Walter Tobagi quarant’anni dopo,
dal mito all’uomo

 

Cara collega, caro collega,

non ho conosciuto Walter Tobagi per un semplice dato generazionale, né per lo stesso motivo ho potuto leggere i suoi articoli mentre venivano pubblicati.

Il mio incontro con lui è avvenuto in due tappe. La prima, con il “mito” di Tobagi, risale a metà degli anni ‘90, incrociando i suoi autodichiarati eredi professionali, i suo malgrado autoimpalmati continuatori ideali e, va da sé, gli unici esegeti autorizzarti.

Questa tappa mi aveva fuorviato. Dietro la cortina fumogena del narcisismo (altrui) c’era invece un uomo, uno studioso alla fine un collega diametralmente opposto al mito, il Walter Tobagi vero e non depredato. E’ stata allora, ed è ancora ogni giorno, la scoperta della linearità del bene (professionale), della altezza del cronista, della modernità del linguaggio e della grandezza della prospettiva di chi pone l’altro – e i suoi bisogni – davanti alle piume della propria penna.

Per questo la proposta di Fabio Cavalera, presidente dell’Awt, di coinvolgere le scuole lombarde di giornalismo e l’Ordine in una giornata di attualizzazione dell’uomo e del giornalista Tobagi, non poteva lasciare me né il Consiglio dell’Ordine indifferenti,

Il risultato dei 44 elaborati partecipanti al concorso ha dato a tutti noi le risposte che avremmo desiderato. La lezione di Tobagi, che forse è più giusto definire il metodo di dedizione, studio e deontologia (merci rarissime oggi più di allora), è passata indenne dal processo di mitizzazione postumo.

Oggi anche tramite il lavoro di questi giovani aspiranti professionisti sappiamo che la sua lezione non è andata perduta. Credo che a Walter Tobagi questo non possa dispiacere.

Alessandro Galimberti
Presidente Ordine giornalisti Lombardia

Il premio di Walter, il premio per Walter

Quarant’anni fa. Ventotto maggio 1980. Ci portano via Walter Tobagi. Un marito, un padre, un amico, un grande professionista.

Walter ha scritto pagine di giornalismo serio, profondo e scrupoloso, pagine che restano incancellabili, più che mai attuali in un panorama di accentuato sbandamento della professione.

Ne avremmo voluto discutere tutti assieme, non solo per ricordare ma per riflettere sul nostro destino. In accordo con la famiglia, avevamo programmato un convegno nell’aula magna dell’Università Statale per confrontarci sul presente e il futuro dei mass media, sulla deontologia e sulla necessità del rigore nell’informare. Fuori dagli schemi della retorica commemorativa che a Walter non piaceva, ma con lo stile sobrio dell’approfondimento, con la curiosità e con la passione che erano i suoi attrezzi del lavoro di cronista e di intellettuale. L’emergenza coronavirus ci ha fermato.

Siamo riusciti però a mantenere fede a una promessa: abbiamo istituito e ora portiamo a compimento il premio Tobagi, istituito nel quarantennale dell’omicidio dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e dalla Associazione Walter Tobagi, destinato ai tre migliori articoli di tre giovani praticanti delle tre scuole di giornalismo lombarde, il master della Statale (erede del nostro Ifg), il master dello Iulm e il master della Cattolica. Una scelta non casuale: la rilettura del passato e la consapevolezza delle sfide del presente consentono ai giovani nuovi colleghi di raccogliere il testimone di Walter. Generazioni diverse di giornalisti e di giornalismo ma con la stessa missione: raccontare con onestà, con severità e con puntualità.

La giuria, composta dai direttori delle tre scuole, dal presidente dell’Ordine lombardo Alessandro Galimberti e da me, ha valutato gli elaborati: tutti sono risultati interessanti, ben scritti, ricchi di spunti per comprendere come è evoluta la nostra professione. La scelta è caduta su tre praticanti che riceveranno mille euro ciascuno e una targa. Pubblicheremo nella nostra newsletter i loro articoli. Sono i colleghi Andrea Galliano del master Tobagi, Virginia Nesi dello Iulm, Pasquale Ancona del master Cattolica.

Questo è il nostro modo, il modo migliore in un periodo difficile, di ricordare Walter e il suo giornalismo di testimonianza e di denuncia, il giornalismo che non si piega al falso, alle “verità” di comodo e di parte, alla demagogia e alla superficialità. Una lezione che non dimentichiamo e che consegniamo ai nuovi protagonisti e professionisti della informazione.

Fabio Cavalera
Presidente Associazione Walter Tobagi
Consigliere Ordine Giornalisti Lombardia

 

STORIA DI UNA DONNA
CHE FACEVA PANETTONI

di WALTER TOBAGI

Milano – «Per tre anni, andavo tutte le mattine all’ufficio di collocamento. Il pullman da Cinisello a Milano, poi l’autobus, poi la fila, aspettare tutta la mattina, poi tornare a casa. Alla Motta mi prendevano a periodi, quando c’erano le campagne: a Natale i panettoni, a Pasqua le colombe, l’estate i gelati. Era un sacrificio, ma io ero contenta anche così. Nel ’73 mi passarono fissa: fecero tutto loro. E adesso mi ritrovo qua senza un posto. M’hanno detto che ero esuberante, io non sa- pevo nemmeno che vuol dire quella parola».

La storia di Filippa, ex operaia dell’Unidal, esclusa dalla fabbrica con la qualifica di «esuberante», comincia da questo racconto. Abita a Cinisello, una vecchia casa raggiustata. Ha quarantasette anni, cinque figli, quattro nipoti. È arrivata a Milano nel 1969 da Mazarino, in provincia di Caltanisetta. Al paese il marito lavorava a giornata, un po’ nei campi, un po’ con la forestale. «È andata così», racconta Filippa: «Cinque figli e uno solo che lavorava, non si poteva andare avanti. Gli ha detto: marito mio, a Milano lavoro anch’io, andrà meglio».

Ma l’arrivo a Milano è già un problema: i compaesani li hanno avvertiti che con cinque figli non si trova neppure la casa da affittare: «Allora – racconta Filippa – siamo rimasti finché non abbiamo trovato casa» un appartamento ultra popolare, camera e cucina, 18 mila lire al mese.

E in quell’alloggio, la famiglia è vissuta fino all’anno scorso. «A forza di risparmiare, niente lussi e niente divertimenti, siamo riusciti a comprarci una casetta. C’è una stanza in più». Otto milioni in parte ancora da pagare. «Il giorno che sono andata a fare il compromesso dal notaio, c’era un’altra operaia dell’Unidal che diceva: io non capisco come fanno, con cinque figli, a comprarsi la casa. E allora io mi sono messa a parlare a voce alta, e dicevo: niente lussi, trucchi non ne compro, mio marito ha un motorino usato, niente divertimenti, a mangiare fuori non ci andiamo. Alla siciliana, noi la pensiamo così: basta coprirci la testa, poi in qualche modo si fa. Al cinema sono andata una sola volta, c’era Alberto Sordi che stava dalla madre vecchia e voleva metterla in convento».

E adesso come vive, che cosa fa, cosa vuole «un’esuberante» dell’Unidal? La signora Filippa racconta le sue giornate: si sveglia presto; cerca di aiutare le tre figlie sposate; accudisce il marito che lavora in una cartiera ma ha subito una operazione di ernia al disco, e quindi spera nella pensione; un paio di giorni la settimana viene a Milano, assiste alle riunioni che il «comitato di lotta» organizzate in due vecchie e malmesse stanze di via Cadore. E intanto inghiotte rabbia. Rabbia contro tutti.

Ha presentato sei domande di lavoro, e snocciola i nomi delle aziende (Breda, Alitalia, GS, Dalmine, Siemens, Innocenti) come una suora reciterebbe il rosario. «Finora – si lamenta – m’ha risposto la Breda. La fabbrica mi piaceva, è vicina a Cinisello. Ma come posso mettermi a fare la saldatrice perfino coi turni di notte? ». Le viene quasi da piangere. Impreca: «Devono dirci che siamo vigliacche se rifiutiamo un lavoro come quello che facevamo, possibile che non ci sono altre fabbriche di alimentari? A me non importa niente della cassa integrazione, voglio lavorare».

Si sente tutto l’attaccamento alla fabbrica di chi ci è arrivato tardi e ha vissuto il posto di lavoro come una conquista umana e sociale. «Non mi sembrava vero, quando sono entrata alla Motta. Il primo giorno mi sentivo cieca, tutta una confusione in testa. M’avevano mandata al reparto 35 di viale Corsica, dovevo sistemare le scatole, e io mi confondevo. Madonna santa, che impressione! Per fortuna, grazie a Dio ce l’ho fatta a superare la prova».

Assunzione vuol dire uno stipendio sicuro di quasi centomila lire: supererà le trecentomila soltanto nell’ultimo anno. «Facevo di tutto, non dicevo di no. È per questo che adesso mi trovo male. Ci hanno trattato come degli asini, prima faticare e poi cacciate via. Che devo fare alla mia età? Chi mi prenderà?». Si domanda da sola: «Perché non vado a fare i mestieri in qualche casa? Non è per superbia, è che non ce la faccio». E l’accusa di essersi messa con gli «estremisti» che vanno contro i sindacati? «La nostra colpa è stata quella di dire sì. Io andavo a lavorare anche con la febbre. E sa perché lo facevo? Perché volevo avere qualche giorno di riserva se capitava che un figlio s’ammalava. Io lavoravo, non mi curavo della fatica, m’era venuta anche un’allergia ad un braccio per gli impasti di zucchero, ma andavo sempre. Poi è successo il patatrac, e ho capito che i prepotenti vanno avanti». E qui sfoga la rabbia conto i sindacati, che traduce nell’avversione più profonda contro alcune persone fisiche. «Andavo alle assemblee, non capivo bene quello che dicevano. Ma adesso ho capito che ci illudevano. Che cosa è successo? Che quelli del sindacato, il posto se lo so- no tenuto. Loro e le loro mogli, mentre noi poverette ci hanno mandato fuori». È quasi un’invettiva, ricorrono nomi (come Merru e Braglia) del consiglio di fabbrica dell’Unidal. «Sa cos’è successo? Che Braglia è entrato come operaio alla Sidalm (la ditta costituita dopo lo scioglimento dell’Unidal, ndr), nonostante all’Unidal fosse impiegato. Ma dopo 15 giorni gli hanno ridato la vestaglia, è ridiventato impiegato». E ancora: «Con che giustizia hanno mandato via me che ho ancora due figli da tirar su e un marito quasi invalido civile, e hanno tenuto il posto a marito e moglie senza figli, come è successo per un capo del consiglio di fabbrica?». E poi: «Dicono che ci siamo messe con gli estremisti? Prima eravamo buone e ci lasciavamo la pelle. Adesso solo gli estremisti si occupano di noi…».

Sono sfoghi personali: «Se ritrovo un lavoro, al sindacato non mi iscrivo più» di chi non riesce a spiegarsi perché s’è trovata, proprio lei, in questo guaio. «Dopo otto anni, m’ero abituata: stavo più in fabbrica che in casa. Facevo il secondo turno, quello che comincia alle due e finisce alle dieci di sera. Ma per gli orari del pullman stavo fuori dodici ore, da mezzogiorno fin quasi a mezzanotte. È fatica, ma io sto meglio quando lavoro, i miei figli si arrangiano. È brutto ritrovarsi senza un posto». Però lo stipendio arriva quasi intero, grazie alla cassa integrazione… «Ma io non voglio elemosine, voglio lavorare. La mattina che dissero “non c’è più lavoro”, mi sono sentita male. Era appena passato Natale, l’anno scorso. Sono rimasta anch’io in fabbrica, perfino la notte di Capodanno: dovevo andare da una figlia sposata, però non mi sembrava giusto lasciare gli altri compagni di lavoro. Quando occupavamo la fabbrica, entravamo alle due e uscivamo alle dieci co- me se dovessimo lavorare. Finché una mattina di maggio abbiamo trovato la polizia che non ci ha fatte entrare». Si è spaventata? «No, paura no. Però pensavo: come faremo adesso senza lavoro?». Si passa la mano destra sui capelli ingrigiti e un po’ ispidi: da quanto tempo non va dal parrucchiere? «Ero abituata due volte l’anno a Natale e Pasqua. Altrimenti come risparmiavamo i soldi per la casa e per sposare tre figlie? Neanche in Sicilia tornavamo l’estate: siamo andati due volte in tanti anni che siamo a Milano». Smette di parlare, sull’uscio della vecchia casa senza telefono né ascensore, in una «corte» costruita sessant’anni fa. E con un sorriso mesto e preoccupato, saluta: «Lei che dice, me lo ridaranno un lavoro?».