Sentenza 11/1968 della Corte costituzionale


Sentenza 11/1968 della Corte costituzionale
L’Ordine dei Giornalisti è legittimo perché tutela l’indipendenza degli iscritti
Legittima la riserva della professione giornalistica ai soli iscritti all'Ordine

                                              

                                  SENTENZA n. 11/ 1968                         

LA CORTE COSTITUZIONALE  ha pronunciato la seguente                             

                                SENTENZA                                

    nei  giudizi riuniti di legittimita' costituzionale degli artt. 24,

28 cpv., 29, 33, 34, 35, 45, 46, 47, 51, lett. c e d, 54, 55, 63, terzo

comma,  della  legge  3  febbraio  1963,  n.  69   (ordinamento   della

professione di giornalista), promossi con le seguenti ordinanze:       

    1)  ordinanza emessa il 7 febbraio 1967 dal Tribunale di Torino sul

ricorso di Ricciardi Maria, iscritta al n. 135 del  Registro  ordinanze

1967  e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 190 del

29 luglio 1967;                                                        

    2) ordinanza emessa il 5 giugno 1967 dal  pretore  di  Catania  nel

procedimento  penale  a  carico  di  Settinori  Giuseppe  e  Longhitano

Giuseppe, iscritta al n. 210 del Registro ordinanze 1967  e  pubblicata

nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 271 del 28 ottobre 1967.  

    Visti  gli  atti  di  intervento  del  Presidente del Consiglio dei

Ministri e di costituzione di Lenghitano  Giuseppe  e  dell'Ordine  del

giornalisti di Sicilia;                                                

    udita  nell'udienza  pubblica del 14 febbraio 1968 la relazione del

Giudice Francesco Paolo Bonifacio;                                     

    uditi  gli  avvocati  Arturo  Carlo  Jemolo  e  Paolo  Barile,  per

Longhitano Giuseppe, gli avvocati Massimo Severo Giannini e Nino Gaeta,

per  l'Ordine  del  giornalisti  di  Sicilia,  ed il sostituto avvocato

generale dello Stato Piero Peronaci, per il  Presidente  del  Consiglio

dei Ministri.                                                          

                          Ritenuto in fatto                           

    1.  -  Con  ordinanza  del  5  giugno 1967, emessa nel procedimento

penale a carico di Giuseppe Settineri e Giuseppe Longhitano, il pretore

di Catania ha sollevato varie questioni di legittimita'  costituzionali

concernenti  numerose disposizioni della legge 3 febbraio 1963, n.  69,

relativa all'ordinamento della professione di giornalista.             

    Dopo aver osservato che nel giudizio innanzi a lui  pendente  vanno

applicate  norme  che,  imponendo  l'iscrizione obbligatoria nell'albo,

costituiscono una limitazione assoluta della liberta' di stampa e  dopo

aver  messo in evidenza che la sopravvenuta amnistia del reato ascritto

agli  imputati  non  esclude  la  rilevanza   della   questione   sulla

legittimita'  costituzionale delle norme che lo configurano, il pretore

enuncia le ragioni che gli fanno ritenere non manifestamente  infondati

i  dubbi  sulla  costituzionalita'  delle  disposizioni impugnate e che

possono cosi' riassumersi:                                              

    1) l'art. 29 della legge condiziona  l'iscrizione  nell'elenco  del

professionisti  alla  previa  iscrizione nel registro del praticanti ed

all'esercizio continuativo della pratica per almeno 18 mesi: con il che

la possibilita' di intraprendere l'attivita' giornalistica viene  fatta

dipendere  dalla  completa  discrezionalita'  -  artt.  33 e 34 - degli

editori,  del  direttori  del  giornali  e,  attraverso  l'Ordine,  del

giornalisti gia' iscritti;                                              

    2)  l'iscrizione  nell'elenco  dei  pubblicisti  -  art.  35  -  e'

condizionata alla dimostrazione di aver svolto attivita' retribuita per

almeno due anni, alla certificazione del direttori delle  pubblicazioni

ed  alla  valutazione  del  singoli  Consigli  dell'Ordine:  e cio' col

pericolo di una possibile forma di censura ideologica.                 

    A proposito di queste prime due censure il  pretore,  rilevato  che

alla   discrezionalita'   altrui   le   suddette   norme  rimettono  la

possibilita' di esercitare un diritto  di  liberta'  costituzionalmente

garantito   e  da  valutare  anche  in  riferimento  all'art.  3  della

Costituzione, esclude ogni possibilita' di raffronto tra  l'istituzione

dell'albo  del  giornalisti  e  gli  albi  relativi  ad altre attivita'

professionali  che  non  riguardano  l'esercizio  di  diritti  pubblici

soggettivi,  ed  osserva  che  la  liberta'  di  manifestare il proprio

pensiero non tollera  limitazioni  che  non  trovino  fondamento  negli

stessi principi costituzionali;                                        

    3)  gli  artt. 46 e 47, nelle parti in cui prescrivono l'obbligo di

iscrizione all'albo per i direttori e i vice direttori responsabili dei

quotidiani, dei periodici e delle agenzie contrastano sia con l'art. 21

che con gli artt. 18, 19  e  33  della  Costituzione,  perche'  possono

compromettere la liberta' di stampa, la liberta' religiosa, la liberta'

di associazione e la liberta' della cultura;                           

    4)  l'art.  36  condiziona  l'iscrizione  di  uno  straniero  ad un

trattamento di  reciprocita',  laddove  l'art.  21  della  Costituzione

garantisce  a “tutti“ la libera manifestazione del pensiero; ed inoltre

la limitazione dell'iscrizione  -  v.  art.  33  reg.  -  a  chi  abbia

esercitato  la  professione  in  conformita'  alle leggi dello Stato di

appartenenza soffoca la libera voce di chi e' cittadino di un paese che

non conosca la liberta' di stampa;                                     

    5) l'art. 63, comma terzo, prevede la partecipazione di giornalisti

designati dal Consiglio dell'ordine ai collegi giudiziari  di  primo  e

secondo  grado,  ma,  in  quanto  non prevede le garanzie necessarie ad

assicurarne l'indipendenza, viola l'art. 108 della Costituzione;       

    6) la struttura di corporazione  chiusa,  propria  dell'Ordine,  fa

apparire  costituzionalmente illegittimi:   a) l'art. 28 (v. anche art.

32 reg.), che affida  alla  decisione  irrevocabile  del  Consiglio  la

valutazione  della  natura  delle  pubblicazioni  a  carattere tecnico,

professionale e scientifico; b) l'art. 47, comma primo, che attribuisce

al Consiglio il compito di accertare se determinate pubblicazioni siano

organi  di  partiti  o  di  movimenti  politici  o  di   organizzazioni

sindacali,   e   cio'   col  pericolo  che  siano  limitati  i  diritti

riconosciuti dagli artt. 39 e 49 della Costituzione; c) gli artt. 51, c

e d, 54 e 55, relativi alla sospensione  ed  alla  radiazione,  perche'

queste misure colpiscono non solo il singolo, ma anche il periodico, al

quale  vien  meno  uno del requisiti richiesti per la registrazione; d)

l'art. 24, che attribuisce al Ministro di grazia e giustizia poteri che

possono incidere sulla liberta' di stampa.                             

    L'ordinanza  mette  in  evidenza  che,  pur  essendo   strettamente

rilevanti  per  il  giudizio  in  corso solo le questioni relative agli

artt. 45, 29, 33, 34 e 35, vengono rimesse alla Corte  anche  le  altre

disposizioni  di  cui si e' fatto cenno perche' la Corte ne pronunzi la

caducazione in forza dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87.  Il

pretore  conclude  col  rilievo  che  molte  delle  norme impugnate non

sarebbero forse incostituzionali se  l'alto  non  avesse  carattere  di

obbligatorieta',  e  a  tal proposito ricorda sia le norme fasciste che

proprio attraverso  la  regolamentazione  dell'attivita'  giornalistica

attentarono  alla  liberta'  di  stampa,  sia  le  opinioni  nettamente

contrarie all'istituzione dell'albo espresse, durante la Costituente  e

dopo, da eminenti personalita' del mondo democratico.                  

    2.  -  L'ordinanza, regolarmente notificata alle parti, al pubblico

ministero ed al Presidente del Consiglio dei Ministri e  comunicata  ai

Presidenti  delle  due  Camere,  e'  stata  pubblicata  nella  Gazzetta

Ufficiale n. 271 del 28 ottobre 1967.                                  

    Nel  presente  giudizio  si  sono  costituiti  il   sig.   Giuseppe

Longhitano,  l'Ordine  del  giornalisti di Sicilia ed il Presidente del

Consiglio dei Ministri.                                                

    La difesa del Longhitano, dopo aver rilevato che l'attivita' svolta

dal giornalista professionista  e'  in  sostanza  attivita'  di  lavoro

subordinato  e  che  percio'  la  legge  in  esame applica la normativa

generale concepita per i liberi professionisti a  persone  che  a  tale

categoria  non  appartengono,  denuncia il pieno contrasto fra la legge

che riserva l'attivita' giornalistica solo a chi  sia  iscritto  in  un

albo  ed  il principio costituzionale che a tutti garantisce il diritto

di manifestare il proprio pensiero con lo  scritto  o  con  ogni  altro

mezzo  di diffusione e, dunque, anche attraverso il giornale, che e' il

piu' antico e piu' usato strumento di propaganda delle idee:  contrasto

ancor  piu'  evidente  se  si  considera  che la stampa non puo' essere

soggetta ad autorizzazioni, mentre la legge consente la  redazione  del

giornale  solo  a  chi abbia ricevuto il crisma di un apparato in vario

modo agganciato ad organi statali. Ne' varrebbe, secondo la difesa, far

richiamo a norme le quali impongono prove di capacita' per  l'esercizio

di  determinate  attivita', perche' esse presuppongono la necessita' di

accertare doti tecniche  a  tutela  di  interessi  del  terzi,  laddove

pretendere  che  il  giornale  sia  ben  fatto significa imprimergli un

carattere di ufficiosita': il giornalismo si avvicina  all'arte  e  non

tollera altro giudizio che quello del pubblico del lettori, men che mai

un  giudizio  (ad  es.  perfino sull'obbligo del rispetto della verita'

sostanziale del fatti) che l'art. 2 finisce con l'affidare  addirittura

ai  Tribunali dello Stato. La legge, continua la difesa, puo' divenire,

ad un  primo  avvento  di  governo  autoritario,  pericoloso  mezzo  di

pressione  e  contrasta  altresi'  con  l'art.  3, secondo comma, della

Costituzione, perche',  pretendendo  titoli  di  cultura,  impedisce  a

soggetti  che  non li posseggano o non possano sottoporsi alla pratica,

di dar vita ad un giornale; con  gli  artt.  18,  19,  39  e  49  della

Costituzione  perche'  la  pubblicazione  di un giornale puo' essere il

fine di un'associazione, puo'  servire  allo  scopo  di  promuovere  un

risveglio  religioso,  puo'  avere finalita' sindacali o politiche; con

l'art. 33 perche' il campo prossimo  al  giornalismo  e'  quello  della

cultura  e  dell'arte; infine con l'art. 108 della Costituzione perche'

e' la maggioranza  del  Consiglio  dell'ordine,  che  quasi  sempre  ha

colorazione  politica, a designare i componenti del collegio giudicante

e perche' questa designazione e' fatta dallo stesso  organo  contro  le

cui deliberazioni si ricorre.                                          

    Tutte  queste  ragioni  -  cosi'  conclude  la  difesa - dimostrano

l'incostituzionalita' della legge, ma non pregiudicano la  possibilita'

di contratti collettivi di categoria e anche di leggi che in materia di

concorsi,   di   previdenza  ecc.  dovessero  operare  distinzioni  tra

categorie   e   categorie   di   giornalisti,   secondo   il   criterio

dell'importanza  del  giornale,  dell'intensita'  di opera prestatavi e

cosi' via.                                                             

    3. - Opposte sono le conclusioni  alle  quali  perviene  la  difesa

dell'Ordine del giornalisti di Sicilia (atto di deduzioni depositato il

16  novembre  1967)  la  quale,  dopo  una  breve  ricostruzione  delle

circostanze di fatto che diedero origine al processo di merito, osserva

che  lo  stesso  pretore  ha  dichiarato   irrilevanti   le   questioni

concernenti  alcuni articoli della legge sicche' l'oggetto del giudizio

di costituzionalita', in base ai principi,  deve  riguardare  solo  gli

artt.  45,  29,  33,  34  e  35  in riferimento agli artt. 21 e 3 della

Costituzione. Cio' premesso, la difesa contesta la fondatezza dei dubbi

prospettati dal giudice  a  quo:  ed  infatti,  a  suo  avviso,  e'  da

escludere  che  da  parte  degli  editori, dei direttori e degli stessi

Ordini possa essere esercitata una qualsiasi discrezionalita' in ordine

ai vari momenti del procedimento di iscrizione nell'albo; e' certo  che

tutti  i  giornali  ospitano  scritti  di  non giornalisti, e la stessa

legge, disponendo che chi chiede  di  essere  incluso  nell'elenco  del

pubblicisti  esibisca  giornali  e  periodici  contenenti suoi scritti,

conferma che e' ben possibile esprimere il proprio pensiero  attraverso

i giornali senza avere qualifiche professionali; in definitiva la legge

impugnata  e'  congegnata  in  modo  da  salvaguardare rigorosamente la

liberta'  ed  ha  a  solo  fine  la  tutela  del   giornalista   contro

l'imprenditore, affidata ad un ordine a struttura democratica.         

    La  difesa  dell'Ordine,  per  completezza  di esposizione, esamina

anche le altre questioni che, per quanto in precedenza esposto,  a  suo

parere,   devono  essere  ritenute  irrilevanti.  In  particolare  essa

sostiene: a) gli artt. 46 e  47  sono  incensurabili,  perche'  se  sul

direttore  e vice direttore gravano particolari responsabilita', non si

puo' non  richiedere  che  tali  cariche  siano  ricoperte  da  persone

qualificate   attraverso   l'iscrizione  nell'albo;  b)  la  disciplina

relativa all'iscrizione del giornalista straniero e' infondata, perche'

l'iscrizione in un elenco non viola la liberta' di  manifestazione  del

pensiero;  c)  la  particolare  composizione  dei collegi giudicanti di

primo  e  secondo  grado  e'  legittima'  alla  stregua  della   stessa

giurisprudenza  di  questa  Corte  che  si  e' gia' occupata di collegi

aventi quali componenti soggetti  estranei  alla  magistratura;  d)  il

giudizio   del   Consiglio   sulla   natura  tecnica,  professionale  o

scientifica di pubblicazioni non e'  libero,  ma  ha  il  carattere  di

discrezionalita' tecnica; e) per quanto concerne le eccezioni stabilite

per  i  periodici  di partito politico o di sindacato, si tratta di una

circostanza obbiettiva che qualunque giudice puo' accertare; f) che  la

sospensione  o  radiazione  dall'albo  del direttore di giornali faccia

venir meno  uno  dei  requisiti  richiesti  per  la  registrazione  del

periodico e' cosa del tutto logica e inevitabile; g) i poteri conferiti

al  Ministro  sono  gli  stessi che spettano nei confronti di qualsiasi

ordine professionale e non  si  vede  quale  norma  costituzionale  sia

violata.  La difesa conclude chiedendo che tutte le questioni sollevate

dal pretore vengano dichiarate non fondate.                            

    4. - Secondo l'Avvocatura  dello  Stato  -  v.  atto  di  deduzioni

depositato  il  17  novembre  1967  - la stessa civilta' contemporanea,

allargando  l'orizzonte  sul  quale  la  collettivita'  porta  la   sua

attenzione  e  accrescendo  le possibilita' tecniche dell'informazione,

imprime  all'attivita'  giornalistica   uno   spiccato   carattere   di

professionalita' che non poteva lasciare insensibile il legislatore. In

questa  premessa  va  inquadrata  la  legge in esame, che non appare in

contrasto con la Costituzione.  Gia' la Corte, infatti, ha riconosciuto

(sent. n. 38 del 1961) che il  legislatore  ha  potesta'  di  stabilire

adeguata  disciplina  all'esercizio  della  manifestazione del pensiero

attraverso  la  stampa,  ed  e'  da  escludere  che  l'art.  21   della

Costituzione   richieda   che   il   diritto   ivi   consacrato   debba

necessariamente esercitarsi attraverso la professione  di  giornalista.

La  legge  in  esame  non  nega  che  chi  non  voglia intraprendere la

professione giornalistica possa limitarsi ad un'attivita' giornalistica

occasionale, e  di  conseguenza  e'  erroneo  ritenere  che  per  poter

manifestare  il  proprio  pensiero  sia  indispensabile  esercitare  la

professione di giornalista:  sicche' la questione di  costituzionalita'

e'  totalmente infondata. Tale essa appare anche per quanto riguarda le

norme che  disciplinano  le  modalita'  dell'iscrizione,  tutte  intese

all'accertamento di requisiti che hanno natura specializzante: e non e'

dato  vedere  come la conoscenza delle cognizioni richiesta dalla legge

nonche' l'esercizio della pratica o l'esibizione di scritti possano  in

qualche  modo  limitare  la  liberta'  del  soggetto.  Circa  le  altre

questioni sollevate dal pretore, anche l'Avvocatura mette  in  evidenza

che  la  stessa  ordinanza  le dichiara irrilevanti: esse comunque sono

infondate perche' le disposizioni impugnate sono tutte in  armonia  con

le  caratteristiche  proprie  di  un albo professionale e coi poteri di

autogoverno  dell'Ordine, il cui esercizio e' sempre sindacabile in via

giurisdizionale.                                                       

    5. - Tutte le parti hanno  depositato  memorie  illustrative  delle

tesi gia' sostenute negli atti di costituzione.                        

    La  difesa  del  Longhitano sottolinea, anzitutto, il contrasto fra

l'albo dei giornalisti, disciplinato dalla legge impugnata, col sistema

generale degli albi professionali: i  giornalisti,  infatti,  non  sono

liberi   professionisti,  ma  impiegati;  la  disciplina  delle  classi

professionali in ordini o collegi ha sempre lo  scopo  di  tutelare  un

interesse sociale, e presuppone che gia' ci sia una delimitazione degli

appartenenti  alla  categoria attraverso la qualificazione di un titolo

di studio, laddove, come e' logico, l'ordine dei giornalisti  prescinde

da  tale requisito; gli ordini non sono creati per perseguire interessi

sindacali, sicche' lo scopo attribuito alla legge, e, cioe', la  tutela

della   categoria,   e'   insussistente,   come   e'  dimostrato  dalla

concomitante  presenza  di   contratti   collettivi   stipulati   dalle

associazioni.  Dopo  aver definito come atto di ammissione l'iscrizione

nell'albo, la difesa osserva che rilevante ai  fini  della  valutazione

della  violazione  dell'art.  21  della  Costituzione  e'  il controllo

amministrativo che si svolge nei confronti del giornalisti  al  momento

dell'ammissione   (artt.   31,   34,   35),  nel  corso  dell'esercizio

professionale (procedimento  disciplinare  in  relazione  a  fatti  non

conformi  al  decoro ed alla dignita'; azione giudiziaria ex art. 63 ma

con  collegi  integrati  da  un  giornalista  professionista  e  da  un

pubblicista)  ed  esercitato  anche dal Ministro della giustizia. Fatta

questa ampia premessa, la memoria prosegue affermando che la disciplina

dell'albo del giornalisti affievolisce il diritto  soggettivo  perfetto

nascente   dell'art.   21  della  Costituzione,  e  cio'  a  causa  del

conferimento di una  potesta'  discrezionale  che  da'  luogo  anche  a

disparita'  di  trattamento:  richiamando  quanto gia' detto, la difesa

conduce un  analitico  esame  delle  norme  che  tale  discrezionalita'

affidano  all'ordine  e  conclude che siffatto regime integra una prima

violazione degli artt.  21 e 3 della Costituzione, dalla  quale  deriva

la  illegittimita'  non  solo  di  singole  norme ma dell'intera legge:

tuttavia anche le ulteriori censure mosse dall'ordinanza di  rimessione

ad altre disposizioni del provvedimento sono pienamente fondate.       

    Ad  avviso  della  difesa  dell'Ordine  del  giornalisti di Sicilia

invece, la tesi della incostituzionalita' della  legge  non  poggia  su

alcuna  argomentazione  giuridica,  ma  nasce  dalla confusione fra due

fenomeni nettamente distinti, vale a dire l'esercizio della professione

giornalistica e la liberta' di  manifestazione  del  pensiero  a  mezzo

della   collaborazione  a  giornali.  Quest'ultima  e'  e  puo'  essere

esercitata da chiunque, come e' dimostrato dalla realta' dei fatti  che

trova  pieno  riscontro  nelle  norme  in  esame: l'art. 35 della legge

infatti  presuppone  ovviamente  la  possibilita'   di   collaborazione

giornalistica, regolarmente retribuita, da parte di chi giornalista non

e'.  Cio'  e' sufficiente, secondo la difesa, a dimostrare che la legge

non pone alcuno ostacolo a chi voglia scrivere sui giornali e non viola

la liberta' sancita dall'art. 21 della Costituzione:  tuttavia va anche

aggiunto che la tesi avversaria,  secondo  la  quale  non  si  potrebbe

rinvenire   giustificazione   alcuna  all'istituzione  dell'Ordine  del

giornalisti, e' inesatta perche' non tiene conto della  mutata  realta'

in  cui  gli  ordini  professionali  oggi  si  muovono,  portandoli  ad

interessarsi sempre piu'  ai  professionisti  impiegati.  L'Ordine  del

giornalisti  si  inserisce in questa problematica contemporanea, regola

una realta' assai complessa, e la sua istituzione - che, tuttavia,  non

impone  la  iscrizione nell'albo quale presupposto della collaborazione

ai giornali - risponde  all'esigenza  di  apprestare  una  garanzia  di

serieta'   di   preparazione  professionale,  attua  una  tutela  della

professione, garantisce i giornalisti nei confronti delle imprese.     

    L'Avvocatura dello Stato a sua  volta  richiama  le  trasformazioni

sociali   che   giustificano   il  carattere  di  professionalita'  del

giornalismo e mette  in  evidenza  che  la  legge  non  impone  affatto

l'esercizio  della  professione  a  chi  voglia  manifestare il proprio

pensiero a mezzo della stampa: l'eventualita' che il  giornale  rifiuti

di ospitare scritti di un non giornalista e' irrilevante, perche' anche

il  giornalista  professionista  puo'  non  ottenere  di essere assunto

presso un giornale. Quanto alle norme  ritenute  dallo  stesso  pretore

irrilevanti,  l'Avvocatura  osserva  che  l'ordinanza  invoca l'art. 27

della legge 11 marzo  1953,  n.  87,  non  a  proposito,  perche'  tale

disposizione  puo' essere applicabile solo nei limiti dell'impugnazione

e non nel caso di questioni costituzionali totalmente diverse.         

    6. - Nel corso di un procedimento civile,  promosso  dalla  signora

Maria  Ricciardi  Cuniberti  per  impugnare  la  deliberazione  del  22

settembre 1966 con la quale  il  Consiglio  nazionale  dell'ordine  del

giornalisti  aveva  respinto il suo ricorso avverso il provvedimento di

cancellazione dall'albo emanato dal Consiglio interregionale Piemonte -

Valle d'Aosta, il Tribunale di  Torino  ha  sollevato  di  ufficio  una

questione  di  legittimita'  costituzionale  dell'art. 63, comma terzo,

della legge 3 febbraio 1963, n. 69,  in  riferimento  agli  artt.  102,

secondo comma, e 108 cpv. della Costituzione.                          

    L'ordinanza,  affermata  la  rilevanza della questione, osserva che

l'ordinamento costituzionale, ispirato al principio  dell'unita'  della

giurisdizione,  autorizza le sezioni specializzate, ma solo a patto che

queste non si trasformino in veri e propri  giudici  speciali:  ipotesi

che  si  verifica  quando vien meno l'indipendenza del membri laici del

collegio. Dopo aver richiamato i principi  affermati  da  questa  Corte

nella  sentenza  n.  108  del  1962 relativa alle sezioni specializzate

agrarie, il Tribunale di Torino rileva che nella norma in  esame  -  la

quale  prevede  l'integrazione del collegio con la partecipazione di un

giornalista  e  di  un  pubblicista  nominati  in  numero  doppio   dal

Presidente  della  Corte  di  appello  su  designazione  del  Consiglio

nazionale dell'ordine - si riscontrano  le  stesse  deficienze  che  in

quella   occasione   la   Corte   ritenne   costituissero   motivo   di

illegittimita'  costituzionale:  da  una  parte,  infatti,  manca   una

sufficiente  specificazione  del requisiti di idoneita' e capacita' del

membro  laico,  tale  non  potendo  ritenersi  la  mera  qualifica   di

giornalista; dall'altra non viene assicurata la necessaria indipendenza

nei  confronti dell'organizzazione di provenienza, ne' la norma accenna

ai casi di ricusazione o di astensione o a  quelli  di  sostituzioni  e

supplenza,  con la conseguente impossibilita' di dare applicazione agli

artt. 51 e 52 del Codice di procedura civile.                          

    7. - L'ordinanza, emessa il 7 febbraio 1967, ritualmente notificata

alle parti e al Presidente del Consiglio dei Ministri e  comunicata  ai

Presidenti  delle  due  Camere,  e'  stata  pubblicata  nella  Gazzetta

Ufficiale n. 190 del 29 luglio 1967.                                   

    Nel  precedente  giudizio  si  e'  costituita - atto depositato l'8

maggio 1967 - la sola Avvocatura dello Stato in rappresentanza e difesa

del Presidente del Consiglio.                                           

    Nelle deduzioni ed in una  successiva  memoria  essa  sostiene  che

proprio alla stregua della giurisprudenza di questa Corte - sent. n. 76

del  1961  e  n. 108 del 1962 - la questione sollevata dal Tribunale di

Torino appare non fondata: ed infatti, nella  specie,  l'idoneita'  del

membro  laico  e'  inerente  alla  stessa  appartenenza  alla categoria

professionale disciplinata per legge dall'Ordine e l'indipendenza - che

nelle   norme   costituzionali   sembra   peraltro   doversi   riferire

all'indipendenza  “esterna“  -  e'  assicurata  pienamente perche', una

volta  nominati,  gli  esperti  sono  sottratti   ad   ogni   ingerenza

dell'Ordine.     L'Avvocatura  conclude  osservando  che  il  Consiglio

nazionale, su designazione del quale la nomina viene effettuata, non ha

alcun potere ne' sul professionista ne' sull'Ordine regionale al  quale

questo  e'  iscritto;  la  nomina  in  numero  doppio assicura, infine,

l'osservanza  del  principio  della  precostituzione  del   giudice   e

l'applicazione degli istituti dell'astensione e della ricusazione.     

    8. - Nell'udienza pubblica i difensori delle parti hanno ampiamente

illustrato le rispettive tesi e conclusioni.                           

                        Considerato in diritto                        

    1.  - Le ordinanze del pretore di Catania e del Tribunale di Torino

propongono  questioni  di   legittimita'   costituzionale   concernenti

disposizioni  contenute  tutte  nella  legge  3 febbraio 1963, n. 69, e

pertanto  i  relativi  giudizi,  congiuntamente  discussi  nell'udienza

pubblica, possono essere riuniti e decisi con unica sentenza.          

    2. - Il pretore di Catania esplicitamente afferma che rilevanti per

la  decisione della causa innanzi a lui pendente sono solo le questioni

riguardanti gli artt. 45, 29, 33, 34 e 35,  che  vengono  impugnati  in

riferimento  agli  artt.  3  e  21  della  Costituzione.  Egli ritiene,

tuttavia, di poter  sottoporre  al  controllo  della  Corte,  in  forza

dell'art.  27  della  legge  11  marzo  1953,  n.  87,  numerose  altre

disposizioni della stessa legge, e precisamente gli artt. 46, 47 e  63,

terzo comma, 28 cpv., 51, lett. c e d, 54, 55 e 24.                    

    Questo  secondo gruppo di questioni - formulate anche in rapporto a

norme costituzionali diverse da quelle in relazione alle quali  vengono

denunziati  gli  articoli ritenuti rilevanti - non puo' formare oggetto

del presente giudizio. Ed infatti la  norma  procedurale  invocata  dal

pretore  attribuisce  solo  alla  Corte costituzionale la competenza ad

accertare ed a dichiarare se e  quali  disposizioni  legislative  siano

illegittime  a causa dell'annullamento di quelle ritualmente sottoposte

al suo esame, ma non consente affatto che  il  giudice  a  quo  estenda

l'impugnativa  al  di  la'  delle norme applicabili alla controversia e

proponga in questa guisa - contro il disposto dell'art. 23 della  legge

11 marzo 1953, n. 87 - questioni del tutto irrilevanti per la decisione

del giudizio principale.                                               

    Da  cio'  consegue  che  l'esame  della  Corte  deve essere portato

esclusivamente sugli artt. 45, 29, 33, 34 e  35  della  legge,  nonche'

sull'art.  63, terzo comma, che forma oggetto della questione sollevata

dal Tribunale di Torino. Va peraltro aggiunto che il contenuto di altre

disposizioni della  legge  sara'  tenuto  presente  dalla  Corte,  come

innanzi  si  dira',  in  funzione  di  una  compiuta  valutazione della

legittimita' costituzionale dell'art. 45.                              

    3.  -  La  legge  3 febbraio 1963, n. 69, ha istituito l'Ordine del

giornalisti, gli ha affidato la tenuta dell'albo, ne ha disciplinato la

struttura e il funzionamento: l'art. 45 ha condizionato  all'iscrizione

nell'albo   l'uso   del  titolo  e  l'esercizio  della  professione  di

giornalista, sanzionando penalmente i corrispondenti  divieti  a  norma

degli artt.  348 e 498 del Codice penale.                              

    Non  spetta  alla  Corte  valutare  l'opportunità  della creazione

dell'Ordine,  perché  l'apprezzamento  delle   ragioni   di   pubblico

interesse   che   possano   giustificarlo   appartiene  alla  sfera  di

discrezionalita' riservata al legislatore. Compete  invece  alla  Corte

accertare  se  la  riserva  della  professione  giornalistica  ai  soli

iscritti all'Ordine ed il modo in  cui  la  legge  ha  disciplinato  il

regime  dell'albo comportino la violazione del principio costituzionale

-  art.  21  -  che  a  tutti  riconosce  il  “diritto  di  manifestare

liberamente  il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro

mezzo di diffusione“: un diritto, come altre volte  è  stato detto (cfr.

sent. n. 9 del 1965), coessenziale  al  regime  di  libertà  garantito

dalla   Costituzione,   inconciliabile  con  qualsiasi  disciplina  che

direttamente o indirettamente apra la via a pericolosi attentati, e  di

fronte  al  quale  non  v'e'  pubblico interesse che possa giustificare

limitazioni che non siano consentite dalla stessa Carta costituzionale.

    4. - Cio' posto, la Corte osserva che per un'esatta valutazione del

fondamento della  questione  sottoposta  al  suo  esame  occorre  tener

presente  che la legge impugnata, realizzando un proposito espresso fin

dal 1944 dal legislatore democratico (art. 1 del D.L.  Lt.  23  ottobre

1944, n. 302), disciplina l'esercizio professionale giornalistico e non

l'uso del giornale come mezzo della libera manifestazione del pensiero:

sicche'  e'  esatto  quanto  sostengono  sia  la  difesa dell'Ordine di

Sicilia sia l'Avvocatura dello Stato, che essa non tocca il diritto che

a “tutti“ l'art. 21 della Costituzione riconosce. Questo sarebbe  certo

violato  se  solo  gli iscritti all'albo fossero legittimati a scrivere

sui giornali, ma e' da escludere che una  siffatta  conseguenza  derivi

dalla  legge.  Ne  costituisce  riprova,  oltre  l'oggetto  stesso  del

provvedimento, l'esplicita  disposizione  contenuta  nell'art.  35:  il

quale,  in  quanto  subordina  l'iscrizione nell'elenco del pubblicisti

alla prova che  il  soggetto  interessato  abbia  svolto  un'“attivita'

pubblicistica  regolarmente  retribuita  per almeno due anni“, dimostra

che la stessa legge considera pienamente lecita anche la collaborazione

ai giornali che non sia ne' occasionale ne' gratuita. Senza che ci  sia

bisogno  di  affrontare questioni di interpretazione non essenziali per

la presente decisione,  appare  certo  che  l'art.  35  circoscrive  la

portata   del   divieto   sancito  nell'art.  45,  limita  l'estensione

dell'obbligo di iscrizione all'albo  e,  in  definitiva,  conferma  che

l'appartenenza   all'Ordine   non   e'  condizione  necessaria  per  lo

svolgimento di un'attivita' giornalistica che  non  abbia  la  rigorosa

caratteristica della professionalita'.                                 

    5.  -  Questa  conclusione,  tuttavia,  non  esaurisce la questione

sottoposta alla Corte. L'esperienza dimostra che il giornalismo, se  si

alimenta   anche   del   contributo  di  chi  ad  esso  non  si  dedica

professionalmente, vive soprattutto attraverso l'opera  quotidiana  del

professionisti. Alla loro liberta' si connette, in un unico destino, la

liberta'  della  stampa  periodica,  che  a  sua  volta  e'  condizione

essenziale di quel libero confronto di idee  nel  quale  la  democrazia

affonda  le  sue  radici vitali. E nessuno puo' negare che una legge la

quale, pur lasciando integro  il  diritto  di  tutti  di  esprimere  il

proprio   pensiero   attraverso   il   giornale,   ponesse  ostacoli  o

discriminazioni  all'accesso  alla  professione  giornalistica   ovvero

sottoponesse  i  professionisti  a misure limitative o coercitive della

loro liberta', porterebbe un grave e pericoloso attentato  all'art.  21

della Costituzione.                                                    

    Sotto  questo  secondo  profilo della questione, che di certo e' il

piu' delicato, la Corte deve in primo luogo accertare se  l'istituzione

stessa  di un Ordine giornalistico e l'obbligatorieta' della iscrizione

nell'albo non costituiscano di per se' una violazione  della  sfera  di

liberta' di chi al giornalismo voglia professionalmente dedicarsi.     

    La  Corte  ritiene  che  a  tale  interrogativo  si  debba dare una

risposta negativa.                                                     

Chi tenga presente il complesso mondo della  stampa  nel  quale  il

giornalista  si  trova  ad operare o consideri che il carattere privato

delle imprese editoriali ne condiziona le possibilità di  lavoro,  non

può  sottovalutare  il rischio al quale è esposto la sua libertà né

può negare la necessità di misure e di strumenti a salvaguardarla.   

    Per la decisione della presente questione - alla quale, per  quanto

si  è  detto  al  n.  3,  resta  estranea la rilevanza degli ulteriori

profili  di  pubblico  interesse   (fra   i   quali   quello   inerente

all'osservanza  del canoni della deontologia professionale) soddisfatti

dalla legge - è in vista di tale finalita' che va valutata la funzione

che l'Ordine puo' svolgere. Il fatto che il giornalista esplica la  sua

attività  divenendo  parte  di  un  rapporto di lavoro subordinato non

rivela la superfluità di un apparato che secondo l'avviso della difesa

del Longhitano si giustificherebbe  solo  in  presenza  di  una  libera

professione,   tale  il  senso  tradizionale.  Quella  circostanza,  al

contrario, mette in risalto l'opportunità che  i  giornalisti  vengano

associati  in  un  organismo che, nei confronti del contrapposto potere

economico del datori  di  lavoro,  possa  contribuire  a  garantire  il

rispetto  della  loro  personalità  e,  quindi,  della  loro libertà:

compito, questo, che supera di  gran  lunga  la  tutela  sindacale  del

diritti  della  categoria  e che percio' puo' essere assolto solo da un

Ordine a struttura democratica che con i suoi poteri di  ente  pubblico

vigili,  nei  confronti  di tutti e nell'interesse della collettività,

sulla rigorosa osservanza  di  quella  dignità  professionale  che  si

traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla liberta' di

informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano

comprometterla.                                                        

    Si deve tuttavia ribadire che questa conclusione positiva e' valida

solo  se  le  norme  che  disciplinano  l'Ordine  assicurino a tutti il

diritto di accedervi e non attribuiscano ai suoi organi poteri di  tale

ampiezza da costituire minaccia alla liberta' dei soggetti. E in questa

ulteriore direzione va ora rivolta l'indagine affidata alla Corte.     

    6  -  Il  divieto  posto nell'art. 45, come si e' detto, condiziona

all'iscrizione  nell'albo  il  legittimo  esercizio  della  professione

giornalistica, ed esso, a causa del disposto contenuto nell'art. 36, si

risolve in un divieto assoluto per gli stranieri che siano cittadini di

uno  Stato  che  non  pratichi  il trattamento di reciprocita'. Da cio'

scaturisce la necessita' di accertare se esso non sia in contrasto  con

l'art.  21  della  Costituzione  che  a tutti, e non ai soli cittadini,

garantisce il fondamentale diritto di esprimere liberamente e con  ogni

mezzo il proprio pensiero.                                             

    La  Corte - anche richiamando quanto esposto al n. 4 - ritiene che,

in se' considerato, il presupposto del trattamento di reciprocita'  per

l'accesso  alla  professione  giornalistica  non  sia  illegittimamente

stabilito, e cio' perche' e' ragionevole che in tanto lo straniero  sia

ammesso  ad  un'attivita'  lavorativa  in  quanto al cittadino italiano

venga assicurata una pari possibilita' nello Stato al  quale  il  primo

appartiene.   Questa   giustificazione,   pero',  non  puo'  estendersi

all'ipotesi dello straniero che sia cittadino  di  uno  Stato  che  non

garantisca l'effettivo esercizio delle liberta' democratiche e, quindi,

della  piu'  eminente manifestazione di queste. In tal caso, atteso che

ad un regime siffatto puo'  essere  connaturale  l'esclusione  del  non

cittadino   dalla   professione   giornalistica,   il   presupposto  di

reciprocita'  rischia  di  tradursi  in  una  grave  menomazione  della

liberta'  di  quei  soggetti  ai quali la Costituzione - art. 10, terzo

comma - ha voluto offrire asilo politico  e  che  devono  poter  godere

almeno in Italia di tutti quei fondamentali diritti democratici che non

siano strettamente inerenti allo status civitatis.                     

    Limitatamente  a  questa  parte,  dunque,  l'art.  45  deve  essere

dichiarato costituzionalmente illegittimo.                             

    7. - Passando all'esame  delle  norme  che  disciplinano  l'accesso

all'albo,  devono essere presi in considerazione gli artt. 29, 33, 34 e

35  della  legge,  che  formano  oggetto  dell'impugnativa  ritualmente

proposta dal pretore di Catania.                                       

    Ad avviso della Corte, i dubbi di costituzionalita' manifestati dal

giudice a quo non appaiono fondati.                                    

    L'art. 29 richiede per l'iscrizione nell'elenco del professionisti,

fra  l'altro,  l'iscrizione  nel  registro del praticanti e l'esercizio

della pratica per almeno  diciotto  mesi:  dal  combinato  disposto  di

questa  norma  e  degli artt. 33 e 34 discende, secondo il pretore, che

l'accesso al registro  del  praticanti  e,  mediatamente,  all'albo  e'

rimesso  alla  completa discrezionalita' degli editori, del direttori e

degli altri giornalisti gia' iscritti. La Corte osserva che, se è vero

che ove il soggetto interessato non trovi un  giornale  che  lo  assuma

come   praticante   egli  non  potrà  mai  intraprendere  la  carriera

giornalistica, e' altrettanto vero che neppure il giornalista  iscritto

può  svolgere  la  sua attivita' professionale se non trova un editore

disposto ad assumerlo: il che dimostra che ci  si  trova  di  fronte  a

conseguenze  che  non derivano dalla legge in esame, ma dalla struttura

privatistica delle imprese editoriali, nell'ambito della quale  la  non

discriminazione puo' essere assicurata soltanto dalla concorrenza della

molteplicita' delle iniziative giornalistiche.                         

    Neppure  puo'  dirsi  che  il secondo comma dell'art. 34, in quanto

richiede che  lo  svolgimento  della  pratica  sia  comprovata  da  una

dichiarazione  motivata  del  direttore  del  giornale, all'arbitrio di

questi rimetta  la  valutazione  di  un  presupposto  per  l'iscrizione

nell'elenco  del  giornalisti.  In  effetti,  poiche'  non  risulta che

l'Ordine abbia il potere di esprimere  un  giudizio  di  ammissibilita'

basato  sull'apprezzamento  del modo in cui l'interessato ha esercitato

la pratica, si deve concludere che la motivazione  del  direttore  deve

avere  ad  oggetto  solo  gli  elementi  formali  del rapporto (durata,

continuita') e non puo' mai  tradursi  in  un  sindacato  sul  pensiero

espresso dal praticante.                                               

    Non  si  vede,  infine,  in che modo il Consiglio dell'Ordine possa

esercitare  poteri  arbitrari  in  ordine   all'iscrizione   nell'albo:

chiamato   a  verificare  la  sussistenza  di  elementi  tassativamente

indicati dalla legge ed a prendere atto  del  giudizio  positivo  delle

prove  di  esame  predisposte per un accertamento tecnico, il Consiglio

non puo' neppure liberamente  valutare  la  buona  condotta  (art.  31,

secondo comma) del richiedente, ma deve accertarla sulla base di fatti,

secondo  canoni  elaborati  in base ad una consolidata tradizione e con

l'esclusione di ogni apprezzamento di atteggiamenti  che  costituiscano

estrinsecazione  delle  liberta'  garantite  dalla Costituzione. Val la

pena di aggiungere che la legge impone che i provvedimenti  di  rigetto

della  domanda  siano  motivati  (art.  30)  e predispone su di essi il

controllo giurisdizionale (art.    63),  assicurando  in  tal  modo  la

repressione di ogni abuso.                                             

    Del  pari  non  fondata  e'  la  questione  relativa al primo comma

dell'art. 35, impugnato nella parte  in  cui  stabilisce  che  al  fine

dell'iscrizione nell'elenco dei pubblicisti il richiedente deve offrire

la  dimostrazione  di  aver  svolto  attivita' retribuita da almeno due

anni. Il timore espresso dal giudice a quo che questa norma consenta un

sindacato sulle pubblicazioni non ha  ragione  di  essere,  perche'  la

certificazione  dei  direttori  e  la  esibizione  degli  scritti  sono

elementi richiesti solo al fine di consentire che  venga  accertato  se

l'attivita'  sia stata esercitata ne' occasionalmente ne' gratuitamente

e per il tempo richiesto dalla legge, e non anche allo scopo di imporre

o di permettere una valutazione di merito capace  di  risolversi,  come

afferma l'ordinanza, in “una forma larvata di censura ideologica“.     

    8.   -   Poiche'   l'ordinanza   denunzia   che   l'obbligatorieta'

dell'iscrizione nell'albo, sancita dal denunziato art. 45, rimette alla

piena “discrezionalita' altrui“ l'esercizio  del  diritto  riconosciuto

dall'art.  21  della  Costituzione,  con  conseguente  violazione anche

dell'art. 3, la Corte non puo' sottrarsi al compito di esaminare  altre

disposizioni   della   legge   che   possano   incidere   sul   diritto

all'iscrizione nell'albo, e cio' non per  esercitare  un  controllo  su

norme  che,  per quanto si e' detto al n. 2, non sono state ritualmente

impugnate, ma solo per accertare se  il  loro  contenuto  sia  tale  da

determinare l'illegittimita' dell'art. 45.                             

    Sotto  questo profilo ed a questi limitati effetti vengono in esame

l'art. 24, che attribuisce al Ministro per la grazia e giustizia l'alta

sorveglianza  sui  Consigli  dell'Ordine,   e   le   disposizioni   che

conferiscono   ai  Consigli  poteri  disciplinari  che  sull'iscrizione

all'albo possono incidere in via  temporanea  (art.  54)  o  definitiva

(art. 55).                                                             

    La  Corte  osserva  che  il  potere  del  Ministro,  corollario del

pubblico interesse al  regolare  funzionamento  dei  Consigli,  ha  per

contenuto  i provvedimenti indicati nel secondo e nel terzo comma dello

stesso art. 24, sicche' nessuna ingerenza e'  consentita  all'esecutivo

sulla   attivita'  amministrativa  relativa  agli  iscritti,  salva  la

implicita possibilita' di segnalare fatti che  ai  sensi  dell'art.  48

possano  giustificare il promovimento dell'azione disciplinare: nel che

non si puo' riscontrare, in verita', nessun rischio di abuso.          

    La Corte ritiene, del pari, che i poteri disciplinari conferiti  ai

Consigli  non  siano  tali da compromettere la liberta' degli iscritti.

Due elementi fondamentali  vanno  tenuti  ben  presenti:  la  struttura

democratica  del  Consigli,  che  di  per  se' rappresenta una garanzia

istituzionale non  certo  assicurata  dalla  legge  precedentemente  in

vigore (D.L. Lt. 23 ottobre 1944, n. 302), in base alla quale la tenuta

degli albi e la disciplina degli iscritti sono state affidate per circa

venti  anni  ad  un organo di nomina governativa; e la possibilita' del

ricorso al Consiglio nazionale ed il successivo esperimento dell'azione

giudiziaria nei vari gradi di giurisdizione. L'uno e l'altro concorrono

sicuramente ad impedire che l'iscritto  sia  colpito  da  provvedimenti

arbitrari. Essi, tuttavia, non sarebbero sufficienti a raggiungere tale

scopo,  se  la  legge  stessa  prevedesse, sia pure implicitamente, una

responsabilita' del giornalista a causa del contenuto dei suoi  scritti

e  ammettesse  una  corrispondente possibilita' di sanzione, perche' in

tal caso  la  liberta'  riconosciuta  dall'art.  21  sarebbe  messa  in

pericolo  e  l'art.  45  -  norma  di  chiusura dell'intero ordinamento

giornalistico - risulterebbe illegittimo.  Ma  la  legge  non  consente

affatto  una  qualsiasi  forma  di  sindacato  di  tale  natura.  Se la

definizione degli illeciti disciplinari, come e'  inevitabile,  non  si

articola   in  una  previsione  di  fattispecie  tipiche,  bisogna  pur

considerare che la  materia  trova  un  preciso  limite  nel  principio

fondamentale  enunciato  dalla stessa legge nell'art. 2. Se la liberta'

di informazione e di critica  è insopprimibile, bisogna  convenire  che

quel  precetto,  piu' che il contenuto di un semplice diritto, descrive

la funzione stessa del libero giornalista:  è il venir  meno  ad  essa,

giammai  l'esercitarla  che  può  compromettere  quel  decoro e quella

dignita' sui quali l'Ordine e' chiamato a vigilare.                    

    9. -  Con  cio'  la  Corte  ha  esaurito  l'esame  delle  questioni

ritualmente   proposte  dal  pretore  di  Catania.    Non  puo'  essere

affrontato, infatti, un ulteriore problema  sul  quale  l'ordinanza  di

rinvio  si e' soffermata, se cioe' la disciplina introdotta dalla legge

limiti, ed in quale misura, il diritto di  tutti  di  dar  vita  ad  un

giornale  e di esprimere con questo mezzo il proprio pensiero. A questa

tematica l'art. 45 e' del tutto estraneo, perche' gli oneri che in essa

verrebbero   in   discussione   non   discendono   dall'obbligatorieta'

dell'albo,  ma  sono  autonomamente  posti  dagli  artt.  46  e  47: da

disposizioni, dunque, che, per quanto si e'  detto  al  n.  2,  restano

fuori dell'oggetto del presente giudizio.                              

    10.   -   Il   Tribunale   di   Torino   denuncia  l'illegittimita'

costituzionale,  per  violazione  degli   artt.   102   e   108   della

Costituzione, del terzo comma dell'art. 63 della stessa legge, a tenore

del  quale  presso  il  Tribunale  e  la  Corte di appello competenti a

decidere sull'azione promossa contro  le  deliberazioni  del  Consiglio

nazionale  dell'Ordine  il  collegio  viene integrato da un giornalista

professionista  e  da  un  pubblicista,  nominati  in   numero   doppio

all'inizio  di  ogni  anno  dal  presidente  della  Corte di appello su

designazione del Consiglio stesso.  Non tutti i rilievi che l'ordinanza

espone con espresso richiamo ai principi affermati  dalla  Corte  nella

sentenza  n.  108  del 1962 trovano esatto riscontro nel caso in esame.

Tanto e' a dirsi sia del requisito della idoneita' dei due  membri  del

Collegio,   assicurata   dalla   circostanza   che  deve  trattarsi  di

giornalisti professionisti e di pubblicisti tali  qualificati  in  base

alle  norme  della  stessa  legge,  sia  della  possibilita' di rendere

operanti le disposizioni relative alla  astensione  e  ricusazione  del

giudice,  sufficientemente  garantita dalla nomina in numero doppio. La

questione risulta invece fondata sotto il  profilo  che  il  meccanismo

predisposto  dalla  legge  non  e'  tale  da conferire al giudice piena

indipendenza nei confronti del Consiglio dal quale sostanzialmente egli

deriva la sua nomina.                                                  

    Giova  in  proposito  tener  presente che all'esame del Tribunale e

della Corte di appello, nella speciale composizione descritta,  vengono

portate   (artt.   62   e   63)  le  impugnazioni  promosse  contro  le

deliberazioni  di  quello  stesso  organo  che   e'   competente   alla

designazione  dei  due giudici estranei alla magistratura.  Vero e' che

siffatta circostanza, come si ricava dalla giurisprudenza  della  Corte

(sentenza  n. 1 del 1967), di per se' sola non costituirebbe ragione di

illegittimita' costituzionale: tuttavia sarebbe stato necessario che la

legge impedisse ogni forma di  responsabilita',  anche  indiretta,  nei

confronti  del  Consiglio. Questa fondamentale garanzia, essenziale per

il rispetto del principio di indipendenza, non  e'  invece  assicurata,

perche'   la   brevita'   del  termine  di  durata  nell'ufficio  e  la

possibilita' di una rinnovata designazione degli  stessi  soggetti  non

escludono che il Consiglio possa periodicamente esercitare un implicito

sindacato sul modo col quale e' stata amministrata la giustizia in casi

nei  quali  era  in  gioco  un  suo  diretto  interesse.  Percio' e' da

riconoscere che la norma impugnata contrasta con  l'art.  108,  secondo

comma, della Costituzione.                                              

                           PER QUESTI MOTIVI                           

                        LA CORTE COSTITUZIONALE                        

    a)  dichiara  l'illegittimita'  costituzionale  dell'art.  45 della

legge  3  febbraio  1963,  n.  69,   relativa   all'ordinamento   della

professione  giornalistica,  limitatamente alla sua applicabilita' allo

straniero al quale sia impedito nel paese di  appartenenza  l'effettivo

esercizio  delle  liberta'  democratiche  garantite  dalla Costituzione

italiana;                                                              

    b) dichiara l'illegittimita'  costituzionale  dell'art.  63,  comma

terzo, della stessa legge;                                             

    c) dichiara non fondate le questioni di legittimita' costituzionale

concernenti gli artt. 29, 33, 34 e 35 sollevate dall'ordinanza 5 giugno

1967  del  pretore  di  Catania  in riferimento agli artt. 3 e 21 della

Costituzione;                                                           

    d)   dichiara   inammissibili   le   questioni   di    legittimita'

costituzionale  degli  artt. 24, 28 Cpv., 46, 47, 51, lett. c e d, 54 e

55 sollevate dalla stessa ordinanza in riferimento agli  artt.  3,  21,

18, 19, 33, 39, 49 della Costituzione.                                 

    Cosi'  deciso  in  Roma,  nella  sede  della  Corte costituzionale,

Palazzo della Consulta, il 21 marzo 1968.