Alessandro Sallusti (professionista): sospensione di 2 mesi per violazione artt. 2 e 48 Legge 69/1963

Delibera di apertura: 

Prot. n.  4062/10/LG/ac                                                                        Milano, 30 luglio 2010

                                                                                                                    raccomandata ar

 

DELIBERA DI APERTURA PROCEDIMENTO DISCIPLINARE

 Il Consiglio dell'Ordine regionale della Lombardia nella seduta del 29 luglio 2010,               

  - su iniziativa d'ufficio;

  ha deliberato l'apertura di un procedimento disciplinare ex art. 56 L.69\1963 nei confronti del collega Alessandro Sallusti, per avere egli violato gli artt. 2 e 48 della stessa  legge rendendosi responsabile di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionali e in particolare per avere, dal 20 ottobre 2006 al dicembre 2008, in qualità di direttore del quotidiano Libero,  utilizzato per circa 400 volte l'opera dell'ex giornalista Renato Farina pubblicandone i servizi da corrispondente e da inviato anche in prima pagina.

Ciò è avvenuto nonostante Renato Farina in data 28 settembre 2006 sia stato sospeso per dodici mesi dalla professione e in data  29 marzo - 17 aprile 2007 sia stato radiato dall'albo dei giornalisti professionisti e abbia richiesto di esserne cancellato in data 1° marzo - 20 marzo 2007.

Così facendo, il direttore Alessandro Sallusti ha consentito a Renato Farina di esercitare di fatto la professione giornalistica senza la correlativa iscrizione all'albo prescritta dalla stessa legge professionale e dall'ordinamento giuridico e, in concreto, ha anche vanificato il significato morale della sospensione e poi della  radiazione.

Inoltre, con il proprio operato il collega Alessandro Sallusti ha sostanzialmente vanificato e delegittimato apertamente la funzione disciplinare dell'Ordine, con ciò violando la dignità e il decoro dell'organismo professionale nelle sue funzioni istituzionali e ha leso i principi di lealtà, correttezza e buona fede.

Detto comportamento è aggravato dal fatto che Alessandro Sallusti aveva piena consapevolezza che la precedente e nota professione giornalistica di Renato Farina avrebbe indotto i lettori a ritenerlo ancora legittimato a esercitare tale professione e dalla risonanza pubblica della vicenda e della posizione assunta da Alessandro Sallusti nei confronti dell'Ordine.

 

Il giornalista Alessandro Sallusti è pertanto invitato a comparire davanti a questo Consiglio il giorno 25 ottobre 2010 alle 19,30, con avvertimento che si potrà far assistere da un legale di fiducia, che ha facoltà di presentare documenti e memorie difensive entro il giorno 15 ottobre 2010, che potrà esercitare i diritti garantiti dagli art. 22 e 25 della legge 241\1990 (prendere visione ed estrarre copia degli atti del fascicolo presso la segreteria dell'ordine, previo appuntamento con la signora Anna Contini, addetta alla segreteria di presidenza, n. 0267713702).

 

Si allega:

-         Sommario rassegna stampa degli anni 2006-2007-2008

 

Memoria difensiva: 

(Vedi file allegato)

Sentenza: 

Prot. n. 3403/11/LG/ac                                                                     Milano,  27 luglio 2011

                                   notifica urgente a mezzo ufficiale giudiziario (art. 57 legge 69/1963)    

 

Il Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, nella seduta del 9 giugno 2011, ha emesso il seguente

 

PROVVEDIMENTO DISCIPLINARE

 

Nel procedimento disciplinare a carico del giornalista Alessandro Sallusti, difeso dall'avvocato Massimo Rossi.

 

FATTO

 

Il Consiglio dell'Ordine regionale della Lombardia nella seduta del 29 luglio 2010, su iniziativa d'ufficio, ha deliberato l'apertura di un procedimento disciplinare ex art. 56 L.69\1963 nei confronti del collega Alessandro Sallusti,  contestandogli di avere egli violato gli artt. 2 e 48 della stessa  legge rendendosi responsabile di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionali e in particolare per avere, dal 20 ottobre 2006 al dicembre 2008, in qualità di direttore del quotidiano Libero,  utilizzato per circa 400 volte l'opera dell'ex giornalista Renato Farina pubblicandone i servizi da corrispondente e da inviato anche in prima pagina.

Ciò è avvenuto nonostante Renato Farina in data 28 settembre 2006 sia stato sospeso per dodici mesi dalla professione e in data  29 marzo - 17 aprile 2007 sia stato radiato dall'albo dei giornalisti professionisti dopo aver richiesto di esserne cancellato in data 1° marzo - 20 marzo 2007.

Così facendo, il direttore Alessandro Sallusti ha consentito a Renato Farina di esercitare di fatto la professione giornalistica senza la correlativa iscrizione all'albo prescritta dalla stessa legge professionale e dall'ordinamento giuridico e, in concreto, ha anche vanificato il significato morale della sospensione e poi della  radiazione.

Inoltre, con il proprio operato il collega Alessandro Sallusti ha sostanzialmente vanificato e delegittimato apertamente la funzione disciplinare dell'Ordine, con ciò violando la dignità e il decoro dell'organismo professionale nelle sue funzioni istituzionali e ha leso i principi di lealtà, correttezza e buona fede.

Detto comportamento è aggravato dal fatto che Alessandro Sallusti aveva piena consapevolezza che la precedente e nota professione giornalistica di Renato Farina avrebbe indotto i lettori a ritenerlo ancora legittimato a esercitare tale professione e dalla risonanza pubblica della vicenda e della posizione assunta da Alessandro Sallusti nei confronti dell'Ordine.

 

Il collega Sallusti è stato perciò convocato per l'audizione davanti al Consiglio per il giorno 25 novembre 2010. In precedenza, la sua difesa ha depositato una memoria nella quale, per la parte relativa alla presente contestazione, in estrema sintesi, faceva presente che Sallusti ha solo consentito a Farina di manifestare liberamente il proprio pensiero sul quotidiano da lui diretto senza alcuna qualifica professionale e senza i caratteri che contraddistinguono l'esercizio professionale dell'attività giornalistica; che per l'intero periodo di sospensione di Farina aveva pubblicato solo una  recensione di un suo libro; che dopo le sue dimissioni (e successiva radiazione) il quotidiano Libero comunicava ai lettori che sarebbe cominciata la collaborazione di Farina non più in veste di giornalista bensì di libero pensatore; che questa nuova collaborazione non era attività professionale perché senza alcuna qualifica professionale, retribuzione e incarichi redazionali; che Renato Farina si è limitato ad inviare di sua iniziativa e senza alcuna sollecitazione da parte della direzione del quotidiano, interventi su argomenti più disparati.

 

L'AUDIZIONE SALLUSTI

 

Nel corso della sua audizione, tenutasi il 25 novembre 2010 e della quale, per motivi tecnici legati alla registrazione, la maggior parte della trascrizione risultava impossibile, il direttore Sallusti ha detto comunque, fra l'altro: "... Farina non scrive più fino al momento in cui (...) prima si autosospende dall'Ordine. A quel punto la mia convinzione era che Renato non avesse più nulla a che fare con l'Ordine dei giornalisti e che quindi si fosse riappropriato dei suoi diritti di cittadino (...)  E ritenendo che tutto fosse decaduto quel periodo di limbo in cui un collega, che era ancora collega, che nella fase di sospensione era meglio che non scrivesse, secondo le istruzioni che mi erano state date dall'Ordine, acconsentii al fatto di richiedere a Renato degli interventi di volta in volta (...)  Renato Farina non è mai stato in nessuna forma (...) non è stato pagato, per cui proprio non si ravvisa nemmeno un'attività personale di aggiramento di una decisione per cui nella mia testa, nel mio convincimento Renato Farina non era più membro di quell'Ordine, comunque non era pagato e quindi era in condizione di(...) rientrava, a mio avviso, pienamente nelle condizioni dell'articolo (...) di un cittadino che ha diritto di esprimere le proprie opinioni. So che sono stati esaminati gli articoli scritti dal collega Farina. Io credo che questa richiesta di Renato di esprimere (...) ritenevo nella stragrande maggioranza, ma direi nella totalità di questi articoli, che non sono nemmeno riferibili ad un'operazione tipicamente giornalistica, di esercizio di professione giornalistica, ma sono riferibili alla sua esperienza personale, al suo background, ai suoi mezzi di conoscenza, ai suoi viaggi, perché poi a un certo punto Farina è diventato onorevole della Repubblica e quindi lui era (...) così come accade con molti deputati che descrivono le loro missioni nazionali o internazionali o comunque con delle loro piccole relazioni, delle piccole (...) delle impressioni, delle situazioni rispetto al lavoro.(...) Il fatto che Farina scrivesse su Libero non mi fosse contestata addirittura in presenza di un procedimento aperto, questo ha influito in me a rafforzare l'impressione che l'Ordine non aveva nulla da obiettare perché immagino che altrimenti dopo (...), dopo un mese, mi avrebbe chiamato e mi avrebbe detto "Scusa, c'è un procedimento aperto, e l'abbiamo detto tempo fa (...)". Il fatto che nulla dopo un anno e tre mesi a me nessuno mi abbia inviato un segnale, un altolà, nel senso di dire «Guarda che stai sbagliando» vi dirò onestamente che io addirittura avrei rimosso dalla mia testa (...) Renato Farina è diventato uno dei tanti (...) è diventato uno dei tanti personaggi completamente esterni al giornale e (...) non è nemmeno nell'elenco, non era nemmeno nell'elenco dei collaboratori a borderò (...). Chiudo e poi non vi annoio più. La quantità di articoli che in effetti è abbastanza, va riportata alla situazione (...) Libero (...) mentre al Giornale posso (...) a Libero, soprattutto in quel periodo, non è che c'era tantissima gente disposta a scrivere le proprie opinioni su Libero. (...) Sta di fatto che Renato Farina al Giornale era pagato, a Libero non era pagato".

Successivamente all'audizione, quella sera stessa il Consiglio "al fine di valutare la situazione nel suo complesso in modo da avere chiarezza su tutti i punti della vicenda, ritiene di approfondire la circostanza se il quotidiano Libero abbia versato compensi a Renato Farina a qualunque titolo, anche  di rifusione spese negli anni 2006, 2007 e 2008, delibera di accogliere l'istanza della difesa Sallusti e sentire quali persone informate dei fatti l'ex direttore generale di Libero Gianni Di Giore e l'attuale direttore generale di Libero Stefano Cecchetti, invitandoli a presentarsi con la documentazione contabile relativa.

 

LA TESTIMONIANZA DI GIORE E CECCHETTI

 

 

 Nel corso della sua audizione, in estrema sintesi, il dottor Di Giore ha confermato che "dal 2006 al 2008 Farina non è stato retribuito in alcun modo per gli articoli che ha scrittto". E poi: "Mi ricordo perfettamente che Sallusti, all'epoca direttore responsabile, ci aveva caldamente invitati evitare qualsiasi problema relativo a pagamenti di pezzi di Farina". Aggiungendo però: "Io mi ricordo che abbiamo pagatp qualcosa a Farina nella seconda metà del 2008, ma era una piccola collaborazione... qualcosa che non fosse articoli sul giornale insomma".

 

Il dottor Cecchetti è più preciso: "Io ho verificato che nel maggio 2008 - c'è un documento -  incomincia una collaborazione (di Farina, ndr) ; ripeto però esattamente a borderò e dei pezzi. (...) Il pagamento di maggio 2008 si riferisce ad alcuni articoli pubblicati nel corso del mese (...) Diciamo che ho trovato traccia di pagamenti anche successivi sempre con la stessa formula. Diciamo che c'è un'interruzione totale dalla sospensione di qualsiasi tipo di pagamento (...)  Dal maggio del 2008 compaiono dei pagamenti come collaboratore".

 

LA SECONDA AUDIZIONE SALLUSTI

 

"Dopo la radiazione si forma in me un convincimento che a quel punto, non essendo lui più parte della comunità dell'Ordine dei giornalisti, diventi un libero cittadino che possa avvalersi della facoltà, della libertà di espressione attraverso ogni mezzo e quindi anche la scrittura. Tant'è vero che Farina ricomincia a mandare queste sue opinioni. Tutto questo va avanti per circa un anno, senza, ripeto, che mi venga nulla contestato da parte dell'Ordine. Io poi lascio il Giornale, io il Giornale lo lascio tecnicamente, tolgo la firma dal Giornale e mi licenzio, se non erro, vado a memoria, alla fine di luglio del 2008, ma devo dire che - e questo credo sia documentabile, comunque testimoniabile - di fatto io lascio l'azienda e la direzione del Giornale, di fatto, come operatività ben prima perché vado a fare lo startup di un progetto editoriale su Como di un vecchio quotidiano che si chiama L'Ordine. Io ho memoria chiara diciamo che già da aprile comincio a defilarmi dall'azienda, addirittura intorno a maggio, giugno credo che andavo saltuariamente, sia pure tenendo dei contatti, e poi a luglio mi licenzio dal punto di vista contrattuale e lì finisce la mia avventura a Libero. Non ho memoria, ripeto, di pagamenti a Farina, né ho mai dato disposizioni di pagare Farina, anzi ho dato disposizione un anno prima di non pagarlo, cosa poi sia successo dopo la mia uscita io questo non lo so né posso saperlo. Questo in rapida sintesi".

 

                                                                       DIRITTO

 

In premessa, il Consiglio prende atto della puntualizzazione della difesa Sallusti circa lo scadere del suo incarico di direttore responsabile a fine luglio 2008 e non - come si legge nel capo di incolpazione  - a dicembre di quello stesso anno. E allo stesso modo si dà atto che gli articoli pubblicati da Farina sotto la direzione Sallusti fino a quella data sono, come riconosciuto dalla difesa, almeno 280.  Inoltre, è appena il caso di anticipare che le presenti motivazioni ripetono  in buona parte i concetti già espressi a conclusione del procedimento disciplinare nei confronti del direttore del "Giornale", Vittorio Feltri, da questo Consiglio sanzionato con la sospensione di due mesi per aver anch'egli, sia pure in tempi diversi, consentito all'ex collega Farina di svolgere attività giornalistica in senso professionale. Il contenuto del fascicolo del provvedimento Feltri, del resto, è stato acquisito agli atti del presente procedimento con delibera del 16 dicembre 2010.

 

Venendo dunque al merito della questione, il Consiglio ha ben chiaro di essersi avventurato, con il presente procedimento, lungo un percorso insidioso. Già nell'ottobre del 2006, del resto, l'Ordine aveva avviato un procedimento disciplinare (fascicolo rimasto separato n. 780/bis) nei confronti dell'allora direttore del giornale Libero, all'indomani della pubblicazione su quel quotidiano di un primo pezzo a firma Renato Farina (al tempo già sospeso dallo stesso Ordine) sia pur "preceduto" dalla citazione letterale dell'art. 21 della Costituzione.

Successivamente, stante l'abbondante produzione dell'ex collega Farina sempre ospitata su "Libero", in più occasioni il Consiglio aveva ricevuto informali segnalazioni di colleghi che si ponevano il problema di come l'Ordine potesse "tollerare" una simile applicazione della propria sanzione della radiazione. L'attività di Farina, nel frattempo eletto deputato, era poi proseguita sul "Giornale", suscitando via via nei consiglieri sempre maggiore perplessità, sia pure nella consapevolezza di dover ricercare un faticoso ma necessario equilibrio tra l'esistenza stessa dell'Ordine (e dunque dell'efficacia delle sue sanzioni) e quella dell'articolo 21 della Costituzione. A suo tempo, l'esposto inviato al Consiglio dalla Società Pannunzio nei confronti del direttore del "Giornale" Vittorio Feltri - nonché la continua, addirittura crescente, produzione di articoli da parte di Farina - ha definitivamente convinto il Collegio della necessità di affrontare, una volta per tutte, non solo il problema dell'efficacia delle sanzioni pronunciate nei confronti di chi era iscritto all'Ordine e pur non essendolo più sembra proseguire la propria attività giornalistica, quanto - e soprattutto - l'opportunità di definire, per quanto possibile, quale debba essere l'atteggiamento dell'Ordine nei confronti di un attuale iscritto che offra sul giornale che dirige  costante ospitalità a chi non è più iscritto essendo stato radiato o comunque essendosi cancellato dall'Albo.

 

Si è detto che le questioni da affrontare hanno un rilievo importante sulle funzioni attribuite dal legislatore all'Ordine, sino a coinvolgere le ragioni stesse di tale ente associativo. È, infatti, evidente che l'attribuzione del potere disciplinare in capo ai Consigli regionali dell'Ordine e la possibilità di irrogare le sanzioni della sospensione o della radiazione costituiscono il corollario inevitabile dell'esistenza stessa di un Ordine ad appartenenza necessaria, quale quello delineato dal legislatore del 1963, e di un albo a iscrizione obbligatoria ([1]). Così, è altrettanto fuor di dubbio che la previsione del divieto, per il giornalista radiato o sospeso, di esercitare l'attività professionale riservata agli iscritti sia condizione necessaria per assicurare l'effettività delle sanzioni.

 

In tale prospettiva, appare opportuna una brevissima ricostruzione della legislazione e della giurisprudenza costituzionale in materia.

Sinteticamente, i pilastri fondanti l'attuale ordinamento professionale sono due, relativi rispettivamente alla rigidità formale delle qualificazioni professionali previste dalla legge e alle funzioni di natura disciplinare attribuite all'Ordine dei Giornalisti. Tali pilastri sono tra loro intimamente connessi e sorreggono insieme l'intera costruzione normativa.

Per quanto concerne il primo, il legislatore, nella l. 69 del 1963, ha fissato il principio che il lavoro giornalistico presenta i caratteri che richiedono l'associazione obbligatoria in un ordine professionale di tutti coloro che lo prestano, legittimando, in linea di principio, la riserva dell'attività giornalistica non occasionale ai soli iscritti all'albo professionale ([2]). Così, nel ventaglio di coloro che esercitano una occasionale attività di natura informativa, manifestando, ai sensi dell'art. 21 Cost., liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, «se ne iscrive uno più ristretto, che non si estende oltre le figure del giornalista professionista e pubblicista» ([3]). Solo agli appartenenti a tale insieme, come si vedrà meglio più avanti, sono imposti quegli obblighi e quei doveri sanciti dalla legge professionale (artt. 2 e 48), che giustificano il diverso regime giuridico tra iscritti e non iscritti.

Il principio ha trovato legittimazione negli orientamenti giurisprudenziali del giudice delle leggi; la Corte costituzionale, infatti, nei suoi indirizzi consolidati, ha costruito il sistema su una costante, ovvero la distinzione tra attività giornalistica svolta in forma continuativa - disciplinata dalla legge n. 69 del 1963 - e uso della stampa quale mezzo di manifestazione del pensiero, garantito dall'art. 21 Cost.

Non a caso, la Corte ha individuato nell'art. 45 della legge professionale - dove si sancisce che «nessuno può assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista, se non è iscritto nell'albo professionale» - la «norma di chiusura dell'intero ordinamento giornalistico» (Corte cost. 23 marzo 1968, n. 11).

In questo senso, uno dei più autorevoli studiosi del diritto dell'informazione, l'ex presidente della Corte costituzionale Ugo De Siervo, ha rilevato che «caratterizzante anzitutto appare l'obbligo, sanzionato penalmente ([4]) e costituente anche condizione per l'applicazione dei contratti collettivi di lavoro, per tutti coloro che intendono esercitare stabilmente un'attività giornalistica, di appartenere ad uno degli elenchi dell'albo dei giornalisti (comprendenti rispettivamente i giornalisti professionisti, i pubblicisti, i praticanti, i giornalisti stranieri nonché i direttori responsabili di periodici e di riviste e di riviste a carattere tecnico, professionale o scientifico che non siano giornalisti)» ([5]).

In estrema sintesi, dunque, la legge istitutiva dell'Ordine non osta in alcun modo a che tutti possano collaborare ad un giornale senza essere iscritti. Nega però la possibilità di svolgere tale attività in maniera professionale, ovvero «in maniera stabile, continuativa, sistematica e retribuita» ([6]). Nella stessa logica del legame tra professionalità e responsabilità, la legge riserva ai soli iscritti all'albo - siano essi professionisti o pubblicisti - la direzione responsabile di giornali, periodici e agenzie di stampa di carattere nazionale (art. 46 l. 69 del 1963 e Corte cost. n. 98 del 1968).

Tale linea di demarcazione tra attività di carattere saltuario e attività continuativa è accolta anche dalla Corte di Cassazione, che nel 1971, in una delle rarissime pronunce in materia di esercizio abusivo della professione giornalistica, sancisce che «poiché la Costituzione garantisce a tutti il diritto di manifestare il proprio pensiero liberamente e con ogni mezzo di diffusione, ogni cittadino può svolgere, episodicamente, l'attività di giornalista. Non commette pertanto il reato di abusivo esercizio della professione di giornalista, di cui agli artt. 348 cod. pen. e 45 legge 3 febbraio 1963, n 69, colui che, senza essere iscritto all'albo dei giornalisti o in quello dei pubblicisti, collabori saltuariamente ad un periodico venendo retribuito volta per volta» ([7]).

 

Seconda caratteristica fondamentale del sistema «è costituita dall'organizzazione dell'Ordine professionale, rappresentativo dei giornalisti professionisti e pubblicisti, titolare di vasti poteri in materia di tenuta dell'albo e di "disciplina degli iscritti"» ([8]).

La scelta del legislatore è stata dunque a favore del principio di unicità dell'albo (l'art. 1 della l. n. 69 del 1963 individua infatti un genus, il "giornalista", definibile dalle due specie di "professionista" e "pubblicista" individuate nel terzo e quarto comma dello stesso articolo) e a favore dell'attribuzione all'Ordine del potere di vigilanza e disciplinare per tutti gli iscritti.

Anche tale opzione legislativa ha trovato avallo nella giurisprudenza costituzionale. Nelle pronunce sulla legittimità dell'Ordine, la Corte considera l'attività giornalistica come attività di pubblico interesse, nel senso che obbedisce alla pubblica funzione di informare la collettività ([9]); soprattutto individua la giustificazione dell'esistenza dell'Ordine proprio nel rafforzamento e nella tutela della libertà di manifestazione del pensiero del singolo nei confronti del contrapposto potere dell'impresa editoriale. In particolare, secondo la sent. n. 11 del 1968, l'Ordine contribuisce «a garantire il rispetto della professionalità e quindi, della libertà» degli iscritti, vigilando «sulla rigorosa osservanza di quella dignità professionale che si traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla». Nello stesso senso, nella sent. n. 71 del 1991, si legge che l'Ordine «ha il compito di salvaguardare, erga omnes e nell'interesse della collettività, la dignità professionale e la libertà di informazione e di critica dei propri iscritti». Tale salvaguardia si realizza in primis attraverso l'esercizio dei poteri disciplinari; secondo la Corte, la possibilità per i Consigli regionali di irrogare effettive sanzioni nei confronti di un proprio iscritto, a tutela della deontologia professionale, è intimamente connessa alla funzione di tutela della dignità e della effettiva libertà del giornalista.

Questa lettura, che lega l'obbligo di iscrizione, il potere disciplinare dell'Ordine nei confronti dei soli iscritti e la garanzia dell'effettivo esercizio dell'attività giornalistica, consente di comprendere perché questa complessa costruzione normativa, periodicamente sottoposta a critiche dottrinarie e investita da furori iconoclasti di gruppi politici, abbia sempre superato i rilievi di legittimità costituzionale, oltre che le iniziative legislative e referendarie volte al superamento del sistema.

 

GLI EFFETTI DEL PROVVEDIMENTO DI RADIAZIONE

 

Il quadro descritto consente di affrontare il punto più controverso e delicato, ovvero l'individuazione degli effetti del provvedimento di radiazione e, di conseguenza, di quali attività siano precluse al giornalista che subisca detta sanzione (e comunque a chi non è iscritto).

In primis, occorre sottolineare che il provvedimento di radiazione sottrae il soggetto sanzionato, sia esso professionista o pubblicista, al potere disciplinare dell'Ordine; ne discende, almeno secondo la ricostruzione del legislatore e della Corte costituzionale ([10]), l'impossibilità per l'ordinamento giuridico di garantire pienamente:

1) la repressione dei comportamenti contrari all'onore e al decoro professionale;

2) l'effettiva libertà d'espressione del giornalista nei confronti del contrapposto potere economico degli editori;

3) l'interesse della collettività ad una informazione giornalistica libera da condizionamenti esterni.

Proprio la tutela di tali beni giuridici, costituzionalmente garantiti, giustifica il differente regime tra iscritti e non iscritti e autorizza il legislatore a subordinare l'esercizio professionale dell'attività giornalistica all'iscrizione all'albo.

Per queste ragioni, occorre esaminare separatamente:

a) se Farina abbia svolto attività di natura giornalistica;

b) se lo abbia fatto in maniera professionale.

 

a) La difesa di Sallusti nega che l'attività di Farina possa essere definita di natura giornalistica, dovendo ritenersi attività svolta nella sua qualità di "libero pensatore".

Tale affermazione non pare sostenibile.

Come noto, l'attività giornalistica non è riconducibile a una definizione legislativa precisa. Tuttavia, la giurisprudenza ha colmato la lacuna delineando - ormai da anni - una nozione cui si può fare rinvio con la tranquillità di non trovare smentite sul punto. In particolare, è stata ritenuta "attività giornalistica" ogni attività intellettuale, contraddistinta dall'elemento della creatività, diretta alla raccolta, selezione, elaborazione e commento delle notizie, volte ad informare e formare l'opinione pubblica mediante qualsiasi strumento idoneo a trasmettere il messaggio, giornale stampato o parlato ([11]). Così, ad esempio, in una decisione della Suprema Corte del 1995, si afferma che il giornalista «viene a porsi come "mediatore intellettuale" fra il fatto e la diffusione della conoscenza dello stesso, nel senso cioè che sua funzione è quella di acquisire esso stesso la conoscenza dell'evento, valutarne la rilevanza in funzione della cerchia dei destinatari dell'informazione, e confezionare quindi il messaggio con apporto soggettivo ed inventivo» ([12]).

Alla luce della definizione elaborata dalla giurisprudenza, dall'esame dei circa 280 articoli pubblicati da Farina anche sotto la direzione Sallusti di Libero, non sembra poter esservi dubbi che Farina abbia svolto attività tipicamente giornalistica, caratterizzata dagli elementi della "creatività", della "intellettualità" e della "intermediazione critica" delle notizie, costituenti l'essenza stessa della professione. Negare tali caratteristiche in primo luogo sarebbe un'ingiuria allo stesso Farina. Egli raccoglie ed elabora notizie, svolge attività di corrispondente, commenta criticamente gli eventi pubblici (soprattutto conflitti religiosi, questioni legate alla politica, all'amministrazione della giustizia e alla vita carceraria). Si occupa di vicende di cronaca (tra i molti, gli articoli pubblicati su "Libero", direttore Sallusti, in data 7/3/2008, 1.3.2008,, 14.11.2007, 9/5/2007) intervista politici (Cossiga, Libero 1/8/2007, 23.7.2008), etc.

Vi è poi un elemento decisivo per negare che si tratti di attività svolte da semplice "libero pensatore": la continuità dell'attività di Farina precedente e successiva alla data della sua cancellazione dall'Albo e  poi radiazione, mostra una assoluta continuità nelle tematiche affrontate, nelle modalità di pubblicazione, il più delle volte come editoriale di prima pagina.

Appare così del tutto pacifico che Farina abbia svolto, dopo la radiazione, attività di natura tipicamente giornalistica, per di più del tutto identica a quella che svolgeva in precedenza.

 

b) Sicuramente più complessa è la questione se Renato Farina abbia svolto l'attività giornalistica secondo modalità incompatibili con la sua posizione di radiato o comunque cancellato dall'albo.

Occorre infatti ribadire con forza che è senza alcun dubbio lecito, anche per il giornalista sospeso o radiato o comunque cancellato (del pari di quello interdetto dalla professione ai sensi degli art. 30 e 31 c.p.), esercitare il proprio diritto di «manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», collaborando saltuariamente con uno o più giornali.

Il Consiglio condivide il principio, già espresso nella precedente sentenza Feltri, che è assurdo pensare di poter impedire ad un direttore di testata di permettere ad un privato cittadino, indipendentemente dal lavoro che svolge e dalle eventuali sanzioni che ha ricevuto da un ordine professionale, di scrivere la propria opinione occasionale su un quotidiano. Così come appare necessario capire se l'apporto di Farina all'attività redazionale di Libero sia stata continua e professionale, e non dunque - come già detto - occasionale.

Vi è di più: nel tracciare il confine tra esercizio occasionale (lecito) o continuativo (illecito) della attività giornalistica di un soggetto radiato, l'organo giudicante deve accertare con rigore la sussistenza degli indici che denotano il carattere professionale della collaborazione. Lo impongono il favor libertatis, che obbliga a preferire l'interpretazione meno lesiva della libertà costituzionale sancita dall'art. 21 Cost., nonché forse lo stesso art. 35 della l. 69 del 1963, che richiede per l'iscrizione nell'elenco dei pubblicisti un'attività pubblicistica, e dunque non sporadica, né gratuita, per almeno due anni.

Occorre dunque accertare che tale attività, nella logica del legame tra professionalità e responsabilità disciplinare, sia svolta in maniera stabile, continuativa, sistematica; che il soggetto sia inserito in una organizzazione editoriale, se vi sia una forma di retribuzione, che la collaborazione sia prevalentemente con un solo quotidiano.

Per i soggetti radiati o cancellati, costituisce un ulteriore parametro il raffronto tra l'attività svolta in qualità di giornalista professionista prima della radiazione e quella esercitata successivamente. è di palese evidenza, infatti, che colui che è stato radiato non possa svolgere il medesimo lavoro e le medesime mansioni che svolgeva prima della radiazione in qualità di iscritto.

 

Per valutare dunque se Farina abbia esercitato, dopo la radiazione - ed in specie sul giornale diretto da Alessandro Sallusti - attività di carattere professionale, riservata agli iscritti, è dunque necessario un esame puntuale dell'attività di Farina, sia quando era iscritto ed esercitava la professione, sia successivamente alla radiazione.

 

Come si è detto, Farina si è cancellato dall'albo dei giornalisti il giorno 1 marzo 2007 ed è stato radiato il successivo 29 marzo. Nell'anno solare precedente, il 2006, Farina aveva pubblicato su "Libero" circa trecento articoli (me ne risultano 173, dal 20 ottobre 2006 sino a marzo 2007, durante la sospensione, non ha più pubblicato).

Nell'anno 2007, ne ha pubblicati, sempre sul medesimo quotidiano, 156; tale numero cresce a 193 nel 2008, anno nel quale assume il mandato parlamentare. In particolare, sino alla data della nomina a parlamentare sono apparsi 84 articoli a sua firma e nei successivi otto mesi ne sono stati pubblicati 119. Nel periodo del 2008 nel quale Libero era diretto da Sallusti (sino a fine luglio), Farina ha pubblicato 114 articoli.

 

Riassuntivamente, Renato Farina dal momento della cancellazione e della successiva radiazione ha pubblicato circa duecento articoli all'anno e l'intensità della sua attività giornalistica è rimasta sostanzialmente invariata  anche dopo l'assunzione del mandato parlamentare. Sul piano quantitativo, può dunque al di là di ogni ragionevole dubbio ritenersi che l'attività si sia svolta in maniera sistematica e continuativa.

 

Per quanto concerne la remunerazione, questo Consiglio ha ritenuto di dover esaminare a fondo la questione, dal momento che Sallusti ne ha fatto il punto forse focale della propria difesa, avendo sostenuto i suoi legali nella prima memoria e lui stesso nel corso della prima audizione, che mai  Farina era stato retribuito per alcun suo articolo pubblicato nel periodo della sua direzione. I suoi legali, del resto, nelle loro memorie ribadivano la necessità di dover considerare l'elemento della retribuzione quale sostanziale e necessario ai fini della prefigurazione di un'attività giornalistica svolta in modo professionale. Questo invero - sostengono i legali - sarebbe stato sostenuto anche da questo stesso Consiglio nelle motivazioni della delibera con la quale si infliggeva la sanzione della sospensione di due mesi al collega Feltri, sempre per la collaborazione Farina.

 

Si rendono perciò necessarie alcune puntualizzazioni.

In primo luogo, è ben vero che nelle motivazioni della delibera Feltri-Farina, qui abbondantemente richiamata, il Consiglio ha valutato l'avvenuta retribuzione di Farina quale elemento probante l'esistenza di un'attività giornalistica di tipo professionale. Probante, per l'appunto. In nessun passaggio di quelle motivazioni, però, il Consiglio ha mai sostenuto che si trattasse di un elemento necessario ai fini della configurabile  "professionalità" dell'attività giornalistica.

E comunque, venendo allo specifico, questo Consiglio ritiene di non poter affatto concludere che la difesa Sallusti abbia potuto provare quanto ripetutamente sostenuto, e cioè che gli articoli pubblicati da Farina nel corso della direzione Sallusti non siano mai stati retribuiti. Infatti, se questo, come già detto, è stato quanto sostenuto dall'incolpato nella sua prima audizione e dai suoi avvocati nella prima memoria, le loro affermazioni sono state parzialmente corrette in un secondo momento.

 E' successo infatti che, dalle dichiarazioni rese al Consiglio in particolare dal dottor Cecchetti e alla luce della documentazione da lui consegnata, sia apparso inconfutabile che, per lo meno dal maggio al luglio 2008,  cioè anche durante la direzione Sallusti, l'ex giornalista Farina abbia ricevuto dei compensi per la sua collaborazione di tipo giornalistico con Libero.

Circostanza di per sé non risolutiva, come già osservato, ma che certo smentiva le asserzioni del direttore Sallusti e dei suoi legali. Così, nel corso della sua seconda audizione, il collega Sallusti    mutava in parte le sue affermazioni precedenti, prendendo atto che in effetti Farina risultava aver ricevuto un compenso per i suoi articoli a partire dal maggio 2008, ma aggiungendo di non aver mai dato un ordine in tal senso all'amministrazione del quotidiano, né di averlo egli saputo. Ha spiegato quest'ultima circostanza, di per sé abbastanza inspiegabile alla luce di quanto sostenuto risolutamente nel corso della prima audizione ("Farina non ha mai ricevuto alcuna retribuzione"), con la circostanza che proprio in quei mesi egli aveva di fatto abbandonato la direzione del giornale (che formalmente avrebbe lasciato a luglio), essendo ormai impegnato nella progettazione e realizzazione di un altro quotidiano. Tesi ribadita dai suoi legali nella loro memoria integrativa, senza però che sia stata fornita alcuna prova documentale o testimoniale in questo senso, salvo che in un passaggio della testimonianza del dottor Di Giore, il quale però, evidentemente ricordando con approssimazione i fatti, escludeva anche che il compenso liquidato a Farina a partire dal maggio 2008 fosse riferibile alla pubblicazione di articoli (mentre invece proprio questo è risultato).

Resta insomma la circostanza accertata  che, almeno per alcuni mesi della direzione Sallusti,  la collaborazione fornita dall'ex giornalista è stata effettivamente retribuita.

 

Anche il fatto che il legame collaborativo sia in esclusiva con un solo giornale (prima Libero e poi Il Giornale), ove Farina appare evidentemente inserito in una organizzazione editoriale come collaboratore fisso, avvalora l'ipotesi che l'attività sia di tipo professionale ([13]).

Per quanto concerne il contenuto degli articoli di Farina, si coglie chiaramente una continuità tra il prima e il dopo la radiazione, sia in relazione alle tematiche trattate (come si è detto, soprattutto argomenti relativi alla cronaca politica e giudiziaria e ai rapporti tra le confessioni religiose e tra queste e lo Stato. Vi sono però incursioni in molte altre aree), sia alla tipologia degli scritti (editoriali, ma anche resoconti e commenti alle notizie del giorno, oltre che un'attività piuttosto frequente di routine e da corrispondente), sia alla collocazione all'interno del prodotto editoriale (prevalentemente in prima pagina o in quella dei commenti).

I dati evidenziati consentono così di ritenere raggiunta la prova del rigoroso, ininterrotto, carattere professionale dell'attività di Farina dalla radiazione, fino alla conclusione dellla direzione Sallusti a Libero e anche dopo.

 

Un esito analogo si ricava anche ragionando sull'ipotetico inquadramento professionale a cui potrebbe essere ricondotta l'attività di Farina.

Andando alla ricerca di una definizione soddisfacente di professione giornalistica, che come noto il legislatore non ha ritenuto di indicare, una delle fonti per così dire naturali, da cui si possono legittimamente trarre spunti proficui, è il contratto collettivo nazionale del lavoro di categoria. Se una condotta trova la sua descrizione in una delle fattispecie delineate in tale accordo, si può ragionevolmente ritenere che la stessa integri una delle forme nelle quali può manifestarsi la professione del giornalista.

Tra le figure ivi descritte vi è quella del collaboratore fisso che, a norma dell'art. 2 del CCNL, è caratterizzata dalla mancanza di un rapporto quotidiano e, indipendentemente dalla sussistenza di una formale subordinazione, dalla responsabilità di un settore del giornale o del periodico, circostanza che comporta l'inserimento del giornalista nella organizzazione aziendale. Come ricordato dalla dottrina, «essendo quella di collaboratore fisso una figura professionale ai confini del lavoro autonomo, è spesso oggetto di controversia la natura subordinata o meno del rapporto con l'editore, e copiosa è, naturalmente la giurisprudenza sul punto» ([14]).

È stato in molte occasioni ritenuto che nel lavoro giornalistico, come in tutti i rapporti di lavoro subordinato, assumono rilievo l'inserimento nell'organizzazione editoriale e la continuità della prestazione, benché l'obbligazione tipica possa essere adempiuta con libertà di iniziativa e senza il rispetto di orari, ma vincolata per l'oggetto e per il fine della prestazione. In sintesi, la Cassazione ha stabilito che il rapporto di lavoro dipendente dei giornalisti non si caratterizza né rispetto al luogo delle prestazioni, né rispetto al vincolo di orario, né rispetto al rapporto gerarchico tra i contraenti, ma si fonda piuttosto sulla disponibilità del giornalista e sul suo inserimento funzionale nella organizzazione editoriale ([15]).

Sempre la giurisprudenza sottolinea la estensione della disciplina collettiva dei giornalisti anche all'attività svolta dai «collaboratori fissi», cioè quei giornalisti che non svolgano opera giornalistica quotidiana, purché sussistano continuità di prestazioni, vincolo di dipendenza e responsabilità di un servizio. Si ribadisce che il vincolo di dipendenza ha però natura diversa rispetto alla subordinazione "vera e propria", poiché può anche essere limitato alle specifiche prestazioni e non implica più la più ampia disponibilità tipica delle mansioni giornalistiche ([16]).

Stando quindi alle pronunce della giurisprudenza, non sembra potersi negare che l'attività di Farina, sia anche sotto questo profilo riconducibile alla attività professionale del giornalista.

 

Per tutto quanto sopra affermato, possono essere ritenuti acquisiti alcuni dati.

Il primo: Farina pare aver proseguito a svolgere in modo stabile, continuativo, sistematico e retribuito l'attività giornalistica, anche dopo la radiazione dall'albo, attività che gli sarebbe stata vietata, se almeno si vuol ritenere che la sanzione abbia una qualche effettività.

Il secondo: ciò è tanto più vero e anzi trova conferma nel fatto che tale attività è stata condotta senza apprezzabili differenze in seguito all'irrogazione della sanzione, almeno in termini di tipologia e numero di articoli affidatigli e pubblicati.

Il terzo: tale attività continuativa non si è mai interrotta ed è proseguita, sotto la direzione Sallusti, anche dopo la nomina a parlamentare.

 

LA CONDOTTA DI ALESSANDRO SALLUSTI

 

La vicenda oggetto del procedimento fa comprendere come la condotta di Farina, ai soli fini di questo procedimento disciplinare,  possa ben iscriversi nella attività professionale del giornalista.

 

Giunti a tali conclusioni, deve essere preso in considerazione, sotto il profilo deontologico, il comportamento del direttore Alessandro Sallusti ([17]).

Sallusti, in qualità di direttore di "Libero",  ha non solo consentito a Farina di proseguire l'attività giornalistica una volta radiato, ma - come direttore responsabile - non ha mai preso alcuna distanza dalle affermazioni dell'allora direttore editoriale Vittorio Feltri che aveva esplicitamente affermato la propria personale intenzione di ospitare continuativamente i contributi di Farina ([18]).

Dunque, indipendentemente dalle ragioni che hanno contraddistinto un simile comportamento, va sottolineato che anche Sallusti era, da un lato, perfettamente a conoscenza della cancellazione e della radiazione inflitta a Farina e, dall'altro, altrettanto consapevole che con la propria condotta avrebbe sostanzialmente azzerato l'effettività della radiazione medesima, rendendola poco più che una affermazione astratta. L'esclusione dall'albo, con il correlato divieto di nuova iscrizione a breve, infatti, implica di per sé l'impossibilità di svolgere, come si è lungamente argomentato sopra, la professione del giornalista, sotto qualsiasi veste formale essa sia effettuata.

Non rientra evidentemente nelle competenze dell'Ordine - né ha rilievo in questa sede, come si è premesso - verificare se il comportamento di Farina integri la fattispecie di cui al'art. 348 c.p. (abusivo esercizio di una professione) e se Sallusti medesimo possa essere ritenuto responsabile del reato a titolo di concorso.

 

In sostanza, però, il comportamento di Sallusti ha consentito a Farina di eludere la decisione deontologica: permettendogli di esercitare la professione di giornalista e continuando a utilizzare la "firma" di Farina come se nulla fosse accaduto, il direttore ha, per un verso, consentito l'elusione oggettiva del provvedimento sanzionatorio - ledendo così la dignità dell'Ordine quale giudice disciplinare - e, per altro verso, volontariamente ignorato (soggettivamente) la sanzione, negando in radice il valore stesso delle pronunce disciplinari e irridendone il contenuto.

 

La responsabilità deontologica del direttore trova peraltro conferma nell'unico precedente in materia: una decisione del Consiglio Nazionale del 4 febbraio 1986 (in Annuario dei Giornalisti, 1987-1988, p. 142), nell'ambito della quale è stato sottolineato che viola il decoro professionale il direttore che tollera l'esercizio abusivo della professione da parte di giornalisti non iscritti all'albo.

 

La tesi difensiva sostenuta dal collega Sallusti nel corso della sua audizione si può, in parole povere, sintetizzare così: ero convinto che, proprio perché radiato, Farina potesse tornare a scrivere da libero pensatore; del resto, l'Ordine che aveva aperto un procedimento disciplinare nei miei confronti non mi aveva poi fatto sapere più nulla, autorizzandomi di fatto a ritenere che non ci fosse nulla di scorretto in quello che stavo facendo.

 

In realtà, basta richiamare le dichiarazioni rilasciate dall'allora direttore editoriale Feltri - evidentemente condivise dal direttore responsabile Sallusti che mai operò alcun distinguo - e riprese dall'Ansa dopo la radiazione di Farina (vedi nota 18), marzo 2007, per rendersi conto di come le cose siano andate in modo piuttosto differente. All'epoca, il procedimento disciplinare nei confronti del direttore responsabile di Libero, Sallusti, era già stato avviato. Eppure il direttore editoriale Feltri parlava così: "Renato Farina scriverà per noi in base alla Costituzione. che consente fino a ora la libera espressione del pensiero. Non ha attività redazionali o incarichi gerarchici, perciò credo che abbia il diritto di dire quello che pensa". Aggiungeva poi Feltri che "abbiamo brindato quando Farina si è dimesso dalla corporazione di cui per fortuna non ha più bisogno. Brinderemo di nuovo anche oggi e anche se c'é uno stupore divertito perché viene radiato chi si è già dimesso. D'altro canto anch'io fui radiato dalla Fnsi pur essendo non iscritto da una decina di anni. Sono tuttavia preoccupato per la salute mentale della categoria, compresa la mia". "Credo ancora che ci sia la possibilità di esprimere le proprie idee - concludeva il direttore - e Renato lo farà visto che la Costituzione lo prevede, sempre che non si restringano ancora gli spazi di libertà come le proposte di legge di Pecorella e dintorni prefigurano".

 

Appare a questo Consiglio evidente che il plurale maiestatis utilizzato da Feltri ricomprendesse anche la silenziosa condivisione da parte del direttore responsabile Sallusti, che in ogni caso mai, pubblicamente, si espresse in modo diverso.

Più che una disponibilità ad adeguarsi alla "volontà" dell'Ordine (che in qualche modo si era già manifestata qualche mese prima con l'avvio del procedimento disciplinare nei confronti di Sallusti dopo il primo articolo firmato da Farina solo sospeso (neppure definitivamente) e non radiato, quella del direttore Feltri dopo la radiazione assomigliava più ad una (legittima) e informata dichiarazione di principio.

 

In conclusione, il Collegio ritiene che anche Sallusti (come Feltri) abbia sempre avuto la consapevolezza che non tanto il "far scrivere Farina" quanto il continuare a farlo scrivere con le stesse modalità precedenti alla radiazione potesse in sostanza vanificare la sanzione emessa dall'Ordine e dunque costituire un problema per chi, come lui, continuava ad esserne iscritto. Ma che abbia pensato di poter come minimo "ignorare" il problema se non, addirittura,  dolosamente aggirarlo. Nell'uno caso o nell'altro, ad ogni modo, Sallusti non può  ragionevolmente sostenere che avrebbe dovuto essere l'Ordine a farsi vivo con lui per invitarlo a non far scrivere Farina. A parte il fatto che - come Sallusti ha mostrato di sapere benissimo - nessuno poteva (e può) impedire a Farina di "scrivere", dal momento che glielo consente l'art.21 della Costituzione, pretendere che l'Ordine e non il direttore responsabile interessato (cioè lui o i suoi legali) si preoccupasse di quale fossero i limiti entro i quali Farina  poteva esercitare il suo costituzionale diritto, sembra davvero eccessivo: non è tra i compiti dell'ordine fare il consulente giuridico che interpreta gli effetti delle proprie decisioni o delle proprie iniziative disciplinari. 

 

LA COSCIENZA DEONTOLOGICA

 

Richiamando letteralmente le motivazioni della sentenza Feltri/Farina, ribadiamo che qualcuno potrebbe, a questo punto, attendersi che il Consiglio dell'Ordine della Lombardia, quasi in una sorta di bulimia da regolamentazione, al termine delle proprie riflessioni decida di fissare nero su bianco il "limite" che serva una volta per tutte a rimarcare il confine tra lecito ed illecito, almeno in termini astrattamente deontologici, per un ex giornalista radiato (ma anche per un giornalista solo sospeso)  e quell'altro confine  altrettanto sottile (sia pur necessariamente più concreto) che un direttore responsabile iscritto all'Ordine dovrebbe sempre rispettare nel dare ospitalità sul proprio giornale (o altro medium) al collega (o ex collega) che abbia subìto  le più gravi sanzioni.

Questo Collegio non può né vuole derogare al proprio iniziale obiettivo di indagare concretamente, ai fini di questo procedimento disciplinare, su quale sia stata l'attività di Renato Farina dopo la radiazione e di conseguenza se sia stato o meno rispettoso dei dettami deontologici il comportamento del direttore Sallusti. Il Consiglio ritiene però che in una materia così delicata, e fermo restando ovviamente il diritto costituzionale riconosciuto dall'art. 21, i ragionamenti espressi nelle presenti motivazioni possano ben soccorrere nell'analisi di situazioni analoghe, anche se non hanno ragione di essere applicati automaticamente ad altri casi concreti.

 

Questo stesso Consiglio, del resto, non intende compilare una sorta di decalogo in materia sostenendo, per esempio, che un ex giornalista radiato o sospeso possa scrivere, in virtù dell'articolo 21, due pezzi alla settimana e non invece quattro. O che debba essere retribuito ai minimi "tabellari" e non invece ai prezzi di "mercato". O che ogni suo articolo debba essere preceduto dalla citazione dell'articolo 21 della Costituzione e così via ... Quel che si è tentato di affermare sono infatti alcuni principi di ordine generale, questi sì auspicabilmente validi a prescindere dalle specificità delle situazioni: che lo svolgimento dell' "attività professionale" del radiato debba essere valutato rispetto all'impegno precedente; che il dovere di rispetto delle sanzioni emesse dal Consiglio debba implicare un impegno da parte del direttore responsabile (iscritto) affinché l'efficacia concreta del provvedimento emesso dall'Ordine non venga vanificato; che questa concreta efficacia non si possa risolvere semplicemente nel venir meno degli aspetti più strettamente "burocratici" dell'essere giornalista (la perdita di un contratto giornalistico, la cancellazione dagli istituti di categoria...) ma nell'effettivo venir meno dell'esercizio professionale dell'attività giornalistica; che tale sanzione debba in qualche modo essere percepibile anche dal lettore, che deve essere messo in grado di cogliere la differenza tra un giornalista e un ex giornalista radiato.

 

A questo Collegio premeva, in definitiva, ribadire che almeno finché qualcuno non riterrà di abrogare l'Ordine, è naturale che le sanzioni disciplinari da questo inflitte abbiano, in una sola parola, "efficacia". E che l'effetto di queste sanzioni debba essere rispettato in primis proprio dagli iscritti all'Ordine. Come concretamente ciò debba avvenire caso per caso, non spetta a questo Consiglio stabilire ma - una volta fissati alcuni inderogabili principi di carattere generale - si ritiene che ciò debba essere doverosamente rimesso alla coscienza "deontologica" di ciascun collega.       

 

CONCLUSIONI

 

L'analisi della vicenda e le considerazioni di natura giuridica svolte fin qui consentono di sostenere, ai soli fini di questo procedimento disciplinare, che Renato Farina, dalla radiazione in poi abbia svolto una attività giornalistica di carattere professionale.

Tali considerazioni permettono di conseguenza di affermare che la condotta del direttore  Sallusti debba essere ritenuta illecita sotto il profilo deontologico: egli ha consapevolmente e volontariamente consentito a Farina di porre in essere un comportamento vietato ai soggetti radiati e di eludere il provvedimento inflittogli dall'Ordine. Sallusti, infatti, in qualità di direttore del quotidiano "Libero", almeno dal  giorno 20 ottobre 2006 al 31 luglio 2008, a conoscenza del provvedimento di radiazione, ha pubblicato oltre duecentottanta articoli di Farina, anche su argomenti di cronaca, senza consentire che dai lettori venisse percepita alcuna differenza tra il Farina "iscritto" e quello "radiato", in tal modo vanificando e delegittimando apertamente la funzione disciplinare dell'Ordine e con ciò violando la dignità e il decoro dell'organismo professionale nelle sue funzioni istituzionali e ledendo i principi di lealtà, correttezza e buona fede.

 

P.Q.M.

 

il  Consiglio ritiene accertate le violazioni deontologiche contestate al direttore Alessandro Sallusti  limitatamente al periodo dal 20 ottobre 2006 al 31 luglio 2008,  e rileva che con la sua condotta egli ha compromesso la dignità professionale. Valuta perciò adeguata la sanzione della sospensione, che ritiene di fissare nella misura minima di due mesi.

Il Consiglio, infine, chiarisce fin d'ora che in caso di ricorso con contestuale  richiesta di sospensiva da parte dell'incolpato contro la presente delibera, non darà esecuzione al provvedimento in oggetto sino a quando il Consiglio Nazionale non si sarà pronunciato sulla predetta istanza.

 

 

 

 


[1] Così Corte cost. n. 98 del 1968, ove si osserva che il divieto di esercizio della professione giornalistica per i non iscritti all'albo è corollario dell'istituzione dell'Ordine.

[2]    Cfr. PEDRAZZA GORLERO M., Giornalismo e Costituzione, Padova, 1988, 5 ss.

[3]    PEDRAZZA GORLERO M., Giornalismo e Costituzione, cit., 13. Nello stesso senso ZAGREBELSKY G., Questioni di legittimità costituzionale della l. 3 febbraio 1963, n. 69, istitutiva dell'ordine dei giornalisti, in Giur. cost., 1968, p.332, che distingue il «diritto di tutti di usare la stampa per divulgare il proprio pensiero (diritto costituzionalmente garantito» e «il diritto di tutti di esercitare la professione giornalistica (diritto non sancito dalla Costituzione)».

[4]  Art. 45, l. 69 del 1963.

[5]    DE SIERVO U., Stampa (dir. pubbl.), in Enc. dir., XLIII, Milano, 1990, 613.

[6]    FOIS S., Giornalisti (Ordine dei), in Enc. dir., XVIII, Milano, 1969, 714.

[7]    Cass. pen., Sez. VI, 2 aprile 1971, n. 428, Rv. 118492, Imp. Gori.

[8]    DE SIERVO U., Stampa (dir. pubbl.), cit., 614.

[9]    Corte cost. sent. 11 e 98 del 1968; sent. 71 del 1991. In dottrina Gessa, Aspetti costituzionali della professione giornalistica, in Dir. Lav., 1968, 86 ss.

[10]  Si veda la già citata Corte cost. n. 98 del 1968, che ravvisa nella vigilanza dell'Ordine il fondamento di legittimità dell'obbligo di iscrizione all'albo. Afferma la Corte che «l'istituzione dell'Ordine della quale quel divieto [di esercizio della professione giornalistica per i non iscritti nell'albo] é corollario, garantisce il rispetto della personalità e della libertà dei giornalisti perché, nel complesso mondo della stampa e dei rapporti fra giornalisti ed editori, essa assicura la vigilanza "sulla rigorosa osservanza di quella dignità professionale che si traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla"». In altri termini, «la funzione affidata all'Ordine non compromette, ma rafforza quella libertà di manifestazione del pensiero che è ordine dell'ordinamento democratico e come tale viene tutelata dall'art. 21 della Costituzione». Cfr. anche ZAGREBELSKY G., Questioni di legittimità costituzionale della l. 3 febbraio 1963, n. 69, istitutiva dell'ordine dei giornalisti, in Giur. cost., cit., 339-340.

[11]  Tra le molte, Cass. civ., 2 febbraio 1982, n. 625, in Riv. it. dir. lav., 1983, II, p. 359; Cass. civ., 23 novembre 1983, n. 7007, Rv. 431647.

[12]  Cass. 20 febbraio 1995, n. 1827, in Foro it., 1995, I, 1152.

[13]  È Farina stesso che talvolta "confessa" la propria appartenenza alla testata e il proprio ruolo nella realizzazione del quotidiano: così, nella già menzionata intervista a Filippo Pappalardi, padre ritenuto ingiustamente colpevole dell'omicidio dei suoi figli, pubblicata da Libero il 1.3.09 (direzione Feltri), criticando il comportamento di altri organi di informazione, Farina scrive che «se non ci fosse la possibilità di raccontare e criticare le indagini (su Libero facemmo sette articoli di contestazione puntuale, durante la direzione Sallusti,ndr) Pappalardi sarebbe ancora in cella».

      Che nulla sia cambiato in conseguenza della radiazione di Farina lo ammette candidamente lo stesso attuale direttore di Libero Maurizio Belpietro, nell'incipit di un recente editoriale del 23 febbraio 2010 volto a difendere la libertà di espressione di Farina (M. Belpietro, Chi vuol tappare la bocca ai giornalisti, in Libero, 23.2.2010, p. 1). Belpietro scrive che: «Renato Farina è una vecchia conoscenza dei lettori di questo quotidiano: dalla fondazione [nel 2000] fino all'agosto scorso è spesso toccato a lui commentare le notizie del giorno e lo ha fatto con la passione che è nota a tutti. Quando poi Vittorio Feltri ha abbandonato Libero per diventare direttore del Giornale, Renato ha deciso di seguirlo lasciando molti orfani tra chi ne apprezzava le capacità di scrittura». È dunque lo stesso Belpietro che riconosce che: dal 2000 all'agosto 2009 Farina è stato ininterrottamente editorialista e collaboratore fisso di Libero, senza che né la radiazione, né l'assunzione del mandato parlamentare abbiano sostanzialmente mutato tale posizione; che Farina, seguendo Feltri a Il Giornale, evidentemente non può essere considerato un parlamentare che collabora saltuariamente con un periodico, ma un redattore, una "firma di punta" che segue il direttore nella nuova avventura.

[14]  Così Zanelli P., Giornalisti e pubblicisti (Disciplina professionale - Contratto di lavoro e Previdenza sociale), in Nov. Dig. It., vol. 10, p. 956.

[15]  Cass., 28 aprile 1984, in Giust. civ. Mass., 1984, p. 870; Cass., 21 ottobre 1980, in Giust. civ. Rep., 1980, p. 1366.

[16]  Cass., 13 febbraio 1982, n. 924, in Foro it., 1982, I, p. 1015.

[17]  Come noto, in assenza di tipizzazione dei comportamenti illeciti sul piano disciplinare, la rilevanza deontologica dei comportamenti del giornalista va teleologicamente valutata in rapporto all'obbligo, sancito dall'art. 48 l. n. 69 del 1963, di comportarsi in modo conforme al decoro ed alla dignità professionale e tale da non compromettere la propria reputazione o la dignità dell'ordine, nonché al dovere di lealtà e buona fede ed all'obbligo di promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione tra giornalisti ed editori e la fiducia tra la stampa e i lettori, ex art. 2 della legge medesima; così Appello Milano, 18 luglio 1996, in Foro it., 1997, I, 919.

[18]  Già durante il periodo di sospensione di Farina conseguente alla delibera del 28 settembre 2006 del Consiglio regionale lombardo, in un editoriale Feltri affermava: «Daremo battaglia affinché il vicedirettore di Libero continui a esercitare il proprio diritto costituzionale a rendere pubblico il suo pensiero, a scrivere sul suo giornale» (Libero 1.11.2006, p. 1); il 29 marzo 2007, in occasione della radiazione pronunciata dal Consiglio nazionale, stando al comunicato dell'Ansa riportato nel sito www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=1058 , Feltri dichiarava che «Renato Farina scriverà per noi in base alla Costituzione. che consente fino a ora la libera espressione del pensiero. Non ha attività redazionali o incarichi gerarchici, perciò credo che abbia il diritto di dire quello che pensa». Aggiungeva poi che «Abbiamo brindato quando Farina si e' dimesso dalla corporazione di cui per fortuna non ha più bisogno. Brinderemo di nuovo anche oggi e anche se c'é uno stupore divertito perché viene radiato chi si è già dimesso. D'altro canto anch'io fui radiato dalla Fnsi pur essendo non iscritto da una decina di anni. Sono tuttavia preoccupato per la salute mentale della categoria, compresa la mia». «Credo ancora che ci sia la possibilità di esprimere le proprie idee - concludeva il direttore - e Renato lo farà visto che la Costituzione lo prevede, sempre che non si restringano ancora gli spazi di libertà come le proposte di legge di Pecorella e dintorni prefigurano».

 

 

Sentenza CNOG: 

vedi file allegato

Sentenza CNOG file: 
Delibera d'archiviazione: 

 

Prot. n.  3219 /12/LG/ac                                                               Milano,  10 luglio 2012

                                                                                          raccomandata ar

                                                                             

Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, nella seduta del 5 luglio 2012,

considerato che

 

- con decisione n. 15/2012, in data 6 giugno 2012, del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, è stata dichiarata nulla la delibera resa in data 27 luglio 2011 dall’Ordine regionale dei giornalisti della Lombardia che aveva inflitto al giornalista professionista Alessandro Sallusti la sanzione di due mesi di sospensione per violazione degli artt. 2 e 48 della legge. professionale. avendo l’incolpato consentito al dott. Renato Farina, ex giornalista sospeso dall’Ordine per 12 mesi, di pubblicare numerosi articoli sul quotidiano dallo stesso diretto;

- il procedimento di primo grado era stato avviato e deciso dall’Ordine regionale per due capi di incolpazione contenuti nell’avviso di apertura del procedimento e precisamente:

il direttore Alessandro Sallusti ha consentito a Renato Farina di esercitare di fatto la professione giornalistica senza la correlativa iscrizione all’albo prescritta dalla stessa legge professionale e dall’ordinamento giuridico”;

 “e in concreto ha anche vanificato il significato morale della sospensione e poi della radiazione”;

- secondo il Consiglio Nazionale, il recente annullamento della sanzione della radiazione del dott. Farina da parte della Corte di cassazione renderebbe erronea la delibera di apertura del procedimento disciplinare facendo venire meno il secondo capo di incolpazione e ciò determinerebbe la necessità di dichiarare nulla l’intera decisione rimettendo gli atti all’Ordine regionale per un nuovo esame di tutta la vicenda;

ritenuto che

 

- è ferma convinzione di questo Ordine che, quand’anche venisse ritenuta erronea o infondata in sede di impugnazione innanzi al Consiglio Nazionale (peraltro per fatti sopravvenuti), una delle singole contestazioni contenute in un avviso disciplinare, ciò non dovrebbe condurre a un annullamento integrale dell’intero provvedimento in relazione a tutte le altre contestazioni (anche a quelle che siano, in ipotesi, corrette e fondate), dovendosi semmai procedere a una diversa valutazione del merito e a una diversa graduazione della sanzione;

- cionondimeno, questo Ordine deve tenere conto dell’integrale annullamento della delibera e non ritiene di poter giudicare nuovamente l’incolpato, né di avervi interesse atteso anche il carattere ormai risalente dei fatti;

 

delibera

di non instaurare un nuovo procedimento disciplinare e di archiviare definitivamente la segnalazione ricevuta.