chiamato a esercitare
un'attività d'informazione giornalistica (sentenze n. 11 e 98/1968; n.
2/ 1977).

Da questo concerto di norme e di pronunzie giurisprudenziali si trae
la assoluta certezza che le regole deontologiche calate nella legge
istitutiva dell’Ordine sono non soltanto il perno della autonomia della
professione, ma un preciso baluardo agli attacchi che quotidianamente e
da più parti vengono mossi al diritto di ciascun cittadino alla
informazione corretta e alla oggettiva conoscenza dei fatti per quello
che sono, e non per quello che vengono ad arte fatti apparire
utilizzando mezzi di comunicazione dei quali la pubblicità è tra i più
noti ed importanti e, a seconda delle forme che assume, dei più subdoli
e difficilmente riconoscibili.

La Corte costituzionale con una serie di decisioni ha, infatti,
riconosciuto e affermato non soltanto il principio che i
cittadini-utenti hanno diritto di ricevere informazioni, ma che essi
hanno diritto a ricevere un'informazione completa, obiettiva, imparziale ed equilibrata. Valori, questi, trasfusi dal legislatore nell’articolo 1 (II comma) della legge n. 223/1990: "Il
pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità
dell'informazione, l'apertura alle diverse opinioni, tendenze
politiche, sociali, culturali e religiose, nel rispetto delle libertà e
dei diritti garantiti dalla Costituzione, rappresentano i princìpi
fondamentali del sistema radiotelevisivo che si realizza con il
concorso di soggetti pubblici e privati ai sensi della presente legge".

Sulla base di queste affermazioni della Corte, sin dalla fine degli
anni 70, una dottrina ha ritenuto di poter riconoscere esistente nel
nostro ordinamento un vero e proprio diritto soggettivo ad essere
informati. In realtà, fin dal 1972 la Corte Costituzionale ha
riconosciuto esistente un "interesse generale all'informazione, anch'esso indirettamente protetto dall'art. 21 Cost." . Con una successiva sentenza, la Corte nuovamente affermava esistente, e tutelato implicitamente dall'art. 21 Cost., "un interesse generale della collettività all'informazione ".

Successivamente, tuttavia, la Corte sembra avere attribuito un ben
diverso spessore all'interesse dell'utente all'informazione. Nella
sentenza n. 153/1987 si legge infatti: "Potenziale destinataria
(delle trasmissioni su scala nazionale) è la generalità dei
cittadini-utenti nei cui confronti lo Stato deve assicurare il diritto all'informazione, promuovendo appunto lo sviluppo sociale e culturale della collettività". Questa
affermazione, - in qualche misura sorprendente, poiché apre in
prospettiva uno spiraglio verso il riconoscimento di un diritto
soggettivo perfetto all'informazione, a fronte del quale vi sarebbe un
obbligo dello Stato -, trova poi una sua chiave di lettura più precisa
nella successiva sentenza n. 826/1988. In questa occasione la Corte
richiama "la necessità di garantire, per l'emittenza privata, il
massimo di pluralismo onde soddisfare attraverso una pluralità di voci
concorrenti il diritto del cittadino all'informazione".
Quest'ultima affermazione chiarisce, al di là di ogni dubbio, che
neppure la Corte ritiene effettivamente esistente un diritto soggettivo
perfetto del cittadino ed essere informato. Nella prospettazione della
Corte, tale interesse, che viene riguardato più come un interesse
generale di rilevanza costituzionale, trova la sua attuazione e la sua
tutela, non in via diretta, ma attraverso il pluralismo delle fonti
notiziali. In realtà, l'affermazione che "il principio pluralistico è il valore costituzionale più importante in materia di emittenti radiotelevisive"
è un'affermazione ricorrente e reiterata nella giurisprudenza della
Corte. I1 principio della imprescindibilità della pluralità delle voci
notiziali è, infatti, presente anche nella giurisprudenza meno recente,
costituendo una delle ragioni cardine che giustificavano il monopolio
pubblico; e del resto, il reiterato richiamo al rischio degli oligopoli
privati sottintende necessariamente il riconoscimento che il pluralismo
dell'informazione (sentenza 153/1987) è un "valore centrale in un ordinamento democratico".

Nella citata sentenza n. 826/1988 la Corte ha infine dato corpo e
sostanza al valore costituzionale del pluralismo, specificandone
strutture e contenuti in due passaggi:


1. "Compito specifico del servizio pubblico
radiotelevisivo è di dar voce - attraverso un'informazione completa,
obiettiva, imparziale ed equilibrata nelle sue diverse forme di
espressione - a tutte o al maggior numero possibile di opinioni,
tendenze, correnti di pensiero politiche, sociali e culturali presenti
nella società, onde agevolare la partecipazione dei cittadini allo
sviluppo sociale e culturale del Paese, secondo i canoni di pluralismo interno".


2. "Per quanto riguarda l'emittenza televisiva
privata, invece, si tratta di comporre il diritto all'informazione dei
cittadini e le altre esigenze di rilievo costituzionale in materia con
le libertà assicurate alle imprese principalmente dall'articolo 21,
oltre che dall'articolo 41 Cost., in ragione delle quali il pluralismo
interno e l'apertura alle varie voci presenti nella società incontra
sicuramente dei limiti. Di qui la necessità di garantire, per
l'emittenza privata, il massimo di pluralismo esterno, onde soddisfare, attraverso una pluralità di voci concorrenti, il diritto del cittadino all'informazione".

Con tale sentenza il mercato e la concorrenza sono assunti come un
valore. Ma deve trattarsi di una concorrenza pura, controllata, che si
sottragga alle spinte concentrazionistiche, sia con riguardo ai mezzi
(cumuli monomediali o multimediali), sia con riguardo alle risorse
economiche e pubblicitarie. Obiettivi assicurati, com’è noto, almeno
sulla carta, dalla legge 6 agosto 1990 n. 223, in adempimento delle più
volte reiterate prescrizioni della Corte.

In questo quadro, la singola emittente televisiva è, ed è
legittimamente, una impresa di tendenza, con tutto quello che ciò
comporta sul piano della qualità e del contenuto dell'informazione da
essa diffusa. Il valore del pluralismo, per le emittenti private, si
sostanzia proprio e soltanto nella concorrenza, nel libero confronto
tra più voci notiziali eterogenee.

Le linee-cardine fissate dalle sentenze emesse dal 1960 in poi hanno
trovato un’ampia conferma in due fondamentali decisioni successive
della Corte costituzionale: le sentenze 24 marzo 1993 n. 112 e 7
dicembre 1994 n. 420:


.1 (sentenza n. 112/1993): <.....la libertà di
manifestare il proprio pensiero ...ricomprende tanto il diritto di
informare quanto il diritto ad essere informati (v., ad esempio, sentt.
nn. 202 del 1976, 148 del 1981, 826 del 1988). L’art. 21....colloca la
predetta libertà tra i valori primari, assistiti dalla clausola
dell’inviolabilità (art. 2 Cost.), i quali, in ragione del loro
contenuto, in linea generale si traducono direttamente e immediatamente
in diritti soggettivi dell’individuo di carattere assoluto. Tuttavia,
l’attuazione di tali valori fondamentali nei rapporti della vita
comporta una serie di relativizzazioni, alcune delle quali derivano da
precisi vincoli di ordine costituzionale, altre da particolari
fisionomie della realtà nella quale quei valori sono chiamati ad
attuarsi. Sotto il primo profilo, questa Corte ha da tempo affermato
che il "diritto all'informazione" va determinato e qualificato in
riferimento ai principi fondanti della forma di Stato delineata dalla
Costituzione, i quali esigono che la nostra democrazia sia basata su
una libera opinione pubblica e sia in grado di svilupparsi attraverso
la pari concorrenza di tutti alla formazione della volontà generale. Di
qui deriva l'imperativo costituzionale che il "diritto
all'informazione" garantito dall'art. 21 sia qualificato e
caratterizzato:

a) dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie - che comporta, fra l'altro, il vincolo al legislatore di impedire la formazione di posizioni dominanti e di favorire l'accesso nel sistema radiotelevisivo del massimo numero possibile di voci diverse
- in modo tale che il cittadino possa essere messo in condizione di
compiere le sue valutazioni avendo presenti punti di vista differenti e
orientamenti culturali contrastanti;

b) dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti;

c) dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata;

d) dal rispetto della dignità umana, dell'ordine pubblico, del
buon costume e del libero sviluppo psichico e morale dei minori>.


.2 (sentenza n. 420/1994): <... E va pure
riaffermato che il diritto all'informazione garantito dall'art. 21
della Costituzione implica indefettibilmente il pluralismo delle fonti
e comporta "il vincolo al legislatore di impedire la formazione di
posizioni dominanti e di favorire l'accesso nel sistema radiotelevisivo
del massimo numero possibile di voci diverse " (sent. n. 112/1993). Se
per l'emittenza radiotelevisiva privata il pluralismo interno, inteso
come apertura alle varie voci presenti nella società, incontra
inevitabilmente dei limiti in ragione principalmente delle libertà
assicurate alle imprese vuoi dall'art. 41 che dall'art. 21 della
Costituzione, ciò impone, come ineludibile imperativo costituzionale,
la necessità di garantire "il massimo di pluralismo esterno, onde
soddisfare, attraverso una pluralità di voci concorrenti il diritto del
cittadino all'informazione" (sent. n. 826/1988)>.

Con queste due sentenze la Corte ribadisce che il diritto soggettivo
del cittadino-utente ad essere informato trova la sua attuazione e la
sua tutela, non in via diretta, ma attraverso il pluralismo delle fonti
notiziali. E’ significativo che, in un settore contiguo a quello della
stampa, come quello televisivo, il legislatore non abbia ritenuto di
dover affermare la legittimazione ad agire del singolo utente a tutela
del diritto a ricevere un'informazione corretta, obiettiva, completa ed imparziale nonché programmi ispirati dal rispetto della dignità umana, dell'ordine pubblico, del buon costume e del libero sviluppo psichico e morale dei minori.


4. Le leggi del sistema radiotelevisivo pubblico e privato. Secondo l’articolo 1 della legge 103/1975,
la diffusione circolare di programmi radiofonici via etere o, su scala
nazionale, via filo e di programmi televisivi via etere, o, su scala
nazionale, via cavo e con qualsiasi altro mezzo costituisce, ai sensi
dell'articolo 43 della Costituzione, un servizio pubblico essenziale ed
a carattere di preminente interesse generale, in quanto volta ad
ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere allo sviluppo
sociale e culturale del Paese in conformità ai principi sanciti dalla
Costituzione. Il servizio, affermava l’articolo 1, è pertanto riservato
allo Stato. L'indipendenza, l'obiettività e l'apertura alle diverse
tendenze politiche, sociali e culturali, nel rispetto delle libertà
garantite dalla Costituzione, sono principi fondamentali della
disciplina del servizio pubblico radiotelevisivo. Ai fini
dell'attuazione di queste finalità, la determinazione dell'indirizzo
generale e l'esercizio della vigilanza dei servizi radiotelevisivi
competono alla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi
composta di quaranta membri designati pariteticamente dai Presidenti
delle due Camere del Parlamento, tra i rappresentanti di tutti i gruppi
parlamentari.


La Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi

formula, afferma il successivo articolo 4, gli
indirizzi generali per l'attuazione dei principi di cui all'articolo 1,
per la predisposizione dei programmi e per la loro equilibrata
distribuzione nei tempi disponibili; controlla il rispetto degli
indirizzi e adotta tempestivamente le deliberazioni necessarie per la
loro osservanza; stabilisce, tenuto conto delle esigenze
dell'organizzazione e dell'equilibrio dei programmi, le norme per
garantire l'accesso al mezzo radiotelevisivo e decide sui ricorsi
presentati contro le deliberazioni adottate dalla sottocommissione
parlamentare di cui al successivo articolo 6 sulle richieste di
accesso; disciplina direttamente le rubriche di "Tribuna politica" "Tribuna elettorale", "Tribuna sindacale" e "Tribuna stampa"; indica
i criteri generali per la formazione dei piani annuali e pluriennali di
spesa e di investimento facendo riferimento alle prescrizioni dell'atto
di concessione;


approva i piani di massima della programmazione annuale e
pluriennale e vigila sulla loro attuazione; riceve dal consiglio di
amministrazione della società concessionaria le relazioni sui programmi
trasmessi e ne accerta la rispondenza agli indirizzi generali
formulati; formula indirizzi generali relativamente ai messaggi
pubblicitari, allo scopo di assicurare la tutela del consumatore e la
compatibilità delle esigenze delle attività produttive con la finalità
di pubblico interesse e le responsabilità del servizio pubblico
radiotelevisivo; analizza, anche avvalendosi dell'opera di
istituti specializzati, il contenuto dei messaggi radiofonici e
televisivi, accertando i dati di ascolto e di gradimento dei programmi
trasmessi; riferisce con relazione annuale al Parlamento sulle attività e sui programmi della Commissione.

L’accesso ai canali televisivi e radiofonici della Rai è disciplinato dal successivo articolo 6:
"Sono riservati dalla società concessionaria, per apposite
trasmissioni, tempi non inferiori al 5 per cento del totale delle ore
di programmazione televisiva e al 3 per cento del totale delle ore di
programmazione radiofonica, distintamente per la diffusione nazionale e
per quella regionale, ai partiti ed ai gruppi rappresentati in
Parlamento, alle organizzazioni associative delle autonomie locali, ai
sindacati nazionali, alle confessioni religiose, ai movimenti politici,
agli enti e alle associazioni politiche e culturali, alle associazioni
nazionali del movimento cooperativo giuridicamente riconosciute, alle
associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionale e
regionali, ai gruppi etnici e linguistici e ad altri gruppi di
rilevante interesse sociale che ne facciano richiesta. Per le testate
dei giornali quotidiani che non siano organi ufficiali di partito è
istituita una tribuna della stampa.

La sottocommissione permanente per l'accesso, costituita
nell'ambito della Commissione parlamentare, procede almeno
trimestralmente, sulla base delle norme stabilite dalla Commissione
stessa, all'esame delle richieste di accesso, delibera su di esse,
determina il tempo di trasmissione complessivamente riservato
all'accesso ai programmi nazionali e locali, provvede alla ripartizione
del tempo disponibile tra i soggetti ammessi. Le norme emanate dalla
Commissione parlamentare devono ispirarsi:

a) all'esigenza di assicurare la pluralità delle opinioni e degli orientamenti politici e culturali;

b) alla rilevanza dell'interesse sociale, culturale ed informativo delle proposte degli interessi;

c) alle esigenze di varietà della programmazione.


La sottocommissione stabilisce le modalità di programmazione,
sentita la concessionaria. Contro le decisioni della sottocommissione è
ammesso ricorso da parte del richiedente alla Commissione parlamentare
in seduta plenaria. I soggetti interessati devono designare la persona
responsabile, agli effetti civili e penali, del programma da ammettere
alla trasmissione e comunicare alla sottocommissione ed alla
concessionaria il contenuto del programma stesso. I soggetti ammessi
all'accesso devono, nella libera manifestazione del loro pensiero,
osservare i principi dell'ordinamento costituzionale, e tra essi in
particolare quelli relativi alla tutela della dignità della persona
nonché della lealtà e della correttezza del dialogo democratico e
astenersi da qualsiasi forma di pubblicità commerciale. I soggetti che
fruiscono dell'accesso, nell'organizzare il proprio programma in modo
autonomo, possono avvalersi della collaborazione tecnica gratuita della
concessionaria secondo norme ed entro limiti fissati dalla Commissione
parlamentare per soddisfare esigenze minime di base".

Passano 15 anni – e sono gli anni in cui fioriscono le emittenti
tv private e in particolare si affermate i tre canali Fininvest - e la
legge 223/1990 (meglio nota come "legge Mammì"), a differenza
della legge 103/1975, disciplina il "sistema radiotelevisivo pubblico e
privato" secondo questi principi generali:

"1. La diffusione di programmi radiofonici o televisivi,
realizzata con qualsiasi mezzo tecnico, ha carattere di preminente
interesse generale.

2. Il pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità
dell'informazione, l'apertura alle diverse opinioni, tendenze
politiche, sociali, culturali e religiose, nel rispetto delle libertà e
dei diritti garantiti dalla Costituzione, rappresentano i princìpi
fondamentali del sistema radiotelevisivo che si realizza con il
concorso di soggetti pubblici e privati ai sensi della presente legge".

A distanza di 7 anni dalla "legge Mammì" nasce il terzo garante, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom),
dopo il Garante dell’editoria (legge 416/1981) e il secondo figlio
proprio della legge 223/1990 e denominato "Garante per la
radiodiffusione l’editoria". Il quarto comma dell’articolo 1 della
legge 249/1997 ("Istituzione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e norme sui sistemi delle telecomunicazioni e radiotelevisivo") affida alla Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi "la
verifica del rispetto delle norme previste dagli articoli 1 e 4 della
legge 14 aprile 1975 n. 103, dalla legge 25 giugno 1993 n. 206, e
dall'articolo 1 del decreto-legge 23 ottobre 1996 n. 545, convertito,
con modificazioni, dalla legge 23 dicembre 1996 n. 650". Degli articoli 1 e 4 della legge 103/1975 abbiamo già parlato.

La legge 206/1993 (aggiornata dalla legge 650/1996),
invece, afferma che "il Consiglio di amministrazione della società
concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo è composto di
cinque membri, nominati con determinazione adottata d'intesa dai
Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati,
scelti tra persone di riconosciuto prestigio professionale e di notoria
indipendenza di comportamenti, che si siano distinti in attività
economiche, scientifiche, giuridiche, della cultura umanistica o della
comunicazione sociale, maturandovi significative esperienze
manageriali". I 5 consiglieri d’amministrazione durano in carica per
non più di due esercizi sociali. Il mandato è revocabile dai Presidenti
delle Camere su proposta adottata a maggioranza di due terzi dei
componenti la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la
vigilanza dei servizi radiotelevisivi. La carica di membro del
consiglio di amministrazione "è incompatibile con l'appartenenza al
Parlamento europeo, al Parlamento nazionale, ai consigli regionali,
provinciali e dei comuni con popolazione superiore a ventimila
abitanti, nonché con la titolarità di rapporti di interesse o di lavoro
con imprese e società pubbliche e private interessate all'esercizio
della radiodiffusione sonora e televisiva e concorrenti della
concessionaria nonché, altresì, con titolarità di cariche nei consigli
di amministrazione di società controllate dalla concessionaria".

La legge 650/1996 "reca disposizioni urgenti per
l'esercizio dell'attività radiotelevisiva e delle telecomunicazioni,
interventi per il riordino della Rai Spa, nel settore dell'editoria e
dello spettacolo, per l'emittenza televisiva e sonora in ambito locale
nonché per le trasmissioni televisive in forma codificata". In particolare la legge 650 - che modifica la legge 206/1993 nella parte in cui disciplina ex novo
la nomina dei 5 consiglieri d’amministrazione della Rai e istituisce il
collegio sindacale - apporta altre due modifiche significative alla
legge 223/1990:


1. La trasmissione di messaggi pubblicitari radiofonici da
parte dei concessionari privati non può eccedere per ogni ora di
programmazione, rispettivamente, il 18 per cento per la radiodiffusione
sonora in ambito nazionale, il 20 per cento per la radiodiffusione
sonora in ambito locale, il 5 per cento per la radiodiffusione sonora
nazionale o locale da parte di concessionaria a carattere comunitario.
Un'eventuale eccedenza di messaggi pubblicitari, comunque non superiore
al 2 per cento nel corso di un'ora, deve essere recuperata nell'ora
antecedente o in quella successiva.


2. E', comunque, requisito essenziale per il rilascio
della concessione in ambito locale l'impegno dei richiedenti a
destinare almeno il 20 per cento della programmazione settimanale
all'informazione, di cui almeno il 50 per cento all'informazione
locale, notizie e servizi, e a programmi comunque legati alla realtà
locale di carattere non commerciale.

L’articolo 1 della legge n. 249/1997 annuncia che "è
istituita l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di seguito
denominata "Autorità", la quale opera in piena autonomia e con
indipendenza di giudizio e di valutazione". Il comma 9 del paragrafo c) dello stesso articolo 1 precisa che "Il Consiglio (organo dell’Autorità, ndr) assume le funzioni e le competenze assegnate al Garante per la radiodiffusione e l’editoria, escluse
le funzioni in precedenza assegnate al Garante ai sensi del comma I
dell’art. 20 della legge 10 ottobre 1990 n. 287, che è abrogato"
(Questa previsione, di difficile interpretazione per i non addetti ai
lavori, significa che sono rimessi all’Autorità garante della
concorrenza e del mercato, l’Antitrust, i poteri in materia di
applicazione della normativa della concorrenza nel settore editoriale e
della radiodiffusione, esercitati in precedenza dal Garante).
Sono organi dell’Autorità il presidente, la commissione per le
infrastrutture e le reti, la commissione per i servizi e i prodotti, e
il consiglio. Ciascuna commissione è organo collegiale costituito dal
presidente dell’Autorità e da quattro commissari. L’Autorità in
sostanza è divisa in due commissioni: una per reti e infrastrutture e
l’altra per prodotti e servizi. Il consiglio è costituito, invece, dal
presidente e dagli otto commissari. Il Senato della Repubblica e la
Camera dei deputati eleggono quattro commissari ciascuno, i quali
vengono nominati con decreto del Presidente della Repubblica. Il
presidente dell’Autorità è nominato con decreto del Presidente della
Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri
d’intesa con il ministro delle Comunicazioni (nuova denominazione del ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni, ndr).
La designazione del nominativo del presidente dell’Autorità è
previamente sottoposta al parere delle competenti Commissioni
parlamentari (art. 2 della legge 14 novembre 1995, n. 481). Il
presidente è nominato, quindi, dopo il parere obbligatorio delle
competenti commissioni parlamentari, con la maggioranza dei due terzi
dei componenti. Sarà, quindi, un presidente "accettato"
dall’opposizione. Si evince dalla procedura complessiva come le nove
"teste" dell’Autorità siano espressione diretta del Parlamento.


In particolare la Commissione per i servizi e i prodotti verifica
il rispetto nel settore radiotelevisivo delle norme in materia di
tutela dei minori anche tenendo conto dei codici di
autoregolamentazione relativi al rapporto tra televisione e minori e
degli indirizzi della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale
e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi; vigila sul rispetto della tutela delle minoranze linguistiche riconosciute nell'ambito del settore delle comunicazioni di massa; verifica il rispetto nel settore radiotelevisivo delle norme in materia di diritto di rettifica; garantisce
l'applicazione delle disposizioni vigenti sulla propaganda, sulla
pubblicità e sull'informazione politica nonché l'osservanza delle norme
in materia di equità di trattamento e di parità di accesso nelle
pubblicazioni e nella trasmissione di informazione e di propaganda
elettorale ed emana le norme di attuazione. Il Consiglio dell’Autorità applica le sanzioni previste dall'articolo 31 della legge 6 agosto 1990 n. 223 ("Sanzioni amministrative di competenza del Garante e del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni ").

I soggetti che non ottemperano agli ordini e alle diffide
dell'Autorità, dice l’articolo 31 della legge 249/1997, "sono puniti
con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire venti milioni a lire
cinquecento milioni". Se l'inottemperanza riguarda provvedimenti
adottati in ordine alla violazione delle norme sulle posizioni
dominanti, "si applica a ciascun soggetto interessato una sanzione
amministrativa pecuniaria non inferiore al 2 per cento e non superiore
al 5 per cento del fatturato realizzato dallo stesso soggetto
nell'ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notificazione della
contestazione". Le sanzioni amministrative pecuniarie sono irrogate
dall'Autorità. "Se la violazione è di particolare gravità o reiterata,
- dice il successivo articolo 32 -, può essere disposta nei confronti
del titolare di licenza o autorizzazione o concessione anche la
sospensione dell'attività, per un periodo non superiore ai sei mesi,
ovvero la revoca".

Organi decentrati dell’Autorità sono i Comitati regionali per le
comunicazioni, istituiti con leggi regionali e quindi di nomina
politica.

Buon ultima la legge 20 marzo 2001 n. 66, che incorpora "disposizioni
urgenti per il differimento di termini in materia di trasmissioni
radiotelevisive analogiche e digitali, nonché per il risanamento di
impianti radiotelevisivi". Entro il 2006 l'attuale televisione
analogica, ricevibile con le tradizionali antenne, dovrà passare alla
trasmissione numerica: basterà un apposito ricevitore (set-top-box).
L'Italia è il primo Paese al mondo ad aver fissato tale scadenza. Il
provvedimento contiene importanti novità per il sistema televisivo e
della comunicazione. Tra l'altro, non verranno più rilasciate
dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ma dal Governo,
licenze e autorizzazioni per: l'installazione non in esclusiva delle
reti di comunicazione via cavo e su frequenze terrestri; l'esercizio di
tali reti; la fornitura di servizi di tlc; l'installazione delle reti
dorsali. Il rilascio è affidato al ministero delle Comunicazioni.
L'Authority tlc e tv esce di scena, quindi, dalle licenze di Tlc.

La legge 66/2001 avrà molte conseguenze per il sistema televisivo.
Si riapre un doppio mercato delle frequenze. Da una parte, i
concessionari nazionali potranno acquistarle dai concessionari locali
(e questi potranno farlo tra loro), per sperimentare il digitale.
Dall'altra, i concessionari la cui copertura sia inferiore al 75% del
territorio, potranno acquistare frequenze per ampliare la diffusione
del segnale analogico. Le precedenti leggi vietavano tale possibilità
alle tv in codice: adesso, potrà usufruirne anche Tele+.

Le trasmissioni digitali dovranno essere irradiate su <canali legittimamente eserciti>
o su quelli acquisiti dai concessionari. Gli editori e i soggetti non
televisivi potranno partecipare a consorzi promossi dalle emittenti.
Almeno il 40% di un blocco di programmi trasmessi sulle frequenze di
chi ha più di una concessione (Rai, Mediaset, Tmc), dovrà essere
riservato a soggetti non collegati ai concessionari, compresi quelli
operanti da satellite e cavo (Stream, tra gli altri) e ai concessionari
senza copertura minima (Europa 7, in primo luogo).

Ecco i punti principali della legge 66/2001:

  • Le trasmissioni televisive dovranno essere irradiate esclusivamente in tecnica digitale entro l'anno 2006.

  • Il rilascio di licenze e autorizzazioni per reti e servizi di Tlc passa dall'Autorità al Governo.

  • I titolari di più di una concessione nazionale dovranno riservare
    almeno il 40% della propria capacità trasmissiva numerica ad altri
    soggetti.

  • Per tre anni dall'approvazione del decreto, sono consentiti i
    trasferimenti di impianti e di rami di azienda tra concessionari
    televisivi nazionali e locali, nonché tra concessionari locali.
    L'acquisto di tali canali è condizione indispensabile per avviare la
    sperimentazione, data la carenza di frequenze disponibili; ed è
    consentito ai soli concessionari.

  • Le licenze sono rilasciate dal ministero sulla base del Regolamento
    che l'Autorità dovrà predisporre. Tra i criteri, la distinzione tra
    soggetti che diffondono contenuti e fornitori degli stessi contenuti.

  • I soggetti esterni al settore potranno utilizzare almeno il 40% dei
    blocchi di programmi realizzati dagli attuali titolari di più di una
    concessione tv (Rai, Mediaset, Tmc), godendo di pari opportunità.

  • É stato abolito l'analogo limite sulla radiofonia digitale, pari a
    un terzo dei programmi irradiabili, in attesa del Piano delle frequenze
    numeriche.

  • Prevista la disattivazione degli impianti radiotelevisivi
    inquinanti, fino all'azione di risanamento, da parte del Ministero
    dell'Ambiente di concerto con Sanità e Comunicazioni.

L’Agcom, con la delibera n. 435/01/CONS, adempiendo a un obbligo
previsto dalla legge 66, ha approvato il regolamento relativo alla
radiodiffusione terrestre in tecnica digitale (pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale del 6 dicembre 2001 n. 284, suppl. ord. n. 259).


5. I cinque "padroni" della Rai. La Rai, riassumendo, ha cinque "padroni". Ecco le relative competenze dei vari soggetti politici e istituzionali:


Ministero delle Comunicazioni. Firma, insieme alla Rai,
il contratto di servizio triennale. Quello in corso scade il 31
dicembre 2002. Le trattative per il triennio 2003-2005, andranno
avviate entro il primo luglio 2002. Le parti, comunque, possono
richiedere adeguamenti al contratto prima della scadenza. La
concessionaria deve fornire ai Ministeri delle Comunicazioni e del
Tesoro: i piani industriali, le previsioni economiche di esercizio e i
bilanci consuntivi, più altre relazioni sugli andamenti economici e
finanziari.

L'aumento del canone viene fissato per decreto dal Ministero delle
Comunicazioni sulla base delle proposte avanzate, entro l'ottobre di
ogni anno, dalla commissione paritetica costituita dalla Rai con i
ministeri delle Comunicazioni e dell'Economia. Il contratto in corso,
inoltre, obbliga la Rai ad attuare <forme di distinzione
organizzativa, contabile o societaria> tra attività finanziate da
canone e attività finanziate da mercato. Il Ministero deve anche
autorizzare l'attività da parte di società controllate da Rai (quindi
per RaiWay) quando queste esercitano servizi in concessione. Il
Ministro nomina uno dei tre sindaci della Rai (un altro spetta all'Iri
e il terzo al ministero azionista, quello dell'Economia).


I presidenti delle Camere. Nominano i cinque componenti
del Consiglio di Amministrazione. Possono anche revocarli, ma
maggioranza ed opposizione devono essere d’accordo.


L'azionista. Le azioni di Rai Spa sono in mano a Rai
Holding, nata per scissione dall'Iri, il cui unico azionista è il
Ministero dell’Economia e delle Finanze. La legge riserva all'azionista
l'intesa con il Cda sulla nomina del direttore generale.


La commissione di Vigilanza. Si chiama commissione
parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi
radiotelevisivi. Ha smesso da tempo di dare solo <indirizzi
generali> per trasformarsi in una sorta di <azionista
politico> di controllo. La presidenza data all'opposizione consente
a quest'ultima di diventare, rovesciando i ruoli, una sorta di "cane da
guardia" permanente sull'informazione e i programmi del servizio
pubblico. La Commissione, poi, approva le regole per la par condicio in
Rai in occasione di elezioni e referendum. Deve ricevere rapporti
bimestrali sull'andamento dell'azienda oltre a fornire diversi pareri.


L'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Ha
diverse competenze che riguardano la Rai: dai Piani frequenze al
Regolamento sul digitale terrestre fino alla decisione sulle posizioni
dominanti nelle risorse. Deve valutare il Piano Rai per la Terza Rete e
poi decidere quando quest'ultima dovrà fare a meno della pubblicità.
Tale termine è contestuale a quello entro il quale Rete 4 e Tele+Nero
dovrebbero lasciare l'etere terrestre. Può chiedere alla Rai di
prendere provvedimenti disciplinari nei confronti di dirigenti che non
osservino gli indirizzi della Vigilanza.


6. Conclusioni finali.

Il conflitto di interessi. "La concentrazione dei media
nelle mani di una persona è un fenomeno economico moderno. I media sono
diventati l'industria centrale del futuro. Se i capi di queste
industrie di informazione globale rispettano i principi fondamentali
della costituzione democratica e i principi di indipendenza del
giornalismo professionale, noi dobbiamo accettare questa realtà
dell'era elettronica moderna. Ma una volta che questi magnati non
rispettano la libertà giornalistica, la situazione diventa molto
preoccupante per il mio Ufficio. Ora abbiamo uno sviluppo completamente
nuovo: il Primo Ministro di uno dei più importanti paesi democratici
possiede la maggioranza dei media radiotelevisivi. Per me, per il mio
Ufficio e per molti esperti costituzionali questo non è solo un
conflitto di interessi, ma una sfida alla costituzione di una
democrazia". Queste parole - pronunciate il 12 marzo 2002 a Torino
da Freimut Duve, delegato per la Libertà di Stampa dell’Osce -
rilanciano l’allarme europeo per la situazione italiana, dove il
presidente del Consiglio controlla di fatto la maggioranza dei media
radiotelevisivi. Questo problema è "una sfida drammatica" alla cultura
democratica europea e una violazione dell’articolo 7 del Trattato di
Nizza.

Freimut Duve ha dato un giudizio anche sulla proposta legislativa
relativa alla soluzione del conflitto di interessi attualmente
all’esame del Parlamento italiano: "Il progetto di legge, mirato a
risolvere ogni conflitto di interessi tra il ruolo pubblico e privato
del Primo Ministro dice che ricoprire un ruolo pubblico è incompatibile
con il controllo di un'industria, ma non "per la mera proprietà di un'industria privata o la partecipazione o proprietà delle sue azioni".
In queste parole i legislatori non fanno differenze tra un'impresa
industriale e un conglomerato di media. Secondo il nuovo progetto di
legge, il Primo Ministro rimane legalmente proprietario di queste
imprese di media, con tutte le drammatiche conseguenze: non c'è alcuna
possibilità per qualsiasi organo di informazione di svolgere la sua
vitale funzione correttiva. Come tutti sappiamo, questo avveniva nelle
società totalitarie. Sebbene la Costituzione italiana vieti la censura,
i giornalisti italiani che lavorano nel campo radiotelevisivo devono
esercitare l'autocensura per mantenere il loro lavoro. Non stiamo
parlando solo di propaganda diretta a favore di certe persone e di
certi interessi - abbiamo cifre allarmanti sulla copertura dei media -
ma ci stiamo riferendo a zone di silenzio: i temi, i problemi e gli
scandali che NON sono trattati".

Dall’intervento di Freimut Duve si ricava che la questione del conflitto di interessi è semplicemente e soprattutto una questione che riguarda il sistema radiotelevisivo pubblico e privato.


L’inquinamento pubblicitario dell’informazione. La
televisione commerciale, che vive solo di pubblicità e per la
pubblicità, ha determinato l’inquinamento dell’informazione nei vari
media. E’ dilagante, infatti, su quotidiani e periodici la presenza di
un'informazione inquinata da interferenze della pubblicità. La firma di
contratti pubblicitari viene accompagnata da patti taciti con i quali
gli editori si impegnano a garantire al committente articoli di
"sostegno". E’ eluso l'articolo 44 del vigente Contratto nazionale di
lavoro giornalistico, che impone la separazione tra informazione
e pubblicità. In alcuni casi appare solare il tentativo di far passare
per notizia quello che è, invece, un messaggio pubblicitario; in altri
casi, la pubblicità" viene "disseminata" in maniera esplicita nel corpo
degli articoli.

Il malessere è avvertito nei quotidiani ma soprattutto in molti
periodici dove ha raggiunto, in talune testate definite "di servizio",
aspetti che eliminano di fatto qualsiasi margine di demarcazione fra
notizia e messaggio pubblicitario. Aumentano le segnalazioni di
"inquinamento" riguardanti Tg, radiogiornali e testate telematiche.

Di fronte all'affiorare di un asserito nuovo sistema in base al
quale si vorrebbe contrabbandare per informazione giornalistica il
messaggio pubblicitario, giustificandolo con un'esigenza della società
dei consumi e del sistema economico, vanno respinti i tentativi di
snaturare il giornalismo con cortine fumogene entro le quali si
annidano propaganda di prodotti e interessi aziendali. Il potere
soverchiante della pubblicità ha raggiunto in taluni casi livelli
aberranti, influenzando la politica editoriale fino a rendere le
testate deteriori veicoli di propaganda commerciale oppure veri e
propri cataloghi. Sempre più spesso gli uffici marketing dettano la
linea editoriale. La pubblicità deve, invece, essere chiara, palese,
esplicita e riconoscibile: deve esserlo soprattutto la pubblicità
chiamata, con espressione impropria, "redazionale".


"Il giornalista incaricato di redigere i servizi cosiddetti redazionali – ha stabilito il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia
- può legittimamente opporre il suo rifiuto. Da parte sua il direttore
deve astenersi dall'esigere che il giornalista rediga testi destinati a
finalità pubblicitarie o, peggio ancora, mascheranti l'intento
mercantile, perché si verrebbe in tal modo ad istituzionalizzare un
rapporto inquinato fra messaggio e notizia. Deve essere osteggiato e
vanificato ogni degenerato uso dei canali informativi. Il giornalista
ha diritto di difendere la propria identità professionale esposta a
insidie equivoche e ad ambigue e talvolta grossolane forme di
pressione".

E' interesse di tutti che questi limiti non vengano superati e che
eventuali cedimenti siano comprovati e denunciati. La lealtà verso il
lettore impone che il lavoro giornalistico e quello pubblicitario
rimangano separati e inconfondibili. I tentativi di travestimenti, di
mistificazioni, di mescolanze diventano un inganno per il lettore come
pure ingannevole deve considerarsi qualsiasi forma di pubblicità
occulta che più di tutto va combattuta e respinta perché è degenerativa
della qualità dell'informazione.

Una nuova norma sulla rettifica. Il crescente numero di querele
contro giornali e giornalisti rende necessaria una nuova norma sulla
rettifica in caso di diffamazione. L’obiettivo perseguito è quello di
garantire alle persone offese la rettifica sui media (a costo zero);
rettifica prevista dall’articolo 8 della legge sulla stampa n. 47/1948.
In caso di rifiuto della pubblicazione della rettifica, il cittadino
leso nei suoi diritti potrebbe rivolgersi al Presidente dei Consigli
regionali dell’Ordine dei Giornalisti, il quale dovrebbe avere per
legge il potere di disporre in via d'urgenza, con decreto, che i
direttori responsabili delle testate (scritte, televisive, radiofoniche
e telematiche) edite nell'area di propria competenza territoriale
pubblichino la rettifica, nei termini temporali e secondo le modalità
previsti dall’articolo 8. Questa proposta punta a conferire al
presidente dei Consigli dell’Ordine dei Giornalisti un potete tipico
(paragiudiziario) delle autorità amministrative indipendenti.

7. Le proposte

7.1. La soluzione del conflitto di interessi potrebbe
essere quella di estendere le competenze della Commissione parlamentare
di vigilanza al sistema radiotelevisivo privato e di istituire un
"giudice" (nazionale e regionale) con poteri immediati di intervento
capaci: a) di riequilibrare le violazioni alla par condicio
nel campo dei servizi giornalistici dedicati alla vita sociale e
politica anche in periodi non elettorali e di tutelare, quindi, il
diritto dei cittadini a una informazione corretta e completa; b)
di garantire concretamente l’autonomia della professione giornalistica
oggi minacciata dalle concentrazioni multimediali e dalla commistione
pubblicità/informazione.


L’articolo 4 della legge n. 103/1975 andrebbe esteso
parzialmente anche al sistema radiotelevisivo privato del nostro Paese.
La Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei
servizi radiotelevisivi dovrebbe:

formulare gli indirizzi generali per l'attuazione dei
principi di cui all'articolo 1 (comma II) della legge n. 223/1990 sul
sistema radiotelevisivo pubblico e privato: "Il pluralismo,
l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione,
l'apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali,
culturali e religiose, nel rispetto delle libertà e dei diritti
garantiti dalla Costituzione, rappresentano i princìpi fondamentali del
sistema radiotelevisivo che si realizza con il concorso di soggetti
pubblici e privati ai sensi della presente legge".


controllare il rispetto degli indirizzi e adottare tempestivamente le deliberazioni necessarie per la loro osservanza;


stabilire, tenuto conto delle esigenze
dell'organizzazione e dell'equilibrio dei programmi, le norme per
garantire l'accesso al mezzo radiotelevisivo;


disciplinare direttamente le rubriche di "Tribuna politica" "Tribuna elettorale", "Tribuna sindacale" e "Tribuna stampa".


7.2 In ogni Regione, - presso gli uffici del Comitato
regionale per le comunicazioni (ovvero, ove il predetto organo non sia
ancora costituito, presso il Comitato regionale per i servizi
radiotelevisivi) -, dovrebbe essere prevista (con competenza sulle emittenti radiotv localii)
l’istituzione di un "giudice" regionale (con poteri simili a quelli
previsti dall’articolo 28 della legge 300/1970 per il giudice del
lavoro) capace di fare rispettare, in tempi brevissimi e rapidi, la legge 28/2000
(Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante
le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica)
e la delibera n. 200/00/CSP dell’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni (Disposizioni
di attuazione della disciplina in materia di comunicazione politica e
di parità di accesso ai mezzi di informazione nei periodi non
elettorali).

Il "giudice" dovrebbe essere formato da tre persone (il presidente
del Tribunale civile del capoluogo regionale; il presidente del
Comitato regionale per le comunicazioni e il presidente dell’Ordine
regionale dei Giornalisti). Al "giudice" verrebbero trasferiti anche i
poteri, le funzioni, le strutture e i mezzi operativi previsti
dall’articolo 10 della legge 28/2000.

Il "giudice", convocate (anche per fax) le parti ed assunte sommarie
informazioni, qualora ritenga sussistente le violazioni, ordina al
medium che ha infranto le norme, con decreto motivato ed immediatamente
esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo, la rimozione
degli effetti e la riparazione. L'efficacia esecutiva del decreto non
può essere revocata fino alla sentenza con cui il Tar definisce il
giudizio.

7.3. Dovrebbe essere istituito un "giudice" nazionale (con
competenza sulle emittenti radiotelevisive nazionali) così composto: un
magistrato designato dal primo presidente della Corte di Cassazione con
funzioni di presidente; un membro dell’Autorità per le garanzie nelle
comunicazioni, designato dal presidente di questa; il presidente
dell’Ordine nazionale dei Giornalisti o un giornalista da lui
designato. Questo giudice esercita su scala nazionale i poteri
previsti per il giudice regionale (in particolare i poteri anche
sanzionatori previsti dall’articolo 10 della legge 28 febbraio 2000 n.
28).

7.4. Il presidente dell’Ordine regionale dei Giornalisti,
convocate (anche per fax) le parti ed assunte sommarie informazioni,
dispone in via d'urgenza, con decreto motivato (notificato anche per
fax alle parti), che i direttori responsabili delle testate registrate
(su carta, televisive, radiofoniche e telematiche) ed edite nell'area
di propria competenza territoriale, su richiesta (diretta e senza
oneri) della parte offesa, pubblichino gratuitamente la rettifica (o la
risposta o la dichiarazione) di cui all’articolo 8 della legge n.
47/1948 sulla stampa, nei termini temporali e secondo le modalità
previsti dallo stesso articolo 8. L'efficacia esecutiva del decreto non
può essere revocata fino alla sentenza con cui il tribunale civile
definisce il giudizio.

Il diritto alla rettifica costituisce fondamentale diritto della
persona a tutelare la propria immagine e dignità. Pertanto la rettifica
(o la risposta o la dichiarazione) va pubblicata conformemente a quanto
richiesto, senza che né il direttore del giornale né il giudice abbiano
facoltà di modificarne il testo, o anche di sindacarne il contenuto
sotto il profilo della veridicità, purché non abbia espressioni
suscettibili di incriminazione penale.


7.5. La pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile
come tale; in particolare, la pubblicità sui media deve essere
distinguibile dalle altre forme di comunicazione al pubblico, con
modalità grafiche ovvero con mezzi ottici o acustici di evidente
percezione. I consumatori e le loro associazioni ed organizzazioni
possono chiedere al Consiglio regionale dell’Ordine dei Giornalisti
(competente per territorio), - allo scopo di tutelare il diritto del
pubblico a ricevere una informazione corretta -, di avviare
procedimento disciplinare nei riguardi dei direttori responsabili, che
diffondano messaggi pubblicitari mascherati e pubbliredazionali
attraverso la stampa periodica o quotidiana, per via radiofonica o
televisiva ovvero per via telematica. Il Consiglio può disporre la
pubblicazione della pronuncia anche per estratto. La procedura
istruttoria garantisce il contraddittorio, la piena cognizione degli
atti e la verbalizzazione.


Milano, 31 marzo 2002

 


LEGGI CITATE (estratti)

1. Legge 8 febbraio 1948 n. 47. Disposizioni sulla stampa.

2. Statuto dei lavoratori. Legge 20 maggio 1970 n. 300. Norme
sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà
sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul
collocamento.

3. Legge 14 aprile 1975 n. 103. Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva.


4. Legge 6 agosto 1990 n. 223. Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato.

5. Nomina del Consiglio d’amministrazione e del direttore generale Rai. Legge 25 giugno 1993, n. 206. Disposizioni sulla società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo.


6. Legge 31 luglio 1997 n. 249. Istituzione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e norme sui sistemi delle telecomunicazioni e radiotelevisivo.

7. La legge sulla par condicio elettorale n. 28/2000 .

8. La par condicio nei periodi non elettorali (Delibera n. 200/00/CSP dell’Agcom)

9. Contratto nazionale di lavoro giornalistico (Cnlg Fnsi-Fieg 2001-2005). Articolo 44. Rapporto tra informazione e pubblicità

10. Discorso del rappresentante media Osce a Torino: la legge sul
conflitto di interessi non modifica la situazione. "L’assetto dei media
in Italia una sfida all'Europa"


1. Legge 8 febbraio 1948 n. 47. Disposizioni sulla stampa.

Articolo 8. Risposte e rettifiche.

Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire
gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia di stampa
le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state
pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri
o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a
verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto
suscettibile di incriminazione penale.
Per i quotidiani, le
dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono
pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la
richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del
giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.
Per i
periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, non oltre
il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la
richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si
riferisce.
Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento
allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate nella
loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con
le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce
direttamente alle affermazioni contestate.
Qualora, trascorso il
termine di cui al secondo e terzo comma, la rettifica o dichiarazione
non sia stata pubblicata o lo sia stata in violazione di quanto
disposto dal secondo, terzo e quarto comma, l'autore della richiesta di
rettifica, se non intende procedere a norma del decimo comma
dell'articolo 21, può chiedere al pretore, ai sensi dell'articolo 700
del codice di procedura civile, che sia ordinata la pubblicazione.
La
mancata o incompleta ottemperanza all'obbligo di cui al presente
articolo è punita con la sanzione amministrativa da lire 15.000.000 a
lire 25.000.000 (3).
La sentenza di condanna deve essere pubblicata
per estratto nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia. Essa, ove
ne sia il caso, ordina che la pubblicazione omessa sia effettuata (4).

(3) La sanzione originaria della multa è stata sostituita con la
sanzione amministrativa dall'art. 32, L.24 novembre 1981 n. 689 e così
elevata dall'art. 114, primo comma, della citata L. 24 novembre 1981,
n. 689, in relazione all'art. 113, secondo comma, della stessa legge.
(4) Così sostituito dall'art. 42, L. 5 agosto 1981, n. 416.

*****

Articolo 21. Competenza e forme del giudizio.

…………… (omissis)………………

In ogni caso, il richiedente la rettifica può rivolgersi al pretore
affinché, in via d'urgenza, anche ai sensi degli articoli 232 e 219 del
codice di procedura penale, ordini al direttore la immediata
pubblicazione o la trasmissione delle risposte, rettifiche o
dichiarazioni (14).


(14) Comma aggiunto dall'art. 43, L. 5 agosto 1981, n. 416.


 

2. Statuto dei lavoratori. Legge 20 maggio 1970 n. 300. Norme
sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà
sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul
collocamento.

TITOLO IV. Disposizioni varie e generali

Articolo 28. (Repressione della condotta antisindacale).
Qualora il datore di lavoro ponga in essere comportamenti diretti ad
impedire o limitare l'esercizio della libertà e della attività
sindacale nonché del diritto di sciopero, su ricorso degli organismi
locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse,
il pretore del luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato,
nei due giorni successivi, convocate le parti ed assunte sommarie
informazioni, qualora ritenga sussistente la violazione di cui al
presente comma, ordina al datore di lavoro, con decreto motivato ed
immediatamente esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo e
la rimozione degli effetti. L'efficacia esecutiva del decreto non può
essere revocata fino alla sentenza con cui il pretore in funzione di
giudice del lavoro definisce il giudizio instaurato a norma del comma
successivo (4/b) (6/cost).

Contro il decreto che decide sul ricorso è ammessa, entro 15 giorni
dalla comunicazione del decreto alle parti opposizione davanti al
pretore in funzione di giudice del lavoro che decide con sentenza
immediatamente esecutiva. Si osservano le disposizioni degli articoli
413 e seguenti del codice di procedura civile (4/c). Il datore di
lavoro che non ottempera al decreto, di cui al primo comma, o alla
sentenza pronunciata nel giudizio di opposizione è punito ai sensi
dell'articolo 650 del codice penale. L'autorità giudiziaria ordina la
pubblicazione della sentenza penale di condanna nei modi stabiliti
dall'articolo 36 del codice penale.

Se il comportamento di cui al primo comma è posto in essere da una
amministrazione statale o da un altro ente pubblico non economico,
l'azione è proposta con ricorso davanti al pretore competente per
territorio (4/d).

Qualora il comportamento antisindacale sia lesivo anche di
situazioni soggettive inerenti al rapporto di impiego, le
organizzazioni sindacali di cui al primo comma, ove intendano ottenere
anche la rimozione dei provvedimenti lesivi delle predette situazioni,
propongono il ricorso davanti al tribunale amministrativo regionale
competente per territorio, che provvede in via di urgenza con le
modalità di cui al primo comma. Contro il decreto che decide sul
ricorso è ammessa, entro quindici giorni dalla comunicazione del
decreto alle parti, opposizione davanti allo stesso tribunale, che
decide con sentenza immediatamente esecutiva (4/e) (4/cost).


(4/b) Comma così sostituito dall'art. 2, L. 8 novembre 1977, n. 847 (Gazz. Uff. 28 novembre 1977, n. 324).
(6/cost)
La Corte costituzionale, con ordinanza 9-16 aprile 1998, n. 130 (Gazz.
Uff. 22 aprile 1998, n. 16, Serie speciale), ha dichiarato la manifesta
inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art.
28, secondo comma, come modificato dalla legge 8 novembre 1977, n. 847,
sollevata in riferimento agli artt. 25, secondo comma, 3 e 24, primo
comma, della Costituzione.
(4/c) Comma così sostituito dall'art. 3,
L. 8 novembre 1977, n. 847 (Gazz. Uff. 28 novembre 1977, n. 324). Gli
artt. 1 e 4 della citata legge hanno, inoltre, così disposto:
"Art.
1. Nelle controversie previste dall'art. 28 della L. 20 maggio 1970, n.
300, ferme restando tutte le norme del procedimento speciale, si
osservano, in quanto applicabili, le disposizioni della L. 11 agosto
1973, n. 533.
Art. 4. I procedimenti pendenti alla data di entrata
in vigore della presente legge sono definiti, secondo le disposizioni
degli articoli 413 e seguenti del codice di procedura civile, dal
giudice del lavoro presso l'ufficio che ne conosceva in base alle norme
di competenza anteriormente in vigore. L'appello contro la sentenza
pronunciata dal tribunale a seguito di opposizione già prevista nel
terzo comma dell'art. 28 della L. 20 maggio 1970, n. 300, si propone
alla Corte d'appello, secondo le norme di cui alla L. 11 agosto 1973,
n. 533".
(4/d) Comma aggiunto dall'art. 6, L. 12 giugno 1990, n. 146.
(4/e) Comma aggiunto dall'art. 6, L. 12 giugno 1990, n. 146.
(4/cost)
La Corte costituzionale, con sentenza 8-17 marzo 1995, n. 89 (Gazz.
Uff. 22 marzo 1995, n. 12, Serie Speciale), ha dichiarato non fondata
la questione di legittimità costituzionale dell'art. 28, sollevata in
riferimento agli artt. 2, 3, 18, 21, 24, 35 e 39, primo comma, della
Costituzione. Successivamente la stessa Corte, con ordinanza 13-21
novembre 1997, n. 356 (Gazz. Uff. 26 novembre 1997, n. 48, Serie
speciale), ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di
legittimità costituzionale dell'art. 28, ultimo comma, come novellato
dall'art. 6 della legge 12 giugno 1990, n. 146, sollevata in
riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione.


 

3. Legge 14 aprile 1975 n. 103. Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva.


TITOLO I. Del servizio pubblico di diffusione radiofonica e televisiva

1. La diffusione circolare di programmi radiofonici via etere
o, su scala nazionale, via filo e di programmi televisivi via etere, o,
su scala nazionale, via cavo e con qualsiasi altro mezzo costituisce,
ai sensi dell'articolo 43 della Costituzione, un servizio pubblico
essenziale ed a carattere di preminente interesse generale, in quanto
volta ad ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere allo
sviluppo sociale e culturale del Paese in conformità ai principi
sanciti dalla Costituzione. Il servizio è pertanto riservato allo Stato.

L'indipendenza, l'obiettività e l'apertura alle diverse tendenze
politiche, sociali e culturali, nel rispetto delle libertà garantite
dalla Costituzione, sono principi fondamentali della disciplina del
servizio pubblico radiotelevisivo.

Ai fini dell'attuazione delle finalità di cui al primo comma e dei
principi, di cui al secondo comma, la determinazione dell'indirizzo
generale e l'esercizio della vigilanza dei servizi radiotelevisivi
competono alla Commissione prevista dal D.Lgs.C.P.S. 3 aprile 1947, n.
428 (2). Sono soppressi gli artt. 8, 9, 10, 11, 12, 13 e 14 del decreto
legislativo del Capo provvisorio dello Stato 3 aprile 1947, n. 428 (2),
e la legge 23 agosto 1949, n. 681 (2).

Detta Commissione assume la denominazione di Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.
Essa è composta di quaranta membri designati pariteticamente dai
Presidenti delle due Camere del Parlamento, tra i rappresentanti di
tutti i gruppi parlamentari.

La Commissione elabora un proprio regolamento interno che sarà
emanato di concerto dai Presidenti delle due Camere del Parlamento
sentiti i rispettivi uffici di presidenza. Detto regolamento stabilisce
le modalità per il funzionamento della Commissione stessa e la sua
articolazione in sottocommissioni per l'adempimento dei poteri di cui
al presente articolo. Una di dette sottocommissioni permanenti è
competente per l'esame delle richieste di accesso, secondo quanto
stabilito dal successivo art. 6 (2/a).


(2) Recante disposizioni concernenti la Commissione
parlamentare di vigilanza sulle radiodiffusioni.(2/a) Con sentenza
15-28 luglio 1976, n. 202 (Gazz. Uff. 4 agosto 1976, n. 205), la Corte
costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale degli artt.
1, 2 e 45 della presente legge, nella parte in cui non sono consentiti,
previa autorizzazione statale e nei sensi di cui in motivazione,
l'installazione e l'esercizio di impianti di diffusione radiofonica e
televisiva via etere di portata non eccedente l'ambito locale. Con
altra sentenza 6 maggio 1987, n. 153 (Gazz. Uff. 20 maggio 1987, n.21 -
Serie speciale), la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità
del primo comma del presente art. 2 nella parte in cui non prevede che
le trasmissioni di programmi destinati alla diffusione circolare verso
l'estero possano essere effettuate anche in regime di autorizzazione
quale previsto dal secondo comma dell'art. 1 del D.P.R. 29 marzo 1973,
n. 156, come novellato dall'art. 45 della L. 14 aprile 1975, n. 103.


4. La Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi:


formula gli indirizzi generali per l'attuazione dei
principi di cui all'articolo 1, per la predisposizione dei programmi e
per la loro equilibrata distribuzione nei tempi disponibili; controlla
il rispetto degli indirizzi e adotta tempestivamente le deliberazioni
necessarie per la loro osservanza;


stabilisce, tenuto conto delle esigenze
dell'organizzazione e dell'equilibrio dei programmi, le norme per
garantire l'accesso al mezzo radiotelevisivo e decide sui ricorsi
presentati contro le deliberazioni adottate dalla sottocommissione
parlamentare di cui al successivo articolo 6 sulle richieste di accesso;


disciplina direttamente le rubriche di "Tribuna politica" "Tribuna elettorale", "Tribuna sindacale" e "Tribuna stampa";


indica i criteri generali per la formazione dei piani
annuali e pluriennali di spesa e di investimento facendo riferimento
alle prescrizioni dell'atto di concessione;


approva i piani di massima della programmazione annuale e
pluriennale e vigila sulla loro attuazione; riceve dal consiglio di
amministrazione della società concessionaria le relazioni sui programmi
trasmessi e ne accerta la rispondenza agli indirizzi generali formulati;


formula indirizzi generali relativamente ai messaggi
pubblicitari, allo scopo di assicurare la tutela del consumatore e la
compatibilità delle esigenze delle attività produttive con la finalità
di pubblico interesse e le responsabilità del servizio pubblico
radiotelevisivo;


analizza, anche avvalendosi dell'opera di istituti
specializzati, il contenuto dei messaggi radiofonici e televisivi,
accertando i dati di ascolto e di gradimento dei programmi trasmessi;


riferisce con relazione annuale al Parlamento sulle attività e sui programmi della Commissione;


elegge dieci consiglieri di amministrazione della società
concessionaria secondo le modalità previste dall'art. 8 (3); esercita
le altre funzioni ad essa demandate dalla legge.

La Commissione trasmette i propri atti per gli adempimenti dovuti
alle Presidenze dei due rami del Parlamento, alla Presidente del
Consiglio dei Ministri, al Ministro per le poste e le
telecomunicazioni, ai consigli regionali e al consiglio di
amministrazione della società concessionaria.
Per l'adempimento dei
suoi compiti la Commissione può invitare il presidente, gli
amministratori, il direttore generale e i dirigenti della società
concessionaria e, nel rispetto dei regolamenti parlamentari, quanti
altri ritenga utile; può, altresì, chiedere alla concessionaria
l'effettuazione di indagini e studi e la comunicazione di documenti.


(3) comma sostituito dal comma 1-2 dell’articolo 2 della legge 25 giugno 1993 n. 206.

6. Sono riservati dalla società concessionaria, per apposite
trasmissioni, tempi non inferiori al 5 per cento del totale delle ore
di programmazione televisiva e al 3 per cento del totale delle ore di
programmazione radiofonica, distintamente per la diffusione nazionale e
per quella regionale, ai partiti ed ai gruppi rappresentati in
Parlamento, alle organizzazioni associative delle autonomie locali, ai
sindacati nazionali, alle confessioni religiose, ai movimenti politici,
agli enti e alle associazioni politiche e culturali, alle associazioni
nazionali del movimento cooperativo giuridicamente riconosciute, alle
associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionale e
regionali, ai gruppi etnici e linguistici e ad altri gruppi di
rilevante interesse sociale che ne facciano richiesta (2/c).

Per le testate dei giornali quotidiani che non siano organi ufficiali di partito è istituita una tribuna della stampa.

La sottocommissione permanente per l'accesso, costituita nell'ambito
della Commissione parlamentare, procede almeno trimestralmente, sulla
base delle norme stabilite dalla Commissione stessa, all'esame delle
richieste di accesso, delibera su di esse, determina il tempo di
trasmissione complessivamente riservato all'accesso ai programmi
nazionali e locali, provvede alla ripartizione del tempo disponibile
tra i soggetti ammessi. Le norme emanate dalla Commissione parlamentare
devono ispirarsi:

a) all'esigenza di assicurare la pluralità delle opinioni e degli orientamenti politici e culturali;
b) alla rilevanza dell'interesse sociale, culturale ed informativo delle proposte degli interessi;
c) alle esigenze di varietà della programmazione (2/d).

La sottocommissione stabilisce le modalità di programmazione, sentita la concessionaria.

Contro le decisioni della sottocommissione è ammesso ricorso da
parte del richiedente alla Commissione parlamentare in seduta plenaria.
I soggetti interessati devono designare la persona responsabile, agli
effetti civili e penali, del programma da ammettere alla trasmissione e
comunicare alla sottocommissione ed alla concessionaria il contenuto
del programma stesso.

I soggetti ammessi all'accesso devono, nella libera manifestazione
del loro pensiero, osservare i principi dell'ordinamento
costituzionale, e tra essi in particolare quelli relativi alla tutela
della dignità della persona nonché della lealtà e della correttezza del
dialogo democratico e astenersi da qualsiasi forma di pubblicità
commerciale.

I soggetti che fruiscono dell'accesso, nell'organizzare il proprio
programma in modo autonomo, possono avvalersi della collaborazione
tecnica gratuita della concessionaria secondo norme ed entro limiti
fissati dalla Commissione parlamentare per soddisfare esigenze minime
di base.


(2/c) Comma così modificato dall'art. 25, L. 7 dicembre 2000, n. 383.
(2/d) Comma così modificato dall'articolo unico, L. 28 febbraio 1980, n. 48 (Gazz. Uff. 8 marzo 1980, n. 67).


 

4. Legge 6 agosto 1990 n. 223. Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato

Articolo 1. Princìpi generali.

1. La diffusione di programmi radiofonici o televisivi, realizzata
con qualsiasi mezzo tecnico, ha carattere di preminente interesse
generale.

2. Il pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione, l'apertura alle diverse

opinioni, tendenze politiche, sociali, culturali e religiose, nel
rispetto delle libertà e dei diritti garantiti dalla Costituzione,
rappresentano i princìpi fondamentali del sistema radiotelevisivo che
si realizza con il concorso di soggetti pubblici e privati ai sensi
della presente legge.

Art. 31. Sanzioni amministrative di competenza del Garante e del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni.

1. Il Garante, in caso di inosservanza delle disposizioni di cui
agli articoli 8, escluso il comma 10, 9, 20, 21 e 26, dispone i
necessari accertamenti e contesta gli addebiti agli interessati,
assegnando un termine non superiore a quindici giorni per le
giustificazioni (26).

2. Trascorso tale termine o quando le giustificazioni risultino
inadeguate il Garante diffida gli interessati a cessare dal
comportamento illegittimo entro un termine non superiore a quindici
giorni a tal fine assegnato.

3. Ove il comportamento illegittimo persista oltre il termine
indicato al comma 2, ovvero nei casi di mancata, incompleta o tardiva
osservanza dell'obbligo di rettifica di cui ai commi 2, 3 e 4
dell'articolo 10, ovvero ancora nei casi di inosservanza dei divieti di
cui all'articolo 8, comma 10, e di cui ai commi da 8 a 15 dell'articolo
15, il Garante delibera l'irrogazione della sanzione amministrativa del
pagamento di una somma da lire 10 milioni a lire 100 milioni e, nei
casi più gravi, la sospensione dell'efficacia della concessione o
dell'autorizzazione per un periodo da uno a dieci giorni. Le stesse
sanzioni si applicano qualora la rettifica sia effettuata a seguito del
procedimento di cui al comma 4 dell'articolo 10, salvo diversa
determinazione del Garante ove ricorrano giustificati motivi (26)
(13/cost).

4. Per le sanzioni amministrative conseguenti alla violazione delle
norme richiamate nel comma 1, si applicano, in quanto non diversamente
previsto, le norme contenute nel capo I, sezioni I e II, della legge 24
novembre 1981, n. 689.

5. Nei casi di recidiva nelle stesse violazioni entro l'arco di
trecentosessantacinque giorni il Garante dispone la sospensione
dell'efficacia della concessione e dell'autorizzazione per un periodo
da undici a trenta giorni e nei casi più gravi propone la revoca della
concessione o dell'autorizzazione.

6. Qualora il titolare di una o più concessioni per la
radiodiffusione televisiva in ambito nazionale venga a trovarsi nelle
condizioni previste dal comma 1 dell'articolo 15 per fatti diversi
dall'aumento delle tirature o abbia superato i limiti di cui al comma 2
dell'articolo 15, per fatti diversi dall'aumento del fatturato dei
propri mezzi, nonché i limiti di cui al comma 4 dell'articolo 15, il
Garante invita il titolare medesimo a promuovere e a compiere gli atti
necessari per ottemperare ai divieti entro un termine contestualmente
assegnato non superiore a trecentosessanta giorni.

7. Nel caso di inosservanza dell'invito il Ministro delle poste e
delle telecomunicazioni revoca la concessione su proposta del Garante.

8. Il Ministro delle poste e delle telecomunicazioni, in caso di
inosservanza delle disposizioni di cui agli articoli 10, comma 5, e 18,
ovvero delle prescrizioni contenute nel regolamento di cui all'articolo
36 e nell'atto di concessione o autorizzazione, dispone i necessari
accertamenti e contesta gli addebiti agli interessati, assegnando un
termine non superiore a quindici giorni per le giustificazioni.

9. Trascorso tale termine, il Ministro diffida gli interessati a
cessare dal comportamento illegittimo, entro un termine non superiore a
quindici giorni a tal fine assegnato.

10. Ove il comportamento illegittimo persista, il Ministro delibera
l'irrogazione della sanzione amministrativa del pagamento di una somma
da un minimo di 3 ad un massimo di lire 100 milioni nonché, nei casi
più gravi, la sospensione dell'efficacia della concessione o
dell'autorizzazione per un periodo fino a trenta giorni.

11. Per le sanzioni amministrative conseguenti alla violazione delle
norme richiamate nel comma 8, si applicano, in quanto non diversamente
previsto, le norme contenute nel capo I, sezioni I e II, della legge 24
novembre 1981, n. 68.

12. Per i casi di recidiva il Ministro dispone, nei casi più gravi,
la sospensione dell'efficacia della concessione o dell'autorizzazione
per un periodo da tre a dodici mesi ovvero la revoca della concessione
o autorizzazione.

13. Il Ministro delibera la revoca della concessione o dell'autorizzazione nei seguenti casi:

a) di condanna penale irrevocabile alla quale consegue il divieto di rilascio della concessione o dell'autorizzazione;
b) di perdita dei requisiti previsti per il rilascio della concessione o della autorizzazione;
c) di proposta del Garante, formulata ai sensi dei commi 5 e 7.

14. Ove la condanna penale o la perdita dei requisiti soggettivi
riguardino il rappresentante legale della persona giuridica titolare
della concessione, la revoca di cui al comma 13 ha luogo se il
rappresentante stesso non venga sostituito entro sessanta giorni dal
verificarsi dell'evento.

15. La revoca della concessione o dell'autorizzazione comporta la cancellazione dal registro di cui all'articolo 12.

16. I direttori dei Circoli delle costruzioni telegrafiche e
telefoniche segnalano senza ritardo al Garante ed al Ministero delle
poste e delle telecomunicazioni le violazioni alle disposizioni
richiamate dal presente articolo.

17. Le somme versate a titolo di sanzioni amministrative per le
violazioni previste dal presente articolo spettano esclusivamente allo
Stato (27).


(26) Comma così modificato dall'art. 8, D.L. 27 agosto 1993, n. 323.
(13/cost)
La Corte costituzionale, con ordinanza 14-21 ottobre 1998, n. 358
(Gazz. Uff. 28 ottobre 1998, n. 43, Serie speciale), ha dichiarato la
manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale
degli artt. 15, comma 11, e 31, comma 3, sollevata in riferimento agli
articoli 3, 21, 24 e 25, secondo comma, della Costituzione.
(27) Per
la riduzione, in via transitoria, ad un decimo delle sanzioni previste
dal presente art. 31, vedi l'art. 3, L. 31 luglio 1997, n. 249

 


5. Nomina del Consiglio d’amministrazione e del direttore generale Rai

Legge 25 giugno 1993, n. 206. Disposizioni sulla società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo.


1. Natura della società concessionaria.
1. La società
cui è affidato mediante concessione il servizio pubblico
radiotelevisivo ha la natura di società per azioni; essa è soggetta
alla disciplina delle società di interesse nazionale di cui
all'articolo 2461 del codice civile.


2. Consiglio di amministrazione.
1-2. Fino all'entrata
in vigore di una nuova disciplina del servizio pubblico
radiotelevisivo, nel quadro di una ridefinizione del sistema
radiotelevisivo e dell'editoria nel suo complesso, il consiglio di amministrazione
della società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo è
composto di cinque membri, nominati con determinazione adottata
d'intesa dai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei
deputati, scelti tra persone di riconosciuto prestigio professionale e
di notoria indipendenza di comportamenti, che si siano distinti in
attività economiche, scientifiche, giuridiche, della cultura umanistica
o della comunicazione sociale, maturandovi significative esperienze
manageriali. Essi durano in carica per non più di due esercizi sociali.
Il mandato è revocabile dai Presidenti delle Camere su proposta
adottata a maggioranza di due terzi dei componenti la Commissione
parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi
radiotelevisivi. La carica di membro del consiglio di amministrazione è
incompatibile con l'appartenenza al Parlamento europeo, al Parlamento
nazionale, ai consigli regionali, provinciali e dei comuni con
popolazione superiore a ventimila abitanti, nonché con la titolarità di
rapporti di interesse o di lavoro con imprese e società pubbliche e
private interessate all'esercizio della radiodiffusione sonora e
televisiva e concorrenti della concessionaria nonché, altresì, con
titolarità di cariche nei consigli di amministrazione di società
controllate dalla concessionaria. Successivamente alla conversione dei
crediti in capitale, alle riunioni convocate per la verifica mensile
sullo stato di avanzamento del piano triennale di ristrutturazione
aziendale e per l'esame dell'andamento economico e finanziario della
gestione partecipa il direttore generale della Cassa depositi e
prestiti che informa, con apposita relazione, i Presidenti delle Camere
e il Presidente del Consiglio dei ministri. Il consiglio di
amministrazione della società concessionaria procede, altresì, a
verifiche bimestrali sulla attuazione del piano editoriale e ne informa
con apposita relazione la Commissione parlamentare per l'indirizzo
generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, le Commissioni
parlamentari competenti e il Ministro delle poste e delle
telecomunicazioni. La Commissione parlamentare per l'indirizzo generale
e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi può formulare, con delibera
assunta con la maggioranza assoluta dei componenti, motivate proposte
al consiglio di amministrazione in ordine al rispetto delle linee e
degli obiettivi contenuti nel piano editoriale, nonché all'adeguamento
del piano stesso da parte delle reti a testate nel corso del periodo
temporale di validità del piano (2).

3. I membri del consiglio che siano lavoratori dipendenti sono, a
richiesta, collocati in aspettativa non retribuita per la durata del
mandato.

4. Il consiglio elegge fra i suoi membri, a maggioranza assoluta, il
proprio presidente. Il presidente ha la rappresentanza legale della
società, convoca e presiede il consiglio. Nell'ambito dei propri poteri
il consiglio può conferire deleghe, esclusivamente per periodi limitati
e per oggetti specifici, ai propri componenti.

5. Il consiglio, oltre ad essere l'organo di amministrazione della
società, svolge anche funzioni di controllo e di garanzia circa il
corretto adempimento delle finalità e degli obblighi del servizio
pubblico radiotelevisivo; avvalendosi di proposte del direttore
generale, elabora e approva il piano editoriale, nel rispetto degli
indirizzi formulati dalla commissione parlamentare per l'indirizzo
generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi; designa, sentito
il direttore generale, la società per la revisione dei bilanci annuali,
scegliendola tra quelle che non hanno rapporti anche indiretti con la
società concessionaria.

6. Il consiglio, avvalendosi di proposte del direttore generale,
approva la proposta di bilancio della società, il piano di
investimenti, il piano finanziario, le politiche del personale e i
piani di ristrutturazione.

7. Il consiglio ha, inoltre, le seguenti attribuzioni:

a) sulla base di specifici piani, assegna annualmente le risorse economiche alle diverse aree di attività aziendale;
b)
su proposta del direttore generale: approva i piani annuali di
trasmissione e di produzione dell'azienda e le variazioni che si
rendano necessarie; nomina i vice direttori generali e i dirigenti di
primo e di secondo livello e ne delibera la collocazione aziendale;
approva gli atti e i contratti aziendali aventi carattere strategico,
nonché quelli che, anche per effetto di una durata pluriennale, siano
di importo superiore a 5 miliardi di lire. Sui piani di cui alla
lettera a) e sui criteri di scelta dei vice direttori generali e dei
direttori di rete e testata e su quelli di formulazione dei piani
annuali di trasmissione e di produzione, riferisce alla Commissione
parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi
radiotelevisivi (3).

8. Il consiglio riceve periodicamente dal direttore generale una
relazione sull'andamento dei costi e dei ricavi di gestione, nonché
dati informativi sui costi diretti e di contabilità industriale dei
programmi televisivi e radiofonici, sugli atti e sui contratti
aziendali con valore superiore all'entità delle procure conferite ai
dirigenti di primo livello, sulle assunzioni, sui trasferimenti e sulle
promozioni del personale; tramite il presidente, invia annualmente ai
Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica una
relazione sull'andamento del servizio pubblico radiotelevisivo.

9. Entro quattro mesi dalla sua costituzione, il consiglio elabora
un piano di fattibilità circa la razionalizzazione ed eventuali
accorpamenti delle società consociate in linea con il quadro di
ridefinizione del sistema radiotelevisivo. Entro i successivi tre mesi,
in relazione a quanto sopra, sono modificati gli statuti delle società
consociate in modo da stabilire che il numero dei componenti i consigli
di amministrazione di tali società sia ricompreso fra le tre e le
cinque unità.


(2) L'attuale comma 1 così sostituisce gli originari commi 1
e 2 per effetto dell'art. 1, comma 5, D.L. 23 ottobre 1996, n. 545
(convertito nella legge 23 dicembre 1996 n. 650). Vedi, anche,
l'art. 1, D.L. 27 agosto 1993, n. 323. Con D.M. 14 ottobre 1994 (Gazz.
Uff. 2 novembre 1994, n. 256) è stato approvato il piano triennale di
ristrutturazione aziendale presentato dal consiglio di amministrazione
della società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo.
(3) Periodo aggiunto dall'articolo 1, comma 7, D.L. 23 ottobre 1996, n. 545 (convertito nella legge 23 dicembre 1996 n. 650).


2-bis. Controllo della gestione sociale.
1. Il controllo
della gestione sociale è effettuato a norma degli articoli 2403 e
seguenti del codice civile, da un collegio sindacale composto da tre
sindaci effettivi e due supplenti, scelti tra soggetti in possesso dei
requisiti di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 27 gennaio
1992, n. 88. Il presidente del collegio sindacale è il direttore
generale dell'IRI o un suo delegato; un sindaco effettivo ed uno
supplente sono designati dal Ministro del tesoro; un sindaco effettivo
ed uno supplente sono designati dal Ministro delle poste e delle
telecomunicazioni. L'assemblea dei soci deve essere convocata per la
nomina dei componenti del collegio sindacale entro quindici giorni
dalla scadenza del collegio stesso. Le relazioni del collegio sindacale
sono trasmesse per conoscenza alla Commissione parlamentare per
l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

2. Le incompatibilità previste per i membri del consiglio di
amministrazione valgono anche per i componenti del collegio sindacale.

3. L'articolo 7 del decreto-legge 6 dicembre 1984, n. 807,
convertito, con modificazioni, dalla legge 4 febbraio 1985, n. 10, è
abrogato (4).


(4) Articolo aggiunto dall'art. 1, comma 6, D.L. 23 ottobre 1996, n. 545 (convertito nella legge 23 dicembre 1996 n. 650)..


3. Direttore generale.
1. Il direttore generale della
società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo è nominato
dal consiglio di amministrazione, d'intesa con l'assemblea dei soci
della società; il suo mandato ha la stessa durata di quello del
consiglio.

2. Il direttore generale risponde al consiglio di amministrazione
della gestione aziendale per i profili di propria competenza e
sovrintende alla organizzazione e al funzionamento dell'azienda nel
quadro dei piani e delle direttive definiti dal consiglio; partecipa,
senza diritto di voto, alle riunioni del consiglio.3. Il direttore
generale assicura, in collaborazione con i direttori di rete e di
testata, la coerenza della programmazione radiotelevisiva con le linee
editoriali e le direttive formulate dal consiglio.4. Il direttore
generale ha, inoltre, le seguenti attribuzioni:

a) propone al consiglio le nomine dei dirigenti di cui all'articolo 2, comma 7, lettera b);
b)
assume, nomina, promuove e stabilisce la collocazione degli altri
dirigenti, nonché, su proposta dei direttori di testata e nel rispetto
del contratto di lavoro giornalistico, degli altri giornalisti e ne
informa puntualmente il consiglio;
c) provvede alla gestione del personale dell'azienda;
d)
propone all'approvazione del consiglio gli atti e i contratti aziendali
di cui all'articolo 2, comma 7, lettera b); firma gli altri atti e
contratti aziendali attinenti alla gestione della società;
e)
provvede all'attuazione dei piani di cui all'articolo 2, comma 6, e dei
progetti specifici approvati dal consiglio in materia di linea
editoriale, investimenti, organizzazione aziendale, politica
finanziaria e politiche del personale.

5. Il direttore generale trasmette al consiglio le informazioni
utili per verificare il conseguimento degli obiettivi aziendali e
l'attuazione degli indirizzi definiti dagli organi competenti ai sensi
della presente legge.


4. Convenzione.
1. Entro tre mesi dalla costituzione del
nuovo consiglio di amministrazione viene stipulata una nuova
convenzione tra la società concessionaria del servizio pubblico
radiotelevisivo e il Ministero delle poste e delle telecomunicazioni,
anche al fine di adeguare la convenzione stessa alle prescrizioni di
cui alla legge 6 agosto 1990, n. 223.

2. La convenzione disciplina, in attuazione della vigente normativa
in materia, i compiti e gli obblighi particolari posti a carico della
società concessionaria. Tale convenzione determina altresì l'ammontare
del canone di abbonamento alla radiotelevisione, di cui al regio
decreto-legge 21 febbraio 1938, n. 246, convertito dalla legge 4 giugno
1938, n. 880, e successive modificazioni, la quota di esso di
competenza della società concessionaria stabilita per legge, la
percentuale ad essa spettante per gli oneri di riscossione, nonché
l'ammontare del canone di concessione, proporzionato a quello sostenuto
dalle imprese radiotelevisive private. Qualora non si provveda entro il
31 dicembre 1993, per l'anno 1994 il canone di abbonamento alla
radiotelevisione viene rivalutato in misura comunque non superiore al
tasso di inflazione registrato nell'anno solare precedente.

3. Prima che sia resa esecutiva, la convenzione è trasmessa alla
commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei
servizi radiotelevisivi, che esprime il parere entro trenta giorni.


5. Abrogazioni - Entrata in vigore.
1. L'articolo 9 della
legge 14 aprile 1975 n. 103, gli articoli 5, 6 e 8 del decreto-legge 6
dicembre 1984 n. 807, convertito, con modificazioni, dalla legge 4
febbraio 1985 n. 10, nonché l'articolo 25 della legge 6 agosto 1990 n.
223 sono abrogati.

2. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello
della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
italiana.

 


6. Legge 31 luglio 1997 n. 249. Istituzione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e norme sui sistemi delle telecomunicazioni e radiotelevisivo

Articolo 1. Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

1. È istituita l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di
seguito denominata "Autorità", la quale opera in piena autonomia e con
indipendenza di giudizio e di valutazione.

3. Sono organi dell'Autorità il presidente, la commissione per le
infrastrutture e le reti, la commissione per i servizi e i prodotti e
il consiglio. Ciascuna commissione è organo collegiale costituito dal
presidente dell'Autorità e da quattro commissari. Il consiglio è
costituito dal presidente e da tutti i commissari.

4. La Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la
vigilanza dei servizi radiotelevisivi verifica il rispetto delle norme
previste dagli articoli 1 e 4 della legge 14 aprile 1975 n. 103, dalla
legge 25 giugno 1993 n. 206, e dall'articolo 1 del decreto-legge 23
ottobre 1996 n. 545, convertito, con modificazioni, dalla legge 23
dicembre 1996 n. 650.

6. Le competenze dell'Autorità sono così individuate:

a) la commissione per le infrastrutture e le reti esercita le seguenti funzioni:
b) la commissione per i servizi e i prodotti:

6) verifica il rispetto nel settore radiotelevisivo delle norme in
materia di tutela dei minori anche tenendo conto dei codici di
autoregolamentazione relativi al rapporto tra televisione e minori e
degli indirizzi della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale
e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi;

7) vigila sul rispetto della tutela delle minoranze linguistiche
riconosciute nell'ambito del settore delle comunicazioni di massa;

8) verifica il rispetto nel settore radiotelevisivo delle norme in materia di diritto di rettifica;

9) garantisce l'applicazione delle disposizioni vigenti sulla
propaganda, sulla pubblicità e sull'informazione politica nonché
l'osservanza delle norme in materia di equità di trattamento e di
parità di accesso nelle pubblicazioni e nella trasmissione di
informazione e di propaganda elettorale ed emana le norme di attuazione;

14) applica le sanzioni previste dall'articolo 31 della legge 6 agosto 1990 n. 223;

31. I soggetti che non ottemperano agli ordini e alle diffide
dell'Autorità, impartiti ai sensi della presente legge, sono puniti con
la sanzione amministrativa pecuniaria da lire venti milioni a lire
cinquecento milioni. Se l'inottemperanza riguarda provvedimenti
adottati in ordine alla violazione delle norme sulle posizioni
dominanti, si applica a ciascun soggetto interessato una sanzione
amministrativa pecuniaria non inferiore al 2 per cento e non superiore
al 5 per cento del fatturato realizzato dallo stesso soggetto
nell'ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notificazione della
contestazione. Le sanzioni amministrative pecuniarie previste dal
presente comma sono irrogate dall'Autorità.

32. Nei casi previsti dai commi 29, 30 e 31, se la violazione è di
particolare gravità o reiterata, può essere disposta nei confronti del
titolare di licenza o autorizzazione o concessione anche la sospensione
dell'attività, per un periodo non superiore ai sei mesi, ovvero la
revoca.


 

7. La legge sulla par condicio elettorale n. 28/2000

Roma, 21 marzo 2001. La legge 28/2000 (Disposizioni per la
parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne
elettorali e referendarie e per la comunicazione politica) ha 14
articoli. I quattordici articoli della legge confermano innanzitutto
che non sono più previsti spot a pagamento sulle reti tv nazionali
private nè durante il periodo protetto nè in quello non elettorale. I
messaggi autogestiti a pagamento potranno, ora, essere trasmessi solo
sulle tv locali.


NO SPOT A PAGAMENTO, SÌ A CAROSELLI GRATIS: la nuova
legge vieta per tutto l'anno gli spot a pagamento e impone "caroselli"
gratuiti (definiti messaggi autogestiti) per la Rai da uno a tre minuti
(da 30 a 90 secondi per la radio). I privati invece sono liberi di
scegliere se trasmetterli. Per tutti, Rai e reti nazionali private,
valgono comunque le stesse regole: due contenitori al giorno e un solo
messaggio per soggetto politico, in ciascun contenitore, nel periodo
non elettorale con un tempo massimo a disposizione pari al 25% dello
spazio dedicato alla comunicazione politica. Nel periodo della campagna
elettorale i contenitori diventano quattro al giorno e, fermo restando
il limite di un solo passaggio per contenitore, ogni partito può
trasmettere due messaggi per ogni giornata. I contenitori non possono
interrompere i programmi.


COMUNICAZIONE POLITICA E TRIBUNE: Rai e privati hanno l'obbligo di trasmettere gratis, sia in periodo non elettorale che durante quello delle campagne elettorali,
programmi destinati alla comunicazione politica. Va assicurata a tutti
i soggetti politici, con imparzialità ed equità, l'accesso
all'informazione e alla comunicazione politica con parità di condizioni
nell'esposizione di opinioni e posizioni politiche nelle tribune, nei
dibattiti, nelle tavole rotonde, nelle presentazioni in contraddittorio
di programmi politici, nei confronti, nelle interviste e in ogni altra
trasmissione nella quale assuma carattere rilevante l'esposizione di
opinioni e valutazioni politiche. Comunque l'articolo 4 della legge
prevede che "dalla data di convocazione dei comizi elettorali la
comunicazione politica radiotelevisiva si svolge nelle seguenti forme:
tribune politiche, dibattiti, tavole rotonde, presentazione in
contraddittorio di candidati e di programmi politici, interviste e ogni
altra forma che consenta il confronto tra le posizioni politiche e in
candidati in competizione. Durante la campagna elettorale, gli spazi
vengono ripartiti secondo criteri articolati. Anche per la
comunicazione politica il controllo spetta alla Commissione
parlamentare di vigilanza per la Rai e all'Authority per le
comunicazioni per le reti nazionali private. Solo le emittenti locali
potranno trasmettere facoltativamente "messaggi autogestiti" a
pagamento tutto l'anno (ma non c'è obbligo) ma con regole diverse. In
campagna elettorale è consentito mandare in onda per ogni partito due
messaggi a pagamento e uno gratuito con rimborso a carico dello Stato
inseriti in un massimo di sei contenitori. Nel periodo non elettorale
le emittenti locali possono trasmettere "messaggi autogestiti" a
pagamento purchè offrano spazi di comunicazione politica gratuita per
un tempo pari a quello dei messaggi. Per i messaggi a pagamento le tv
locali dovranno praticare uno sconto del 50% sulle normali tariffe
pubblicitarie.


SONDAGGI: negli ultimi 15 giorni prima del voto è vietato
rendere pubblici o diffondere sondaggi sull'esito delle elezioni o
sugli orientamenti politici e di voto degli elettori, anche se
effettuati prima di questo periodo. In ogni caso, nel periodo
precedente, i sondaggi devono esere realizzati sulla base di criteri
fissati dall'Autorità garante delle comunicazioni e possono essere
diffusi solo se accompagnati da precise indicazioni su chi li ha
realizzati, sul committente, sui criteri, sul metodo di raccolta e di
elaborazione dei dati, sul campione.


GIORNALI - durante il periodo della campagna elettorale
quotidiani e periodici sono obbligati a garantire parità di condizioni
nell'accesso ad eventuali messaggi politici dandone comunicazione sulle
rispettive testate. Da quest'obbligo sono esclusi i giornali di
partito. SANZIONI - il criterio che le ha ispirate è quello di una
rapida e facile applicazione. Sono perseguite d'ufficio dell'Authority
ma anche un soggetto politico interessato può denunciare le violazioni
entro 10 giorni dal fatto. È l'Authority che stabilisce le sanzioni che
hanno una gradualità e vanno dal ripristino della parità con la
concessione di spazi in grado di ristabilirla in favore dei soggetti
danneggiati sino all'immediata sospensione delle trasmissioni che
violano la legge.

 


Legge 28/2000 - Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di
informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la
comunicazione politica

Articolo 1 (Finalità e ambito di applicazione)
1. La
presente legge promuove e disciplina, al fine di garantire la parità di
trattamento e l’imparzialità rispetto a tutti i soggetti politici,
l’accesso ai mezzi di informazione per la comunicazione politica.

2. La presente legge promuove e disciplina altresì, allo stesso
fine, l’accesso ai mezzi di informazione durante le campagne per
l’elezione al Parlamento europeo, per le elezioni politiche, regionali
e amministrative e per ogni referendum.


Articolo 2 (Comunicazione politica radiotelevisiva)
1.
Le emittenti radiotelevisive devono assicurare a tutti i soggetti
politici con imparzialità ed equità l’accesso all’informazione e alla
comunicazione politica.

2. S’intende per comunicazione politica radiotelevisiva ai fini
della presente legge la diffusione sui mezzi radiotelevisivi di
programmi contenenti opinioni e valutazioni politiche. Alla
comunicazione politica si applicano le disposizioni dei commi
successivi. Esse non si applicano alla diffusione di notizie nei
programmi di informazione.

3. È assicurata parità di condizioni nell’esposizione di opinioni e
posizioni politiche nelle tribune politiche, nei dibattiti, nelle
tavole rotonde, nelle presentazioni in contraddittorio di programmi
politici, nei confronti, nelle interviste e in ogni altra trasmissione
nella quale assuma carattere rilevante l’esposizione di opinioni e
valutazioni politiche.

4. L’offerta di programmi di comunicazione politica radiotelevisiva
è obbligatoria per le concessionarie radiofoniche nazionali e per le
concessionarie televisive nazionali con obbligo di informazione che
trasmettono in chiaro. La partecipazione ai programmi medesimi è in
ogni caso gratuita.

5. La Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la
vigilanza dei servizi radiotelevisivi, di seguito denominata
"Commissione", e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di
seguito denominata "Autorità", previa consultazione tra loro e ciascuna
nell’ambito della propria competenza, stabiliscono le regole per
l’applicazione della disciplina prevista dal presente articolo.


Articolo 3 (Messaggi politici autogestiti)
1. Le emittenti
radiofoniche e televisive che offrono spazi di comunicazione politica
gratuita ai sensi dell’articolo 2, comma 3, possono trasmettere
messaggi politici autogestiti, gratuiti o a pagamento, di seguito
denominati "messaggi".

2. La trasmissione di messaggi è facoltativa per le emittenti
private e obbligatoria per la concessionaria pubblica, che provvede a
mettere a disposizione dei richiedenti le strutture tecniche necessarie
per la realizzazione dei predetti messaggi.

3. I messaggi recano la motivata esposizione di un programma o di
un’opinione politica e hanno una durata compresa tra uno e tre minuti
per le emittenti televisive e da trenta a novanta secondi per le
emittenti radiofoniche, a scelta del richiedente. I messaggi non
possono interrompere altri programmi, hanno un’autonoma collocazione
nella programmazione e sono trasmessi in appositi contenitori, di cui
ogni emittente comunica alla Commissione o all’Autorità, con almeno
quindici giorni di anticipo, la collocazione nel palinsesto. I messaggi
non sono computati nel calcolo dei limiti di affollamento pubblicitario
previsti dalla legge.

4. Per ciascuna emittente radiofonica e televisiva nazionale gli
spazi per i messaggi non possono superare il 25 per cento della
effettiva durata totale dei programmi di comunicazione politica
trasmessi ai sensi dell’articolo 2, comma 3, dalla medesima emittente o
sulla medesima rete nell’ambito della stessa settimana e nelle stesse
fasce orarie. Possono essere previsti fino a un massimo di due
contenitori per ogni giornata di programmazione.

5. Le emittenti radiofoniche e televisive locali che intendono
trasmettere messaggi politici autogestiti a pagamento devono offrire
spazi di comunicazione politica gratuiti di cui all’articolo 2 per un
tempo pari a quello dei messaggi effettivamente diffusi nell’ambito di
contenitori, che possono essere al massimo in numero di quattro. Nessun
soggetto politico può diffondere più di due messaggi in ciascuna
giornata di programmazione sulla medesima emittente.

6. Gli spazi per i messaggi sono offerti in condizioni di parità di
trattamento ai soggetti politici rappresentati negli organi la cui
elezione è richiamata all’articolo 1, comma 2. L’assegnazione degli
spazi in ciascun contenitore è effettuata mediante sorteggio. Gli spazi
spettanti a un soggetto politico e non utilizzati non possono essere
offerti ad altro soggetto politico. Ciascun messaggio può essere
trasmesso una sola volta in ciascun contenitore. Nessuno può diffondere
più di un messaggio nel medesimo contenitore. Ogni messaggio reca la
denominazione "messaggio autogestito gratuito" o "messaggio autogestito
a pagamento" e l’indicazione del soggetto committente.

7. Le emittenti nazionali possono trasmettere esclusivamente
messaggi politici autogestiti gratuiti. Le emittenti locali praticano
uno sconto del 50 per cento sulle tariffe normalmente in vigore per i
messaggi pubblicitari nelle stesse fasce orarie.

8. L’Autorità e la Commissione, ciascuna nell’ambito delle
rispettive competenze, fissano i criteri di rotazione per l’utilizzo,
nel corso di ogni periodo mensile, degli spazi per i messaggi
autogestiti di cui ai commi precedenti e adottano le eventuali
ulteriori disposizioni necessarie per l’applicazione della disciplina
prevista dal presente articolo.


Articolo 4 (Comunicazione politica radiotelevisiva e messaggi radiotelevisivi autogestiti in campagna elettorale)
1.
Dalla data di convocazione dei comizi elettorali la comunicazione
politica radio-televisiva si svolge nelle seguenti forme: tribune
politiche, dibattiti, tavole rotonde, presentazione in contraddittorio
di candidati e di programmi politici, interviste e ogni altra forma che
consenta il confronto tra le posizioni politiche e i candidati in
competizione.

2. La Commissione e l’Autorità, previa consultazione tra loro, e
ciascuna nell’ambito della propria competenza, regolano il riparto
degli spazi tra i soggetti politici secondo i seguenti criteri:

a) per il tempo intercorrente tra la data di convocazione dei comizi
elettorali e la data di presentazione delle candidature, gli spazi sono
ripartiti tra i soggetti politici presenti nelle assemblee da
rinnovare, nonchè tra quelli in esse non rappresentati purchè presenti
nel Parlamento europeo o in uno dei due rami del Parlamento;
b) per
il tempo intercorrente tra la data di presentazione delle candidature e
la data di chiusura della campagna elettorale, gli spazi sono ripartiti
secondo il principio della pari opportunità tra le coalizioni e tra le
liste in competizione che abbiano presentato candidature in collegi o
circoscrizioni che interessino almeno un quarto degli elettori chiamati
alla consultazione, fatta salva l’eventuale presenza di soggetti
politici rappresentativi di minoranze linguistiche riconosciute,
tenendo conto del sistema elettorale da applicare e dell’ambito
territoriale di riferimento;
c) per il tempo intercorrente tra la
prima e la seconda votazione nel caso di ballottaggio, gli spazi sono
ripartiti in modo uguale tra i due candidati ammessi;
d) per il referendum, gli spazi sono ripartiti in misura uguale fra i favorevoli e i contrari al quesito referendario.

3. Dalla data di presentazione delle candidature per le elezioni di
cui all’articolo 1, comma 2, le emittenti radiofoniche e televisive
nazionali possono trasmettere messaggi autogestiti per la presentazione
non in contraddittorio di liste e programmi, secondo le modalità
stabilite dalla Commissione e dall’Autorità, sulla base dei seguenti
criteri:

a) gli spazi per i messaggi sono ripartiti tra i diversi soggetti
politici, a parità di condizioni, anche con riferimento alle fasce
orarie di trasmissione;
b) i messaggi sono organizzati in modo
autogestito, sono trasmessi gratuitamente e devono avere una durata
sufficiente alla motivata esposizione di un programma o di un’opinione
politica, e comunque compresa, a scelta del richiedente, tra uno e tre
minuti per le emittenti televisive e tra trenta e novanta secondi per
le emittenti radiofoniche;
c) i messaggi non possono interrompere
altri programmi, nè essere interrotti, hanno un’autonoma collocazione
nella programmazione e sono trasmessi in appositi contenitori,
prevedendo fino a un massimo di quattro contenitori per ogni giornata
di programmazione;
d) i messaggi non sono computati nel calcolo dei limiti di affollamento pubblicitario previsti dalla legge;
e) ciascun messaggio può essere trasmesso una sola volta in ciascun contenitore;
f) nessun soggetto politico può diffondere più di due messaggi in ciascuna giornata di programmazione;
g) ogni messaggio reca l’indicazione "messaggio autogestito" e l’indicazione del soggetto committente.

4. La trasmissione dei messaggi autogestiti di cui al comma 3 è
obbligatoria per la concessionaria pubblica, che provvede a mettere a
disposizione dei richiedenti le strutture tecniche necessarie per la
realizzazione dei predetti messaggi.

5. Alle emittenti radiofoniche e televisive locali che accettano di
trasmettere messaggi autogestiti a titolo gratuito, nei termini e con
le modalità di cui al comma 3, è riconosciuto un rimborso da parte
dello Stato nella misura definita entro il 31 gennaio di ogni anno con
decreto del Ministro delle comunicazioni di concerto con il Ministro
del tesoro, del bilancio e della programmazione economica. Alle
emittenti radiofoniche è riservato almeno un terzo della somma
complessiva annualmente stanziata. In sede di prima attuazione il
rimborso per ciascun messaggio autogestito è determinato per le
emittenti radiofoniche in lire 12.000 e per le emittenti televisive in
lire 40.000, indipendentemente dalla durata del messaggio. La somma
annualmente stanziata è ripartita tra le regioni e le province autonome
di Trento e di Bolzano in proporzione al numero dei cittadini iscritti
nelle liste elettorali di ciascuna regione e provincia autonoma. Il
rimborso è erogato, entro i novanta giorni successivi alla conclusione
delle operazioni elettorali, per gli spazi effettivamente utilizzati e
congiuntamente attestati dalla emittente e dal soggetto politico, nei
limiti delle risorse disponibili, dalla regione che si avvale, per
l’attività istruttoria e la gestione degli spazi offerti dalle
emittenti, del comitato regionale per le comunicazioni o, ove tale
organo non sia ancora costituito, del comitato regionale per i servizi
radiotelevisivi. Nella regione Trentino-Alto Adige il rimborso è
erogato dalle province autonome, che si avvalgono, per l’attività
istruttoria, dei comitati provinciali per i servizi radiotelevisivi
sino alla istituzione dei nuovi organi previsti dal comma 13
dell’articolo 1 della legge 31 luglio 1997, n. 249.

6. Per le emittenti di cui al comma 5 i contenitori di cui al comma
3, lettera c), sono previsti fino a un massimo di sei per ogni giornata
di programmazione. Ciascun soggetto politico può disporre al massimo di
un messaggio sulla stessa emittente in ciascuna giornata di
programmazione. L’Autorità regola il riparto degli spazi per i messaggi
tra i soggetti politici a parità di condizioni, anche con riferimento
alle fasce orarie di trasmissione, e fissa il numero complessivo dei
messaggi da ripartire tra i soggetti politici richiedenti in relazione
alle risorse disponibili in ciascuna regione, avvalendosi dei
competenti comitati regionali per le comunicazioni o, ove non ancora
costituiti, dei comitati regionali per i servizi radiotelevisivi.

7. Le emittenti radiofoniche e televisive locali che accettano di
trasmettere messaggi autogestiti a titolo gratuito ai sensi dei commi 5
e 6, nei termini e con le modalità di cui al comma 3, hanno facoltà di
diffondere messaggi a pagamento, fino ad un massimo di due per ogni
soggetto politico per ciascuna giornata di programmazione, alle
condizioni stabilite dal comma 7 dell’articolo 3 e secondo le modalità
di cui alle lettere da b) a g) del comma 3 del presente articolo. Il
tempo complessivamente destinato alla diffusione dei messaggi
autogestiti a pagamento deve essere, di norma, pari, nell’ambito della
medesima settimana, a quello destinato alla diffusione dei messaggi
autogestiti a titolo gratuito.

8. Le emittenti radiofoniche e televisive nazionali e locali
comunicano all’Autorità, entro il quinto giorno successivo alla data di
cui al comma 1, la collocazione nel palinsesto dei contenitori. Fino al
completamento delle operazioni elettorali, ogni successiva
modificazione deve essere comunicata alla medesima Autorità con almeno
cinque giorni di anticipo.

9. A partire dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino
alla chiusura della campagna elettorale, la trasmissione sui mezzi
radiotelevisivi di messaggi di propaganda, pubblicità o comunicazione
politica, comunque denominati, è ammessa esclusivamente secondo la
disciplina del presente articolo.

10. Per le consultazioni referendarie la disciplina relativa alla
diffusione della comunicazione politica e dei messaggi autogestiti di
cui ai commi precedenti si applica dalla data di indizione dei
referendum.

11. La Commissione e l’Autorità, previa consultazione tra loro, e
ciascuna nell’ambito della propria competenza, stabiliscono l’ambito
territoriale di diffusione di cui ai commi precedenti anche tenuto
conto della rilevanza della consultazione sul territorio nazionale.


Articolo 5 (Programmi d’informazione nei mezzi radiotelevisivi)
1.
La Commissione e l’Autorità, previa consultazione tra loro e ciascuna
nell’ambito della propria competenza, definiscono, non oltre il quinto
giorno successivo all’indizione dei comizi elettorali, i criteri
specifici ai quali, fino alla chiusura delle operazioni di voto,
debbono conformarsi la concessionaria pubblica e le emittenti
radiotelevisive private nei programmi di informazione, al fine di
garantire la parità di trattamento, l’obiettività, la completezza e
l’imparzialità dell’informazione.

2. Dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla
chiusura delle operazioni di voto in qualunque trasmissione
radiotelevisiva è vietato fornire, anche in forma indiretta,
indicazioni di voto o manifestare le proprie preferenze di voto.

3. I registi ed i conduttori sono altresì tenuti ad un comportamento
corretto ed imparziale nella gestione del programma, così da non
esercitare, anche in forma surrettizia, influenza sulle libere scelte
degli elettori.

4. Al comma 5 dell’articolo 1 della legge 10 dicembre 1993, n. 515,
le parole: "A decorrere dal trentesimo giorno precedente la data delle
votazioni per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della
Repubblica" sono sostituite dalle seguenti: "Dalla data di convocazione
dei comizi per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della
Repubblica e fino alla chiusura delle operazioni di voto".


Articolo 6 (Imprese radiofoniche di partiti politici)
1.
Le disposizioni degli articoli da 1 a 5 non si applicano alle imprese
di radiodiffusione sonora di cui all’articolo 11, comma 2, della legge
25 febbraio 1987, n. 67, e successive modificazioni. Per tali imprese è
comunque vietata la cessione, a titolo sia oneroso sia gratuito, di
spazi per messaggi autogestiti.


Articolo 7 (Messaggi politici elettorali su quotidiani e periodici)
1.
Dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino a tutto il
penultimo giorno prima della data delle elezioni, gli editori di
quotidiani e periodici, qualora intendano diffondere a qualsiasi titolo
messaggi politici elettorali, devono darne tempestiva comunicazione
sulle testate edite, per consentire ai candidati e alle forze politiche
l’accesso ai relativi spazi in condizioni di parità fra loro. La
comunicazione deve essere effettuata secondo le modalità e con i
contenuti stabiliti dall’Autorità.2. Sono ammesse soltanto le seguenti
forme di messaggio politico elettorale:

a) annunci di dibattiti, tavole rotonde, conferenze, discorsi;
b) pubblicazioni destinate alla presentazione dei programmi delle liste, dei gruppi di candidati e dei candidati;
c) pubblicazioni di confronto tra più candidati.

3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 non si applicano agli
organi ufficiali di stampa dei partiti e dei movimenti politici e alle
stampe elettorali di liste, gruppi di candidati e candidati. Non si
applicano, altresì, agli altri quotidiani e periodici al di fuori del
periodo di cui al comma 1.


Articolo 8 (Sondaggi politici ed elettorali)
1. Nei
quindici giorni precedenti la data delle votazioni è vietato rendere
pubblici o, comunque, diffondere i risultati di sondaggi demoscopici
sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli
elettori, anche se tali sondaggi sono stati effettuati in un periodo
precedente a quello del divieto.

2. L’Autorità determina i criteri obbligatori in conformità dei quali devono essere realizzati i sondaggi di cui al comma 1.

3. I risultati dei sondaggi realizzati al di fuori del periodo di
cui al comma 1 possono essere diffusi soltanto se accompagnati dalle
seguenti indicazioni, delle quali è responsabile il soggetto che ha
realizzato il sondaggio, e se contestualmente resi disponibili, nella
loro integralità e con le medesime indicazioni, su apposito sito
informatico, istituito e tenuto a cura del Dipartimento per
l’informazione e l’editoria presso la Presidenza del Consiglio dei
ministri:

a) soggetto che ha realizzato il sondaggio;
b) committente e acquirente;
c) criteri seguiti per la formazione del campione;
d) metodo di raccolta delle informazioni e di elaborazione dei dati;
e) numero delle persone interpellate e universo di riferimento;
f) domande rivolte;
g) percentuale delle persone che hanno risposto a ciascuna domanda;
h) data in cui è stato realizzato il sondaggio.


Articolo 9 (Disciplina della comunicazione istituzionale e obblighi di informazione)
1.
Dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura
delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni
pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle
effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l’efficace
assolvimento delle proprie funzioni.

2. Le emittenti radiotelevisive pubbliche e private, su indicazione
delle istituzioni competenti, informano i cittadini delle modalità di
voto e degli orari di apertura e di chiusura dei seggi elettorali.


Articolo 10 (Provvedimenti e sanzioni)
1. Le
violazioni delle disposizioni di cui alla presente legge, nonché di
quelle emanate dalla Commissione e dall’Autorità sono perseguite
d’ufficio da quest’ultima secondo le disposizioni del presente
articolo. Ciascun soggetto politico interessato può, comunque,
denunciare tali violazioni entro dieci giorni dal fatto. La denuncia è
comunicata, anche a mezzo telefax:

a) all’Autorità;
b) all’emittente privata o all’editore presso cui è avvenuta la violazione;
c)
al competente comitato regionale per le comunicazioni ovvero, ove il
predetto organo non sia ancora costituito, al comitato regionale per i
servizi radiotelevisivi;
d) al gruppo della Guardia di finanza nella
cui competenza territoriale rientra il domicilio dell’emittente o
dell’editore. Il predetto gruppo della Guardia di finanza provvede al
ritiro delle registrazioni interessate dalla comunicazione
dell’Autorità o dalla denuncia entro le successive dodici ore.

2. L’Autorità, avvalendosi anche del competente comitato regionale
per le comunicazioni ovvero, ove il predetto organo non sia ancora
costituito, del comitato regionale per i servizi radiotelevisivi,
nonchè del competente ispettorato territoriale del Ministero delle
comunicazioni e della Guardia di finanza, procede ad una istruttoria
sommaria e, contestati i fatti, anche a mezzo telefax, sentiti gli
interessati ed acquisite eventuali controdeduzioni, da trasmettere
entro ventiquattro ore dalla contestazione, provvede senza indugio, e
comunque entro le quarantotto ore successive all’accertamento della
violazione o alla denuncia, in deroga ai termini e alle modalità
procedimentali previste dalla legge 24 novembre 1981, n. 689.

3. In caso di violazione degli articoli 2, 4, commi 1 e 2, e 6,
l’Autorità ordina alle emittenti radiotelevisive la trasmissione di
programmi di comunicazione politica con prevalente partecipazione dei
soggetti politici che siano stati direttamente danneggiati dalle
violazioni.

4. In caso di violazione degli articoli 3 e 4, commi da 3 a 7,
l’Autorità ordina all’emittente interessata, oltre all’immediata
sospensione delle trasmissioni programmate in violazione della presente
legge:

a) la messa a disposizione di spazi, a titolo gratuito o a
pagamento, per la trasmissione di messaggi politici autogestiti in
favore dei soggetti danneggiati o illegittimamente esclusi, in modo da
ripristinare l’equilibrio tra le forze politiche;
b) se del caso, il
ripristino dell’equilibrio tra gli spazi destinati ai messaggi e quelli
destinati alla comunicazione politica gratuita.

5. In caso di violazione dell’articolo 5, l’Autorità ordina
all’emittente interessata la trasmissione di servizi di informazione
elettorale con prevalente partecipazione dei soggetti politici che
siano stati direttamente danneggiati dalla violazione.

6. In caso di violazione dell’articolo 7, l’Autorità ordina
all’editore interessato la messa a disposizione di spazi di pubblicità
elettorale compensativa in favore dei soggetti politici che ne siano
stati illegittimamente esclusi.

7. In caso di violazione dell’articolo 8, l’Autorità ordina
all’emittente o all’editore interessato di dichiarare tale circostanza
sul mezzo di comunicazione che ha diffuso il sondaggio con il medesimo
rilievo, per fascia oraria, collocazione e caratteristiche editoriali,
con cui i sondaggi stessi sono stati pubblicizzati.

8. Oltre a quanto previsto nei commi 3, 4, 5, 6 e 7, l’Autorità ordina:

a) la trasmissione o la pubblicazione, anche ripetuta a seconda
della gravità, di messaggi recanti l’indicazione della violazione
commessa;
b) ove necessario, la trasmissione o la pubblicazione,
anche ripetuta a seconda della gravità, di rettifiche, alle quali è
dato un risalto non inferiore per fascia oraria, collocazione e
caratteristiche editoriali, della comunicazione da rettificare.

9. L’Autorità può, inoltre, adottare anche ulteriori provvedimenti
d’urgenza al fine di ripristinare l’equilibrio nell’accesso alla
comunicazione politica.

10. I provvedimenti dell’Autorità di cui al presente articolo
possono essere impugnati dinanzi al Tribunale amministrativo regionale
(TAR) del Lazio entro trenta giorni dalla comunicazione dei
provvedimenti stessi. In caso di inerzia dell’Autorità, entro lo stesso
termine i soggetti interessati possono chiedere al TAR del Lazio, anche
in sede cautelare, la condanna dell’Autorità stessa a provvedere entro
tre giorni dalla pronunzia. In caso di richiesta cautelare, i soggetti
interessati possono trasmettere o depositare memorie entro cinque
giorni dalla notifica. Il TAR del Lazio, indipendentemente dalla
suddivisione del tribunale in sezioni, si pronunzia sulla domanda di
sospensione nella prima camera di consiglio dopo la scadenza del
termine di cui al precedente periodo, e comunque non oltre il settimo
giorno da questo. Le stesse regole si applicano per l’appello dinanzi
al Consiglio di Stato.


Articolo 11 (Obblighi di comunicazione)
1. Entro
trenta giorni dalla consultazione elettorale per l’elezione della
Camera dei deputati e del Senato della Repubblica ed anche nel caso di
elezioni suppletive, i titolari di emittenti radiotelevisive, nazionali
e locali, e gli editori di quotidiani e periodici comunicano ai
Presidenti delle Camere nonché al Collegio regionale di garanzia
elettorale di cui all’articolo 13 della legge 10 dicembre 1993, n. 515,
i servizi di comunicazione politica ed i messaggi politici effettuati
ai sensi dei precedenti articoli, i nominativi di coloro che vi hanno
partecipato, gli spazi concessi a titolo gratuito o a tariffa ridotta,
gli introiti realizzati ed i nominativi dei soggetti che hanno
provveduto ai relativi pagamenti.

2. In caso di inosservanza degli obblighi stabiliti dal comma 1, si
applica la sanzione amministrativa pecuniaria da lire dieci milioni a
lire cento milioni.


Articolo 12 (Copertura finanziaria)
1. Agli oneri
derivanti dall’attuazione della presente legge, valutati in lire 20
miliardi a decorrere dall’anno 2000, si provvede mediante
corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del
bilancio triennale 2000-2002, nell’ambito dell’unità previsionale di
base di parte corrente "Fondo speciale" dello stato di previsione del
Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per
l’anno 2000, parzialmente utilizzando per gli anni 2000 e 2002
l’accantonamento relativo al medesimo Ministero e per l’anno 2001
l’accantonamento relativo al Ministero delle finanze.

2. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti
variazioni di bilancio.


Articolo 13 (Abrogazione di norme)
1. Gli articoli 1, commi 2, 3 e 4, 2, 5, 6 e 8 della legge 10 dicembre 1993, n. 515, sono abrogati.


Articolo 14 (Entrata in vigore)
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 


8. La par condicio nei periodi non elettorali (Delibera n. 200/00/CSP dell’Agcom)

Roma, 21 gennaio 2001. Se le regole della par condicio in periodo
elettorale vengono dettate dall’authority volta per volta, vale a dire
rinnovate per ogni singola elezione, restano valide, nei periodi non
elettorali, ma spesso a ridosso e quindi altrettanto importanti, una
serie di regole che disciplinano la comunicazione politica attraverso i
mezzi di informazione, in modo da offrire a tutti parità di accesso.
Con questa delibera n. 200/2000 l’Autorità per la garanzia nelle
comunicazioni definisce i parametri da utilizzare per i vari tipi di
media, dagli spazi ai sondaggi, dai criteri ai controlli.

Autorità per la garanzia nelle comunicazioni - Delibera n.
200/00/CSP - Disposizioni di attuazione della disciplina in materia di
comunicazione politica e di parità di accesso ai mezzi di informazione
nei periodi non elettorali.

L’AUTORITA’

NELLA riunione della Commissione per i Servizi e Prodotti del 22 giugno 2000;

VISTO l’articolo 1, comma 6, lettera b), n. 9, della legge 31 luglio
1997, n. 249, sull’istituzione dell’Autorità per le garanzie nelle
comunicazioni;

VISTA la legge 22 febbraio 2000 n. 28, recante "Disposizioni per la
parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne
elettorali e referendarie per la comunicazione politica", pubblicata
sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 22 febbraio 2000;

EFFETTUATE le consultazioni con la Commissione parlamentare per
l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi
previste dalla legge 22 febbraio 2000, n. 28;

SENTITO il Coordinamento nazionale dei Comitati regionali per i servizi radiotelevisivi;

EFFETTUATE le audizioni con le associazioni maggiormente rappresentative dell’emittenza radiotelevisiva;

UDITA la relazione del Commissario dott. Giuseppe Sangiorgi,
relatore ai sensi dell’art. 32 del regolamento concernente
l’organizzazione ed il funzionamento dell’Autorità;


DELIBERA

TITOLO I. RADIODIFFUSIONE SONORA E TELEVISIVA

Capo I. Emittenti radiofoniche e televisive nazionali

Articolo 1. Finalità ed ambito di applicazione
1. Il
presente provvedimento reca disposizioni intese ad assicurare
l’applicazione della disciplina prevista dalla legge 22 febbraio 2000
n. 28, in materia di comunicazione politica e di parità di accesso ai
mezzi di informazione, nei periodi non elettorali. 2. Ai fini
dell’applicazione del presente provvedimento, le province autonome di
Trento e di Bolzano sono considerate ciascuna come un ambito regionale
distinto.


Articolo 2. Riparto degli spazi per la comunicazione politica
1.
Nei periodi in cui non sono in corso campagne elettorali o referendarie
di cui all’articolo 1, comma 2 della legge 22 febbraio 2000, n. 28,
ciascuna emittente televisiva o radiofonica nazionale dedica alla
comunicazione politica, nelle forme previste dall’articolo 2, comma 3,
della legge 22 febbraio 2000, n. 28, – tribune politiche, dibattiti,
tavole rotonde, presentazione in contraddittorio di programmi politici,
confronti, interviste e ogni altra trasmissione nella quale assuma
carattere rilevante l’esposizione di opinioni e valutazioni politiche –
un complesso di spazi ripartito in modo da assicurare con imparzialità
ed equità – nell’arco di un trimestre – l’accesso a tutti i soggetti
politici nonché la parità di condizioni nell’esposizione delle proprie
opinioni e posizioni politiche. 2. Ai fini del presente provvedimento,
i soggetti politici di cui alla legge 22 febbraio 2000, n. 28, sono
individuati come segue: a) per le trasmissioni riferite a temi di
interesse nazionale: 1) le forze politiche che costituiscono un
autonomo gruppo in almeno un ramo del Parlamento nazionale; 2) le forze
politiche, che, pur non costituendo un autonomo gruppo in uno dei due
rami del Parlamento nazionale, abbiano eletto con proprio simbolo
almeno due rappresentanti al Parlamento europeo; b) per le trasmissioni
riferite a temi di interesse locale: 1) le forze politiche che
costituiscono un autonomo gruppo consiliare nelle assemblee regionali,
provinciali o comunali. 3. I soggetti politici partecipano alle
trasmissioni in ragione del proprio consenso elettorale e, ove
concordato, anche attraverso rappresentanti delle comuni coalizioni di
riferimento. In tale caso lo spazio delle coalizioni sarà dato dalla
somma degli spazi delle diverse componenti della coalizione. 4. Nel
rispetto delle precedenti disposizioni possono partecipare alle
trasmissioni di comunicazione politica anche soggetti diversi da quelli
indicati tenendo conto della esigenza di tutelare il pluralismo nelle
sue varie accezioni, oltre alle minoranze linguistiche indicate
dall’articolo 2 della legge 15 dicembre 1999 n. 482, e ai Comitati
Promotori di referendum abrogativi ai sensi dell’articolo 75 della
Costituzione, limitatamente ai quesiti dei quali l’Ufficio centrale per
il referendum presso la Corte di Cassazione abbia definitivamente
accertato la legittimità, ai sensi dell’articolo 32, sesto comma, della
legge 25 maggio 1970, n. 352; nonché i promotori dei referendum
promossi ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione, limitatamente
alle richieste delle quali l’Ufficio centrale abbia definitivamente
accertato la legittimità, ai sensi dell’articolo 12 della medesima
legge 25 maggio 1970, n. 352. 5. Le emittenti, tenuto conto della
specificità di quelle radiofoniche e di quelle televisive, inseriscono
nei loro palinsesti le trasmissioni di comunicazione politica di cui al
comma 3, articolo 2 della legge del 22 febbraio 2000, n.28,
raccordandole alle caratteristiche editoriali proprie delle diverse
emittenti. 6. La durata complessiva trimestrale degli spazi deve
esaurire un ciclo compiuto di comunicazione politica realizzando una
equilibrata ripartizione degli spazi nelle diverse trasmissioni. La
collocazione delle diverse trasmissioni, è determinata dalle emittenti
televisive all’interno della fascia oraria compresa tra le ore 07.00 e
le ore 01.00 del giorno successivo. Per le emittenti radiofoniche la
fascia predetta si estende dalle ore 05.00 alle ore 02.00 del giorno
successivo. 7. In ogni caso l’ambito trimestrale di riferimento della
presente disciplina, si intende sospeso quando ricorrono le condizioni
previste dall’articolo 4 della legge 22 febbraio 2000, n. 28. 8.
L’individuazione delle persone che partecipano gratuitamente alle
trasmissioni tiene conto, per quanto possibile, dell’esigenza di
garantire pari opportunità tra uomini e donne.


Articolo 3. Modalità di trasmissione dei messaggi politici autogestiti gratuiti
1.
Le singole emittenti radiofoniche e televisive nazionali private
possono trasmettere esclusivamente messaggi politici autogestiti
gratuiti, la cui durata complessiva non può superare, ogni settimana,
il 25% del tempo effettivamente dedicato, nella stessa settimana e
nelle stesse fasce orarie, ai programmi di comunicazione politica. 2.
Tali spazi sono offerti, in condizioni di parità di trattamento, ai
soggetti rappresentati negli organi di cui alle consultazioni
elettorali previste dall’articolo 1, comma 2, della legge 22 febbraio
2000, n. 28 secondo le seguenti modalità: a) i messaggi sono
organizzati in modo autogestito, sono trasmessi gratuitamente e devono
avere una durata sufficiente alla motivata esposizione di un programma
o di una opinione politica, e comunque compresa, a scelta del
richiedente, fra uno e tre minuti per le emittenti televisive e fra
trenta e novanta secondi per le emittenti radiofoniche; b) i messaggi
non possono interrompere altri programmi né essere interrotti, hanno
una autonoma collocazione nella programmazione e sono trasmessi in
appositi contenitori, fino a un massimo di due per ogni giornata di
programmazione; c) i messaggi non sono computati nel calcolo dei limiti
di affollamento pubblicitario previsti dalla legge; d) ciascun
messaggio può essere trasmesso una sola volta in ciascun contenitore;
e) nessun soggetto politico può diffondere più di un messaggio nel
medesimo contenitore; f) gli spazi spettanti ad un soggetto politico e
non utilizzati non possono essere offerti ad altro soggetto politico;
g) ogni messaggio reca l'indicazione "messaggio autogestito gratuito" e
l'indicazione del soggetto committente. 3. Le emittenti che intendono
trasmettere messaggi politici autogestiti: a) comunicano, anche a mezzo
telefax, con almeno quindici giorni di anticipo all'Autorità per le
garanzie nelle comunicazioni, la collocazione nel palinsesto dei
contenitori e le richieste dei soggetti politici interessati a
trasmettere messaggi autogestiti nell’arco di un trimestre nonché la
programmazione delle trasmissioni di comunicazione politica con
l'indicazione dei partecipanti e con la specificazione del soggetto
politico da essi rappresentato previsti nel periodo trimestrale di
riferimento; b) assegnano gli spazi per i messaggi all'interno dei
singoli contenitori previsti per il trimestre, secondo un criterio di
rotazione a scalare di un posto all'interno di ciascun contenitore a
partire dal primo giorno di ogni mese.


Capo II. Emittenti radiofoniche e televisive locali

Articolo 4. Riparto degli spazi per la comunicazione politica
1.Alle
emittenti radiofoniche e televisive locali che intendono trasmettere
programmi di comunicazione politica si applicano le disposizioni di cui
all'articolo 2.


Articolo 5. Modalità di trasmissione dei messaggi politici autogestiti a pagamento
1.
Le emittenti radiotelevisive locali trasmettono esclusivamente messaggi
politici autogestiti a pagamento. 2. Le emittenti che intendono
trasmettere i suddetti messaggi devono preventivamente stabilire gli
spazi di comunicazione politica gratuiti di cui al predetto articolo 4.
Il tempo complessivamente destinato alla trasmissione degli spazi di
comunicazione politica gratuiti deve essere di norma pari a quello dei
messaggi effettivamente diffusi. Le emittenti radiotelevisive
praticano, ai fini della trasmissione di messaggi politici autogestiti
a pagamento, uno sconto del 50% sulle tariffe normalmente in vigore per
i messaggi pubblicitari messi in onda nelle stesse fasce orarie. 3.
Nessun soggetto politico può diffondere più di due messaggi in ciascuna
giornata di programmazione sulla medesima emittente. 4. Le emittenti
che intendono trasmettere messaggi politici autogestiti osservano le
seguenti modalità: a) gli spazi per i messaggi sono offerti in
condizioni di parità di trattamento ai soggetti politici di cui
all’articolo 1, comma 2, della legge 22 febbraio 2000, n. 28; b) i
messaggi sono organizzati in modo autogestito dai soggetti politici e
devono avere una durata sufficiente alla motivata esposizione di un
programma o di una opinione politica, e comunque compresa, a scelta del
richiedente, fra uno e tre minuti per le emittenti televisive e fra
trenta e novanta secondi per le emittenti radiofoniche; c) i messaggi
non possono interrompere altri programmi né essere interrotti, hanno
una autonoma collocazione nella programmazione e sono trasmessi in
appositi contenitori, fino a un massimo di quattro per ogni giornata di
programmazione; d) i messaggi non sono computati nel calcolo dei limiti
di affollamento pubblicitario previsti dalla legge; e) ciascun
messaggio può essere trasmesso una sola volta in ciascun contenitore;
f) nessun soggetto politico può diffondere più di un messaggio nel
medesimo contenitore; g) gli spazi spettanti ad un soggetto politico e
non utilizzati non possono essere offerti ad altro soggetto politico;
h) ogni messaggio reca l'indicazione "messaggio autogestito a
pagamento" e l'indicazione del soggetto committente. 5. Le emittenti
che intendono trasmettere messaggi politici autogestiti a pagamento
comunicano, con almeno quindici giorni di anticipo, ai competenti
comitati regionali per le comunicazioni o, ove non costituiti, ai
comitati regionali per i servizi radiotelevisivi, che ne informano
l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, la collocazione nel
palinsesto dei contenitori e i relativi programmi di comunicazione
politica con l'indicazione dei partecipanti e con la specificazione del
soggetto politico da essi rappresentato previsti nel periodo
trimestrale di riferimento. Qualora più soggetti politici richiedano la
trasmissione di messaggi politici autogestiti a pagamento nella stessa
fascia oraria, l’emittente effettuerà il sorteggio per la collocazione
dei diversi messaggi politici autogestiti a pagamento all’interno del
contenitore previsto per quella fascia oraria.


Capo III. Dispoosizioni particolari

Articolo 6. Circuiti
1. Le trasmissioni in contemporanea
da parte di emittenti locali che operano in circuiti nazionali comunque
denominati sono considerate, ai fini del presente atto, come
trasmissioni in ambito nazionale; il consorzio costituito per la
gestione del circuito o, in difetto, le singole emittenti che fanno
parte del circuito, sono tenuti al rispetto delle disposizioni previste
per le emittenti nazionali dal capo primo del presente titolo, che si
applicano altresì alle emittenti autorizzate alla ripetizione dei
programmi esteri ai sensi dell'articolo 38 della legge 14 aprile 1975,
n. 103. 2. Ai fini del presente atto la definizione di circuito
nazionale si determina con riferimento all’art. 3, comma 5, della Legge
31 luglio 1997, n. 249. 3. Rimangono ferme per ogni emittente del
circuito, per il tempo di trasmissione autonoma, le disposizioni
previste per le emittenti locali dal capo secondo del presente titolo.


Articolo 7. Imprese radiofoniche di partiti politici
1.
In conformità a quanto disposto dall’articolo 6 della legge 22 febbraio
2000, n. 28, le disposizioni di cui ai capi primo e secondo del
presente titolo non si applicano alle imprese di radiodiffusione sonora
che risultino essere organo ufficiale di un partito politico
rappresentato in almeno un ramo del Parlamento ai sensi dell’articolo
11, comma 2, della legge 25 febbraio 1987, n. 67. Per tali imprese è
comunque vietata la cessione, a titolo sia oneroso sia gratuito, di
spazi per messaggi autogestiti


TITOLO II. SONDAGGI POLITICI ED ELETTORALI

Articolo 8. Criteri per la realizzazione di sondaggi politici
1.
Nei periodi non elettorali la diffusione o pubblicazione integrale o
parziale dei risultati dei sondaggi deve essere obbligatoriamente
corredata da una "nota informativa" che ne costituisce parte integrante
e contiene le indicazioni di seguito elencate, delle quali è
responsabile il soggetto che realizza il sondaggio: a) il soggetto che
ha realizzato il sondaggio; b) il committente e l'acquirente; c) i
criteri seguiti per la formazione del campione, specificando se si
tratta di "sondaggio rappresentativo" o "sondaggio non
rappresentativo"; d) il metodo di raccolta delle informazioni e di
elaborazione dei dati; e) il numero delle persone interpellate e
l'universo di riferimento; f) il testo integrale delle domande rivolte
o, nel caso di pubblicazione parziale del sondaggio, dei singoli
quesiti ai quali si fa riferimento; g) la percentuale delle persone che
hanno risposto a ciascuna domanda; h) la data in cui è stato realizzato
il sondaggio. 2. I sondaggi di cui al comma 1, inoltre, possono essere
diffusi soltanto se contestualmente resi disponibili dal committente,
nella loro integralità e corredati della "nota informativa" di cui al
medesimo comma 2, sull’apposito sito Internet del Dipartimento per
l'informazione e l'editoria presso la Presidenza del Consiglio dei
ministri ai sensi dell’articolo 8, comma 3, della legge 22 febbraio
2000 n. 28; 3. In caso di pubblicazione dei risultati dei sondaggi a
mezzo stampa, la "nota informativa" di cui al comma 2 è sempre
evidenziata con apposito riquadro. 4. In caso di diffusione dei
risultati dei sondaggi sui mezzi di comunicazione televisiva, la "nota
informativa" di cui al comma 2 viene preliminarmente letta dal
conduttore ed appare in apposito sottotitolo a scorrimento. 5. In caso
di diffusione radiofonica dei risultati dei sondaggi, la "nota
informativa" di cui al comma 1 è letta ai radioascoltatori.


TITOLO III. VIGILANZA E CONTENZIOSO

Articolo 9. Compiti dei comitati regionali per le comunicazioni
1.
I comitati regionali per le comunicazioni o, ove questi non siano stati
ancora costituiti, i comitati regionali per i servizi radiotelevisivi,
compresi quelli delle province autonome, assolvono, nell'ambito
territoriale di rispettiva competenza, i seguenti compiti: a)
trasmettono, anche a mezzo telefax, all'Autorità le dichiarazioni con
cui le emittenti locali accettano di trasmettere messaggi politici
autogestiti e rendono nota la collocazione nel palinsesto dei
contenitori dedicati ai messaggi stessi, le loro eventuali variazioni e
i relativi programmi di comunicazione politica, con l’indicazione dei
partecipanti e con la specificazione del soggetto politico da essi
rappresentato; b) vigilano sulla corretta ed uniforme applicazione
della legislazione vigente e del presente provvedimento da parte delle
emittenti locali, nonché delle disposizioni dettate per la
concessionaria del servizio pubblico dalla Commissione parlamentare per
l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi per
quanto concerne le trasmissioni a carattere regionale. A tale scopo le
emittenti sono tenute a inviare le registrazioni, eventualmente
richieste dai comitati regionali per le comunicazioni o, ove questi non
siano stati ancora costituiti, dai comitati regionali per i servizi
radiotelevisivi, su formato standard; c) accertano le eventuali
violazioni, trasmettono i relativi atti e formulano le conseguenti
proposte all'Autorità per i provvedimenti di competenza di
quest'ultima; d) adottano con tempestività, anche su richiesta dei
soggetti interessati, iniziative di mediazione e composizione delle
controversie in ordine alla applicazione delle disposizioni di legge in
sede locale.


Articolo 10. Accertamenti e controlli
1. In caso di
accertamento di violazioni delle disposizioni della legge 22 febbraio
2000 n. 28, nonché di quelle emanate dalla Commissione parlamentare per
l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi ovvero
delle disposizioni dettate con il presente atto l’Autorità per le
garanzie nelle comunicazioni ordina alle emittenti radiotelevisive la
trasmissione di programmi di comunicazione politica con prevalente
partecipazione dei soggetti politici che siano stati direttamente
danneggiati e, se del caso, adotta ulteriori provvedimenti d’urgenza
che ritiene necessari al fine di ripristinare l’equilibrio nell’accesso
alla comunicazione politica, verifica il rispetto dei propri
provvedimenti ai fini previsti dall'articolo 1, comma 31, della legge
31 luglio 1997, n. 249, e può adottare tempestivamente, anche su
richiesta dei soggetti interessati, iniziative di mediazione e
composizione delle controversie in ordine alla applicazione delle
disposizioni di legge.

2. In caso di denuncia da parte di soggetti politici interessati,
l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, accertata
preliminarmente la procedibilità della denuncia stessa, provvede
direttamente alle istruttorie di cui al comma 1 riguardanti le
emittenti radiotelevisive nazionali, avvalendosi, ove occorra, per
acquisizioni documentali e notifiche urgenti, del nucleo della Guardia
di Finanza istituito presso l'Autorità. Analogamente avviene per le
violazioni riscontrate d’ufficio dall’Autorità per le garanzie nelle
comunicazioni, attraverso il monitoraggio delle emittenti
radiotelevisive nazionali. I procedimenti riguardanti le emittenti
locali sono istruiti dai competenti comitati regionali per le
comunicazioni ovvero, ove questi non siano ancora costituiti, dai
comitati regionali per i servizi radiotelevisivi, che – compiuti gli
opportuni accertamenti ed effettuata una prima verifica sulla
procedibilità e la fondatezza delle denunce pervenute e dopo aver
effettuato un tentativo di conciliazione tra le parti – formulano le
relative proposte all'Autorità comunicando anche l’eventuale
provvedimento di archiviazione. 3.

3. Gli ispettorati territoriali del Ministero delle comunicazioni
collaborano, a richiesta, con i comitati regionali per le comunicazioni
ovvero, ove non costituiti, con i comitati regionali per i servizi
radiotelevisivi.


Articolo 11. Entrata in vigore
1. Il presente
provvedimento diviene efficace con la pubblicazione nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica italiana ed è altresì pubblicato nel
Bollettino ufficiale dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

 

9. Contratto nazionale di lavoro giornalistico (Cnlg Fnsi-Fieg 2001-2005)

Articolo 44 - Rapporto tra informazione e pubblicità
Allo
scopo di tutelare il diritto del pubblico a ricevere una corretta
informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario e
non lesiva degli interessi dei singoli, i messaggi pubblicitari devono
essere chiaramente individuabili come tali e quindi distinti, anche
attraverso apposita indicazione, dai testi giornalistici.

Gli articoli elaborati dal giornalista nell'ambito della sua normale
attività redazionale non possono essere utilizzati come materiale
pubblicitario.

I testi elaborati dai giornalisti collaboratori dipendenti da uffici
stampa o di pubbliche relazioni devono essere pubblicati facendo
seguire alla firma l'indicazione dell'organizzazione cui l'autore del
testo è addetto quando trattino argomenti riferiti all'attività
principale dell'interessato.

I direttori nell'esercizio dei poteri previsti dall'art. 6, e
considerate le peculiarità delle singole testate, sono garanti della
correttezza e della qualità dell'informa-zione anche per quanto attiene
il rapporto tra testo e pubblicità. A tal fine i direttori ricevono
periodicamente i pareri dei comitati di redazione.

 


10. Discorso del rappresentante media Osce a Torino: la legge sul conflitto di interessi non modifica la situazione

"L’assetto dei media in Italia una sfida all'Europa"

Il primo allarme lo aveva lanciato il 23 maggio del 2001. Ora
Freimut Duve, il Delegato per la Libertà di Stampa dell’Osce rilancia
la preoccupazione per la situazione italiana, dove il presidente del
Consiglio possiede la maggioranza dei media radiotelevisivi. Il un
discorso tenuto a Torino il 12 marzo 2002 il rappresentante Osce
sottolinea che questo problema è "una sfida drammatica" alla cultura
democratica europea e una violazione dell’articolo 7 del Trattato di
Nizza. Freimut Duve critica duramente il testo del disegno di legge
approvato dalla Camera sul conflitto di interessi perché esclude
dall’incompatibilità con ruoli pubblici la proprietà di imprese, senza
distinguere tra quelle industriali e quelle radiotelevisive. "Nella
Costituzione Europea", aggiunge Duve, "una speciale attenzione dovrà
essere dedicata a questo problema" anche perché i leader di altre nuove
democrazie emergenti potrebbero seguire l’esempio italiano. Il Delegato
per la libertà dei Media monitora lo sviluppo dei 55 Stati partecipanti
all’OSCE (tra cui Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania,
Russia, Svizzera) e ha il compito di segnalare tempestivamente le
violazioni di libertà d’espressione. L’OSCE (Organization for Security
and Cooperation in Europe) è la più grande organizzazione regionale del
mondo sulla sicurezza con Stati dell’Europa, dell’Asia centrale e del
Nord America. Il ruolo dell’organizzazione è quello avvertire
tempestivamente, di prevenire i conflitti, di gestire le crisi e nel
recupero delle fasi successive a un conflitto. Freimut Duve è tedesco,
ha 64 anni, è stato deputato socialdemocratico di Amburgo al Bundestag,
il Parlamento tedesco, dal 1980 al 1998, è giornalista e attivista dei
diritti umani. E’ stato eletto nella carica di rappresentante per la
libertà di espressione il primo gennaio 1998 e rieletto il primo
gennaio 2001. Il suo mandato scadrà il 31 dicembre 2003.

Testo integrale del discorso a Torino del rappresentante OSCE
Freimut Duve il 12.3.2002. La proprietà dei media in Italia - una sfida
all'architettura Costituzionale Europea.

Signore e Signori, Nel vostro paese il controllo della maggioranza politica sui media radiotelevisivi pone una tripla sfida:
alle istituzioni politiche del vostro paese;
al dibattito costituzionale sull'Unione Europea e
ai nuovi paesi che stanno entrando nell'Unione Europea.

Al di là di queste sfide, ho sempre sottolineato che gli Stati
partecipanti all'OSCE - un'organizzazione che deriva dal processo
democratico postcomunista molto difficile - devono guardare con grande
attenzione agli sviluppi delle vecchie democrazie, che rappresentano i
valori democratici basilari. In questo la storia dell'Italia è
particolarmente legata alla tradizione democratica dell'Europa.

Queste sono le ragioni per cui ho cominciato fin dall'inizio a porre il problema del controllo del vostro governo sui media.

Il 23 maggio dello scorso anno, come rappresentante dell'OSCE sulla
Libertà dei Media, rilasciai una dichiarazione chiedendo al vincitore
delle elezioni italiane di assicurare una separazione chiara e
trasparente, legale ed economica, tra gli interessi del Primo Ministro
nel campo dei media e il suo ruolo di capo del governo eletto. Ho
chiesto questa separazione in modo non ambiguo per garantire la libertà
dei media da ogni interferenza governativa. Questo in linea con i
principi di base dell'OSCE, ai quali l'Italia come paese partecipante è
obbligata. E' anche la consguenza necessaria della storia della cultura
costituzionale in Europa.

Ora sappiamo che tutte le mie preoccupazioni erano giustificate:
l'Italia è diventata l'unico Stato Membro dell'Unione Europea e l'unica
considerevole democrazia occidentale in cui la maggioranza dei media
radiotelevisivi, privati e pubblici, sono direttamente o indirettamente
sotto il controllo del capo del governo eletto democraticamente. La
situazione attuale nel vostro paese presenta una sfida drammatica non
solo alla libertà di pensiero, ma anche alla questione centrale Europea
della tradizionale divisione di potere tra giornalismo e Esecutivo. I
media giornalistici liberi sono considerati il quarto potere, separati
dalle tre rami costituzionali del potere: l'esecutivo, legislativo e
giudiziario. La chiara separazione tra media e politica è un elemento
cruciale e fondamentale delle tradizioni culturali comuni alla storia
culturale e democratica dell'Europa e soprattutto dell'Unione Europea.
La separazione chiara tra media e politica ha giocato un ruolo
importante nella storia politica dell'Unione Europea e non dovrebbe
essere minata da uno dei suoi Stati Membri.

Qual è la realtà in Italia?

L'articolo 21 della Costituzione garantisce chiaramente la libertà di espressione nel suo primo paragrafo: "Tutti
avranno il diritto di esprimere il proprio pensiero liberamente
attraverso la parola, gli scritti e in tutti gli altri modi di
comunicazione". Il secondo paragrafo sottolinea che "La stampa non sarà soggetta a qualsiasi autorizzazione o censura".

Comunque, i mezzi radiotelevisivi, che sono la principale fonte di
informazione per molti cittadini, sono direttamente o indirettamente
controllati dal Primo Ministro.

La concentrazione dei media nelle mani di una persona è un fenomeno
economico moderno. I media sono diventati l'industria centrale del
futuro. Se i capi di queste industrie di informazione globale
rispettano i principi fondamentali della costituzione democratica e i
principi di indipendenza del giornalismo professionale, noi dobbiamo
accettare questa realtà dell'era elettronica moderna. Ma una volta che
questi magnati non rispettano la libertà giornalistica, la situazione
diventa molto preoccupante per il mio Ufficio. Ora abbiamo uno sviluppo
completamente nuovo: il Primo Ministro di uno dei più importanti paesi
democratici possiede la maggioranza dei media radiotelevisivi. Per me,
per il mio Ufficio e per molti esperti costituzionali questo non è solo
un conflitto di interessi, ma una sfida alla costituzione di una
democrazia.

Il parlamento Italiano ha approvato la cosiddetta "legge degli
interessi". Il progetto di legge, mirato a risolvere ogni conflitto di
interesse tra il ruolo pubblico e privato del Primo Ministro dice che
ricoprire un ruolo pubblico è incompatibile con il controllo di
un'industria, ma non "per la mera proprietà di un'industria privata o
la partecipazione o proprietà delle sue azioni". In queste parole i
legislatori non fanno differenze tra un'impresa industriale e un
conglomerato di media.

Secondo il nuovo progetto di legge, il Primo Ministro rimane
legalmente proprietario di queste imprese di media, con tutte le
drammatiche conseguenze: non c'è alcuna possibilità per qualsiasi
organo di informazione di svolgere la sua vitale funzione correttiva.
Come tutti sappiamo, questo avveniva nelle società totalitarie. Sebbene
la Costituzione italiana vieti la censura, i giornalisti italiani che
lavorano nel campo radiotelevisivo devono esercitare l'autocensura per
mantenere il loro lavoro. Non stiamo parlando solo di propaganda
diretta a favore di certe persone e di certi interessi - abbiamo cifre
allarmanti sulla copertura dei media - ma ci stiamo riferendo a zone di
silenzio: i temi, i problemi e gli scandali che NON sono trattati.

Ho sperato molto che una buona e accettabile soluzione, compatibile
con i valori dell'Europa moderna. a questo problema in Italia fosse
trovata. Avrebbe potutodiventare un esempio importante per tutti gli
Stati partecipanti all'OSCE di come districarsi in futuro tra controllo
governativo e indipendenza dei media. La mancata separazione, che ora è
la realtà, permetterà ai leader di nuove democrazie emergenti di
abusare dell'esempio italiano. L'Italia rende più facile per questi
governi di continuare nel controllo anche parziale dei media. Questa è
una sfida drammatica nel paesaggio democratico della regione Osce e
rende ancora più difficile il lavoro del Delegato sulla Libertà di
Stampa. Per dirla molto esplicitamente, vedo l'assolvimento del mio
mandato molto a repentaglio.

Il caso dell'Italia induce ad aprire il problema di una protezione
costituzionale della libertà di espressione dal controllo governativo.

Ho chiesto alla Convenzione sul futuro dell'Unione Europea che
un'attenzione speciale alla libertà di stampa deve essere dedicata
nella discussione sulla Costituzione Europea. Sarei molto preoccupato
se l'Italia divenisse il primo caso di violazione delle procedure del
nuovo Articolo 7 del Trattato di Nizza [1] che può comportare la
sospensione dei diritti di voto di uno Stato Membro una volta che il
Trattato andrà in vigore.

Il dibattito pubblico tra i cittadini italiani può risolvere questo
problema. Ma in generale la separazione tra potere politico e i media è
stata per lungo tempo un principio legale fondamentale della cultura
costituzionale Europea, e io sono fiducioso - come Tedesco nato ai
tempi del nazismo, quando tutti i media erano sotto il controllo del
dittatore - che la famiglia democratica Europea non vorrà minare nel
futuro questa conquista democratica.

Note

[1] Ecco il testo del nuovo articolo 7 del Trattato di Nizza: "1) L'articolo 7 è sostituito dal seguente:


"Articolo 7

1. Su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del
Parlamento europeo o della Commissione, il Consiglio, deliberando alla
maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previo parere conforme
del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio
di violazione grave da parte di uno Stato membro di uno o più principi
di cui all'articolo 6, paragrafo 1, e rivolgergli le appropriate
raccomandazioni. Prima di procedere a tale constatazione il Consiglio
ascolta lo Stato membro in questione e, deliberando secondo la medesima
procedura, può chiedere a delle personalità indipendenti di presentare
entro un termine ragionevole un rapporto sulla situazione nello Stato
membro in questione.
Il Consiglio verifica regolarmente se i motivi che hanno condotto a tale constatazione permangono validi.

2. Il Consiglio, riunito nella composizione dei capi di Stato o
di governo, deliberando all'unanimità su proposta di un terzo degli
Stati membri o della Commissione e previo parere conforme del
Parlamento europeo, può constatare l'esistenza di una violazione grave
e persistente da parte di uno Stato membro di uno o più principi di cui
all'articolo 6, paragrafo 1, dopo aver invitato il governo dello Stato
membro in questione a presentare osservazioni.

3. Qualora sia stata effettuata la constatazione di cui al
paragrafo 2, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può
decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro
in questione dall'applicazione del presente trattato, compresi i
diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in
seno al Consiglio. Nell'agire in tal senso, il Consiglio tiene conto
delle possibili conseguenze di una siffatta sospensione sui diritti e
sugli obblighi delle persone fisiche e giuridiche.
Lo Stato membro in questione continua in ogni caso ad essere vincolato dagli obblighi che gli derivano dal presente trattato.

4. Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può
successivamente decidere di modificare o revocare le misure adottate a
norma del paragrafo 3, per rispondere ai cambiamenti nella situazione
che ha portato alla loro imposizione.

5. Ai fini del presente articolo, il Consiglio delibera senza
tener conto del voto del rappresentante dello Stato membro in
questione. Le astensioni dei membri presenti o rappresentati non ostano
all'adozione delle decisioni di cui al paragrafo 2. Per maggioranza
qualificata si intende una proporzione di voti ponderati dei membri del
Consiglio interessati pari a quella prevista all'articolo 205,
paragrafo 2 del trattato che istituisce la Comunità europea.
Il presente paragrafo si applica anche in caso di sospensione dei diritti di voto a norma del paragrafo 3.

6. Ai fini dei paragrafi 1 e 2, il Parlamento europeo delibera
alla maggioranza dei due terzi dei voti espressi, che rappresenta la
maggioranza dei suoi membri".