Diffondiamo un articolo magistrale sulle motivazioni profonde della vertenza contrattuale Fnsi/Fieg.


Diffondiamo un articolo magistrale
sulle motivazioni profonde
della vertenza contrattuale Fnsi/Fieg.
I giornalisti professionisti riflettano
e si preparino a una lunga guerra
(fatta anche di guerriglia).
E' in gioco la loro identità
e la loro stessa esistenza.
(L'Unità del 5 novembre 2006).

Editori e giornalisti

di Furio Colombo

È questione di una o due settimane e poi lettori dei giornali e spettatori della
televisione leggeranno o ascolteranno di nuovo il messaggio detto da «chi vi
parla è autorizzato dal Comitato di Redazione». Dirà che i giornalisti sono
ancora costretti a uno, due o tre giorni di sciopero, perché gli editori non
intendono firmare il contratto.
Vorrei rassicurare chi legge. Questo non è un intervento sindacale. Altri hanno
quel compito, e lo svolgono con impegno. Questa è una storia italiana. Ma è già
stata, prima di noi, storia di altri paesi. Una insofferenza profonda ha
cominciato a soffiare come un ghibli contro la professione di informare.
Quel ghibli è stato - e continua ad essere - così violento da deformare tutto il
paesaggio della professione giornalistica e delle figure che in essa operano al
punto che non sempre le puoi riconoscere. Ci sono giornalisti che celebrano
festosamente i giorni di sciopero di altri giornalisti, irridendoli e continuando il
loro lavoro indisturbati, come se avessero un “passi” o una visione
radicalmente diversa della vita professionale. Per esempio: «Ma quale
contratto? Si può benissimo lavorare senza, se sei dello stesso partito del
padrone. I compensi arrivano in tanti modi». Ci sono giornalisti che fanno finta
di non vedere, perché stanno percorrendo una loro strada diversa (per esempio
«il quotidiano di proprietà dei giornalisti»). Tutto giusto, se questo fosse una
normale, antipatica, difficile disputa economica, quanti soldi in più per questo
o per quello.
Ma questa non è affatto una disputa economica. La questione che stanno
ponendo gli editori italiani - o almeno chi li guida - è molto più seria e radicale,
e dovrebbe riguardare tutti coloro che sono coinvolti in questo mestiere, se non
altro come cittadini. Dovrebbe riguardare (se ci fossimo spiegati e ci fossimo
fatti capire) tutta l’opinione pubblica. La questione è questa: con l’immenso
flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c’è dei giornalisti,
ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va
Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a
partire da un vasto materiale comunque disponibile. Quel che serve è il
montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di
giovane manodopera precaria intercambiabile, simile a quella delle fabbriche
elettroniche, in cui conta più l'agilità delle dita che la qualità della testa (anzi,
conta solo l'agilità delle dita). E dunque del “giornalista professionista” - come
noi amiamo pomposamente definirci - non si sente più alcun bisogno; e tanto
vale usare questa battaglia contrattuale per dirlo adesso e concludere un
capitolo durato fin troppo a lungo nella storia dell’editoria.
***
Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere.
Si può semplificare così: dei giornalisti non c’è più bisogno. Le notizie piovono
dalla rete. Quanto a editoriali, corsivi e commenti, bastano e avanzano piccoli
gruppi di punta affini alla proprietà. E il ricco mercato di voci disponibili nelle
professioni umanistiche, economiche, scientifiche. Il mercato (la domanda)
individua, seleziona, premia quelle voci. E dunque si forma abbastanza
rapidamente un serbatoio sicuro al quale attingere. Perché è naturale che “le
voci di fuori” (per parafrasare Edoardo De Filippo, le sue Voci di dentro, nella
bella versione che Francesco Rosi ha messo in scena con Luca De Filippo in un
teatro di Roma) rispondono a un mercato che offre molto a chi ha da dire le
cose giuste.
Le cose giuste sono quelle che rappresentano - il più da vicino possibile - le
posizioni degli editori, quelle che riflettono interessi, quelle che riflettono
scelte, quelle che annunciano o rappresentano interventi in un campo o
nell’altro della vita pubblica, i temi morali, le decisioni politiche, le leggi di un
governo, le opzioni internazionali. Ma anche le autorizzazioni e i permessi, che
riguardano gli specifici campi di attività di vari editori, che sono tutti
imprenditori, attivi in molti campi, che coprono quasi tutti i settori regolati dai
governi e svolgono attività - come le intercettazioni - che alle attività dei
governi si sovrappongono. Si forma così un “caporalato” dell’intervento
politico o economico, in cui l’editore-caporale non ha difficoltà a uscire sulla
piazza (universitaria, professionale, scientifica, ma anche di schieramento e
competenza morale e religiosa) per assumere di volta in volta le voci più
consone. Quelle voci, a loro volta, sono incentivate a favorire l’inclinazione
dovuta, per non restare spiazzate rispetto alla domanda, ovvero escluse dalle
esigenze per cui certe voci sono facilmente assunte, magari per una proficua
“giornata”, e altre no. Non conta più che un professionista esperto sia tenuto a
bordo a lungo, e formato e preparato per intervenire con sicura competenza sui
nodi sempre più ardui del governare contemporaneo. La funzione “terza” del
giornalismo non interessa più. Meno che mai il prendere posizione, sia pure
argomentato e provato, di giornalisti competenti, a mano a mano che le varie
materie del contendere fra opinione pubblica e governo arrivano sui tavoli del
dibattito pubblico. In questo caso, anzi, il giornalista già legato da un rapporto
di fiducia con i lettori è una palla al piede, se per caso dissente dall’editore. E
non puoi neanche immaginare un equipaggio fisso di bravi e competenti e noti
giornalisti, disposti a seguire quell'editore in tutte le sue battaglie. Perché quelle
battaglie possono durare un anno o un giorno, possono svanire con un accordo
di cui non sappiamo nulla, possono continuare, ostinate, per un periodo
protratto che chiederà interventi pesanti e ripetuti.
***
Vorrei a questo punto che i lettori si rendessero conto di due aspetti di questo
scontro violento e difficile che sto descrivendo fra coloro che chiamerò “gli
editori di adesso” e coloro che mi sembra giusto definire “i giornalisti di una
volta”, ovvero coloro che si erano abituati a seguire il percorso della loro
competenza e della loro esperienza. Vorrei anche che questo modo di
descrivere le cose non sembrasse una celebrazione. È un fatto, però, che gli
spazi hanno cominciato a restringersi drasticamente a seguito di una serie di
movimenti sismici in tutta l’area della notizia. Interessi vasti e importanti si
sono spostati verso i punti caldi dell’editoria. I punti caldi dell’editoria si sono
addossati al potere economico. Il potere economico a volte è, a volte non è, un
governo o tutto un governo. Ma chiede di essere rappresentato in modo
vigoroso e istantaneo. Come se non bastasse, in alcune parti del mondo (prima
di tutto in Italia) vi è stata un’aperta invasione di campo da parte di
un’immensa ricchezza direttamente nell'area delle notizie, con l’effetto di
impastare insieme un impero finanziario, un impero mediatico e uno
schieramento politico. Però, per una volta, non è del conflitto di interessi di
Berlusconi che intendo parlare - anche se, come molti, mi rendo conto del
colpo che Berlusconi ha inferto alla già debole e delicata struttura del rapporto
fra potere economico, editoria e giornalismo. Intendo prestare attenzione al
problema in generale. Quel problema non nasce in Italia. Ricordo, al tempo in
cui insegnavo giornalismo alla Columbia University (negli anni Novanta), la
mia meraviglia quando ho appreso dell’esistenza di un «Comitato per la difesa
dei giornalisti». Quel Comitato era coinvolto in molte situazioni drammatiche
(l’arresto immotivato di un giornalista in un Paese, la scomparsa improvvisa di
un giornalista in un altro). La base dell’esistenza del Comitato, però, si fondava
su una definizione di rispetto e autonomia della professione, sulla realistica
accettazione della qualità fastidiosa del mestiere, e sulla necessità di un
monitoraggio continuo, più per garanzia del principio che per necessità urgente
di intervento. In pochi anni la situazione è cambiata. L’assassinio di Anna
Poliktovskaja a Mosca ci ha indignati, ma non ci ha sorpresi, tanto più che,
nella sola Mosca, due altri giornalisti sono stati assassinati in due settimane. La
Poliktovskaja aveva scoperto, descritto e documentato i delitti e le stragi delle
truppe di Putin in Cecenia. Evidentemente anche gli altri - quelli uccisi prima,
quelli ucciso dopo di lei - si sono scontrati con zone di potere che non hanno
alcuna intenzione di subire il disturbo delle informazioni.
È stato il destino di Antonio Russo, di Ilaria Alpi, un destino preceduto dalla
scomparsa di coraggiosi giornalisti italiani in Sicilia. La differenza tremenda è
che giornalisti come De Mauro e Fava sono stati vittime del potere perverso e
avverso della mafia. Adesso invece la perversione di eliminare i giornalisti
viene dal centro di un potere riverito e ammirato dagli altri poteri del mondo.
Basti pensare alla Cina, dove basta una riga sbagliata in una e-mail privata per
farti sparire, o farti imparare a non ripetere l’impudenza.
Il Senato americano ha lottato a lungo contro la proposta dell'amministrazione
Bush di istituire un centro governativo di valutazione e classificazione
(secondo il grado di pericolo) dei vari articoli sui giornali o degli interventi in
tutti i tipi di comunicazione, dalla Tv commerciale ad Internet. È vero che il
pericolo del terrorismo può nascondersi dappertutto. È anche vero che i
giornalisti, ormai, vengono visti - anche nelle migliori democrazie - come
portatori del virus pericoloso di informare che, a quanto pare, sempre più
interferisce col governare. Si dice spesso, in genere con ammirazione, che la
Russia di Putin è un laboratorio non solo del futuro di quel Paese. Se è vero, il
destino tragico e netto di Anna Poliktovskaja dovrebbe essere carico di
messaggi. Come spesso accade, il percorso italiano sembra essere meno
drammatico. Si chiede solo meno professionismo (l’età si porterà via un bel po’
di persone scomode, che insistono sui questa storia dei doveri morali della
professione) e più precariato, un bel rimescolamento di carte, con tanti ragazzi
e ragazze a ore che tagliano e incollano, o vanno in onda disinvolti e gradevoli
a leggere strisce di notizie preparate da poche agenzie del mondo. Completate
la scena con la gestione accorta delle voci autorevoli raccolte su piazza (le voci
degli editorialisti e dei commentatori) da cui, di volta in volta, si può ottenere
tutto e il contrario di tutto, considerato che sempre meno gente ha fatto la
Resistenza e sempre meno gente la mette giù dura con i principi irrinunciabili
della Costituzione.
***
Dubito - ma lo ha già detto chiaro il direttore di questo giornale - che si possa
continuare a difendere il giornalismo con più scioperi. Il dramma si è già
consumato prima, quando tanti colleghi, negli anni di Berlusconi, si sono
sforzati di non sapere, di non vedere, di non criticare. Vi ricordo, per tutti, il
giorno triste in cui un bravo e serio conduttore di un apprezzato e apprezzabile
programma Rai mi ha invitato fra i suoi ospiti. In quell'occasione ho detto che
«Berlusconi è una barzelletta che cammina», modesta affermazione polemica,
assai più mite di ciò che ogni giorno Maureen Dowd o Paul Krugman scrivono
di Bush sul New York Times. Vi ricordo che il bravo e serio conduttore della
televisione di stato ha chiesto scusa ai telespettatori per la mia affermazione,
come se si fosse trattato di una bestemmia. Segue, come nell’Isola dei Famosi,
la squalifica per chi ha bestemmiato: fuori dal programma (persino dai
«trailers» di pubblicità di quel programma), fuori dalla Tv di Stato. Giusto, no?
Solo che gli editori - per inevitabile e naturale impulso umano - tendono ad
approfittarne, come avviene sempre quando l’altra delle due parti a confronto si
mostra cedevole. In altre parole, avere ceduto così tanto al potere politico, ai
tempio di Berlusconi (certo come risposta a pressioni molto forti) diminuisce
adesso la forza di tenere testa alle richieste radicali (e, nelle loro intenzioni,
finali) degli editori.
Controprova. Nei giorni dello sciopero, tutti i giornali che noi definiamo
«normali» (traduco dall’inglese: mainstream) non escono. Ma le edicole si
popolano di tutto il sottobosco dei giornali e dei giornalisti di destra, che invece
non scioperano. E di piccoli, orgogliosi giornali di sinistra che - apparendo
accanto alla destra in edicola - si prestano a mimare la normalità democratica.
«Ecco qui» - finisce per dire il frequentatore di edicole (un italiano su dieci) -
«ci sono tutti».
Invece manchiamo tutti. Non sarebbe meglio ripensare al destino della libertà
di stampa? Riusciremo a salvarla, mentre essa si deteriora quasi ovunque? Per
quanto riguarda i giornalisti, tutto ciò che resta del futuro comincia da queste
domande. O finisce qui.
furiocolombo@unita.it