Anna Politkovskaja Bibliografia

A cura di
Nicola Negrin nicola.negrin@gmail.com
Marco Righetto marco.righetto@gmail.com
Francesco Rossetto francesco.rossetto@gmail.com
per il corso di Teoria e Tecniche del linguaggio giornalistico

docente Raffaele Fiengo

Universdità di Padova
“Descrivi quello che vedi…”

BIBLIOGRAFIA DI ANNA POLITKOVSKAJA
(1958 – 2006)

PREMESSA

Quanto segue è la sintesi di un lavoro di ricerca più ampio e articolato, realizzato nell’ambito del Corso di Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico, tenuto dal prof. Raffaele Fiengo nell’anno accademico 2006/2007.

Nell’opera di sintesi ci siamo posti come obbiettivo il fatto di mantenere intatti i contenuti a nostro avviso maggiormente rilevanti al fine di proporre la cifra stilistica con cui Anna Politkovskaja svolgeva il proprio operato.

PREFAZIONE

“Il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste. E le lacrime che versa nell’una o nell’altra occasione non interessano, in fondo, nessuno. Descrivi quello che vedi, metti insieme i fatti e analizzali. Punto e basta”.

Questo era il metodo con cui Anna Politkovskaja operava, lo stesso utilizzato in questo lavoro: non un racconto emotivo, ma una catalogazione e un riesame di quanto la giornalista russa ha scritto; e vissuto. Una descrizione che non vuole coinvolgere gli animi, ma creare consapevolezza.

Come insegna Politkovskaja, abbiamo descritto quello che abbiamo letto. Lo scopo era quello di restituire un’analisi dettagliata di cosa raccontava e di come lo raccontava.

In primo luogo, dunque, vengono riportati gli articoli, raccolti secondo tematiche e argomenti; successivamente è descritto il testo Cecenia, il disonore russo – il primo edito in Italia; infine viene analizzata l’ultima pubblicazione, La Russia di Putin[1].

Il lavoro non vuole essere una catalogazione strettamente cronologica, ma un’analisi dei linguaggi giornalistici, finalizzata a esprimere le diverse modalità di scrittura e le innumerevoli vicende della Russia, e della Cecenia, raccontate della giornalista. Politkovskaja ha sempre combattuto per quello che credeva.

Confidiamo che questo lavoro possa far rivivere nelle persone la memoria della giornalista.

INTRODUZIONE:

LA CULTURA DELLA CONTROINFORMAZIONE

Negli anni Cinquanta, in America, nasceva il new journalism, uno stile giornalistico innovativo, che si faceva forte di alcune caratteristiche fondamentali. L’obiettivo di questa nuova forma era quello di impiegare tecniche ed espedienti della fiction per scrivere articoli. Le parole chiave per la costruzione del new journalism erano: “be there”. Ovvero, dare l’impressione al lettore di essere sulla scena dei fatti.

Tom Wolfe, uno dei capostipiti di questo progetto, raccolse in un saggio i quattro “artifizi” per creare lo stile del new journalism: 1) costruzione degli avvenimenti scene-by-scene; 2) impiego di dialoghi che riproducono il parlato dei personaggi; 3) punto di vista in terza persona, o interno alla storia; 4) descrizioni realistiche nei minimi dettagli[2].

Questa premessa sarebbe vana, se non avesse alcun collegamento con Anna Politkovskaja[3]. Leggendo i documenti della giornalista, è possibile comprendere come alcune delle caratteristiche del new journalism siano parte del suo bagaglio culturale. Politkovskaja fa un uso attento di aggettivi per descrivere i minimi particolari, inserisce i dialoghi e trasporta lo spettatore all’interno della scena. Leggendo i suoi brani sembra di essere presenti al momento dell’azione. La giornalista opera come una fotoreporter: restituisce, con la penna, le immagini di alcuni singoli particolari che descrivono l’ambientazione della vicenda.

Allo stesso tempo, Anna Politkovskaja risulta decisamente schierata nei suoi scritti, rispetto alla tradizione giornalistica europea dove l’Io del giornalista tende a venire il più possibile occultato, per rendere lo scritto più obbiettivo.

Politkovskaja, allo stesso tempo si fa portavoce di quella tradizione di advocacy journalism che si sviluppa negli Stati Uniti negli anni ’60-’70. Questo giornalismo, tradotto in italiano con giornalismo d’inchiesta, si poneva come obiettivo l’utilità. Fare un giornalismo che fosse sinonimo di verità.

“L’idea che l’advocacy journalism sviluppa allora con forza è quella di una moltiplicazione delle voci della stampa indipendente, underground, ai margini dell’establishment informativo soggetto ai poteri forti, parte integrante di una controcultura che sostituisce al mito dell’obiettività l’ideologia politica”[4].

Il metodo d’indagine della giornalista è parallelo alla descrizione degli eventi: dal particolare al generale. Presenta un fatto e lo argomenta, spiegando efficacemente le sue tesi in maniera semplice ed esaustiva, con uno stile né petulante né retorico.

ARTICOLI E REPORTAGE

Gli articoli di Anna Politkovskaja si possono dividere in tre sezioni principali, fortemente interconnesse fra loro:

  1. denuncia degli abusi dei soldati federali russi (compiuti sia verso la popolazione civile cecena sia nei confronti dei carcerati) e dell’anarchia regnante fra le gerarchie militari, con la copertura che viene loro fornita da parte del governo e della magistratura;
  2. reportage di carattere politico-sociologico che tendono a spiegare il perché del permanere delle ostilità e le possibili soluzioni per risolvere la crisi;
  3. articoli-reportage che, partendo da fatti di cronaca, generalizzano il dramma della Cecenia.

L’analisi testuale di elementi di ciascuna sezione evidenzia alcuni tratti distintivi, tanto sul piano stilistico che su quello contenutistico degli articoli della giornalista russa.

PRIMA SEZIONE

Nell’articolo del 30 luglio 2004 intitolato Il verdetto dei giurati ha assolto i criminali di guerra è testimoniata la copertura fornita dalla magistratura all’esercito, libero così di compiere i crimini più efferati. Il caso preso in esame riguarda il capitano Ul'man.

Durante un’operazione da lui guidata, il suo gruppo di militari ha aperto il fuoco su un taxi con sei civili a bordo. Di questi, due sono morti dopo la prima raffica di colpi, mentre gli altri quattro passeggeri sono stati uccisi due ore dopo. In seguito i soldati hanno bruciato i corpi.

Il caso è finito in tribunale e, davanti ai giurati, eletti dagli abitanti di Rostov-sul-Don, si sono rivelati diretti esecutori e organizzatori del crimine il Capitano Ul'man, il sottotenente Aleksandr Kalaganskij, il maggiore Aleksej Perelevskij, il sottufficiale Vladimir Voevodin.

Gli accusati hanno fornito un racconto dei fatti, confermato da altri testimoni. Tuttavia, nonostante la chiarezza delle prove e la lampante colpevolezza dei militari, il verdetto dei giurati, reso noto il 29 aprile, prende atto di quello che è accaduto e dichiara l’innocenza degli accusati: “[…] sì, hanno ucciso e hanno distrutto i corpi, ma sono innocenti. In primo luogo perché hanno eseguito un ordine (nelle sedute del processo è stato dimostrato che non c'è stato nessun ordine). In secondo luogo il taxi alla prima richiesta dei militari non si è fermato (nelle sedute è stato dimostrato che si è fermato)”.

La reazione di Anna Politkovskaja a questo verdetto è netta e virulenta: “prima di tutto i giurati VOLEVANO ASSOLVERE i criminali di guerra e soltanto per questo li hanno assolti. Non hanno accolto nessuna prova, tranne quelle che VOLEVANO accogliere. Hanno creduto soltanto agli accusati, e gli hanno creduto sulla parola. Non sono stati sfiorati da nessuna altra testimonianza, per quanto potessero essere obiettivamente importanti.

I giurati hanno interpretato tutte le circostanze degli omicidi semplicemente allo stesso modo di come le interpretavano i loro esecutori. E non perché i giurati fossero stati ingaggiati da qualcuno, assolutamente: sono stati ingaggiati solo da se stessi. Di quale pressione sul collegio si può parlare? Se 7 giurati su 12 hanno salutato con un applauso il criminale Ul'man, quando questo è stato assolto dall'accusa di strage... Solo quando gestisci la giustizia secondo le tue convinzioni esulti.
Da cosa è dipesa questa gioia? Dal fatto che hanno difeso i ‘propri’ contro ‘gli altri’, ‘i nostri’ contro i ‘non nostri’, ‘noi’ e ‘i ceceni’. Il 29 di aprile questo stato d'animo comune e noto a tutti è stato legittimato nell'ambito di una procedura giudiziaria.

La consacrazione dei boia con la forza della legge. L'assoluzione del gruppo di Ul'man ha un significato semplicissimo: uccidere un ceceno si può, di qualsiasi ceceno si tratti […]. La pena di morte, per la quale, grazie all'intervento dell'UE era stata introdotta una moratoria tramite decreto presidenziale […], ora de facto viene autorizzata se applicata dai militari, ovvero a loro completa discrezione. Cioè: la pena di morte tramite linciaggio è permessa”.

In seguito Politkovskaja sospende il giudizio sui giurati per prendere in esame “la maggioranza del paese”, che “considera i ceceni un'umanità di seconda scelta, approva un nichilismo giuridico razzista, giustifica la legge del Taglione e sogna un ritorno alla pena di morte”.

Da questo articolo emerge chiaramente la piega presa dalla guerra cecena, considerata non più una necessità per combattere il terrorismo, ma una profonda contrapposizione fra russi e ceceni, fra “noi” e “loro”, fra uomini e cose.

SECONDA SEZIONE

Il 17 marzo 2005 viene pubblicato su Novaja Gazeta l’articolo Non resta che combattere, in cui è analizzata l’uccisione del presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Aslan Maskhadov, avvenuta l’8 marzo 2005 ad opera delle forze speciali dell'FSB[5].

“Cosa succederà in Cecenia con la fine dell’era Maskhadov?” Questa è la domanda a cui la giornalista cerca di rispondere.

Innanzitutto, la morte del presidente ceceno è avvenuta durante un periodo di tregua da lui dichiarata il 14 gennaio, “l’unica nella storia della seconda guerra cecena; era una mano tesa verso il Cremlino per l'avvio di trattative sul cessate il fuoco, la demilitarizzazione e la reciproca consegna dei criminali di guerra”. La sua uccisione, quindi, mette definitivamente fine a questa tregua e a qualsiasi trattativa, allontanando la prospettiva di una possibile pace in Cecenia.

Politkovskaja ricerca il permanere del conflitto due cause principali: il Cremlino (“la radice di tutte le cause”) e la situazione della resistenza cecena.

Quest’ultima, e in particolare la sua ala più estremista, era in qualche modo controllata da Maskhadov, ma con la sua uscita di scena sono state troncate le vie di ogni possibile negoziato; “si è creato un deserto tra i settori più moderati”.
Grazie a questo giro di vite, il ruolo di leader della resistenza cecena passerà così da Maskhadov a Shamil Basaev[6], “principale oppositore dei metodi moderati di Maskhadov, a cui confluiranno tutte le leve del comando della resistenza. Basaev, a differenza di quanto aveva fatto in precedenza Maskhadov, non si dovrà nemmeno sforzare di venire in qualche modo legittimato, in quanto “farà in modo di essere l'unica controparte, ma senza trattative”.

Così, il panorama ceceno sarà dominato “da due figure altrettanto sanguinarie e medievali, Basaev e Ramzan Kadyrov (capo paramilitare e vice-premier, figlio del presidente filo-russo Akhmad ucciso il 9 maggio 2004). Tutti gli altri si troveranno tra questi due fuochi”.

Politkovskaja spiega poi il significato del “trovarsi tra due fuochi”: vuol dire attentati terroristici. Infatti, se dietro a Kadyrov c’è il presidente russo Putin, dietro a Basaev c’è “una resistenza che si sta radicalizzando sempre di più. Le sue fila sono alimentate soprattutto dalla gioventù cecena. L'altro ambiente che alimenta il radicalismo è quello degli islamici in clandestinità. Più è dura la guerra, più la loro clandestinità si fa profonda.”.

Per riassumere la situazione cecena degli ultimi anni, si può quindi dire che “il potere ha voluto dimostrare come sia pericoloso ribellarsi […], ma ha ottenuto in poco più di cinque anni un pericoloso effetto boomerang: moltissimi giovani musulmani non sono più disposti a essere persone di seconda classe e cercano rifugio nell'islam, chiudendosi sempre di più al mondo esterno”.

Questi giovani estremisti hanno ora come unico riferimento Basaev, che non trovandosi davanti l’ostacolo del più moderato Maskhadov, può liberamente ribadire il suo slogan: “con la Russia non si può trattare, con la Russia si può solo combattere. Con ogni mezzo”.

TERZA SEZIONE

Analizziamo di seguito l’articolo di Anna Politkovskaja Buio in sala: l’agghiacciante diario-reportage del 1. novembre 2002, relativo al sequestro di ottocento civili da parte di un gruppo di guerriglieri ceceni nel teatro Dubrovka di Mosca. Il commando ceceno ha chiesto che fosse Politkovskaja a condurre i negoziati con le autorità russe, e il coinvolgimento della giornalista nella vicenda comincia il 25 ottobre.

Entrata nel teatro, incontra il capo del commando, Bakar. Questo è confuso quando gli viene chiesto che cosa vuole: “politicamente Bakar è in difficoltà. Lui è ‘soltanto un soldato’ e nient'altro. Spiega a lungo e confusamente a che serve questa azione, e si possono trovare quattro punti. Primo, Putin deve ‘dire una parola’: annunciare la fine della guerra. Secondo: entro ventiquattro ore deve dimostrare che non sono solo parole, per esempio deve ritirare le truppe da una regione. […] Terzo punto. È semplice: se saranno attuati i primi due, libereranno gli ostaggi”. Politkovskaja omette il quarto punto.

Continuando il colloquio, la giornalista capisce con chi sta negoziando: “si tratta di uno dei reparti che in Cecenia fanno tutto da soli. Hanno una loro guerra autonoma, ed è assolutamente radicale. E se ne infischiano di Maskhadov: perché non è un estremista […]”.

Le trattative con i guerriglieri sono state interrotte dalle autorità russe, che hanno deciso di attaccare il commando, usando gas letali.

Dopo questa tragedia, Politkovskaja vede solamente due “varianti” per il futuro: la prima è che “finalmente ci renderemo conto che più aumentano la violenza, il sangue, le vittime, i sequestri e le umiliazioni, più si moltiplicano quelli che vogliono vendicarsi, nonostante tutto e malgrado tutto. E più arrivano nuove reclute nell'esercito di chi vuole morire vendicandosi”. Come conseguenza, la guerra lascerà i campi di battaglia per arrivare a coinvolgere sempre più dei civili innocenti.

“La seconda variante è difficile, impegnativa, ma almeno si muove in direzione di un miglioramento: bisogna cominciare a parlare con colui che resta aggrappato all'ultimo filo del suo potere, con Maskhadov. Altrimenti saremo condannati a negoziati come quelli del Nord-Ost, segnati alla disperazione. Quando la posta in gioco è la vita degli innocenti”.

CECENIA, IL DISONORE RUSSO[7]

Il mainstream informativo sembra essersi scordato delle stragi, degli strazi, e del dolore che la popolazione cecena e russa ha provato, e tuttora prova, a causa del conflitto russo-ceceno. La guerra in Cecenia, infatti, è uno scontro dimenticato, posto in secondo piano rispetto alle guerre mediatiche. Anna Politkovskaja, grazie al suo impegno e il suo coraggio, ha portato alla luce la drammatica situazione, e la sconvolgente verità, vissuta nei territori ceceni.

Politkovskaja scrive senza mezzi termini, ponendo in primo piano le proprie emozioni, le ingiustizie, le barbarie, e i dolori di una guerra “irrazionale”. Da sempre considerata la voce della Cecenia, la giornalista esprime soprattutto le sofferenze di un popolo, i ceceni, costretto a subire le ingiurie dell’esercito russo. Tuttavia, in questo disperato conflitto, oltre alle condizioni delle vittime viene analizzato e descritto lo sbando dell’esercito russo: controllato da pochi colonnelli che fanno i propri interessi; formato da persone costrette ad andare in guerra per sopravvivere, non avendo altro su cui puntare e sviluppare la propria vita.

Il libro è denso di contenuti, ed è per questo che abbiamo deciso di raccogliere alcune tematiche secondo contesti. Non abbiamo seguito uno sviluppo lineare dal primo all’ultimo capitolo, ma abbiamo cercato di raggruppare per argomenti tutti i temi trattati dalla giornalista.

LE BARBARIE DELL’ESERCITO RUSSO

“A quarantatre anni, ancora non mi era capitato di sentire l’odore atroce di un uomo bruciato, eppure eventi drammatici ne ho vissuti, e non pochi. Ho fatto per la prima volta quest’esperienza a Shatoi[8]. Sono rimasta pietrificata…”.

L’autrice mette in luce le proprie emozioni, le proprie particolari esperienze, in modo tale da portare il lettore sulla scena.

La storia in breve. 11 gennaio 2002, distretto di Shatoi. Sulla strada che dal villaggio di Dai porta a quello di Nokhchi–Keloi, dieci soldati del corpo speciale del GRU[9] uccisero alla luce del sole sei persone che viaggiavano a bordo di una jeep, e ne bruciarono i corpi. Più tardi si scoprì che le persone bruciate erano sei abitanti del paese di Shatoi; e tra questi cadaveri figurava anche una donna incinta.

Qui entra in scena Vitali Nevmerjitski: un maggiore definito “coraggioso” dalla giornalista. Il militare, infatti, ebbe un comportamento inusuale rispetto ai suoi compagni. Venuto a conoscenza dello spregevole comportamento attuato dai dieci soldati del GRU, individuò il responsabile, il colonnello Plotnikov, e lo condusse al villaggio di Shatoi, affinché si rendesse conto della strage che aveva compiuto. Il maggiore testimoniò addirittura contro i suoi “fratelli”, i soldati complici della spietata esecuzione.

La giornalista, in quel periodo stanziata in una casa di una famiglia di Shatoi, decise allora di condurre un’intervista al maggiore, in modo tale da avere delucidazioni sulla vicenda e sul suo comportamento.

La giornalista mentre riporta l’intervista, descrive i tratti psicologici del maggiore. Racconta di come questo fosse disposto a parlare della Cecenia e della situazione disastrosa in cui versava l’esercito (“cosa piuttosto insolita per un militare in Cecenia”), e sottolinea come lei stessa non riuscisse a provare compassione per il militare. Descrive, inoltre, lo stato d’animo del colonnello: tranquillo, calmo, imperturbabile. “Parla ma i suoi occhi restano vuoti”; è questo ciò che Politkovskaja racconta di lui, utilizzando molte immagini figurate. Si trova un climax ascendente di aggettivi, che portano il lettore ad intuire cosa accadrà in seguito.

La giornalista torna a sottolineare come il maggiore si fosse comportato da eroe, ma “l’eroismo è impulsivo, e solo un ingenuo può sperare che il suo atto eroico lo protegga a lungo”.

“Di tanto in tanto i ‘fratelli’ andavano a trovare il maggiore a Shatoi per ricordargli che aveva un debito da pagare – prosegue la giornalista”. Il primo atto del saldo di debito si consumò a Shatoi, dove venne rapito un uomo di nome Magomed. Questo, come racconta il fratello Khumid, aveva ottimi rapporti con Nevmerijitski; aiutava molto il maggiore nel suo lavoro.

Di Magomed si persero le tracce. La sua scomparsa fu il preludio di altri drammi. Nel frattempo, infatti, altre sei persone vennero rapite.

Il 4 agosto il villaggio di Urd-Yukhoi venne bombardato all’improvviso dai carri del 291mo reggimento, per pura e semplice provocazione.

6 agosto. La tv, controllata dallo Stato, diede notizia di un imminente attacco atteso dalle truppe federali, da parte dei boieviki[10].

Puntualmente, nel pomeriggio, la tv annunciò che un camion, che trasportava diciassette ausiliari ceceni, era esploso su una bomba controllata a distanza: 10 morti e sette feriti. Per la maggior parte della popolazione russa, non fu difficile addossare la colpa ai terroristi, anche perché media e federali supportavano questa tesi. I federali, per testimoniare la veridicità delle loro accuse, mostrarono alla tv i corpi dei terroristi uccisi mentre stavano fuggendo nelle foreste di Uran-Martan.

Anna Politkovskaja, però, non si fece ingannare dalle apparenze, e dopo alcune indagini svolte grazie all’aiuto dei parenti delle vittime, venne a capo di una agghiacciante verità.

La giornalista scoprì che i corpi ritrovati non erano quelli dei terroristi, sui quali si facevano ricadere tutte le colpe, ma quelli di tre uomini di Shatoi: Chabaiev, Ozdamirov e Magomadov. I cognomi dei tre coincidevano con i cognomi degli uomini rapiti mesi prima assieme a Magomed.

Ma cerchiamo di chiudere il cerchio. Alcuni uomini erano stati rapiti dai federali, senza che nessuno se ne accorgesse. L’intenzione era quella di ucciderli, e camuffarli da terroristi ceceni. I loro corpi furono quindi “usati come materiale umano per la provocazione del 6 agosto, anticipata dalle televisioni”. Una semplice istigazione dell’esercito russo verso la popolazione di Shatoi, complice di aver fatto arrestare l’11 gennaio gli autori di un massacro.

La tragedia del 6 agosto venne architettata grazie alla complicità del maggiore Nevmerjistky, che pagò in questo modo il suo debito.

LE ZACISKI

Questo termine significa letteralmente pulizia. Viene usato dalle truppe russe per definire le loro spedizioni punitive e i sequestri di persona. Leggendo gli episodi raccontati molte volte nel libro Cecenia si può intuire come siano storie di ordinaria follia. Le zaciski simboleggiano il potere dell’esercito, e spesso coincidono con stupri, uccisioni, sequestri.

“Le zaciski e il massacro del ceceno sono il passatempo quotidiano dei militari. Il risultato di questa condizione è che i soldati sentano il bisogno, già all’alba, di fare una zaciska, come dei drogati in crisi di astinenza. Per il militare diventa un’abitudine che si ripercuote al di là della guerra”.

LE BRIGATE CRIMINALI RUSSO-CECENE

Politkovskaja rivela una delle sfaccettature meno conosciute della guerra cecena.

Le brigate criminali russo-cecene sono uno dei risultati più mostruosi del conflitto.

Le brigate sono composte da militari, o ex militari, e da ceceni, “ex della resistenza o altro”, come a voler dimostrare che la guerra “non ha alcun fondamento morale”. Scopo di queste bande è quello di saccheggiare, distruggere, violentare, torturare e uccidere. Per loro non ha importanza alcuna l’ideologia religiosa o nazionale, quel che più conta è saccheggiare e fare razzia.

Le brigate garantiscono la “sicurezza” dei distributori illegali di petrolio, fanno la guardia ai punti in cui gli oleodotti sono stati perforati per rubare l’oro nero, eseguono omicidi su commissione, realizzano azioni intimidatorie, e infine controllano il racket dei mercati, “laddove quello dei militari non sia abbastanza efficace, sempre che non se ne occupino insieme”. Come se non bastasse, le brigate controllano una parte del mercato legale dell’oro nero, l’altra parte è curata dai militari.

Le persone coinvolte in queste brigate trovano il loro interesse personale: un interesse meramente economico. Se la guerra terminasse, queste brigate troverebbero il motivo per farla proseguire, e allungare così la propria scia di misfatti. Politkovskaja sostiene di aver incontrato personalmente membri russi facenti parte delle brigate. Queste persone non sono solo ex militari, ma soldati attualmente in servizio, che svolgono entrambi i ruoli: “doppiolavoristi […], guardiani dell’ordine e saccheggiatori […]. Questa criminalità è provocata e controllata dai federali: senza il loro appoggio nessuna banda potrebbe scorrazzare impunemente per le vie di Grozny durante un coprifuoco a cui gli stessi criminali ceceni prendono parte attiva. Il cocktail criminale russo-ceceno è l’apoteosi di questa guerra immorale”.

I FRUTTI DELLA DISPERAZIONE

La guerra immorale ha distrutto la vita di molti Ceceni, e non solo per mano dei soldati russi, ma anche a causa dei ceceni stessi. Questi sono i frutti della disperazione che il conflitto produce.

Il 27 dicembre 2002, a Grozny, avvenne l’attentato più sanguinoso che la piccola repubblica indipendentista abbia subito durante entrambe le guerre, dal 1994. Ceceni fecero saltare in aria altri ceceni. “Un camion imbottito di esplosivo, guidato da kamikaze, si è andato a schiantare contro il muro di cinta in cemento ed è saltato per aria su un’aiuola all’ingresso del palazzo del governo e della nuova amministrazione cecena”. Non fu possibile identificare il numero esatto di persone morte, poiché numerosi resti umani non vennero identificati. Dell’edificio non rimase che lo scheletro.

DEONTOLOGIA

Politkovskaja non si dimentica di inserire nel libro, Cecenia, il disonore russo, un post scriptum dedicato a se stessa. In questa ultima parte di libro la giornalista racconta la sua vita, e come sia arduo e complicato per lei sfuggire alle grinfie dei militari e resistere nel mezzo del conflitto ceceno. Quello che inserisce la giornalista alla fine del libro è una sorta di manuale di sopravvivenza, che ci permette allo stesso tempo di capire meglio e da vicino il giornalismo d’inchiesta. Parla in prima persona mettendo in primo piano le emozioni, senza vergognarsi di alcunché; per farci capire ancora di più quali siano le conseguenze di questa guerra.

LA RUSSIA DI PUTIN

“Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati”. Il testo, per stessa ammissione dell’autrice, è “un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia”. Non si tratta di una biografia del presidente russo. Putin rimane quasi sempre sullo sfondo, è narrato come un burattinaio, un tessitore che governa i fili nel proprio retroscena. Non poteva essere diversamente, dato che Anna Politkovskaja non odia Putin come persona, ma odia “la sua funzione”. Si tratta di un lungo reportage corale: nove capitoli che trattano in modo appassionato, lucido, e documentato case studies della Russia politica, economica, militare e giudiziaria. I casi concreti sono messi in primo piano. L’approccio utilizzato è quello di far convergere testimonianze di vari livelli, per la formazione di un quadro congiunturale, restituendo a tutte pari valore e pari dignità.

La luce è puntata sulle tragedie della Russia di Putin, lasciando il presidente vigile e desto in un’inquietante penombra. La scelta di casi concreti, assurti a paradigmi della Russia odierna, conferma la volontà dell’autrice di fornire una visione globale della propria terra, ma al contempo di documentare in modo fattuale le proprie tesi. Il filo rosso che lega assieme queste storie di quotidiana disperazione è uno Stato invischiato di corruzione morale, civile, politica, ed economica. Dunque non più in grado di disporre per i propri cittadini i più elementari beni pubblici.

L’ESERCITO DEL MIO PAESE. E LE SUE MADRI[11]

La prima istituzione analizzata da Anna Politkovskaja è l’esercito. In particolare la giornalista illumina i rapporti tra le Forze Armate e la società civile. Il suo sguardo per i dettagli ‘umani’ è tale da riportare al presente tragedie che sembrano remote. Ed al contempo narra di questi drammi in modo lucido, dettagliato e rigoroso.

I casi riportati sono molteplici, poiché – sosteneva la giornalista – “i particolari contano più del quadro in sé. Le parti valgono più dell’intero”. In questo specifico contesto tuttavia abbiamo riportato le storie maggiormente significative raccontate dalla giornalista, offrendo il quadro generale degli eventi narrati e al contempo sottolineando la dignità di ogni vicenda.

Dimenticato sul campo di battaglia

19 febbraio 2000. Il tenente Pavel Levurda viene ucciso “per coprire la ritirata dei compagni” nel villaggio di Uškaloj[12]. La sua salma viene lasciata sul campo di battaglia. “Un episodio tanto infame è la summa di un modo di procedere abituale”. Il 24 febbraio 2000 Uškaloj viene “liberata”, e vengono recuperati sei corpi. Il settimo, quello di Levurda, rimane sul campo. Verrà ritrovato solo il 20 maggio. Solo il 20 agosto viene accordata la possibilità alla madre di recarsi a Rostov sul Don per poter identificare ciò che restava del proprio figlio, di cui non restava che “una testa mozzata”.

“Nina Levurda cercava spiegazioni”: non sul perché suo figlio fosse morto, ma su cosa fosse successo dopo la sua morte. Citò in giudizio lo Stato per danni morali. La prima udienza venne fissata il 26 dicembre 2001, ma i rappresentanti dello Stato determinarono nove rinvii, non presentandosi in aula, sino al 2 dicembre 2002. La giornalista non fornisce ulteriori informazioni sull’andamento del processo, ma sottolinea come la crudeltà dei rinvii, perpetrata nei confronti di Nina, sia frutto del metodo con cui Putin gestisce l’esercito. Quindi, seppur non direttamente responsabile, ritiene che le sue scelte abbiano creato il terreno favorevole affinché si potesse affermare un regime di tracotanza delle istituzioni verso i cittadini. “[Putin] se è un essere umano, non lo dà certo a vedere”.

I cinquantaquattro soldati ovvero si emigra verso casa

8 settembre 2002, regione del Volgograd. A seguito di un “presunto furto di un mezzo anfibio da ricognizione” gli ufficiali istruttori[13] del poligono di Kamyšin “si fecero carico di un’inchiesta che a loro non competeva”. E la modalità d’investigazione fu la tortura. Con la minaccia di torture imminenti, cinquantaquattro soldati della 20ª divisione “si ammutinarono, non vollero fare gli agnelli destinati al macello”. Alle azioni ignobili degli ufficiali, Politkovskaja contrappone il comportamento dei soldati: “quel distaccamento di soldati che non avevano perso la loro dignità marciò per un giorno e mezzo [180km circa ndr] senza che nella 20ª divisione nessuno si accorgesse della loro mancanza”[14]. Giunti a Volgograd si rivolsero all’associazione Diritto di Madre[15], dove trovarono nutrimento ed asilo. Tuttavia, solo per poche ore. Infatti, la direttrice Tat’jana Zozulenko avvertì i giornalisti e la notizia si diffuse nell’etere. “Al poligono si erano accorti di aver ‘perso’ i soldati solo dopo una telefonata dall’alto”. La conseguenza fu l’arrivo di un commando militare che riportò in caserma i soldati rifugiatisi nell’edificio dell’organizzazione.

“I soldati sono schiavi degli ufficiali [...]. In secondo luogo il controllo della società civile sulle strutture militari [...] è ormai lettera morta: da sovietico e da militare, il presidente Putin lo ritiene inutile per le Forze Armate russe”.

CRIMINALI DI GUERRA DI TUTTE LE RUSSIE

Ancora una volta la lente d’indagine della giornalista si sofferma sui meccanismi che regolano l’esercito e l’amministrazione della giustizia al suo interno. “I crimini di guerra hanno una caratteristica in comune: l’ideologia più che la giustizia. [...] Al momento ci sono due tipi di criminali di guerra. [...] Il primo tipo comprende coloro che [...] hanno combattuto. Essi sono, da un lato, militari russi [...] dall’altro, guerriglieri ceceni sul fronte opposto. Il caso ‘russo’ più noto è quello del colonnello Budanov [...]. [Questa] prima categoria di criminali di guerra, russi o ceceni che fossero, non ha mai avuto un processo degno di questo nome. [...] La seconda categoria di criminali di guerra è costituita da coloro che erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Persone finite negli ingranaggi della storia. [...] Un caso tipico è quello di Islam Chasuchanov”.

Parte prima. Stalin sarà sempre con noi

Islam Chasuchanov “è l’unico ceceno che sia mai stato ufficiale di un sommergibile atomico in era sovietica e post sovietica. Nel 1992 aveva «costruito»[16] personalmente il sottomarino”. Venne arrestato, secondo quanto risulta dai documenti ufficiali, il 27 aprile 2002[17] per «possesso d’arma da fuoco». Tuttavia, quando i militari irruppero in casa, “Chasuchanov era disarmato e le carte processuali non hanno riportato notizia di pistole o mitra quali prove a carico”. Di quanto accadde nella settimana dal 20 al 27 aprile, Chasuchanov, dichiarerà all’udienza, non ha un ricordo preciso. Solo «botte, iniezioni, altre botte ed altre iniezioni. Da allora ho quattordici fratture alle costole ed una scheggia conficcata in un rene». Nonostante richieste di informazioni relative agli «atti terroristici» compiuti «per disposizione di Chasuchanov» in in tutte le sedi dell’FSB ceceno, tutti i responsabili dell’FSB risposero che “non era coinvolto in nessun atto terroristico”. Chasuchanov fu condannato dal tribunale di Vladikavkaz ad un anno di carcere duro in quanto «leader di formazione armata illegale», sulla base di una sua dichiarazione, estorta sotto tortura e con minaccia di morte.

Parte seconda. Il precedente del colonnello Budanov

Il caso del colonnello Jurij Budanov risulta piuttosto complesso, e viene trattato da Anna Politkovskaja in modo assai esteso e forte di una precisa documentazione.

Nella notte tra il 26 ed il 27 marzo 2000, il colonnello Budanov rapisce, stupra ed uccide la ragazza cecena El’sa Kungaeva. Dopo la denuncia da parte del padre della vittima, viene aperta un’indagine che porta all’imputazione di Budanov. Nell’estate del 2001 “il caso passa al tribunale”.

I genitori di El’sa Kungaeva non disponevano di denaro sufficiente per affidare l’assistenza ad un proprio legale. Si rivolsero dunque all’associazione Memorial, che assegnò il patrocinio ad Abdula Chamzaev. Si trattava di un avvocato ceceno. Dal punto di vista mediatico, tuttavia, la scelta non fu particolarmente felice: il processo veniva considerato uno scontro tra russi e «terroristi». La difesa Chamzaev non durò a lungo, e Memorial preferì insediare il giovane avvocato moscovita: Stanislav Markelov. “Markelov è russo, un dettaglio fondamentale. Memorial fece la scelta giusta. [...] Fu una svolta cruciale per l’iter del processo”. La conduzione del procedimento da parte del giudice Viktor Kostin viene fornita dallo stesso Markelov. Intervistato da Anna Politkovskaja, fornisce la descrizione di un processo gravato da innumerevoli vizi di forma. Viene evidenziata la matrice ideologica del procedimento: testimoni non ascoltati, continue sviste e mancanza agli atti di prove fondamentali furono gli elementi caratterizzanti di questa fase del dibattimento. L’esempio più significativo riguarda la mancanza agli atti della presunta fotografia che ritraeva El’sa Kungaeva e la madre “con le armi in pugno”. Si trattava del cardine del teorema difensivo, basato sulla rabbia del colonnello Budanov per i compagni uccisi dalla «cecchina». Neppure il signor Jach’jaev, che avrebbe consegnato la foto all’ufficiale, fu convocato in aula.

La giornalista continua la disamina della natura ideologica del processo, attraverso un’attenta analisi delle diverse perizie psichiatriche necessarie per determinare le facoltà mentali dell’imputato, e dunque fondamentali per la formulazione del verdetto. Le prime due perizie stabilirono come Budanov fosse al momento dell’omicidio «capace di intendere e di volere», e inoltre come soffrisse di «disturbi della personalità e del comportamento». “Va da sé che simili conclusioni risultarono quanto mai sgradite al Ministero della Difesa, poiché presentavano due implicazioni. La prima era che Budanov avrebbe dovuto rispondere delle sue azioni. La seconda, che [...] la responsabilità di centinaia di uomini e di armamenti modernissimi era affidata a soggetti mentalmente disturbati. Le conclusioni degli psichiatri non andavano a genio [neppure] a Kostin. E le ragioni erano almeno due”. In primo luogo, il giudice era posto sotto il controllo diretto del distretto militare del Caucaso Settentrionale, “quello stesso distretto ai cui ordini si trovava l’imputato Budanov e che più volte aveva dichiarato di ritenerlo innocente”. In secondo luogo, la congiuntura politica stava cambiando radicalmente: il Cremlino abbandonava la «dittatura della legge» in favore della glorificazione degli «eroi» che combattevano in Cecenia, “indipendentemente da quello che facevano”. È in questo contesto che si colloca la perizia richiesta dal giudice Kostin al «Centro scientifico statale di psichiatria sociale e forense Serbinkij».

La direzione del centro fu affidata dagli anni ’70 alla dottoressa Pečernikova, nome non nuovo nella Russia sovietica e postsovietica . Si tratta di un medico “fedele agli ordini del KGB/FSB [...] sulla cresta dell’onda negli Anni ’70”, un periodo durante il quale la repressione dei dissidenti politici veniva svolta con metodi psichiatrici. E nonostante gli anni trascorsi, sostiene la giornalista, “come un cancro, la storia tende ad essere recidivante”. Il comitato medico presieduto da Tamara Pečernikova dichiarò l’imputato “temporaneamente incapace di intendere e volere” . Tre furono le conseguenze. “Primo: il giudice poteva finalmente liberare Budanov dalla responsabilità penale. Secondo: doveva obbligarlo a seguire delle cure psichiatriche, sì, ma in ambulatorio e per un lasso di tempo deciso dallo psichiatra che lo aveva in cura [...]. Terzo: il giudice poteva salvaguardare il diritto di Budanov a servire nell’esercito”.

Il processo non era però giunto ad una conclusione definitiva: i legali (Memorial) della famiglia Kungaev ricorsero in appello, e nei primi giorni del marzo 2003 “il Collegio militare della Corte Suprema russa annulla inaspettatamente la sentenza, riconosce le violazioni processuali e ordina di celebrare un nuovo processo che riparta dall’istruttoria [...] ma con un nuovo giudice”.

Il 9 aprile 2003, a Rostov sul Don, iniziò la seconda fase del processo presieduto dal giudice Vladimir Burkeev, che emise la sentenza di colpevolezza il 25 luglio.

Il ‘caso Budanov’ si concluse con una condanna dell’imputato a dieci anni di “carcere duro”.

CHE COSA CI È SUCCESSO?

“Ma cosa siamo divenuti, tutti quanti?” Anna Politkovskaja si interroga sulle sorti del suo Paese e dei suoi connazionali.

Tanja, Miša, Lena, Rinat. Questi i protagonisti delle prossime vicende. “Persone reali […] gente che ha lottato per sopravvivere insieme al proprio Paese e non sempre ce l’ha fatta”.

Tanja

La storia di Tanja, amica della giornalista, è paradigmatica delpassaggio dall’epoca tardosovietica al periodo postsovietico. Durante la “tremenda estate di fame” del 1992, Tanja comincia a lavorare come navetta , e diventa in seguito proprietaria di alcuni dei più grandi supermercati di Mosca. Tanja da ingegnere indigente è diventata una “pragmatica insaziabile”. È lei stessa a fornire il senso della definizione: «nel senso delle bustarelle. Dei soldi che tutti ti chiedono. Pago perchè non mi portino via i negozi. E pago un sacco di gente. […] Voglio diventare ricca, è questo il mio scopo. E al giorno d’oggi significa pagare. Senza questa ‘tassa’ mi sparerebbero all’istante e mi rimpiazzerebbero con qualcun altro».

Tanja chiese ad Anna di scrivere un articolo che raccontasse di lei. Quando lo vide le proibì di pubblicarlo in Russia:

A: «E all’estero?»

T: «Fa’ pure. Che sappiano di cosa odora la nostra pecunia».

Miša e Lena

La vicenda di questa coppia di coniugi denuncia la destrutturazione dei rapporti sociali, la “metamorfosi del singolo con la caduta dell’URSS”.

Miša lavorava al Ministero degli Esteri, ma una forte dipendenza da alcol, sorta da alcune difficoltà nei rapporti familiari, gli causa il licenziamento. Nel 1996, sotto l’effetto dell’alcol, tenta di uccidere la moglie. Dopo il tentato omicidio i due divorziano. Miša ha una nuova relazione affettiva, non smette di bere, e nel 1999 viene arrestato per l’omicidio della partner. Rilasciato nel 2001, torna a Mosca, ma non è più in grado di entrare a far parte della società. Si converte per prendere i voti e vivere in un monastero. In una conversazione con Anna le confida: «stavo meglio in prigione, in uno spazio recintato. E il monastero lo è. Cambiano solo le guardie».

Non entrò in monastero. Si tolse la vita sotto un treno della metropolitana.

Rinat

Il maggiore Rinat è “un killer professionista addestrato dallo Stato e incapace di cavarsela da solo”.

“Rinat ha trentasette anni. In vita sua ha sempre e solo combattuto. Il suo corpo è pieno di cicatrici. [...] I rapporti fra il comando di reggimento e il maggiore avevano cominciato ad incrinarsi quando Rinat era andato a chiedere un alloggio nell’edificio appena costruito [presso «il villaggio delle spie» ]”. Rinat ha sul petto “svariate medaglie e onorificenze” per le missioni portate a termine, tuttavia il commando di reggimento gli nega la richiesta di un nuovo alloggio.

“Alla fine Rinat si è arreso. Ha lasciato l’esercito che tanto amava ed è sparito con [il figlio] Edik. Un ufficiale senza casa e senza un soldo. Ho paura per lui, perché posso immaginare dove sia finito. E ho paura per tutti noi”.

STORIE DI PROVINCIA. OVVERO: APPROPRIAZIONE INDEBITA

Dalla nomina, nel febbraio 2003, di Nikolaj Ovčinnikov quale «sottosegretario agli Interni e responsabile della direzione centrale per la lotta alla malavita organizzata (GUBOP)», Anna Politkovskaja dà l’avvio a una lunga e dettagliata analisi dell’ascesa al potere economico da parte di Pavel Fedulev. La vicenda è utilizzata come exemplum di quanto accada nella Russia di Putin.

Nei primissimi anni Novanta Pavel Fedulev è un “teppistello: la polizia non si occupava di lui”. In quel periodo, inizia il suo commercio di alcol prodotto illegalmente, con l’aiuto di Nikolaj Ovčinnikov, capo della polizia locale. Con il capitale accumulato, Fedulev può iniziare a condurre affari legali, o quantomeno all’apparenza tali. Infatti, Fedulev stringe alleanze con influenti industriali, come Andrej Jakuščev, così da avere disponibilità di capitali; ne ricava profitto, e al momento della redistribuzione elimina i finanziatori. Tutto ciò è reso possibile grazie al livello di corruzione che affligge l’odierna polizia russa: la causa penale n. 772801, a carico di Pavel Fedulev ne è un chiaro esempio, dato che “nessuno pare essersene occupato”.

Attraverso il modus operandi descritto, il protagonista della vicenda, accuratamente e dettagliatamente descritta da Politkovskaja, riesce a prendere possesso di alcuni centri di idrolisi degli Urali, tra cui quello di Tavda.

L’ascesa di Pavel Fedulev sembrava inarrestabile. Tuttavia commette un errore. Nel 1997 “Fedulev continua a giocare in borsa e finisce per frodare una società moscovita. […] Insieme ad altre, fa parte di un consorzio con a capo un noto oligarca della capitale che sponsorizza El’cin e la sua famiglia”. La Procura di Stato apre la pratica n. 142114 ed emette un mandato d’arresto nei confronti di Fedulev. Viene arrestato negli ultimi mesi del 1998[18] e nel gennaio del 2000, “Fedulev viene rilasciato. Così, semplicemente”.

Il passo successivo di Pavel Fedulev fu quello di prendere possesso della centrale di idrolisi di Lobva.

Inizialmente fu in grado di far arrestare Vasilij Leon, a capo della centrale, grazie a una falsa accusa di corruzione. Inoltre, pur non avendone il diritto “Il 14 febbraio 2000 Fedulev raduna un comitato di creditori della fabbrica di Lobva [...]. Essendo riuscito a portare dalla sua parte solo due dei cinque principali creditori, Fedulev si inventa una delega falsa da parte di un terzo, necessaria ad ottenere il quorum. [...]”.

Il 18 febbraio si tiene l’assemblea negli uffici dell’azienda: l’intero complesso è presidiato da poliziotti dell’antimafia. Accade, però, un imprevisto: “Galina Ivanova, presidente del comitato sindacale di fabbrica, con diritto di presenza all’incontro quale rappresentante degli operai sfila dalla sua borsa una delega”. Quella delega, consegnata da Leon, valeva il trentaquattro per cento dei voti, ma è ininfluente. I funzionari antimafia in borghese arrestano Ivanova prima della votazione. “La trattengono tre ore e venti minuti, fino a che Fedulev non avvisa con una telefonata che la votazione si è conclusa”.

“Dopo aver occupato Lobva e dopo aver messo assieme montagne di denaro, l’inarrestabile ed inarrestato Fedulev si diede alla metallurgia. Il primo boccone era già stato molto ghiotto: Kačkanar”.

La giornalista russa espone in un ampio flashback le modalità attraverso le quali Pavel Fedulev riuscì a conquistare e a portare al fallimento di Kačkanar, “l’unico [complesso di arricchimento minerario] al mondo che estragga il ferro vanadio”, minerale necessario alla fusione in altoforno. “[...] Nel 1997-1998 prende in mano le redini del consiglio di amministrazione [...]: strozza l’azienda madre in una rete di piccole società [...]”.

Nel 1998, tuttavia, «il più grande imprenditore degli Urali» viene arrestato. Per gli azionisti significa possibilità di intervento. Nel 1999 “le azioni tornano a godere di un certo interesse in borsa”. Tuttavia, dopo la scarcerazione, Fedulev gira le proprie azioni ad Andrej Kozicyn, “delfino di Rossel’[19]” (il governatore della regione di Ekaterinburg), e, sebbene fosse in possesso di un pacchetto del diciannove per cento delle azioni, riesce a mettere un suo uomo a capo di tutto. Dunque, forti dell’appoggio politico, Fedulev e Kozicyn possono dedicarsi al proprio obiettivo: la bancarotta di Kačkanar[20]. E grazie a meccanismi economici accuratamente predisposti, portano a termine “una frode plateale”.

Per meglio comprendere le vicende che riguardano la Russia attuale, Politkovskaja descrive la corruzione che regna sul sistema giudiziario degli Urali. Fornendo così un ritratto maggiormente definito del contesto d’azione di Fedulev. Quest’ultimo, nell’acquisizione dell’Uralchimaš, presentò documenti autentici, così come la controparte. La ragione di ciò sta nel fatto che “la lotta delle cupole mafiose degli Urali andava di pari passo con quella, intestina, tra i giudici”.

L’esempio più significativo delle dinamiche di corruzione è incarnato dal giudice Anatolij Krizskij, presidente del tribunale del distretto di Verch-Isetsk. Considerato il miglior giudice del proprio distretto da Ivan Ovčaruk[21], Krizskij viene descritto dalla giornalista come “il giudice personale di Fedulev. Quello a libro paga, insomma”.

Politkovskaja afferma che Krizskij conduce uno stile di vita inconciliabile con lo status di giudice russo. Le accuse della giornalista sui costumi del giudice Krizskij non nascono solo da una concezione di deontologia connessa alle istituzioni. È la legge federale «Sullo status dei giudici della Federazione Russa» il suo termine di confronto.

Politkovskaja espone in modo lineare e completo la propria tesi: la Russia attuale è un prodotto dell’Unione Sovietica. Argomenta questa posizione sostenendo che la forma mentis degli individui non è mutata nel corso degli anni: “il suo [di Ovčaruk ndr] mestiere era quello di ubbidire, quando non di intuire gli umori dei capi da un fremito di anguste sopracciglia. Non è un divertissement giornalistico. È un esempio dell’asservimento sovietico di un tempo”.

Lo scenario giudiziario di Ekaterinburg delineato sinora risulta parziale. I giudici dei tribunali distrettuali erano per la maggior parte “giudici cattivi”. Rispettosi del proprio ruolo, “non hanno voluto lavorare al fianco di Ovčaruk e Krizskij”. Le loro storie sono molto simili, e tutte prevedono le dimissioni o il licenziamento del giudice. Questo significa che anche i giudici rimasti in carica sono molto simili: “sono tutti malleabili, pronti a ratificare qualunque ordinanza pur di evitare grattacapi con i superiori”.

Sono i particolari che differenziano le vicende dei ‘cattivi’, e restituiscono il senso aberrante di quanto accaduto: Alexandr Dovgij “aveva ignorato una richiesta di rilascio per l’ennesimo pupillo di Krizskij. Qualche giorno dopo fu malmenato con una sbarra di ferro”. Non venne aperta alcuna inchiesta.

Per completare la disamina della struttura giudiziaria russa, Politkovskaja conclude con l’esempio paradigmatico del ‘caso Fedulev’. L’imputazione che la giornalista muove all’oligarca russo è la frode. Fedulev mette sul mercato, e vende, la società Uralelektromaš. “Qualche tempo dopo, gli acquirenti scoprono che, pur avendo sborsato i denari per l’acquisto, non hanno accesso alle azioni. Come mai? In pratica Fedulev ha venduto loro l’Uralelektromaš, ma si è tenuto le azioni”. Questa transazione fittizia è stata possibile grazie al fatto che “la legislazione russa è tutt’altro che perfetta”. Si tratta di un vuoto legislativo, in merito al metodo di registrazione delle azioni di una società, creatosi con la dissoluzione dell’URSS e con l’avvento subitaneo dell’economia di mercato. Fedulev approfitta di questa lacuna e firma il contratto di vendita dell’Uralelektromaš, prima di registrare le azioni. “Solo a registrazione avvenuta Fedulev comunica agli acquirenti che l’accordo era stato concluso prima dell’effettiva registrazione delle azioni”.

Quest’ultima tessera completa il mosaico delle vicende giudiziarie di Fedulev e restituisce una prospettiva complessiva della giustizia russa dalla lente di Politkovskaja. Una lente che ha visto il presidente Putin in una posizione marginale, ma le cui responsabilità vengono ora illustrate.

“Le organizzazioni criminali che hanno prosperato, con El’cin, ora, con Putin, scandiscono la vita del Paese. È proprio a quelle – potenti, influenti, ricchissime – che si rivolge l’attuale presidente quando nega un’eventuale ridistribuzione delle proprietà affermando che tutto deve restare com’è... Putin può farla da padrone in Cecenia, scegliendo chi punire e chi salvare, ma ha una paura tremenda di quei mafiosi. Perché ci sono tanti di quei soldi, in ballo, che buona parte di noi non riesce nemmeno a immaginare. E se la posta arriva a milioni di dollari, la vita, l’onore o la parola di un uomo contano meno di niente”.

«NORD-OST». STORIA DI UN MASSACRO

La prospettiva di Politkovskaja è raccontare “le vite che il presidente Putin ha usato per consolidare il proprio ruolo nella coalizione mondiale [...], le vittime che la macchina dello Stato sta cercando di rimuovere, inducendo noialtri a fare lo stesso”.

Storia prima. Il quinto

“Jaroslav non figura nell’istruttoria n. 229133, il numero di matricola assegnato al «caso Nord-Ost»”.

Nella tragedia consumatasi al teatro Dubrovka, le vittime ufficiali delle forze speciali, uccise da colpi d’arma da fuoco, risultano essere quattro terroristi.

“Ma i fatti sono fatti [...] Jaroslav è il quinto”.

Aveva quindici anni. Causa della morte: nel verbale del medico legale c’è una riga vuota. Il 26 ottobre, Irina, madre di Jaroslav, si era svegliata all’ospedale, nuda. I suoi vestiti vennero distrutti per ordine della polizia in quanto zuppi di sangue[22]. Ha potuto vedere il proprio figlio deceduto solo grazie ad un amico, che ha corrotto le guardie dell’ospedale e della morgue. Irina afferma che la testa del figlio aveva due fori di proiettile, ricostruiti con della cera. I fori, “secondo l’opinione di amici”, non erano compatibili con proiettili di pistola. I guerriglieri presenti nel teatro moscovita erano in possesso solo di pistole. Questi i fatti che riguardano i giorni subito successivi al “massacro”.

Nel racconto di Politkovskaja i fatti lasciano poi posto ad un racconto emotivo. La vita di Irina è descritta con un’attenzione particolare per i ‘dettagli umani’. Il racconto si abbandona alla ricostruzione della personalità del figlio da parte della madre: è una narrazione straziante e drammatica, che ricorda come la tragedia di Nord-Ost non si concluse nell’ottobre 2002 ma continua nella vita dei sopravvissuti e dei famigliari delle vittime.

Storia seconda. N. 2551 – Non identificato

La vicenda che segue tratta della morte di Timur Chaziev. Nell’esporre i fatti Politkovskaja antepone una lunga premessa riguardante il processo che vide i famigliari delle vittime di Nord-Ost citare in giudizio per danni morali il comune di Mosca: “volevano sapere le ragioni della morte dei loro cari”. Volevano avere giustizia dopo “la menzogna di Stato: [...]l’FSB aveva segretato ogni informazione sul caso”.

Durante il processo, presieduto dal giudice Marina Gorbačëva, Politkovskaja sottolinea come il presidente Putin avesse indotto i mass media ad una serrata propaganda contro i querelanti. Questo condizionamento ideologico portò come effetto “[la totale assenza] di compassione dell’opinione pubblica per le vittime”.

Durante il processo il giudice Gorbačëva infierì sui querelanti con “vergognose angherie”. Il suo atteggiamento è descritto come noncurante; risulta “annoiata dalle testimonianze”, e irrispettosa del dolore altrui.

Il procedimento si concluse con una sentenza a favore della pubblica amministrazione.

Terminato il processo la giornalista incontrò Turkaj Chaziev, padre di Timur Chaziev. È riluttante, ma alla fine concede un’intervista. Le sue parole sono un’invettiva violentissima contro lo Stato in cui credeva, fino alla morte del figlio. Il giorno dell’occupazione del teatro Dubrovka, il figlio Timur, musicista dell’orchestra di Nord-Ost, si era recato al lavoro. Con sé aveva vari documenti di riconoscimento, ma quando i familiari rinvengono la sua salma, la targhetta di riconoscimento cita: «n. 2551. Chamiev. Non identificato». Il grossolano errore ortografico ha una rilevanza notevole: il cognome di Timur, tartaro, è stato scambiato per ceceno. L’ora del decesso testimonia che il ragazzo morì in ospedale, ma sulla salma “non ci sono tracce di flebo, iniezioni, ventilazione forzata...”.

La giornalista conclude: “Ad ucciderlo è stata l’ideologia di Stato”.

Storia terza. Siraždi, Jacha e i loro amici

Quanto segue è un racconto corale, che riguarda la condizione dei cittadini ceceni residenti a Mosca. “La loro vita non è mai stata rose e fiori neanche in passato, ma dopo il caso Nord-Ost la macchina della vendetta etnica dello Stato ha ingranato la velocità massima”.

Jacha Neserchaeva è un’economista cecena residente a Mosca. Anche lei era presente nel teatro Dubrovka il 23 ottobre 2002. Intervistata da Politkovskaja, racconta dei soprusi che dovette subire, dopo il ricovero nell’ospedale. La ragione: era cecena. Fu sospettata di complicità con i terroristi, e venne incarcerata. Tuttavia, Jacha ottenne una difesa legale e dopo dieci giorni di prigione venne rilasciata. “[...] non le cucirono addosso un’accusa ad hoc [...]. Caso raro, di questi tempi”.

“Aelita Šidaeva ha trentun anni. È cecena anche lei, e vive a Mosca, con i genitori e la figlia Chadižat da che è iniziata la guerra”. Aelita è stata arrestata sul posto di lavoro, in un bar situato vicino ad un comando di polizia. Veniva accusata di avere legami con i terroristi. L’esercizio in cui lavorava era assiduamente frequentato dagli stessi poliziotti che la accusavano. A seguito dell’arresto venne licenziata. Il rilascio fu possibile “solo perché la madre Makka, insegnante di russo, è un’attivista del movimento per i diritti civili e «ha fatto un gran casino» (testuali parole dei poliziotti)”.

Abubakar Barkiev ha ricoperto modesti incarichi tecnici per una compagnia chiamata Prima Banca repubblicana. È stato licenziato. Le dimissioni vennero retrodatate al 16 ottobre 2002, “di modo che non sorgesse il sospetto che lo stessero licenziando per una reazione anticecena al caso Nord-Ost”. Commenta: «Ci state trasformando in nemici».

Isita Čirgizova e Nataša Umatgareiva, cecene, sono “protagoniste di una tipica storia cecena moderna”. La mattina del 13 novembre 2002 “erano arrivate a Mosca per ritirare degli aiuti di una organizzazione umanitaria. Le avevano arrestate [e poi rilasciate] perché Nataša zoppicava (ha un’ulcera da diabete a un piede) e i poliziotti pensavano che si trattasse di una guerrigliera ferita. Isita, invece, è al settimo mese di gravidanza e sotto la giacca ha un bel pancione. Peccato che proprio lì le kamikaze si allaccino la cintura con l’esplosivo”.

“Aslan Kurbanov ha festeggiato il suo ventunesimo compleanno in galera”. Gli era stato chiesto di andare alla centrale di polizia, il 28 ottobre 2002, per depositare le proprie impronte digitali. Aslan era stato successivamente imprigionato perché in possesso di marijuana. “Come sarebbe? S’era messo il cappotto, si era infilato in tasca qualche dose ed era andato a consegnarsi alla polizia?”.

“La mattina del 25 ottobre 2002 la polizia fa irruzione nell’appartamento della famiglia ceceno-moscovita dei Gelagoev”. Alichan, il padrone di casa, viene arrestato e condotto alla sede della polizia. “Ha riferito di essere stato incappucciato e picchiato durante tragitto verso la centrale”. Arrivato in sede, gli fu intimato di firmare in calce una confessione di colpevolezza già stampata in cui dichiarava di “essere la mente dell’attentato al teatro Dubrovka”. Fu rilasciato dopo l’intervento di Radio Liberty, contattata dalla moglie di Alichan, Marem.

Zelimchan Nasaev è stato incarcerato, picchiato e vessato di ingiurie. È russo-ceceno, abita a Mosca – in una fabbrica abbandonata, convertita in abitazioni per ventisei famiglie – “nella zona industriale, sotto i fili dell’alta tensione”. La particolarità del suo caso, evidenzia Politkovskaja, sta nel fatto che a dispetto della sua discendenza reale, anche “a Zelimchan è toccato lo stesso trattamento degli altri”.

Zelimchan è il figlio della nipote di Maria-Mar’jam, discendente dei Romanov e dunque parente dell’imperatore Nicola II.

La giornalista sottolinea la particolarità genealogica di Zelimchan a dimostrazione del fatto che la “caccia al ceceno” continua in modo implacabile, senza risparmiare nessuno.

«Sa, quello cerca sempre di fare lo sgambetto ai nostri figli perché battano la testa... E muoiano...».

«È ingestibile quel bambino. Come tutti i ceceni!».

«Vogliamo solo proteggere i nostri figli [...] affinché non imparino brutte cose da un possibile futuro terrorista».

“Pensate che stia facendo dell’ironia? Nossignori. Sto citando letteralmente...”. A parlare sono i genitori della classe II B della scuola n. 155 di Mosca, ed il “possibile futuro terrorista” è Siraždi, un bambino ceceno di sette anni. I genitori mal tollerano anche la famiglia di Siraždi: «Senta, ma perché vengono tutti a Mosca, quelli?». «Che cosa le fa credere che i nostri figli se la passino meglio?». È la giornalista stessa a fornire la risposta: la madre di Siraždi, ancora incinta, scappa sotto i bombardamenti in Cecenia, per dare al nascituro un’istruzione lontano dalla guerra. Alla fine Siraždi sarà espulso.

“Val la pena ricordare una vecchia storia del secolo scorso. Iniziata più o meno allo stesso modo ma finita diversamente. Un Paese europeo viene occupato dai nazisti e agli ebrei viene ordinato di cucirsi una stella gialla affinché possano essere identificati. Tutti quanti, allora – ebrei e non – si cuciono sulla giacca una stella gialla. Per salvare gli ebrei. E per salvare se stessi dal diventare nazisti. Lo fa persino il re[23]. A Mosca, oggi, accade l’inverso. Quando le alte sfere hanno ordinato l’attacco contro i ceceni che ci vivono accanto, non solo non ci siamo cuciti una stella gialla sulla giacca, ma abbiamo sparato dei razzi di segnalazione per farli trovare più facilmente”.

AKAKIJ AKAKIEVIČ PUTIN II.

La lunga serie di testimonianze raccontate da Politkovskaja sono come tessere che ricompongono il mosaico della Russia attuale. Il presidente Putin è stato il filo rosso, ma la sua presenza si vedeva solo in controluce. Ora, al contrario, l’attenzione è focalizzata proprio sul capo di Stato russo, come si comprende fin dal titolo. Il nomignolo assegnatoli, Akakij Akakievič, è un riferimento ad uno dei classici russi, il Cappotto gogoliano[24]. Gli elementi sottolineati dalla giornalista riguardano il carattere buffo, se non ridicolo, del personaggio. Putin viene descritto come “un tipico tenente colonnello del KGB sovietico con la forma mentis – angusta – e l’aspetto – scialbo – di chi non è riuscito a diventare colonnello”.

In questa parte conclusiva Politkovskaja imputa precise responsabilità per lo stato in cui versa la Russia di oggi. Condanna in primo luogo il popolo russo, che in larga parte, “per senso di riscatto”, appoggia Putin. In secondo luogo l’opposizione parlamentare a Putin, che non oppone inciampi alla sua tirannia. In terzo luogo l’Occidente, che vede in Putin solo un alleato.

“Perché ce l’ho tanto con Putin? […] Per una faciloneria che è peggio del ladrocinio. Per il cinismo. Per il razzismo. Per una guerra che non ha fine. Per le bugie. Per i gas nel teatro Dubrovka. Per i cadaveri dei morti innocenti che costellano il suo primo mandato”.

POST SCRIPTUM

“Il 10 luglio [2004] è un altro brutto giorno nel calendario della Russia”. Due uomini sono stati assassinati: Pavel Chlebnikov e Victor Čerepov. Il primo era un giornalista dell’edizione russa di Forbes magazine che aveva indagato sul «capitalismo da gangster» degli oligarchi russi. Il secondo era un deputato della Duma “e paladino dei poveri nel Paese”.

I due fatti di cronaca sintetizzano la “stabilità” della Russia: basata non certo sulle istituzioni, ma sull’ “occhio per occhio, dente per dente. Putin stesso ha dato l’esempio smantellando la nostra maggiore società petrolifera, la Iukos”.

DOPO BESLAN

1 settembre 2004, Beslan. La scuola elementare della piccola cittadina dell’Ossezia del Nord viene occupata da un gruppo di terroristi. Gli ostaggi, secondo l’intelligence, sono 354. «Bene, vuol dire che alla fine resterete in 354» dicono i terroristi, con più di un migliaio di ostaggi. La controparte con cui volevano interloquire fugge: “si comportano da vigliacchi, quando non hanno alcun diritto di farlo. Sono i presidenti dell’Inguscezia e dell’Ossezia Settentrionale, rispettivamente Zjazikov e Dzasochov. [...] I parenti degli ostaggi temono soprattutto una seconda Dubrovka”. Il 2 settembre nell’edificio entra Ruslan Aušev, ex presidente dell’Inguscezia inviso al Cremlino, e scopre che nessuno ha il potere di decidere chi far entrare nella scuola per iniziare le trattative: tutti temono le ire di Putin. “Il nocciolo della questione è il seguente: in quei giorni, a Beslan, i rappresentanti del governo si preoccupano più di intuire cosa voglia Putin che di contrastare quanto sta accadendo nella scuola. [...] Meglio perdere qualche vita umana [...]. Perdere i favori di Putin è [...] un vero e proprio suicidio”.

“Questo il côté morale della storia”.

Riportiamo l’ultima riflessione di Politkovskaja in merito alla reazione del mondo Occidentale dopo Beslan: “tutto quello che sentiamo da voi è «al-Quaeda», «al-Quaeda»... Un maledetto mantra per scrollarsi di dosso la responsabilità di nuovi fatti di sangue, una rozza cantilena con cui cullare la coscienza di una società che non vuole altro che essere cullata”.

 

[1] Nel 2007 Mondadori ha pubblicato una raccolta di articoli postuma dal titolo Proibito Parlare; Adelphi il “testamento morale” della giornalista Diario russo.

[2] Alberto Papuzzi, Professione Giornalista. Tecniche e regole di un mestiere, Manuale Donzetti, pag. 82-83.

[3] Il nome da nubile della giornalista è Anna Mazela. Politkovskaja o Politkovskaya è il cognome acquisito dal marito.

[4] Giovanni Gozzini, Storia del Giornalismo, Bruno Mondatori, pag. 243-244.

[5] Servizi segreti federali russi.

[6] Altrimenti detto Bassaiev.

[7] Il testo adottato è stato Cecenia, il disonore russo, edito da Fandango editore. Traduzione di Agnes Nobecourt e Alberto Bracci dal testo francese.

[8] Città a Sud della Cecenia.

[9] Corpo speciale dell’esercito russo.

[10] Commando ceceno, tradizionalmente accusato di attacchi terroristici.

[11] Ricordiamo che Anna Politkovskaja ha svolto un ruolo attivo continuativo per il Comitato delle Madri dei Soldati. Pertanto i suoi scritti sono supportati da documentazioni originali di quanto afferma.

[12] Ossezia del Nord, periferia di Groznyj.

[13] Si tratta del tenente colonnello Kolenikov, il maggiore Širjaev, il maggiore Artem’ev, i tenenti Kadiev, Korostylev, e Kobets ed il sottotenente Pekov.

[14] Ricordiamo che “gli ufficiali, come vuole la legge, sono personalmente responsabili” dei propri sottoposti.

[15] Organizzazione che difende i diritti dei genitori dei militari.

[16] In Marina indica chi, in rappresentanza del futuro equipaggio e già sapendo che vi presterà servizio, segue la costruzione del sommergibile in cantiere.

[17] Dalle dichiarazioni di Chasuchanov, risulta invece che fu arrestato il 20 aprile, “ma i vuoti temporali sono una peculiarità delle nostre «operazioni antiterrorismo»”.

[18] In questo caso Politkovskaja non fornisce una data precisa.

[19] Politkovskaja apre qui una dettagliata parentesi politica in cui sostiene, sintetizzando, che ogni governatore regionale necessita di un proprio delfino, come lo fu Putin per El’cin. In questo caso il successore, custode della stabilità economica della regione e dell’incolumità fisica di Rossel’, è proprio Kozicyn.

[20] La bancarotta toglie potere agli azionisti. Infatti, per “la legislazione [russa] se un’azienda è dichiarata insolvente, gli azionisti restano proprietari ma perdono il diritto di voto”.

[21] “Ivan Ovčaruk, presidente del tribunale regionale di Ekaterinburg dai tempi dell’URSS ai giorni nostri”.

[22] “Di chi era quel sangue? Da dove era venuto, se ufficialmente erano stati impiegati solo i gas? Aveva forse perso i sensi, stretta al figlio? Allora quel sangue doveva essere di Jarolsav!”.

[23] Boris Hazanov, L’ora del re, Sellerio, Palermo, 1992² [N. d. T.].

[24] Akakij Akakievic è un impiegato, il cui unico motivo di vita è farsi confezionare un cappotto, da lui ritenuto strumento che conferisce rispettabilità. Raggiunto il suo scopo, viene derubato, e per questo muore di crepacuore. Il suo fantasma, in seguito, vaga per Pietroburgo, derubando i cappotti altrui.